Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Botti (di inizio anno) da Orbi – Oroscopo a grado pieno

Vade retro, uomini marketing di tutte le multinazionali del beverage, i pianeti vi mettono in guardia: potete convincere un uomo che un NAS a 200 euro è segno divinatorio di buona sorte, ma non potete truccare le stelle. E nemmeno Whisky Facile, che come l’anno scorso si carica sulle spalle l’onere di vaticinare ai suoi amati lettori il loro futuro alcolico. Se dunque volete sapere come gireranno i celesti barili delle vostre fortune e se il 2020 sarà per voi un anno da Brora o da Tamnavulin, siete nel posto giusto.
Segno per segno (che fa segno al quadrato), ecco a voi l’Oroscophisky, l’unico oroscopo a grado pieno del web, un vatting di astrologia, cialtronaggine ed elucubrazioni maltate che al confronto Branko e Paolo Fox sono più seri di Marie Curie.

jura-seven-wood-1372503-s350ARIETE
Segno di ovile che non sei altro, hai chiuso un anno che ti ha fatto imbestialire quanto trovare un sughero galleggiante in quell’Ardbeg Twenty Something che tenevi da parte come la falange di un santo medievale. Con ancora l’amaro in bocca, come disse quello che limonava solo bevitrici di Petrus, il rischio è ritirarsi nella solitudine. Tu, il tuo dram e un dito medio al mondo. Che può anche essere una buona idea, ma solo se il dram è buono. Dunque scegli bene con chi passare il tuo tempo eremitico, Ariete. E scegli bene a cosa accompagnare le tue seratone di meditazione. Il romanziere inglese George Orwell, non si sa se perché Ariete o perché un allegrone, decise di ritirarsi sull’isola di Jura dal ’46 al ’49. Il whisky deve avergli fatto così ribrezzo che piuttosto di scendere al pub per farsene uno, si chiuse nel suo cottage e scrisse “1984”. Dunque Ariete a te la scelta: o ti chiudi in casa con un misantropico Seven Wood e vinci il Nobel per la Letteratura, o ti chiudi in casa con un whisky decente, non vinci il Nobel, ma passi un 2020 rilassante. 60/100 o 85/100
Il tuo whisky dell’anno: Isle of Jura Seven Wood

glebcadam-13yoTORO
Quando si è sotto stress, o si dimagrisce o si ingrassa. Tu, amico bovino, hai passato un 2019 sul filo del rasoio e hai deciso di tenere un’alimentazione con un (fat) angel’s share tropicale: almeno il 15% di ciò che hai ingerito era colesterolo puro. Il 2020 è dunque tempo di mettere il Black Bull affamato che sei a stecchetto. Non guardarmi come se ti stessi dicendo che hai investito tutto in obbligazioni argentine, non ti sto dicendo di barattare tutta la tua collezione di Highland Park con casse di Crodino. Però occorre mettere qualche argine, a tavola come al bar. E magari anche al lavoro, così lo stress cala. D’altronde, prova a pensare: prendi un Octomore torbato a 200 ppm, invecchialo in botti sherry PX first fill per 20 anni in un magazzino alle isole Comore e poi finiscilo in barriques di grappa. Tanta roba, ma non è che sarà buono eh… Tornare alla sobrietà, Toro, è la tua missione. Pulizia, selezione e qualità. Se ci riesci, nessuno ti materà (e soprattutto non ti materanno le coronarie…).
83/100
Il tuo whisky dell’anno: Glencadam 13 yo

Floki_Single_Malt_Whisky___Sheep_Dung_Smoked_Reserve_Barrel_1_mlGEMELLI
Dlin dlon, sono Urano e sono nella tua seconda casa, pardon nel warehouse n. 2. E son venuto fin qua per dirti che il tuo anno pena farà. Pochi fronzoli, segno omozigote, non spacciamo Vat69 per Rosebank: le annate guaste ci sono per tutti e il tuo 2020 sarà un anno tipo il Floki Sheep Dung. Bisogna solo aspettare che passi. Tu armati di mallet, pianta bene il tappo nel barile dei tuoi affetti e rifugiati lì. Anche le special release di Port Ellen a volte sono meno fantastiche, ma nessuno mette in discussione il valore del malto. Quindi se anche ti capiterà qualche rovescio lavorativo, qualche scazzo familiare, qualche whisky festival in cui finirai sbronzo a mangiare wurstel e a dire barzellette sconce, tira dritto.
64/100
Il tuo whisky dell’anno: Floki Sheep Dung

