Daftmill 2006 Winter Release (2018, OB, 46%)

Alla fine del 2017 è finalmente comparsa in commercio la prima bottiglia di Daftmill, microdistilleria iper-artigianale delle Lowlands. I fratelli Ian e Francis Cuthbert, sesta generazione di coltivatori di orzo destinato alla maltazione e dunque alla produzione di whisky, solo nel 2003 hanno deciso di imbarcarsi nel magico mondo della distillazione: pensate che producono solamente 20.000 litri annui!, e solo in due momenti diversi dell’anno, estate e inverno – cioè quando non sono troppo impegnati nella semina e nella raccolta. Naturalmente, viste le quantità, non hanno una distribuzione globale, vendono qualcosa solo tramite Berry Bros & Rudd e per ora hanno messo sul mercato solo tre imbottigliamenti, che già hanno raggiunto prezzi importanti sul mercato secondario. Grazie all’amico Giuseppe Bezza, uno dei pochi che è riuscito a comprare una bottiglia e ha addirittura avuto il coraggio di aprirla, abbiamo potuto assaggiare uno dei due imbottigliamenti della Winter Release vintage 2006 (casks #080-085), distillato il 16 dicembre 2006 e imbottigliato nel 2018.

N: fresco, aperto, con una nota di cereale bella poderosa: ed è un cereale bello ‘vegetale’, verde, foglioso, con tante sfumature minerali, con anche solide note di distillato (pane, crosta di pane, pudding) – il tutto corroborato e reso ben strutturato da sempre fresche note di frutta esuberante. Pasticcino all’albicocca. Le mele, appena affettate, sono protagoniste del lato fruttato, assieme a un’incredibile nota di mandarino, deliziosa. Possiamo dimenticare fiori freschi? Fiori freschi soffocanti, quasi. In realtà, il grande eroe di questa prima fase è proprio lei: la freschezza. Biscotti ai cereali. Mooolto interessante, delicato ma intenso al contempo.

P: veramente eccellente, l’alcol non è pervenuto. Si sente molto l’apporto del fresh bourbon: esplosione di vaniglia, di butterscotch, di biscotti al burro, shortbread… Ma il legno non la fa mai fuori dal vasino, perché tutta questa esuberanza viene mitigata e levigata da un rinnovato senso di freschezza, ancora molto floreale e cerealosa. Ancora mandarino, ancora biscotti ai cereali, mele fresche, fieno. Eccellente e gustoso.

F: lungo, molto buono, tra panna cotta, fiori freschi, mele fresche, scorza di limone.

Cavolo, che bomba, sembra un Rosebank! Complimenti ai fratelli Cuthbert: sono stati molto bravi a creare uno stile che appare profondamente lowlander, in un momento in cui – non stiamo qui a spiegarvelo, siete già svegli da soli – la divisione per zone appare come una curiosa e bizzarra approssimazione commerciale. Pulito, complesso, floreale, fresco, agrumato, con in evidenza il sapore del cereale… Se questo è un 12 anni ‘qualsiasi’, non sappiamo cosa potrà riservarci il futuro! Di certo, non appena avremo il piacere di tornare in Scozia, questa sarà una tappa immancabile. 88/100, e forse siamo pure stati bassi. Grazie infinite Giuseppe!

Sottofondo musicale consigliato: Nirvana – Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle.

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whisky auchentoshan signatory

Auchentoshan 15 yo (1999, Signatory Vintage, 46%)

auchentoshan distillery
visitor centre di un certo livello

Auchentoshan è una delle distillerie più facilmente raggiungibili di Scozia: si atterra a Glasgow, si noleggia una macchina trangugiando un orribile tramezzino aeroportualein mezz’ora si è già alle porte di un’antica distilleria fondata nel 1823. Il visitor centre, di cui vi regaliamo una foto molto glamour, si è giovato di un restyling nel 2004 e accoglie circa 20 mila visitatori all’anno; tutti con ancora la confezione unta di un tramezzino nell’auto a nolo – pare. Cattive abitudini alimentari a parte, Auchentoshan può fregiarsi del titolo di unica distilleria scozzese che ancora pratica esclusivamente la tripla distillazione: noi siamo talmente curiosi da sciabolare senza ulteriori indugi questo sample, riempito con un 15 anni del 1999 messo in bottiglia da Signatory Vintage (botti ex bourbon 800258 e 800259).

whisky auchentoshan signatoryN: è abbastanza immorale l’alcol percepito, che a soli 46 gradi è però prepotente e molto volatile. Non ci siamo, anche perché questa alcolicità non è riscattata da elementi esuberanti ma è piuttosto esaltata da un profilo ultra-naked, vegetale e poco più. Si impongono la propoli, l’erba secca, il chicco di cereale, la cellulosa tipo il bianco del limone (che per i più saputi si chiama ‘albedo’). Abbastanza floreale.

