Botti da Orbi: London (was) calling

I più anziani delle tribù raccontano che tanto tanto tempo fa, prima che una minuscola forma di vita sconvolgesse il mondo, esistevano luoghi chiamati “bar”. Erano antri misteriosi, dove la gente si recava per chiacchierare, stare insieme senza un iPhone a fare da tramite e bere cose buone diverse dall’Amuchina e dai suoi derivati.
C’era addirittura chi, capitato per caso o per lavoro in una città lontana, organizzava dei veri e propri safari alla ricerca dei bar più curiosi, quelli che servivano le pozioni migliori. Uno degli ombelichi mondiali di questa attività era Londra. E questo è il racconto epico di quegli eroici giorni lontani, quando le mascherine si usavano solo nei filmini osè amatoriali e si poteva vagare liberi e randagi come coyote per cinque giorni andando a caccia di whisky bizzarri. Avessimo un Omero, avremmo materiale per un’altra Odissea. Invece niente Omero, niente Polifemo e solo Orbi in cerca di botti…

IMG_1787Boisdale of Belgravia, 15 Eccleston St., London SW1W 9LX
Prima tappa, Burns Night al Boisdale,  a pochi passi dalla Victoria station. Bel clima, bel ristorante, anche se la serata è un po’ commerciale, con questo simpatico signore azzimato che si aggira con la cornamusa accoltellando haggis gelido con sempre minor entusiasmo. C’è da dire però che la lista dei whisky di questo ristorante scozzese è di tutto rispetto. E che a fine cena qualcosa di mai visto salta fuori…

IMG_1790Bunnahabhain 25 yo (1989/2015, Boisdale 25th anniversary, 44%)
A dire il vero questo in lista non c’è. Però tra i motivi ottimi per bere un Martini al bancone prima di sedersi a tavola c’è anche che hai qualche minuto per scrutare la bottigliera. Etichetta strana, un 25 dorato e la scritta “Boisdale”. Qualcosa di speciale, dunque. Vale la pena farsi maledire dalla povera cameriera (che non lo trova né sul menu, né sulle mensole) per assaggiarlo. Al naso è molto curioso, non dimostra per nulla l’età. Colpisce una nota “farmy”, come di fieno. Poi una freschezza inusuale, tra mele Granny, fiori bianchi e miele d’acacia. Una spira di fumo di candela. Pian piano emerge qualcosa di più profondo, tra le nocciole e il cioccolato al latte. Ora il tocco di fattoria diventa l’aria delle cantine fresche, accanto al mare. Iodio.
Al palato continua questa generale freschezza, stavolta trainata da parecchio kiwi e bucce di mela. Di nuovo miele, ma ora tutto è più erbaceo. Di nuovo non dimostra i suoi anni, il legno è accennato (balsa). Emerge invece la mineralità, tra la salsedine e la grafite. Finale dolce, mieloso, dove spunta un filo di torba.
Decisamente inusuale, probabilmente i barili non erano troppo attivi. Così lo spirito è rimasto molto fresco e primigenio nonostante i 25 anni, con il dna costiero che riverbera in una freschezza generale molto piacevole. C’è però da dire che manca di quella complessità che i Bunna sanno regalare a invecchiamenti onorevoli. E non è un dettaglio da poco. 86/100

Millroy’s of Soho, 3 Greek St, London W1D 4NX
Di fatto è il tempio del whisky londinese. Fondato nel 1964 dai fratelli John e Wallace, è stato il negozio più rifornito di vini, champagne e distillati per decenni. Ceduto ad una compagnia, nel 2014 è tornato indipendente e passarci un paio d’ore è una gioia. Sia che uno stia al bancone a chiacchierare con un turista giapponese, un’americana e una ragazza turca col padre che è venuto a trovarla; sia che tu scenda nel Vault, la misteriosa saletta privata a cui si accede attraverso una porta segreta dietro la libreria. Ad ogni modo, il Milroy’s non è solo bar: è negozio, perché le bottiglie sono in vendita; è scuola, perché organizza corsi e degustazioni; ed è estensione del salotto, perché qui si possono affittare mobiletti bar chiusi a chiave dove tenere le proprie bottiglie aperte. Insomma, un paradiso a Soho.

