Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.

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Degustazione “Classic Malts da sogno” (Harp Pub Milano, 27.5.17)

Nell’ormai lontano 1987 la United Distillers, antesignana dell’attuale colosso Diageo, lanciò una serie di sei whisky scelti tra quelli presenti nel suo portafoglio. Questi malti dovevano provenire ciascuno da una zona diversa della Scozia ed essere degni rappresentanti delle sue specificità. Insomma, terroir comes first, come direbbero oggi i sovranisti di ogni dove. Negli ultimi 30 anni i Classic Malts hanno largamente contribuito a far conoscere a un numero sempre crescente di persone il mondo straordinariamente variegato del whisky di malto e ancora oggi sono uno dei cavalli di battaglia di Diageo; tuttora vengono considerati come una delle più importanti strategie commerciali di ‘educazione del bevitore’ mai messe in atto su così larga scala. Sabato 27 maggio, grazie al paziente lavoro di raccolta di Angelo Corbetta, che da 40 anni colleziona whisky da dietro il bancone dell’Harp Pub Guinnes, avremo la rara opportunità di assaggiare gli imbottigliamenti che hanno segnato l’alba della mitica serie, ovvero le primissime release ancora a 75cl, importate da BEMA. 

Come se non bastasse, alla degustazione sarà presente il Maestro Franco Gasparri, Master Ambassador Reserve di Diageo Italia e Keeper of The Quaich, massima onorificenza dell’industria del whisky a lui conferita proprio per l’incessante lavoro di divulgazione del re dei distillati portato avanti negli ultimi decenni. A lui il compito di raccontarci qualche segreto e qualche aneddoto sulla nascita della serie… Ad affiancarlo e a dialogare con lui ci saremo noi, Giacomo e Jacopo, ma soprattutto ci sarà una settima bottiglia, che arriva direttamente dal pantheon del whisky scozzese: un Lagavulin White Horse 12 anni imbottigliato negli anni ’80. Serve altro?

Line up:

– Glenkinchie 10

– Cragganmore 12

– Dalwhinnie 15

– Oban 14

– Talisker 10

– Lagavulin 16

– Lagavulin 12 White Horse

La degustazione si terrà sabato 27 maggio alle 16, e avrà un costo di 80 euro. Per ulteriori info e iscrizioni scrivete a rickyguinness@gmail.com. Ci vediamo là?

South Shore Islay 8 yo (2016, Valinch&Mallet, 48,8%)

Abbiamo ancora in mente gli occhi di Fabio Ermoli quando ci ha annunciato “ho comprato un tank di L*******”: gli occhi erano lucidi e si stava già stampando il simbolo del dollaro sulle pupille. Si scherza caro Fabio (anzi, Fabietto): siamo molto felici di assaggiare un malto di Islay sconosciuto, proveniente dalla costa sud ed innominabile (e dunque…). Pare interessante che sia un otto anni proprio quando una celebre distilleria innominabile della costa sud  di Islay festeggia i 200 anni con un 8 anni ufficiale… Sarà un indizio? Una coincidenza? Chissà.

N: molto intenso ed espressivo, apertissimo e clamorosamente piacevole (avremmo detto 43 max 46, fantastico). Suggestioni forti: crema caffè e cacao (per non dire direttamente tiramisù). Un filo di olio di mandorle. Ma non si pensi a un naso troppo ‘dolcione’, c’è anche tanto distillato a parlare: tanto limone, ovviamente. Una torba molto intensa, fumo acre e affilato; grande marinità (più marino che costiero, più acqua di mare che non il puzzo delle città di mare). Liquirizia in legnetti.

P: qui il tiramisù diventa torta paradiso, o una torta della nonna con crema di limone (l’agrume prende tanto spazio soprattutto in avvio). Poi pian piano vira verso il pesante (liquirizia e tiramisù ancora). Beverinità spaventosa, pienezza incredibile. Sa di pesce e salamoia e cenere, un fumo devastante. Limonata zuccherata, cresce la quota di vaniglia e fa pure capolino una pera bella matura. Un senso di borotalco. Molto ricco.

F: se al palato il fumo (legno bruciato oltre alla torba acre) era devastante, qui diventa mastodontico. Ancora pesce e fumo e vaniglia. Liquirizia. Labbra salate.

Questo e l’8 anni ufficiale celebrativo del bicentenario sono le due facce della stessa medaglia: l’altro era forse più nudo, più scopertamente giovane, qui le botti sembrano un poco più attive… Non ci sentiamo di dare un voto diverso: 89/100, anche se per la gioia di Fabio e Davide sappiamo che i tedeschi preferiscono questo…

Sottofondo musicale consigliato: Jim James – State of the art (aeiou).

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto (pt. 2)

Dopo la sbrodolata di martedì, oggi la seconda parte. Occhio perché questa è proprio noiosa.

Un bilancio

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Springbank, malting floor

Innanzitutto, un’ovvietà: andare in Scozia, visitare le distillerie, parlare con le persone che il whisky lo fanno è un’esperienza impareggiabile. Non importa quanto tu ne sappia, quanto tu abbia studiato o bevuto: qualsiasi sia il tuo livello di partenza ne uscirai arricchito. Un’altra ovvietà: quando si visitano realtà artigianali come Springbank e Kilchoman l’arricchimento è ancora maggiore, perché vedi tutto il processo di produzione, vedi il malto che inizia a germinare, lo annusi, lo assaggi, ti riempi le narici di profumi e odori che senti solo quando sei in distilleria o in warehouse e che nessun tasting companion, per quanto ben fatto, potrà replicare. E poi, le persone: spesso ci dimentichiamo quanto conti la componente umana, e anche da questo punto di vista sentire la passione, la partecipazione dei tanti ragazzi di Cambeltown che lavorano a Springbank e Glengyle ti coinvolge immediatamente, diventa contagioso (sul terroir, anche umano, ha scritto un bell’articolo Angus, tempo fa).