P: scampando alla tragedia del troppo alcol percepito, il palato è sicuramente più gradevole del naso. Dominano sentori di caramella alle erbe, e più in generale delicatamente erbacei. Si sente bene il distillato, sorretto da una zuccherosità appena accennata e tutta vegetale (orzo e fiori).

F: certamente non infinito, incredibilmente pulito, al punto che non ci ricordiamo se fino a un attimo fa stessimo bevendo whisky o vodka.

Sorprende come il barile in 15 anni abbia influito poco o nulla, lasciando il distillato in primissimo piano. E fin qui non avremmo nemmeno da protestare più di tanto. Il problema è che Auchentoshan, per quella che è la nostra esperienza di whisky degustati della distilleria, non ci sembra spiccare per memorabilità del distillato. E allora 77/100 ci sembra la cosa migliore da fare. A onor del vero segnaliamo che si trova ancora in vendita qui a un prezzo abbastanza popolare, altra cosa che – siamo onesti – tendiamo ad apprezzare.

Sottofondo musicale consigliato: The SorcerersPinch Of The Death Nerve.

 

st magdalene rare malts recensione

St. Magdalene 19 yo (1979/1998, OB, 63,8%)

Sabato scorso Angelo Corbetta, proprietario dell’Harp Pub Guinness, ha ospitato la seconda degustazione a tema Rare Malts, dopo la prima gloriosa dello scorso giugno, e ne ha affidato nuovamente la conduzione ai vostri amati Whisky e Facile. Ve lo dobbiamo spiegare noi che oggidì una degustazione di Rare Malts, imbottigliati tutti tra 1997 e 1999, è qualcosa di speciale, di unico? Chi altro vi aprirebbe, in Italia, bottiglie del genere? Per darvi l’idea della proporzione della cosa, oggi vi presentiamo il terzo RM aperto sabato: un St.Magdalene di 19 anni, distillato nel 1979 e imbottigliato nel 1998 alla gradazione mostruosa di 63,8% – alta gradazione peraltro tipica dei RM. La distilleria delle Lowlands, situata a Linlithgow, fu chiusa da Diageo nel 1983 assieme a tante altre, e in tal modo terminò la storia di un produttore attivo da metà ‘700 (anche se ufficialmente la licenza arriva solo negli anni ’90 del secolo). Oggi l’edificio, un tempo lebbrosario, poi convento e ospedale, infine distilleria, è stato trasformato in condominio, ma ancora campeggia la pagoda sul tetto, a ricordare gli antichi fasti. Piccolo bigino esaurito, via col bicchiere! Ci accompagnano della degustazione Marco Zucchetti e Corrado De Rosa: se avete problemi prendetevela con loro, ma occhio ché a differenza nostra sono dei veri e pericolosi ribaldi facinorosi.

st magdalene rare malts recensioneN: esaltante perché è in costante evoluzione, a ogni snasata cambia. Sa di sauna (legno e vapore). Profumo di bosco, silvestre (balsamico, erbacee, sottobosco, legno, foglie bagnate dalla pioggia). Molto complesso, ha note fruttate difficili da identificare, una sorta di uber-frutta fresca, mista, cotta, caramelizzata (a ruota libera ci vengono in mente cotognata, pesca matura, mela rossa, forse perfino accenni di fragola). Corrado dice “la pozione polisucco” di Harry Potter, ma non perché è un matto scollato dalla realtà (anche se forse lo è, clinicamente non escludiamo l’ipotesi): perché è frutta multiforme e cangiante, tipo una megamacedonia. Ha una nota ossidata, fantastica, che non sapremmo se definire cera a tutti gli effetti, o di cereale umido… È freschissimo, nonostante la complessità. E questa venatura che appare appena mineralina, quasi – tremiamo a dirlo – lievemente torbata… Candela spenta. Ah, che spettacolo.

