Brora 28 yo (1982/2010, Whisky Agency for LMDW, 51,6%)

Oggi inizia la settimana che ci porterà all’evento più whiskoso dell’anno, la quattordicesima edizione del Milano Whisky Festival, che ogni anno attendiamo con trepidazione e sete massime. Tra l’altro quest’anno il festival raddoppia, fresco del record di presenze dello scorso anno, e occuperà ben due sale nella storica location dell’Hotel Marriott. Sembra quindi opportuno consumare la settimana di vigilia sganciando un paio di bombe a mano, qui nel nostro umile spazio internettiano, giusto per scaldare ulteriormente l’atmosfera. Di lunedì tocca a un Brora messo in vetro ormai quasi un decennio fa da The Whisky Agency, affermato imbottigliatore tedesco che ci ha regalato più di una gioia in passato. Questa bottiglia fa parte della serie “Private Stock” ed è imbottigliata per La Maison du Whisky. Parliamo di sole 222 bottiglie, un whisky ormai rarissimo, ma sapete che non ci fermiamo di fronte a nulla.

Brora-28-y.o.-Whisky-Agency-for-LMDW-e1432913499131N: possiamo dire fin da subito che il naso si è posato su un Brora con la B maiuscola, nel senso che ha tutti i crismi della distilleria. Da subito molto aperto: spicca un cereale minerale incontrastato, accompagnato da una patina cereosa evidente, favo di miele. Non è sporchissimo, nè tanto torbato (il fumo è solo flebile), però arrivano chiare le tipiche note farmy broresche, tipo balle di fieno, ma anche sala di consultazione di testi antichi. Finisce qui? Mavvaaaaa!!! Sfondano note di pasta di mandorle, buccia di pera, frutta gialla (pesca, albicocca). A suo modo delicato, e infatti pensiamo addirittura al gelsomino.

P: non delude, ma proprio per niente. Risulta allo stesso tempo dolce e ricco, ma è anche affilato, duro. C’è una grande masticabilità, a richiamare ancora la cera e il miele. Un cereale clamoroso, semplicemente delizioso, e ancora pasta di mandorle. La frutta è straripante: albicocca disidratata, mango, arancia, Su tutto aleggia un senso di libro vecchio, una farmyness a dire il vero non mostruosa, come altre volte ci è capitato con Brora, ma più su sentori di fieno caldo. Zaffatine di pepe nero.

F: rimane il sapore del chicco di cereale maltato con torba, secco e complesso. Molto sapido. Lungo, incantevole. Agrumato e delicatamente vegetale: sintetizziamo in albedo, anche se un po’ ce ne vergogniamo.

Un Brora di un’eleganza mostruosa, a suo modo fresco, diventato anziano in un barile ex bourbon che ha dialogato in maniera intelligente col distillato, senza prevaricarlo. La cera si riverbera infinita e vorremmo addormentarci per sempre con questo sapore in bocca. Dolce ma non eccessivo, broresco ma in maniera sussurrata, molto diversa dagli assemblaggi degli OB. Pare che gli ultimi anni a Brora si producesse malto meno torbato, e qui potremmo avere una parziale riprova. Il voto è alto e combacia con quello di IBR: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorious B.I.G. – Mo Money Mo Problems

 

Annunci

Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

DSC00766-Copia-Copia-1
L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

Glenlivet 10 yo ‘Collective’ (2007/2018, The Artist, 48%)

gli alambicchi responsabili di questo whisky

Uno degli aspetti più affascinanti del mondo Scotch è la complessità delle relazioni tra le distillerie, degli intrecci tra gruppi e personaggi – complessità se vogliamo speculare a quella del whisky come distillato. Botti, persone, addirittura pezzi di distillerie circolano per la Scozia spesso grazie a un’amicizia, a una qualche istanza commerciale magari risalente a qualche decennio fa. Da appassionati è una caccia al tesoro risalire alla fonte storica di un sentore, rintracciare un destino lontano nascosto in una frase nel retroetichetta. Un esempio curioso arriva dai permessi (o dai dinieghi) che gli indie bottler ricevono sulla possibilità di indicare in etichetta il nome della distilleria da cui hanno acquistato il barile. Da anni Glenlivet ha una politica molto restrittiva in questo senso, ma oggi assaggiamo due barili selezionati e sposati da La Maison du Whisky nella serie Collective The Artist, e – sorpresa! – ecco apparire la distilleria “valle del fiume Livet” sulla bottiglia. A cosa si deve il privilegio di far riferimento a una delle distillerie più longeve e vendute di Scozia? Certo non lo sappiamo noi, chiedetelo a Lmdw oppure smarritevi nella complessità proteiforme di poco fa, ché noi abbiam da bere…

