Roba nuova, roba strana, roba da ricchi

Proseguiamo nel nostro imprescindibile servizio di aggiornamento sulle nuove uscite di questi giorni, o meglio di queste settimane. Partiamo dal nuovo Ardbeg, perché quando esce un nuovo Ardbeg la curiosità dei più si fa spasmodica prima, patologica poi – e pensare che in questi tempi le novità sono addirittura due! Innanzitutto, c’è Ardbeg An Oa, nuovo NAS aggiunto al core range: non filtrato a freddo e imbottigliato a 46,6%, si tratta di una miscela di barili di legno vergine, di ex-Pedro Ximenez ed ex-bourbon – la particolarità è che il vatting è avvenuto nel nuovo “Gathering Vat”, un ‘barilone’ di quercia francese atto appunto ad ospitare il periodo in cui i vari barili vengono messi insieme perché si conoscano, facciano amicizia, diventino una cosa sola. Soprassediamo sull’ennesimo nome gaelico che allude a qualche angolo sperduto di Islay, tanto potete fare il copia-incolla mentale con mille altri. Ci aspettiamo di assaggiarlo al Milano Whisky Festival, sempre che Moet Hennessy ritenga strategico portare qualcosa di diverso, ogni tanto, dai soliti tre imbottigliamenti. In giro online costa intorno ai 50€, chissà quando arriverà in Italia.

Ma si diceva di un altro Ardbeg, questo ancor più buffo: Ardbeg Grooves, quello che presumibilmente sarà l’imbottigliamento per l’Ardbeg Day 2018. D’altro canto, se per trovare un nuovo concept hai finito i promontori di Islay, miti saghe e leggende del luogo, l’eroico e illegale passato dei whisky makers, le astronavi… perché non fare un bel tributo al funk anni ’70? A giudicare dall’etichetta che circola online, si tratta dei loro “grooviest casks”, barili di vino intensamente charred. Tremiamo al solo pensiero, onestamente, ma faranno uno splendido evento in cui bere gratis, quindi bene così. Siamo persone semplici, ci accontentiamo di poco per regalare un sorriso a noi stessi.

Restiamo ancora un istante in casa LVMH: Glenmorangie ha messo sul mercato una bicicletta – ehm – fatta di legno – ehm – di sole doghe di barili di whisky – ehm – per la gioia di tutti gli hipster feticisti della distilleria di Tain. L’anno scorso un’idea simile aveva portato a occhiali da sole di legno di barile di whisky Glenmorangie, e costavano 300 sterle: immaginate quale potrà essere il prezzo di una bicicletta! Ma, fortunatamente, a Glenmorangie fanno anche del whisky, talvolta: appena annunciato è il lancio di un 19 anni, esclusivamente maturato in barili ex-bourbon, esclusivamente disponibile per il travel-retail. Secondo il comunicato stampa, questo imbottigliamento porta a sorprendenti livelli di inedita intensità la morbidezza dello stile Glenmorangie: da questo momento in poi non accettiamo più critiche sul nostro uso sperticato dell’aggettivazione, perché i poveretti che lavorano all’ufficio stampa di Glenmorangie ci battono, ogni giorno. Di questo non conosciamo il prezzo ma senz’altro ci piacerebbe mettere il naso su questo whisky molto più di quanto vorremmo poggiare il culo su quella bici.

Talvolta, il pretesto per un nuovo imbottigliamento arriva dalla caleidoscopica settima arte, il cinema. Così almeno sembrano aver pensato Johnnie Walker, che ha dedicato una tamarrissima edizione Director’s Cut del proprio Black Label all’imminente (e attesissimo, per lo meno da noi) Blade Runner 2046. Edizione limitata a sole (!) 39000 bottiglie, è imbottigliato a 49% e contiene malti di oltre 30 distillerie di proprietà Diageo; costerà circa 70€. Il film lo vedremo senz’altro, speriamo anche di assaggiare questo blended. La forma della bottiglia è ovviamente un riferimento al Black Label che già compariva nel Blade Runner del 1982, per chi si chiedesse “che c’azzecca“.

Ben altra attesa invece è rivolta al secondo episodio di Kingsman, dimenticabile film in uscita in questi giorni: decisamente più interessante sembra essere invece il GlenDronach Kingsman Edition, un 25 anni (vintage 1991, gradi 48,2%) in sherry che solletica la nostra attenzione perché di fatto è la primissima release della nuova proprietà americana interamente curata dalla nuova master distiller Rachel Barrie. Voci di corridoio dicono che l’importatore italiano abbia già esaurito quasi del tutto la sua assegnazione: un’anima pia che se ne compri una boccia per farcene assaggiare un sample? Sappiamo che sei là fuori, contattaci!

