Ledaig 7 yo ‘Artist collective #1.2’ (2010/2017, LMDW, 57,1%)

Tutto si può dire dei francesi, che siano un popolo altezzoso e senza dio, che mettano l’aglio anche nel tiramisù e che i campioni del mondo siamo noi, popopoppopopo… Però se usciamo un attimo dalla dinamica da stadio o da barzelletta, bisogna riconoscere che quando fanno qualcosa difficilmente la fanno male. Prendiamo ad esempio il whisky, che tangenzialmente è anche quello di cui ci occupiamo qui. La Maison du Whisky della famiglia Bénitah è un’istituzione mondiale che – oltre a distribuire la qualunque e ad organizzare il Whisky Live di Parigi – trova pure il tempo di imbottigliare. Una delle etichette, spin off di “Artist”, è “Artist collective”, che riunisce in “collezioni” single malt dal packaging delizioso realizzato da artisti contemporanei. Bene, sfogata così la nostra espressività repressa e frustrata dal non aver fatto il Dams (dove pare il sesso libero fosse in ogni piano di studi), ci versiamo questo Ledaig 7 anni proveniente dalla prima serie: è stato distillato nel 2010 ed è un assemblaggio di 7 barili ex-Bourbon da cui sono state tratte 1785 bottiglie a 57 gradi. L’illustrazione è “3 bid_4 ask” di Bruno Saignez. Avessimo fatto il Dams forse lo conosceremmo, invece non abbiamo la più pallida idea di chi sia, beviamo e basta.

ldgmdw2010N: molto aperto, molto aromatico e pure molto buono, si capisce da subito. Note di mare, di ostriche, di alghe… Il fumo è massiccio, molto aggressivo e un po’ chimico: porto di mare, grigliata di pesce, tubo di scappamento. C’è quell’intensità sgarbata a cui ci ha abituato la distilleria Tobermory soprattutto quando distilla malto torbato. C’è poi una presenza robusta di limone, anche limonata zuccherata. Sale col tempo la torta Paradiso, un che di zucchero a velo che arriva dritto dritto dalle botti di Bourbon. Sempre più erbaceo, col tempo, ma anche sempre più dolce (ci pare di sentire una caramella Leone, qualcuno addirittura dice alla fragola).

P: qui è decisamente più dolce, in senso molto positivo. Intendiamoci, la torba è ancora il primo sentore che entra in scena, con fumo aggressivo, pepato, minerale e chimico. Eccezzziunale veramente. E il limone… quanto limone! Subito dopo esplode la dolcezza, coerente col naso: è una dolcezza influenzata dal barile, con vaniglia, pasta di mandorle e torta Paradiso – ma il tutto è perfettamente integrato e bilanciato. Anche qui molto erbaceo e vegetale, con bordate di pesca bianca e tanto distillato giovane giovane in evidenza. Ah, è a 57% ma uno neanche ci fa caso.

F: molto, molto lungo, con una torba chimica, da plastica bruciata e ancora un fumo acre; a cui si aggiunge il pesce, una marinità di ritorno che al palato sembrava ormai un mero ricordo. Limone, tantissimo.

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L’Artist Collective mentre si esercita su una nuova label

In un’altra vita probabilmente eravamo balenieri o guardiani del faro, perché il whisky costiero ancora esercita su di noi un fascino atavico. Figuriamoci poi un mostro di intensità e di inspiegabile equilibrio come questo giovincello, dove tutto è al massimo volume senza che una sola nota esca dallo spartito. Perfino la gioventù e l’alta gradazione qui diventano una qualità. 91/100, un’opera d’arte.

Sottofondo musicale consigliato: Art Brut – Alcoholics unanimous.

