Yoichi NAS (2018, OB, 45%)

Yoichi è una delle distillerie più antiche (1934) del Giappone e sicuramente tra quelle che più hanno contribuito ad alimentare l’interesse attorno ai whisky del Sol Levante. A un bel momento succede però che la casa madre Nikka rimanga coi magazzini mezzi vuoti e decida di rimediare demolendo il core range della distilleria e rilanciando con un più pratico whisky senza età dichiarata. Noi non ci scandalizziamo di certo, anche perché abbiamo appena bevuto un altro NAS in edizione limitata di Yoichi, e non era niente male. Assaggiamo dunque, e scordammoce o’ passato, come si dice.

nikka-yoichi-nasN: non nascondiamoci, la gioventù del distillato si sente, netta, con note di cereale, quel senso di ‘acidità’ da lieviti, un po’ di canditi… Ma non appare un difetto in questo contesto, perché tutto è molto piacevole: il cereale domina la scena, con briosche, biscotti al malto, un poco di miele e un mero cenno di cera. Poi si sente “quella cosa lì” che ci fa impazzire di whisky scozzesi come Springbank e Highland Park: quella torba lieve, molto marina, che non sembra fumo ma sembra terra bagnata, al massimo un qualcosa come il cerino spento. Molto piacevole.

P: piuttosto coerente, però qui la componente torbata e marina si prende ancora più spazio: la dolcezza resta quasi in disparte, ancora di gioventù e di cereali (crosta di pane, canditi, una spruzzata di miele). Il resto è mare, salamoia, oliva nera, con una venatura torbata, qui più fumosina che non al naso, davvero gradevole. Semplice ma complesso, se ci intendiamo – e se non ci intendiamo, beh, assaggiatevelo da soli!

F: di media durata, persistente, con un biscotto digestive pucciato in acqua di mare, con un’oliva affumicata sopra. Detta così suona proprio male, ma abbiate fiducia.

85/100 è il nostro voto per un whisky da bere generosamente, sincero e giovane, ma non privo di spunti da campione vero. Yoichi rimane un attore di primo piano e l’impressione è che lo rimarrà ovunque le sorti del mercato giapponese lo porteranno. Si trova attorno ai 70 euro, non poco ma oggigiorno siamo su cifre ancora ragionevoli.

Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande, Miley Cyrus, Lana Del Rey – Don’t call me angel

Chichibu 2011 Pinot Noir Cask (2018, OB per Sexy Fish Bar, 60,2%)

un bancone importante

La nostra settimana di Chichibu si chiude là dove è iniziata, cioè al Sexy Fish Bar in Berkeley Square a Londra. Grazie alla chiacchierata con Daniele Terragnolo, un gentilissimo ragazzo trentino che lavora dietro al bancone del Sexy Fish, ci siamo decisi ad assaggiare il single cask imbottigliato pochi mesi prima in esclusiva per loro – sei anni in un barile ex-pinot noir Chassagne-Montrachet (#5253) e la consueta gradazione alta. Un suggerimento: sappiamo che i prezzi sono alti, ma al Sexy Fish la selezione di whisky giapponese aperto è davvero impressionante, e con la formula delle mezze dosi si riesce ad assaggiare una discreta varietà di cose altrimenti introvabili. Se siete a Londra, dedicategli un paio d’ore.

N: 60 gradi sono splendidamente mascherati e fin da subito è un piacere infilare il naso nel bicchiere. La nota principale è quella di un super frutto rosso, succoso e molto ingolosente: soprattutto ciliegie sotto spirito e marmellata di more, a cui affianchiamo volentieri cioccolato al latte e arancia. Si specchia a tratti in una Fiesta. Accanto a tanta cristallina ricchezza, c’è poi un lato più screziato, “marrone”, se dovessimo capirci coi colori, tra la prugna secca e i funghi secchi. Vinoso certamente, ma chi avrebbe l’ardire di parlare di botte ex vino rosso annusandolo alla cieca? Di certo però generose zaffate di legno caldo e umido si fanno largo con una certa prepotenza. L’acqua non sposta troppo gli equilibri, nel senso che aperto era e aperto rimane; si sposta un poco sulla frutta sciroppata, tipo pesche.