nov19-diageo19taliskerCANCRO
Sì, però il Laga 12 anni del 2018 non era all’altezza. Ok, il Talisker 15 è buono ma è poco Talisker. Non capisco gli entusiasmi per l’Ardbeg 19… Sia detto con il massimo rispetto, amico Cancro, ma da Orione a Cassiopea le stelle ti sussurrano una cosa: hai frantumato le gonadi alla galassia con questo tuo ipercriticismo. Tutti vorremmo essere sempre divini, eleganti come un Dalwhinnie anche quando andiamo a buttare l’immondizia. Però così ti condanni a essere sempre insoddisfatto, a rincorrere la stella Vega della perfezione impossibile da raggiungere. Il 2020 sarà l’anno in cui provare ad accontentarsi. Il che non significa andare in giro a dire che il Tullibardine è il Macallan del Terzo Millennio, ma trovare le cose positive in tutto. Ok, non proprio in tutto, non ti si chiede di dire che il Milan gioca un calcio champagne e che il Langatun è ambrosia, ma se ti lamenti di nuovo per un Talisker poi gli astri si incazzano, eh…
89/100 reali, 82/100 percepiti
Il tuo whisky dell’anno: Talisker 15 yo Diageo Special Release 2019

springbank-16-year-old-local-barley-2016LEONE
Maschio alfa per definizione (o anche femmina alfa, eh, che l’oroscopo è come il whisky e gli angeli, non ha sesso), la tua criniera non è mai stata così sfavillante. Passi e tutti si girano estasiati, come quando arriva Nicola Riske di Macallan a una degustazione. Nel 2020, caro segno della savana, sarai di moda tipo il Kavalan qualche anno fa. Tutti ti vorranno, a qualsiasi costo, ti sorseggeranno, ti rincorreranno, salirai sul Frecciarossa e verrai sedotto da donne dalle giacche con le spalle larghe come Michele del Glen Grant. Starà a te non montarti la testa. Per dire, anche Ricucci stava con Anna Falchi e ha fatto la fine del Cardhu… Il compito a casa è dunque resistere alla tentazione di dare tutto per scontato e credersi irresistibili. Mantenere alta la qualità, come uno Springbank, davanti alle moltitudini inneggianti non è facile, ce la farai?
91/100
Il tuo whisky dell’anno: Springbank 16 yo Local Barley 

Compass_Box_The_Circle_mlVERGINE
Se parliamo di single malt, Vergine, nessuno ti può dare lezioni. Hai un tuo carattere forte (spesso insopportabile, eh), sei più introspettivo di un bicchiere di Caol Ila 30 alle tre di notte e la solitudine non ti spaventa, roba che potresti sentirti a tuo agio anche in quella metropoli che è Bowmore. Però, come insegna l’industria dello Scotch, con solo single malt si fallisce. E dunque questo sarà l’anno delle Vergini blended: sforzati di non vomitare appena il tuo collega insopportabile con la cravatta regimental su camicia a righe ti rivolge la parola, mescola qualche parte di grain alla tua purezza cristallina e un po’ altezzosa. Ritrova il piacere di stare con gli altri, come disse Moana Pozzi alla fine di una scena particolarmente affollata.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: “The Circle” Compass box

brbon_los3BILANCIA
Saturno ha scambiato gli anelli con una collana d’oro, Marte si è vestito camouflage e Giove gira in auto per la Via Lattea col braccio fuori dal finestrino cantando trap. Bella Bilancia, sei troppo un segno top, zio! Sei un Abomination, che sotto la scorza tamarrissima (il Cielo ci perdoni per quel che stiamo per dire) non è affatto male. Però qui Bilancia non si parla di sostanza, la tua non si discute. Parliamo di forma, di packaging, di modo di porsi. La scelta è fra l’Highland Park style, tutto guerrieri vichinghi e bestie selvagge, e il Kilkerran style, sobrietà all’ennesima potenza. Quest’anno prova a metterli entrambi in equilibrio sui tuoi piatti, Bilancino: una sera tweed come Nadi Fiori e le etichette medievali di Chorlton, una sera tuta dell’Adidas e Ardbeg Drum col suo insensato carnevale di Rio in etichetta. Cambiare fa bene: d’altronde anche Glenfarclas ogni tanto usa botti di bourbon, eh.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Abomination “The layers of the saw”