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Ledaig 12 yo Discovery (2018, G&M, 43%)

Gordon & Macphail è uno degli imbottigliatori più importanti della Scozia. Su questo non temiamo smentite. Dopo la fondazione, nel 1895 a Elgin, ha contribuito attivamente alla crescita della reputazione del whisky scozzese, che in qualche decennio si è trasformato da bevanda popolare in Re dei distillati, anche grazie alle scelte della “dinastia” degli Urquhart. Vi dicono qualcosa gli imbottigliamenti su licenza G&M? No? Beh allora leggeteci qui. A noi che siamo romantici piace immaginare che, seppur più modestamente, la nuova serie Discovery lanciata nel 2018, restituisca all’imbottigliatore di Elgin un ruolo di guida degli esordi. Discovery vuole infati accompagnare il consumatore alla scoperta di tre differenti macro stili di whisky, identificandoli anche cromaticamente, laddove il verde indica gli invecchiamenti ex bourbon, il viola gli ex sherry e il grigio che vedete far capolino poco più sotto i whisky torbati. Siamo romantici, si diceva, ma non stupidi e ci rendiamo ben conto che questa nuova serie va anzitutto incontro a esigenze di marketing ma, in un momento in cui trasparenza e allo stesso tempo semplicità nel trasmettere le informazioni sono bisogni sempre più avvertiti dai bevitori, ci pare che le scelte di G&M spingano nella giusta direzione. Oggi assaggiamo un Ledaig, ma della serie Discovery abbiamo assaggiato anche questi qui

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N: non sfuggirà a nessuno che qui la torba la fa da padrona, molto sporca, organica, con un po’ di gomma bruciata. La spariamo grossa: palude e crauti. Vaniglia e limone (tanto, tanto limone), che però non sono prevaricanti rispetto a un cereale molto evidente, lievemente zuccherino e caldo. Profuma di malting floor.

P: delicato, beverino, con un corpo quasi esile. Tuttavia nei descrittori è un whisky che rievoca sapori forti: acqua di mare, alga, catrame, cereale bruciato molto verde. Il profilo è poi ammorbidito ancora da un senso astratto di vaniglia, zucchero e limone.

F: austero, bruciato, cerealoso con una sterzata netta sull’amaro.

Si diceva che la serie Discovery vuole fornire gli strumenti per entrare nelle macro famiglie del whisky. In questo caso l’elemento torba è sicuramente ben spiegato, ma oramai abbiamo imparato a pretendere fuochi d’artificio da Ledaig, mentre questo ci sembra un poco deficitario sul corpo e a tratti si dimostra più giovane di quel che è. Non cattivo, insomma, ma semplice semplice: 82/100. Costa sui 60 euro, che non è male.

Sottofondo musicale consigliato: ChicagoIf You Leave Me Now

Black bottle (2018, OB, 40%)

Stock ha di recente preso in distribuzione Ledaig, versione torbata del whisky prodotto alla Tobermory, trovando così finalmente una casa anche in Italia. Diciamo finalmente perché da qualche anno Ledaig è in piena ascesa, grazie a una lunga serie di single cask indie davvero interessanti, ma a onor del vero anche per merito di un 18 yo ufficiale davvero complesso e gradevole. Nella galassia Tobermory, di proprietà della sudafricana Distell, ruota però anche lo storico (1879) blended Black Bottle, rilanciato nel 2013 e con un’anima informata sull’isola di Islay, seppur in misura minore rispetto a un passato in cui anche Ardbeg e Laphroaig entravano nella miscela. Il fatto che Distell sia anche proprietaria di Bunnahabhain ci fa dunque realizzare il classico gol a porta vuota. Dopo l’esultanza smodata che spesso accompagna le reti più banali, ci ricomponiamo e beviamo.

blend_bla1N: colpisce fin dall’inizio una nota minerale, terrosa, leggermente torbata, a dare profondità a un profilo altrimenti molto rotondo ma non banale. C’è frutta cotta (pera soprattutto), poi note intensamente agrumate, perfino di marmellata dolce d’arancia. Note speziate e  caramello bello appiccicoso.

P: ci accoglie una nota… strana, artificiale, come di vermouth (senza offese, vermouth), molto densa e speziata. Sembra un Rob Roy, a dirla ignorante, ignorante. Punte di cannella, chiodi di garofano, che sembrano rivelare, assieme a una dolcezza molto pronunciata e appiccicosa, una forte quota di grain – un grain comunque di personalità, non esile.

F: più fumoso, con un senso di affumicatura ‘legnosa’ da trucioli di legno bruciati per affumicare un cocktail. Ancora caramello, melassa.

