Bruichladdich 2009 (2017, SMILE Whisky Club, 50%)

Un uccellino, un colibrì forse, ci ha portato un sample di un Bruichladdich del 2009, single cask imbottigliato dallo SMILE Whisky Club, con sede a La Spezia: si tratta di un barile ex-bourbon, distillato da Jim McEwan (qui sopra ritratto con il panel di selezionatori, vale a dire: il club), messo in vetro a fine 2017. Ne esistono due versioni, una a grado pieno ed un’altra, quella che abbiamo noi, ridotta a 50%. Ci accostiamo con curiosità.

N: un po’ etereo sulle prime, con qualche nota di smalto. Su questi giovani Bruichladdich, gli attori recitano sempre sensazioni di cereale, erbacee, oppure di vaniglia, pastafrolla in fieri, un che di minerale. In questo specifico barile ci sembra prevalgano le sensazioni più legate al distillato, nude, di materia prima: quindi si esalta il lato erbaceo e maltoso, poi frutta secca, soprattutto mandorle e anche un po’ di noce. Poi confetto, pastafrolla. Solo dopo un po’ si inizia a percepire una leggera torbatura.

P: qui cambia un po’, pur in una coerenza complessiva. Orientato sul distillato, ancora, ma se al naso l’immaginazione rimaneva un po’ tarpata, qui la complessità di Bruichladdich si dispiega meglio, con note più compiutamente minerali, perfino una sapidità molto evidente e certo gradevole. Ancora pastafrolla ‘cruda’, poi burro e brioscina. Un accenno di mela gialla. Pane.

F: pulito, non lunghissimo, tutto su pane, ancora una suggestione di marinità. Un filo di torba, minerale, perdura a lungo.

Un whisky che francamente non può non piacere: rivela la godibile complessità del distillato di Bruichladdich, evidente visti i soli otto anni di invecchiamento, e si lascia bere con una facilità disarmante. Nudo, pulito e limpido: è il suo pregio e, ad essere onesti, anche il suo limite – ma avercene, di limiti del genere: 84/100. Complimenti ai ragazzi dello SMILE Whisky Club per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Nat King Cole – Smile.

Port Charlotte 2007 CC:01 (2016, OB, 57,8%)

Direttamente dalla degustazione “Botte da orbi”, organizzata a novembre dall’amico Corrado nel covo chiamato La Corte dei Miracoli, ecco arrivare una delle ultime bizzarie di casa Bruichladdich: otto anni di invecchiamento esclusivamente in barili ex-cognac – e peraltro, vista la stretta francese sulle denominazioni (a quanto apprendevamo in una visita in distilleria a maggio, non si potrà più dichiarare ex-Sauternes su un’etichetta di whisky, così come già non si poteva scrivere ex-Champagne) chissà se questa indicazione potrà essere vergata in etichetta ancora a lungo…

N: molto espressivo a dispetto della gradazione alta, e molto persuasivo. Il primissimo sentore è senz’altro quello del mare, dell’aria sferzante, dello iodio. Poi un velo di bacon caldo e croccante; ci troviamo anche della mela rossa. Non è però un whisky ‘dolce’ o zuccherino, intendiamoci: paradossalmente appare secco, tagliente. A sfregio di ogni forma di autocontrollo e in barba al pudore, vogliamo svelare la nota che riteniamo essere predominante: il chutney all’arancia. Forse un che di zucchero bruciato, di caramello?, di carruba?, anche se senza mai diventare eccessivo. E la torba? Beh, la torba è industriale, è da tubo di scappamento, da smog. Buono, davvero molto equilibrato.

P: che sorpresa. Il lato agrumato, e di arancia in particolar modo, riesce ad essere predominante pur senza prevaricare: ecco dunque un lato iper zuccherino, vinoso, di arancia caramellata (esiste? sì), di marmellata d’arancia bruciacchiata, di carruba, di castagna bollita. Un sentore di malaga, di zuppa inglese. Poi, il mare: tanto mare, acqua salata, alghe amare. La torba sembra molto ‘organica’, contadina, quasi con note farmy, carica, e pure ancora ‘smoggosa’. Ancora molto buono.

F: lungo, persistente, tutto spalmato su un tappeto di castagne e arancia, con fumo acre e aria di mare.

Whiskyitaly definisce questo whisky ‘provocatorio’, e in effetti non ha tutti i torti: e pure, al contempo, diremmo che la provocazione è riuscita. Non è forse una di quelle bottiglie che ti bevi in una sera, un bicchiere dopo l’altro, perché ha un che di pesante, di molto carico: e pure è anche vario, pare alternare le sue anime ad ogni assaggio. In fin dei conti, ci convince decisamente, e – dobbiamo ammettere i nostri pregiudizi – ci ha proprio stupito: 87/100. Grazie Corrado!