kilchoman-str-cask-maturedSCORPIONE
Il tuo anno sarà enigmatico, come uno di quei campioni assaggiati alla cieca dove la figura di palta è dietro l’angolo, che sei sicuro di avere nel bicchiere un Ben Nevis indipendente over 25 e invece hai un whisky cecoslovacco. Dovrai guadagnarti tutto, lottare su ogni pallone, annusare ogni singolo barile. Finiti i tempi in cui entravi nei magazzini della vita e – pescando a caso – portavi a casa botti di Ardbeg del ’74. Oggi tocca sbattersi, e non stavolta non è neanche colpa dei cinesi che si comprano tutta la materia prima. Dovrai sfrondare ogni cosa dal suo finish “coprente”, andare al distillato delle persone. Il tuo amore cosa nasconde sotto la torba da Kilchoman STR? E le tue amicizie candide come un Glenfiddich saranno ancora salde senza quell’extra maturazione in Madeira? Esercita il dubbio, Scorpioncino, non fermarti alla prima sensazione. E neanche al primo whisky.
?6/100
Il tuo whisky dell’anno: Kilchoman STR

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Morbidezza 2.0 è il titolo del tuo anno, Sagittario. Sei rotondo come uno Yamazaki, e non stiamo parlando di forme abbondanti. Baciato dalle stelle (speriamo senza che Solange faccia da tramite), vivi in un Bengodi di pace e tranquillità tipo lo Speyside a giugno. Idilliaco e senza asperità, potresti far trovare un accordo anche fra Trump e l’Iran sul nucleare o fra Giannone e il Gerva del MWF sulla bontà del Merlot. Il rischio – in questi 12 mesi di lune buone – è abituarsi ai velluti. Illudersi che la vita sia un Glenmorangie, mentre quanti Ardmore graffianti e quanti Tobermory ruggenti sono dietro l’angolo. E bada bene che non è per niente un male! Morbidi, ma senza scordare gli spigoli, come un Che Guevara al contrario.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Dalmore King Alexander III

nikka-daysCAPRICORNO
Sappi che capiterà di doversi rialzare, Capricorno, in questo anno accidentato. Ricominciamo, canterebbe Adriano Pappalardo, e tu – con la giugulare vibrante – canterai nello stesso modo. Sei la Banff dei segni zodiacali, attrai sfighe come Islay turisti assetati. Epperò, più che la fine di Banff, se non ti lascerai abbattere potrai fare come Talisker, che dall’ultimo incendio nel 1960 risorse da vera Fenice. Devi solo trovare la pozione magica per assorbire le botte del destino: c’è chi usa il Peroncino ghiacciato dopo una sbronza, chi con un Johnnie Walker Blue Label archivia placido licenziamenti, tradimenti o cartelle esattoriali. Tu devi trovare la tua via alla rinascita costante e allo zen. Le sette stelle di Hokuto sono con te.
77/100
Il tuo whisky dell’anno: Nikka Days

dufftown-11-years-oldACQUARIO
Hai sotto mano un barile di Laphroaig e non te ne accorgi, perché sei troppo occupato a piangere nel tuo Acquario. Ora, a parte che rischi di avvelenare la flora ittica perché c’è ben poca acqua nelle tue lacrime alcoliche, questo deve farti riflettere. Le occasioni, come sanno tutti gli imbottigliatori indipendenti, vanno colte al volo. Se passi al Duty Free e spunta un Balvenie Tun 1509, vuoi lasciartelo scappare? Il fatto è che tu sei troppo chiuso, hai proprio i sigilli doganali come una spirit safe. E quando ci si guarda solo in casa si perde l’abitudine a cogliere le occasioni. Se Diageo ti invita alla presentazione delle Special Releases, mica rinunci perché non hai ancora cambiato l’armadio, no?
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Dufftown 11 yo Milano Whisky Festival

