Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

Kilchoman Sanaig (2016, OB, 46%)

Lunedì sera abbiamo tenuto la terza degustazione della stagione 2016/2017 all’Harp Pub Guinness, il regno dei Corbetta e per tutti gli altri tempio del whisky milanese e punto di ristoro per gli affamati e gli assetati frequentatori del Politecnico. Si trattava di una degustazione a tema “torba”, in cui abbiamo cercato di approfondire cosa sia la torba, questa sconosciuta, e di mostrare differenti stili di whisky che da essa possono dipendere. A tal proposito, ci piace linkarvi questo articolo del più fresco blogger di whisky italiano, che di torba è un esperto – e non solo perché beve troppi whisky di Islay, badate bene, ché lui con la torba ci lavora. Oltre a Kilkerran, Caol Ila e Longrow, in degustazione avevamo il secondo imbottigliamento stabile del core range di Kilchoman, ovvero Sanaig: il nome deriva da una gola rocciosa nei pressi della farm distillery, ed è una miscela di whisky di 6 anni, invecchiati in botti ex bourbon a primo riempimento e botti ex Oloroso, anch’esse first-fill, con netta predominanza di queste ultime (rapporto 70/30). Sappiamo bene quanto Kilchoman creda e investa nei barili, a tal punto da farseli spedire interi, non smembrati in doghe, per far sì che i legni non si secchino e restino bene impregnati. Si aprano le danze…

N: elegante e bello aperto, mostra innanzitutto un lato sherried che potremmo identificare così: frutta cotta (mele e prugne), frutta rossa, caramella gommosa ai frutti rossi. Spiccatamente zuccherino (non si nasconde certo la vaniglia, ché i legni americani non sono un dettaglio), ma con una torba che non molla un attimo (braci, camino); rileviamo anche uno spruzzo d’acqua di mare e rivela anche una componente erbacea niente male. A tratti traspare una sincera gioventù, con note di distillato giovane e fresco: di certo non è un naso ruffiano, anche se costruito con una forte impronta di sherry.

P: salutateci l’alcol (#CIAONE, ALCOL!) che come per magia è sparito dal bicchiere. Anche qui ribadiamo un senso di innata eleganza. Spieghiamoci: c’è dolcezza sì (caramello, frutta gialla e un pizzico di frutta rossa), ma è in fondo bilanciata da una torba vegetale acre, con una grossa componente affumicata, al limite del medicinale-amarognolo. Completa un’intensa arancia rossa.

F: perpetra a lungo le tre anime di cui dicevamo, tra torba fumosa, dolcezza intensa e qualche spigolo vegetale.

Pensato per essere l’alter ego del Machir Bay, sviluppa bene il concept dell’invecchiamento in sherry, mantenendo però gli aspetti più convincenti del cuginetto: certo la dolcezza è in primo piano, ma ben bilanciata dallo stile ruvido e torboso di casa Kilchoman, con quell’effetto ‘bruciacchiato’ e caramellato che alla fine ci convince appieno: 86/100, via così!

Sottofondo musicale consigliato: Rolling Stones – Angie.

Bowmore 12 yo (anni ’90, OB, 43%)

Anni ’90, etichetta stampata su vetro: la bottiglia di questo Bowmore è bellissima, certo, ma abbiamo imparato ad essere diffidenti con questa fase di produzione della distilleria. Problemi nel processo di distillazione nei gloriosi anni Ottanta, probabilmente, novità mal digerite dall’alambicco? Chissà, di certo c’è che i Bowmore imbottigliati nel decennio successivo sono spesso armi a doppio taglio… Vediamo come si comportava il dodicenne entry-level.

bowmore-12-year-old-screen-printed-label-with-tube-and-miniature-3920-pN: delicato, quasi timido… L’aspetto immediatamente più evidente pare la marinità, con una bella brezza marina marcata, certo, ma non travolgente. La torba, già delicata in casa Bowmore, è per questo imbottigliamento particolarmente smorzata: un filo di fumo e un poco di smog, nulla più. Affiorano poi fiori freschi, un po’ di vaniglia e – toh! – la buccia di una mela gialla.

