Laphroaig ‘Lp8’ (1998/2017, Elements of Islay, 53,5%)

Stimolati dal Laphroaig bevuto ieri, ne cerchiamo un altro che possa essere in qualche modo avvicinabile: dopo una ricerca scientifica, dopo quindici tabelle excel con millesettecento variabili incrociate, abbiamo deciso di bendare il gatto e scegliere il primo sample cui si fosse avvicinato. Il gatto sa, il gatto è infallibile: il gatto infatti ha scelto un Laphroaig di quasi vent’anni, maturato in barili ex-sherry, imbottigliato da Speciality Drinks nella serie incantevole e medicinale “Elements of Islay“, siglato Lp8. Bando alle fregnacce, si beva, diamine!

N: il profilo è ancora una volta inusuale, anche se molto diverso dal Laphroaig di ieri, ed è piegato ai desiderata del cask: fava tonka e radice di Ginseng sono le prime note che ci vengono in mente. Poi, una profonda dolcezza da datteri e arance rosse, il tutto davvero molto zuccherino e appiccicoso. Legno tostato e torba medicinale a fare da contorno, senza però sovrastare alcunché, anzi.

P: che esplosione di sapore! C’è una sensazione molto cremosa, come di pralina, di caramello, mentre una certa acidità vinosa (ricorda proprio uno sherry, anche se forse più un Pedro Ximenez che un Oloroso; ma anche arance rosse, ancora) esce fuori vibrante e mantiene il whisky vivo in bocca. La torba è molto impattante, con tanto legno bruciato. Mare e medicine di Laphroaig non pervenute.

F: lungherrimo, sapido e bruciato con una dolcezza caramellata di fondo.

Un esperimento riuscito e d’impatto: abbiamo ormai capito che le botti ex-sherry tendono un po’ a snaturare la violenza selvaggia di Laphroaig, ma d’altro canto ne cavano fuori una nuova creatura strana, che ci piace. Anche se forse, a essere sinceri, tutta questa dolcezza, tutto questo carico, alla lunga rischiano di stufare un po’ – ma si sa, dipende dal tempo, dall’umore… Quindi uscite e regalatecene una bottiglia. Adesso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fu Manchu – Slow Ride.

Caol Ila 8 yo (1995/2003, Silver Seal, 55,9%)

“La settimana si apre sotto buoni auspici”, spiegato bene

La settimana si apre sotto buoni auspici: vogliamo dunque cavalcare l’onda dell’entusiasmo domenicale anche sul piano alcolico, ripescando un malto del passato, anche se prossimo. Se vi diciamo “Rino Mainardi”, a cosa pensate? Bravi, siete preparati: stiamo parlando proprio di Mr. Sestante e Silver Seal, uno dei più grandi selezionatori indipendenti di quella fase pionieristica che vedeva impavidi italiani girare per la Scozia in cerca di barili, quando ancora nessuno nel mondo si interessava al succo di malto. Prima di vendere l’azienda e il marchio a Max Righi, nel 2007, Rino aveva scritto pagine importanti nella storia del Single Malt in Italia e nel mondo: oggi gli rivolgiamo un pensiero assaggiando un Caol Ila 8 anni, distillato nel 1995 e imbottigliato quando ancora i derby di Milano erano delle semifinali di Champions League che finivano con il risultato sbagliato, oltretutto.

N: molto fresco e piacevole, con note balsamiche davvero spiccate. Pensiamo soprattutto a salvia, in parte anche aghi di pino. Ha una nota maltosa dolce davvero seducente: potremmo pensare a una brioche, e in effetti ci pensiamo. C’è una venatura minerale e quasi marina molto interessante: iodio, calce, si vola verso il talco. Uva bianca, marshmallow. Caffè al ginseng, anche un po’ di zafferano?

P: l’impatto alcolico si fa sentire con nettezza, ma altrettanto nette sono le note goduriose di cocco e marzapane. Molto zuccherino e dolce, di una dolcezza pungente e acuta: dire “zucchero bianco” forse non basta. Ananas? La torba si traduce in cenere, in un senso di bruciato un po’ affilato, per quel che vale una definizione del genere. Cereale affumicato (andate in distilleria e assaggiate!).

F: limone e cenere, cereale torbato e un po’ di dolcezza maltosa.

