Fettercairn 12 yo (2019, OB, 40%)

In un albo mitico di Dylan Dog, intitolato “Golconda”, si scatenava un discreto pandemonio quando una coppia calpestava per la prima volta un angolo di terra, mai calcata da piede umano fin dalla Pangea, la Pantalassa, i brontosauri ecc. Se sulla Terra dunque ci sono angolini ancora vergini, figuriamoci nel nostro umile pedigree. Che infatti finora nascondeva una lacuna orribile: nemmeno un Fettercairn recensito in carriera. Roba da ritiro della licenza di recensori.
fettercairn-distilleryOrdunque cari lettori, Fettercairn significa “il piede della montagna” (piede di notevoli dimensioni, da qui l’espressione “avere due fette così”. Ok, basta, la smettiamo…). Fondata nel 1824 da Sir Alexander Ramsay, oggi è di proprietà di White & Mackay, il gruppo che possiede anche Jura e Dalmore e che è importato in Italia da Fine Spirits. Di norma il malto di questa distilleria, che sorge sulla strada da Dundee a Stonehaven, finisce nei blended di casa. Ma ultimamente, dopo qualche NAS dalle alterne fortune, cominciano ad arrivare sugli scaffali delle espressioni di single malt stabili in un core range quanto meno bizzarro. Questa, nella fattispecie, invecchia per 12 anni in botti ex Bourbon di rovere bianco americano. Poi si trovano un 28 yo, un 40 yo e un 50 yo.
Prima di assaggiare il nostro 12 yo, due chicchette da nerd che potrebbero farvi vincere un giorno Trivial Pursuit “Spirits edition”, se esistesse: 1) Fettercairn è l’unica distilleria in cui un anello irrora a pioggia il collo dell’alambicco, così da facilitare il riflusso dei vapori e creare uno spirito più fine; 2) simbolo della distilleria è un unicorno. Che noi cavalchiamo verso il nostro Gleincairn, che il primo Fettercairn non si scorda mai…

fettercairn-12yoN: un cinguettio pare sprigionarsi dal bicchiere! Piuttosto aperto e piacevole, e anche se bisogna farsi largo attraverso una prima coltre un pelo troppo alcolica, l’impatto è positivo. Si rivela da subito tendenzialmente dolcino, fruttato e maltoso. Troviamo note di composta e di succo di pesca, ma anche dell’albicocca, in versione confettura; e come dimenticare quel sottile senso di mandarino? Il malto si ferma un passo prima della pasticceria, assumendo le fattezze della barretta di cereali al miele. Col tempo emerge un profumo di celebri cioccolatini marroni fuori e bianchi dentro…

P: anche qui attacca un po’ alcolico per la gradazione. Molto cremoso, con caramello e tanto toffee in grandissima evidenza. C’è anche una sensazione di porridge, a sottolineare sia la generale sensazione avvolgente, sia il buon apporto del cereale. Poi ecco spuntare un agrume curioso, che potrebbe ancora essere mandarino (con anche il bianco dell’agrume, a testimoniare un che di amaricante). Cioccolato al latte, testimone di una dolcezza non meglio definita.

F: corto, ahinoi. Di nuovo Kinderini, ma quel che resta è una buccia vuota di mandarino, come ci suggerisce il sapiente Angelo.

Se non sapessimo che lo Speyside è più a Nord di qualche km, non lo prenderemmo per un Highlander. Ma si sa, il terroir conta fino a un certo punto e si inchina davanti allo stile di distillazione. Qui abbiamo un whisky piuttosto whiskoso, con un naso gradevole ma che perde per strada qualche punto per la semplicità e per quella punta alcolica non entusiasmante. Ad ogni modo, l’onestà va premiata e noi gli diamo 82/100.

Recommended soundtrack: Zwan – Honestly

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The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

Jura 24 yo (1991/2015, First Editions, 50,5%)

e adesso Jura!