P: oleoso e compattissimo, ancora con una vena minerale e terrosa molto sottile ma piacevolissima, e (lo dobbiamo scrivere subito) si chiude su una punta sapida; ancora uno schermo ceroso spaventoso. Ha una dolcezza d’uovo, tra zabaione, crema all’uovo… Quasi non c’è acidità, sviluppa una dolcezza fruttata molto compatta che muove quasi verso il tropicale (papaya?). Poca spezia. Con acqua, forse, si semplifica leggermente ma tende a spalancare ed esaltare la parte fruttata, sviluppando bene un’arancia dolce che prima restava appena accennata. Salamoia, torba vera.

F: candela spenta, cera, un cereale caldo e fruttato infinito… Non lunghissimo ma intenso, ha una vampata di frutta e poi si richiude sul cereale e sulla mineralità torbata.

Ottimo, spaventoso, spettacolare; elegante, oleoso, profumato, minerale e lussuriosamente fruttato. Oggi tendiamo ad associare alle Lowlands solo dei whisky un po’ sciapi, tendenzialmente debolini, ma se diamo un’occhiata al passato ci rendiamo conto che la nostra è una deformazione prospettica: Rosebank, St. Magdalene, Littlemill… Tutti produttori con grande personalità. Se pensiamo che questa bottiglia non si trova in commercio a meno di 1000€, ci rendiamo conto ancora una volta che poterlo assaggiare sabato scorso (e riassaggiare ieri sera per la recensione, ehm) è stato un privilegio assoluto, e non possiamo assegnare meno di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – It’s All Grey.

Auchentoshan 12 yo (2016, OB, 40%)

Auchentoshan è una delle quattro distillerie attualmente attive nelle Lowlands: assieme a Glenkinchie, Aisla Bay e Bladnoch, Auchentoshan tiene alto il vessillo delle terre basse scozzesi che avvolgono Edimburgo e Glasgow. La tripla distillazione, velleità che tradizionalmente era di pertinenza appunto lowlander ma che ora ha perso di appeal presso i più, resta vanto della distilleria. Non abbiamo mai recensito il 12 anni, entry-level per il core range con età dichiarata: tappiamo la lacuna adesso summo cum gaudio.

auchentoshan-12-years-oldN: nota alcolica presente ma non demoralizziamoci. Anzitutto vi propiniamo un’immagine complessiva: la frutta di marzapane laccata. Ha infatti delle note zuccherine mandorlate un po’ plastificate. Il contesto è abbastanza piatto, ma si riconoscono anche dei leggeri sentori di corn flakes zuccherati (il profumo della busta appena aperta!), miele e qualcosa che assomiglia alla marmellata di fragole.

P: insisteremo con arroganza sulla debolezza del corpo: non c’è quel kick (direbbero gli esperti, la ‘botta’ di sapore diremmo noi con fisico da sollevatori di Johnny Walker Red Label). Va bene imbottigliare a 40 gradi, ma così è troppo debole. Per gli infiniti casi dell’universo Serge dice più o meno il contrario in merito. Parlando di descrittori la fanno da padroni miele, tantissimo caramello e frutta secca (mandorle e noci). C’è un lato agrumato, ma un po’ sballato e contundente.

F: finale più che discutibile, con sensazione alcolica dimenticabile. Ancora caramello e frutta secca, se proprio dobbiamo sottilizzare.

Nel tirare le somme di questo assaggio, si potrebbe giocare la carta stereotipata dei whisky leggeri e beverini, quasi timidi, delle Lowlands: poi però arriva un asso pigliatutto, che racconta di un whisky certo semplice ma non del tutto convincente, certo non catastrofico ma con qualche difettuccio piuttosto evidente qua e là. 76/100. Costa una quarantina di euro, per chi si cura della banalità della pecunia.

Sottofondo musicale consigliato: Testament – The Pale King.