Non possiamo non dar conto del nuovo Kilchoman vintage 2009, già protagonista di una piccola (e sterile, con ogni probabilità) polemica sul gruppo facebook dei Malt Maniacs: il comunicato stampa annuncia che si tratta di barili ex-bourbon del 2009 e di tre barili ex-Pedro Ximenez del 2008, “per aggiungere ulteriore complessità”. Eh, ma se ci sono botti del 2008, come fa ad esserci scritto in etichetta “vintage 2009”? Non sappiamo dire, ma conoscendo Anthony Wills dubitiamo che avrebbe messo a rischio la reputazione di un suo imbottigliamento solo per pigrizia o distrazione, e dunque prendiamo atto e aspettiamo di stappare la nostra bottiglia. Ormai Kilchoman inizia ad avere una certa età, eh?, siamo curiosi di mettere alla prova questo whisky di otto anni.

E lì di fronte all’isola, che succede? Succede che Springbank ha messo sul mercato un 14 anni Bourbon Wood, edizione limitata a sole 9000 bottiglie, grado pieno di 55,8%, niente filtraggio a freddo, niente colori – ma siamo a Campbeltown, queste cose son così scontate che manco dovremmo scriverle. Praticamente già sold-out in tutti i negozi online: anche in questo caso attendiamo fiduciosi la magnanimità di qualche appassionato che di bottiglie è riuscito a comprarne due: una da bere, una per la collezione, e quella da bere, per favore, faccela passare davanti.

foto (ovviamente) di scotchtrooper

Quanto agli imbottigliamenti che, a prima vista, mettono un po’ di inquietudine, ecco due parole su Balvenie 14 Peat Week. Dovrebbe costare intorno ai 65€: si tratta di un’edizione limitata (strano, eh?), frutto di una distillazione di orzo intensamente torbato (30 ppm) che avviene a Balvenie ogni anno, per una sola settimana, dal 2001. Anche in questo caso però ci piace deporre i pregiudizi e far prevalere la curiosità: David Stewart, malt master della distilleria (ci lavora dal 1962…!) dichiara che si tratta di un tipo di torba delle Highlands poco fenolica, che dovrebbe dare note decisamente più minerali e terrose che marine. E di David Stewart noi ci fidiamo.

Chiudiamo su una nota di colore: spesso diciamo che quello del whisky è un business strano, prevede investimenti a lungo, lunghissimo termine, perché dal momento in cui inizi a distillare a quello in cui inizi a vendere, beh, può passare tanto tempo – almeno tre anni, diciamo. In questo caso, qualcuno si è davvero superato: fondata nel 1957 e silente dal 1980, North of Scotland è (era) una distilleria di grain whisky, e oggi la figlia del fondatore si è ricomprata uno stock di barili del 1965, gli unici rimasti, e ha deciso di imbottigliarle in un’edizione limitata di 1500 esemplari, il North of Scotland 50 years old. Singolare il fatto che questo sia il primo imbottigliamento ufficiale della distilleria, a soli 37 anni dalla chiusura. Quando si dice prendersela con calma. Collezionisti, comprate!

Alla prossima puntata per qualche altra novità, magari pescando anche dagli imbottigliatori indipendenti…

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Johnnie Walker 12 yo ‘Black Label’ (2016, OB, 40%)

SUP_8394.153544Buona norma per qualunque bevitore con velleità classificatorie e perfino (peggio!) con un blog sul whisky è cercare di non limitarsi ai prodotti di fascia alta, ai single cask di imbottigliatori indipendenti e ai malti più inaccessibili: talora è bene sporcarsi le mani, scendere nell’agone e mettere alla prova di naso e palato anche i blended ‘da supermercato’, perché 1) aiutano a rimettere le cose in prospettiva 2) permettono di comprendere a che cosa le persone normali (non i disadattati appassionati nerd come noi) pensano quando dicono “mmm sì, mi piace il whisky”. Oggi assaggiamo quindi uno dei blended più venduti al mondo, ovvero il Johnnie Walker 12 anni ‘Black Label’, 22€ all’Esselunga e una band hard rock a lui dedicata (e mica una band qualsiasi!). Le componenti del blend di Diageo non sono dichiarate, ma si vocifera di una discreta presenza di Lagavulin, Talisker, Mortlach e Benrinnes… Tutti distillati ‘grassi’ e di personalità: vediamo come si comportano…

black label-500x500N: il dodicenne di casa Walker rivela un profilo duplice, anche se le due anime sono ben integrate. Da un lato, c’è una ‘dolcezza’ un po’ indistinta, sostanziata di frutta secca di vario genere (dall’albicocca disidratata alla nocciola), che ricorda un po’ biscotti ai cereali. Poi c’è caramello, in grande evidenza e quantità; buccia di agrume (forse arancia, forse limone); ci viene in mente lo sciroppo d’acero. Il tutto è percorso come da una vena minerale, leggermente torbata…

P: …che al palato diventa invece un’arteria: esplode infatti una nota fumosa (diremmo tè affumicato, il nostro amato Lapsang Souchong) e torbata profonda, sempre in accoppiata con una bella mineralità. La dolcezza resta sempre molto sostenuta, e va a ricordare ancora sciroppo d’acero, caramello, vaniglia; di nuovo nocciole. Ancora torna l’agrume, con una bella arancia profonda. Chicco di caffè (c’è un che di tostato).