Molto diverso tra naso e un palato dove si sente un po’ troppo la quota di grano, per il nostro gusto. Certo, se volete farvi un Rob Roy, questo è il whisky perfetto: potete non aggiungerci neanche il vermouth, quasi. 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: LogicBohemian Trapsody

Ledaig 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory, cent’anni fa

Ledaig è la versione torbata di Tobermory, distilleria dell’Isola di Mull: come abbiamo avuto modo di raccontare tante volte, è un produttore storico che da quando ci siamo affacciati al mondo del whisky, una decina d’anni fa, era tra le peggio quotate in circolazione. “Il whisky che puzza” era la definizione più benevola. Negli anni fortunatamente le cose sono cambiate, e anche i più agguerriti detrattori si sono dovuti arrendere all’evidenza, anche grazie al contributo dei tanti imbottigliatori indipendenti che hanno saputo selezionare barili eccellenti: e se addirittura Serge l’ha definita ‘la nuova Ardbeg’, beh, un motivo dovrà pur esserci. Assaggiamo oggi il 18 anni ufficiale, finito in barili ex-sherry Oloroso.

N: ci aspettavamo un profilo un po’ sporco, e in effetti lo troviamo, molto complesso e variato: note di polvere da sparo, stivali di gomma, ma anche arancia appena muffita, formaggio Shropshire con l’uvetta di corinto affogata (grazie Lorenzo!), taleggio. È grasso e sporco, con torba appiccicosa e salsa barbecue. Detto questo… ragazzi che whisky! Dopo un poco arriva pure un senso di liquore amaro morbido, cioccolato al latte, lampone.

P: qui il percorso sembra essere opposto, e la prima suggestione è… l’epifania di una grigliata di frutta! Tanta arancia rossa e gelée alla frutta (c’è un senso di dolcezza fruttata quasi astratto, quasi artificiale), poi la ‘sporcizia’ prende il sopravvento tra pancetta, caldarroste, torba bella organica e ancora taleggio.

F: lungo lungo lungo, emergono marmellate di frutti rossi e neri. Mirtillo intriso di torba e pancetta, fumo a gogo. Speciale, praticamente unico.

Sentiremo parlare molto del core range di Ledaig: che bello vedere una distilleria che si risolleva e punta dritto verso l’Olimpo dei Malti. Complesso, inusuale, soddisfacente, in grado di pungolare i sensi con continue suggestioni inaspettate… Un profilo francamente unico, che sta lì a dimostrarci che il single malt scotch whisky è un mondo fantastico: con tre ingredienti, più o meno uguali per tutti, ciascuno riesce a fare cose diversissime. Ah, che bello. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soundgarden – Spoonman.

Botti da orbi – Piove Wilson & Morgan

[Marco Zucchetti è andato fino a Treviso per poterci raccontare sei whisky di Wilson & Morgan. Dev’essere stato molto difficile Zuc, ti siamo vicini.]

Non dev’essere facile dipingere con il Caol Ila. Dare una pennellata di Tobermory, stendere il Glen Grant ad ampie campiture e poi firmare l’opera d’arte: «Wilson & Morgan». Eppure chi ha la fortuna di capitare a Treviso e di incrociare Fabio Rossi in una delle (rare) giornate in cui non è incessantemente in giro per il mondo a cercare barili o a firmare contratti, potrebbe rendersi conto che il suo lavoro di imbottigliatore è esattamente questo. Disegnare con i malti, imprimere il suo stile sui whisky che sceglie e che gli sono valsi più o meno un bancale di medaglie. Lui – po’ imprenditore, un po’ catalogatore ossessivo e un po’ artista – nella sala degustazione nella sede di Rossi&Rossi si muove come nel suo atelier. In quattro ore di chiacchierata circondati a 360° da campioni di botte etichettati, si fa fatica a tenere il conto degli aneddoti sui difetti atavici degli scozzesi o dei ricordi di quando si poteva comprare dello Springbank del ’69 senza in cambio dover vendere un rene e l’anima. Non un’intervista, ma una vita raccontata in forma liquida, dai Port Ellen del ’92 agli House Malt e alla serie decanter di oggi. Ecco perché la carrellata che segue non è solo una serie di recensioncine dei suoi imbottigliamenti fra quelli non ancora indagati su questo sito, ma una specie di biografia in dram. Piove Wilson & Morgan, lasciate chiuso l’ombrello e porgete i bicchieri.