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Pagode a Lagavulin

Soprattutto però certe dimensioni ti portano inevitabilmente a riflettere sulle sorti dell’industria del whisky: qui e ora siamo di fronte ad una forbice, che probabilmente andrà ampliandosi. Da un lato, le multinazionali, le realtà più grosse per volumi di produzione e di vendita, dall’altro le distillerie ‘artigianali’: intendiamoci, non è un giudizio di valore, non c’è bianco e nero, ci sono solo infinite sfumature di grigi, diversamente interpretabili. Da una parte si vedono grandi gruppi, enormi distillerie che puntano ad ampliare e velocizzare la produzione per cercare di aumentare i volumi, di rendere più facili i propri prodotti, più immediatamente accessibili a un pubblico più giovane e meno esigente. Al contempo i grandi gruppi continuano a mantenere standard qualitativi indiscutibili, anche se spesso i prodotti di qualità più alta, espressione di quelle particolarità che hanno fatto appassionare milioni di whiskofili negli anni, diventano inaccessibili, costosi, un privilegio per pochi. La standardizzazione dei processi produttivi, in atto ormai da decenni, ha diverse implicazioni: un innalzamento della qualità media della roba che ti bevi (difficilmente capiterà di assaggiare un whisky proprio cattivo) e un abbassamento delle differenze tra distillerie diverse (vai tu a parlare di territorialità quando, che so, il Lagavulin viene invecchiato fuori Glasgow…). Il mercato attuale impone anche la necessità di trovare espedienti che caratterizzino la distilleria, che ne sanciscano una ‘diversità’ spesso solo posticcia: di qui tanto storytelling e tanto materiale di contorno, di qui l’esigenza di presentare al pubblico prodotti come premium (anche se l’operazione è condotta a tavolino: basti pensare a Mortlach o Longmorn, per stare su casi recenti).

Jacopo e un cane pongono domande scomode

Jacopo pone domande scomode a un cane di Islay

La domanda che andrebbe rivolta ai big players è: qual è il prezzo di questa standardizzazione? La corsa all’efficienza, alle materie produttive più performanti, ai legni più attivi, all’ampliamento delle strutture e all’aumento delle produzioni sarà seguita da una crescita costante delle esportazioni, delle vendite, della fiducia del consumatore? O piuttosto il rischio è quello di una nuova ondata di chiusure, in modo analogo a quanto accaduto negli anni ’80? La storia è ciclica, non c’è bisogno di professarsi hegeliani o machiavelliani per fare quest’osservazione. Il Manifesto di Slow Food del 1986 polemizzava con “chi confonde l’efficienza con la frenesia”, e forse (forse?) questa definizione è applicabile anche ad alcuni attori dell’industria scozzese del whisky.

S come Springbank

S come Springbank

Dall’altra parte, c’è un modello di business (perché hey, sempre di fare soldi si tratta: non è che Kilchoman esista per fare beneficienza, sia chiaro) più attento al rispetto della territorialità, delle tradizioni, delle differenze. La cosa che ci ha conquistato del whisky è proprio la complessità, l’imprevedibilità della reazione botte-distillato, la gamma aromatica infinita che sta tra un giovane torbato e un vecchio speysider, per dire. Il bello del whisky sono le imperfezioni, gli spigoli, quelle note che ti sorprendono: e che continuano a sorprenderti, non importa se tu sia un bevitore occasionale, alle prime armi, oppure un esperto appassionato. Di fronte all’appiattimento industriale alcune realtà, come quelle che meritoriamente Marco e Marco hanno voluto mostrare, reagiscono con la valorizzazione di quelle imperfezioni, imprevedibilità, differenze. Il whisky è un prodotto semplice: acqua, orzo, lieviti – e tempo. L’importanza delle materie prime è ovviamente fondamentale, e la volontà di distinguersi passa per necessità sui pavimenti dei malting floor.

Ovviamente, l’unico criterio di valutazione è il bicchiere: se tu ‘artigiano’ mi fai un whisky imbevibile, io non lo berrò, non lo comprerò, preferirò comunque altro. La sfida per i produttori artigianali è quella della “personalizzazione della qualità” (la formula è dall’ultimo libro di Samaroli), e per quel che ci sembra la direzione intrapresa dalle distillerie che abbiamo visitato è quella giusta. Sfido a trovare altrove un whisky che abbia le stesse caratteristiche di Kilkerran, o di Springbank: e non sarà un caso che queste realtà godano sempre di più della stima di illustri esperti indipendenti, il nome di Serge Valentin basti per tutti.

