Whisky Revolution “Il regalone finale” – Day 25

Blend-AboutUs-03Ieri siamo giunti al termine del nostro “Calendario avventato”, un’idea concepita dai ragazzi del Blend di Castelfranco Veneto, e oggi andiamo oltre col mega regalone di Natale. Gli ultimi quattro campioni misteriosi infatti andavano bevuti tutti assieme, per essere scartati sotto l’albero la mattina del 25. E così abbiamo fatto. Un ultimo ringraziamento va ancora all’allegra macchina da guerra del Blend, che anche per quest’ultimo giorno ci ha regalato sorprese, affetto, trabocchetti e un gran finale.

Buon natale a tutti, abbracciamoci!

❤1 Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Molto buono, intensissimo. La marinità pesciosa, con una torba aggressiva e fumosa, ci 48412111_2001200100178065_1832716451337732096_nporta subito su Islay; per lunghi tratti è proprio pescioso, con note di peschereccio. Gomma ed etere, con sentori di tela cerata; diesel e smog. A grado pieno, diremmo, ma molto aromatico allo stesso tempo. Caramello, cola e tamarindo a sostanziare la zuccherinità. Verosimilmente giovane, con punte ‘verdi’, fresche, quasi balsamiche, tra eucalipto e clorofilla. Esplode al palato, dirompe un turpiloquio di sapori: la torba è ancora più aggressiva, con braci e legno in fiamme (chi non l’ha mai mangiato?). Si allarga un tappetone dolce, con zucchero di canna, caramello e tamarindo ancora. Il finale è proprio di aringhe affumicate, kippers di Campbeltown.

Se dovessimo ipotizzare un imbottigliamento, diremmo An Islay Distillery 9 anni, Cadenhead’s Small Batch (tre barili di Laga, due sherry e uno bourbon). E invece no, di isolano si tratta, ma avevamo nel bicchiere Kilchoman Comraich, gli imbottigliamenti esclusivi dedicati ai locali/santuari sparsi per il globo: 87/100.

❤2 Vat 69 (2018, OB, 40%)

48411380_2001201660177909_8581649325208109056_nDifficile da inquadrare, a maggior ragione dopo la mangiata di questi giorni. Si sente la gioventù, profuma di distilleria, di lieviti, di alambicchi, di canditi… Ci viene il dubbio, percependo una patina dolce un po’ cheap e ‘alta’, che possa essere un finish. Un po’ di inchiostro. Il palato è debole di corpo, con sapori di liquirizia industriale, di inchiostro, e svanisce rapidamente. Il finale, scandalosamente corto, sa di… vodka, di distillato di cereali molto pulito.

Non riesce neppure ad essere pacchiano, con la sua dolcezza così “da discount”. Francamente è un 72/100.

❤3 Ardbeg Blasda (2010, OB, 40%)

Pesca bianca, oleoso (olio di lino, o di sesamo forse). Delicato e fruttato, con una patina di 48987057_2001202420177833_104990836327972864_nzucchero a velo. Mela verde, anche? Resta fresco e con un velo di torba leggera… Fine, elegante. Uva bianca. Al palato è molto vegetale, ancora, rivela di nuovo una cerealosità vegetale torbata. Il finale non è lunghissimo, ma il fumo di torba si riprende ancora un po’ di spazio sul cereale. Molto nudo, poca botte.

Potrebbe essere un Bruichladdich Islay Barley? Non ci fa così sensazione scoprire che invece si tratta di una delle creazioni più controverse degli ultimi anni in casa Ardbeg: 83/100.

❤4 Kilchoman 100% Islay (2012/2018, OB for Beija Flor , 59,1%)

48373414_2001203500177725_3640734766254260224_nTorbato giovane, con una mineralità marina (un po’ di scoglio, dice Zucchetti). Acidità limonosa. Zuccherino, ma di zucchero astratto (a velo), confetto. A suo modo timido, forse un po’ alcolico, molto onesto. Il palato è esplosivo, intenso, con limone e zenzero. È potente ed elegante al contempo, la gradazione è forse alta. Crema di limone, ancora fumo e braci.Finale molto lungo e intenso, con una bella sapidità.