Ardmore 2009/2018 (Wilson & Morgan, 46%)

Whisky dilettevole, senza pretese di complessità ma preciso. Naso “verde”, con un fumo quasi balsamico (verbena) che ricorda certi mezcal, di cui ha anche un che di formaggioso in attacco. Note piacevoli di stireria, lime e cereale torbato. Il bicchiere vuoto profuma di pompelmo. In bocca si fa bruciacchiato e zuccherino, ananas candito, vaniglia e liquirizia pura. Finale coerente di media lunghezza, gelée al limone. Nudo nudello, immediato e scattante. 85/100

Bunnahabhain 15 yo (2002/2018, Wilson & Morgan, Marsala finish, 53,1%)

Il marsala tanto dà e tanto toglie. Qui marca il territorio della vinosità con sentori di mou e tabacco. Crema all’uovo, mela, brioche al miele e tanta frutta secca (arachidi). C’è pure qualcosa di “sporco”, il malto Bunna si sente poco. In bocca è coerente, caldo e oleoso e giocato fra dolce e amaro, forse troppo alcolico. Di nuovo cremosino, con caramello salato e tarte tatin di pere, zabaione, cioccolato fondente e caffelatte. Finale dolce, uvetta, pepe e poco salino per la distilleria. Variazione creativa (e divisiva) sul tema. 83/100

Ledaig 25 yo (1993/2018, Wilson & Morgan, 51%)

Dici Ledaig e ti aspetti un safari tra le suggestioni sensoriali più laide, invece ti ritrovi un whisky dal portamento distinto. Aromatico e balsamico, si apre con verbena e rosa bianca, addirittura tè alla menta. C’è la frutta – mela, susine mature e arancia – e qualcosa di marino, ma tutto è delicato. Un’idea di malto umido fa capolino e subito svanisce. Il palato è tutto del cereale, in versione oleosa: nocciola, olio di semi di lino. Grande mineralità e un retrogusto di provola affumicata bilanciano la dolcezza mielata. Poi si fa secco, il legno alza la voce e chiude una bevuta masticabile con zenzero e cacao. Olfatto primaverile e gusto muscolare: ostico da capire, ma godurioso. 86/100

Laphroaig 20 yo (1998/2018, Wilson & Morgan, PX finish, 54,6%)

Woah, direbbero gli Apache di Tex. Ha l’intensità di un bisonte che carica. Olfatto da grigliata: costine di maiale glassate, caramello, braci. C’è melassa, c’è bacon, sale il colesterolo ad annusare. L’altra metà del mondo è la frutta del PX, lamponi e fragole, orsetti gommosi. Il lato medicinale arriva dopo, misto a cuoio bagnato, dado e chiodi di garofano. Arance bruciacchiate, anche. In bocca è molto old style, frutta matura di ogni tipo e quasi floreale. La torba prende un sentiero costiero sporco di catrame piuttosto parallelo. Il legno però la sovrasta, con un mix secco/amaro: caffè tostato, liquirizia e genziana. Finale sul braciere, caldarroste e sale. Lo hanno messo in decanter, ma resta un guerriero feroce e (troppo?) anarchico, con picchi opposti di umami, dolcezza e amarezza. Moderati sarete voi. 85/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson & Morgan, Oloroso sherry butt, 58,6%)

Botte gemella di questa, con un grado in più ma piuttosto simile. Prima snasata: Iodosan! Che riassume l’alto grado, la marinità esplosiva e forti accenti balsamici/erbacei. Poi c’è una torba pungente, perfetta la metafora del peschereccio e della gomma bruciata. Pesce affumicato, tabacco, cuoio conciato e cioccolatini After Eight chiudono un gran naso. In bocca è da duri ma espressivo: vinoso, arancia candita, torta di noci pecan e caramello bruciato. La dolcezza di zucchero flambé c’è, ma non esonda. Braci, legno, sale e resina tengono testa. Tutto si ricompone nel finale, dove nell’intenso fumo di arrosto spunta del timo. Miracoloso. 90/100

