Puni ‘Vina’ (2018, OB, 43%)

La distilleria italiana Puni ha di recente sfornato due nuovi whisky, entrambi di 5 anni. Il primo, ambiziosamente chiamato Gold, si è giovato di un invecchiamento in barili ex bourbon, mentre il whisky di oggi ha riposato in botti di quercia europea che hanno contenuto Marsala. Ultimamente questa tipologia di affinamento si sta facendo sempre più largo nella mente dei guardiani delle cantine, accanto ad altri vini liquorosi come Porto e Sauternes; e proprio Puni, legando idealmente le estremità italiane, sembra avere un debole per i sentori tipici del vino siciliano, avendo già avuto modo di legarvi il proprio distillato, con risultati invero alterni, con Opus e Alba.

N: la prima nota, spiazzante, ricorda nitidamente la gomma, anzi: una boule dell’acqua calda. Fortunatamente va scomparendo man mano. Una nota evidente di brandy all’arancia (leggi: Grand Marnier), e in generale l’arancia sembra il sentore più evidente (caramella gommosa all’arancia). Ha una punta acetica che ci fa venire in mente l’aceto di more. Zuccherino, astrattamente.

P: attacca molto alcolico (proprio come sapore, non come intensità), poi si apre verso sentori più dolci: innanzitutto ancora aceto di more (e forse di mele), poi tanta albicocca disidratata. Castagnaccio (o biscotti di castagne). Un senso di legno muffito. Strano, molto strano…

F: non lungo, diviso tra castagna e albicocca secca.

Già assaggiando l’Alba avevamo riscontrato una certa acidità, marcata e totalizzante.In generale questo Vina ci pare abbastanza semplice e forse non proprio centratissimo. Ma soprattutto, al di là dell’ingenuità di un distillato che con invecchiamenti più robusti crediamo ci stupirà, registriamo il ripetersi di una nostra idiosincrasia verso le maturazioni piene in marsala. Non prendetela sul personale, il problema è tutto nostro: 72/100. Registriamo in chiusa un elemento solo positivo: come già il Gold, anche questo Vina costa un po’ meno rispetto alle precedenti release (siamo intorno alle 50€), e ci sembra in assoluto un ottimo segnale. PS: vi abbiamo mai raccontato del nostro reportage su Puni scritto per Rivista Studio? No? Eccolo qui.

Sottofondo musicale consigliato: davvero difficile resistere alla tentazione di piazzare una hit certo immortale di Jenny MarsalaFeuer.

 

Puni ‘Gold’ (2018, OB, 43%)

Una delle release più attese di Puni, l’unica distilleria di whisky italiana: il primo 5 anni interamente maturato in barili ex-bourbon. Si tratta anche in questo caso di una miscela di cereali (dunque non single malt) che comprende grano e orzo maltato dalla Germania e segale locale, altoatesina. Per una scheda della distilleria rimandiamo al nostro reportage di un paio d’anni fa, indiscutibilmente il miglior pezzo di giornalismo mai scritto sul whisky italiano – siamo ancora in attesa del Pulitzer, confidiamo che arriverà. Siccome Puni è sempre molto attenta ai dettagli di design, ci piace segnalare la scatola della bottiglia, che nel cartone replica la struttura della bellissima architettura esterna della distilleria.

N: l’apporto del barile è molto chiaro e convincente: abbiamo note di vaniglia, di crema pasticciera, di zucchero a velo. Non disdegna anche un inserto di frutta più marcato, con un poco di banana matura, profumata e aromatica. A tratti vien fuori il sentore del distillato che svela l’età sempre giovane, con note di canditi e di pera. Non complesso ma decisamente piacevole, delicato come nello stile di Puni.

P: l’impatto conferma la delicatezza, che qui forse è fin troppo… delicata. Molto beverino ma anche un po’ deboluccio di corpo. I sentori del naso si confermano qui al palato, anche se in una versione attenuata: e dunque, ancora, un po’ zucchero a velo e di pera, qualche punta di pepe bianco (come peraltro riportato dalle note ufficiali) e una qualche innegabile speziatura. Un sentore nitido di pane.