P: pur con tanta coerenza rispetto al naso, qui la botte scopre definitivamente le sue carte, donando una spiccata vinosità. La gradazione monstre lo rende davvero esplosivo, mentre come descrittori ritroviamo in ordine sparso ciliegie, more, prugne, arancia secca. Vaniglia e poi un tabacco davvero pronunciato, assieme a un schiaffo di tannini, contundenti anche se non astringenti. Moderatamente sapido, quasi umami.

F: vino e tannino, ciliegia e tabacco, funghi secchi in acqua, coriandolo e scorzetta d’agrumi, chiodi di garofano. Ad libitum…

Bomber!

Alla cieca potremmo scambiarlo per un ottimo sherry cask maggiorenne, spariamo un “Glengoyne” per rendere conto di questa deliziosa succosità. E invece è un whisky molto giovane, invecchiato in una botte ex Pinot Nero: e tutti sappiamo i mostri che, sulla carta, una maturazione del genere può scatenare. Forse meno stupefacente del barile ex-Imperial Stout, che aveva un profilo del tutto inedito, ma in ogni caso questo single cask è di una qualità altissima, con grande intensità e una complessità fuori dal comune. Rinnoviamo il consiglio di passare dal Sexy Fish per assaggiarlo, anche perché questa bottiglia è esclusiva per il locale e non la troverete mai, teoricamente, neppure in asta. Se dobbiamo portare a casa una lezione da questa settimana di Chichibu, beh, la lezione è che Chichibu è davvero un distillato della Madonna, e che regge alla grande praticamente in ogni botte. Che lezione profonda, vero? 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stereopony – Hitoira No Hanabiri.

Chichibu 2011 Imperial Stout Cask (2018, OB for The Whisky Exchange, 59,5%)

Black Rock Bar, Londra

Proseguiamo nella nostra settimana a tema Chichibu, e ci soffermiamo sul single cask #3537, selezionato dai ragazzi di The Whisky Exchange: si tratta di un barile di Imperial Stout riempito nel 2011 e poi imbottigliato nel 2018 a 59,5% – ne abbiamo recuperato un sample al Black Rock, un whisky bar che si vuole rivoluzionario nel cuore di Londra, con uno staff molto preparato, le moltissime bottiglie divise per profilo aromatico e un fiume del loro blend che scorre tra i tavoli. Insomma, roba grossa…

N: mamma mia, che roba… Il naso è incredibile, unico: non abbiamo mai annusato un whisky del genere. La prima cosa che colpisce è una nota intensamente cioccolatosa, ma di un cioccolato misto a caramello fondente, caldo, magari in realtà è caramello salato… Ricorda infatti subito qualcosa di sapido: se dicessimo “croccantino” qualcuno si offenderebbe? E se citassimo della verdura cotta, nello specifico delle coste cotte…? C’è una parte intensamente fruttata poi, diremmo soprattutto mele e prugne cotte (tantissime prugne cotte). C’è una nota di legno di sandalo, e anche di fiori freschi bagnati, veramente notevole. Che naso!, note davvero inusuali.

P: boom!, è un whisky destinato a fare scuola, ad aprire un nuovo capitolo degustativo, o una meteora dovuta all’insondabile mutevolezza del caso? Probabilmente solo Ichiro lo sa. Il whisky è ancora stranissimo, con note che mai avevamo sentito, per lo meno in questa combinazione e con tale virulenza. “Umami in a bottle” pare essere una definizione molto pregnante: c’è un attacco iper-sapido, con caramello salato ancora altissimo, anacardi tostati e salati, in generale frutta secca salata. Agrumi molto evoluti, ha un’acidità difficile da definire, con una birra in fermentazione, forse un po’ di kumqat, i mandarini cinesi. Ha prugne cotte, ancora in quantità, cioccolato con ciliegie.