E adesso Jura! Adesso Jura! Adesso Jura che non hai paura, che sia una fregatura dirmi “single cask”, perché una botte col silenziatore ti spara al cuore e Bum!, tu sei caduto giù, e non lo bevi più. Che qualità ragazzi, che qualità: e comunque è proprio Ambra Angiolini ad averci chiamato, questa mattina, imponendoci di assaggiare un single cask di Jura, selezionato da First Editions (aziendina fondata durante un episodio di “Beautiful”, la saga leggendaria della famiglia Laing, non ripercorreremo la storia qui). Noi obbediamo, ma avendo un po’ di paura che sia una fregatura, dato che Jura – si sa – non è sempre garanzia di qualità.

N: molto delicato; la primissima nota che ci pare di trovare è quella del bianco degli agrumi (si chiama albedo, ed è ricco di sostanze pectiche: no, non pensiamo agli acidi poligalatturonici ma alla pectina dei vegetali, ovviamente. L’abbiamo scritto solo per poterci vantare con gli amici di aver scritto “poligalatturonici”), e anzi concordiamo in pieno con i descrittori riportati in etichetta: grandissima epifania del pompelmo! Poi note vegetali, erbacee e cerealose, che assieme a punte più spiccatamente vanigliate (anche pasta di mandorle), paiono definire un naso davvero delicato, trattenuto, che cammina per la stanza in punta di piedi. Anche zaffatine marine, piacevoli. Cioccolato bianco? Crosta di pane?

P: corpo massello, compatto; al palato si rivela acido, vegetale e cerealoso. Potremmo chiuderla qui, no? Dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare. Fiammate agrumate, poi una dolcezza zuccherina semplice, dissetante, vagamente fruttata; potremmo dire cocco, potremmo dire cereale, invece diremo mela gialla.

F: delicato e di media durata, ancora agrumato ed erbaceo. Un filo, ma proprio un filo di frutta secca (nocciola).

Ambra Angiolini aveva ragione: questo single cask era buono. Certo, non costa poco, ma cosa c’è di economico a questo mondo, ci chiediamo? Siccome è pur sempre sabato mattina e siamo un po’ in hangover, chiudiamo autocitandoci: “dipinge un affresco che solo l’occhio di un feticista della nicchia nella nicchia potrà apprezzare”, noi apprezziamo le perversioni e stimiamo i pervertiti, ma ci fermiamo a 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: scusaci Ambra, ma sarà R.E.M. – All the way to Reno.

Isle of Jura 16 yo ‘Diurach’s Own’ (2013, OB, 43%)

Peschiamo dall’armadietto dei samples un whisky che si promette subito particolare: si tratta infatti del 16 anni ufficiale della distilleria Isle of Jura, situata sull’isoletta di fronte a Caol Ila. La cugina misconosciuta delle più celebri distillerie di Islay ha, rispetto a loro, uno stile piuttosto diverso: a parte il torbato Prophecy, lo stile di casa è poco fumo (e tanto arrosto?), condito dalla predilezione per botti marcanti e ‘addolcenti’. Il colore di questo teenager è ramato.

414-2001381-50887071_MN: Jura non riesce mai a essere banale: gran patina avvolgente di aria di costa, marina (diremmo nitida salamoia, ma anche salsa Worcester); poi c’è tutto un gioco a rimpiattino tra erbe infuse amare, legnetti di liquirizia, carruba, tabacco. Residuali rimangono poi note dolci, tra arancia molto matura, miele, zucchero di canna. Molto particolare. Caffè.

P: si perde un po’ quel lato costiero, di salamoia, ma rimane, nel contesto di un’intensità più che dignitosa, quel complesso di sapori tendenti all’amaro: quindi legno di liquirizia, certi amari d’erbe, rabarbaro, genziana, caffè. A supporto, in un secondo momento arrivano lingue di sapore agrumato. Zucchero bruciato.

P: quest’ultimo rimane anche vivido in un finale di media durata; molto pulito, vegetale e ancora erbaceo.

Ogni volta che assaggiamo un malto di Jura restiamo colpiti dalla peculiarità del whisky che abbiamo davanti: e ci ripromettiamo ogni volta di assaggiarne nuove espressioni, per cercare di esplorarlo più a fondo. Questo sedicenne a nostro parere è forse il più riuscito dei malti del core range, e unisce in modo convincente ed equilibrato le tipiche note costiere, sapide e salmastre della distilleria ad una dolcezza per nulla scontata e banale. 86/100 è il voto, bene bene quindi.

Sottofondo musicale consigliato: Dave Holland Quintet – Homecoming.

