Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

Laphroaig 19 yo ‘Pagoda’ (1995/2014, I Love Laphroaig, 57,8%)

Quando si assaggia un Laphroaig e si vuol fare un confronto, non si può non scegliere una selezione dell’uomo che in Italia rappresenta l’amore massimo per quella distilleria: Claudio Riva. Prima di imbarcarsi nel magnifico e ambizioso progetto Whisky Club Italia, Claudio era presidente e animatore del club I Love Laphroaig – a quei tempi eroici si devono alcune sue selezioni memorabili, di cui serbiamo memoria digitale anche su questo blog (ad esempio questo, o questo). Quinto e ultimo della serie dedicata allo stile di Laphroaig e ai suoi simboli è La Pagoda, presentato al Milano Whisky Festival del 2014 ed esaurito non molto tempo dopo (qui il link, con scheda). Single cask di 19 anni, distillato nel 1995, barile ex-bourbon ma presumibilmente – leggiamo Claudio – di secondo o terzo riempimento. Apriamo le danze.

141112_laphroaig_lapagodaN: pieno, intenso, armonico. Rispetto al 10 anni la torba è più chiusa, sia per l’età che per la gradazione alta che ‘spegne’ un po’ i fumi torbosi. Meno medicinale del 10. Poi un cuore di dolcezza (fatta di dolciumi burrosi, brioche di brutto, alla marmellata, poi impasto per torte, crostata, crema). Fruttato, con note della polpa di pesca gialla; tanta mela gialla, anche, molto matura (vengono in mente le pesche con gli amaretti). Aghi di pino. Poi una grossa marinità, quasi di pesce, senz’altro di ostriche – non è ‘solo’ aria di mare. Con acqua, diventa decisamente più zuccherino, ed anche il fumo si riprende un poco di spazio.

P: piuttosto coerente col naso… esplosivo: il primissimo impatto è molto giocato sul dolce, tra pasticceria, torte burrose, crema pasticcera, ancora pesche e mele gialle molto mature (frutta grattugiata in purea, se l’avete presente). Pepe bianco, in gran quantità, verso il finale. Tabacco dolce da pipa. Di nuovo il fumo resta in disparte, con una torba tagliente che si prende solo qualche momento di gloria.

F: qui sì che cenere e cera e mare si prendono lo spazio, ma senza toglierne ad una pesca incredibile, intensissima. Anche un poco di pera, un semplice velo.

Un bel ricordo di un’età che non c’è più, un’età in cui potevi trovare un onesto e glorioso Laphroaig di quasi vent’anni a un prezzo ragionevole – ed erano solo tre anni fa! Claudio a voce lo presentava come un buon whisky, ma certo non il più complesso delle sue selezioni; noi non possiamo confrontarli uno affianco all’altro, ma su questo possiamo esclamare: che qualità, e che intensità!, e possiamo serenamente “perdonare” (wtf???) un lato isolano meno esuberante rispetto ad altri imbottigliamenti più wild90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jethro Tull – Life is a long song.

Laphroaig 10 yo (2017, OB, 40%)

Giunto è il tempo di assaggiare finalmente Laphroaig 10: uno dei single malt di Islay di maggior successo commerciale in Italia, presente in molti supermercati e in quasi ogni bottigliera di locale. Spesso pubblicamente siamo stati critici verso questo whisky, anche se sappiamo che per molti è stato il classico “assaggio senza ritorno”, una folgorazione alcolica che sposta gli equilibri di una vita e porta alla passione cieca e senza freni per il whisky. Ci concediamo dunque questo assaggio, sperando di cambiare idea sull’espressione-base di una distilleria brutalmente adorabile come Laphroaig… Ringraziamo Angelo per il dram e per la compagnia durante la stesura della recensione.

lrgob.10yov1N: il classico medicinale della torba (pasta per dentista, anzi: Angelo ci dice “etere per dentista”, ma vale solo per i nati prima degli anni ’70) di Laphroaig qui è virato nettamente sul dopobarba; c’è fumo di torba, vivo e “umido”, poi portacenere sporco (siamo più precisi: un portacenere di rame sporco incrostato di cenere); una dolcezza al contempo fresca e greve, divisa tra liquirizia (in legnetti: è un infuso di legno sto whisky), stecchette di vaniglia, miele e zucchero di canna, un bel po’ di marron glacé; poi tanto cereale, puro e giovane. Corn flakes glassati. C’è anche una nota astrattamente tropicale (non ci azzarderemmo a ipotizzare un frutto preciso) piacevole ma un po’ stucchevole, alla lunga. Molto aromatico, molto profumato. Note di tabacco da pipa, probabilmente diremmo Latakia.