Elegante e affilato, fine e spigoloso al contempo: magari ad alcuni potrà sembrare un po’ ‘semplice’, con gli elementi tipici dei malti di Caol Ila tutti lì squadernati ed esibiti, e senza una vera, piena presenza del mare: ma è veramente – e semplicemente – buono, non ce n’è. Sarebbe il whisky perfetto per folgorare sulla via di Port Askaig anche il più feroce militante antitorbato. Chapeau. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lean Year – Come and See.

Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Bowmore 19 yo ‘French Oak Barrique’ (2018, OB, 48,9%)

Spesso le distillerie preparano degli imbottigliamenti esclusivi per alcuni rivenditori, in carne e ossa oppure online, che così possono proporre delle ciliegie pregiate dall’albero della loro offerta. Anche questo è il caso, ma le proporzioni sono un po’ diverse dal solito… Bowmore, la più antica distilleria ancora attiva di Islay (almeno stando alle licenze, ma questa è un’altra storia), ha selezionato un imbottigliamento di 19 anni in esclusiva per Amazon. Tacendo qui ogni riserva su Jeff Bezos e la sua passione per il non pagare le tasse, e tacendo anche l’impatto che la sua creatura ha ed avrà sulle botteghe su strada, oggi assaggiamo un sample di una delle 4500 bottiglie messe in commercio. Si tratta di una piena maturazione in botti ex-Chateau Lagrange.

IMG_8193_15N: il primo impatto è di cartone bagnato, di legno: la cosa ci insospettisce, lasciamo lì il bicchiere un attimo. Come fosse una Freccia Rossa, arriva in ritardo: dopo un po’, tende ad aprirsi, e dietro la porta spunta una frutta cotta macerata, massiccia. Mele cotte e prugne, uvetta macerata. In crescita costante una nota balsamica, molto netta, di aghi di pino. L’anima di Bowmore si rivela con qualche sentore tropicale, di frutta esotica iper matura, quasi marcia.

P: che buono!, è sempre abbastanza carico dal barile ma ci pare davvero interessante. Troviamo note floreali polverose, parte con bombette della solita deliziosa frutta tropicale macerata ultra carica di Bowmore, sterza poi verso un misto di sale e pepe (e cenere). Tende a rimanere del pepe fumoso – come se ci fosse del fumo di legno in fiamme coperto di pepe. Crema di marroni, in generale frutta secca. Qualcosa come lo zucchero bruciato, un po’ di liquirizia in legnetti – cosa che rivela qui quel senso di vinosità estremo.

F: lungo, perdura a lungo quel misto di sale, pepe e cenere. Marron glacée. Dopo un po’, marmellata di frutta rossa.

Un esperimento decisamente ben riuscito: molto carico, tantissimo apporto del barile, e d’altro canto sarebbe stato strano se fosse andata diversamente. Il risultato però è molto particolare, per nulla scontato, e il profilo, pur se iperzuccherino, è effettivamente inedito. Per nostra fortuna, Bowmore riesce a emergere con le sue punte tropicali e la sua anima sobriamente fumosina: l’equilibrio raggiunto non si può non premiare con un 87/100. Grazie a Egidio per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: 2Pac – Ambition az a ridah.

 

Bruichladdich 22 yo Black Art 03.1 (1989/2012, OB, 48,7%)

Non è la prima volta che riveliamo al mondo il nostro oscuro segreto: abbiamo un passato da metallari, gente pelosa, vestita di pelle, maleodorante, con una perniciosa passione per le birre calde e l’estetica para-satanista. Musicalmente continuiamo a praticare ed apprezzare, anche se la passione resta paludata e poco esibita: detto ciò, non abbiamo perso un certo gusto per quell’estetica lì… E quindi facilmente potrete capire che la serie Black Art di Bruichladdich ci sconfinferi quanto un assolo di Chuck Schuldiner, quanto un vocalizzo di Attila Csihar o un aereo guidato da Bruce Dickinson. Nero come il male, speriamo che il profumo non sia sulfureo come si conviene a un whisky demoniaco… Oggi assaggiamo la versione 03.1: si tratta di un 22 anni distillato nel 1989 e maturato in barili ex-bourbon ed ex-vino (quale, non si sa).

N: molto intenso e aromatico, l’apporto dei barili ex-vino regala suggestioni inusuali ma molto piacevoli. Pasta di mandorla, frutta di Martorana; pasticceria turca, baklava, con miele e quelle gelée di melograno incredibili. In generale c’è tanta frutta secca molto mielosa e carica. Dopo un po’, esce un po’ il legno, con del vino rosso fruttato e della vaniglia in crescita.