“Le isole della Scozia”, Ospitaletto: riunione singlemaltwhisky.it

Sabato sera ho avuto il piacere di partecipare a Ospitaletto alla prima convention nazionale del forum singlemaltwhisky.it, popolato da un numero sempre maggiore di appassionati di whisky e vero punto di riferimento in Italia per chi voglia condividere la sua infatuazione per il nostro caro distillato. A questo proposito, senza eccedere in retorica, vorrei ringraziare innanzitutto Gian Paolo e Dameris, splendidi padroni di casa; poi naturalmente Claudio di I Love Laphroaig e Davide di Angelshare, maestri di cerimonia che hanno saputo intrattenere i partecipanti, travolgendoli con una straordinaria passione, autentica e coinvolgente. Davvero complimenti, siete stati bravissimi! Last but not least, congratulazioni ai presenti: se la serata è stata davvero riuscita, beh, è stato soprattutto merito vostro (nostro, dai…)! Prima di passare a quello che abbiamo bevuto, una considerazione molto rapida: sarà che l’oggetto della passione comune è il whisky, e quindi a un certo punto si è tutti “più leggeri”, ma è davvero bello trovare sempre persone così cordiali e alla mano. Abbiamo pubblicato alcune foto sulla nostra pagina facebook.

Il tema della serata era “le Isole di Scozia”, esclusa Islay, per una volta; abbiamo dunque assaggiato sette whisky, uno per ciascuna distilleria situata sulle varie isole di Scozia. Nell’ordine, dalle Orcadi un Highland Park 12 yo Tartan Collection, selezionato da Claudio Riva, e uno Scapa 16 yo ufficiale; dall’isola di Skye, un Talisker 30 yo, imbottigliamento ufficiale del 2008; dall’isola di Mull ecco un Tobermory 15 yo, finito in botti di Oloroso; dalla dirimpettaia di Islay un Isle of Jura 1992/2006 selezionato e imbottigliato da Samaroli; da Arran, un imbottigliamento ufficiale Isle of Arran del 2006 finito in una botte di Trebbiano d’Abruzzo; infine, una vera chicca: il primissimo imbottigliamento di single malt della neonata distilleria Abhainn Dearg dell’isola di Lewis. Evidentemente una situazione del genere non è il massimo per analizzare e sezionare un whisky, ma nonostante questo ho deciso ugualmente di pubblicare, qui sotto, delle brevi note di degustazione della bottiglie bevute, stese bevendo e cogliendo le suggestioni di tutti. Se le nostre opinioni e i nostri giudizi (voti compresi) sono sempre da prendere con le pinze, in questo caso l’avvertimento è doppiamente valido; ma dato che questo blog è prima di tutto un diario delle nostre degustazioni ed esperienze, beh, non potevo certo esimermi. L’Arran e l’Abhainn Dearg sono i malti che vedono le note più scarse, ma erano anche gli ultimi due… La concentrazione e la voglia di star lì ad analizzare erano fisiologicamente diminuite, ma confido che chi legge saprà perdonare; tanto in fondo è un gioco, no?

Highland Park 12 yo (1999/2011, Tartan Collection, 46%)

N: molto profumato, floreale; ci sono intense note tipicamente ex-bourbon (vaniglia, frutta gialla); notevole il salmastro. Ci sono note speziate, e dopo un po’ tende a venir fuori un delizioso aroma di legno. P: noce? Molto cereale. Coerente con il naso (ne riprende le suggestioni), è un whisky ‘delicato’ ma i sapori si sentono molto bene, hanno una intensità che, ad esempio, manca al 12 anni ufficiale. F: non lunghissimo, ma tutto su cereali e una lieve torba. Complessivamente, un ottimo whisky, decisamente superiore all’omologo ufficiale. 85/100

Scapa 16 yo (OB, 40%)

N: rispetto all’HP, ha meno vaniglia ma i cereali si sentono di più; è un po’ più ‘vegetale'(note di anice, ma soprattutto fieno e orzo) e più fruttato (sempre frutta gialla, anche se a un certo punto ho creduto di sentire nitidamente della fragola…) P: ancora, tra cereali e frutta gialla molto intensa e saporita (pesca, soprattutto!, veramente nitida; anche albicocca e frutta tropicale). F: non lunghissimo, su liquirizia e malto. Complessivamente, non male; si sente molto l’apporto di botti first-fill, come notava giustamente Claudio. Più semplice rispetto all’HP (manca la marinità) ma con una squisita frutta al palato. Anche a questo darei 85/100