P: ingresso debole, insufficiente anzi, con un corpo molto blando; poi arriva la grande botta di (troppo) legno, di metallo ossidato, poi un muro di dolcezza di caramello e marron glacé. Riesce ad essere, a nostro gusto, troppo dolce e troppo amaro al contempo (molto medicinale, ancora pasta per dentista, antibiotico). Scorza d’arancia umida, matura, quasi marcescente; forse chinotto, o lime.

F: non si può dire che non sia lungo e persistente! Il mare vien fuori soprattutto qui (aria, è proprio iodato e solo al finale). Si porta avanti quella combo tra metallico, amaro e ultradolce legnoso che prosegue all’infinito, con glorie alterne.

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Laphroaig 10

Non possiamo dirci soddisfatti da questo assaggio, ma d’altro canto saremmo disonesti se non riconoscessimo a questo whisky delle qualità oggettive. Il profilo resta unico, e dei barlumi dell’anima più profonda della distilleria (quella torba medicinale…) emergono con una chiarezza gloriosa, in fondo. Detto ciò, il naso è la fase che ci convince di più, anche se alla lunga tende a prevalere un legno dolce un po’ noioso; il palato per contro è una spremuta di legno, privo di complessità, ucciso definitivamente da una riduzione alcolica e da un filtraggio a freddo che rendono la bevuta francamente blanda… Come ridurre un leone – perché questo Laphroaig è – ad un innocuo gattino col collare di Elisabetta. 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paul Simon – You can call me Al.

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.

Laphroaig 10 yo ‘Cask Strength’ (2016, batch #008, 59,2%)

Chi ha la sventura di frequentarci sa bene quanto a noi non piaccia il Laphroaig 10 anni ‘normale’, a grado ridotto: prima o poi, promettiamo, scriveremo le nostre cattive opinioni anche sul blog. Per contro, nei confronti del 10 anni Cask Strength abbiamo una vera e propria venerazione: quando eravamo su Islay a ottobre non abbiamo potuto esimerci dal portarci a casa un grasso sample dell’ultimo nato, il batch #8, che finalmente sbocciamo quest’oggi.

N: come a Napoli accade tre volte l’anno, anche a Laphroaig avviene un miracolo: non ci sono statue che piangono sangue, ma whisky a quasi 60° che non svelano manco una leggera nota alcolica. L’intensità è clamorosa ed è pure molto complesso: iniziamo dalla nota balsamica, tra eucalipto e borotalco e aghi di pino; poi non dimentichiamo una ‘dolcezza’ molto forte, sparata ma non pacchiana, di vaniglia, caramello e liquirizia, mentre la frutta (quella rossa in particolare) resta solo allusa, quasi un miraggio. Dopo un po’, si scorge un mantello che altro non è che la garza, il medicinale tipico di Laphroaig… Rabarbaro, anche. Il tutto è perfettamente integrato e avvoltolato in un fumo di torba lieve, trattenuto dalla gradazione ma profondo, torboso e acre. Marmellatona d’arancia. Ah, quasi ci dimentichiamo di far cenno all’aria del mare che sbatacchia le sue onde sulla distilleria…

P: il miracolo di cui sopra si ripete anche al palato. È supermarino, supermedicinale: e già questa è una bella cosa da riscontrare. Si apre sull’acqua di mare, salata e intensa, al limite dell’ostrica, fusa con una dimensione balsamica e pienamente medicinale, acre; poi si squaderna una dolcezza per così dire ‘arancione’, con arancia in ogni forma (marmellata, scorzette), liquirizia, un po’ di miele scuro. After-eight? E pensate un po’, uno si perde in tutte queste suggestioni… e quasi si dimentica della torba, del fumo! Cose che a Laphroaig, voi sapete, pare brutto trascurare.

F: legno bruciato, cenere (pesante, quasi cenere di sigaro); perdura l’acqua di mare, il sale, e anche una prima dolcezza appiccicosa, da miele.