N: molto interessante, ci aspettavamo un ruffianone e invece no. C’è subito un agrume netto, che potrebbe essere arancia o mandarino; facciamo mandarancio e la chiudiamo così. Una punta metallica, che ricorda il profumo delle sale degli alambicchi, poi note erbacee, da distillato, cereali caldi. Fiammatine fruttate qui e là, soprattutto di mela (chips di mele). Decise note acetiche, aceto di mele?

P: ottimo corpo, molto grasso e masticabile. Ancora agrumato, con mele rosse, chips di mele, toffee. Colpisce, soprattutto con un pelino d’acqua, una nota sulfurea inattesa (zolfo, proprio, cerino). Ancora cereali, un sacco di carruba.

F: abbastanza lungo, tutto su toffee, frutta secca e cereali.

Nella miriade di combinazioni possibili di cui si parlava in ingresso capita anche di assaggiare una delle distillerie più blasonate al mondo selezionata da uno dei whisky shop più famosi e capaci al mondo e di rimanere contenti a metà. Questo Glenlivet francamente non ci ha entusiasmato, il naso non ci convince, mentre il palato regala degli spunti, ma quella nota sulfurea rimane lì più come un punto interrogativo che non come un tratto del carattere. Complessivamente resta un buon whisky, per carità, ma noi ci fermiamo a 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tredici Pietro feat Madame – Farabutto.

Botti da orbi – “La degustazione del secolo” pt. 2

Ecco la seconda parte del reportage di Marco Zucchetti (che potete vedere qui sotto, sfocato e straordinariamente lucido al contempo, come solo lui sa essere) sulla “Degustazione del secolo”, evento straordinario tenutosi a Londra due settimane fa in occasione del lancio di Hampden da parte di Velier e La Maison Du Whisky. Che capolavoro…

BALLY 1924 (Martinica, 45°)

Altro pezzo storico: il primo millesimato in assoluto della casa. Il rum talking fra gli esperti a fine degustazione gli assegna la palma di più enigmatico della serata. Vediamo perché.

Di un mogano tenue, è delicato anche nei profumi. Fresco, con pesca e susine, ha il profilo più dolce e sensuale. Cioccolato al latte, quasi floreale. Col tempo emerge una distinta nota di ciliegia e bon bon alla fragola. È un’eccentrica vecchietta assai profumata, e anche al palato rimane sulla fantasia floreale: violetta e lavanda. Ma sotto le vesti graziose e leggiadre si coglie comunque un bel corpo secco e austero, con chiodi di garofano e noci pecan tostate.

Il finale è speziato (chili), con crostatine bruciacchiate alla marmellata di frutti neri (più more che mirtillo). Ma al di là della ruota della fortuna delle suggestioni retrolfattive, resta un rum che parla molte lingue, lancia segnali e poi si nasconde, senza mai farsi capire del tutto. Intendiamoci, è di una eleganza rara, ma chi indovina dove va a parare è bravo. D’altronde lo avevamo detto che era femmina…

Criptico: 88/100

SKELDON 1978 (Guyana, 60.4°, imbottigliato 2005)

Ecco, lui la vecchietta di cui si parlava prima potrebbe difenderla dai malintenzionati a forza di schiaffi tipo Bud Spencer. Trattasi di rum mastodontico dal cuore d’oro, una cascata di muscoli e un altruismo con cui regala sensazioni a piene mani. Usciamo un attimo dalle metafore antropomorfe: blend di tre barili provenienti da una distilleria chiusa negli anni ’50, è uno dei primi imbottigliamenti fatti da Luca Gargano, e forse il suo preferito. C’è da capirlo: tutto comunica potenza in questo bicchiere dove i riflessi rossi accendono già la fantasia. Poi non devi far altro che lasciarti trasportare dalle folate impetuose di aromi: smalto, arancia, un che di barbecue, melassa spessa, un’aria di foglie umide e sottobosco e perfino un’idea di balsamico invadono il naso.