P: molto coerente, parte con note di Big Fruit alla mora, in generale diremmo di caramelle alla frutta, con un succo concentrato iper zuccherino e un po’ ‘artificiale’. Ancora dolci turchi al melograno. Pesche cotte col vino. Caramello. Anche qui, dopo un pochino sale il legno, con qualche punta speziata (forse chiodi di garofano?).

F: ancora spezie e succo di melograno. Molto zuccherino e vinoso. Tende all’astringente.

Probabilmente sarà divisivo, come l’eterna lotta tra i fan degli Iron Maiden e dei Metallica, come la polemica inesausta tra Burzum e il fu Euronymous, come la svolta progressive degli Opeth. E in effetti un po’ ha diviso anche noi: è senz’altro qualcosa di ‘diverso’, non è un malto spirit driven, Bruichladdich quasi scompare – e però il risultato non è affatto male. Da provare. Certo, non costasse 240€ uno lo proverebbe più agilmente… 85/100. Grazie a Samuel e a Dario per i sample: sì, siamo fortunati, ne abbiamo ricevuti due da due cari amici.

Sottofondo musicale consigliato: Slayer – Black Magic.

Laphroaig Lore (2018, OB, 48%)

I bicentenari sono un po’ come i peperoni: te li porti appresso anche dopo che li hai digeriti. Succede infatti che quando una distilleria di Scotch festeggia i due secoli di onorata attività, giustamente lancia sul mercato un imbottigliamento celebrativo. Il quale spesso finisce per accomodarsi nel core range a prezzi sostenuti.
Laphroaig, che le sue (fumosissime) candeline le ha spente nel 2015, per l’occasione lanciò Lore. Il quale dal 2016 è puntualmente stato rilasciato ogni anno con una denominazione da far tremare i polsi ai rapper più sboroni: “il più ricco dei ricchi“.
Si tratta di un NAS dal nome gaelico (toh…) che significa “passaggio” e sta a simboleggiare l’accumularsi di esperienza e competenza dei vari master distiller che si sono succeduti nella storia. Noi che siamo aridi come le lettiere dei gatti con la minzione difficoltosa, rimaniamo freddini sullo storytelling e preferiamo concentrarci sul liquido (del whisky, non dei gatti). Un mix di malti dai 7 ai 21 anni invecchiati in una serie da mal di testa di barili: Quarter cask con finish in hogshead di rovere americano vergine, barili ex Laphroaig riutilizzati, bourbon cask first fill, butt di sherry Oloroso first fill e chissà cos’altro.
Prima di ringraziare per il sample Cristina Folgore, brand ambassador dei whisky del gruppo Beam Suntory (e insospettabile collezionista di Kilkerran), diciamo anche che questo whisky si è guadagnato la medaglia d’oro al Milano Whisky Festival del 2018. E che qualcuno fra noi era pure in giuria… Si beva!

laphroaig-lore-single-maltN: molto Laphroaig, in effetti. La nota medicinale è molto evidente, con punte di antisettico e di pasta del dentista; il fumo è abbastanza morbido e quasi aromatico (incenso? sigaro?), non acre, con note di tizzoni bruciati. In realtà tutto risulta un po’ coperto da un legno molto attivo e molto carico, responsabile di una dolcezza ben più marcata rispetto al Quarter Cask: liquirizia, marshmallows grigliati, albicocca disidratata, perfino mango! Non indugia in nuances, è tagliato con l’accetta, ma di certo l’effetto al naso è piacevole.

P: molto elegante, come può essere elegante un Laphroaig. Unisce una certa acidità agrumata a una torba medicinale e a un’esplosione di dolcezza tropicale. Miele di castagno, poi di nuovo mango molto maturo. Il lato morbidone sfiora anche il caffè zuccherato, senza deragliare nel cremoso grazie all’anima torbata: plastica bruciata e ancora antisettico, con appena qualche sentore di posacenere e cenere di falò. Emerge in fondo una forte marinità, con acqua di mare e sale. Un folle in crisi di astinenza da Lindt azzarda il cioccolato fleur de sel.

F: chi ci ha portato in un inceneritore? Camionate di plastica bruciata, molto chimico. Catrame e After Eight (cioccolato fondente e menta dolcissima). Una punta di tabacco.