91/100: dispiace proprio aver preso solo un sample e nom, che so, tre casse. Laphroaig lavora bene, benissimo, peccato che talvolta se ne scordi. Caldamente consigliato, come tutti i CS.

Sottofondo musicale consigliato: Aldous RH – Sensuality.

Laphroaig 16 yo (1987/2004, Silver Seal, 46%)

Non possiamo esimerci dal bere un secondo Laphroaig, non siete d’accordo? Dopo l’ottimo quattordicenne di Hidden Spirits, oggi tocca a un sedicenne di Silver Seal: si tratta di un imbottigliamento ormai storico, un distillato del 1987 messo in bottiglia nel 2004 dopo anni trascorsi in una botte ex-sherry. La selezione è opera di Ernesto ‘Rino’ Mainardi, celebrato da molti (e da molti autorevoli appassionati, non da cialtroni come noi) come uno dei migliori nasi italiani, se non il migliore. Noi abbiamo potuto mettere le mani su uno dei 770 esemplari di una boccia del genere, ormai esaurita dovunque (e dove lo trovate un Laphroaig in sherry oggidì?, ditecelo, forza) perché era compresa nel pacchetto “Socio Conoscitore 2015” di Whiskyclub.it – una ragione in più per aderire al Club! Il colore è ramato pieno.

laphroaig_silver_seal_16_1987N: impossibile non partire da un lato fruttato, raramente così clamoroso: frutti rossi e neri (lamponi, fragole, more e mirtilli) intensissimi, succosi e iperzuccherini, che arrivano a ricordare le Fruit Joy scure, alle more, e in generale concentrati di frutti di bosco (forse soprattutto more e mirtilli). Prima ancora della torba, arrivano intense suggestioni di eucalipto, di tè, poi di tabacco da pipa; mare e medicine, grandi classici di Laphroaig, rimangono un po’ in disparte, anche se la torba ovviamente si fa sentire dando ulteriore sostanza… Un lieve senso di zolfanelli, di fiammiferi, con un lato sulfureo a dare un ulteriore strato.

P: all’attacco sembra mansueto, complice la gradazione ridotta; ma si tratta di un’impressione destinata a svanire molto presto. Come sopra, propone un tripudio di frutti rossi (ciliegia e lampone) che, però, forse sono soprattutto neri (more e mirtilli in gran spolvero). Arancia rossa matura, ancora a simulare un che di sulfureo, e tabacco da pipa; solo un cenno di tè affumicato (Lapsang Souchong). In aumento, qui, c’è il lato isolano, soprattutto con l’acqua di mare che riemerge, con note sapide e intense; ancora, la torba (più vegetale che fumosa – solo un qualcosa di bruciato) è parzialmente mitigata.

F: lungo e molto, molto persistente: colpisce la resistenza della frutta, dolce e davvero intensa; poi, labbra salate e fumo acre, di torba, infinito.

Come amiamo dire spesso, certi Laphroaig in sherry riescono a realizzare il miracolo di un perfetto equilibrio tra due mondi (torba e sherry, appunto) apparentemente distantissimi… E questo è senz’altro uno di quei “certi”. Rinnova il miracolo dello stupore primordiale il riconoscere un Laphroaig a grado ridotto intensissimo, certo, ma tutto giocato su sfumature setose, sulle molteplici nuance che la combo botte e distillato riesce a produrre. Capolavoro d’estate. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Il dottor Funky.

Laphroaig 14 yo (2000/2015, Hidden Spirits, 48%)

Andrea Ferrari è proprietario di Hidden Spirits, una piccola e bellissima realtà nel nutrito italico mondo dell’imbottigliamento indipendente di whisky; se vi capita di passare da Ferrara, varrà la pena di fare un salto nel suo negozio… Vi consigliamo di leggere questa bella intervista di Andrea concessa ai microfoni di FerraraItalia, intervista che racchiude bene le ragioni e la mentalità che stanno dietro all’esperienza Hidden Spirits. In passato abbiamo già assaggiato qualcosa, ora mettiamo il naso su un Laphroaig di quattordici anni, 180 bottiglie, ridotto a 48%. Forza!

wl0574i2332-25_im273143N: Andrea ama selezionare botti che lascino cantare il distillato, senza coprirlo con sverniciate di legno: anche questo Laphroaig non fa eccezione, svelando la sua anima più marina e indulgendo in una ‘dolcezza’ composta. Ma andiamo con ordine: innanzitutto il mare, con generose zaffate di acqua salata e molluschi (ostriche uber alles). La torba pare più tendere al vegetale e al minerale che non all’affumicato, rivelandosi quasi ‘gentile’ visto lo stile di casa – stile di casa che riemerge evidente con note medicinali, di garze. Poi, una piccola teoria di agrumi canditi, dolci e delicati (limone, cedro); ancora, cristalli di zenzero. Erbe aromatiche da cucina (salvia). Un naso delicato e molto, molto buono.