F: non lungo, non troppo persistente, resta ancora un senso astratto di zucchero a velo e qualche nota erbacea, dal distillato, e ancora di pane.

Senza dubbio l’anima gentile di Puni è in bella evidenza in questo Gold, e in particolare il naso è foriero di non poche soddisfazioni: il palato curiosamente è molto leggero, un poco debole di corpo, ma sostanzialmente coerente con il naso. Se da un lato non possiamo che applaudire a un imbottigliamento ‘per tutti’, che dovrà diventare membro stabile del core range e al ricalibramento dei prezzi (erano sempre stati un po’ alti, secondo noi, ora questa bottiglia viene a casa con circa 50€), dall’altro non sappiamo nascondere una certa delusione proprio per l’eccessiva timidezza di questo whisky: abbiate coraggio, amici di Puni, alzate la gradazione e spingete un po’ di più sull’intensità! Resta un dram più che dignitoso, intendiamoci, solo pare sempre avere il freno a mano tirato: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Forest Swords – Crow.

Tobermory 22 yo (1995/2017, Valinch&Mallet, 51,5%)

Negli ultimi due anni presso gli imbottigliatori indipendenti si sono letteralmente moltiplicati i single cask di Tobermory, amena e discussa distilleria dell’isola di Mull, soprattutto di metà anni ’90 – e questa è una fortuna per gli appassionati… Con Tobermory non ci si annoia mai, anche grazie alle molte imperfezioni del distillato! Oggi posiamo gli artigli su una release dell’anno scorso da parte di Valinch & Mallet, indie bottler italiano in costante “crescita reputazionale”, per usare una formula orrenda: tutto merito delle ottime scelte di Fabio Ermoli e Davide Romano, che peraltro ringraziamo per il campione. Questo whisky è un single cask di 22 anni maturato in sherry, imbottigliato al grado pieno di 51,5%.

N: mamma mia, che spettacolo – è uno spettacolo tutto sballato, situazionista, ma è bellissimo! Si parte con una serie di descrittori eccentrici: si va da sentori ‘carnosi’, molto  meaty, a un senso di aria di mare, iodio, fino a pacchi di cacao, di carruba; legno umido di cantina. Il tutto appare sì eccentrico, ma si ricompone inaspettatamente in un profilo nel complesso elegante. Troviamo anche scorza d’arancia e caramello – c’è poca frutta ma tanta, tanta personalità e tanta opulenza d’aromi.

P: rimangono degli accenti sicuramente molto personali, con ancora sfumature sulfuree e di carne, però si normalizza verso note più fruttate. Frutta gialla gradevole e zuccherina (tipo confettura d’albicocca), poi ancora molto cacao e arancia. Molto tagliente, sottile, e pure molto compatto come sapori. In generale, la botte si lascia molto assaporare, e scommetteremmo che si tratta di un refill – così ci permettiamo di immaginare note di legno esausto, umido.

F: lungo, persistente, iodio ancora, poi cacao e ancora un legno suadente e setoso.

Molto interessante e senza dubbio molto divertente: un po’ scombinato, con note del tutto incoerenti, ma al contempo complesso, pieno di sfaccettature. La fase olfattiva resta la più goduriosa, mentre il palato – a dirla tutta – resta un po’ esile come corpo, per quanto non difetti in varietà e complessità. Probabilmente dividerà, perché per apprezzarlo appieno bisogna non temere note sulfuree e di carne: noi però non ci noveriamo in quella schiera di pavidi, e dunque appuntiamo un convinto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Aznavour – She.