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I ferri del mestiere (e tanta muffa) a Cadenhead’s

Di certo Cadenhead’s segue la medesima linea (anche in questo caso, si tengano d’occhio le recensioni di Serge): Mark Watt, stappando una botte di Glentauchers del 1987, ci diceva che per lui è molto più esaltante imbottigliare un prodotto del genere piuttosto che un Ardbeg: quest’ultimo venderà subito e molto bene, ma è “boring”, non c’è sfida: convincere il consumatore della bontà delle dozzine di distillerie misconosciute, apparentemente solo destinate ai blended, è impresa di tutt’altra portata, e di tutt’altra soddisfazione – e lavorando bene, come lavora Cadenhead’s, il riconoscimento del pubblico è un passo automatico. Non escono imbottigliamenti ‘da battaglia’, non escono miscele di botti senza età dichiarata con etichette fancy e seducenti, non escono neppure imbottigliamenti supermegapremium in decanter di cristallo con placche dorate, invecchiamenti mostruosi e prezzi da oligarca: esce whisky, con in etichetta scritto quel che c’è in bottiglia, niente di meno, niente di più. Questa è la strada di Cadenhead’s, questa è la strada di tanti imbottigliatori indipendenti (cose simili sull’entusiasmo della scoperta ce le raccontava Max Righi), realtà che mai come oggi sono da proteggere e valorizzare.

Una terza via, sempre nell’ottica della personalizzazione della qualità, è complementare a quanto visto finora: si tratta del blended di fascia alta, d’eccellenza, come i NoAge di Samaroli o le creazioni di Compass Box: anche questa è una precisa scelta, che privilegia un “concetto” e lo sviluppa, dichiarando però cosa e quanto contribuisce a realizzare quel determinato concetto. Questo è però tema che esula dal viaggio, e sul quale ci ripromettiamo di tornare in futuro.

Un uomo e il suo senso di responsabilità

Un uomo e il suo senso di responsabilità

Un’ultima considerazione conclusiva. Sappiamo che il fatto che un viaggio del genere sia stato organizzato e promosso da un barman e dal suo locale, per quanto di eccellenza assoluta, è un fatto che non piace a tutti all’interno del mondo del whisky, e che da alcune parti è visto con non poca diffidenza. Come se non fosse la stessa industria del whisky a rivolgersi verso la miscelazione…

Il senso di un viaggio del genere (che, lo ripeto, è stato splendido e profondamente istruttivo anche per chi, come me, il whisky l’ha bevuto e studiato e in Scozia era già stato) era innanzitutto quello di fare formazione nei confronti di professionisti del settore. Se ci pensate, il barman è spesso la prima interfaccia tra un prodotto estremamente complesso ed il consumatore, è il barman a presentare il whisky a chi si siede al bancone e chiede “uno scotch”. Dall’ottica di un appassionato di whisky come me, il barman ha proprio per questo una grande responsabilità, deve conoscere il prodotto, ne deve saper apprezzare le sfumature e le peculiarità. E sul fatto che il whisky si utilizzi in miscelazione, beh, ragazzi, fatevene una ragione. Mi piace citare una penna autorevole, quella di Dave Broom: “se lo Scotch vedrà crescere la sua presenza dietro al bancone, allora bisognerà accettare che avrà un ruolo da giocare nei cocktail, allo stesso modo in cui può essere eccellente se assaggiato liscio, con ghiaccio o con acqua. Quanti vogliono godersi un single malt da solo hanno ragione – è uno splendido drink pieno di sfaccettature. Ma il fatto stesso che sia uno splendido drink pieno di sfaccettature che implica che abbia un ruolo da giocare nel bartending, quando sia utilizzato in modo ponderato e giudizioso”. È per questo che bisogno diffondere la cultura del single malt, facendolo in modo magari informale ma serio, accurato.

Marco Russo al lavoro

Marco Russo al lavoro

Possiamo avere tutte le diffidenze che vogliamo, soprattutto se siamo in una fase di sacralizzazione del prodotto – fase che psicologicamente è fisiologica, basta non lasciarsi paralizzare dalla distanza che si mantiene nei confronti del sacro, che in quanto tale si fa quasi inaccessibile, oppure basta non arroccarsi nell’orgoglio di chi crede che il whisky sia roba sua, come Gollum con l’anello. Il whisky è un drink che va goduto, e ogni approccio alla bevuta è legittimo: dal punto di vista di un feticista del single malt di Scozia, a me non importa se usi lo scotch in un cocktail (anzi, proprio perché lo amo tendo a preferire i drink a base scotch, ma questo è il mio gusto); mi importa che lo usi bene, che se decidi di usare prodotti complessi, anche più complessi di quei nuovi imbottigliamenti esplicitamente destinati alla miscelazione, tu lo faccia con criterio.