P: di nuovo si nota subito il mare, con ondate di acqua salata a frangersi sul palato, mareggiata dopo mareggiata. C’è una dolcezza astratta e molto piacevole, trattenuta, tutta giocata tra lo zucchero liquido, una lievissima vaniglia e un qualcosa di fruttato (kiwi, forse?). Tanto, tanto legno bruciato; una bella suggestione erbacea (ancora erbe aromatiche, salvia e rosmarino).

F: molto, molto salato e marino; poi, un senso di bruciato (legno, o anzi: prato bruciato?).

Un Laphroaig apparentemente delicato, certo nudo, pulito e tutto incentrato sulla qualità del distillato – e il distillato di Laphroaig, si sa, di qualità ne ha tanta, più o meno come l’attacco della Juve dell’anno prossimo (purtroppo). Insomma, un imbottigliamento eccellente, per chi non ha timore di sperimentare fino in fondo l’anima di Laphroaig – e al solito, meno male che ci sono gli indipendenti! 88/100, avanti con un altro Laphroaig italiano…

Sottofondo musicale consigliato: Fever Ray – If I had a heart.

Laphroaig Cairdeas 200th Anniversary (2015, OB, 51,5%)

Arrivati a recensire il venticinquesimo Laphroaig, ci rendiamo conto che 1) pur tenendo conto di tutti quelli mai finiti sul sito, ne abbiamo bevuti pochissimi; 2) non c’è più bisogno di spiegare perché Laphroaig sia importante, né perché sia amata, quindi ce e ve lo risparmieremo. Assaggiamo oggi l’imbottigliamento Cairdeas 2015, ovvero quello per il Feist Ile dell’anno passato: ed era un anno particolare il 2015, cioè il duecentesimo di vita della distilleria… John Campbell, distillery manager, ha preparato una ricetta speciale: solo orzo maltato in casa, solo due alambicchi utilizzati (i due più piccolini, i due più vecchi), invecchiamento nella warehouse N.1, età non dichiarata. Andiamo? Andiamo.

July15-LaphroaigCairdeas2015N: poco alcolico, ma per il resto è tanto di tutto… Nel senso che, ad esempio, la ‘dolcezza’ non è solo intensa, è straripante, profonda, giocata su note di pasta di mandorle, di zucchero a velo, perfino di borotalco. I classici biscotti zenzero e cannella di Natale. C’è una nota agrumata incantevole, diremmo proprio di lime, complicata da una punta mentolata. La torba, poi, è sporca, sa proprio di smog, di diesel, e al contempo c’è anche tanta garza medicinale, tanta corsia d’ospedale; ma è un po’ una garza ladra che si è rubata la marinità. Anche oggi abbiamo fatto la nostra battuta pessima, grazie.

P: clamorosamente poco alcolico per la gradazione che ha. L’ingresso è mostruosamente torbato e fumoso, e ancora pare di scendere in un sottosuolo distopico pieno di smog, di fumo, di motori accesi, di plastica bruciata e desolazione. Però poi arrivano assieme dolcezza e (una fenomenale) acidità, indissolubilmente unite e per questo bilanciatissime, con note di confetti alla mandorla e di lime. Il tutto pare accadere nel laboratorio di un dentista, tante sono le note medicinali. Diciamo che l’acidità fa da collante tra una timida dolcezza e uno smog atrocemente intenso. Ancora, niente sale e poco mare.

F: lunghissimo e intenso, ancora lime, ancora smog, fumo, torba, confetti, biscotti ai cereali. Ottimo.

Uno dei Laphroaig migliori che ci sia mai capitato di assaggiare; e le parole sono già anche troppe. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Fortis – Milano e Vincenzo.