IMG_1986Glenfarclas 24 yo per Milroy’s (OB, 50%)
Un bombolone di sherry di intensità rara, carichissimo, vinoso, legnoso, supercalifragilistichespiralidoso. Uvette al rum, pere cotte nel vino rosso, amarene sotto spirito. Tutto molto profondo, appiccicoso. C’è anche una nota di solvente, poi entra in gioco qualcosa di più scuro: nocino, caffè e cacao. Un guizzo di patchouli.
Oh caspita, al palato i tannini galoppano a perdifiato. L’Oloroso qui cambia un po’ i lineamenti, anche se si rimane nel campo delle sensazioni “sticky”. Stavolta ci sono più agrumi (arancia quasi andata e liquore all’arancia), si fa succoso e caldo. C’è di nuovo il cioccolato fondente, ma le spezie aumentano di volume: liquirizia, perfino peperoncino. E un vago ego di legno tostato, quasi affumicato. Con acqua si fa più dolce, spunta un che di violetta. Il finale è lungo e agrumato, con After Eight e albicocche secche.
Bellissimo, ma non ci vivrei. Traducendo: è molto divertente e sfidante, mostra un’intensità e una concentrazione di sapori impressionante. Ma come spesso accade con gli sherry bomb, dopo il primo bicchiere non ti precipiteresti a berne un altro. Anche perché al palato si fa davvero un po’ troppo tannico. Too big to enjoy? Intendiamoci, rimane un grandissimo whisky e non si può chiedere a un 24 anni agilità di beva, ma è come un abito tre pezzi in tweed: è solo per selezionate occasioni. 88/100

IMG_1988Chichibu White Bordeaux cask (2012/2019, OB for Milroy’s of Soho, 60.4%)
“Quando le abbiamo messe sul mercato, alcuni hanno dormito davanti al negozio: 153 bottiglie, non ne abbiamo più neanche una in vendita”. Così raccontano i ragazzi del Milroy’s quando chiedi se per caso non ne sia rimasta una da comprare. E allora niente, ci si accontenta di un dram. Chichibu a Londra è assai trendy e su questo sito, che è così trendy da essere praticamente il Vogue del malto, il nostro Jacopo/Anne Wintour ne ha già recensito uno in Pinot noir per il ristorante Sexy Fish, uno in Imperial stout per Whisky Exchange e uno per Number One Drinks. Questo si aggiunge alla triade: è maturato in barili di Bordeaux bianco per 7 anni a più di 60 gradi. Banzai!
Ultimamente va tanto di moda il quinto gusto fondamentale, l’umami. Ecco, al di là delle suggestioni da ristorante giapponese, il primo naso è esattamente così. Decisamente saporito, bizzarro. Poi aumenta la frutta, che è rossa e tendenzialmente acida: ribes, mirtilli rossi e bucce di mela Stark. Ha bisogno di tempo, dato il grado. Con calma si innalzano volute di cacao e Mon Cheri, mou, nocciole. La frutta si fa più rotonda, mele gialle e melone. Molto aromatico, adesso.
Il cioccolato è ancora protagonista. Un cioccolato dolce, torta al madera. Caramello salato anche. Un palato morbido ma possente, in cui la frutta diventa meno fresca: pesca molto matura, albicocche secche e mirtilli. Ciliegie candite? Una puntina di liquirizia. L’alcol comunque è indomito, due gocce d’acqua lo quietano, ma spunta un tocco amaro, dal barile. Stessa cosa nel finale, ancora sui frutti rossi (lampone e rosa), con un quid saporito: con acqua si fa più legnosetto.
Un camaleonte vero, nervoso, incapace di stare fermo. Tagliente e vellutato, muscoloso e delicato. Alterna frutta rossa e cioccolato, sale e legno. Impossibile da catalogare, difficile da sezionare, semplice capire che è un whisky eccellente. 89/100

Black Rock, 9 Christopher Street, London EC2A 2BS
Quartiere Shoreditch, in mezzo ai grattacieli della City. Business e movida. Qui si trova “il seminterrato che ha cambiato le regole del gioco”. Aperto quattro anni fa, il Black Rock è un whisky bar più sperimentale del Milroy’s. I whisky sono divisi non per regione, ma per profilo aromatico. Se ne stanno in quattro vetrinette, su scaffali diversi per range di prezzo. In mezzo alla sala, un tavolone/serbatoio contiene il blended della casa e un cocktail, entrambi alla spina. Su ogni tavolo di marmo, un rubinetto di ottone per l’acqua.
TIMG_2093he Wilderness Brexit Blend batch 001 (2019, Sacred Spirits, 44.8%)
L’ultimo whisky della carrellata londinese non è il migliore ma è senza dubbio il più ironico, dissacrante e introvabile. Si tratta di un blended creato in collaborazione tra il ristorante di Birmingham “The Wilderness” e la distilleria Sacred per sfottere i Brexiters: “Il whisky da tenere in mano mentre guardi il mondo crollare a pezzi”. I blenders hanno unito malti da Scozia, Inghilterra e Galles e whisky di grano e orzo non maltato dall’Irlanda del Nord, a simboleggiare l’intero Regno Unito. Hanno utilizzato botti ex madera e di rovere francese e hanno aspettato sei anni. Poi hanno scelto un packaging geniale, con un’etichetta che recita: “Un accurato blend di whisky dalle isole britanniche, meglio se consumato liscio, in un bunker nucleare, coccolando la propria famiglia a lume di candela”. Ma le sorprese non sono finite, perché il retro della bottiglia… Beh, lo vedete qui e vi fate un’idea da soli.
IMG_2095Subito si sprigiona una torba evidente e catramata, ma non aggressiva. Le note dolci (dolcissime, anche) sono prevalenti. Pesche sciroppate, sticky toffee pudding a iosa. Il madera si fa sentire, tutto avviluppa. C’è una distinta sensazione di birra ale, di quelle quasi caramellate. Un tocco di fiori d’arancio. L’alcol non dà fastidio.
In bocca la dolcezza si fa travolgente ed eccessiva. Caramella mou, frutta cotta in tonnellate di zucchero di canna, melassa. L’unica altra nota percettibile è la torba: gomma bruciata. Difficile trovare altro, rimane bidimensionale e un po’ grossolano. Il retrogusto ricorda le Morositas. Il finale non lo redime, di nuovo dolciastro, come di sciroppo per la tosse.
Una creazione divertente e molto arguta, senza pretese di raffinatezza sensoriale. Al naso non è neppure sgradevole, ma in bocca si perde, si fa banalotto. 77/100

