Botti da orbi – “La degustazione del secolo” pt. 2

Ecco la seconda parte del reportage di Marco Zucchetti (che potete vedere qui sotto, sfocato e straordinariamente lucido al contempo, come solo lui sa essere) sulla “Degustazione del secolo”, evento straordinario tenutosi a Londra due settimane fa in occasione del lancio di Hampden da parte di Velier e La Maison Du Whisky. Che capolavoro…

BALLY 1924 (Martinica, 45°)

Altro pezzo storico: il primo millesimato in assoluto della casa. Il rum talking fra gli esperti a fine degustazione gli assegna la palma di più enigmatico della serata. Vediamo perché.

Di un mogano tenue, è delicato anche nei profumi. Fresco, con pesca e susine, ha il profilo più dolce e sensuale. Cioccolato al latte, quasi floreale. Col tempo emerge una distinta nota di ciliegia e bon bon alla fragola. È un’eccentrica vecchietta assai profumata, e anche al palato rimane sulla fantasia floreale: violetta e lavanda. Ma sotto le vesti graziose e leggiadre si coglie comunque un bel corpo secco e austero, con chiodi di garofano e noci pecan tostate.

Il finale è speziato (chili), con crostatine bruciacchiate alla marmellata di frutti neri (più more che mirtillo). Ma al di là della ruota della fortuna delle suggestioni retrolfattive, resta un rum che parla molte lingue, lancia segnali e poi si nasconde, senza mai farsi capire del tutto. Intendiamoci, è di una eleganza rara, ma chi indovina dove va a parare è bravo. D’altronde lo avevamo detto che era femmina…

Criptico: 88/100

SKELDON 1978 (Guyana, 60.4°, imbottigliato 2005)

Ecco, lui la vecchietta di cui si parlava prima potrebbe difenderla dai malintenzionati a forza di schiaffi tipo Bud Spencer. Trattasi di rum mastodontico dal cuore d’oro, una cascata di muscoli e un altruismo con cui regala sensazioni a piene mani. Usciamo un attimo dalle metafore antropomorfe: blend di tre barili provenienti da una distilleria chiusa negli anni ’50, è uno dei primi imbottigliamenti fatti da Luca Gargano, e forse il suo preferito. C’è da capirlo: tutto comunica potenza in questo bicchiere dove i riflessi rossi accendono già la fantasia. Poi non devi far altro che lasciarti trasportare dalle folate impetuose di aromi: smalto, arancia, un che di barbecue, melassa spessa, un’aria di foglie umide e sottobosco e perfino un’idea di balsamico invadono il naso.

In bocca ti viene in mente il climax di qualche sonata di Beethoven, dove tutto congiura per spingerti a invadere la Polonia in un delirio di onnipotenza. Secco e impegnativo, unisce legno, polvere, amarena sciroppata e una impressionante liquirizia pura. Imbottigliato nel 2005, ha passato 26 anni nei barili ai Tropici, il che lo rende denso e infinito. Muscoli e cuore, ma anche attributi e una saggezza coraggiosa, da eroe che molte ne ha viste, molte ne ha vinte e molte ne sa raccontare.

Epico: 93/100

HAMPDEN 2011 (Jamaica, 60°, imbottigliato 2018)

L’ultima tappa della degustazione, ultimo frazionista della staffetta 5xRum. Insieme alla versione base a 46°, è il primo imbottigliamento ufficiale di rum invecchiati da parte della distilleria giamaicana diventata mito per via del suo profilo aromatico da record: di fatto, è il rum con la maggior concentrazione di esteri al mondo. E dato che la serata è un po’ da Guinness, le credenziali con cui si parte sono quelle giuste.

In effetti già alla prima sniffata si capisce che l’ordinario non fa per Hampden. Qui la definizione potrebbe essere “rum corazzato”. Nel senso che l’alcol vigoroso e soprattutto una coltre acre di trementina e smalto (il Crystal Ball, per i ragazzi degli anni Ottanta…) possono scoraggiare i bevitori amatoriali. Ma l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere? E dunque chi ha la pazienza e l’ardore di non lasciarsi respingere, viene premiato. Dopo poco gli esteri abbassano la guardia e si può entrare timorosi in un mondo di mela cotta e arachidi. Avanzando e sorseggiando, poi, arrivano caramello, pesche all’amaretto. E accanto a una dolcezza imprevedibile, compare anche un lato salato, quasi di pop corn e mandorla tostata, che tiene le redini del lungo finale.