Ghibinet 8 yo (2016, Gluglu 2000, 51,7%)

Mauro Leoni, animatore dello storico club Gluglu 2000, una ne fa e cento ne pensa. Ad esempio è già da qualche mese che la Single Malt Whisky Society è tornata in italia, manco a dirlo grazie al suo impegno; quasi due anni fa, invece, vedeva la luce quello che lo stesso Glen Maur definì “il primo single malt italiano”: distillato a partire da orzo maltato inglese e tedesco nella distilleria bormiese Peloni (la stessa che produce il Braulio, per interderci), il Ghibinet ha trascorso otto anni in una botte che aveva contenuto in precedenza Caol Ila. E poi, e poi… eccolo sbucare come se nulla fosse da un banchetto del Milano Whisky Festival, quasi a voler richiamare la genesi del nome che porta: Ghibinet, la notte dei doni, dal tedesco “gaben nacht”. In Alta Valtellina, nelle vigilie di Natale, Capodanno ed Epifania, i bambini passano nottetempo casa per casa chiedendo doni, secondo un’antica usanza. E noi ci siamo sentiti tanto dei pargoli a ricevere inaspettatamente un campione omaggio di questa strana creatura…
Ne esistono 180 bottiglie da 70 cl e 200 da 20 cl, se vi venisse voglia di un assaggio.

Ghibinet_2008_V1aN: molto aromatico: spiccano sulle prime note profondamente erbacee, con rabarbaro, eucalipto, erbe di montagna… ci ricorda le caramelle svizzere tanto celebri di questi tempi. Il legno, impregnato di fumo di Caol Ila, ha effettivamente ceduto molto del carattere del distillato originale al nipotino italico: note di posacenere, per la verità più robuste del consueto stile di Caol Ila, e un’accennata marinità (salamoia, olive nere). Per il resto, oltre ad una leggera vaniglia, troviamo non tanto una dolcezza fruttata, ma nitidi sentori di cereale zuccherino (porridge).

P: l’impatto è massiccio, anche se a tratti l’alcol pare emergere fin troppo, restando un po’ slegato. Il distillato si sente molto, anche se non nell’accezione di molti new make scozzesi, che pur se erbacei riportano alla mente canditi e lieviti; piuttosto si sente nitido il sapore del cereale dolcino, molto secco. Ancora iper-erbaceo, con infinite note di eucalipto, infusi di erbe… Glen Maur parla di un velo di vaniglia, poi pare proprio di addentare un chicco di grano. Per il resto, domina la scena il fumo, ancora molto intenso, forte e ‘sigarettoso’, con note marine (ancora sale e salamoia). 

F: erba fresca e fumo, lungo, lunghissimo e persistente; ricorda decisamente certi mezcal, erbacei e fumosissimi.

Per certi versi il Ghininet sa essere più scozzese di uno scozzese, super secco e nitido. Ci è sembrato di bere un malternative, a dir la verità, a metà tra un mezcal, un whisky isolano e una grappa nostrana secchissima. Esperimento approvato, ma per dargli solidità bisognerebbe continuare a distillare, sperimentare. Noi attendiamo fiduciosi e incoraggiamo con un 78/100.

Sottofondo editoriale consigliato: non potevamo non rilanciare un’intervista a Telemonteve Livigno di Mauro Leoni, che tra tante cose spiega da dove viene il nome del club Gluglu, che richiama il “rumore tipico di una Samsonite rigida con dieci bottiglie di whisky all’interno”. Beh, capolavoro!

Puni Nova #02 vs Puni Nova #03 (2016 e 2017, OB, 43%)

Nova è uno dei due imbottigliamenti ‘base’ di Puni, distilleria altoatesina di cui non sappiamo stancarci di lodare il lavoro. Grazie alla consueta gentilezza dello staff, e di Julia in particolare, abbiamo ricevuto campioni del Batch #02, edizione 2016, e del batch #03, uscito nel corso dell’estate 2017. Trattasi di un (anzi, due) tre anni: miscele di quercia europea ed americana. Facciamo per comodità una sola recensione in confronto, come già provato per le due versioni di Puni Nero, ma, d’altro canto, reason is in comparison.