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“Negroni Torbato” – Dukes bar (Londra)

Di Alessandro Palazzi e della magia del suo Dukes bar a Londra abbiamo già parlato qui. Ma dato che noi i bartender li ascoltiamo quando raccontano (ok, almeno all’inizio, poi al terzo gallone diventiamo malinconici…), da Alessandro abbiamo imparato che il suo tempio del Martini somministra anche altre splendide pozioni di mixology. Dunque perché perdere l’occasione di farci raccontare il whisky cocktail a cui è più affezionato?

Ingredienti

  • 30 ml Aperol
  • 30 ml Cynar
  • 30 ml Sacred Peated whisky
  • peat’ spray

Dato che il Negroni ha appena compiuto un secolo, ma in realtà non c’è una data precisa di nascita, siamo ancora in tempo per apprezzare la variazione sul tema di Alessandro Palazzi. Che in quanto italiano in uno dei locali simbolo del buon bere di Londra, ci tiene a regalare un’emozione made in Italy ai suoi clienti.

Mi è capitato parecchie volte di andare al Feis Ile su Islay, spesso invitato dalle distillerie per preparare qualche whisky cocktail. Ci sono sempre andato con grande gioia, facendomi pagare solo in whisky. Con il passare degli anni, dopo qualche twist on classic, i ragazzi dell’isola hanno cominciato a chiamarmi l’Anticristo…
Ad ogni modo, quell’anno eravamo a Bowmore, a pranzo in un ristorante a due passi dalla distilleria. Mi portano un piatto di patate fritte e… sapevano di torba! Allora a fine pasto vado dal cuoco a complimentarmi. E lui mi rivela il segreto: uno spray alla torba!
Allora mi è venuta l’idea: perché non creare un Negroni Torbato, che è un po’ a mia immagine e somiglianza, un italiano che adora la Scozia.

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Botti da orbi: East London whisky team

Oh East London
is wonderful
oh East London is wonderful
it’s full of tits, whisky and West Ham
oh East London is wonderful

Il coro dei coloriti tifosi del West Ham non suona esattamente così. Diciamo che – al posto del tradizionale distillato di cereali – la metrica prevede un’altra piacevolezza della vita specialità dei ginecologi. Il fatto è che l’East End sarà pure la “London’s historic home of distilling”, ma Lea Valley, l’ultima delle sue gloriose storiche distillerie, ha chiuso nel 1904, quindi i poveri hooligans per le loro canzoni hanno dovuto accontentarsi. Fino ad ora, almeno…

Se si arriva dalla fermata Mile End, dopo una passeggiata lungo il Regent Canal che dalla ressa del Big Ben e Piccadilly ti proietta magicamente in un angolo di Amsterdam o Amburgo, la prima cosa che si vede è la ciminiera, che faceva parte di una vecchia fabbrica di colla. Un edificio che, dal 2014, in quest’area residenziale abbracciata da canali pieni di barconi chiamata Bow Wharf, è diventato la sede della East London Liquor Company.

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Il bar e – dietro – la distilleria: location ideale per un video dei Kasabian o dei Kaiser Chiefs

Varcato il cancello del cortile, ci sono due corpi di fabbrica. Uno è lo shop/ristorante/BBQ, dove si organizzano cene e degustazioni, l’altro la distilleria vera e propria. Anche se – appena entrati – la sensazione è di essersi sbagliati. Un enorme salone e un bancone da bar ancora più impressionante possono farti credere di essere finito in un locale indie. Ma dietro la bottigliera, attraverso un vetro, si vedono sfavillare gli alambicchi. E tutti i dubbi evaporano come alcol nel collo di cigno.

ELLC Distillery
In fondo, dietro la bottigliera, gli alambicchi di ELLC. A destra il pot still dedicato al whisky

Eppure – come spiegano Rose & Rosie, a cui spetta l’ingrato compito di rispondere alle domande del nerd curioso in gita – la sensazione di essere in un bar non è casuale. E ha a che fare con il fondatore dell’ELLC, Alex Wolpert. Che dopo una carriera da bar manager in un ristorante del centro, è incappato in una rivoluzione personale che si chiama paternità. Notti insonni e pannolini non si addicono a chi deve fare le 5 di mattina con lo shaker in mano. Da lì, l’idea di mettere su una distilleria, ma senza dimenticare l’amore per la mixology.