F: molto lungo, se dovessimo condensarlo in un’immagine (che, per carità, messa così non sappiamo se vi piacerà): prugne cotte salate. Spettacolare.

È molto difficile commentare con ‘oggettività’ questo whisky: è speciale, è stranissimo, con note mai sentite prima in un dram… Umami in a bottle resta in effetti la definizione perfetta. Sicuramente il barile parla a voce molto alta, ma dobbiamo ammettere che non si tratta di strilli scomposti, ma di un canto a suo modo armonioso: ci fa venire in mente Diamanda Galas, se proprio dovessimo rendere l’emozione dell’esperienza. I barili ex-birra non sempre funzionano bene, anzi: in questo caso però il miracolo è riuscito. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Diamanda Galas – Let my people go.

Chichibu 2009 cask #635 (2016, OB for Number One Drinks, 62,1%)

Quest’estate abbiamo fatto una mezza follia: ci siamo incaponiti nel voler assaggiare dei single cask di Chichibu! La cosa non è facilissima, come potete immaginare, dato che i prezzi di queste release hanno raggiunto quotazioni faraoniche, immorali, quasi ridicole a tratti, e difficilmente chi ne compra una bottiglia poi la apre davvero. Sempre meglio un Chichibu dei minibot, o no? Detto ciò, però, il whisky distillato da Ichiro Akuto è sempre stato eccellente, pur così giovane: e dunque ci siamo armati di buona volontà e siamo andati a Londra, terra di (pochi ma) eccellenti whisky bar – ma ci torneremo nei prossimi giorni. Tre single cask, tre invecchiamenti molto diversi: oggi iniziamo la nostra personale Chichibu Week e partiamo con un ex-bourbon, distillato nel 2009 e imbottigliato nel 2016 per i 10 anni di Number One Drinks – un’azienda di cui vorremmo avere delle quote. Cask #635, per i curiosi: quotazione di mercato corrente, intorno ai 900€.

N: molto bourbonoso, al solito fa impressione che l’alcol non si senta. La botte sì però: crema pasticcera, miele, toffee caldo, fudge, cocco (gelato al cocco). Cioccolato bianco a tuono, me lo immagino colante, sarà che sono matto. Mantiene bei sentori di agrume, a testimoniare un senso come di acidità sempre presente. Qui e là sembra emergere un lievissimo sentore minerale, come di un ricordo di torba distante. L’acqua fa esplodere un lato tropical, tutto di ananas, anche essiccato.

P: esplosivo, grasso, anch’esso pressoché privo di alcol, anche se l’intensità è ovviamente a mille. Sembra di addentare un pezzo di toffee al cioccolato bianco, ammesso che esista… Poi è pure più fruttato, banana certo ma anche pesca gialla dolce. Biscotto al burro. Anche qui l’acqua apre sull’ananas, spaventoso.

F: lungo, dolce ovviamente ma molto pulito, a tratti affilato. Pesche taglienti, avere presente? Ehm… Ancora gelato al cocco. Toffee.

90/100, non un punto di meno per whisky speciale, già molto maturo anche se in giovane età. Certo, il barile ex-bourbon si fa sentire in modo massiccio, ma non crediamo valga la pena di lamentarsi troppo. Whiskyfacile per il sociale: il Sexy Fish Bar, che vanta la più spaventosa bottigliera di whisky giapponesi APERTI al mondo, serve una mezza dose (2,5 cl) a 25 sterline. Ne riparliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Ivan Graziani – E sei così bella.