Sullo storytelling abbozziamo, ma il titolo di “Più ricco fra i Laphroaig” è meritato. Mostruosamente carico, pienissimo, devastante quasi. Mantiene tutti i capisaldi della distilleria, ma li spara a massimo volume: tanto dolce, tanto torbato, tanto marino. Tanto, insomma. Ragion per cui l’effetto è quello di un cibo porcosamente buono: va consumato con moderazione, che se uno esagera poi la nausea è dietro l’angolo. Noi che siamo campioni di morigeratezza sappiamo limitarci e stampiamo un 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Rebel Motorcycle Club – Six barrel shotgun

Port Askaig 16 yo (2017, Speciality Drinks, 45,8%)

Ogni promessa è debito e i debiti sono l’ultima cosa che desideriamo possedere. E quindi, visto che si era detto che al Caol Ila 15 yo Sestante di qualche giorno fa, sarebbe seguito un altro whisky della stessa distilleria, eccoci qui a onorare i patti. In realtà questo Port Askaig maturato 16 anni in botti sia ex bourbon che ex sherry sarebbe da ascrivere alla categoria pazzerella degli undisclosed malt, whisky senza indicazione della distilleria. Siccome però Port Askaig, che è il principale punto d’attracco per i fortunati che decidono di visitare Islay, dista solo 500 metri dalla mega distilleria di Diageo, beh capite anche voi quanto l’enigma sia facilmente scioglibile.

imageN: rispetto al 15 di Sestante, strabilia la coerenza nel tempo: ha quella stessa nota tropicale e agrumata di lime, incredibile. È più torbato, più marino (scogli, a voler essere evocativi), anche più dolce, con biscotti al burro e vaniglia. La tropicalità non è solo nel lime, c’è una punta di maracuja forse. Emmenthal. Molto buono.

P: è super coerente e procura ancora tanto godimento. Intenso, anche a una gradazione ridotta. Ci sembra un poco più marino del naso, con acqua di mare evidente, poi torba e fumo, brace.  Tanta crema al limone, accompagnata ancora da una tropicalità piena, che ricorda lime, ma anche ananas.

F: una gollata di acqua di mare, poi dopo un po’ tornano lime e un bel fumetto. Salamoia delle olive verdi.

In parole povere possiamo solo dire che questo imbottigliamento conferma l’alta qualità delle serie di Speciality Drinks. Come spesso capita con una distilleria a torto da tanti bistrattata come Caol Ila abbiamo nel bicchiere un whisky molto equilibrato e coerente in tutte le fasi della bevuta; rispetto al 15 anni di Sestante, scendiamo di un punto solo perché, nel confronto diretto, perde qualcosina sul terreno dell’eleganza. Però intendiamoci, un whisky da bersene a casse, se non fosse per quel dettagliuccio che costa circa 130 euro a bottiglia: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Clavdio – Nacchere

Caol Ila 15 yo (1980/1995, Sestante, 40%)

Perché confrontare due Caol Ila di decenni diversi? La vera domanda, caro lettore rompiballe, è “perché non farlo?”, e infatti noi lo facciamo. Oggi assaggiamo un Caol Ila del 1980, imbottigliato da Sestante 15 anni dopo a gradazione ridotta. Sestante è marchio dietro cui si celava il grande Rino Mainardi, pioniere del whisky in Italia e, a detta di quanti lo hanno conosciuto da vicino, il miglior naso di sempre – noi che lo abbiamo solo incrociato a una grigliata dobbiamo di certo riconoscergli che tutto quello che abbiamo assaggiato di suo era davvero eccellente.

N: clamoroso. Tropicale, erbaceo, balsamico, una torba lieve e integratissima… Boule dell’acqua calda delicatissima, poi aloe vera, foglie – una setosità erbacea seducente. Poi ananas, anzi: il succo ananas e aloe, se esiste (Zucchetti giura di sì), un po’ di cocco, un sacco di lime. Una punta di borotalco. E la cosa incredibile è che è un tutt’uno, pieno, compatto, tutto unito.

P: la coerenza fatta dram. Peccato fosse solo a 40%, un pelo d’intensità in più l’avrebbe reso indimenticabile. Tropicale ed erbaceo ancora, in più mostra una torba più evidente, con fumo, un senso di bruciato. Agrumi freschi, con note mentolate e leafy davvero incantevoli, setosi, delicati ma compatti.