In bocca ti viene in mente il climax di qualche sonata di Beethoven, dove tutto congiura per spingerti a invadere la Polonia in un delirio di onnipotenza. Secco e impegnativo, unisce legno, polvere, amarena sciroppata e una impressionante liquirizia pura. Imbottigliato nel 2005, ha passato 26 anni nei barili ai Tropici, il che lo rende denso e infinito. Muscoli e cuore, ma anche attributi e una saggezza coraggiosa, da eroe che molte ne ha viste, molte ne ha vinte e molte ne sa raccontare.

Epico: 93/100

HAMPDEN 2011 (Jamaica, 60°, imbottigliato 2018)

L’ultima tappa della degustazione, ultimo frazionista della staffetta 5xRum. Insieme alla versione base a 46°, è il primo imbottigliamento ufficiale di rum invecchiati da parte della distilleria giamaicana diventata mito per via del suo profilo aromatico da record: di fatto, è il rum con la maggior concentrazione di esteri al mondo. E dato che la serata è un po’ da Guinness, le credenziali con cui si parte sono quelle giuste.

In effetti già alla prima sniffata si capisce che l’ordinario non fa per Hampden. Qui la definizione potrebbe essere “rum corazzato”. Nel senso che l’alcol vigoroso e soprattutto una coltre acre di trementina e smalto (il Crystal Ball, per i ragazzi degli anni Ottanta…) possono scoraggiare i bevitori amatoriali. Ma l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere? E dunque chi ha la pazienza e l’ardore di non lasciarsi respingere, viene premiato. Dopo poco gli esteri abbassano la guardia e si può entrare timorosi in un mondo di mela cotta e arachidi. Avanzando e sorseggiando, poi, arrivano caramello, pesche all’amaretto. E accanto a una dolcezza imprevedibile, compare anche un lato salato, quasi di pop corn e mandorla tostata, che tiene le redini del lungo finale.

La fermentazione di 15 giorni, l’uso esclusivo di lieviti selvaggi e gli alambicchi pot still di sicuro fanno una gran differenza. Dicono che il clima di Trelawny – il grand cru del rum giamaicano – e l’acqua di sorgente siano altrettanto determinanti. Noi che non siamo indigeni come le 23 specie di uccelli tropicali che popolano le foreste intorno alle piantagioni non lo possiamo sapere e ci fidiamo. Ma capiamo che il risultato è comunque uno spirito fiero, che può dividere sul gusto (soggettivo, si sa) ma non sulla qualità.

Sfrontato: 88/100

“Mi diede una strana sensazione, e il resto di quella notte non parlai molto. Mi limitai a starmene seduto e a bere, cercando di decidere se stessi diventando più anziano e saggio o semplicemente più vecchio”.

Le cronache del rum, Hunter S. Thompson, 1998

Ichiro’s Malt ‘Mizunara Wood Reserve’ (2013, OB, 46%)

1421086586014

Come al solito, il caro Ichiro Akuto dimostra di essere un visionario (altri direbbero “un pazzo squinternato”) blendando sotto il marchio Ichiro’s Malt del whisky di Hanyu, distilleria ormai chiusa da quasi vent’anni, e di Chichibu, distilleria molto giovane ma già di culto tra gli appassionati e i collezionisti. Ichiro sa come si lavora, la qualità di Chichibu è lì a dimostrarlo; al contempo, sa pure come si blenda, dato che gli Ichiro’s Malt sono sempre una garanzia in termini qualitativi. Oggi, grazie alla gentilezza di Marco Callegari e di Alessandro Coggi, assaggiamo la versione ‘MWR’, Mizunara Wood reserve, finita per qualche mese in barili di legno Mizunara, ovvero di quercia autoctona giapponese.