Botti da orbi – Sanremo, serata 3: Nikka Days (2018, OB, 40%)

[Terza serata sanremese, terzo antidoto a Baglioni & Co: grazie Zucchetti, grazie]

m55895e_1Nikka Days (2018, OB, 40%)

Senza scomodare Nilla Pizzi e Gigliola Cinquetti, è il whisky più filosoficamente sanremese di tutti. Ultimo arrivato in casa Nikka, è un blended creato per il mercato europeo che segna il cambiamento di strategia della casa giapponese, pronta ad abbandonare i vecchi Pure Malt colorati. Al whisky di grano si aggiunge malto lievemente torbato (Yoichi). Il risultato è musica leggera allo stato puro, svago senza impegno a colori pastello. Si apre al banchetto del fruttivendolo, con pera, mela golden e prugna gialla. Non mancano fiori (è sanremese o no?) e il cereale, ma tutto rimane lieve, con un accenno di limone amaro. Lo stesso che torna in bocca, in una continua alternanza dolce/amaro, anche se qui è forse più bergamotto. Molto leggero, al cereale e alla vaniglia accosta una freschezza erbacea (foglie, genziana), che si protrae in un finale di sorbetto al limone.

Dammi tre parole, fresco, dolce e leggero. Forse Valeria Rossi non cantava così, ma fortunatamente l’abbiamo dimenticata. Nel complesso un whisky che il suo lavoro lo fa alla perfezione, si beve a garganella e non ha quella stucchevolezza di certi blended della categoria Giovani che ti impastano la lingua di zucchero. Non apriremo il suo fan club, ma se ci capitasse di sentirlo passare per radio non cambieremmo canale.

Ps. La cosa imperdonabile è il tappo di plastica gialla tipo olio di mais. Una caduta di stile che nemmeno Sabrina Salerno e Jo Squillo in shorts che cantavano «Siamo donne oltre alle gambe c’è di più». 81/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Giorgia – Vorrei.

The Glover 18yo (2018, Adelphi, 49,2%)

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un altro Glover, che non c’entra niente con questo whisky

Inauguriamo l’anno, dopo giorni e giorni di postumi da Calendario Avventato, con un imbottigliamento speciale, dotato anche di un suo valore politico, se vogliamo. Assaggiamo “The Glover”, un blended malt di 18 anni di Adelphi, imbottigliatore che ci ha abituato a grandi cose in passato… Dedicata al baffuto Thomas Blake Glover, soprannominato “il Samurai Scozzese”, pioniere del multiculturalismo alcolico e degli scambi anglo-giapponesi, questa serie prevede miscele tra whisky di malto scozzesi e asiatici (niente di nuovo, vero?, ma almeno qui hanno la decenza di scriverlo in etichetta). In questo caso, le aspettative sono particolarmente alte perché si tratta di un blend di Longmorn, Glen Garioch e… Hanyu!, storico produttore giapponese ormai chiuso, dalle cui ceneri è nata la magnifica Chichibu – ma questa è un’altra storia. Beviamo affiancati dai prodi Corrado e Angelo.

adelphi-the-glover-18yoN: la gradazione non passa inavvertita, con l’alcol che qui e là tira degli schiaffetti. Molto aperto e aromatico, con un lato morbido, diciamo “dolce”, con brioche, frutta secca (nocciola, anacardi?), anche un senso di panettone; poi tanta mela rossa, uvetta… C’è poi un lato speziato, tra il sandalo e un che di legno vecchio e crema di marroni. Pout pourri. Dopo un po’ con acqua diventa più grasso…

P: molto piacevole, anche qui l’alcol tende un poco a emergere di primo acchito. Saporito, con un corpo non esplosivo. C’è un che di profumoso, di scoordinato (non inteso negativamente), con un che di legno di sandalo. Poi si sente la quota che diremmo di sherry, tra frutta secca, una timida ciliegia, ancora mela, panettone… Un che di granatina, non dolce però (Angelo assicura che esiste e noi ci crediamo). Con acqua, anche il palato diventa più armonico, molto più fruttato, a ingrossare il profilo di cui sopra.