La fermentazione di 15 giorni, l’uso esclusivo di lieviti selvaggi e gli alambicchi pot still di sicuro fanno una gran differenza. Dicono che il clima di Trelawny – il grand cru del rum giamaicano – e l’acqua di sorgente siano altrettanto determinanti. Noi che non siamo indigeni come le 23 specie di uccelli tropicali che popolano le foreste intorno alle piantagioni non lo possiamo sapere e ci fidiamo. Ma capiamo che il risultato è comunque uno spirito fiero, che può dividere sul gusto (soggettivo, si sa) ma non sulla qualità.

Sfrontato: 88/100

“Mi diede una strana sensazione, e il resto di quella notte non parlai molto. Mi limitai a starmene seduto e a bere, cercando di decidere se stessi diventando più anziano e saggio o semplicemente più vecchio”.

Le cronache del rum, Hunter S. Thompson, 1998

Ichiro’s Malt ‘Mizunara Wood Reserve’ (2013, OB, 46%)

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Come al solito, il caro Ichiro Akuto dimostra di essere un visionario (altri direbbero “un pazzo squinternato”) blendando sotto il marchio Ichiro’s Malt del whisky di Hanyu, distilleria ormai chiusa da quasi vent’anni, e di Chichibu, distilleria molto giovane ma già di culto tra gli appassionati e i collezionisti. Ichiro sa come si lavora, la qualità di Chichibu è lì a dimostrarlo; al contempo, sa pure come si blenda, dato che gli Ichiro’s Malt sono sempre una garanzia in termini qualitativi. Oggi, grazie alla gentilezza di Marco Callegari e di Alessandro Coggi, assaggiamo la versione ‘MWR’, Mizunara Wood reserve, finita per qualche mese in barili di legno Mizunara, ovvero di quercia autoctona giapponese.

japan_ich2N: l’impatto è straordinariamente accogliente, caldo, morbido e fruttatissimo. Volete sapere di cosa profuma un whisky ‘classico’ e ricco, che sa di whisky? Annusate questo: pesche sciroppate, mele rosse, albicocche mature e succose; poi brioche all’albicocca, caramello, ma con suggestioni anche più ‘legnose’ e profumate, tipo ‘legno di sandalo’; pian piano si apre anche una dimensione più calda, che ricorda nitidamente il tuorlo d’uovo. Molto rotondo, incredibilmente privo di spigoli.

P: ancora rotondissimo e piacione, non si può dire che sia un whisky scarico: tutto sommato coerente col naso, in più si sente una nota di cereale, anzi di pane dolce – ma la variazione più rilevante è di proporzioni, si fa un po’ meno fruttato (per quanto pesche e albicocche, fresche ma anche disidratate restino ben presenti) a tutto vantaggio di quelle note di tuorlo d’uovo. Succo d’arancia.

F: di media durata; oltre ad una bella frutta piacevole, resta un sentore tra il floreale e lo speziato, che sviluppa il sandalo del naso e si ferma appena prima del chiodo di garofano; ci intendiamo?

Piacevole e ‘rotondone’, semplice ed esuberante, come vorremmo fossero tutti i no age… L’apporto del legno Mizunara si sente, con quelle note speziate e legnosine, ma riesce a restare educato, senza stravolgere il tema di fondo dell’imbottigliamento con etichetta a foglia. Certo, ad acquistarlo qui non costa poco (circa 120€), ma è un malto indispensabile per ogni bottigliera attenta al whisky con gli occhi a mandorla – anche perché per metterci Hanyu e Chichibu bisognerebbe comunque spendere molto di più, e dunque… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steven Wilson – People who eat darkness.