Sottofondo musicale consigliato: Puscifer – The Remedy.

Octomore 07.1 / 208 (2015, OB, 59,5%)

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Lo scorso luglio siamo stati gentilmente invitati dalla F.lli Branca ad una degustazione guidata di Bruichladdich, di cui da circa un anno è diventata azienda distributrice – finalmente!, da anni lamentavamo l’assenza di Laddie dagli scaffali. Ne diamo conto solo ora, a ridosso del Milano Whisky Festival, perché farlo in mezzo all’estate sarebbe stato iniquo per la qualità del lavoro fatto, e ci piaceva dargli una più giusta collocazione. La storia di Bruichladdich, di proprietà di Remy dal 2012, è l’esempio perfetto di come una distilleria poco in salute possa, grazie a investimenti oculati e a un distillery manager abile come Jim McEwan, ritagliarsi uno spazio importante nel mondo dello scotch fino a diventare un brand iconico. Se si esclude la fase del maltaggio, si tratta di una distilleria sostanzialmente artigianale, in cui buona parte della filiera produttiva avviene in casa, con i barili che non si spostano da Islay per l’invecchiamento. Si ricordano esperimenti di collaborazioni con singoli argicoltori per l’approvvigionamento di orzo e imbottigliamenti ‘single farm’, per tutte e tre le espressioni di distilleria: in ordine di torbatura, Bruichladdich, Port Charlotte e Octomore. Il (bellissimo) libretto promozionale confezionato da Branca recita “la nostra filosofia è radicata nei concetti di terroir, provenienza e tracciabilità”: non possiamo che rimandare al sito ufficiale per lasciare voi, ventisei lettori, approfondire le molte questioni sollevabili – noi siamo gente da bicchieri, non da parole, e dunque dedichiamoci all’Octomore 07.1, imbottigliato nel 2015 e ora presente stabilmente nel core range distribuito in Italia. Al solito, si tratta del whisky fatto con l’orzo “più torbato al mondo”, coltivato in Scozia ma non su Islay, e anche se sappiamo tutti che conta la torbatura del distillato e non quella dell’orzo, saremmo scorretti a non riportare i dichiarati 208 ppm; edizione limitata, cinque anni di invecchiamento in quercia americana, via con l’assaggio.

octob.05yov10N: non si può non iniziare dalla torba, che – come dire – è abbastanza presente… C’è proprio cenere, tantissima, con cenni di smog, più che di fumo di brace. Il lato marino è ben sviluppato, con forse una nota di salamoia, di olive; qualche ubriaco al tavolo dice “succo di pomodoro”, ma lo ignoreremo per pudore. Poi, la dolcezza, come sempre esile e semplice, quasi una uber-dolcezza astratta: zucchero liquido, un poco di vaniglia. Si sente anche, a volerlo sentire, il fiocco di cereale. Leggera nota di limone. Non sgradevole, non eccessivo, c’è però come un senso di deja-vu… Con acqua, forse cresce il fumo e svela pure una nota di aghi di pino.

P: anche al palato, fanno a pugni tra di loro una dolcezza mostruosa e pure monodimensionale, fatta anche qui di Kellog’s Frosties e vaniglia, zucchero liquido, e una fumera cenerosa esorbitante. Che c’è d’altro? Solo una fettina di limone dimenticata nel posacenere. Sotto alla coltre di cenere, pare qui e là di sentire il sapore di un distillato giovane giovane, con canditi cerealosi (eh?) e lieviti. Insomma, sostanzialmente paro paro al naso, di straordinaria coerenza ma, forse, di poca sorpresa… Con acqua, pare un po’ più screziato, perde un po’ di quella snervante semplicità che ostenta in purezza, svelando anche una nota di emmenthal.

F: paradossalmente pulito, con la torba, del grano, una nota mentolata…

Ogni volta che si assaggia Octomore ci si trova a chiedersi: ma è davvero il whisky più torbato al mondo? In effetti, complici il grado pieno e i fenoli percepibili perduti durante la distillazione, sembra un whisky meno ‘estremo’ di quanto non voglia sembrare dal di fuori; ciò che emerge, soprattutto in questa edizione, sono la gioventù, che ci piace, la carica dolce dei legni e una torbatura fumosa e cenerosa certo molto spiccata. E però, al contempo, non si può non notare la relativa semplicità di questo whisky, fatta di due dimensioni opposte e granitiche, per cui nella nostra valutazione ci arrestiamo a un convinto 84/100. Sappiamo che molti ‘leccapadelle’ impazziscono per Octomore, e ne comprendiamo le ragioni: noi però tendiamo a preferire le espressioni più docili, ma è una mera questione di gusti. Grazie a Fabrizio Gulì per l’invito e i campioni!