F: non intensissimo ma lungo, soprattutto su uvetta, buccia di mela rossa e frutta secca.

schermata 2019-01-04 alle 11.49.32Siccome il buon baffuto Glover ha contribuito alla fondazione di Mitsubishi, non possiamo non commentare così: Mitsubishi, mi stupisci! Magari, a voler proprio trovare un limite, non te lo tracanni ‘come se niente fosse’: è molto complesso ed è un vero e proprio malto da degustazione. Consigliamo acqua, ne abbiamo aggiunta non poca e questo ha regalato un’evoluzione strepitosa, nei risultati e nel percorso: il nostro suggerimento, se riuscite a mettere le mani su una di queste bottiglie, è di prendervi del tempo, di godervelo piano piano, perché merita di essere trattato con riguardo. Solo così potrà dispiegare tutta la sua magia: 89/100. Grazie al nostro micino pelosino Samuel per il campione!

Sottofondo musicale consigliato: Television – Mars.

Mars Maltage Cosmo (2016, OB, 43%)

Shinshu Mars Distillery è una distilleria artigianale fondata nel 1985 dalla famiglia Hombo, storici distillatori nipponici. La distilleria, che in realtà ha riaperto nel 2011 dopo 20 anni di inattività, è situata nella Prefettura di Nagano ed è la più alta in quota di tutto il Giappone, stando a 798 metri sopra il livello del mare. Siccome le cose facili agli Hombo non piacciono, si sono messi in testa di produrre solo 25 mila litri di distillato puro all’anno. Per giunta questo Mars Maltage Cosmo, blend presentato nel 2015, è composto da single malt invecchiati in Scozia e finiti a Shinshu. Strano, vero? Sì, anche se in realtà i ben informati ci dicono che la pratica di acquistare whisky scozzese per poi invecchiarlo in Giappone si sta rapidamente espandendo a causa dell’endemica mancanza di offerta che affligge le distillerie del Sol Levante. Un bene, un male? Mah, noi non giudichiamo. Noi beviamo.

N: il primo impatto spiazza un poco: si sente molto la (presumibile) gioventù del distillato, con un portato di aromi che indirizza chiaramente: note evidentissime di lieviti, un qualcosa che ci ricorda l’acqua che rimane dopo aver ravvivato il fungo secco; poi pera candita, pera non candita, agrumi canditi. Resiste in superficie anche una nota strana, leggermente metallica, diremmo di rame. Il tutto è però contornato da un misto di frutta cotta (mele pere prugne) e da un tocco di legno, diremmo di sandalo.

P: ripropone subito le stesse note dei canditi e dei lieviti selvaggi che avevamo trovato al naso – note che però, a dire il vero, sono ammansite grazie a delle inattese note cremose: panna cotta, panna e fragole (una follia: il chupa-chups panna e fragola!), il tutto sempre a braccetto con la frutta cotta del naso. E se ci riconoscessimo un filino di fumino di torbina, ci prendereste per pazzi? Di certo un palato un po’ spiazzante…

F: …e un finale forse ancor più spiazzante: forse la parte migliore, quella in cui meglio sa nascondere le imperfezioni che dipendono dalla gioventù. Sicuramente frutta secca, ancora panna cotta, frutta cotta.

In questo Cosmo noi abbiamo trovato un firmamento di stelle davvero spiazzante. Da una parte c’è una gioventù franca, a tratti anche troppo; dall’altra parte non si può dire che manchi di personalità e anche di una certa complessità. Forse non l’abbiamo capito fino in fondo e non lo premieremo più di tanto, ma un assaggio è caldamente consigliato per allargare i propri orizzonti: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bruno Mars – When I was your man

Ichiro’s Malt ‘Mizunara Wood Reserve’ (2013, OB, 46%)