N: pur avendo la medesima età dichiarata, il batch #02 si presenta subito leggermente più ricco di sentori di lieviti, canditi, mash tun, e con una componente alcolica più leggermente avvertibile. Volendo riassumere in una figura unica, la differenza (se pure, attenzione!, di sfumature si tratta) è quella che passa tra una pera matura e una pera acerba… Per il resto, i punti comuni sono tanti: la morbida vaniglia, la buccia di banana verde, una mandorla fresca, olii essenziali di limone; un leggero pan di Spagna. Col tempo e l’ossigeno, in entrambi cresce la vaniglia, quasi la crema pasticcera.

P: come già accaduto per il batch #001, il batch #02 esibisce in pieno un’austerità singolare (pane, cereale, erba fresca), giocando le sue carte su un nonsoché di secco e amarognolo che sorprende; il batch #03, tuttavia, come già al naso ci appare leggermente più equilibrato e forse più di nostro gusto, risultando maggiormente equilibrato. Aumenta infatti una certa consistenza cremosa e fruttata: frutta gialla, forse financo banana. Volendo riassumerli entrambi, comunque vaniglia, cereali e pera, lieviti e (semino di) limone; la buccia di mandorla, amara.

F: per entrambi il finale è componente pregevole, con una bocca che resta pulita, intensi sentori di frutta secca oleosa (mandorla, noce) e l’evidenza dell’apporto del bourbon.

Veniamo alle considerazioni finali. Innanzitutto, chiariamo che la consistenza è notevole, le differenze (necessarie quando si imposta un imbottigliamento in batch) sono davvero minime, sfumature, e il profilo è effettivamente molto molto simile. A voler dire la nostra, comunque, 02 si prende 80/100, 03 si prende 81/100, ci sembra più cremoso, più ‘maturo’, anche se proprio di poco.

Sottofondo musicale consigliato: Angel Canales – Dos Gardenias.

Puni Sole batch 01 (2017, OB, 46%)

Dopo aver assaggiato i due Nero, edizioni speciali di Puni introdotte nel 2016, oggi mettiamo alla prova Sole, la ‘special release’ del 2017 (dispiace se la chiamiamo così?) – si tratta di una maturazione più tradizionale rispetto a quella in Pinot nero, ed è la prima volta che entrano dei barili ex-sherry in un imbottigliamento ufficiale della distilleria italiana, a quel che ci risulta. Due anni in bourbon e altri due in Pedro Ximenez, Sole è tributo al sole (ah!) che fa appassire le uve e al metodo solera usato nella maturazione dello sherry – fughe foniche, giochi linguistici e metafore ardite, eh.

N: davvero tutto molto esuberante anche se a suo modo delicato. Dimostra una bella maturità per l’età che ha. Anzitutto pare che venga accidentalmente versato un bel barattolo di miele nel naso, poi tante pesche, albicocche, vaniglia e crema pasticcera. Come da tasting notes ufficiali della distilleria, troviamo un bel lato agrumato a base di scorza d’arancia. Piacione, piacente,piace.

P: anche in bocca una sensazione di miele liquido lega tutto il palato. Fresco e agrumato (biscotto all’arancia) con in più generose note di mele e pesche. Invero, molto semplice e diretto, ma senza veri difetti e anzi con qualche evidente pregio. Tipo quella sensazione dì pasticcino pastafrolla e crema… mmm!

F: di media durata. Richiami alla botte con frutta secca: noce e mandorla.

La qualità è indubbiamente alta: rispetto ad altri imbottigliamenti è più ‘normale’ come profilo, con il cereale meno evidente, meno nudo se confrontato al Nova – meno speziato del Nero, certo più ‘centrato’, a nostro gusto, rispetto all’Alba, con cui condivide un concept virato su una sobria dolcezza. Non bisogna aspettare una complessità travolgente, ma se cercate un buon whisky dolce, pieno e diretto, questo Sole fa per voi. Bravi ragazzi, e grazie a Julia per il sample! 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mink DeVille – Spanish Stroll.