Glen Grant 25 yo (1992/2018, Wilson & Morgan, Oloroso sherry finish, 51%)

Royal wedding fra malto Speyside e sherry Oloroso. Nel naso c’è tutto: crema all’uovo, noci, eucalipto. Sherry floreale e note di pasticceria: strudel, uvetta drageé e amarene. Spunta la cola, fanno capolino i datteri, perfino un filo di fumo. Al palato è più preciso e scuro, con intriganti dettagli eretici: zabaione, cuoio e aceto balsamico. Il malto non si nasconde, assume le sembianze del pane ai cereali. Ma è un cereale complesso, incorniciato da resina, lavanda, caffè e cioccolato. Lungo il finale, tra pesca al forno, gianduia e pepe. Lussureggiante opulenza barocca, giù il cappello. 91/100

Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.

Ledaig 11 yo (2005/2017, Signatory Vintage ‘CSC’, 57%)

Durante lo scorso Freak Show dicembrino abbiamo aperto questo single cask di Ledaig, versione torbata di Torbermory, distilleria dell’isola di Mull. Negli ultimi tempi si trovano in giro sempre più barili di Ledaig, soprattutto delle distillazioni di inizio / metà anni 2000, e gli appassionati stanno iniziando a celebrare la qualità di un produttore che fino a qualche tempo fa era relegato al contenitore delle cose bizzarre: in questo caso è Signatory Vintage ad aver messo in vetro un barile ex-sherry invecchiato 11 anni. Nessuna colorazione artificiale, gradazione piena a 57%.

N: impressionante. Ha note di peperoncino Chipotle (o di Habanero Chocolate), a testimoniare la compresenza di una nota di peperone, vegetale e acida, e di una torbatura intensa. Salsa barbecue e pancetta fresca. La cosa pazzesca e davvero spiazzante è che insieme a tutto ciò c’è anche un massiccio apporto della botte sherry, con uvetta, ciliegia macerata sotto spirito; anche un panettone artigianale, stracolmo di burro. Scorza di arancia?, o forse rende meglio l’idea dell’insieme la suggestione del panforte. Ha in generale una ‘grassezza’ davvero potente, di cioccolato, di toffee, di butterscotch. Ad aggiungere complessità, una nota di mix di erbe aromatiche per arrosti (timo? rosmarino?), e pure un po’ di pepe nero. Eccellente. Ah, cavolo, dimenticavamo: la torba è marina, è catramosa, profonda, aggressiva. L’acqua apre ulteriormente sulla carne: stecchette di maiale secco. Carruba, ulteriore, e anche una tonalità medicinale, torbata, da antisettico, da pasta per dentista.

P: esplosivo, deflagrante, complessissimo. Ha una nota iniziale, evidentissima, che ci ricorda una grigliata, col grasso di maiale che cola sulle braci e la salsa barbecue (o la Worchestershire, oppure ancora indiscutibile è un sentore di Tabasco Chipotle) vicina ad addolcire… E tabasco, e ancora peperoncino. Stando sulla dolcezza, rileviamo ancora una dolcezza in crescita, con frutta rossa (ciliegia e uvetta) ancora molto pesante, macerata, sotto spirito. Ancora erbe aromatiche, ancora il peperone: e l’acqua acuisce questa dimensione, con un peperone mai così evidente in un bicchiere di whisky. L’alcol diminuisce in aggressività ma non si perde neppure una dimensione di sapore.

F: in evidenza l’anima più wild, con tanta cenere, tanto peperone, una carne infinita… E un fumo devastante

Equilibrato nella sua sfrontatezza, nel saper coniugare sentori apparentemente incoerenti. Trovano un’inaspettata sintesi note piccanti e vegetal-torbate e la dolcezza liquorosa della frutta rossa di botte, e la dimensione più greve è sempre bilanciata da una freschezza di fondo. Semplicemente: molto buono. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.