Clynelish_GOT_mlPESCI
Se la lava fosse whisky, saresti l’Etna. Rutti torbato ed erutti iniziative, Pescetto. Ti tuffi nelle cose come Ermoli nello Tsipouro o il Gerva nella cachaça. Devi avere ristrutturato la tua linea di produzione di energie e ora hai almeno una trentina di alambicchi, altrimenti non si spiega da dove spunti tutta la tua foga. Nel lavoro sei in fase di rilancio spinto, consolidi l’esistente come Arran e inventi qualcosa di nuovo come Lagg. In amore idem, entusiasmo da volare via, ogni partner è un cacao meravigliao. Il rischio è esaurire le forze senza costrutto, finendo spiaggiati fra progetti iniziati e mai finiti. Ordunque, Pesce, concentrati su poche cose e incanala il collo di cigno delle tue energie su quelle. Sii Clynelish di te stesso.
88/100
Il tuo whisky dell’anno: Clynelish Select Reserve “Games of Thrones”

Laphroaig Lore (2018, OB, 48%)

I bicentenari sono un po’ come i peperoni: te li porti appresso anche dopo che li hai digeriti. Succede infatti che quando una distilleria di Scotch festeggia i due secoli di onorata attività, giustamente lancia sul mercato un imbottigliamento celebrativo. Il quale spesso finisce per accomodarsi nel core range a prezzi sostenuti.
Laphroaig, che le sue (fumosissime) candeline le ha spente nel 2015, per l’occasione lanciò Lore. Il quale dal 2016 è puntualmente stato rilasciato ogni anno con una denominazione da far tremare i polsi ai rapper più sboroni: “il più ricco dei ricchi“.
Si tratta di un NAS dal nome gaelico (toh…) che significa “passaggio” e sta a simboleggiare l’accumularsi di esperienza e competenza dei vari master distiller che si sono succeduti nella storia. Noi che siamo aridi come le lettiere dei gatti con la minzione difficoltosa, rimaniamo freddini sullo storytelling e preferiamo concentrarci sul liquido (del whisky, non dei gatti). Un mix di malti dai 7 ai 21 anni invecchiati in una serie da mal di testa di barili: Quarter cask con finish in hogshead di rovere americano vergine, barili ex Laphroaig riutilizzati, bourbon cask first fill, butt di sherry Oloroso first fill e chissà cos’altro.
Prima di ringraziare per il sample Cristina Folgore, brand ambassador dei whisky del gruppo Beam Suntory (e insospettabile collezionista di Kilkerran), diciamo anche che questo whisky si è guadagnato la medaglia d’oro al Milano Whisky Festival del 2018. E che qualcuno fra noi era pure in giuria… Si beva!

laphroaig-lore-single-maltN: molto Laphroaig, in effetti. La nota medicinale è molto evidente, con punte di antisettico e di pasta del dentista; il fumo è abbastanza morbido e quasi aromatico (incenso? sigaro?), non acre, con note di tizzoni bruciati. In realtà tutto risulta un po’ coperto da un legno molto attivo e molto carico, responsabile di una dolcezza ben più marcata rispetto al Quarter Cask: liquirizia, marshmallows grigliati, albicocca disidratata, perfino mango! Non indugia in nuances, è tagliato con l’accetta, ma di certo l’effetto al naso è piacevole.

P: molto elegante, come può essere elegante un Laphroaig. Unisce una certa acidità agrumata a una torba medicinale e a un’esplosione di dolcezza tropicale. Miele di castagno, poi di nuovo mango molto maturo. Il lato morbidone sfiora anche il caffè zuccherato, senza deragliare nel cremoso grazie all’anima torbata: plastica bruciata e ancora antisettico, con appena qualche sentore di posacenere e cenere di falò. Emerge in fondo una forte marinità, con acqua di mare e sale. Un folle in crisi di astinenza da Lindt azzarda il cioccolato fleur de sel.

F: chi ci ha portato in un inceneritore? Camionate di plastica bruciata, molto chimico. Catrame e After Eight (cioccolato fondente e menta dolcissima). Una punta di tabacco.