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

Amrut ‘single cask for la Maison Du Whisky’ (2009/2013, OB, 60%)

Torniamo su questa distilleria indiana che incuriosisce gli appassionati degli whisky extra-Scozia e che è attiva dal 2004 nell’imbottigliamento di single malt molto giovani e particolari- vedremo tra poco cosa sia a renderli tali. Questo single cask ex bourbon, il numero 3438, è un’esclusiva per il tempio del whisky parigino La Maison du Whisky ed è stato messo in bottiglia alla gradazione monstre di 60%. Vai con la musica!

amrut_bourbon_3437N: impressiona subito: per essere a 60%, si sente poco l’alcol ed è bello dispiegato. A colpire è anche la maturità, perché ha perso ogni nota di distillato giovane (di candito, per intenderci) ed esibisce robuste note legnose (tanta frutta secca, anche tostata; nocciola), una maltosità calda e anche un po’ spigolosa. Emergono note quasi sporche (cuoio), speziate (tamarindo). In questa violenza di maturazione spinta, dove gli odori sono sparati a un grado di intensità davvero iperbolica, ci sembra sia ricca anche la parte fruttata, che riconosciuta degustando blind forse ci avrebbe forse tratto in inganno e ci avrebbe fatto propendere per un ex refill-sherry: frutta rossa e frutta gialla succosa (pesche sciroppate); zuppa inglese, o certi babà intrisi d’alcol… Dopo un po’, e con una goccia d’acqua, si apre molto e rivela perfino una nota, cremosa, di vaniglia.
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P: qui l’alcol non può fare il miracolo di scomparire e si sente un po’ di più, rendendo questo whisky un po’ ostico, se non diluito. Come c’era da aspettarsi, si sbatte contro un muro di sapore massiccio, e si palesa ancora più che al naso la maturazione, con stangate di legno. Abbastanza secco, quasi allappante; intensissimo ma non facile. Al di là della prepotenza del legno, resta saporito e molto succoso; soprattutto dopo un po’ di tempo escono punte di frutta gialla, di malto, e fa venire in mente la classica brioche all’albicocca. A tratti succo tropicale (greve però; note di banana molto matura) e tracce di vaniglia. L’acqua attenua l’alcol, ma al contempo la legnosità, ancora astringente, non diminuisce e anzi si lascia appiattire addosso i sapori. Un  po’ di nocciola e di liquirizia.

F: abbastanza lungo, secco e maltoso, ancora pesche e legno speziato.

A pensare all’età effettiva, impressiona davvero il livello di maturazione di questo malto, aiutata (anzi, forzata) dal clima umido e caldissimo d’India: pensate che l’angel’s share è stato circa del 40% in soli quattro anni! Di certo, questo enfant prodige non si nega degli spunti notevoli, soprattutto sul lato dell’intensità dei sapori, fruttati e legnosi: proprio la legnosità spiccata ci fa interrogare sull’apporto della botte, senz’altro ‘eccessiva’ – diciamo che saremmo curiosi di assaggiare un Amrut invecchiato (se così si può dire) in legni meno attivi. 84/100, in ogni caso, è il nostro voto; grazie a Gianni per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: GiorgiaUn’ora sola ti vorrei

Laphroaig 15 yo ‘The Artist #3’ (1998/2013, Signatory for La Maison du Whisky, 60,1%)

Il Laphroaig di lunedì ci è proprio piaciuto; siccome siamo degli edonisti, a piacere vogliamo aggiungere altro piacere… Decidiamo quindi di cercarlo non nei boudoir di periferia, né nei centri massaggi con happy ending: puntiamo dritti verso un altro sample di Laphroaig, questa volta un single cask selezionato e imbottigliato da La Maison du Whisky (tramite Signatory) nella serie The Artist, #3. Si tratta di una botte refill-sherry, come già il fratellone che avevamo assaggiato circa un anno fa, imbottigliata dopo 15 anni di maturazione (1998/2013) senza filtraggio a freddo e senza coloranti aggiunti, a grado pieno. Via!, il colore è ambrato.