japan_ich2N: l’impatto è straordinariamente accogliente, caldo, morbido e fruttatissimo. Volete sapere di cosa profuma un whisky ‘classico’ e ricco, che sa di whisky? Annusate questo: pesche sciroppate, mele rosse, albicocche mature e succose; poi brioche all’albicocca, caramello, ma con suggestioni anche più ‘legnose’ e profumate, tipo ‘legno di sandalo’; pian piano si apre anche una dimensione più calda, che ricorda nitidamente il tuorlo d’uovo. Molto rotondo, incredibilmente privo di spigoli.

P: ancora rotondissimo e piacione, non si può dire che sia un whisky scarico: tutto sommato coerente col naso, in più si sente una nota di cereale, anzi di pane dolce – ma la variazione più rilevante è di proporzioni, si fa un po’ meno fruttato (per quanto pesche e albicocche, fresche ma anche disidratate restino ben presenti) a tutto vantaggio di quelle note di tuorlo d’uovo. Succo d’arancia.

F: di media durata; oltre ad una bella frutta piacevole, resta un sentore tra il floreale e lo speziato, che sviluppa il sandalo del naso e si ferma appena prima del chiodo di garofano; ci intendiamo?

Piacevole e ‘rotondone’, semplice ed esuberante, come vorremmo fossero tutti i no age… L’apporto del legno Mizunara si sente, con quelle note speziate e legnosine, ma riesce a restare educato, senza stravolgere il tema di fondo dell’imbottigliamento con etichetta a foglia. Certo, ad acquistarlo qui non costa poco (circa 120€), ma è un malto indispensabile per ogni bottigliera attenta al whisky con gli occhi a mandorla – anche perché per metterci Hanyu e Chichibu bisognerebbe comunque spendere molto di più, e dunque… 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Steven Wilson – People who eat darkness.

Whisky de Table (2017, Compass Box for La Maison du Whisky, 40%)

Se La Maison du Whisky, storico négociant di whisky francese, e Compass Box, visionario blender scozzese, uniscono le menti i risultati non possono non essere provocatori e degni del più attento interesse. Per celebrare i 60 anni dell’azienda francese, Compass Box ha ideato il “Whisky de table”, cioè whisky da tavola: il concept è quello di un whisky da bere durante il pasto, magari con ghiaccio, e la bottiglia richiama ovviamente quelle del bianco novello francese… Si tratta di quattro single malts, invecchiati singolarmente per tre anni in barili di Buffalo Trace (di solito particolarmente ‘dolce’, ci spiegava un cooper la scorsa settimana, rispetto ad altri barili ex-bourbon): la composizione è 48,1% Clynelish, 10% Caol Ila, mentre la quota di Benrinnes e Linkwood ci sfugge.

m51719N: ovviamente giovane, vien da dire, e onesto nel mostrarlo. Molto fresco ma con una venatura di torba, un lieve filo di fumo che conferisce spessore al profilo generale: e iniziamo proprio da qui, dalle note torbatine e minerali, che si abbarbicano su una freschezza agrumata (limone, lime) e su una frutta gialla, soprattutto candita (e viene in mente anche una mousse di pera). A proposito di canditi: zenzero. Una note erbacea, anzi proprio erbosa: lemongrass.

P: grande coerenza, riassumendo diremmo “come al naso, ma più caldo e più amarino” – ma perché riassumere. Ha un’ottima intensità, se paragonata a un corpo non esplosivo; l’agrume resta presente, ma molto meno, spostandosi più sul pompelmo. Ancora pere (mousse di), forse una dolcezza più caldina.

F: generosi rabbocchi di fumo, ostriche e una mineralità diffusa – il tutto su un tappetino di pere.