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Alex Wolpert, fondatore di ELLC

Dicono che un altro motivo per cui Alex si è tuffato in questa avventura sia che “si era stancato della gente che ordinava sempre il distillato più costoso”. E dunque, ecco la filosofia di base: produrre qualcosa di accessibile in grado di rivaleggiare in qualità con i migliori spiriti. Il tutto senza rinunciare alla trasparenza, sia in etichetta sia con la vetrata che abbiamo di fronte, da cui si vedono le colonne di rettifica.  Nel 2015 inizia ovviamente con il gin, London dry e barrel aged, a cui seguono una 100% English vodka e un Demerara rum. Utilizza due alambicchi tedeschi, entrambi Arnold Holstein: quello da 450 litri per il gin, quello da 650 per rum e vodka. Poi, nel 2017, il grande salto, con un pot still da duemila litri. Obiettivo: il primo whisky di East London in oltre un secolo.

Prima di proseguire con il tour, bisogna fare un inciso. Dopo il boom del gin, ora è il whisky a fare eco con un’esplosione di interesse che è inevitabilmente anche un’esplosione di affari e marketing. Se nel 2018 l’Inghilterra per la prima volta ha superato la Scozia come numero di distillerie, un motivo c’è. E non è filosofico. Il whisky funziona, vende. Ha costi di stoccaggio molto più alti del gin, ma consente di mettere sul mercato imbottigliamenti di tre anni a prezzi da 18 anni. Certo, bisogna raccontare una storia. E utilizzare l’aggettivo “primo” funziona sempre. Così, persa per un soffio l’occasione di scrivere in etichetta “il primo whisky di Londra” perché bruciati sul tempo dalla London Distillery, ecco la dicitura “first East London whisky”. Il che – dicono i maligni – “è come dire il primo vino rosso imbottigliato nelle Fiji”: lascia il tempo che trova.

Chiusa la parentesi cinica e globale sul proliferare delle distillerie nel Regno Unito, si torna fra gli alambicchi per capire cosa si fa qui. “L’English whisky ha un disciplinare molto flessibile  – spiegano R&R -, il che ci consente di sperimentare e divertirci”. Per esempio con sua maestà la segale. Infatti, il primo whisky a uscire dagli alambicchi di Bow nel settembre 2018 è stato il London Rye®, di cui ELLC ha anche brevettato il nome. Il padre biologico è Andy Mooney, il master distiller irlandese che gioca con ogni tipo di barile, dal cognac al vermuth, dall’acacia all’orange wine biologico. Oggi il core range si è arricchito anche di un single malt e di un imbottigliamento in partnership con i ragazzi di Sonoma, ma prima di ficcare il naso nei bicchieri è doveroso ficcarlo in distilleria.

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Il fermentation tank con la sua schiumina

Dove da due anni ha fatto la comparsa un mash tun, arrivato a far compagnia ai tre tini di fermentazione da 4mila litri. Fermentazione che dura cinque giorni e che avviene grazie a una miscela di lieviti particolare: “Un lievito nostro, si può dire quasi della casa. E un lievito saison (belga, ndr) che cambia durante l’anno, così che si ottengono batches di London Rye® sempre differenti, stagionali appunto”. Per inciso, le proporzioni del mash recitano: 42% segale del Norfolk e 58% “extra pale malted barley” forniti dal Crisp Malting Group.

Mentre mi accompagnano in cantina, dove maturano i barili (c’è chi dice che vengano anche ruotati al suono di musica techno, ma non ci sono conferme ufficiali…), R&R raccontano di come l’impresa stia attraendo parecchio interesse. Il crowdfunding su Crowdcube, avviato per raccogliere 750mila sterline, ha già raggiunto 1,3 milioni, con 927 investitori. “Facciamo cose che berremmo noi”, spiegano orgogliose. E che si vendono bene, come testimoniano i due shop cittadini, al mitico Borough Market e al Seven Dials Market di Covent Garden.

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Le tre espressioni lanciate a ottobre

Ok, finora si è parlato molto e si è bevuto poco, percui è tempo di assaggiare i tre rilasci dell’ottobre 2019. Prima di lanciarci nell’esperienza sensoriale, piccolo accenno estetico. Il logo, un cavallo rovesciato, è una citazione storica, poiché nella vecchia fabbrica la colla era prodotta con le carcasse animali. Invece la bottiglia e il packaging, senza dubbio originali e di effetto, sono accuratamente studiati da Stranger & Stranger. Il tappo – di metallo pesante e con la mappa di Londra – è bellissimo, roba da tenerlo sulla scrivania come fermacarte.