Sullo storytelling abbozziamo, ma il titolo di “Più ricco fra i Laphroaig” è meritato. Mostruosamente carico, pienissimo, devastante quasi. Mantiene tutti i capisaldi della distilleria, ma li spara a massimo volume: tanto dolce, tanto torbato, tanto marino. Tanto, insomma. Ragion per cui l’effetto è quello di un cibo porcosamente buono: va consumato con moderazione, che se uno esagera poi la nausea è dietro l’angolo. Noi che siamo campioni di morigeratezza sappiamo limitarci e stampiamo un 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Rebel Motorcycle Club – Six barrel shotgun

Laphroaig 10 yo Cask Strength #009 (2017, OB, 58,1%)

la procuratrice di questo giocatore

Mille volte e più abbiamo dato conto di quanto Laphroaig sia in una fase contraddittoria della sua onorata carriera, oggi lo facciamo in termini calciomercateschi: la squadra è ottima, come sempre, la qualità del gioco è sempre alta, ma le scelte della dirigenza fanno storcere il naso a molti tifosi storici, che non comprendono del tutto questa svolta verso il calcio moderno, fatto di diritti tv, di vendite e di soldi, e si sentono traditi perché le magliette non hanno più i colori tradizionali ma vanno un po’ in giro là dove il mercato richiede. Uno dei top player in squadra è senza dubbio lui, Laphroaig 10 Cask Strength, sempre amato dai tifosi nonostante la maglia di colore bislacco. Oggi indossa il numero #009 sulla schiena: noi l’abbiamo messo a palleggiare davanti a noi, e ora vi diamo le nostre opinioni.

N: che buono, magari fossero tutti così i Laphroaig ufficiali… Note fruttate eccezionali, lime e mela verde, poi sentori di cola, anzi: di caramelle zuccherate alla cola e limone (avete presente i ciucci zuccherini, vero? Se no, non avete avuto un’infanzia e non avete un cuore, ci spiace). C’è un sentore medicinale, di garza, non eccessivo ma perfettamente integrato. E la torba? Beh, c’è ed è pura bella viva, fumosa, acre e bruciacchiata. Iodio. Liquirizia, anche un poco di cioccolato bianco, dice Ansalone che beve con noi.

P: molto fresco, intenso, ma anche bruciato e legnoso. Ci viene in mente un dentifricio alla menta però un po’ dolce, a testimoniare la nota mentolata e medicinale. Di nuovo qualcosa che ricorda la garza. Ancora liquirizia, ancora torba acre. Barbecue e borotalco. Sale e lime, molto lime. La torba è nervosa, un po’ chimica e smoggosa. Note di pepe nero, pure.

F: lungo, molto intenso, molto laphroaiggoso… Qui il pesce è più presente, con un sentore di grigliata di mare (kippers affumicate). Ancora dolce, liquirizia.

Molto buono, per carità, gioca comunque in un altro campionato rispetto agli altri OB, ma forse, a nostro gusto, resta un po’ troppo dolce, un po’ troppo carico, in fondo un po’ stucchevole. Oh, avercene di stucchevolezza del genere, eh! Ah, giusto, avevamo una metafora in atto: sempre bravo ‘sto giocatore, anche se onestamente rispetto al passato pare un po’ eccedere in dribbling e in veroniche, mentre a noi interessa che la butti dentro. Che si sia montato la testa, forse anche per colpa di una procuratrice fin troppo ingombrante? 87/100, anzi, 87 milioni la valutazione. Paratici vieni a comprartelo, se hai il coraggio.

Sottofondo musicale consigliato: LukHash – Proxima.

Laphroaig 16 yo (2001/2017, Kik Bar Bologna, 50,6%)

quando il gioco si fa duro, Benassi scende in campo!

Dopo il Mortlach della scorsa settimana, torniamo a Bologna per bere il quarto imbottigliamento celebrativo dei 50 anni dello storico Kik Bar dell’immenso Bruno Benassi: ma come, diranno i più attenti, non erano solo tre? Bravi!, ma vi sbagliate: ce n’è pure un quarto, ed è il più speciale, perché si può acquistare solo attraverso una donazione benefica di almeno 300€ alla BeNe Onlus (qui è spiegato tutto, ammesso che ne sia rimasto ancora). Si tratta di un Laphroaig di 16 anni, finito per un anno e mezzo in un barile ex-sherry e imbottigliato alla gradazione piena di 50,6%.

N: la prima nota a scendere in campo è quella balsamica, tipica di Laphroaig (aghi di pino): il profilo è certo medicinale, ma non estremo (ci viene in mente lo sciroppo della tosse, non la corsia d’ospedale, se riuscite a dare un senso a queste farneticazioni), poi troviamo poca gomma e una marinità appena accennata, forse coperta un po’ dal finish in sherry… La torba è sotto forma di sigaro, un fumo intenso, molto aggressivo – e però dolce, diciamo cigarillos aromatizzati alla vaniglia.