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Come al solito, il caro Ichiro Akuto dimostra di essere un visionario (altri direbbero “un pazzo squinternato”) blendando sotto il marchio Ichiro’s Malt del whisky di Hanyu, distilleria ormai chiusa da quasi vent’anni, e di Chichibu, distilleria molto giovane ma già di culto tra gli appassionati e i collezionisti. Ichiro sa come si lavora, la qualità di Chichibu è lì a dimostrarlo; al contempo, sa pure come si blenda, dato che gli Ichiro’s Malt sono sempre una garanzia in termini qualitativi. Oggi, grazie alla gentilezza di Marco Callegari e di Alessandro Coggi, assaggiamo la versione ‘MWR’, Mizunara Wood reserve, finita per qualche mese in barili di legno Mizunara, ovvero di quercia autoctona giapponese.

japan_ich2N: l’impatto è straordinariamente accogliente, caldo, morbido e fruttatissimo. Volete sapere di cosa profuma un whisky ‘classico’ e ricco, che sa di whisky? Annusate questo: pesche sciroppate, mele rosse, albicocche mature e succose; poi brioche all’albicocca, caramello, ma con suggestioni anche più ‘legnose’ e profumate, tipo ‘legno di sandalo’; pian piano si apre anche una dimensione più calda, che ricorda nitidamente il tuorlo d’uovo. Molto rotondo, incredibilmente privo di spigoli.

P: ancora rotondissimo e piacione, non si può dire che sia un whisky scarico: tutto sommato coerente col naso, in più si sente una nota di cereale, anzi di pane dolce – ma la variazione più rilevante è di proporzioni, si fa un po’ meno fruttato (per quanto pesche e albicocche, fresche ma anche disidratate restino ben presenti) a tutto vantaggio di quelle note di tuorlo d’uovo. Succo d’arancia.

F: di media durata; oltre ad una bella frutta piacevole, resta un sentore tra il floreale e lo speziato, che sviluppa il sandalo del naso e si ferma appena prima del chiodo di garofano; ci intendiamo?

Piacevole e ‘rotondone’, semplice ed esuberante, come vorremmo fossero tutti i no age… L’apporto del legno Mizunara si sente, con quelle note speziate e legnosine, ma riesce a restare educato, senza stravolgere il tema di fondo dell’imbottigliamento con etichetta a foglia. Certo, ad acquistarlo qui non costa poco (circa 120€), ma è un malto indispensabile per ogni bottigliera attenta al whisky con gli occhi a mandorla – anche perché per metterci Hanyu e Chichibu bisognerebbe comunque spendere molto di più, e dunque… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steven Wilson – People who eat darkness.

Yoichi 10 yo (2017, OB, 45%)

Yoichi – e questo imbottigliamento in particolare – rappresenta una pietra miliare nella storia del whisky. Anzitutto la distilleria ci riporta a un passato antico che coincide con l’approdo del distillato di malto in Giappone: Yoichi, del gruppo Nikka, è infatti la prima distilleria fondata in proprio da Masataka Taketsuru, nel 1934, dopo il suo viaggio ‘di formazione’ in terra scozzese e dopo aver avviato al suo ritorno in patria, dieci anni prima, la distilleria Yamazaki, per conto di quella che sarebbe poi diventata la Suntory. Oggigiorno l’industria giapponese del whisky è dunque già quasi centenaria, per lo stupore dei più: per accorgercene abbiamo dovuto aspettare fino al 2001, anno in cui si compie l’altra storia, quella di questo Yoichi 10 anni, che vince il primo premio assegnato da Whisky Magazine. La giuria assaggia alla cieca e l’Occidente deve ammettere una volta per tutte che i giapponesi ci sanno fare.

N: un bel profilo pieno, abbastanza caldo e pure sempre con quel senso di acidità che spesso arriva dai dram del Giappone. Ci sono deliziose note di brioche all’albicocca (a dirla tutta, c’è un sacco di confettura d’albicocca!), c’è qualcosa di frutta candita (viene in mente la papaya candita, ma anche una più semplice arancia), c’è un appiccicume da miele. Ma non dimenticheremmo delle screziature minerali e leggermente torbate, con una gamma di note che vanno dalla candela spenta alla polvere da sparo, creando un profilo molto, molto interessante.