81671-normalN: non alcolico da respingerti, ma comunque ‘nabbestia: sembra invocare una goccia d’acqua. Anche neat, comunque, emergono ricche suggestioni di confettura di fragola, di arancia candita (arancia rossa). Contundente anche l’apporto di una torba intensa e acre, dello iodio (brezza marina) e del legno bruciato; legnetti di liquirizia. Con acqua, si apre decisamente: certo giova, lo rende più annusabile, e si apre su sciroppo per la tosse; anche il lato fruttato trae vantaggio, con note di fichi secchi e di pesche sciroppate; note proprio di sherry, liquorose; e anche gomma bruciata, diesel…

P: anche questo è un gran whisky: certo è alcolico, ma impone una parete di sapore violenta e compatta. È sia isolano e marino (acqua di mare, alghe) che legnoso, è sia fruttato (tra il tropicale e la fragola) che bruciato: e poi tanto agrume, dall’arancia al mandarino: mandarancio? Si scherza, dai, ci siamo intesi. Con acqua si fa più godibile, moltiplicando gli spunti possibili: la frutta è più varia, matura; poi un senso di dolcezza bruciacchiata che riassumiamo con: zucchero di canna.

F: non sarà un happy ending, ma di certo è un happy finish: zucchero di canna, fragola, fumo, gomma bruciata, torba acre… E dura tanto, tantissimo.

Rispetto al Laphroaig Cask Strength ‘green stripe’, questo forse ci piace un po’ di meno, resta (relativamente) più semplice e un po’ ‘artefatto’ dall’apporto della botte: botte che comunque si integra benissimo con il distillato, e a nostro giudizio sta un passo avanti rispetto alla prima versione di ‘The Artist’ che avevamo bevuto tempo fa. Insomma, basta paragoni; di certo c’è che Laphroaig regge molto bene lo sherry, e c’è anche che La Maison du Whisky sa scegliere le proprie botti… 90/100, e ancora grazie a Claudione per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Unearth – The Swarm.

Tormore 20 yo ‘The Artist #2 – Bar Metro’ (1992/2013, La Maison Du Whisky, 55,4%)

tormore_1992_svNon c’è bisogno di presentare Giorgio D’Ambrosio e il Bar Metro di Milano al pubblico di appassionati di whisky, vero? Uno dei più grandi collezionisti di whisky al mondo, semplicemente, uno dei primi esseri umani a girare le distillerie per selezionare le botti, un uomo che gode di una stima e di un rispetto tali da non lasciar dubbio sulle sue qualità, umane innanzitutto. Non vogliamo fare una sviolinata, non ci interessa: è solo il preambolo necessario per far comprendere perché un colosso francese come La Maison Du Whisky decida di dedicare a GdA e al Bar Metro un single cask di una delle sue serie più prestigiose, ovvero “The Artist”, con etichette disegnate da artisti emergenti del panorama internazionale. Assaggiamo dunque questo Tormore di 20 anni, imbottigliato in edizione limitata (235 esemplari) a gradazione piena; la botte è ex-bourbon. Il colore è paglierino, chiaro.

Schermata 2014-05-08 alle 11.53.01N: ha l’anima dei grandi, sostanziata in intensità dirompente e complessità disorientante. Sulle prime colpisce una nota torbata, leggermente affumicata, che ricorda decisamente il bacon, e per restare sull'”alimentare” ci stupisce una nota di formaggio dolce (emmenthal) molto peculiare. Poi, un gran tappeto minerale ed erbaceo, con note di burro, eucalipto, menta, pepe. Fin qui, un bel malto austero: e invece si squaderna una bella dolcezza, altrettanto variegata. Caramella mou, l’impasto che sarà pastafrolla, un che di limonata zuccherata, albicocca matura. Parte in punta di piedi e poi si scatena, con un naso caldo e rotondo.

P: all’ingresso ribadisce il naso, con in scena attori principali una torba nervosa, un pepe aggressivo, note minerali e affumicate (salamoia e ancora bacon). Poi esplode in bocca e rilascia una dolcezza intensa, intensissima: ancora a sorpresa emmenthal, poi un generico apporto ex-bourbon… Impasto per torte, zucchero liquido… Una dolcezza monolitica, sempre in contrasto con il ‘nervosismo’ iniziale.

F: molto affumicato (braci, legna bruciata) e vegetale, erbaceo. Ancora pepe.

Un whisky che si offre come degno alfiere del vessillo del Bar Metro: una botte eccellente, un whisky inusuale, costantemente in bilico tra austerità e rotondità, tra durezza e gentilezza, tra serietà e affabilità. Un perfetto milanese, insomma: 90/100, e via così. Quando è uscito costava attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Susanne SundforWhite Foxes.