P: all’imbocco il fumo aumenta esponenzialmente, e ci fa venire in mente… un würstel affumicatissimo. Si, lo sappiamo, siate clementi. Alcol zero: praticamente un würstel analcolico. Lo sherry qui entra in tackle duro, vigoroso come Bruno all’Ardbeg Day del 2014: la vinosità è esplosiva, ma rimane decisamente sul lato dolce, ultradolce, come Garnier (ehm…). Gelée di frutti rossi, miele di castagno. Il fumo, che si citava in apertura, è Laphroaigissimo. Perfino una nota di cannella.

F: lungo, coerente, tornano la salinità e il mare, quasi scomparso al palato. Tutto si attenua un po’: ad libitum sfumando, dice Corrado.

L’impressione è di un whisky, soprattutto al palato, molto dolce, con l’influsso dell’anno e mezzo in sherry certo decisivo: non ci spingiamo a dire che si tratti di un Laphroaig ‘snaturato’, per carità, ma sicuramente della torbatura medicinale e spigolosa della distilleria resiste per lo più il fumo, mentre il resto rimane schiacciato sotto al peso del finish: resta un ottimo dram, che merita l’acquisto non solo per la buona causa cui contribuisce, e gli appiccichiamo sopra un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kenny Burrell – Chitlins con Carne.

Laphroaig 10 ‘Original Cask Strength’ (2005, OB, 55,7%)

“finalmente si beve!”

Qualche mese fa ci siamo imbattuti in una bottiglia di Laphroaig 10 Cask Strength, di quelle a 55,7% con la scritta “Original Cask Strength” inclusa in una striscia rossa sotto all’indicazione dell’età. Questa versione è stata in commercio per un paio d’anni tra 2005 e 2007, intermedia tra le edizioni con fascettina verde e quelle in batch – le ultime cose davvero convincenti messe in commercio dalla storica distilleria di Islay, ma questa è un’altra storia. Ne avevamo bevuta una bottiglia più tarda, del 2007, qualche anno fa: ora assaggiamo questa che è del 2005, trovata aperta (da non sappiamo quanto) in un bar di NoLo e prontamente razziata.

N: alcol, dove sei? Aperto e subito molto fresco, balsamico e mentolato. Quella tipica nota, normalmente respingente visto il contesto in cui suole comparire ma qui deliziosa, di “pasta del dentista”. Ma poi, pian piano, si scoperchiano la frutta, anche intensamente tropicale (mango soprattutto, ma forse pure ananasso) e l’agrume (cedro senza dubbio, come se fosse una scienza). Torba tutto sommato poca: marinità media, non esasperata come nei più moderni Laphroaig.

P: una premessa pare necessaria: certamente ha perso qualche grado, perché davvero l’alcol è pochissimo, e se guadagna in facilità di beva tende a risentire di un calo di intensità. Però intendiamoci: il profilo c’è tutto, tra un’alga bruciata molto sapida e tanta, tantissima frutta (mela, tra cotognata e chips di mele, qualche ricordo di Tropici). Molto compatto, quasi impossibile da sezionare, con un muro di dolcezza che dona spessore e un fumo acre seducente.

F: tanta liquirizia, e tanta frutta tropicale dolce. Fruit Joy al cedro? Il pudore ci impedisce di dirlo.

Buono, molto buono, la dimostrazione di come Laphroaig sapesse (sappia tuttora, forse?) sfornare imbottigliamenti che possiamo solo definire come “da panico”, con una grandissima complessità: frutta tropicale, torba medicinale, marinità, liquirizia… Ma per l’esemplare specifico da noi degustato, non possiamo non notare come abbia davvero perso grado. Non è slegato, è invecchiato bene guadagnando in eleganza e facilità di bevuta: 88/100, una maggiore intensità al palato l’avrebbe probabilmente fatto schizzare oltre i 90. Ma cosa sono i numeri, in fondo, di fronte alla piacevolezza dell’esperienza?

Sottofondo musicale consigliato: Ne Obliviscaris – And Plague Flowers the Kaleidoscope.

Botti da orbi – Piove Wilson & Morgan

[Marco Zucchetti è andato fino a Treviso per poterci raccontare sei whisky di Wilson & Morgan. Dev’essere stato molto difficile Zuc, ti siamo vicini.]