Tobermory 20 yo (1994/2015, Cadenhead’s, 57,8%)

In questi giorni che annunciano malinconici la fine delle vacanze ci piace pubblicare recensioni di single cask selezionati da imbottigliatori indipendenti. Siamo fatti così, che ci volete fare. Abbiamo iniziato con l’italiana Silver Seal, per poi passare a Cadenhead’s,  storica realtà scozzese che quest’anno festeggia i 175 anni di attività con una serie di barili da panico. Noi, più modestamente ci siamo bevuti questo Littlemill 24 yo del 2016 e oggi retrocediamo di un anno andando sull’isola di Mull, appena sopra la ben più celebre Islay, dove la Tobermory produce whisky indisturbata da circa 200 anni. Spesso questa distilleria mostra un carattere arcigno, con un distillato pungente e molto particolare, fieramente spigoloso. Vediamo se da questo barile di sherry è scaturito il classico ‘impegnativo’ Tobermory.

W193_67351N: l’alcol non è pervenuto, e come prevedibile, ci si trova di fronte a un profilo “o lo ami o lo odi”. Ci sono in particolare due note, due mondi che emergono nitidi nella loro ‘sporcizia’: da un lato una componente sulphury, metallica, ruginosa, molto netta ed evidente; dall’altro, una dimensione costiera (aria di mare sferzante, aria di porto) ancora più urlata, intensissima. Sotto a queste guglie aromatiche, un’architettura di frutta rossa, anch’essa molto intensa, ma fresca, matura e succosa: ciliegie, duroni, more. Un sostrato appena accennato di polvere di caffè.

P: ripropone perfettamente questa impossibile ma felice fusione tra una frutta rossa intensa, intensissima anzi, ed un lato sporco, sulfureo e metallico, altrettanto deciso – e però rispetto al naso, forse, tra i due litiganti gode di più la frutta… Dunque ancora ciliegie, confettura di frutti di bosco, prugne nere succosissime; anche del cioccolato. E poi, appunto relativamente defilato, anche il metallo.

F: rimane a lungo quel concertone di frutta rossa e nera che sovrasta tutto, persino quel lato sulphury così presente al naso.

Siamo di fronte all’ennesima eccellente selezione per un imbottigliatore che, ne abbiamo conferma, non sbaglia quasi mai. Molto buono e, anche se certamente deve piacere lo stile così particolare, al palato difficilmente risulterà poco accattivante. Noi ci assestiamo su un massiccio 90/100, ma ad ogni modo corre voce che uno dei due organizzatori del Milano Whisky Festival, perentoriamente detto Il Gerva, se ne sia stipata una cassa, per dire.

Sottofondo musicale consigliato: Eric ClaptonChange the world

Ledaig 8 yo (2008/2016, Claxton’s, 52,8%)

Eccoci di nuovo alle prese con i whisky selezionati dall’imbottigliatore indipendente dello Yorkshire, che di nome fa Claxton’s. Ci piaceva l’idea di poter assaggiare un’espressione così giovane di Ledaig, la versione torbata della distilleria Tobermory, sicuramente uno dei malti più controversi nel panorama scozzese per il suo carattere – diciamo così – maleducato. E visto che ci piaceva l’idea, abbiamo deciso di passare ai fatti. Il distillato prodotto sull’isola di Mull ha riposato per meno di dieci anni in un refill sherry butt, una botte sicuramente poco attiva, visto il colore giallo chiaro che ci stupisce non poco. Ci sono tutte le premesse per incontrare gli spigoli di Ledaig ancora molto intatti e pronti a insultare i nostri raffinatissimi nasi.

claxtons-ledaig-8yoN: infatti c’è il distillato sugli scudi, con note di cerele umido, macerato, di farina lievitata. E poi c’è tutta la sfrontatezza della torba di Ledaig: sembra un brodo di pesce molto salato, affumicato e spigoloso. Barbecue spento. Tanto, tanto iodio. Non è molto alcolico, ma esibisce comunque un’acidità da solvente un po’ scomposta. Altri direbbero di profumo vecchio della nonna lasciato lì per anni. Ad arrontondare un poco il profilo generale c’è una piacevole nota calda tra la liquirizia e la noce moscata. Zucchero liquido, glassa, crosta del panettone (quella bruciacchiata). Non si può dire che sia cattivo, ma di certo non si può definire un whisky che invita alla bevuta.