Dentro all'alambicco, Kilchoman

Dentro all’alambicco, Kilchoman

Il whisky è di tutti, non è di chi ha messo piede su Islay prima degli altri o di chi beveva Springbank prima ancora che a Bergomi crescessero i baffi; il whisky di una volta era buono, certo, e certo i tanti ‘difetti di produzione’ spesso si traducevano nel bicchiere in pregi fantastici, in note ormai perdute. Noi lo sappiamo bene, e cerchiamo, quando possibile, di condividere bottiglie del passato su cui riusciamo a mettere le mani con altri appassionati, facendo di tutto per mantenere costi bassi, accessibili al maggior numero di persone (no, non è uno spot per il prossimo Tasting Facile, che tanto è già sold out). Però ci siamo avvicinati al whisky quando l’ultima “rivoluzione industriale” era già in atto e stava iniziando a lanciare le sue ombre tetre sul presente – ci siamo avvicinati al whisky ‘adesso’, diciamo, e l’entusiasmo che abbiamo provato (e che abbiamo visto negli occhi dei ragazzi che la scorsa settimana visitavano una distilleria per la prima volta) non è stato inferiore a quello provato, che so, trent’anni fa davanti a un Macallan 12 Giovinetti da un sessantenne di oggi – sarebbe arrogante da parte sua crederlo. La lotta tra cultori del passato idilliaco e fanatici del progresso a tutti i costi è una costante antropologica, ed è normale che anche nel mondo del whisky ci sia chi rimpiange i tempi andati e chi crede all’opposto nelle magnifiche sorti e progressive dell’industria. Come sempre, è l’equilibrio ad essere vincente: i whisky di un tempo erano diversi, certo, e forse migliori, ma con un po’ di cura anche quello di oggi sa reggere alla sfida della complessità. Basta un po’ più di attenzione, basta avere un po’ di curiosità, basta cercare, aver voglia di farlo, aver voglia di studiare, approfondire anche le realtà meno trendy e – soprattutto – condividere le proprie conoscenze, le proprie passioni, le proprie scoperte: anche perché altrimenti, a furia di sputare sul mercato attuale e sull’attuale industria con le sue asimmetrie, a furia di togliere legittimità a quei (pochi, magari) che cercano di fare cultura del whisky anche se magari non sono mai stati a Limburg, a furia di arroccarsi e diffidare dal prossimo, beh: il rischio è quello di buttare anche il bambino con l’acqua sporca. E a quel bambino, se non sbagliamo, teniamo tutti: quel bambino serve a tutti.

Qualcuno è veramente arrivato a leggere fin qui? EROE!

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto troppo lungo (pt. 1)

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botti ad Ardbeg

Lo scorso fine settimana uno di noi (Jacopo) ha avuto il piacere di partecipare ad un viaggio che avevamo annunciato su queste pagine nella scorsa primavera: organizzata da Marco Maltagliati e Marco Russo, questa ‘vacanza-studio’ aveva lo scopo preciso di andare a scoprire alcune delle zone più affascinanti della Scozia per visitare delle realtà particolari nel mondo del whisky, realtà artigianali, decise ad operare ‘in direzione ostinata e contraria’ rispetto ai big players dell’industria dello scotch. Nelle distillerie di Springbank e Kilchoman, inoltre, Marco Russo ha potuto miscelare alcuni whisky di casa nello stile di ricerca del 1930, creando dei drink ad hoc per esaltare le peculiarità dei malti: ed è stata una prima volta assoluta per Islay. In questi giorni pubblicheremo un po’ di foto sulla nostra pagina facebook, per adesso accontentatevi di qualche highlight. Ma andiamo con ordine.

[NdR: siccome l’autore è un grafomane, abbiamo deciso di spezzare il reportage in due parti, una prima di cronaca, questa, ed una seconda di considerazioni. Abbiate pazienza.]

La cronaca

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Springbank, Campbeltown

Partiti giovedì mattina, arriviamo a Campbeltown nel tardo pomeriggio, appena in tempo per visitare la Kintyre Smokehouse (date un’occhiata al sito: c’è anche una pecora che scoreggia!), in cui abbiamo assistito a un vero e proprio show di sfilettatura del salmone e assaggiato prodotti locali, tra cui spiccavano delle cozze affumicate veramente commoventi. Sulla serata è forse opportuno stendere un velo pietoso, basti sapere che le milf locali hanno trovato un pane fin troppo duro per i loro (pochi) denti e che un pub di Campbeltown ha fatturato più quella sera che nell’intero mese di settembre – ma forse il velo pietoso andava steso meglio, chissà. Parlando di cose serie, il venerdì è stato straordinario: al mattino un accuratissimo tour di Springbank e Glengyle ha mostrato perfettamente quale sia lo stile di casa, assolutamente incentrato sul rispetto delle tradizioni (la distilleria è di

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proprietà della stessa famiglia che l’ha fondata nel 1828). Tutto il processo di produzione ha sede in loco, dal maltaggio all’imbottigliamento (ed è una cosa che accade solo qui e a Kilchoman); la parola d’ordine è “qualità!”, e se questo vuol dire mantenere tempi lunghi e ‘antieconomici’ (a ogni livello: dalla scelta dell’orzo ai tempi di fermentazione, dal fuoco diretto sotto ad un alambicco fino all’invecchiamento solo in warehouse interne alla distilleria, per arrivare – ovviamente – alla risoluta negazione di ogni piano di espansione per rincorrere maggiori volumi), beh, chi se ne frega. “Abbiamo sempre fatto il nostro whisky in un certo modo e non cambieremo certo adesso”, ci è stato detto. Ovviamente non è paragonabile ad essere lì presenti, ma vi consigliamo questa serie di video del buon Ralfy: replicano il tour e rendono bene l’idea del clima che si respira e dello spirito che anima la distilleria. Il pomeriggio è stato diviso in

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due: innanzitutto Marco Russo, all’interno di una warehouse di Kilkerran, ha utilizzato alcuni imbottigliamenti per creare dei cocktail tesi ad esaltare il single malt, tenendo di fatto un’accurata masterclass di miscelazione. L’accoglienza è stata ottima anche da parte di Mark Watt e dello staff della distilleria, pure se non abituatissimi a certe bevute: lo stile è ovviamente quello della “miscelazione di ricerca” del 1930, e tutti i drink avevano l’obiettivo chiaro di porre lo scotch in primo piano, con tutti i suoi spigoli, e non di appiattirlo o nasconderlo – memorabile resta un cocktail con Springbank 15, un distillato di bourbon (Maker’s Mark ri-distillato, circa 80%), acqua di mare e granatina. Abbiamo anche assaggiato l’ottimo nuovo Kilkerran 12 anni, di