Lagavulin 12? No, però non ci siamo andati molto lontano. In ogni caso, è un grande whisky. Il palato è sorprendente per ricchezza, dopo un naso tutto sommato quasi timido. Vai di 89/100!

 

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Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 18

Il “Calendario Avventato” oggi ci fa bere Kilchoman Sanaig, assemblaggio di barili ex sherry ed ex bourbon lanciato qualche anno fa dalla distilleria di Anthony Wills. Tenete conto cheIMG-20181203-WA0013 l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina. Il rischio di farsi male è dietro l’angolo, ma vediamo.

Whisky #18

48361522_1999056140392461_5307003629801046016_nDiremmo di star leggendo un manuale che spiega come si fa un whisky isolano a prevalenza bourbon. Ci sono vaniglia, crema, limone, eucalipto, torba con alghe e mare. Ci cattura una suggestione di pastiglie Leone salvia e limone. In bocca è molto dolce ma si salva dalla stucchevolezza grazie a note agrumate e fresche che ricordano il lime. La torba è ben presente, sul legno bruciato, mentre la marinità completa senza strafare. Il corpo è un po’ debole, non ci sono guizzi di incredibile intensità, ma nel complesso ci sembra un whisky ben fatto, equilibrato, senza difetti. Caol Ila, forse? In ogni caso per noi è 83/100.

Dopo che ci è stata rivelata l’identità siamo soddisfatti a metà. Caol Ila e Kilchoman non sono poi distillerie così lontane per stile e quindi l’errore non è poi così catastrofico. Rimaniamo invece abbastanza perplessi nel rileggere le nostre tasting notes, perché non troviamo nessun riferimento all’invecchiamento in sherry, le cui botti sono peraltro in maggioranza nella “ricetta” del Sanaig; è pur vero che tutte le botti ex-bourbon sono come di consueto di primo riempimento e quindi molto fresche, ma accidenti qui ci tiriamo una bacchettata sulle mani da soli. Fa male, fa molto male…

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 14

Il “Calendario Avventato” al giorno n.14 ci regala Kilchoman Port Matured 2018. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #14

Già dal colore ci parla di sé. È un oro rosa che suggerisce un invecchiamento in qualche botte non convenzionale: la sfumatura rosina ci porta a… Porto? La fragola in confettura c’è, se proprio dovessimo azzardare… E poi, poi, poi, la torba, che è potente, sferzante, ad alto tasso di ppm. In generale un whisky umido, con sensazioni di frutta troppo matura. Melograno lasciato lì, arancia rossa. In bocca ha una presenza importante con torba bruciata e liquirizia. Qua e là schizzi e spruzzi iodati. Tutto molto compresso e di una dolcezza straripante. Tanta arancia, zucchero bruciato, geleé alla fragola. Il finale a sorpresa rimane un po’ corto.

In tutta onestà, ma lo sapete già se ci leggete, noi non amiamo questi profili: torba e Porto (perché ci scommettiamo, è un invecchiamento in Porto) non sempre si sposano bene, e anche quando lo fanno a noi non convincono mai appieno. Detto ciò, non c’è niente di male a fare anche whisky del genere, ampliano l’universo del possibile: e questo è ben fatto, rimane con un suo paradossale equilibrio che, in ogni caso, non ci fa salire sopra agli 83/100. Ma è un problema nostro, you know.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 9

Il “Calendario Avventato” al giorno n.9 ci regala Kilchoman Machir Bay,IMG-20181208-WA0012 l’imbottigliamento entry-level della famiglia Kilchoman. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post.

Whisky #9

47316602_1991444174486991_9081419442121867264_nQui abbiamo di fronte un torbato, sicuramente piuttosto giovane, fresco e vivace. Annusando ci pare di sentire un fumo molto acre e intenso, con un sottofondo vegetale, molto cerealoso e ‘naked’, con aromi primari di cereale, di fermentazione. All’inizio ci sembrava di riconoscere una spiccata marinità, ma man mano che il tempo passa quella prima suggestione svanisce e ci viene il dubbio di averla confusa con una decisa nota di limone… Anche dello zenzero fresco. Al palato l’intensità è buona, e replica pedissequamente il naso: se la torba è brace e cenere intensa, ancora si agita una dolcezza deliziosa, onesta e giovane, di cereale (proprio il chicco d’orzo torbato che ti fanno assaggiare in distilleria all’inizio dei tour…). Punte pepate. Il finale è intenso e lungo, anche se a durare è soprattutto il fumo, mentre la dolcezza di malto immerso in limone svanisce abbastanza rapidamente.