P: ha un corpo solido, anche se certo non molto imponente; come al naso si conferma salato, marino, e contemporaneamente d’una dolcezza zuccherosa forse un po’ indistinta… Le migliori metafore che ci sovvengono sono nuovamente di fiori recisi, di caramelle zuccherine, di violetta, perfino di caramelle Rossana! E la torba? Risulta annacquata, incarnata solo da un’accennata mineralità. Rileggendo la recensione che fa Serge, ci pare colpevole non aver segnalato l’ovvia nota di liquirizia salata.

F: l’avevamo data per morta troppo presto: guarda un po’ chi ti ritorna, quel filo di fumo di torba. Labbra salate.

Se non fosse un Bowmore, se fosse una bevanda qualsiasi diremmo “ah però, che buono” – ma pur non avendo veri difetti, non ha nulla di quel che ha reso Bowmore grande. La marinità è timida, la frutta è accennata, insomma… 78/100, non di più, non di meno.

Sottofondo musicale consigliato: Jose Gonzalez – Far Away.

South Shore Islay 8 yo (2016, Valinch&Mallet, 48,8%)

Abbiamo ancora in mente gli occhi di Fabio Ermoli quando ci ha annunciato “ho comprato un tank di L*******”: gli occhi erano lucidi e si stava già stampando il simbolo del dollaro sulle pupille. Si scherza caro Fabio (anzi, Fabietto): siamo molto felici di assaggiare un malto di Islay sconosciuto, proveniente dalla costa sud ed innominabile (e dunque…). Pare interessante che sia un otto anni proprio quando una celebre distilleria innominabile della costa sud  di Islay festeggia i 200 anni con un 8 anni ufficiale… Sarà un indizio? Una coincidenza? Chissà.

N: molto intenso ed espressivo, apertissimo e clamorosamente piacevole (avremmo detto 43 max 46, fantastico). Suggestioni forti: crema caffè e cacao (per non dire direttamente tiramisù). Un filo di olio di mandorle. Ma non si pensi a un naso troppo ‘dolcione’, c’è anche tanto distillato a parlare: tanto limone, ovviamente. Una torba molto intensa, fumo acre e affilato; grande marinità (più marino che costiero, più acqua di mare che non il puzzo delle città di mare). Liquirizia in legnetti.

P: qui il tiramisù diventa torta paradiso, o una torta della nonna con crema di limone (l’agrume prende tanto spazio soprattutto in avvio). Poi pian piano vira verso il pesante (liquirizia e tiramisù ancora). Beverinità spaventosa, pienezza incredibile. Sa di pesce e salamoia e cenere, un fumo devastante. Limonata zuccherata, cresce la quota di vaniglia e fa pure capolino una pera bella matura. Un senso di borotalco. Molto ricco.

F: se al palato il fumo (legno bruciato oltre alla torba acre) era devastante, qui diventa mastodontico. Ancora pesce e fumo e vaniglia. Liquirizia. Labbra salate.

Questo e l’8 anni ufficiale celebrativo del bicentenario sono le due facce della stessa medaglia: l’altro era forse più nudo, più scopertamente giovane, qui le botti sembrano un poco più attive… Non ci sentiamo di dare un voto diverso: 89/100, anche se per la gioia di Fabio e Davide sappiamo che i tedeschi preferiscono questo…

Sottofondo musicale consigliato: Jim James – State of the art (aeiou).

Bruichladdich 12 yo (2003/2015, ‘Rest & Be Thankful’, 59,3%)

A voler decrittare le frasi esibite nel catalogo dell’importatore, sintatticamente avanguardistiche se vogliamo, Rest & Be Thankful è azienda fondata nel 2010 con una linea diretta con Bruichladdich; imbottigliatore indipendente, seleziona e mette in vetro soprattutto malti distillati davanti a Lochindaal, cosa che ci fa particolarmente piacere, dato che Bruichladdich è distilleria che abbiamo nel cuore. Miscela di due botti, una sherry, una bourbon; online costa circa 85€.