Sottofondo musicale consigliato: Carcass – Corporal Jigsore Quandary.

Port Charlotte ‘Islay Barley’ (2016, OB, 50%)

Quando si parla di Bruichladdich, si parla di una delle distillerie più innovative del panorama dello scotch whisky contemporaneo. Port Charlotte è la versione torbata di Bruichladdich, e oggi assaggiamo uno dei membri stabili del suo core range, cioè “Islay Barley”: come recita orgogliosamente il sito ufficiale, “harvested in September 2008 from the farms at Coull, Kynagarry, Island, Rockside, Starchmill & Sunderland, peated to 40 PPM, then distilled in December of the same year, this is a whisky of flawless provenance. A true Ileach”. Prima di darvi le nostre opinioni sotto forma di parole e numeri, vi ricordiamo l’appuntamento più entusiasmante dell’estate whiskofile: l’11 luglio prossimo, grazie all’intervento di Branca (importatore e distributore italiano del marchio), presso l’Harp Pub Guinness a Milano assisteremo ad una degustazione davvero notevole… Noi ovviamente ci saremo, ci piace pensare che ritroveremo tanti amici di malto

N: la gradazione alcolica non è pervenuta; un cereale molto caldo, tanta salsedine (ma proprio tanta, c’è il mare che scorre in questa bottiglia!) e un senso di bruciato che ci ricorda immediatamente le castagne, il profumo delle caldarroste. Col tempo il lato più ‘dolce’ pare definirsi meglio e variegarsi, soprattutto verso note fruttate: ci pare di sentire, accanto all’agrumato intenso (bam: bergamotto!), una frutta gialla matura, un qualcosa di pienamente tropicale, forse un kiwi gold? C’è pure della banale vaniglia. Dopo un po’, l’acre della torba abbinato al fruttato regala una suggestione di borotalco.

P: esplosivo e pieno, davvero esuberante. C’è una bella fusione di elementi marini (acqua salata, ma anche la fune del porto…) ed elementi ampiamente balsamici (borotalco ancora). Poi si scatena anche una bella dolcezza vanigliata e cremosa (con nette venature agrumate: una crema al limone?), con anche decise note di corn flakes, di fiocchi di cereale. Ci sentiamo di condividere con l’estensore delle note ufficiali la suggestione di pepe.

F: resta a lungo il bruciato, ma complessivamente è una torba decisamente più inorganica (pneumatici, porto inquinato).

Molto buono, pulito e raffinato, di grande eleganza: l’ennesima conferma che Jim McEwan, per gli anni che ha prestato servizio in Bruichladdich, lavorava benissimo. Peccato solo che, in un certo senso, siano altri a raccogliere i frutti di quell’impostazione, ma questo fa parte del magico mistero che è l’industria del whisky. Veramente godibile, con un buon rapporto qualità/prezzo (costa 70/80€): complimenti a Bruichladdich! 87/100, ci vediamo la settimana prossima!

Sottofondo musicale consigliato: Islay – Bruichladdich.

Octomore 07.2 / 208 (2015, OB, 58,5%)

Nel giorno in cui un nostro amico napoletano si sposa e in cui l’Inter diventa cinese, noi (peraltro reduci dall’addio al celibato del nostro compagno di banco al liceo: e non è un plurale improprio, avevamo un banco ‘da tre’) non possiamo che affogare lo sgomento con qualcosa di estremo: assaggiamo dunque la versione 07.2 di Octomore, la metamorfosi più hardcore tra i torbati di Bruichladdich. Quel 208 nel nome dell’imbottigliamento sta per ppm, quindi vuol dire che è (inutilmente?) torbatissimo – in passato ne abbiamo assaggiati diversi, anche se sul sito è rimasta traccia del solo Comus, e spesso abbiamo registrato come gli eccessi della torba fossero bilanciati da altri eccessi, generalmente della botte… Chissà se quest’ultimo tentativo (5 anni, finito in virgin oak) ci saprà meglio sedurre.