F: erba fresca tagliata, un bruciato di cenere, forse un poco di canfora. Amaruccio, pulito, agrumato e con una timida sapidità che fa salivare.

Ma com’è che i whisky di Islay di quegli anni finiscono tutti per mostrare quelle note fruttate incredibili, com’è che esibiscono una torba vellutata, delicatissima… Notevole davvero. Questo Caol Ila ha cose che lo dovrebbero tenere a vette altissime di punteggio (il naso è clamoroso), resta un po’ giù solo per l’intensità al palato. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yuma – Smek (Rey & Kjavik rmx).

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

Botti da orbi – Il mio nome è Nessuno

[Riparte la sapida e sapiente rubrica di Marco Zucchetti: con cosa si confronterà questa volta? Non lo sappiamo noi, non lo sa lui e a ben vedere non lo sanno neanche gli imbottigliatori. Più o meno…]

“Undisclosed” è una categoria del malt-porn sempre più in voga. È l’equivalente della categoria “masked”, dove i protagonisti sono sotto copertura o perché si vergognano, o perché l’anonimo attizza sempre. Abbandonando l’ardita metafora coi siti zozzi, perché questo florilegio di nom de plume (o nom de malt) fra gli Scotch e gli Irish whiskey?

Di sicuro perché tante distillerie – quelle che ancora vendono barili agli imbottigliatori indipendenti – impongono di mantenere il segreto sulla provenienza del malto, sia per calcolo economico sia per non venire accostati a barili che vengono ceduti perché non all’altezza del livello qualitativo. Ma anche perché inventare pseudonimi curiosi ed evocativi funziona a livello di marketing. Perché il whiskofilo è curioso come una scimmia e appena intravede un prodotto ignoto ci si tuffa col fegato assetato di conoscenza. Di solito la proverbiale fantasia scozzese non va oltre la geografia, con cui si può anche ammiccare alla distilleria assente (bel titolo per un racconto di Edgar Allan Poe: “La distilleria assente”, suona bene). Si prende la regione, oppure il porto, la pozzanghera o la montagnetta più vicina, si sbatte il toponimo in etichetta e il gioco è fatto. Altri invece pescano dal gaelico o perfino dai fumetti, il che aumenta il senso di esotico. A questo punto il whiskofilo ha già fatto guizzare la carta di credito e con la bava alla bocca ha già comprato tutto.

Noi – che in quanto a bava non temiamo confronti e che riguardiamo “Per un pugno di dollari” almeno una volta al mese anche se Sergio Leone lo diresse col nome di Bob Robertson – non cadiamo nel tranello dei pregiudizi. E con lo spirito del fact-checking ci dedichiamo oggi a vivisezionare qualche Elena Ferrante del whisky, tre da Islay e due dall’Irlanda.

Lochan Sholum (2003/2018, Maltbarn, 50,3%)

Il nome sembra una mossa di un videogioco picchiaduro anni ’90. In etichetta ci hanno piazzato uno scoglio funestato dal mare in tempesta, ma il Lochan Sholum è uno dei placidi e oscuri laghetti che se ne stanno su un altipiano di Islay, a 280 metri di altitudine. Il fatto che siano anche la sorgente da cui sgorga l’acqua di Lagavulin è sicuramente un caso. Il whisky è un 14 enne invecchiato in sherry e realizzato in 147 esemplari. Al naso è un bel circo di suggestioni. C’è la torba, tra il falò e le costine di maiale affumicate di certi barbecue americani (il caro e vecchio distillato obeso dei Laga); non manca la frutta matura, soprattutto arancia e lime, e una marinità accentuata (alghe). Lo sherry non è per nulla dolce, ma si fa sentire con note di frutta secca e un che di organico, come di funghi porcini essiccati. L’aspetto più curioso e intrigante, però, è un’aria fresca di borotalco che fa capolino qui e là, punteggiata da altre suggestioni vegetali di rabarbaro. Al palato l’erbaceo aumenta di spessore: timo bruciato, ricorda certi amari alle erbe. L’affumicatura è potente, sembra di avere tizzoni appena spenti in bocca. Salamoia evidente, limone e una spolverata di spezie (zenzero e cannella). Liquirizia salata, anche, a sottolineare una dolcezza crescente. Finale fra sale e braci. Anzi, caldarroste!