Un buon whisky semplice, onesto, che non prova neppure a nascondere la sua gioventù e la sua natura profondamente basica, oseremmo dire materica. La poca marinità ci fa dubitare della sua provenienza: molto probabilmente è una distilleria di Islay, ma potrebbe anche essere un whisky di distillerie “di terra”. Il giudizio è positivo, anche se numericamente tiene conto dei peccati di gioventù: 84/100.

Milano Whisky Festival 2018: i terzetti

Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: sabato e domenica ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Per il sesto anno di fila noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilkerran, Tullibardine, Kilchoman, Bladnoch, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

Kilchoman 100% Islay (2017, OB, 50%)

Non è difficile capire che dietro a questo imbottigliamento in edizione limitata si celino ambizioni da prodotto artigianale. Molto meno semplice è passare dall’idea di marketing ai fatti, e a Kilchoman lo si fa così: si utilizza solo orzo cresciuto su Islay, coltivato direttamente da loro nei campi antistanti la distilleria, lo si lavora sui pavimenti di maltazione interni (dedicati interamente alla torbatura leggera, da 20 ppm, dell’orzo che serve a questo imbottigliamento), distillazione, invecchiamento (solo barili ex bourbon di primo riempimento) e imbottigliamento tutto in loco. Diciamo che almeno il consumo, per fortuna, non viene limitato alla sola Islay: hanno il buon cuore di mandare le poche bottiglie prodotte ogni anno con l’etichetta 100% Islay a spasso per il mondo. Questa è la settima release, tra poco uscirà l’ottava e grazie all’intercessione dell’importatore avremo la fortuna di presentarla in anteprima al prossimo Whisky Revolution a Castelfranco, all’interno di una degustazione memorabile: una verticale con tutte le otto release, una dopo l’altra…

187404-bigN: molto puntuto e rarefatto, delicato e al contempo di assertiva personalità. Si snoda tra un’aria di mare sferzante, intensa (sembra proprio di stare sul ferry, ad annusare gli spruzzi a pieni polmoni) e fiori di camomilla, zafferano, limone verde, lime… La pasticceria non si sente poi così tanto, ma in fondo son pur sempre botti first fill, e dunque ecco arrivare una vaniglia da pasticcino. Paiono esserci poi anche aghi di pino, eucalipto, a testimoniare un lato balsamico molto piacevole. Alghe riarse.

P: l’ingresso è potente, pieno, ancora con una sapidità marina conclamata e irrefutabile. Dietro a questa prima nota chiarissima, ecco che entra in gioco il barile, con dei sentori vanigliati, di crema pasticciera, di liquirizia perfino. Ha poi note erbacee, lievemente amaricanti, e poi zafferano e ancora un che di camomilla zuccherata. Evidente è il sapore di cereale, dolce e delizioso. Non abbiamo nominato la torba: si sente il fumo, ma poco tutto sommato.

F: delicato eppure lungo e persistente, tutto giocato sulla dicotomia mare e crema.

Anni addietro avevamo avuto modo di storcere i nostri ingombranti nasoni di fronte all’inaugural release della serie 100% Islay. A distanza di 7 anni ci vien da dire “ne è passata di acqua sotto ai ponti…”. Quello che all’epoca ci era sembrato un distillato tanto giovane, sui 3 anni, sballottato da botti impazienti di dar personalità, oggi è diventato un imbottigliamento di grandi profondità ed equilibrio, pur rimanendo un whisky relativamente giovane (questo del 2017 è un vintage 2010). Come i più accorti avevano previsto, Kilchoman ha impiegato poco per affermarsi come eccellente distilleria su Islay, e i lavori di espansione, con tanto di nuovo malting floor, sono forse il coronamento del percorso iniziato nel 2005. Intanto a questo 100% Islay diamo un bel 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robyn Adele Anderson – Lullaby of Birdland (Ella Fitzgeral cover)

Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Kilchoman ‘Caos Calmo’ (2011/2018, OB for RWF, 58,6%)

Questa ve la dobbiamo raccontare. Sapete che abbiamo un passato (e sprazzi di presente) da devoti del dio metallo, e condividiamo questa perversione con molti appassionati di whisky, tra cui l’insospettabile Pino Perrone – che non ha bisogno di presentazioni, vero? Dunque, tempo fa scopriamo che uno dei clienti fissi di Whisky&Co, splendida whiskyteca romana, è Taneli Jarva, tatuatore finlandese e soprattutto leggendario bassista dei Sentenced (degli sfigatoni mezzi romantici, che infatti Taneli ha abbandonato perché troppo melodici) e… degli Impaled Nazarene!, delicatissima band di metal estremo che ha deliziato le platee mondiali con album quali Tol Cormpt Norz Norz (autodefinitosi come “Exclusively Industrial Cyber Punk Sado Metal”) o Finland Suomi Perkele – gente con l’attitudine che ci piace, dei pazzi squilibrati, privi di alcuna morale apparente, con un gusto perverso per le bottiglie di whisky spaccate sulle proprie teste, un’infatuazione non sappiamo quanto goliardica verso il nazionalsocialismo, appassionati di rutti e Satana e birre nei parcheggi, insomma: dei simpaticoni. Qualcuno ha giustamente proposto Mika Luttinen come candidato al Nobel per la Letteratura – dev’essere per questo che hanno smesso di assegnarlo, chissà. All’ultimo Roma Whisky Festival, Pino ha presentato come imbottigliamento del festival un single cask di Kilchoman (da lui stesso ridefinito “Caos Calmo” in uno struggente e lirico pezzo sul blog del festival, purtroppo ora divorato dalle sacche di Google e da scellerate decisioni di web manager), e noi gli abbiamo chiesto di tenercene una bottiglia da parte: presente lo stesso Taneli al festival, non abbiamo resistito al fascino dell’autografo – la bottiglia perderà valore collezionistico, ma checcefrega, tanto la dobbiamo bere. Qui sopra, un’istantanea per eternare il momento storico dell’autografo. Rimandiamo ad altro momento le chiacchiere sul bellissimo tatuaggio che Pino si è fatto fare da Taneli e assaggiamo il Kilchoman, con grandi aspettative.

N: la gradazione forse chiude un po’, ma di certo non copre il diffondersi degli aromi. Spicca fin da subito un sentore nitido agrumato, di lime. Una nota contratta fruttata, forse oltre il limite del tropicale, prelude a una nota cremosa e vanigliata dal barile (effetto: crema al limone?). All’improvviso: una folgorazione di nachos con formaggio fuso e peperoncini dolci – ma forse è solo l’annunciarsi di Islay, tra sentori timidamente iodati e una torba bella generosa e cinerea.

P: l’attacco è ancora su un agrume elegantissimo e tagliente, che di nuovo ci ricorda il lime. Intenso ed esplosivo, dopo questo primo sentore scoppia il barile, con note di liquirizia, vaniglia, legno e fruttini dolci. Tante note bruciate, di torba cenerosa, dura, da braci appena spente. Borotalco. Una nota salina, appena accennata…

F:…accompagna verso il finale, tutto sulla cenere e sul legno bruciato, con ancora venature di agrume.

Le aspettative sono confermate per il barile 471/2011. Grande equilibrio, tutto giocato sulla virulenza del fumo, particolarmente scuro e denso in questo single cask, e una deliziosa e delicata acidità agrumata. L’apporto del barile, ex-bourbon first fill, si sente tutto, ma senza risultare stucchevole come talvolta può accadere. Equilibrio, intensità e grande soddisfazione finale sono i requisiti per appiccicare un 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Impaled Nazarene – Mortification / Blood Red Razor Blade.

Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Comraich, chi è costui? Da qualche settimana Kilchoman ha lanciato il suo programma di “santuari” (Comraich in gaelico, appunto), ovvero ambasciate della distilleria più agricola di Islay, sparse in giro per il mondo. Ma che vuol dire essere santuario di Kilchoman? I locali, accuratamente selezionati, saranno le sedi di eventi speciali nel corso dell’anno, ospiteranno l’intero range di edizioni stabili e limitate messe sul mercato e soprattutto – per quel che interessa a noi, gente col bicchiere sempre vuoto – avranno in bottigliera una chicca esclusivissima: questo Kilchoman ‘Comraich’, appunto. Ogni anno verranno rilasciati quattro imbottigliamenti di questa serie, ma attenzione: a differenza di quanto accade con le ambasciate di Ardbeg, queste bottiglie NON saranno in vendita, né presso i locali né presso i distributori, e saranno disponibili all’assaggio solo ed esclusivamente nei santuari. Il primo imbottigliamento della neonata serie è una miscela di tre barili del 2007 (due ex-bourbon, uno ex-sherry Oloroso), in edizione limitata a 1019 bottiglie – è quasi un 10 anni, dato che il barile ex-sherry ha compiuto solo 9 anni e dieci mesi. In Italia i Comraich sono tre: il BLEND whiskybar di Castelfranco Veneto, il Rasputin Secret Bar di Firenze, l’Old London Pub di Trieste. Noi l’abbiamo assaggiato qualche settimana fa in distilleria e ci era piaciuto molto – lo riassaggiamo adesso con più attenzione, vediamo.

N: impatto ottimo, torba ‘densa’ e davvero intensa, molto tipica dello stile di Kilchoman: dunque poco marina, decisamente fumosa e profondamente minerale. Note di borotalco, di eucalipto, piacevoli e anch’esse intense – sempre molto balsamico. Questo lato resta molto evidente e sempre presente, ma sotto si agita un lato ‘dolce’ e fruttato molto variegato e anch’esso intensissimo: marmellata di fragole e pesche sciroppate, a testimoniare la quota di sherry presente, con suggestioni di caramello, di uvetta, di crema pasticciera – ci fa venire il mente il solito pasticcino di frutta, anzi: un cannolo siciliano! Elegante e brutale, sfacciato.

P: se possibile, le sensazioni di torba addirittura aumentano, profonde e ancora molto piene, fumose, bruciate. La prima suggestione che viene in mente è il pezzo di maiale appena tolto dalla brace, ancora sporco di cenere… Senza diventare marino, rivela comunque una nota sapida, nitidamente salata, che ci stupisce. La dolcezza è anche qui bruciata, croccante e scura: ci viene in mente una tarte tatin innanzitutto, crema pasticciera ancora, caramello. Perdura anche una dimensione balsamica poderosa, con aghi di pino, alloro ed eucalipto.

F: falò spento, brace – tantissima brace, proprio pezzi di legno in fiamme, se per caso non avete inteso. Pancetta affumicata bruciata. Ancora dolcezza marmellatosa.

Molto buono, soprattutto – diremmo – molto saporito: intenso, compatto, senza sbavature. Il primo Kilchoman così ‘maturo’ che ci capita di assaggiare è un esempio eccellente di uno stile senza compromessi, che punta sfacciatamente verso la coesistenza di armonia, intensità e complessità: sono evidenti gli influssi dei barili e pure molto ben integrati, così come altrettanto palese è la vivacità di un distillato che già in partenza è torbosissimo e fruttato. Decisamente promosso: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Sanctuary.

Roma Whisky Festival: due chiacchiere con Pino Perrone

Quest’anno gli eventi ci hanno costretto a restare lontani da Roma proprio nel weekend del Whisky Festival: da bravi letterati conosciamo Emma Bovary e le storture che giungono quando sovrapponi la vita letta a quella vissuta, e dunque non speriamo con questo post di rivivere ex-post la kermesse capitolina. Almeno svolgiamo la nostra funzione di scribacchini, però, e chiediamo un resoconto al suo miglior testimonial: il Professor Pino Perrone. Ne condensiamo la loquela in una sintetica intervista: lo facciamo solo perché non siamo riusciti a registrare la telefonata e siamo costretti a divinare gli enigmatici appunti presi durante la chiacchierata.

Pino, andiamo subito al dunque: com’è andata?