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il 1930 a Kilkerran

cui pubblicheremo qui una recensione a breve, ma – vi stupirà – a quest’altezza, dopo quattro whisky e quattro drink, non avevamo ancora iniziato a “fare sul serio”… Mark Watt ci ha portato in una warehouse di Cadenhead’s (una warehouse vera, che puzza di muffa, non quelle ‘ripulite’ e pettinate) e ci ha versato, direttamente dalla botte, queste robette qui: Glentauchers 1989 in bourbon, Mortlach 1987 in bourbon, Caperdonich 1996 finito in Oloroso, Bruichladdich 1992 in bourbon, Springbank 1997 in sherry e Caol Ila 1991 in bourbon. Eh, dai, mica male. Ah, se non erro c’era anche il prossimo Longrow Peated, ancora a grado pieno…

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Port Ellen Maltings, con pixel

A questo punto, non si capisce bene come e con quali forze, ci ritroviamo il giorno dopo a Port Ellen, scortati dai delfini verso l’attracco su Islay. Per me era la prima volta sull’isola, e in poche ore mi sono reso conto del perché quasi tutti quelli che ci vanno ci lasciano il cuore: i paesaggi sono incantevoli, sia sotto la pioggia che illuminati dalla splendida luce di taglio dei cieli del Nord, la fauna è straordinaria – non so voi, ma io ragazzo di città fatico ad abituarmi a vedere foche, fagiani, cervi, lontre, pecore e alpaca in misura infinitamente superiore a cani e gatti… Giusto il tempo di piantare la bandierina italiana nei campi adiacenti a Laphroaig dopo la colazione con il 10 anni Cask Strength batch #8, dopo un rapido pranzo ad Ardbeg (assaggiando giusto una sciocchezza,

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Kilchoman, con sole

il nuovo 21 anni) corriamo a Kilchoman, la distilleria più piccola dell’isola e l’unica vera farm distillery di Scozia. Piccola, piccolissima, produce 120000 litri l’anno (Caol Ila ne fa sei milioni, per capirci) e fa proprio tutto in casa: coltiva perfino parte del proprio orzo nella Rockside Farm, lì affianco, e la quota dell’orzo locale che viene distillato finisce tutto nell’imbottigliamento 100% Islay – e peraltro attenzione, il nuovo batch è finalmente e veramente convincente (il malto viene torbato in casa attorno ai 20 ppm, contro i circa 40/50 della quota che viene acquistata dai Port Ellen Maltings). Anche in questo caso, consigliamo ai poveri che non erano con noi di dare un’occhiata a questa bella intervista del 2006 di Charles MacLean a Anthony Wills che chiarisce bene quali fossero, fin dall’inizio, gli obiettivi della distilleria (e poi sì, Ralfy va pure lì) – obiettivi raggiunti pienamente, a giudicare dai lavori di ampliamento attualmente in atto. In una cornice forse ancor più emozionante, ovvero la sala del malting floor di Kilchoman, Marco ha tenuto la seconda parte della masterclass del giorno prima,

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Ops, scusate

creando drink a base Kilcho e conquistando tutti gli scozzesi presenti – a dimostrazione di come certe diffidenze siano più figlie di sovrastrutture che ci poniamo noi appassionati ‘esterni’, che spesso tendiamo a sacralizzare un prodotto che invece sacro non è e mai deve diventarlo, pena la perdita del divertimento, della curiosità e della voglia di sperimentare. Per pudore tralasciamo la caccia alla pecora (ehm…) e per necessità la luculliana cena di pesce, perché per quel che mi riguarda i ricordi sono sommersi dalle dozzine di chele di granchio che mi sono scofanato.

Il quarto giorno è stato più ‘tradizionale’, diviso tra il tasting del bicentenario di Lagavulin e un approfondito tour di Bunnahabhain. Si inizi da Lagavulin: quello che i direttori del marketing di Diageo impongono di chiamare “il Barolo del whisky” è – ovviamente – un prodotto eccellente, di altissimo livello, e gli assaggi dei vari

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Alambicchi giganti, Bunnahabhain

imbottigliamenti sono stati fantastici, in un tasting curato alla perfezione (il tasting companion con i cinque assaggi e con le boccette dei vari aromi è davvero notevole). Di certo, dopo il calore dell’artigianalità sperimentato a Springbank e Kilchoman non abbiamo potuto non notare una maggiore freddezza, in qualche modo una maggiore distanza… Detto ciò, come al solito quel che conta è il bicchiere, e un bicchiere pieno di Lagavulin è sempre un bicchiere di cui esser grati. Sorprendente invece il tour di Bunnahabhain, condotto dal bravissimo David Brodie con cui abbiamo potuto apprezzare alcune delle strutture più grandi dell’industria del whisky: il mash tun è immenso, i sei washback in legno lo sono altrettanto, e gli alambicchi sono… giganti! La degustazione è poi avvenuta anch’essa in warehouse, con tre versioni di Bunnahabhain direttamente dalle botti: un 7 anni non torbato in Porto, un 13 anni non torbato in Pedro Ximenez e un 8 anni torbato in sherry Oloroso spaventosamente buono.