Molto variegato, ha un sacco di cose da dire e da dare e tanta energia espressiva. L’eccentrico lato erbaceo è il quid che regala ulteriore complessità. L’unico neo è che non viene proprio una gran voglia di berne subito un altro. È come un piatto assai elaborato, gioia per tutti i sensi ma da godere col freno a mano tirato. 87/100.

Finlaggan cask strength (The Vintage Malt Whisky Co., 58%)

Restiamo su Islay e restiamo lacustri. Loch Finlaggan è più o meno a metà strada fra Port Askaig e Bridgend ed è famoso per essere una delle poche attrazioni turistiche dell’isola, distillerie escluse ovviamente. A dire il vero si vedono solo un paio di ruderi e della schiumaccia beige sull’acqua nera, ma qui sorgeva il castello degli antichi Lord of the Isles, mica haggis e fichi. Si dice che anche dietro questo brand ci sia del Lagavulin più che giovane, quasi neonato. Ad ogni modo, qui si assaggia la versione a grado pieno, rigorosamente NAS. L’olfatto è una schitarrata punk: gracchi distorti di alcol, un riff di fumo acre e catrame. Sembra un adolescente che sta seduto scomposto e mastica a bocca aperta. La torba è sporca, ricorda a tratti un peschereccio dalla carburazione guasta e a tratti un portacenere. Accanto a questa botta emerge nettissima una nota di cuoio, oppure di pelle bruciata, marchiata a fuoco. C’è anche una crema di frutta (banana e limone) e qualcosa di minerale, forse ardesia. In bocca è ancora aggressivo, non ti dà tregua. La gioventù è urlata, l’alcol si sente tutto e non è confortevole. Il corpo è leggero, la cenere acre è un’armatura che rende inutili i muscoli del distillato. Resta spazio solo per un po’ di fruttina dolce, tra miele, limone e mele golden. A cui nel fumo finale si aggiunge del pepe.

L’obiettivo di questi NAS isolani di solito è quello di épater les bourgeois, ovvero martellare di torba devastante gli amanti dei “marmittoni” giovani e feroci. Obiettivo di sicuro centrato, ecco perché ad alcuni recensori non dispiace. Però chi nel whisky cerca qualcosa in più qui fa fatica a trovarlo. E per di più fa fatica anche a berlo, perché l’alcol è davvero proibitivo. C’è di buono che se non vi piace potete metterlo nella Vespa: a occhio rende più della miscela. 76/100.

Port Askaig 19 yo (Speciality Drinks, 50,4%)

A Port Askaig ci sono: un porto dove attraccano i traghetti dalla Mainland, un distributore di benzina, un hotel e una bellissima vista sullo stretto del Sound of Islay e sulla vicina isola di Jura. Ah, c’è anche la più grande distilleria di Islay, Caol Ila. Se siete esperti di indovinelli, un’idea di quale malto risieda in questo imbottigliamento della società gemella di The Whisky Exchange ve lo sarete fatto. In Italia lo importa Velier e al neo-milanese Marco Callegari si deve questo gentile sample di 19 yo. Al naso si respira la pioggia sugli scogli: è un arazzo molto ben intarsiato di sensazioni che vanno dalla salamoia alle cozze, dalla torba salmastra all’inchiostro. È decisamente marittimo, con del pesce affumicato (halibut o merluzzo, comunque quei pesci che in Scozia ti servono anche a colazione). L’alcol e il legno non si sentono per nulla, in compenso fanno capolino note “sporche” come di pollaio e gomma e un lato fresco e quasi medicinale, tra il sedano e il mentolo. Frutta gialla a chiudere il cerchio (mele renette, limone e banana). Con due gocce d’acqua si fa più grasso ed emerge del cuoio. Olfatto godurioso e maturazione profonda, non di quelle accelerate da botti troppo cariche. Al palato se possibile è anche meglio, perché riesce a sembrare puro e cremoso allo stesso tempo. L’attacco è morbido, con limone candito e cereali al miele, e oleoso (olio di mandorle). Poi emerge tutta la parte isolana: la marinità delle ostriche e una torbatura “verde” di erbe bruciate e canfora. La frutta sta in disparte e ricalca quella del naso. Con acqua si fa un po’ più astringente: meglio senza. Il finale è lungo e piacevole; limonata calda con miele, medicinale e – ora sì – un tocco di legno.

Fragrante nel suo senso migliore, ogni sentore squilla ed emerge nitido e tutti insieme si fondono alla grande. Non è semplice unire una profonda marinità quasi ittica e una morbidezza da crema di frutta: la crostata di merluzzo non è esattamente un piatto comune. Capolavoro di equilibrismo naturale. 89/100.