aug15-bruichladdichrbetN: rispetto al Bere Barley che abbiamo appena mandato in soffitta, questo è simile ma diverso, più caldo… Le componenti non sono radicalmente diverse, ma mutano gli equilibri: spicca anche qui, in primo piano, una bella marinità, con alghe in grande evidenza. Il grado alcolico tende a chiudere un po’, ma non riesce a tarpare le ali al malto: un bel cereale caldo, in forma biscottata (non più sotto la foggia del ‘distillato bianco’ come nel BB). Qualcosa di crema pasticciera e mela gialla (e la meringa, non la diciamo? giusto, diciamola). Il limone, anche, per non farci mancare la spruzzata d’agrume. Un apparente velo di torba, minerale e non fumosa, avvolge il tutto.

P: l’intensità è clamorosa ed esplosiva, supportata dal grado pieno, e il corpo è veramente di una pienezza eccitante. La sapida marinità retrocede un poco, lasciando più spazio al limone (scorzetta) e quell’atmosfera rarefatta minerale… Ma, come direbbe Anna Oxa, è tutto un attimo: è tutto un attimo e una dolcezza maltata e intensamente fruttata (vaniglia e mela), con riferimenti a entrambe le botti coinvolte… Riferimenti che letteralmente esplodono se si aggiunge acqua, con note di gelato Malaga (vaniglia, crema, uvetta…), perfino di melone. Molto buono, l’acqua esalta anche il lato minerale/torbato.

F: prosegue la gioia del palato, replicandone le velleità più fruttate (il melone ci ha folgorato).

Proprio buono, molto buono: d’altro canto Bruichladdich lavora bene, si sa, ma non è scontato che si sia in grado di scegliere le botti giuste. I nostri nuovi amici di Rest & Be Thankful avranno le loro entrature e le loro competenze, e mettono in vetro una splendida miscela di due botti differenti, integrando molto bene tutte le diverse anime di Laddie. 89/100, non male come esordio.

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Ninna nanna.

Lochindaal 7 yo (2009/2016, High Spirits, 46%)

Nadi Fiori, aka Freddy Flowers, è uso comprare botti di Port Charlotte, il torbato di Bruichladdich, e noi lo sappiamo bene grazie agli acquisti e imbottigliamenti fatti a sei mani, insieme a Giorgio D’Ambrosio e a Franco DiLillo (ad esempio, questo o questo). Qui, almeno a livello di imbottigliamento per quel che ne sappiamo, fa per conto suo e decide di scrivere in etichetta Lochindaal, perché Lochindaal è il golfo su cui si affacciano i vicini villaggi di Bruichladdich e Port Charlotte. Sarà Bruichladdich? Sarà Port Charlotte? L’etichetta cambia stile rispetto alle ultime selezioni di “High Spirits”, ammicca al passato ma – possiamo dirlo? – graficamente non ci fa proprio impazzire: ma in fondo checcefrega dell’etichetta, noi vogliamo bere, gli sguardi li destiniamo alle fanciulle.

lochindaal-7-y-oN: se potevamo avere dei dubbi sul fatto che si trattasse di Laddie o di Port Charlotte, beh, basta poggiare il naso sul bicchiere per confermare che sì, è proprio Port Charlotte. La prima suggestione, contundente e immersiva, è proprio di aria di mare, di sferzante brezza salata. Davvero uno shock! Anche la torba è molto viva, sporca e ‘chimica’ come il gasolio. Affianco si agita un lato fruttato bardato di cedro candito (e in generale di agrumi canditi, non sottilizziamo), di banana verde; un che di vaniglia, certo, ma abbastanza trattenuta e delicata. Chiudiamo con un lato balsamico, di bosco di conifere, quasi esondante sul medicinale (medicine per la tosse, ca va sans dire!).