ELLC Single Malt (2019, OB, 47%)
Il primo single malt prodotto qui è invecchiato in un mix di botti: Sonoma bourbon, Sonoma rye e Kentucky bourbon. Al naso è dolce e leggero, quasi erbaceo (fieno?): bucce di pera, zuccherini alla banana. Lieve gelato alla vaniglia, un tocco di miele e limone. Col tempo un filo di burro d’arachidi emerge: una personalità non totalmente definita, che la gioventù è bella ruggente qui. In bocca invece si fa più centrato, molto dolce e biscottoso: shortbread, wafer con crema di cioccolato al latte, miele. Di nuovo zucchero e pera Williams. Finale corto, acerbo e dolce.
Inevitabilmente semplice, data l’età (non specificata) e l’uso di barili non eccessivamente marcanti. Non mostra difetti marchiani, ma neanche un fascino irresistibile. Come cantava De Gregori, il ragazzo si farà, anche se ha le spalle strette, quest’altr’anno giocherà con la maglia numero 77/100

ELLC Sonoma collaborative blend (2019, OB, 45.5%)
Frutto dell’amicizia e della collaborazione fra Alex e Adam Spiegel, della Sonoma, è un blend di ELLC London Rye maturato in varie botti (ex peated, PX e rovere francese vergine) e bourbon Sonoma. All’olfatto è immediatamente aromatico, con amarene fresche, polvere di cacao e un che di floreale. Spezie della segale e pane tostato. Poi, però, la livella dell’alcol si abbatte un po’ troppo pesante e le potenzialità vengono tarpate. Al palato è meno aggressivo, anche se un po’ meno esuberante dal punto di vista aromatico. Pane di cereali, ancora ciliegie, cioccolato. Le spezie della segale avanzano, pan pepato e cannella. Finisce sulle note di arancia e amarena.
Fra tutti, il più promettente, soprattutto al primo naso. Il marchio di fabbrica Sonoma è riconoscibile e l’aroma di ciliegie e amarene di fatto accompagna tutta la bevuta. Per l’eleganza, occorrerà aspettare ancora qualche anno. 78/100

ELLC London Rye® batch #2 (2019, OB, 47%)
Il secondo batch è stato inveccchiato 4 anni in un mix di botti di PX ed ex peated che hanno contenuto gin… Se non è sperimentale questo! Ad ogni modo, si apre con una botta balsamica inattesa. O forse l’impatto del gin doveva lasciarla presagire? Amaro medicinale (con la relativa dolcezza), genziana. Poi un che di sarsaparilla e bacon. L’influsso dei barili ex torbati è tutto qui. In bocca invece si fa più evidente, con caramello bruciato e una nota di marmellata o frutta cotta rimasta un po’ troppo sul fuoco. Prugne, o forse – ma sarà suggestione – sloe gin. Si fa largo ancora una nota erbacea. Il finale invece rimane più standard, di segale affumicata.
Il più divisivo del trio, ma anche quello con più carattere. C’è oggettivamente tanta (forse troppa?) carne al fuoco: la segale, la torba, la dolcezza dello sherry, il tocco del gin… Il risultato è un carnevale un po’ disordinato ma suggestivo. Lo si può odiare o apprezzare, ma di sicuro non lo si può ignorare. 78/100

Riassumendo, la ELLC esemplifica bene il nuovo hype intorno al whisky inglese. Start-up agili, imprenditori giovani e pieni di idee, location piacevoli che uniscono impianto produttivo e accoglienza e che strizzano l’occhio a una clientela più giovane, più legata ai cocktail bar che alle distillerie di Scotch. La sensazione è che la passione ci sia e che l’idea di fondo (puntare sulla segale, legarsi alla zona di East London) funzioni. I prodotti, invece, per ora non sono ancora arrivati alla soglia dell’eccellenza. Hanno potenzialità e creatività, ma occorre pazienza. Senza eccessi di stravaganza e con qualche anno di maturazione in più, qualcosa di ottimo fiorirà, sulle rive del Regent’s canal.

[Una piccola nota: East London Liquor Company è distribuita in Italia da Italiana Liquori e Spiriti, quindi per assaggiare il primo Rye Inglese non è necessario andare fino a Londra!]

 

Mortlach 26 yo (1992/2019, OB, 53,3%)