Littlemill 24 yo (1992/2016, Cadenhead’s, 52,2%)

Littlemill, nostra amata, perché mai ti hanno chiuso? Perché quei malvagi della Loch Lomond ti hanno relegato a fantasma, a spettro, in quel lontano 1992 di sicuro tristemente uggioso nelle valli di Scozia? Mentre ci cospargiamo il capo di cenere (manco fosse colpa nostra!), un po’ ci consoliamo pensando che dopo la chiusura della distilleria sono stati rilasciati un buon numero di imbottigliamenti, perlopiù indipendenti e a prezzi tutto sommato accessibili, se si conta che stiamo parlando di una distilleria chiusa e strachiusa, anzi proprio demolita. Considerando anche l’alta qualità media dei single casks in circolazione, non è detto che Littlemill non possa seguire presto sul mercato secondario le orme di Brora e Port Ellen, e veder così decollare le quotazioni assieme a quelle di Rosebank, altra grande defunta delle Lowlands. Intanto, noi continuiamo placidi il tour degli imbottigliatori indipendenti, passando niente meno che a Cadenhead’s, l’indie più antico di Scozia e con le radici ancora saldamente piantate nella penisola del Kintyre, a Campbeltown.

Littlemill-24-y.o.-1992-2016-Cadenheads-e1483440664647N: che spettacolo straordinario! Un affresco complesso, pieno di sfumature, che cambia a ogni snasata… Il primo impatto, devastante!, è su una frutta esuberante: ci sono cenni tropicali, forse maracuja o litchis o mango, poi frutta gialla (pesche sciroppate e mele). Quel che colpisce è che è una frutta venata di spunti minerali, grassi, resinosi: insomma, Littlemill at its best… C’è poi un senso, per nulla greve, di legno lucidato, di cera per legno – ci ricorda proprio la cera d’api. Ha una sua dimensione vegetale, come di resina, di sottobosco. Come se non bastasse, non risparmia certo bordate briosciose, di pasticceria burrosa, perfino di marzapane. Che bontà…

P: mamma mia, compatto come pochi altri, per cui scindere diventa un esercizio retorico che ci saprete perdonare. Esplosioni tropicali accolgono l’impatto palatale, ed è una carneficina di mango; il lato fruttato è ancora intensissimo, sempre di frutta gialla, con in più una dolce spremuta d’arancia e un paio di fette di pompelmo rosa (che nel suo racchiudere assieme dolce, amaro ed acido ci pare forse la suggestione che meglio incasella questo whisky). Poi, la degna austerità delle Lowlands, con note erbacee, vegetali, ancora un burro fresco infinito.

F: lungo, ricco, grasso, tutto giocato su un’infinita endurance tropicale.

Non è un whisky facilissimo, diciamo, ci piace pensare che sia un whisky da intenditori. Ti offre quanto di meglio il whisky delle Lowlands possa offrire, secondo il nostro inutile, modesto parere: leccornie fruttate e sobrie suggestioni di freschezza vegetale. Qui trovate il parere di Ibr, che non fa mistero di apprezzare il nettare. Lo premieremo con 92/100 e lunga vita alla defunta Littlemill!

Sottofondo musicale consigliato: Apparat You don’t know me

Auchentoshan 18 yo (2016, OB, 43%)

Siccome noi della generazione X siamo vittime dell’apatia, della nullafacenza e di quell’ennui così à la page per una borghesia occidentale decadente, priva di stimoli e prospettive, trascorriamo le nostre giornate elaborando idiozie – come la seguente: questa settimana è intitolata al #barelylegal, vale a dire un’ode alla freschezza dei diciotto anni, e assaggeremo solo whisky ufficiali di – appunto – anni diciotto. Iniziamo dal basso, dalle Lowlands, e partiamo con l’Auchentoshan 18, invecchiato esclusivamente in botti ex-bourbon (in etichetta esibisce la scritta limited release, ma sappiamo tutti che è una boutade).

auchentonshan-18yoN: in ordine sparso, ci vengono in mente suggestioni varie e non così sorprendenti: uvetta, forse mela rossa, frutta secca e miele (croccante al miele?), malto caldo, un qualcosa tra caramello vaniglia e toffee; e come dimenticare un pizzico di scorza d’arancia? Detta così, sembra tutto molto piacevole, e lo è, tuttavia non ci liberiamo di un senso di ‘appiattimento generale’ degli aromi – ricchi sì, ma, se ha senso, un po’ privi di profondità. E poi, a dirla tutta, a tratti ci arriva anche un vago senso di cartone bagnato.

P: il corpo è molto facile, l’effetto è di grande beverinità; ancora tornano le suggestioni di miele, di frutta gialla (soprattutto albicocca, ma non si dimentichi la mela gialla); poi un sacco di vaniglia, complicata da una bella sfumatura agrumata che ci par proprio mandarino.