F: non lunghissimo, certo, ma dolce (frutta secca), tostato e fumoso.

A livello di descrittori, ci siamo: non è troppo ruffiano quanto a dolcezza, e in più ha suadenti note minerali e delicatamente affumicate. Al palato forse ‘scivola via’ un po’ troppo, rivelando effettivamente la sua natura di blended super beverino: per questo non spicca del tutto il volo ma, a nostra opinione, si attesta più che dignitosamente su un invidiabile 82/100. Possiamo dirlo?, ci piace più di tanti single malt che costano anche più del doppio…

Sottofondo musicale consigliato: Black Label Society – Rust.

Johnnie Walker ‘Blue Label’ (2015, OB, 40%)

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abbiamo fallito 😦

Un paio di settimane fa abbiamo partecipato, assieme a Davide, alla presentazione del pop-up store di Johnnie Walker Blue in corso Garibaldi, a Milano, che resterà in attività fino alla vigilia di Natale. Johnnie Walker Blue è la versione ‘top di gamma’ del celebre marchio di blend scozzese, di proprietà di Diageo; il negozio è molto bello, condito di tante cose che piaceranno ai sedicenti gentlemen contemporanei (che potranno pure fare un test per scoprire quanto sono gentlemen: noi lo siamo solo all’80%, maledizione), da un’edizione limitata milanese a un calligrafo a guide per cocktail fino ad un corto, che pareva francamente necessario, girato ad hoc con Jude Law e Giancarlo Giannini tra vecchie Bugatti ed altre amenità. È stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con il team Diageo, come sempre gentilissimo a dispetto delle nostre ironie, e per esperire l’esclusività del concetto di marketing applicato al whisky – dimensione che dai puristi potrà essere considerata discutibile quanto si vuole, per carità, ma che costituisce “il mondo reale” molto più delle disquisizioni su aromi terziari e lattoni, ed è davvero molto interessante come finestra privilegiata sulle dinamiche di mercato; ma soprattutto (si sa che uno fa il blogger per scroccare, mica per altro!) è stata l’occasione per mettere le mani su un sample di Johnnie Walker Blue. Assaggiamolo.

JWBL - Milano edition

l’edizione limitata ‘milanese’

N: non ne abbiamo bevuti a bizzeffe, ma certo pare che l’apporto dei grain sia bello massiccio: c’è infatti una ‘dolcezza’ profonda e cerealosa che ci rammenta subito cioccolato e miele (l’insieme ricorda un po’ quelle barrette di cereali e appunto miele…). Poi, molto agrumato, con tanta scorza d’arancia, ancora glassata; e di qui parte un’altra suggestione verso il panettone caldo. Frutta secca (mandorla). Dopo un po’ d’ossigenazione, il dram comincia a vivere una seconda vita, fatta di un’elegante schermatura minerale, a tratti quasi di una cera / torba (à la Clynelish vecchio, per intenderci), di umido, di legno umido. Tè, frutta cotta (mele, pere, prugne).

P: a 40% è saporito ma non esplosivo; il punto meno entusiasmante sta proprio nell’attacco, ancora grainy (con quella dolcezza cerealosa un po’ facile) e con una legnosità spiccata che proseguirà ad oltranza. Solo che dopo poco emerge quella complessità che avevamo apprezzato nella seconda parte del naso, e quindi: cera, un filo di torba, frutta secca avvolgente, tabacco da pipa. Ancora in coerenza col naso, nitidi arancia e miele, caramello e frutta gialla.

F: a sorpresa, la parte più interessante, perché mantiene a lungo la maturità di naso e palato senza concedere nulla alle note più facili. Quindi tabacco, cera, legno umido, un velo di cera…

BlueLabel003Si rivela essere proprio un whisky da meditazione, come gli arredi del pop-up store volevano suggerire: va ascoltato con attenzione, e il finale molto lungo rimanda a infinite conversazioni nei salotti più intelligenti. O se non altro, se ne bevi un bel po’, te lo fa credere. Il blend di punta di casa Johnnie Walker è obiettivamente buono, con note davvero piacevoli che rivelano la presenza, nella miscela, di botti certo molto invecchiate: peccato per la gradazione bassa, che brucia la miccia dell’intensità e che ci fa fermare a 87/100, perché altrimenti saremmo probabilmente saliti ancora più in alto. Quanto costa? Che volgarità parlare di denaro, comunque poco meno di 200 €. A parte le nostre ironie, ringraziamo moltissimo Franco, Silvia e Fabrizio per l’invito e per le piacevoli conversazioni.

Sottofondo musicale consigliato: Gentleman – To the top.