Ora, noi dobbiamo dichiarare un problema con il whisky: a noi piace tanto anche il new make, abbiamo scoperto, quindi di questi tempi non consideriamo la gioventù, anche estrema, come un problema per forza. Questo WdT ci pare di grande complessità, o per lo meno varietà, anche se ovviamente si tratta di un imbottigliamento piuttosto semplice. Il profilo corrisponde al nostro gusto, e si fa bere con una facilità estrema: gli diamo 84/100 perché ci piace, non è un giudizio strettamente tecnico (se lo assaggiassimo blind cosa diremmo?) ma – come dire – emozionale. Buono buono, bravi tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Joss Stone & Nneka – Babylon.

Amrut ‘single cask for la Maison Du Whisky’ (2009/2013, OB, 60%)

Torniamo su questa distilleria indiana che incuriosisce gli appassionati degli whisky extra-Scozia e che è attiva dal 2004 nell’imbottigliamento di single malt molto giovani e particolari- vedremo tra poco cosa sia a renderli tali. Questo single cask ex bourbon, il numero 3438, è un’esclusiva per il tempio del whisky parigino La Maison du Whisky ed è stato messo in bottiglia alla gradazione monstre di 60%. Vai con la musica!

amrut_bourbon_3437N: impressiona subito: per essere a 60%, si sente poco l’alcol ed è bello dispiegato. A colpire è anche la maturità, perché ha perso ogni nota di distillato giovane (di candito, per intenderci) ed esibisce robuste note legnose (tanta frutta secca, anche tostata; nocciola), una maltosità calda e anche un po’ spigolosa. Emergono note quasi sporche (cuoio), speziate (tamarindo). In questa violenza di maturazione spinta, dove gli odori sono sparati a un grado di intensità davvero iperbolica, ci sembra sia ricca anche la parte fruttata, che riconosciuta degustando blind forse ci avrebbe forse tratto in inganno e ci avrebbe fatto propendere per un ex refill-sherry: frutta rossa e frutta gialla succosa (pesche sciroppate); zuppa inglese, o certi babà intrisi d’alcol… Dopo un po’, e con una goccia d’acqua, si apre molto e rivela perfino una nota, cremosa, di vaniglia.
a

P: qui l’alcol non può fare il miracolo di scomparire e si sente un po’ di più, rendendo questo whisky un po’ ostico, se non diluito. Come c’era da aspettarsi, si sbatte contro un muro di sapore massiccio, e si palesa ancora più che al naso la maturazione, con stangate di legno. Abbastanza secco, quasi allappante; intensissimo ma non facile. Al di là della prepotenza del legno, resta saporito e molto succoso; soprattutto dopo un po’ di tempo escono punte di frutta gialla, di malto, e fa venire in mente la classica brioche all’albicocca. A tratti succo tropicale (greve però; note di banana molto matura) e tracce di vaniglia. L’acqua attenua l’alcol, ma al contempo la legnosità, ancora astringente, non diminuisce e anzi si lascia appiattire addosso i sapori. Un  po’ di nocciola e di liquirizia.

F: abbastanza lungo, secco e maltoso, ancora pesche e legno speziato.

A pensare all’età effettiva, impressiona davvero il livello di maturazione di questo malto, aiutata (anzi, forzata) dal clima umido e caldissimo d’India: pensate che l’angel’s share è stato circa del 40% in soli quattro anni! Di certo, questo enfant prodige non si nega degli spunti notevoli, soprattutto sul lato dell’intensità dei sapori, fruttati e legnosi: proprio la legnosità spiccata ci fa interrogare sull’apporto della botte, senz’altro ‘eccessiva’ – diciamo che saremmo curiosi di assaggiare un Amrut invecchiato (se così si può dire) in legni meno attivi. 84/100, in ogni caso, è il nostro voto; grazie a Gianni per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: GiorgiaUn’ora sola ti vorrei

Laphroaig 15 yo ‘The Artist #3’ (1998/2013, Signatory for La Maison du Whisky, 60,1%)

Il Laphroaig di lunedì ci è proprio piaciuto; siccome siamo degli edonisti, a piacere vogliamo aggiungere altro piacere… Decidiamo quindi di cercarlo non nei boudoir di periferia, né nei centri massaggi con happy ending: puntiamo dritti verso un altro sample di Laphroaig, questa volta un single cask selezionato e imbottigliato da La Maison du Whisky (tramite Signatory) nella serie The Artist, #3. Si tratta di una botte refill-sherry, come già il fratellone che avevamo assaggiato circa un anno fa, imbottigliata dopo 15 anni di maturazione (1998/2013) senza filtraggio a freddo e senza coloranti aggiunti, a grado pieno. Via!, il colore è ambrato.