P: come al naso, colpisce fin dall’attacco una marinità davvero sopra le righe, esplosiva: esibisce una sapidità veramente estrema. In grande coerenza, si conferma una dolcezza austera e ‘vegetale’, tra il cedro candito e un senso di  zucchero bianco ‘annacquato’ (avete mai bevuto da bambini dell’acqua poco zuccherata?) – la botte, che pareva poco attiva già al naso, conferma l’impressione. Ancora un che di mentolato e balsamico. Infine, ecco ancora una torba cenerosa e bruciata, che sul finale…

F: …si prende la scena, accompagnata da un senso di ‘vegetale’ salato davvero peculiare. Lascia le labbra salate.

Decisamente buono, ci piacciono sempre i malti di Islay quando sono ‘nudi’, quando parlano con la propria voce e non con quella della botte. Pur essendo relativamente semplice, è fatto di una semplicità di cui è difficile stancarsi, trattenuta e cesellata: in una parola, una bevuta spensieratamente fresca e giovane – e tutti sanno quanto ci piacciano le cose (o le cosce?) giovani. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jamiroquai che cambia stile con il nuovo singolo Automation.

House Malt 25 yo (1990/2016, Wilson & Morgan, 54,2%)

Da oramai diciassette anni Wilson & Morgan si prende la briga di sfornare diversi House Malt ogni santo anno: sono imbottigliamenti ‘della casa’, creati mescolando da uno a cinque barili di whisky di cui non viene dichiarata la distilleria. L’House Malt di oggi, proveniente da una distilleria di Islay che inizia con la B (fatevi i vostri conti…), non è passato inosservato all’ultimo Milano Whisky Festival e si è preso una bella medaglia d’oro nella categoria ‘Single Cask’. Si tratta di un’unica botte-mezza a dirla tutta- che già si era guadagnata una certa notorietà qualche tempo fa; l’altra metà di questa Sherry Butt era infatti già stata utilizzata nel 2013 per imbottigliare un altro House Malt, che finì per guadagnare una medaglia d’argento ai Malt Maniacs Awards. Mica bruscolini, insomma.

house-malt-25-y-o-1990-2016-wilson-morganN: da subito si presenta come un whisky molto profondo, da perdercisi dentro. Ha uno stile sherried davvero imponente: ciliegie sotto spirito ma anche fragole in marmellata; e che cioccolato, raramente così ricco, fondente ma anche con spruzzatine di gianduia! Il lato acido è rappresentato da un iper concentrato di arancia, una sorta di bitter. Il legno ovviamente si fa sentire, molto caldo e avvolgente, vagamente tostato (par di sentire caffè tostato).

P: com’era prevedibile ripropone con un’invidiabile intensità quell’impasto di frutta rossa liquorosa e cioccolato ingolosente. Il tutto molto compatto ed equilibrato. Nonostante l’età, lo troviamo succoso e in qualche modo “beverino”. Il legno infatti non eccede ed è solo leggermente e piacevolmente astringente. Ritornano il caffè e il legno speziato, tendente all’amaro. A tratti si viene sorpresi da aghi di pino freschi…

F: cacao e frutta rossa, frutta rossa e cacao a lungo, molto a lungo.

Per quanto ci si sforzi, trovare dei difetti a questo whisky è davvero impresa ardua, rasente alla malafede. Si distingue per intensità e la grande piacevolezza complessiva, con note che ricordano quanto di più ingolosente la tavola ha da offrire. Il Bevitore Raffinato lo ha amato, definendolo sontuoso e  premiandolo nella valutazione. Noi non possiamo che accodarci, ma resteremo più timidi coi numeri, a un passo dal muro dei novanta punti, per una vile questione di gusti personali: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin DjawadiWestworld main theme

Kilchoman ‘Machir Bay’ (2016, OB, 46%)

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Machir Bay, c’est moi!