Sulla carta sembrava che gli elementi fossero coalizzati per metterci i bastoni tra le ruote: le elezioni nazionali, innanzitutto, che alla fine si sono rivelate molto partecipate e che hanno da un lato richiamato al paesello natio i fuorisede delle università romane, dall’altro dissuaso molti non romani a venire; gli agenti atmosferici, che hanno portato neve in tutta Europa costringendo diversi ospiti internazionali a rimanere bloccati tra Londra e Edinburgo, e che hanno bloccato trasporti e spedizioni, facendoci rischiare di non ricevere per tempo il nostro imbottigliamento (e anzi, grazie a Diego Malaspina di Whiskyitaly per essersi fatto la trasferta in macchina a riempirsi l’auto di cartoni); il diluvio universale del sabato pomeriggio; la coincidenza di Napoli-Roma e Lazio-Juventus, lo stesso sabato… E insomma, posto che le avversità non sono state poche, è stato un vero successo, e lo dice un numero su tutti: siamo arrivati a 4300 presenze, crescendo del 15% rispetto alla scorsa edizione! Le aziende presenti sono rimaste molto soddisfatte dalla reazione del pubblico, non possiamo che esserlo anche noi.

Quali sono stati i punti di forza di questo Festival, e poi: come mai siete passati alla nuova denominazione, da Spirit of Scotland a RWF?

Rispondo innanzitutto da quest’ultima questione: i whiskey irlandesi e americani sono sempre più protagonisti della rinascita del nostro distillato, soprattutto dietro ai banchi dei cocktail bar, e dunque sarebbe stato francamente riduttivo e un poco stridente restare imbrigliati nel nome SOS. Pur mantenendo la dicitura Roma Whisky Festival by Spirit of Scotland, abbiamo voluto slegarci dal riferimento alla Scozia, e al contempo darci un respiro più internazionale, più prestigioso, più autorevole. E dunque, senz’altro i whisky esteri sono stati grandi protagonisti: americani e irlandesi, come dicevamo, ma anche gli ormai celebri giapponesi… A tal proposito, la masterclass su Ichiro (di livello altissimo!) ha ricevuto meno adesioni di quella sul range base di Nikka: questa è la dimostrazione di un grande interesse, ma testimonia anche come a Roma ci sia ancora una fascinazione non strettamente legata alla qualità assoluta del prodotto, fatto che ci fa capire che il percorso intrapreso è quello giusto e che ci sono ancora tante prospettive di crescita, anche culturale. D’altro canto, il collector’s corner gestito da un raggiante Gaddoni ha riscosso un grande successo, quindi vuol dire che anche qui il pubblico inizia a richiedere qualità, imbottigliamenti rari, da collezione…

A proposito di Masterclass: ce n’erano di veramente interessanti, una su tutte quella di Diageo in cui è stato aperto addirittura un Brora! Un bilancio su questo aspetto?

Tieni conto che sul ventaglio di masterclass presenti, ben sei erano gratuite! Sono state un po’ ondivaghe, a dir la verità: alcune sono andate sold-out rapidamente, come quella di Diageo per cui ancora rosicate (ma siate sereni: era buono, ma non il migliore Brora di sempre), oppure quella di Glenfarclas, in cui abbiamo aperto un 21 e un 30 anni ‘normali’ affiancati a due Family cask della stessa età. Bene anche Bushmill’s, molto bene Nikka, come dicevo, anche grazie al prestigio di un relatore come Salvatore Mannino. Altre non sono state così popolate, come quella – peraltro molto interessante – sui single malt alla base di Ballantine’s…

Pino con sguardo malizioso sembra dirci che le dimensioni contano (foto da zero.eu)

Il format è migliorabile, secondo te? Alcuni hanno puntato il dito contro la presenza importante della miscelazione…

Questo punto secondo me è proprio sbagliato. La miscelazione di alta qualità è fondamentale in una fiera del genere, innanzitutto perché sono le stesse aziende a chiedercela, dato che costituisce un grimaldello eccezionale per arrivare a nuovi consumatori con più leggerezza. Per noi è importante, anche per svecchiare l’immagine del whisky presso un pubblico meno esperto, e i bar presenti hanno riscosso un successo evidente. In futuro non credo rinunceremo a questo aspetto… Piuttosto, possiamo migliorare il lato del food, e senz’altro l’anno venturo cercheremo di ampliare l’offerta portando più alternative a disposizione del cliente, soprattutto per quel che riguarda lo street food. Servirebbero spazi più ampi, certo, e la location del Salone delle Fontane, pur essendo splendida, comincia ad andare stretto alle nostre esigenze; ma non è detto che qualcosa non possa accadere anche in questo senso – come si suol dire, stay tuned. L’anno venturo puntiamo anche a un ulteriore aumento degli espositori, per cercare di coprire l’intero mondo del whisky, sia scozzese che non.