81671-normalN: non alcolico da respingerti, ma comunque ‘nabbestia: sembra invocare una goccia d’acqua. Anche neat, comunque, emergono ricche suggestioni di confettura di fragola, di arancia candita (arancia rossa). Contundente anche l’apporto di una torba intensa e acre, dello iodio (brezza marina) e del legno bruciato; legnetti di liquirizia. Con acqua, si apre decisamente: certo giova, lo rende più annusabile, e si apre su sciroppo per la tosse; anche il lato fruttato trae vantaggio, con note di fichi secchi e di pesche sciroppate; note proprio di sherry, liquorose; e anche gomma bruciata, diesel…

P: anche questo è un gran whisky: certo è alcolico, ma impone una parete di sapore violenta e compatta. È sia isolano e marino (acqua di mare, alghe) che legnoso, è sia fruttato (tra il tropicale e la fragola) che bruciato: e poi tanto agrume, dall’arancia al mandarino: mandarancio? Si scherza, dai, ci siamo intesi. Con acqua si fa più godibile, moltiplicando gli spunti possibili: la frutta è più varia, matura; poi un senso di dolcezza bruciacchiata che riassumiamo con: zucchero di canna.

F: non sarà un happy ending, ma di certo è un happy finish: zucchero di canna, fragola, fumo, gomma bruciata, torba acre… E dura tanto, tantissimo.

Rispetto al Laphroaig Cask Strength ‘green stripe’, questo forse ci piace un po’ di meno, resta (relativamente) più semplice e un po’ ‘artefatto’ dall’apporto della botte: botte che comunque si integra benissimo con il distillato, e a nostro giudizio sta un passo avanti rispetto alla prima versione di ‘The Artist’ che avevamo bevuto tempo fa. Insomma, basta paragoni; di certo c’è che Laphroaig regge molto bene lo sherry, e c’è anche che La Maison du Whisky sa scegliere le proprie botti… 90/100, e ancora grazie a Claudione per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Unearth – The Swarm.

Tormore 20 yo ‘The Artist #2 – Bar Metro’ (1992/2013, La Maison Du Whisky, 55,4%)

tormore_1992_svNon c’è bisogno di presentare Giorgio D’Ambrosio e il Bar Metro di Milano al pubblico di appassionati di whisky, vero? Uno dei più grandi collezionisti di whisky al mondo, semplicemente, uno dei primi esseri umani a girare le distillerie per selezionare le botti, un uomo che gode di una stima e di un rispetto tali da non lasciar dubbio sulle sue qualità, umane innanzitutto. Non vogliamo fare una sviolinata, non ci interessa: è solo il preambolo necessario per far comprendere perché un colosso francese come La Maison Du Whisky decida di dedicare a GdA e al Bar Metro un single cask di una delle sue serie più prestigiose, ovvero “The Artist”, con etichette disegnate da artisti emergenti del panorama internazionale. Assaggiamo dunque questo Tormore di 20 anni, imbottigliato in edizione limitata (235 esemplari) a gradazione piena; la botte è ex-bourbon. Il colore è paglierino, chiaro.

Schermata 2014-05-08 alle 11.53.01N: ha l’anima dei grandi, sostanziata in intensità dirompente e complessità disorientante. Sulle prime colpisce una nota torbata, leggermente affumicata, che ricorda decisamente il bacon, e per restare sull'”alimentare” ci stupisce una nota di formaggio dolce (emmenthal) molto peculiare. Poi, un gran tappeto minerale ed erbaceo, con note di burro, eucalipto, menta, pepe. Fin qui, un bel malto austero: e invece si squaderna una bella dolcezza, altrettanto variegata. Caramella mou, l’impasto che sarà pastafrolla, un che di limonata zuccherata, albicocca matura. Parte in punta di piedi e poi si scatena, con un naso caldo e rotondo.