Laphroaig 11 yo (1998, Signatory for La Maison du Whisky Collector’s Edition, 60,7%)

Noi qui si pubblica poco ma si continua a bere, eh?, che vi credete? E per dimostrarvi che è vero (la lingua in bocca – chi coglie la citazione?), ecco a voi le tasting notes di questo giovane Laphroaig, imbottigliato da Signatory per La Maison du Whisky e portato da Claudio Riva all’ultimo festival romano. Si tratta di un invecchiamento in un refill-sherry butt, come già si intuisce dal colore, ambrato…

Schermata 2013-07-15 alle 21.18.45N: a dispetto della gradazione si mantiene sfacciatamente aperto, con una gran gamma di aromi, sia torbati (anzi, torbatissimi) che più tipici di maturazione in sherry. Legna fresca, appena tagliata; acetone (beh, sì, l’alcol…); torba acre, toffee, perfino del cioccolato al latte. Una nota di emmenthal? C’è poi un che di marino e ‘pescioso’ (ci viene in mente la suggestione di una zuppa di gamberi… avremo esagerato???), oltre alle ‘solite’ note di agrume candito (ma anche arancia fresca) e borotalco. Liquirizia. Con acqua, si apre una nota profumata/medicinale, che non riusciamo a mettere bene a fuoco (ci vengono in mente l’erica, alcune tisane balsamiche, ma anche infusi ai frutti rossi); ma soprattutto esplode una nota di fragola davvero da capogiro.

P: che esplosione. Attacca sulla dolcezza, man mano si ‘asciuga’ e, come d’altro canto accadrà a tutti noi, resta solo la cenere. Inizia con schiaffi di liquirizia, calci volanti di fumo di pipa, di tabacco aromatizzato, pugni di marmellata di fragola e agrumi… Poi un godimento torbato, con note di fumo acre intensissimo e un tripudio medicinale (sciroppo per la tosse). Datteri, che intensità! Ci sono poi suggestioni marine, di pesce sotto sale… L’acqua aumenta il dolce, ed è ottimo, ancora più agrumato, cremoso e intenso. C’è una fragola crescente, sempre più esuberante; poi, riconosciamo anche suggestioni mentolate! Top.

F: liquirizia infinita, fumo di sigaro, infinito. Una torba roboante con un che di salato e marino; va seccando, verso ottime note di legno.

Semplicemente, uno dei migliori Laphroaig che abbiamo mai bevuto; sherry e torba, si sa, non sempre si gradiscono a vicenda, ma quando ciò accade spesso il risultato è magia: e questa è magia. Buonissimo, davvero, di grande complessità e clamorosa intensità: il naso con acqua è da orgasmi multipli… L’aggiunta di acqua è accessoria, nel senso che a dispetto della gradazione è eccellente anche neat: ma la traiettoria evolutiva che si può apprezzare aggiungendo goccia dopo goccia è davvero impagabile. Claudio, grazie per il sample, davvero: il nostro giudizio sarà di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: un capolavoro appropriato, ovvero Lucio DallaMambo.

Chichibu ‘Chibidaru single cask’ (2009/2012, OB for La Maison du Whisky, cask #286, 61,9%)

Un tipo molto Akuto, foto dal blog Nonjatta
Un tipo molto Akuto, foto dal blog Nonjatta

Come accennato qualche giorno fa, la defunta distilleria Hanyu ha una giovane erede, ovvero Chichibu: vi consigliamo la lettura di questo breve reportage del blog Nonjatta, prezioso strumento quando si tratta di whisky e Giappone. La Chichibu è attiva dal 2008, e – oltre alla consueta, maniacale attenzione per materie prime e strumenti tecnici – pare che il clima della regione di Saitama, a nord ovest di Tokyo, sia particolarmente propizio per la maturazione del whisky: tant’è che malti pure così giovani (al massimo 4 anni) riescono ad avere una personalità notevole, si dice. E beh, assaggiamo e vediamo se è vero: oggi eccoci alle prese con un single cask imbottigliato per La Maison du Whisky, con la particolarità che si tratta di una botte piccola (tipo quarter cask), ovvero ‘Chibidaru’; lo assaggiamo per gentile concessione di Pino Perrone, che ha portato questa bottiglia come graditissimo omaggio alla degustazione di due settimane fa.