Puni Nero (2016, OB, 43%) vs Puni Nero (2017, OB, 46%)

Continuiamo il nostro viaggio all’interno dei confini di Puni, la distilleria altoatesina più amata dagli appassionati dell’acquavite di cereali – e te credo, dice, è pure l’unica a far whisky in Italia! Siccome poi ci piace autocelebrarci, vi rimandiamo a questo nostro reportage sulla distilleria pubblicato da Rivista Studio. Questa volta affrontiamo Puni ‘Nero’,  edizione limitata in due versioni, 2016 e 2017: trattasi di whisky maturato per tre anni (o quattro, per quel che riguarda il 2017) in barili di Pinot Nero locale. Siccome li assaggiamo uno al fianco dell’altro, incorporiamo il confronto tra le due espressioni in un’unica recensione. Ha senso, non ha senso? Secondo noi sì, quindi procediamo.

l’edizione 2016

N: pare che anche nelle distillerie sappiano associare i loro whisky a dei descrittori, sorprendente, vero? Così ci sentiamo di approvare appieno le tasting notes ufficiali allorché descrivono entrambi i batch di questo Nero come dominati da buccia d’arancia e prugne secche. Davvero l’agrume è molto pronunciato, con note al limite del sulphury con la buccia di un’arancia troppo matura. Sono due nasi “scuri” e molto carichi in effetti, ma scavando più in profondità, e volendo a tutti i costi trovare minime differenze, il 2016 sembra essere più ‘fresco’ e succoso, con più frutta rossa (e nera: quanto mirtillo) e un che di vaniglioso, mentre il 2017 ci sembra più liquoroso e speziato, e chissà che la gradazione alta non influisca nelle percezioni… Per entrambi, comunque, l’apporto vinoso è piuttosto marcato ma mai eccessivo, anzi.

P: al palato le differenze, fortunatamente, sono più evidenti: il 2016 è molto equilibrato, dolce ma non ruffiano, facilmente si potrebbe confondere con un giovane whisky scozzese costruito su barili ex-sherry: c’è frutta rossa (mirtilli, more, uvetta), c’è cioccolato, c’è del cereale ‘grezzo’ ma accattivante; poi arancia rossa. Il 2017, per contro, è meno fresco, più affilato, con un legno che non sempre pare accordarsi al distillato, e coi tre gradi in più che sparano un po’. Aumentano decisamente le spezie (al limite del panforte), aumenta certo una dolcezza vanigliosa ma soprattutto c’è un senso di slegato complessivo e di bustina di tè dimenticata nell’acqua calda (overinfused).

F: tornano più simili qui, entrambi su mirtilli e legno caldo, e vaniglia, anche se il secondo ha un ‘fuoco’ alcolico più aggressivo, al limite del peperoncino.

Noi non abbiamo dubbi nel confronto: il batch del 2016 ci sembra migliore, più complesso e più riuscito, soprattutto grazie ad un palato sensibilmente diverso. 84/100 al 2016, mentre al 2017 assegneremmo 79/100. Il secondo non si giova della gradazione più alta, e anzi appare sensibilmente più alcolico – e paradossalmente sembra anche più ‘giovane’, più grezzo, se vogliamo. Forse un anno di troppo nel barile? Non sapremmo; quel che sappiamo per certo è che dallo shop online il primo batch è esaurito… Un commento conclusivo: la prossima settimana assaggeremo altre due espressioni di Puni, e ci teniamo a notare come tra tentativi ed esperimenti la qualità media resti sempre molto alta: ci aspettiamo grandi cose da voi nel futuro! Grazie alla bellissima Julia e all’intero staff di Puni per la costante gentilezza (e – naturalmente – per i campioni!).