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I tosi

Fin qui, la mera cronaca: prima di fare qualche considerazione da editorialista inadeguato [considerazioni fortunatamente rimandate a domani, NdR], ne approfitto per ringraziare Marco Maltagliati, che è stato una guida impeccabile, sempre pronto a farsi prendere in giro ma in grado di trasmettere, assieme ad un grande entusiasmo, tante accurate informazioni, dirette soprattutto ad un pubblico di professionisti del settore, ancorché neofiti in fatto di acquavite di cereali. Elogiare Marco Russo per i drink sarebbe fin troppo ovvio, ma in un contesto del genere, condividendo per ore la stessa macchina, sono emerse qualità umane e una infinita curiosità verso i prodotti difficili da indovinare stando ‘solo’ al bancone – e soprattutto questo mi ha fatto piacere scoprire. Un enorme abbraccio al resto della cricca: come scrivono nei booklet dei dischi, you know who you are, due pugni sul petto, bravi tutti. Siamo stati un bel gruppo, e imparando tanto ci siamo divertiti, o mi sbaglio?

 

Classic of Islay (2015, Jack Wiebers, 55%)

Talvolta il nostro amico Ghido, emigrato in Germania ormai da tanti, troppi anni, ci scrive per chiederci consigli per gli acquisti maltati, e noi siamo ben felici di dargli le nostre opinioni; qualche mese fa l’abbiamo spinto all’acquisto di questa bottiglia, “Classic of Islay” dell’imbottigliatore tedesco Jack Wiebers, perché avevamo scoperto che si trattava di un Lagavulin, presumibilmente ex-sherry (i feticisti potranno approfondire sapendo che si tratta del cask #2888, anche se non sappiamo l’anno di distillazione) – e si sa, con Lagavulin si cade sempre in piedi. Lo stesso Ghido ci ha omaggiato di un grasso sample, che andiamo ora a svuotare senza pietà; gli avremo dato un buon suggerimento?

schermata-2016-09-19-alle-12-39-10N: a 55% l’alcol sembra rimasto a Berlino, insieme ai neuroni di tante delle migliori menti della nostra generazione. A proposito: andiamo a Berlino, Beppe! Da subito si percepisce la ricchezza dei grandi imbottigliamenti: c’è tutto il mare di Islay, c’è la spuma del mare, c’è l’aria sferzante e salata; ci sono note terrose, minerali che si spingono oltre al limite del medicinale, tra la garza e la canfora (sfodera anche punticine balsamiche), c’è un bacon invitante. Come se non fosse abbastanza ‘organico’, ha anche un lato gradevolmente sulfureo (al limite della carne di maiale), che pare sfociare nell’arancia troppo matura. Verosimilmente si tratta di un single cask ex-sherry, e questo lato si manifesta con note di maron glacée, di sciroppo d’acero.

P: un attacco deciso, molto scuro e con le palle quadrate. La triade d’ingresso è caffè / caramello / arancia quasi andata e sulfurea: l’effetto, incredibilmente punchy, è di un paradossale e incantevole dolceamaro salato, con ancora fortissima la presenza dell’acqua di mare, qui perfino del pesce, dei molluschi; c’è anche una dolcezza ‘zuccherina’ e scura, forse di arancia rossa (marmellata di), poi di uvetta e marron glacée. Il fumo è definitivo, acre, profondo e massacrante: ci si ritrova la bocca impastata di cenere di sigaro, di smog. Perfetto.

F: incredibilmente intenso e persistente: un po’ come addormentarsi a fine serata, sul molo, ubriachi, con la faccia in un posacenere.

Con Lagavulin si cade sempre in piedi, si diceva, e spesso – volendo a tutti i costi seguire la metafora – si cade in piedi in un prato morbido pieno di donne nude, banconote, champagne e crudi di pesce. Questo è appunto il caso: complesso, intenso, equilibrato e violento al contempo, questo Classic of Islay è già un instant classic. Costava circa 55/60€, ci teniamo a dirlo: che sia di ispirazione a tanti imbottigliatori più esosi. 92/100, avanti un altro, se ha il coraggio. Ghido: grazie, ti abbiamo riservato un paio di sample che attendono il tuo ritorno nella madrepatria.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Kalkbrenner – Bengang.

Lagavulin 12 yo (2015, OB, 56,8%)

Sparring partner perfetto del nuovo, attesissimo 8 anni ci è parso essere il fratellone 12, a grado pieno, rilasciato nello scorso autunno nell’ambito delle Special Release di Diageo. Poche ciance, via alla degustazione.

lagavulin-12-year-old-special-release-2015-whiskyN: complice la gradazione, si concede con fatica; estremamente compatto e trattenuto. L’alcol non respinge, ma sono evidenti note di acetone, di solvente. L’effetto, a prima snasata, è di solvente per lo smalto per le unghie, che ricorda un po’ l’olio di mandorle; contribuisce poi a un profilo austero e nudo una marinità veramente imponente. Togliersi lo smalto su una scogliera, è questa l’immagine che le nostre menti malate hanno prodotto? Davvero? Molto poco sexy (non solo l’immagine, adesso intendiamo il whisky): c’è lana bagnata, c’è una torba minerale e fumigante (sa proprio di cenere), c’è un cereale caldo e pieno, ma c’è anche un qualcosa di fruttato (pera, diremmo) e un bello zenzero candito. Spiegato così non vi attira? Beh, invece fidatevi, è splendido.

P: paragonandolo al nuovo ottenne, questo ci appare più torbato, più fumoso, più agrumato, meno dolce e meno marino. Si muove tutto su bombette di sapore, una diversa dall’altra: domina ancora un’austera nudità, con note molto evidenti di cenere, di fumo di torba, di legno bruciato (ne assaggiate spesso, di legno incandescente, no?). Fa capolino anche un lato medicinale, a dimostrare l’intensità della torba. C’è una forte dimensione di agrume dolce (limonata zuccherata?, ma anche frutta tropicale tipo la carambola, per i pochi sventurati che la conoscono), e anche di fieno caldo, di malto dolce.