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N: onestamente non abbiamo annusato spesso malti così giovani, e quando l’abbiamo fatto, beh, la gioventù ‘estrema’ era bella presente e vibrante; qui probabilmente, ad annusare blind, non sapremmo riconoscere l’età. La gradazione non rovina affatto l’esperienza: si apre man mano un bouquet fruttato e cremosissimo (budino alla vaniglia!!!, poi albicocche sciroppate, ma anche un senso più ampio di ‘macedonia’ estiva), con crescenti note di pesca e pasta di mandorle. Notevolissimo, con punte perfino floreali e di toffee; suggestioni sempre più nitide tra l’agrumato e il minerale, riassumibili con “scorza d’arancia” (davvero nitida!). Crema alla nocciola, e a tratti anche punte speziate e balsamiche/mentolate. Con acqua, la scorza d’agrume si fa più nitida (anche limone), cresce ancora la cremosità; si distinguono tracce di zenzero e aumenta molto una sensazione di legna appena tagliata. Un naso fresco e splendido.

P: impressionante! Attacco intensissimo, vere fiammate di sapore; coerente col naso, alterna in primo piano albicocca e crema di vaniglia, con di volta in volta escursioni verso pesche, note tropicali, pasta di mandorle. Mele gialle mature. Eccellente. Punte di canditi (agrumi) e lievi fiammatine mentolate. Dolce, nocciola, cioccolato al latte. L’acqua tende ad appiattire un po’, aumentando suggestioni di limone zuccherato e zenzero.

F: mele gialle, intensissime, e vaniglia. Non lunghissimo e con punte lievemente erbacee (tipo tisane balsamiche lasciate in infusione a lungo).

Andrea e Pino
Andrea e Pino

Una vera sorpresa: fresco e fiammeggiante, gode di un naso veramente incantevole. L’acqua curiosamente tende ad appiattire un poco, soprattutto al palato (che se si fosse ‘aperto’ ulteriormente – a nostro gusto – avrebbe portato questo malto a livelli di eccellenza assoluta), ma non si può star troppo a sottilizzare davanti a un whisky così buono ad un’età così bassa. Chapeau a Ichiro Akuto, appassionato boss della Chichibu, e kudos a Pino; lunedì chiudiamo le nostre japanese sessions con la versione torbata di Chichibu, ma per ora a questo “chibidaru” assegneremo un pieno 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Don CaballeroStupid Puma.

Yamazaki 1995/2010 (La Maison du Whisky, ‘Owner’s cask’, 54.9%)

shinjiro-toriiScuro come la notte, questo Yamazaki è stato l’ultimo dei whisky assaggiati sabato scorso, e di certo il più controverso. Questo malto proviene dalla più vecchia distilleria di solo whisky del Giappone, fondata nel 1923 dal Shinjiro Torii (cioè quel signore con la faccia austera che vedete qui a fianco). Abbiamo a che fare con un 15 anni, distillato nel 1995 e imbottigliato nell’anno del Triplete dell’Inter da La Maison du Whisky, nella serie ‘Owner’s Cask’. Affrontiamolo.

Schermata 2013-05-16 a 23.49.41N: non che il colore lasciasse dubbi… è uno sherry monster fatto e finito, anche se non privo di ‘deviazioni’. Tanta buona frutta rossa e pacchi di prugne secche (ma proprio pacchi). Albicocche disidratate, datteri; note di aceto balsamico. Poi, però, c’è anche un lato diverso, speziato, erboso e molto particolare: rabarbaro (Salvatore Mannino parlava di Fernet Branca, e in effetti…), tamarindo. Non molto ‘legnoso’. Tabacco aromatizzato ai frutti rossi (quello del narghilé). Snasata dopo snasata, ricorda prima un infuso d’erbe, poi prende il sopravvento la ‘dolcezza’… Bello cangiante.