Non dev’essere facile dipingere con il Caol Ila. Dare una pennellata di Tobermory, stendere il Glen Grant ad ampie campiture e poi firmare l’opera d’arte: «Wilson & Morgan». Eppure chi ha la fortuna di capitare a Treviso e di incrociare Fabio Rossi in una delle (rare) giornate in cui non è incessantemente in giro per il mondo a cercare barili o a firmare contratti, potrebbe rendersi conto che il suo lavoro di imbottigliatore è esattamente questo. Disegnare con i malti, imprimere il suo stile sui whisky che sceglie e che gli sono valsi più o meno un bancale di medaglie. Lui – po’ imprenditore, un po’ catalogatore ossessivo e un po’ artista – nella sala degustazione nella sede di Rossi&Rossi si muove come nel suo atelier. In quattro ore di chiacchierata circondati a 360° da campioni di botte etichettati, si fa fatica a tenere il conto degli aneddoti sui difetti atavici degli scozzesi o dei ricordi di quando si poteva comprare dello Springbank del ’69 senza in cambio dover vendere un rene e l’anima. Non un’intervista, ma una vita raccontata in forma liquida, dai Port Ellen del ’92 agli House Malt e alla serie decanter di oggi. Ecco perché la carrellata che segue non è solo una serie di recensioncine dei suoi imbottigliamenti fra quelli non ancora indagati su questo sito, ma una specie di biografia in dram. Piove Wilson & Morgan, lasciate chiuso l’ombrello e porgete i bicchieri.

Ardmore 2009/2018 (Wilson & Morgan, 46%)

Whisky dilettevole, senza pretese di complessità ma preciso. Naso “verde”, con un fumo quasi balsamico (verbena) che ricorda certi mezcal, di cui ha anche un che di formaggioso in attacco. Note piacevoli di stireria, lime e cereale torbato. Il bicchiere vuoto profuma di pompelmo. In bocca si fa bruciacchiato e zuccherino, ananas candito, vaniglia e liquirizia pura. Finale coerente di media lunghezza, gelée al limone. Nudo nudello, immediato e scattante. 85/100

Bunnahabhain 15 yo (2002/2018, Wilson & Morgan, Marsala finish, 53,1%)

Il marsala tanto dà e tanto toglie. Qui marca il territorio della vinosità con sentori di mou e tabacco. Crema all’uovo, mela, brioche al miele e tanta frutta secca (arachidi). C’è pure qualcosa di “sporco”, il malto Bunna si sente poco. In bocca è coerente, caldo e oleoso e giocato fra dolce e amaro, forse troppo alcolico. Di nuovo cremosino, con caramello salato e tarte tatin di pere, zabaione, cioccolato fondente e caffelatte. Finale dolce, uvetta, pepe e poco salino per la distilleria. Variazione creativa (e divisiva) sul tema. 83/100

Ledaig 25 yo (1993/2018, Wilson & Morgan, 51%)

Dici Ledaig e ti aspetti un safari tra le suggestioni sensoriali più laide, invece ti ritrovi un whisky dal portamento distinto. Aromatico e balsamico, si apre con verbena e rosa bianca, addirittura tè alla menta. C’è la frutta – mela, susine mature e arancia – e qualcosa di marino, ma tutto è delicato. Un’idea di malto umido fa capolino e subito svanisce. Il palato è tutto del cereale, in versione oleosa: nocciola, olio di semi di lino. Grande mineralità e un retrogusto di provola affumicata bilanciano la dolcezza mielata. Poi si fa secco, il legno alza la voce e chiude una bevuta masticabile con zenzero e cacao. Olfatto primaverile e gusto muscolare: ostico da capire, ma godurioso. 86/100

Laphroaig 20 yo (1998/2018, Wilson & Morgan, PX finish, 54,6%)

Woah, direbbero gli Apache di Tex. Ha l’intensità di un bisonte che carica. Olfatto da grigliata: costine di maiale glassate, caramello, braci. C’è melassa, c’è bacon, sale il colesterolo ad annusare. L’altra metà del mondo è la frutta del PX, lamponi e fragole, orsetti gommosi. Il lato medicinale arriva dopo, misto a cuoio bagnato, dado e chiodi di garofano. Arance bruciacchiate, anche. In bocca è molto old style, frutta matura di ogni tipo e quasi floreale. La torba prende un sentiero costiero sporco di catrame piuttosto parallelo. Il legno però la sovrasta, con un mix secco/amaro: caffè tostato, liquirizia e genziana. Finale sul braciere, caldarroste e sale. Lo hanno messo in decanter, ma resta un guerriero feroce e (troppo?) anarchico, con picchi opposti di umami, dolcezza e amarezza. Moderati sarete voi. 85/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson & Morgan, Oloroso sherry butt, 58,6%)