F: abbastanza leggero ma di media intensità, tutto su vaniglia e frutta gialla.

Non è affatto male questo lowlander a tripla distillazione, e nel nostro standard di valutazione si merita un buon 84/100; il prezzo intorno ai 90€ è del tutto commisurato alla media per questa fascia di invecchiamento. Tuttavia alla prova del bicchiere tutta la dolcezza di cui sopra ci lascia un po’ l’amaro in bocca, perché da un diciottenne noi iniziamo ad esigere qualcosa di più rispetto ad una bevuta facile e gradevole come quella che ci propone questo Auchentoshan. Comunque, un gran balzo in avanti rispetto a un tragico diciottenne che avevamo assaggiato tempo fa…

Sottofondo musicale consigliato: LP – Fighting with myself.

Ailsa Bay (2015, OB, 48,9%)

4319f6b7ede0e2b3b5d16798a6a445d4Aisla Bay è una distilleria concettuale, se vogliamo: la compagnia Grant’s, proprietaria di Glenfiddich e Balvenie, ha deciso nel 2007 di ampliare Girvan (distilleria di grain whisky) implementando appunto Aisla Bay, con l’obiettivo di sostituire Balvenie nei blended di scuderia (così da poter mantenere buone scorte dell’aureo Balvenie) e, cosa ancora più interessante, di poter produrre whisky con stili differenti (molto torbato, noccioloso, fruttato…). Questa scelta è giustamente stata dipinta dagli analisti come un case-study, perché letteralmente defeca in testa alla nozione di territorialità e a ciò che questa implica: la scelta, deliberata, vuole infatti porre l’attenzione sullo stile del distillato e rendere così la produzione molto duttile, a seconda dell’obiettivo che il distillery manager ha, di volta in volta, in mente. Questo ci spinge a una considerazione preliminare sullo stato delle cose, fatta un po’ rapidamente, ché è pur sempre agosto e non siamo ancora andati in ferie – perdonateci. Tempo fa si chiacchierava di due possibili direzioni per lo scotch: la grande industria e l'”artigianalità”, i colossi e le craft distilleries, i grandi numeri e le piccole produzioni. In un certo senso, questa opposizione richiama (pur senza esserne perfettamente sovrapponibile) la distanza tra l’attenzione alla materia prima e quella per il risultato finale – è sempre una questione di visione, di concezione del proprio marchio di scotch whisky e del proprio modello di business, e tutto è legittimo, sia chiaro: in questo caso, siamo di fronte a distillerie che guardano alle differenze, alla storia, alla tradizione, alla lentezza (val forse la pena di leggere l’interessante intervista a Olivier Humbrecht, che lavora con il vino ma è grande appassionato di whisky), che cercano di recuperare e lavorare materie prime del territorio, e ad altre che invece guardano all’immediato e piegano il processo produttivo in funzione di un obiettivo, quale appunto la presente Aisla Bay – la cui proprietà è di per sé garanzia di alti livelli. Noi, restando persuasi che è sempre e solo una questione di qualità (o una formalità, non ricordo più bene), di fronte a questo A.B. siamo sospesi tra la distaccata fascinazione e la partecipe disapprovazione, e non possiamo che assaggiare per sciogliere il dubbio: questo imbottigliamento, l’unico ufficiale per ora, ribalta il tavolo del terroir e propone un torbatone delle Lowlands. Ah, il postmoderno, che figata!

Schermata 2016-08-12 alle 18.28.20N: sulle prime è senz’altro la torba a monopolizzare l’attenzione, lanciando zaffate raramente così attigue alla gomma nuova, al catrame, alla plastica bruciata. La dolcezza all’inizio si manifesta anch’essa in maniera inorganica, ricordando la pasta medicale del dentista. C’è della vaniglia, papale papale, senza troppi fronzoli, e dello zucchero liquido; poi, gradevoli sentori sinceri di erba fresca, di prato umido, a cesellare un profilo semplice ma accattivante.

P: presenta le stesse curiose stranezze del naso, con una torbatura molto marcata e intensa, tutta giocata sulla plastica bruciata, il catrame, i copertoni, certi medicinali (siamo folgorati dalla suggestione: tachipirina)… Ha note erbacee ed amare, che accompagnano verso il finale una dolcezza ben bilanciata e fatta di vaniglia e pere.