Torniamo sul luogo del misfatto: avevamo assaggiato il Machir Bay nella sua versione del 2015, adesso proviamo un batch dell’anno successivo – anno successivo che è anche anno scorso, per una curiosa coincidenza del caso. Si tratta di un best seller (alla Fiera dell’Artigianato e al Milano Whisky Festival sono state esaurite le scorte), con un rapporto qualità/prezzo molto apprezzato dai consumatori. È una miscela di botti ex-bourbon ed ex-sherry, con un rapporto 80/20, come si evince dall’indicazione (dall’infografica, direbbero i più aggiornati) sulla scatola. Come sapete, siamo stati a visitare la distilleria più artigianale di Scozia ad ottobre, e ci piace linkarvi nuovamente il nostro verboso e sedicente reportage (in due parti: qui la prima, qui la seconda).

schermata-2017-01-11-alle-00-04-05N: sicuramente l’alcol è molto discreto, e lascia godere appieno dei sentori. Una marcata marinità è sugli scudi fin da subito, con un mare di aria di mare, un sentore di nave in tempesta (eh?). Ci si muove sul terreno di una dolcezza nitida ma non eccessiva, timida e calda, certo di vaniglia, ma anche di un fieno caldo: insomma, di cereale. Una nota di candito, forse di cedro? Di certo, ricorda quelle caramelle gommose verdi (se non andiamo errati, sono proprio al cedro, o forse alla mela verde?, e comunque belle dolcine). Succo di mela. L’eucalipto ci porta a ricordarci di un dettaglio, che pure con l’eucalipto ha poco a che fare: il fumo di torba, denso, forte ed acre, ma perfettamente integrato.

P: rispetto al naso, l’intensità è esplosiva e forse inattesa. Coerenza: si sta sempre al mare, con note sapide, proprio di acqua di mare ingollata tra una bracciata e l’altra. C’è un senso di torba terrosa, ‘aspra’ e vegetale, che non ti lascia un attimo e si impasta con grazia ad una dolcezza altrettanto insistita, sostanziata di confetti, succo di mele, vaniglia e mandorle sgusciate. Fave di cacao. Una punta d’eucalipto.

F: torba pesante, chimica e densa. Cioccolato.

Poco da dire: eccellente esempio di un malto isolano, con tutti i crismi richiesti ai torbatoni e non pochi guizzi personali. Conquista l’abbinamento riuscito di intensità e complessità, date le tante sfaccettature e le variazioni sia sul mare che sul lato più dolce (la piccola quota ex-sherry influisce, soprattutto su questo versante). La nostra memoria sarà fallace, e il confronto andrebbe fatto simultaneamente, non a distanza di più di un anno: ma tant’è, rispetto all’edizione 2015 ci pare un passo in avanti, e 87/100 sia. Niente male per un entry-level da 45 euro, eh?

Sottofondo musicale consigliato: Hiss Golden Messenger – Like a Mirros Loves a Hammer.

Ardbeg 20 yo (1996/2016, Chieftain’s, 46,5%)

L’ultimo Milano Whisky Festival ha visto la graditissima presenza degli imbottigliamenti indipendenti di Ian Macleod, proprietario della nostra amata distilleria Glengoyne. L’importatore italiano è il prode Fabio Ermoli, già noto ai più per baffi maliziosi, scorribande asiatiche e selezioni spettacolari (Valinch & Mallet, presente?); dal suo banchetto abbiamo portato via un Ardbeg di 20 anni, vatting di due botti del 1996 (per i nerd: casks n. 808, 811). Delle 601 bottiglie ricavate, qualche centilitro è finito nei nostri bicchieri – dice sia un ottimo digestivo dopo i bagordi natalizi, chissà se è vero. Una cosa: quanti Ardbeg indipendenti vi capita di trovare in giro, di questi tempi? Eh, appunto.

chieftains-ardbeg-1996-20-year-old-465N: in generale è chiaro che tutte le anime si sono bene integrate fra di loro e se ne stanno in eccellente equilibrio. Il naso è quindi molto cesellato. C’è un velo salmastro, da schizzi sugli scogli, a legare il tutto; la torba e il fumo sono delicati, in fase calante ma ancora vivi. Gli altri elementi sono sicuramente un bel lato balsamico (aghi di pino), agrumi profumati (limone e bergamotto) e una ‘dolcezza’ pronunciata ma composta (kiwi gold, vaniglia).Al di là dei descrittori, però, il segreto sta tutto in un parola: equilibrio.