P: all’ingresso ribadisce il naso, con in scena attori principali una torba nervosa, un pepe aggressivo, note minerali e affumicate (salamoia e ancora bacon). Poi esplode in bocca e rilascia una dolcezza intensa, intensissima: ancora a sorpresa emmenthal, poi un generico apporto ex-bourbon… Impasto per torte, zucchero liquido… Una dolcezza monolitica, sempre in contrasto con il ‘nervosismo’ iniziale.

F: molto affumicato (braci, legna bruciata) e vegetale, erbaceo. Ancora pepe.

Un whisky che si offre come degno alfiere del vessillo del Bar Metro: una botte eccellente, un whisky inusuale, costantemente in bilico tra austerità e rotondità, tra durezza e gentilezza, tra serietà e affabilità. Un perfetto milanese, insomma: 90/100, e via così. Quando è uscito costava attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Susanne SundforWhite Foxes.

Laphroaig 11 yo (1998, Signatory for La Maison du Whisky Collector’s Edition, 60,7%)

Noi qui si pubblica poco ma si continua a bere, eh?, che vi credete? E per dimostrarvi che è vero (la lingua in bocca – chi coglie la citazione?), ecco a voi le tasting notes di questo giovane Laphroaig, imbottigliato da Signatory per La Maison du Whisky e portato da Claudio Riva all’ultimo festival romano. Si tratta di un invecchiamento in un refill-sherry butt, come già si intuisce dal colore, ambrato…

Schermata 2013-07-15 alle 21.18.45N: a dispetto della gradazione si mantiene sfacciatamente aperto, con una gran gamma di aromi, sia torbati (anzi, torbatissimi) che più tipici di maturazione in sherry. Legna fresca, appena tagliata; acetone (beh, sì, l’alcol…); torba acre, toffee, perfino del cioccolato al latte. Una nota di emmenthal? C’è poi un che di marino e ‘pescioso’ (ci viene in mente la suggestione di una zuppa di gamberi… avremo esagerato???), oltre alle ‘solite’ note di agrume candito (ma anche arancia fresca) e borotalco. Liquirizia. Con acqua, si apre una nota profumata/medicinale, che non riusciamo a mettere bene a fuoco (ci vengono in mente l’erica, alcune tisane balsamiche, ma anche infusi ai frutti rossi); ma soprattutto esplode una nota di fragola davvero da capogiro.

P: che esplosione. Attacca sulla dolcezza, man mano si ‘asciuga’ e, come d’altro canto accadrà a tutti noi, resta solo la cenere. Inizia con schiaffi di liquirizia, calci volanti di fumo di pipa, di tabacco aromatizzato, pugni di marmellata di fragola e agrumi… Poi un godimento torbato, con note di fumo acre intensissimo e un tripudio medicinale (sciroppo per la tosse). Datteri, che intensità! Ci sono poi suggestioni marine, di pesce sotto sale… L’acqua aumenta il dolce, ed è ottimo, ancora più agrumato, cremoso e intenso. C’è una fragola crescente, sempre più esuberante; poi, riconosciamo anche suggestioni mentolate! Top.

F: liquirizia infinita, fumo di sigaro, infinito. Una torba roboante con un che di salato e marino; va seccando, verso ottime note di legno.

Semplicemente, uno dei migliori Laphroaig che abbiamo mai bevuto; sherry e torba, si sa, non sempre si gradiscono a vicenda, ma quando ciò accade spesso il risultato è magia: e questa è magia. Buonissimo, davvero, di grande complessità e clamorosa intensità: il naso con acqua è da orgasmi multipli… L’aggiunta di acqua è accessoria, nel senso che a dispetto della gradazione è eccellente anche neat: ma la traiettoria evolutiva che si può apprezzare aggiungendo goccia dopo goccia è davvero impagabile. Claudio, grazie per il sample, davvero: il nostro giudizio sarà di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: un capolavoro appropriato, ovvero Lucio DallaMambo.