P: uno shock. Il corpo, innanzitutto, pare un po’ slegato e ‘acquosino’; al di là di una bella frutta rossa che si riconferma (assieme a tante prugne secche), gli aspetti più particolari del naso si ripresentano sotto forma di incubi… La parte erbacea e legnosa vincit omnia, tannini a go go che donano un amaro ahinoi davvero schiacciante. Un senso di fondo di caffè (proprio quel residuo della moka), poi tè dimenticato in infusione, fave di cacao…

F: coerente col palato, purtroppo, in un primo momento; è però molto lungo, e dopo un po’ tornano suggestioni fruttate (diciamo mon cheri).

Il bifrontismo di questo Yamazaki lascia stupefatti: il naso è davvero molto buono, ma si scontra con un palato francamente deludente, in cui l’apporto della botte è andato decisamente oltre il lecito… E insomma, trasformando le parole in numeri, la media tra naso e palato sarà di 80/100; è comunque un’esperienza molto interessante, e se avete occasione, almeno, annusatelo…

Sottofondo musicale consigliato: Faith No MoreWar Pigs, cover dei Black Sabbath…

Karuizawa 28 yo (1984/2012, La Maison du Whisky, 59,3%)

Karuizawa è una distillera chiusa da qualche anno, ormai; la cosa decisamente dispiace a tutti gli appassionati, dato che – molto banalmente – i suoi alambicchi buttavano fuori un distillato di qualità davvero notevole, e negli ultimi anni anche nel Vecchio Continente ha trovato fama e fortuna più che meritate. Si metta agli atti che l’orzo utilizzato dalla distilleria era il “Golden Promise”, varietà molto in voga in Scozia nei gloriosi anni ’70 (ora, se non andiamo errati, è usata quasi solo da Glengoyne e Benromach… se avete informazioni in proposito, datecele!) ed ora rimpiazzata da versioni più ‘performanti’, ma non necessariamente migliori… Ma insomma, le lodi sperticate nei confronti di Karuizawa le avevamo sempre solo lette e sentite, perché fino a sabato scorso non avevamo mai avuto il piacere di metterci sopra il naso: e quindi, eccoci alle prese con un single cask (#7975) del 1984, botte di sherry, imbottigliamento bellissimo de La Maison di Whisky nella “Cocktail Serie”.

Schermata 2013-05-16 a 21.39.13N: alcolico ma annusabilissimo e molto aperto; nonostante l’età pare relativamente fresco, anche se certo non spensierato…. Vale a dire che l’apporto della botte è importante e il complesso rivela aromi decisi: mele rosse fresche, confetture d’albicocca e frutti rossi, tanta legna ‘secca’ e spezie (cannella, chiodi di garofano). Sentori di aceto balsamico. Molto particolare il fatto che sembri sia secco che cremoso… Maestosa frutta secca (nocciola); fichi secchi; complesso, ma soprattutto molto intenso. Una bella maltosità si svela, assieme a delle suggestioni (sarà vero?) persino floreali. Pian piano, e con l’aggiunta di un goccio d’acqua, spunta una certa affumicatura e il lato cremoso aumenta decisamente.

P: gusto deciso, attacco prorompente e di grande personalità. A tutto legno e spezie (cannella, un sacco!); fichi secchi e prugne secche. Coerente col naso, ne ripete infatti la complessità: ancora un’impressione di confettura (d’albicocche, soprattutto); suggestioni di pasticceria marocchina, o mediorientale, anche se non è affatto stucchevole per dolcezza; emerge infatti a far da contrappeso una nota amarognola (chinotto, rabarbaro, legno). Sul finale, inattesa ecco una discretissima affumicatura (forse un che di polvere pirica bruciata?). Buono, particolare, impegnativo. Con acqua, una marmellata d’arancia emerge.

F: molto lungo e gradevolmente fruttato; l’albicocca torna ad essere la grande protagonista, assieme a una crescente – ma ancora assai discreta – affumicatura.

La fama è davvero meritata: la complessità è notevole, così come l’intensità di tutti gli aromi. Bastano proprio poche parole: molto, molto buono, Consigliatissimo, ma occhio ché le poche bottiglie rimaste sono molto costose… Il nostro giudizio sarà di 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Francoise HardyLa maison ou j’ai grandi (c’est La Maison du Whisky…)