P: come al naso c’è grande rispetto reciproco tra la sapidità, la torba e la dolcezza. Ci capita in mente il ricordo di una provola dolce affumicata, che potrebbe riassumere splendidamente questo matrimonio. E invece c’è di più: soprattutto esce alla grande il lato balsamico (eucalipto e pino), mentre rimane in sottofondo il bergamotto. Toffee molto grasso, liquirizia e – perché no? – ancora il kiwi. Soprattutto dopo un po’ questa sensazione di dolcezza zuccherosa da toffee incrina leggermente l’equilibrio degli elementi.

F: ancora scamorzine, dolcezza da toffee e un fumo denso.

Ottimo esempio della qualità di Ardbeg, esibisce un equilibrio veramente seducente tra le varie anime (fumo, mare, dolcezza): a noi è piaciuto proprio il bilanciamento, con qualche scatto di nostro gusto (lato balsamico, bergamotto, kiwi). Rispetto ad un arcimodello astratto e perfetto – e dunque inesistente – difetta magari in un ciccinino di intensità, e ribadiamo che al palato dopo poco l’equilibrio di cui sopra sbanda lievemente a favore del dolce (il toffee prende il largo), ma queste in fondo son solo quisquilie: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Afraid to shoot strangers.

Kilchoman ‘Original Cask Strength’ (2016, OB, 56,9%)

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Kilchoman, ciao!

Kilchoman, come sapete, è la più giovane e la più piccola distilleria attiva su Islay, ed ha una caratteristica unica nell’industria scozzese: è infatti una farm distillery, vale a dire che è la sola a coltivare l’orzo che poi andrà a maltare – e voi ci insegnate che il whisky si fa con acqua, lievito e orzo, e se l’orzo te lo fai da solo, beh, di sicuro avrai un prodotto che si distingue dagli altri! L’espressione ‘Original Cask Strength’ è stata molto apprezzata all’ultimo Milano Whisky Festival, anche se erroneamente l’avevamo definita ‘Octaves’ nei nostri terzetti: si tratta di un 2010/2016 a grado pieno invecchiato in quarter casks (o appunto octaves), botti piccole da 125 litri, in edizione limitata a 12000 bottiglie. Il colore è paglierino.

kilchoman-original-cask-strength-lowresN: paradossalmente delicato nella sua brutale carica espressiva. Difficile trattenere a lungo il naso su questo dram fieramente a gradazione piena, ma le suggestioni sono di fiori di camomilla, di zafferano, di lime fresco e in generale di tanti agrumi profumati. Una freschezza davvero inattesa, ben impastata con la torba pesante e fumosa di casa Kilchoman. Sale e liquirizia, un che di balsamico zuccherino (caramelle Valda?). Con acqua questo ultimo aspetto balsamico si espande, assieme a un senso di erba verde e di vaniglia.

P: a primo impatto molto aggressivo, con una torba tagliente in crescita e un lato marino ancora più sugli scudi rispetto al naso. Subito dopo in realtà il vigoroso invecchiamento in botti piccole si fa sentire, con una botta devastante di toffee pastoso e caramello caldo, bilanciata da una sensazione amarognola d’inchiostro. L’acqua lo addomestica e lo migliora, con più vaniglia e ancora un crescendo balsamico (aghi di pino).

F: fumo intenso e un po’ di cereale macerato. Dolceamaro, ancora tra l’inchiostro, il legnoso, il balsamico e il vanigliato.

In un contesto urlato, in cui ogni nota arriva sparata a mille come una volée di Ibrahimovic, questo whisky ci pare forse un po’ squilibrato – anche se è un’esperienza complessa e dunque altamente soggettiva. Notiamo come quella nota erbacea e balsamica sia molto piacevole e salutare, dato che va a bilanciare almeno in parte una dolcezza che al palato è davvero mostruosa: e sì che al naso l’avevamo definito ‘paradossalmente delicato’…! Noi, infine intimiditi da cotanta viulenza, gli diamo 85/100; voi che al festival l’avete provato, beh, che ve n’è parso?

Sottofondo musicale consigliato: Mantar  – Era borealis.