P: di grande impatto, tiene in primo piano quel lato più sporco, anche se dietro si dipana una dolcezza in costante crescita – sulle prime sembrava delicata, col tempo diventa sempre più intensa. E dunque di nuovo brioche, marmellata d’arancia dolce; c’è una crema catalana sempre più intensa, a proseguire quel senso di dolce-acido veramente degno di nota. E poi cenere, fuliggine, chiodi di garofano ancora…

F: un’infinità di legno speziato, con chiodi di garofano iper persistenti e un che di balsamico-salino che ci fa venire in mente (tenetevi forte) il dentifricio Neo Emoform. Qui la torba dura a lungo, ancora con cenere e braci spente. Ancora marmellata d’albicocca.

Volendo provare a intercettare il pensiero di un giurato qualsiasi di quelli che nel 2001 hanno assegnato il titolo di miglior whisky al mondo a questo Yoichi, beh questo pensiero farebbe più o meno così: “Ehi ma che ricco questo whisky, ha quelle caratteristiche dei whisky ‘di un tempo’, velati e minerali, eppure lo so, lo sento che è un whisky moderno, con quell’assemblaggio di botti così chirurgico e accattivante, guarda com’è speziato d’altronde. Questi non mi fregano, io azzardo: è un Benromach! E poi, e poi… dove avrò messo le chiavi della macchina? E quella hostess che ritira i bicchieri potrebbe essere mia figlia, ma accidenti quanto è debole la carne… ah Benromach, dicevo, non lo so non lo so, è il trentesimo whisky che assaggio! Ad ogni modo se avessi un blog di whisky gli darei un bel 87/100“.

Sottofondo musicale consigliato: Due Lipa – Blow your mind.

Yamazaki 12 yo (circa 2013?, OB, 43%)

Questa è una boccia storica: di fatto è la prima ‘giapponesata’ ad essere stata commercializzata in modo massiccio nel decadente mondo occidentale, e per questo si è guadagnata uno status di tutto rispetto nel panorama del malto. Pioniere insomma, un po’ come Alexi Lalas nel Padova del 1995. Ora – o tempora o mores – anche questo Y12 è stato fagocitato dal mercato matto e disperatissimo, e sostituito da almeno un anno e mezzo da un più snello Yamazaki senza età dichiarata. Ringraziamo Alessandro, il vero brand ambassador del whisky nipponico in Italia, per il copioso sample.

N: un filo pungente, ci stupisce per dei profumi di legno fresco, appena tagliato, molto presenti fin dall’inizio. Al fianco c’è poi un’anima più decisamente fruttata, sulla mela gialla e in generale frutta ‘astratta’, tipo cesto di frutta o macedonia, forse un filino di arancia leggera. Si apre progressivamente su note più cremose, di vaniglia e crema pasticcera. Miele. Confettura di albicocca.

P: c’è un po’ quel profilo fresco e poco impegnativo del naso, tra vaniglia, miele, una frutta fresca in macedonia un po’ indistinta, dell’uvetta, e una sensazione di legno e tanta frutta secca, soprattutto nocciola. C’è anche un che di speziato, magari cannella. C’è tutto, anche abbastanza bilanciato, ma nulla spicca davvero: e l’intensità non propriamente esplosiva non aiuta.

F: abbastanza lungo, giocato soprattutto sulla frutta secca.

Fa il suo, intendiamoci: è un entry-level e come tale si comporta, con tutta la morbidezza che si conviene. Forse avevamo aspettative troppo alte, di certo ci siamo rimasti un po’ male per un profilo certo molto giapponese ma come ‘depotenziato’, con poco grip. Il prodotto c’è, è buono, per carità: non è forse il nostro dram ideale, diciamo. Siamo diventati dei fighetti? Nel dubbio, 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apparat – Limelight