Talisker 30 yo (2008, OB, 49,5%)

L’insufficienza di queste note spicca dolorosamente per il Talisker: grandissima complessità, nelle tre ore della degustazione non ha mai smesso di cambiare. Speriamo tanto di poterlo bere ancora in futuro, per passare un po’ di tempo a ‘studiarlo’… Ne vale la pena! N: spettacolare, ci sono spezie dolci (cannella) e no (noce moscata), c’è caramello, c’è miele, ma quel che più mi colpisce all’inizio è l’intensità della cera e di alcune note ‘di stalla’ (legno, polvere, fieno… stalla, no?) che finora avevo trovato solo nei Brora. C’è di tutto e di più, vaniglia, spezie, frutta intensa (frutta secca, uvetta…), liquirizia, note agrumate. Il tutto contornato da un’affumicatura molto gentile (carbone, falò spento). P: fiammate di sapore. Liquirizia, marmellata d’arancia; spezie (zenzero, pepe nero), ancora cera; caramello naturale, frutta essiccata; salato, alla fine. Semplicemente ottimo. F: lungo, persistente, in continua evoluzione; prevalgono le note marine, direi. Il vincitore della serata: 91/100, ma solo perché non l’ho potuto bere con sufficiente attenzione, altrimenti ho la sensazione che il voto sarebbe stato più alto…

Tobermory 15 yo (2010, Oloroso sherry finish, OB, 46,3%)

N: il passaggio di qualche mese in sherry si sente subito; purtroppo a prevalere sono note pungenti molto intense (chi diceva acetone, chi parlava di cera per legno… io sentivo qualcosa di simile all’aceto balsamico), lasciando decisamente in secondo piano qualche piacevole aroma fruttato (frutta secca, ancora) e un lieve cioccolato al latte. P: praticamente senza corpo… dolciastro, ma non è malvagio; frutta rossa amara (Davide parlava giustamente di nocciolo di ciliegia), caramello, uvetta… Un po’ di liquirizia, forse. F: sulla frutta secca, ma non pare particolarmente persistente. Complessivamente, un malto non del tutto scombinato ma di certo facilmente dimenticabile. La maglia nera della serata: 80/100.

Isle of Jura 1992/2006 (cask #5842, Samaroli, 45%)

Il dram più ‘strano’ della serata, con un colore paglierino chiarissimo. N: mandorla, uva? quel che domina però è il lato vegetale, erboso (tanto, tanto fieno); l’alcol si sente, forse un po’ troppo; una leggerissima vaniglia si sente sullo sfondo. P: ancora, molto erbaceo; mandorla, noce… la dolcezza iniziale si trasforma presto in amaro, con tutta l’attenzione concentrata sul fieno e un leggero cereale. Liquirizia? F: non lunghissimo (ma certamente la sua ‘leggerezza’ era penalizzata dal venire subito dopo il Tobermory, sherried e decisamente su sapori più intensi), ancora a prevalere è il lato erboso e la mandorla. Complessivamente, è un malto particolare, che certamente non sarà amato da tutti; un profilo così erboso a me personalmente piace molto, ma forse questo Jura è un po’ penalizzato dal non avere molto altro da offrire. Sarei felice di riberlo da solo, con più calma. Per ora, mi dispiacerebbe dargli meno di 84/100.

Isle of Arran single cask Trebbiano d’Abruzzo finish (2006, OB, 56%)

La vera sorpresa della degustazione. A questo punto della serata la mia voglia di prendere appunti era decisamente sommersa dai 5 malti già assaggiati, quindi le note saranno ancora più stringate. N: la gradazione si sente, c’è bisogno di un po’ d’acqua. Spiccano, molto intensi, vaniglia e frutta gialla; pian piano pare uscire un legno caldo molto buono, forse leggermente speziato. P: nei miei appunti ho scritto “fruttatissimo e legnosetto”… Nitidamente si sentono, con una intensità che mi ha davvero colpito, un po’ di vaniglia e soprattutto tanta frutta gialla (albicocche fresche, pesche sciroppate…). Molto fruttato, molto buono. F: ancora frutta, più un po’ di legno qua e là. Decisamente migliore rispetto alle note che gli ho dedicato: 88/100, e spero di poterlo riassaggiare in futuro.