Schermata 2016-06-01 alle 23.56.04N: a 58 gradi e con 208 ppm di torbatura, beh: ci si può pure aspettare una certa ostica chiusura, come primo impatto… E infatti, le prime snasate vanno a sfracellarsi contro un muro che ricorda tanto, a volerlo rappresentare con un’immagine decisamente non necessaria, un pasticcino alla frutta, con la crema pasticciera e, al posto della fragola, un’oliva in salamoia… A parte le nostre stralunate visioni, questo Octo si presenta fin da subito come marinissimo, tra sale e spuma di mare; poi uno smog quasi opprimente, una torba dura e acre; accanto a questo, una punta vinosa e leggermente acidina al limite dell’inchiostro (ci sembra davvero nitido, ma senza la contezza del finish in Syrah, l’avremmo mai percepito? Ah, il demone dell’intelletto…). C’è poi una ‘dolcezza’, appena in seconda fila ma ben presente, che ricorda certi bourbon… Un qualcosa che ricorda il mais, i pop corn?

P: il primo è come entrare sul ring nella finale per il titolo pesi massimi WBO e prendere un pugno in faccia, per errore. Fin da subito, nell’intensità generale, spicca una nota di legno devastante, piena però di sfumature e sfaccettature diverse: liquirizia, anche dolce; inchiostro amaro e allappamenti vinosi a profusione. Tutto intorno, ma sarebbe meglio dire ‘dal di dentro’, il mare, spumoso e in tempesta, che si abbatte con violenza su quel legno; salamoia. La torba sa di smog, proprio, di tubo di scappamento, di plastica bruciata, chimica; se si unisce il tutto, resta un senso di propoli francamente inatteso. L’acqua rende la dolcezza più convenzionale, tra miele delicato, crema pasticciera e vaniglia. Anche un lato balsamico (conifere a go go) molto intenso.

F: leggi il palato e troverai le risposte che cerchi.

Un’ovvietà, forse, con una bestia da quasi sessanta gradi: l’acqua lo rende senza dubbio più approcciabile, più morbido, più – in confidenza – gradevole. Resta tuttavia un whisky estremo, che dividerà: la destra dalla sinistra, i romanisti dai laziali, i fan di Pacciani da quelli di Padre Pio. Noi, cerchiobottisti navigati, lo apprezzeremo senza amarlo: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dj 2p feat. Ensi – Don Dada.

Bruichladdich ‘The Classic Laddie – Scottish Barley’ (2014, OB, 50%)

Oggi è il giorno di Star Wars, tutti lo sanno: anche noi non ci siamo distratti ed anzi oggi assaggeremo un whisky che, appunto, ha uno strettissimo legame con la saga di George Lucas e Chewbecca: infatti, non c’entra niente. Sorprendente vero? Fantastico! Assaggiamo la versione Classic Laddie – Scottish Barley di Bruichladdich, ovvero un NAS di botti di Laddie (ci intendiamo, no?, la versione ‘base’, non torbata, di Bruichladdich) selezionate da Jim McEwan: whisky distillato da solo orzo scozzese, invecchiato in quercia americana, di fronte al Loch Indaal, imbottigliato a 50%. Il claim è “we believe barley matters”, e ci piace tanto.

Mar15-BruichladdichScottishBarleyN: già da una prima snasata pare ‘dolce’ ma affilato, senza concessioni alla ruffianeria. Innanzitutto, spicca un lato oleoso e minerale quasi inaspettato, in un whisky che fieramente si presenta come ‘unpeated’, con note marine e appunto minerali, di roccia bagnata, di scogli. Poi però cresce il lato fruttato, cremoso, cerealoso: note di corn flakes e di miele millefiori, di pasta di mandorla e gelato alla banana; di pesche e orzata. Un che di ‘stireria’, di amido.

P: se esistesse un corn flake salato (e forse esiste, chi lo sa, non abbiam voglia di googlare) saprebbe certamente di Laddie Scottish Barley. Replica benissimo la dicotomia del naso, con corpose sorsate di ‘cereale minerale’, con un miele ed una frutta gialla intensi che si lasciano avvolgere da un abbraccio di sapida acqua di mare. Complessivamente, la dolcezza retrocede un po’, col suo portato di frutta gialla da pasticcino (che al naso ci era parso plausibile rappresentarci con: banana), lasciando spazio alle ondate marine e minerali.

F: pulitissimo; elegante, ma non privo di una intrigante mineralità; ancora mare e banana non troppo dolce.

Eccellente e beverino, piacevolissimo: e i nostri amici che, dopo un weekend di sci a base Laddie S.B., hanno razziato un’enoteca comprando tutte le bottiglie rimaste (costa meno di 50€…), sono lì, sbronzi in un angolo a dimostrarlo. A parte tutto, come quasi tutti i Laddie che abbiamo assaggiato mostra una splendida rotondità cerealosa, cui si abbina un lato spigoloso, marino e minerale, roccioso, che ci piace tanto tanto. 86/100, e forse è poco.

Sottofondo musicale consigliato: Moondog – Enough about human rights.