Sottofondo musicale consigliato: Portugal, The Man – Feel it still.

Puni ‘Nova’ (2015, batch #1, OB, 54%)

punivalleSabato scorso abbiamo avuto il piacere di tornare a Puni, la prima distilleria italiana di whisky: ne abbiamo già parlato in passato, ma ci piace ribadire il nostro pieno supporto ad un progetto molto ambizioso, curato nei minimi dettagli (dalla splendida architettura dell’edificio agli alambicchi Forsyths di Rothes alla cura nel marketing). Peraltro, anticipiamo una grande novità: come sapete, Puni ha usato negli anni scorsi una miscela PUNI - Kubus 3di cereali (orzo maltato, segale altoatesina e grano), ma da questo gennaio sta distillando solo orzo maltato; quindi, con un po’ di pazienza, avremo anche il primo single malt whisky italiano! Lo scorso autunno il distillato di Puni ha compiuto tre anni, e dunque può ufficialmente fregiarsi del titolo di whisky. I primi imbottigliamenti sono stati Nova ed Alba, entrambi a grado pieno per il batch #1: il secondo è una miscela di botti ex-Marsala, a unire idealmente Alto Adige e Sicilia, finite poi in botti ex-Islay (noi avevamo assaggiato un single cask ex-Ardbeg, ma in distilleria assicurano di essersi riforniti da diverse distillerie ‘torbate’, e si tratta di botti che avevano contenuto whisky tra i 7 e i 20 anni), mentre quello che assaggiamo oggi è un mix di botti ex-bourbon first fill, finito in botti di rovere vergini. Bando alle ciance, via con l’assaggio.

puni-nova-single-malt-batch-2-43-0-7l-gp_1400x2000N: a 54%, abbastanza accogliente: rivela un profilo schietto e con una bella acidità, che da subito ci richiama l’accoppiata ‘pera e limone’: freschi, ma anche in centrifuga. Poi c’è enfasi – ovvia – sul distillato, con note ampie di cereali zuccherini, di lieviti: insomma, sa proprio di distilleria al lavoro. Yogurt (alla banana), pasta di mandorle ed una vaniglia molto delicata. Delicata perché – intendiamoci – siamo di fronte a un naso per nulla ruffiano, orgoglioso delle sue nudità.

P: …e anche al palato non concede nulla al cliché del bourbon cask più ‘cremosone’ e facile; anzi, si presenta austero e raffinato, di una pulizia davvero esemplare; salgono ancora i cereali, con note di pane (cotto a legna), anche leggermente amaricanti, di quel lieve amaro del cereale. Non c’è infatti una dolcezza bourbonosa troppo marcata, ma quel senso di dolceamaro della frutta secca (buccia di mandorla). Ancora la pera (yogurt alla), limone, e un senso di frutta candita.

F: medio-lungo, pulito e cerealoso, con un inatteso ritorno di vaniglia cremosa ed ancora pane, mandorla e frutta secca.

12669624_1105423922809265_4585188219463096566_nTemevamo un whisky fin troppo rinforzato di vaniglia dolciona, viste le botti ex-bourbon a primo riempimento e quelle di legno vergine, e invece Puni ha avuto il coraggio di rimanere focalizzata sulla miscela di cereali e sulla pulizia del distillato, mantenendo così le promesse dei primi imbottigliamenti che ancora, tecnicamente, non erano whisky; il risultato è garbato ed elegante ma per niente banale, e in tutta onestà ci è capitato di assaggiare coetanei scozzesi non altrettanto convincenti. Quindi, ci piace premiare questo imbottigliamento con un 84/100. Questo primo batch, in edizione limitata, è piuttosto costoso, coerentemente con le linee del mercato di adesso e con le ambizioni dei proprietari; il #2, con grado ridotto a 43% è decisamente più avvicinabile, e dopo averlo apprezzato in distilleria, lo recensiremo qui nelle prossime settimane.