Prima accennavi all’imbottigliamento del festival, una tua selezione: un Kilchoman di 6 anni e mezzo in bourbon, da te ribattezzato “caos calmo”. Noi te ne abbiamo ordinata una bottiglia, oltretutto firmata dal grande Taneli (per i barbari tra voi che non lo conoscono, ha inciso con gli Impaled Nazarene capolavori come Finland Suomi Perkele): vuoi dirci qualcosa?

Ne ho scritto sul blog del festival, che purtroppo in questo momento è offline per dei problemi tecnici: ad ogni modo, è un imbottigliamento splendido!, mi ha ricordato certi Ardbeg degli anni ’70 per l’oleosità del cereale, evidente, raffinatissimo… Al naso appare vicino ad un 100% Islay per la delicatezza della torba, che invece esplode in tutta la sua forza al palato: il distillato è da orzo maltato a Port Ellen, dunque a 50 ppm, ma l’eleganza della distillazione ne ha molto ammorbidito il fumo. Quanto al nome, volevo rendere l’idea di un ossimoro, facendo proprio riferimento alla compresenza di brutalità ed eleganza, e mi è piaciuto farlo con questo riferimento cinematografico (mi sono cassato alcune idee letterarie che forse sarebbero state fin eccessive)… Forse anche per questo copywriting un po’ casuale il Kilchoman ha avuto grande successo, ne abbiamo venduto molto e tutti venivano a chiedere “che ce l’avete un Caos Calmo?”

Senti, abbiamo notato che rispetto al passato hai provato a introdurre Cognac e Armagnac anche a un pubblico di integralisti del malto come quello dei whiskofili: com’è andata?

Questa era una sfida cui tenevo molto, non so dire ancora se possiamo considerarla vinta ma di certo è un tasto su cui andremo avanti a spingere. Non bisogna dimenticare che prima della strage di vitigni portata dall’epidemia di Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento il Cognac era il vero re dei distillati… Abbiamo voluto provare a proporli anche al pubblico degli appassionati di whisky, cercando di superare la tradizionale rivalità che contrappone i due mondi: erano presenti 20 brand tra Cognac e Armagnac divisi su 9 stand, in una sala dedicata ma per nulla isolata, dato che costituiva una tappa obbligatoria per chi partecipava alle masterclass… Alcune tra le cose più interessanti che ho assaggiato erano proprio in questa sala: in particolare c’era un Armagnac del Domaine Laguille veramente splendido. Consiglio a tutti di dare una chance a questo distillato, stupirà anche i più tenaci difensori dell’acquavite di cereale!

Hai menzionato un’imbottigliamento che ti è piaciuto, a questo punto in chiusura devi dirci quali sono stati gli highlights, quali gli assaggi che ti hanno convinto di più.

Allora, d’obbligo il riferimento a questo Armagnac del 1992 di Laguille, spettacolare; ottimo anche un Cognac ‘through the grapevine’ di Francois Voyer, cask #88, molto complesso, così come piacevolissimo era il Vaudon VSOP. Lo Yellow Spot mi ha sorpreso tra gli irlandesi, molto equilibrato, e tra gli americani invece una menzione va senz’altro a Ocean di Jefferson’s, un progetto folle, con le botti che maturano per alcuni anni (!) su una barca, in giro per il mondo… Stando sugli scotch, buonissimo il blend di Diageo, il Collectivum XXVII, e ovviamente di alta qualità il Lagavulin 12 del 2017. Nello Speyside, invece, oltre al Glenfarclas del 1986 (Family Cask #2447), ho apprezzato il single cask di Glenlivet ‘Meiklour’. Insomma, dai, non sono riuscito ad assaggiare tutto ma qualche cosina interessante ve l’ho tirata fuori…