Irish malt very old (2016, Liquid treasures, 49,6%)

Restiamo nel Commonwealth ma le cose si fanno complicate per i detective. Cosa sappiamo, direbbero i giornaloni? Poco. Non solo socraticamente, che tutti noi sappiamo di non sapere. Anche concretamente perché l’etichetta è trasparente come un discorso di Aldo Moro. C’è una foca con la tuba che balla in spiaggia; c’è scritto che stiamo bevendo una delle 123 bottiglie di un Irish whiskey; il malto è “molto vecchio”. Il che – considerando che il colore è quasi trasparente – è un bel mistero. Via col naso, direbbe Lapo. Se ci fossero i whisky-gazzosa questo sarebbe il re della categoria, perché sfoggia tutta una teoria di note fresche e frizzanti: sorbetto all’ananas, mela Granny, kiwi, bacche (ribes bianco e soprattutto uva spina). A dispetto del nome, risulta piacevolmente acerbo, con un’acidità che ben si amalgama ad una certa dolcezza vanigliata e zuccherina molto Irish. Pian piano si fa anche un po’ più pungente, con cardamomo e lemon grass. A un certo punto balena una nota di minestra, ma forse è di nuovo la vicina che esagera con la pastina in brodo, eh. Il limone domina anche il palato, ma è limonata zuccherata più che succo. Poltigliette di frutta gialla (pera, banana e ananas) e miele di acacia. Il sostrato dolce e ammiccante rimane, ma rispetto all’olfatto viene sostenuto anche da una solida stampella di spezie, pepe in primis. L’aggiunta di acqua aumenta la dolcezza e fa da catalizzatore a un lato erbaceo che somiglia tanto allo sciroppo alla menta. Finale non lungo e senza ulteriori sorprese: pera dolce e zenzero candito.

I rabdomanti della complessità indirizzino il loro bastoncino altrove, perché questo è un whisky semplice e chiaro. Il che non toglie che sia estremamente ben fatto, con una frutta scintillante sugli scudi e una freschezza davvero piacevole. È una bella bevuta estiva, per stare senza pensieri (cit. Gomorra). Ecco, magari l’unico pensiero è il prezzo: 180 euro per non sapere cosa si beve non sono pochi. 86/100.

County Louth (2003/2017, Valinch & Mallet, 51.5%)

Si resta nella verde Irlanda e si perlustra la mappa. Dove dannazione è la contea di Louth? Eccola là, al confine con l’Ulster, sopra Drogheda, la città favorita da Pablo Escobar (battuta imbarazzante, ok). La contea – guarda caso – ospita una sola distilleria, quella di Cooley. Ma chi può dire se è davvero il suo distillato? Ad ogni modo, quello imbottigliato da Fabio e Davide è un single malt invecchiato in uno sherry hogshead per 14 anni. Ne sono saltate fuori 329 bottiglie (e a occhio sono anche già esaurite). Il fatto che sia un single malt e l’apporto dello sherry travestono l’irlandese da scozzese, ma una certa delicatezza di sentori è come l’accento: inconfondibile. L’abbinata pera-banana c’è, ma rimane seduta sul sedile posteriore. Guidano le note sherried: in primis cioccolato al latte e nocciola. Ma anche un tè alla pesca fresco e noce moscata. Il legno regala suggestioni di lucido da scarpe. Interessante, anche se non intensissimo. Al palato – nonostante un alcol un po’ esuberante – è molto compatto. C’è ancora il cioccolato al latte, forse pralina al caffè. È senz’altro dolce e spesso, miele di castagno e datteri. La frutta si fa matura e tropicale e balenano mela e mango. Pian piano si fa più asciutto e il lussureggiante burro sciolto lascia spazio al legno verso un finale bello lungo, dove mandorla e pepe bianco arricchiscono la sensazione di generale dolcezza.

C’è della fierezza, nella diversità di questo bicchiere. Una specie di ribellione alle regole della casa, come i figli dei ministri che diventano no global. La cremosità generale è senz’altro una qualità, così come le piacevoli sensazioni tostate tra cacao, caffè e frutta secca. Una inaspettata virata sul secco lascia spiazzati, ma abbiamo conosciuto figli di ministri decisamente più insopportabili. Ribelle con una causa. 85/100.