Sottofondo musicale consigliato: Tessa Rose Jackson – The Pretender.

Puni Opus 1 (2014, OB, 53,7%)

tavolo di lavoro
tavolo di lavoro

La scorsa settimana Puni, l’unica distilleria italiana di whisky (ne avevamo già parlato ad esempio qui), ci ha usato la cortesia di inviarci un sample ufficiale di Opus 1, il primo di una serie (Opus, appunto) di edizioni limitate, ciascuno dedicato ad un particolare ‘progetto’ di Jonas, il distillery manager. In questo caso si tratta di un vatting di due botti, una ex-Marsala (225 litri) con distillato di due anni ed una, più piccola (50 litri), con distillato di un anno, “ex-Islay”, vale a dire una botte in cui era già stato invecchiato un torbatone; il tutto miscelato e tenuto a riposare in taniche di acciaio inox per cinque mesi. Tempo fa noi avevamo assaggiato un sample di botte di un 7 mesi in botte ex-Ardbeg che ci era piaciuta non poco… Sarà la stessa? Ad ogni modo, come è evidente non siamo di fronte ad un “whisky”, tecnicamente (troppo bassa l’età), e per quello dovremo aspettare la primavera dell’anno prossimo; i ragazzi di Puni hanno però dimostrato di lavorare molto bene, con un distillato ‘puro’ di qualità, e non disperiamo di trovare soddisfazione anche in questo primo esperimento ‘d’autore’.

Puni-OpusIN: l’alcol si sente poco, tutto sommato. Note di limone e pera: diciamo pera acerba? L’impressione generale è quella di un whisky ‘secco’, e la cosa è particolarmente evidente annusando un precedente campione 14 mesi ex-bourbon (vero tripudio di cremosità e peraltro davvero promettente): questo Opus è secco e speziato, supportato da note ‘dolci’ di zucchero di canna, un filo di melassa. Il quinto di miscela ex-Islay si fa sentire, non tanto per il fumo, quanto per un’intensa nota di torba acre, fresca, vegetale, minerale (lana bagnata in quantità), ed anche una bella increspatura iodata. Questa quota, se pur minoritaria, va a indebolire il lato più vinoso/dolcioso e si impone dando un buon equilibrio. Con acqua, affiora una nota più calda, diciamo di caramello salato.

P: si sente nettamente quel che ci si aspetta, ma rispetto alla quota di botte miscelata i rapporti di forza sono ribaltati: la torba vegetale, e qui anche più esplicitamente marina e fumosa, salata e molto acre, domina sul lato vinoso. Il risultato, ancora una volta, è secco, spigoloso (ci piace), con qualche emersione di canditi e di distillato giovane (ancora pera e limone, cedro).

F: impressionante dominazione isolana, ancora acre e salato; caramello e tabacco; canditi.

Qui la sensazione è che la piccola quota di distillato maturato in ex-Islay operi una sorta di doppia sottrazione: sia al distillato, quasi un new-make, sia alla vinosità dell’apporto della botte di Marsala, sfinando il tutto e raggiungendo un notevole equilibrio disequilibrato, di non impressionante complessità ma senz’altro di tagliente piacevolezza. E teniamo conto che si tratta di distillato veramente, veramente giovane… Di solito non diamo voti numerici a prodotti che ancora non sono whisky, ma se dovessimo farlo qui daremmo 80/100: veramente piacevole, certo 68 euro per una bottiglia da mezzo litro è un bel prezzo… ma d’altro canto, bisogna supportare le startup, o no? Bravi ragazzi, e grazie del sample; ci vediamo a Milano! Più o meno in contemporanea, dovrebbero uscire le note di whiskysucks e del Bevitore Raffinato, e da Davide abbiamo già raccolto private impressioni positive; mercoledì anche Oliver ha recensito, per il pubblico anglofono.

Sottofondo musicale consigliato: The DoorsShaman’s Blues.