Diageo-2019-special-releases-webPezzo forte delle ultime Special Releases di Diageo, orfane per il secondo anno consecutivo di Brora e Port Ellen, è senza dubbio questo Mortlach 26 anni, che esibisce senza timori un prezzo decisamente “premium”. Della parabola di Mortlach, la Bestia di Dufftown, si è parlato spesso: da bestia… da soma per i blended, valorizzata dagli indipendenti, è stata artificialmente trasformata in una bestia rara, cioè un brand di lusso, con bottiglie da 50 cl e prezzi – onestamente – insensati; la trasformazione, non proprio premiata dal mercato, ha portato a un riassestamento, con Diageo che continua a voler puntare su Mortlach ma lo fa attraverso un range molto più umano. D’altro canto – ma chi siamo noi per dirlo a Diageo – un brand si costruisce, non si impone: e quindi se il percorso di Mortlach dev’essere verso il lusso, bene (oddio, bene, mica tanto), ma che sia graduale almeno; sembra che l’abbiano pensata così anche colà dove si puote. Questo Mortlach 26 sembra un passo in questa direzione, anche se per ora la scelta di mettere questo prezzo (1700€) a questo imbottigliamento è stata molto criticata dalla comunità di appassionati – che comunque non è il mercato di riferimento di questa bottiglia, crediamo, e dunque “sticazzi”. Uno di noi è stato a Londra, invitato da Diageo, per la presentazione delle Special Release a tema “Rare by Nature”, e coraggiosamente si è portato a casa un campione del Mortlach: abbiamo atteso anche troppo per berlo. Il colore è ramato scuro, rivelando la maturazione in sherry, sia Oloroso che PX, a primo riempimento.

IMG_1799N: molto scuro anche come aromi, con note immediate di rabarbaro e liquirizia… C’è una grande profondità in questo naso, con legno verniciato e tabacco, davvero molto intensi. C’è poi una componente sticky, appiccicosa, che ci fa venire in mente l’arancia rossa e soprattutto una deliziosa marmellata di mirtilli, di ribes: ci prendete per degli squilibrati se parliamo di Ratafia di more e di maraschino? Fate bene. La ciliegia nera è molto evidente, così come un profumo delizioso di chinotto. Non c’è traccia della nota più ‘meaty’ e più grassa della Bestia di Dufftown

P: beh, che buono… A dispetto delle attese, non allappa, anche se si fa ancora un po’ più scuro e speziato, anche se con una presenza del legno piuttosto marcata, soprattutto verso il finale: quindi note di chiodi di garofano, di genziana, di polvere di caffè. Ma non si comincia dalla fine, giusto? L’impatto è tutto di chinotto, e nel complesso resta molto succoso, con una serie di suggestioni di frutta come more e mirtilli, ciliegia nera. Talvolta un po’ di cioccolato fondente. Buonissimo.

F: molto lungo, dolce e appiccicoso, tutto su liquirizia purissima e more… Il legno è molto evidente, con le sue spezie bene integrate.

IMG_1803Un “Mortlach da russi”, dice sommessamente qualcuno che presenzia alla nostra degustazione: è ovviamente molto buono, è ovviamente molto marcato dallo sherry, se vogliamo l’unico appunto che si può fare è che è poco Mortlachoso – non c’è quella sporcizia ‘carnosa’ che tanto caratterizza la distilleria, c’è tantissimo sherry e il profilo è più tagliente del solito. Non fraintendete: se bevessimo alla cieca mai avremmo indovinato, ma stiamo comunque parlando di un whisky buonissimo, che va in quella direzione da sherry monster molto maturo che non può non piacere a chiunque ami il whisky. Noi l’amiamo, e infatti: 92/100. Grazie davvero a Danilo e a Franco di Diageo per l’invito.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – We’re all mad here.

Chichibu 2011 Pinot Noir Cask (2018, OB per Sexy Fish Bar, 60,2%)

un bancone importante

La nostra settimana di Chichibu si chiude là dove è iniziata, cioè al Sexy Fish Bar in Berkeley Square a Londra. Grazie alla chiacchierata con Daniele Terragnolo, un gentilissimo ragazzo trentino che lavora dietro al bancone del Sexy Fish, ci siamo decisi ad assaggiare il single cask imbottigliato pochi mesi prima in esclusiva per loro – sei anni in un barile ex-pinot noir Chassagne-Montrachet (#5253) e la consueta gradazione alta. Un suggerimento: sappiamo che i prezzi sono alti, ma al Sexy Fish la selezione di whisky giapponese aperto è davvero impressionante, e con la formula delle mezze dosi si riesce ad assaggiare una discreta varietà di cose altrimenti introvabili. Se siete a Londra, dedicategli un paio d’ore.

N: 60 gradi sono splendidamente mascherati e fin da subito è un piacere infilare il naso nel bicchiere. La nota principale è quella di un super frutto rosso, succoso e molto ingolosente: soprattutto ciliegie sotto spirito e marmellata di more, a cui affianchiamo volentieri cioccolato al latte e arancia. Si specchia a tratti in una Fiesta. Accanto a tanta cristallina ricchezza, c’è poi un lato più screziato, “marrone”, se dovessimo capirci coi colori, tra la prugna secca e i funghi secchi. Vinoso certamente, ma chi avrebbe l’ardire di parlare di botte ex vino rosso annusandolo alla cieca? Di certo però generose zaffate di legno caldo e umido si fanno largo con una certa prepotenza. L’acqua non sposta troppo gli equilibri, nel senso che aperto era e aperto rimane; si sposta un poco sulla frutta sciroppata, tipo pesche.