F: lungo e persistente, inizia sulla dolcezza (ancora maltosa, erbacea) e poi perdura un senso di acqua di mare, di erba bruciata, di cenere che vi perseguiterà fino all’indomani, almeno.

Partiamo proseguendo il paragone con il nuovo 8 anni: rispetto a quello, è un po’ più complesso, è meno marino ma è anche meno ‘sexy’ (e già quello era ammiccante come una giovane educanda). Anche a questo dobbiamo riconoscere il merito di puntare sulla qualità del distillato – francamente indiscutibile – e sulla sua dolcezza naturale, priva di sverniciate di vaniglia. 91/100, avanti un altro.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Twilight zone / Wrathchild.

Lagavulin 8 yo (2016, OB, 48%)

È ancora tempo di bicentenari, su Islay: dopo Laphroaig e Ardbeg, che hanno celebrato il duecentesimo genetliaco ufficiale l’anno passato, nel 2016 tocca a Lagavulin, una delle distillerie più amate, venerate, ricercate dal pubblico di whiskofili. Il primo degli imbottigliamenti celebrativi (sì, ce ne saranno almeno tre: questo, uno per il Feis Ile ed una Special Release… si mormora di un 25 anni a grado pieno in arrivo, ma costerà come una rata del mutuo per la vostra bella casetta) è un 8 anni non filtrato a freddo, ridotto alla gradazione di 48%. In limine, ci piace lodare che Lagavulin (quindi: Diageo) abbia scelto di dichiarare la giovane età e non si sia trincerata dietro ad un NAS; scelta controcorrente, come sappiamo. Ma insomma: l’attesa era tanta, e finalmente ora l’abbiamo nel bicchiere. Il colore è paglierino molto chiaro, sembrerebbe naturale – fonti bene informate, però, ci avvertono che un po’ di caramello potrebbe essere scappato pure qui…

lg_1461N: se dovessimo identificare una caratteristica peculiare, diremmo che è infinitamente marino e iodato (sale; aria di mare, proprio, davvero impressionante). Sulle prime pare molto naked, sullo stile del fratellino maggiore di 12 anni; colpisce una netta mineralità, una torba terrosa e un fumo acre ma relativamente leggero (anche se, a onor del vero, progressivamente sale un senso di legno bruciato). Lana bagnata. La gioventù è esibita da note di malto giovane, tra pane, lievito, un po’ di  limone, canditi… La zuccherinità, presente e in crescita, è fresca e su note floreali (violette e caramelle alla v.), lievemente fruttata (frutta bianca), e con un poco di vaniglia. C’è poi una dimensione speziata (alla degustazione c’è chi parlava di cumino e di paprika) e di pepe bianco. Olio di mandorle. Tutti questi aromi esibiscono grande compattezza e grande intensità, in una cornice – ripetiamo – prepotentemente costiera e marina.

P: ottima intensità, il corpo è coerente con lo stile di casa, oleoso e compatto – ma il miracolo è che è anche beverino alla grande. Al fianco della marinità, che rimane spettacolare, intensissima e in primo piano (acqua salata, aria di mare), si aggiunge una dolcezza più marcata, facile ma molto godibile: vaniglia, canditi ed esplosioni di liquirizia dolce; perfino qualche nota fruttata (uva bianca) e un che di mandorla. Poi, il minerale non molla di un millimetro; il palato si chiude su un fumo – stavolta sì – marcatamente Laga, con note pesanti di legna bruciata. Ancora spezie e pepe bianco.

F: ritorna la gioventù del cereale, molto ben impastata con legna bruciata, sale e pepe bianco.

Non giriamoci attorno: è davvero molto buono. È giovane, certo, a suo modo è relativamente semplice, ma lo spirito di Lagavulin (pur se toccato da una dolcezza di vaniglia che al palato fa capolino con più insistenza) resta francamente insuperabile. Appare simile al 12 anni nelle sue espressioni migliori, dato che il lato isolano è davvero prominente, soprattutto al naso. Nel cappello introduttivo avevamo lodato l’operazione di trasparenza (età bassa dichiarata e non NAS); qui dobbiamo anche lodare la scelta della nudità, di un profilo guidato dal distillato e solo marginalmente impreziosito dalla botte. Se lo trovate, il prezzo attuale che si vede sul web (attorno ai 70€, ma si trova anche a meno) ci pare davvero molto onesto. Whiskyfacile approva: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Miles Davis – Seven steps to heaven.