Abhainn Dearg 3 yo (2008, OB, 46%)

Non ho steso note di degustazione; d’altro canto, questo è poco più che un new make, con un profilo davvero particolare e ancora molto poco definito. Spendo due righe solo per presentare la micro-distilleria, sorta sull’isola di Lewis nel 2008 per provare a dare visibilità alla comunità del luogo e per ricostituire la gloriosa tradizione della distillazione clandestina. Per fare un esempio, gli alambicchi sono la versione ‘ingrandita’ di quelli – estremamente rozzi – di proprietà del nonno del proprietario Mark “Marko” Tayburn; ancora, per dare l’idea, parte dell’orzo (ma il progetto è che diventi la totalità) viene coltivato direttamente nei campi adiacenti la distilleria. Più accurate parole sono però spese da Claudio sul suo sito: qui trovate il resoconto della sua visita all’Isola di Lewis, con belle foto e molte informazioni preziose. Senza voto, dunque, ma massimo supporto al progetto di Marko!

Appuntamento a tutti alla prossima riunione del forum… Per restare aggiornati sugli eventi di volta in volta proposti e organizzati, non dimenticatevi di iscrivervi e dare un’occhiata a questa pagina!

Sottofondo musicale consigliato: un po’ di swing per il clima di festa, Benny GoodmanSing, sing, sing.

Isle of Jura Prophecy (2009, OB, 46%)

È l’ultimo giorno dell’anno, e ci pare opportuno chiuderlo con una profezia: l’Isle of Jura Prophecy è la versione torbata (profondamente torbata, a dar credito alle note della distilleria) del malto di Jura, l’isola dirimpettaia della torbatissima Islay. I whisky di Jura, infatti, sono normalmente non torbati, ma nel 2009 è stato lanciato questo imbottigliamento, subito di grande successo, tratto dal vatting di diverse botti con diversi livelli di torbatura e lasciato poi a invecchiare in botti di sherry Oloroso del 1989. Noi assaggiamo proprio il primo batch, appunto del 2009, che mostra subito un bel colore ramato chiaro (ma hey, c’è del caramello qui…? sì).

N: salmastro bello chiaro, immediatamente; iodio. L’affumicatura è sulle note di cuoio; torba e fumo non si risparmiano decisamente. Ogni tanto si legge in alcune tasting notes con velleità evocative “falò sulla spiaggia”: mai appropriato come qui, sa proprio di bruciato, non di cenere, molto buono. Man mano emergono caratteri più dolci (cioccolato all’arancia, nitidamente), ed è proprio qui che vien fuori l’apporto dello sherry; apporto che col tempo apre suggestioni dolciastre sempre più marcate (frutta molto matura? caramello?)

P: lo sherry resta un po’ sullo sfondo; torbato e affumicato, soprattutto all’inizio. Ci sono note fruttate, inizialmente indefinibili ma che forse ricordano certa frutta tropicale molto matura e dolce; permangono comunque note acidule (arancia, ancora) e salmastre. Caffè e liquirizia verso il finale.

F: sale; caffè; sfumature pepate. Di media durata ma piuttosto intenso.

Bell’esperimento; un buon whisky, molto godibile, piacevole da bere. Non è certo un tripudio di complessità, ma le poche cose che ci sono risaltano tutte con forza e intensità e sono molto ben combinate. Il nostro giudizio è di 85/100, ma Ruben la pensa così (segnaliamo, nei commenti sulla pagina, un piccolo dibattito sulla colorazione con caramello in cui interviene nientepopòdimeno che Richard Paterson, “the nose”, master blender di White & Mackay) e Serge così; Willie Tait, il brand ambassador di Jura, presenta il malto nel video qui sotto, con un magnifico accento scozzese.

Auguri.

Sottofondo musicale consigliato: MetricDead disco, dalla colonna sonora di uno splendido film poco conosciuto in Italia, Clean.