P: pur con tanta coerenza rispetto al naso, qui la botte scopre definitivamente le sue carte, donando una spiccata vinosità. La gradazione monstre lo rende davvero esplosivo, mentre come descrittori ritroviamo in ordine sparso ciliegie, more, prugne, arancia secca. Vaniglia e poi un tabacco davvero pronunciato, assieme a un schiaffo di tannini, contundenti anche se non astringenti. Moderatamente sapido, quasi umami.

F: vino e tannino, ciliegia e tabacco, funghi secchi in acqua, coriandolo e scorzetta d’agrumi, chiodi di garofano. Ad libitum…

Bomber!

Alla cieca potremmo scambiarlo per un ottimo sherry cask maggiorenne, spariamo un “Glengoyne” per rendere conto di questa deliziosa succosità. E invece è un whisky molto giovane, invecchiato in una botte ex Pinot Nero: e tutti sappiamo i mostri che, sulla carta, una maturazione del genere può scatenare. Forse meno stupefacente del barile ex-Imperial Stout, che aveva un profilo del tutto inedito, ma in ogni caso questo single cask è di una qualità altissima, con grande intensità e una complessità fuori dal comune. Rinnoviamo il consiglio di passare dal Sexy Fish per assaggiarlo, anche perché questa bottiglia è esclusiva per il locale e non la troverete mai, teoricamente, neppure in asta. Se dobbiamo portare a casa una lezione da questa settimana di Chichibu, beh, la lezione è che Chichibu è davvero un distillato della Madonna, e che regge alla grande praticamente in ogni botte. Che lezione profonda, vero? 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stereopony – Hitoira No Hanabiri.

Una verticale di… Bimber Single Malt!

Un paio di settimane fa, grazie al lavoro dell’amico Davide (a proposito: seguite il suo account Instagram @whisky_munich), abbiamo ricevuto un set di sei samples da Bimber, una giovanissima distilleria artigianale inglese, con sede a Londra, attiva dal 2015. Il concetto che sta dietro a questa start-up ci piace in modo particolare: Bimber ha un contratto esclusivo con un coltivatore dell’Hampshire, che gli fornisce orzo di varietà Concerto e Laureate, facendo sì che di fatto il whisky prodotto sia un “single field” single malt; la maltazione viene condotta manualmente, in modo tradizionale, su un pavimento presso Warminster Maltings; la fermentazione è particolarmente lunga (168 ore!) e avviene in tini preparati dal cooperage interno alla distilleria; gli alambicchi, costruiti ad hoc per massimizzare il contatto tra spirito e rame, sono piuttosto piccoli (1000 litri il wash still, 300 lo spirit); infine la maturazione avviene nelle warehouse londinesi, studiate in modo tale da avere temperature medie diverse per poter variare la ‘velocità’ della maturazione. Questo è un profilo rapido, e in qualche modo freddo, della distilleria: qualche conversazione con il proprietario ci ha dato conto di una start-up nata essenzialmente per passione, frutto di anni di studio e di gusto per l’artigianalità reale – basti la foto del kiln qui sotto… E insomma, sulla carta tutto bene: è ora il caso di assaggiare. Come di consueto, dato che si tratta di due new make e di cask samples di barili di 35 mesi, non daremo un voto numerico, ma ci limiteremo a tasting notes e impressioni generali.

Bimber New Make (Batch n. 140, 60%)

Beh… sa di new make! A parte le ovvietà, pur nella nostra limitata esperienza di new make, ci pare molto pulito, molto intensamente fruttato (oltre a pera evidente, c’è qualcosa che ricorda le fragoline di bosco, o le caramelle dure alla fragola; uva americana); anche la netta componente agrumata, oltre a un limone zuccherato, anche qualcosa di ancora più dolce, come il cedro. Ah, c’è anche – ovviamente – un cereale franco e senza spigoli, senza grosse fughe minerali. Rotondissimo. Anche il palato è decisamente dolce, con ancora chicco d’orzo e agrumi, zucchero bianco – stupiscono note evidenti di frutta rossa, come di ciliegia (anche al naso, avevamo come la sensazione di un eau-de-vie di ciliegia, un kirsch…). Una punta appena amara, di nocciolo di ciliegia. Molto buono, è sì dolce ma non stucchevole. È di una dolcezza… secca, tant’è il finale è molto secco, tutto sul chicco di cereale.

Bimber New Make ‘Peated’ (Batch n. 140, 60%)

Curioso. Inaspettatamente colpisce una nota molto più tagliente, di limone (e di scorza d’agrume: ha note che ricordano quasi un gin London Dry molto secco). C’è poi un lato balsamico, molto più erbaceo dell’unpeated, che integra la dolcezza intensa di cereale. Ancora un senso di ginepro, e forse perfino una nota di fave di cacao… La torba è gentile, un senso di bruciato decisamente non esasperato. Al palato diventa più fruttato, sul modello dell’altro, con la torba che oltre a un senso di pane affumicato offre note balsamiche, che ancora ci ricordano il ginepro. Il finale si divide tra una certa dolcezza di orzo e una persistente mineralità.