P: decisamente più gradevole al palato, sicuramente più armonico e anche con una certa esplosività. Ripropone le stesse note di sale, di fumo, di cenere con ancora il distillato a farla da padrone; è quindi molto secco, senza fronzoli, con cereali e agrumi canditi a gogo. Fresco- proprio mentolato- e completato da una dolcezza molto semplice, di nuovo sciroppo di zucchero, ma di sicuro non stucchevole. Anche tanto cioccolato.

F: ancora cioccolato e tanta cenere salata caduta in un mojito.

Come promesso, al naso è ricco di suggestioni contrastanti, disarmoniche. Ed è forse anche per questo che ci siamo soffermati molto sulla parte olfattiva, scrivendone a lungo, anche se ovviamente non è un mostro di complessità. Un inatteso riscatto arriva poi al palato, dove è inaspettatamente fresco e soprattutto equilibrato, pur con botte di sale, torba e distillato giovane imponenti. Il prezzo è di circa 60 euro, tutto sommato ragionevole; noi ci attestiamo su 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Enzo Jannacci – Andava a Rogoredo

 

The Peat Monster (2016, Compass Box, 46%)

Schermata 2017-03-07 alle 21.55.54Voi sapete che Compass Box sta rivoluzionando il concetto di blended, e se non lo sapete potete ad esempio rileggerci qui; noi siamo rimasti affascinati dall’idea alla base di questi whisky e – soprattutto – dalla qualità trovata nel bicchiere durante i frequenti assaggi… Oggi torniamo a vagare per i magazzini di John Glaser e peschiamo da una bottiglia molto fumosa, molto torbosa, con un’etichetta bellissima: e siccome quelli di Compass Box hanno un grosso problema con la trasparenza, noi sappiamo tutta la composizione di questo Peat Monster: 40% Laphroaig, 20% Ledaig, 13% Caol Ila, 26% Ardmore, 1% di un vat di Teaninich, Dailuaine e Clynelish finiti per due anni in botti ex-Borgogna. What the fuck?, avrà esclamato qualcuno…

vatted_com4N: lo zampino di Islay è ben presente, con una marinità frizzante e spumosa molto evidente: acqua di mare, soluzioni saline, iodio. Al contempo fa capolino una nota di formaggio dolce (emmenthal) e forse di una giovane scamorza affumicata – da qui un cenno alla torba, acre e densa, bella fumosa ma non prevaricante. Pian piano dalle retrovie emerge con crescente intensità una dimensione fruttata molto piena e gradevole, tra un cenno di cedro candito e una fettina di ananas (c’è del tropicale, insomma), e con una bella purea di pera odorosa.

P: che piacere. Il corpo è denso, ha una bellissima texture. Parte molto medicinale, con note di garza, di antibiotici amari (?); c’è tanto legno bruciato, proprio cenere, con appena un morso di ostrica. Borotalco. Poi una dolcezza grossa, da marshmellow, da caramella, molto profonda, e un senso di bastoncino di liquirizia addentato – anche se c’è una dolcezza da whisky giovane, di canditi.

F: lungo e persistente, ma non così massiccio come si sarebbe potuto immaginare. Ancora perdura quella nota amara e medicinale, abbinata ad un vago senso marino. Torna il cedro candito e ovviamente non si spengono le braci (cenere).

Buono buonissimo, a dover sparare a tutti costi un’ovvietà diremmo che la quota di Laphroaig, presumibilmente piuttosto giovane, si sente molto con le tipiche note medicinali (forse acuite da Ledaig?); ad ogni modo, siccome la composizione ce l’abbiamo davanti agli occhi, pare veramente un esercizio sterile il nostro, e dunque limitiamoci a sentenziare 86/100 così da dichiarare tutta la nostra soddisfazione. A 50€ è un’ottima alternativa ai ‘soliti torbati’, consigliamo.

Sottofondo musicale consigliato: Kalamata – My.