Botte gemella di questa, con un grado in più ma piuttosto simile. Prima snasata: Iodosan! Che riassume l’alto grado, la marinità esplosiva e forti accenti balsamici/erbacei. Poi c’è una torba pungente, perfetta la metafora del peschereccio e della gomma bruciata. Pesce affumicato, tabacco, cuoio conciato e cioccolatini After Eight chiudono un gran naso. In bocca è da duri ma espressivo: vinoso, arancia candita, torta di noci pecan e caramello bruciato. La dolcezza di zucchero flambé c’è, ma non esonda. Braci, legno, sale e resina tengono testa. Tutto si ricompone nel finale, dove nell’intenso fumo di arrosto spunta del timo. Miracoloso. 90/100

Glen Grant 25 yo (1992/2018, Wilson & Morgan, Oloroso sherry finish, 51%)

Royal wedding fra malto Speyside e sherry Oloroso. Nel naso c’è tutto: crema all’uovo, noci, eucalipto. Sherry floreale e note di pasticceria: strudel, uvetta drageé e amarene. Spunta la cola, fanno capolino i datteri, perfino un filo di fumo. Al palato è più preciso e scuro, con intriganti dettagli eretici: zabaione, cuoio e aceto balsamico. Il malto non si nasconde, assume le sembianze del pane ai cereali. Ma è un cereale complesso, incorniciato da resina, lavanda, caffè e cioccolato. Lungo il finale, tra pesca al forno, gianduia e pepe. Lussureggiante opulenza barocca, giù il cappello. 91/100

Feis Ile 2018 Tasting #2 – Whisky Club Italia

Dopo le prime quattro chicche del Feis Ile 2018, completiamo il tour isolano con altri tre imbottigliamenti e le nostre stringate emozioni/impressioni. Con l’occasione ringraziamo ancora WhiskyClub Italia per aver dato la possibilità di assaggiare gli imbottigliamenti del Festival a tanti appassionati, la cui sola colpa è stata quella di non aver avuto per tempo la geniale intuizione di farsi una settimana di delirio whiskyco (?!) su Islay.

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Bowmore 15 yo Feis Ile (2018, OB, 52,5%)

Un po’ carico, il legno è molto presente e la prima sensazione è di una dolcezza bruciacchiata un po’ ‘troppa’, di mastice: e però si alza (e cresce di brutto) quella nota tropicale, di maracuja salata, che ci fa esplodere. Liquirizia dolce. Tostato, brioche dolce. Con acqua esce il floreale (si dice lavanda, buganville) Al palato l’esplosione tropicale è devastante, poi toffee e caramello. Un po’ di cicciolato bianco. Ricchissimo ma semplice. Piacevolissimo, l’acqua alleggerisce il naso e smarmella di toffee il palato. Il finale si chiude curiosamente su una combo di aringa affumicata e aghi di pino.
Mah. 86/100

Kilchoman 11 yo Feis Ile (2018, OB, 55,5%)

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Naso di pera (in ogni sua forma) e ostriche e scarpe di gomma. Lime, limone, limonata zuccherata. Sulle prime un po’ strano, si normalizza man mano che passano i minuti, lasciando svenire le suggestioni mentolate. Al palato è coerentissimo, con in più una vaniglia spiccata. Sarà che è il sesto, ma il fumo è molto leggero, in disparte. Buono, ‘banale’ ma di una banalità straordinaria. 87/100
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Bunnahabhain 2007 Feis Ile (2018, OB, 59,5%)

Il naso è unico. Note di paprika, worchester, tabasco chipotle e bbq sauce. Paprika affumicata. Grasso di porco. Liquirizia. Il palato mostra l’alcol, resta molto dolce e ricco di fumo intenso. Pieno, molto avvolgente, mentre al finale (breve) restano molto bbq e fumo. 86/100, ottimo ma monotono. Ma che naso…

Sottofondo musicale consigliato: Ulver – Southern Gothic

Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.