Bimber Ex-Bourbon cask Sample (Cask #15, 55%)

Urca!, il primissimo impatto è… il bourbon! Molto zuccherino, molto dolce, esibisce note di caramelle Rossana, di caramello, toffee, fudge molto intensi. Decisamente non ci sono andati giù leggeri con il legno! Torna poi una nota di ciliegia, già presente nel new make, che ci fa venire in mente il gelato di panna con le amarene. Pian piano sale una nota di caramelle Elah al gusto di liquirizia e menta. Insomma, un universo di zuccheri appiccicosi, sotto cui combatte strenuamente la vegetalità del distillato (in crescita col tempo). Il palato, in cui non percepisci l’alcol (questa è una cosa che ci piace molto), è molto carico, il barile è senz’altro iperattivo (fin troppo, a tratti pare di bere… un bourbon!). Resta una venatura vegetal-balsamica, forse di ginepro, che lotta per fasi strada sotto a una valanga di caramello, crema di vaniglia, butterscotch. Molto legno, un bel po’ di cannella dolce. Finale lungo, ancora toffee ipercarico.

Bimber Ex-Virgin Oak cask sample (Cask #7, 57,1%)

La dolcezza la fa da padrone, e anche qui ovviamente non si scappa: paradossalmente, si sentono molto i due gradi in più e all’inizio appare più chiuso. Dopo un po’ va aprendosi, e si dispiega con meno ruffianeria del Bourbon Cask. Non ce l’aspettavamo: qui in Virgin Oak pare emergere di più il distillato, con nocciolo di amarena, chewing-gum alla clorofilla, ancora note erbacee… Cenni di spezie dolci (propoli, rabarbaro). Col tempo escono note fruttate, tipo mele cotte; anche crema pasticciera. Al palato è meno speziato del precedente, sembra anche più ‘convenzionale’: note di frutta dolce (mela cotta), ancora crema, toffee e mele caramellate. Ancora molto legnoso, qui questo legno appare più amaricante che non nel precedente. Il finale è più breve ma molto intenso. Piacevole, è comunque molto carico ma con un profilo più pulito, meno ‘dolciastro’ del precedente: il legno c’è ma il tutto sembra più integrato, meno smaccatamente dolce.

Bimber Ex-Sherry cask sample (Cask #38, 55,4%)

Davvero molto, molto convincente: c’è evidentissima una nota di torta di mele, magari un poco bruciacchiatina, con una lieve nota di aceto di mele (ricorda quasi l’aceto balsamico iperzuccherino, incrostato…). La mela è protagonista, con mele rosse fresche mature e chips di mele. È dolce e rappreso, caramello e marmellata di frutti rossi (ciliegia, lamponi). Cereale e cioccolato al latte (ciocorì?). Il palato replica questo profilo da sherry molto carico, ancora tutto lì bello fresco che respira nella botte.

Bimber Ex-Sherry PX cask sample (Cask #26, 57,1%)

Si prosegue nella direzione del precedente, con una dimensione fruttata davvero spiccata e seducente, ma si pregia di note speziate decisamente più evidenti: cannella, noce moscata soprattutto. Anch’esso è molto carico, sempre giocando sui macro-sentori di mela e ciliegiona. Il palato ribadisce lo stile: molte spezie, cannella, mela alla cannella, noce moscata… Frutta esuberante, ancora giocata tra un succo di mela dolce, le fragoline di bosco, la ciliegia. Punte balsamiche che risaltano forti, sia al naso che al palato. Buono, ancora più carico del cask #38 ma decisamente piacevole. Non sembra avere 35 mesi…

Dovendo tirare le somme di un work in progress, dobbiamo dire di essere rimasti davvero colpiti. Il new make, soprattutto quello unpeated, è spettacolare, delizioso (forse troppo?!), ricorda nitidamente alcuni ottimi distillati di frutta e pure non perde ovviamente le forte identità del cereale. Non uno spigolo, manco per sbaglio: onestamente lo berremmo così, come distillato bianco, al massimo aggiungendo un mixer giusto perché è estate. I sample di barili, invece, sono evidentemente molto carichi: l’apporto del legno è molto massiccio, in particolar modo il Bourbon cask è stupefacente perché sembra quasi un bourbon! E pure alcune caratteristiche del new make si ritrovano presenti anche sotto a una coltre fitta di aromi dati dalla maturazione, a dimostrazione che lo spirito ha una personalità evidente, e che pur volendo chiaramente ‘accelerare’ la maturazione per poter commercializzare in tempi brevi, non si sacrificano qualità e identità. La sensazione è che questi barili siano già pronti così, tenerli ancora a lungo rischierebbe di sbilanciare troppo verso il legno – e d’altro canto sappiamo che stanno sperimentando barili diversi, anche refill, prevedendo anche maturazioni più lunghe. Insomma, per adesso dobbiamo dire: alla grande! Seguiremo con curiosità le evoluzioni… Grazie al team di Bimber per l’omaggio, il supporto e la passione.