‘Taste back’ – 1930 Milano, 5/04/2016

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FullSizeRender-28Come avevamo anticipato lunedì, ieri sera abbiamo partecipato (assieme a vips d’ogni genere, tra cui spiccava quell’alcolista di Federico) alla prima serata di Taste back, il nuovo format di degustazione proposto da Diageo in collaborazione con il 1930, affascinante speakeasy milanese ormai da anni sulla cresta dell’onda nel mondo della miscelazione di qualità. L’occasione era la presentazione per il mercato italiano di Little Bay, il neonato in casa Oban; accanto a questo imbottigliamento, assaggiato sia in purezza che miscelato, abbiamo messo naso e palato su cocktail a base Glen Elgin 12 anni, Lagavulin 16 e Talisker Skye, tutte ricette preparate per l’occasione da Marco Russo; e ogni cocktail era a sua volta proposto in abbinamento a (squisite) creazioni culinarie di Diego Rossi, chef della Trattoria Trippa. Questo concetto di degustazione intende portare il whisky nei bicchieri degli appassionati del bere bene, ma – per così dire –FullSizeRender-25 distraendoli dal whisky stesso: questa premessa è stata esplicita, e il senso dell’evento era appunto quello di far deporre al bevitore le remore talora provate di fronte al re dei distillati, per spiegargli il concetto dietro a ciascun imbottigliamento (con l’ausilio di vasetti aromatici ad hoc) e le possibilità offerte da quel profilo aromatico in sede di miscelazione. Questo, insomma, il concetto di taste back, ovvero di degustazione ‘al contrario’: si inizia con gli aromi puri, poi si passa al cibo, si scopre il cocktail, e infine si comprendono le caratteristiche del single malt.

FullSizeRender-32Non sveliamo nel dettaglio ricette ed abbinamenti, lasciando a chi vorrà il piacere di scoprire le scelte di chef e barman: di certo però dobbiamo ammettere che tutti e quattro i cocktail di Marco Russo erano deliziosi, riuscivano a sviluppare con grande coerenza le premesse stupendo anche i più noiosi e prevenuti “hooligans del whisky”con suggestioni aromatiche davvero incredibili (quella foglia aromatizzata all’ostrica ci ha folgorato… E che dire del drink a base Lagavulin, con tanto di nero di seppia?). Di certo, siamo di fronte ad un format ancora più distante dalle ‘classiche’ degustazioni rispetto al Whisky&Cocktail di qualche tempo fa: di fatto, è stata una serata di abbinamenti tra cibo e cocktail, dato che a parte l’Oban nessun whisky è stato presentato puro in assaggio. Un evento gourmet, insomma, di qualità molto alta, teso a stimolare le percezioni di un pubblico diversamente esigente rispetto al feticista del whisky. I single malt, però, paradossalmente non sono rimasti in secondo piano, fungendo da base creativa sia per cibo che per i drink e rimanendo dunque al centro della serata. Suona strano, detto così, ci FullSizeRender-27rendiamo conto, e forse l’unico modo per capire di che si tratta è andarci; a questo proposito, sulla pagina facebook del 1930 si trovano tutte le info per prenotare un posto alle prossime serate (la prima sarà sabato 9 aprile, la seconda il 7 maggio; costerà 30€). Dal nostro punto di vista, è stata una serata molto piacevole, all’insegna della qualità e del divertimento: di certo, è l’ennesima dimostrazione di come l’industria del whisky punti forte, fortissimo sulla miscelazione e sul suo appeal per ampliare il pubblico di bevitori di single malt. D’altro canto, si tratta di imbottigliamenti concepiti appunto a partire dagli aromi e dai sapori che si vogliono ottenere, e la formula della serata lo ha messo bene in luce: pare giusto che il destino di questi whisky sia (anche) quello di fungere da punto di partenza per suggestioni e combinazioni di sapore. Grazie davvero a Silvia e Franco di Diageo e a Marco Russo, con tutto il suo staff.

Sottofondo musicale consigliato: d’obbligo, data la presenza del sommo Alioscia, Casino Royale – Crx.

“Smoky Honey” – Harp Pub Guinness, Milano

Davanti alla storica Università del Politecnico di Milano, nel quartiere di Piola, c’è un locale che da quarant’anni (eh già, quest’anno si festeggeranno i primi quattro decenni d’attività!) sfama e disseta gli aspiranti laureati. L’Harp Guinness Pub è però anche luogo di aggregazione per una gens milanese d’altri tempi, animata da una compassata operosità lavorativa ma pronta all’ironia tagliente e allo scherzo greve non appena appoggia il gomito sullo spesso bancone in legno dell’Harp. Da qualche anno dietro a quel bancone è entrata in scena la terza generazione di Corbetta e il barman Riccardo ha spiccato il volo verso una miscelazione sempre in movimento, alla ricerca continua. I grandi classici del bartending nel cuore, ma con la voglia di stupire e di perdersi in infinite variazioni. E anche per questa ricetta “regalata” a WhiskyFacile partiremo dal classicissimo “Rusty Nail” per finire chissadove…

Ingredienti

  • Jameson Irish Whiskey
  • Lagavulin 16 yo Scotch Whisky
  • Drambuie
  • Bitter al cioccolato

FullSizeRenderIl “Rusty Nail” è un grande classico, molto semplice: Scotch Whisky e Drambuie, un liquore scozzese con whisky, miele e una miscela di erbe e spezie. Ma lasciamo la parola al bartender…

Nello “Smoky Honey” ho deciso di valorizzare ancor di più le tante diversità nel whisky, miscelando anche un’espressione irlandese e modernizzando un po’ con l’aggiunta di un torbato, che gli dà quella punta di fumo che ultimamente piace tanto.
Il contributo del Lagavulin si riduce a un paio di spoon perché, dopo aver mescolato gli ingredienti nel mixing glass e aggiunto la miscela nel bicchiere con ghiaccio, andrò a fare un’affumicatura in campana con chips di legno di faggio, proprio per irrobustire questo lato per così dire ‘bruciato’ e acre. Per quanto riguarda il Jameson invece mi dà quella secchezza necessaria a contrastare il dolce del Drambuie, la cui speziatura assieme al bitter al cioccolato aggiunge complessità e pienezza a questo drink.

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