F: c’è bisogno di dirlo?, fumo fumo fumo, plastica, catrame, gomma brasata…

Non è male, di certo è molto particolare, e non solo perché – come detto – anche solo sulla carta un torbato delle Lowlands mette in crisi tutte le nozioni di territorialità che abbiamo tutti imparato. La nota amara ed inorganica, da plastica bruciata, scatenerà con facilità le suggestioni di ognuno di voi, avventurieri del single malt. Scannatevi poi tra avanguardisti e classicisti, scendete nell’agone della querelle des anciens e des modernes in salsa maltata: nel frattempo, noi beviamo e alziamo la paletta del 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: CCCP – Io sto bene.

Glengoyne 25 yo (2014, OB, 48%)

Da sempre non abbiamo saputo nascondere la nostra predilezione per Glengoyne, la distilleria a cavallo tra Lowlands e Highlands, la prima che abbiamo mai visitato: sarà che ci abbiamo lasciato il cuore, sarà che siamo influenzati nel giudizio dall’emozione… ma a noi i whisky di Glengoyne, caratterizzati da massicci invecchiamenti in eccellenti botti ex-sherry, piacciono sempre. Oggi finalmente, grazie all’intercessione dell’importatore italiano Fabio Ermoli, mettiamo le narici e le papille sull’imbottigliamento top di gamma del core range, vale a dire il 25 anni. Il colore è subito seducente, d’un rubino acceso.

25-2N: che partenza, che orgia sensoriale! In termini generali è succosissimo, di grande rotondità., suggerita anche da una sensazione di legno caldo e impregnato. Comunque, come tutti i Glengoyne anche questo 25 anni si mantiene ‘fresco’, appunto, succosissimo: e infatti succo d’arancia, di mandarino, di chinotto; un’esplosione travolgente di frutta rossa (fragole e lamponi, in marmellata). Tabacco aromatizzato ai frutti rossi; cioccolato (mon cheri). Un profilo standard sherry come descrittori, ma dal carattere, dalla possanza e dall’intensità clamorose. Torta di mela e burro caldo zuccherato (ci sarà lo zampino di american oak?)

P: BOOM!, che esplosione compatta: è una gragnola di bombe, tutte preannunciate dal naso: c’è tanta mela rossa e ancora tanti frutti rossi (ancora fragola e lampone). Emergono qui robuste note liquorose/sherrose (che, diverse, avevamo trovato anche nel Macallan ’59 – spesso si usa dire che Glengoyne ha raccolto il testimone di Macallan, dato che usa orzo Golden Promise e usa solo botti ex-sherry di qualità altissima) che quasi virano verso il balsamico (aceto b. stagionato). In generale è fruttatissimo, e qualcuno potrebbe benissimo lasciarsi suggestionare perfino da frutti tropicali. Agrumi scuri, polposi e sugosi; cioccolato, quasi alla nocciola (Nutella). Ah, dimenticavamo: c’è una nota briosciosa, di malto caldo…

F: semplicemente stupendo, lunghissimo e persistente: solo certi torbati durano così… Malto, frutta rossa, nutella… Top.

Semplicemente eccellente. Non c’è bisogno di dire altro: escludendo i single cask, questo è forse il miglior imbottigliamento sherried in circolazione. 92/100, non c’è bisogno di dire altro. L’avevamo già scritto? Beh, allora non c’è bisogno di dire altro.

Sottofondo musicale consigliato: The Who – I can see for miles.

St. Magdalene 1981 (1997, Gordon & MacPhail, 40%)

Da tanto, troppo tempo non scendiamo nelle Lowlands per assaggiare i malti più delicati di Scozia; oddio, delicati, non vorremo mica farci noi stessi schiavi dello stereotipo? No, infatti, a maggior ragione se pensiamo che tra i nostri lowlander preferiti ci sono tanti whisky che di certo non difettano in personalità… Ma comunque, eccoci alle prese con una coppia di St. Magdalene, o Linlithgow se preferite; distilleria chiusa, da tanto tempo ahinoi e senza speranza di riapertura, dato che ora al posto della distilleria c’è un bel condominio. Il primo è un imbottigliamento di Gordon&MacPhail, distillato nel 1981 e imbottigliato sedici anni dopo, cioè diciotto anni fa, cioè tredici anni dopo la pubblicazione di Kill’em all dei Metallica. Confusi? Nel dubbio, lecchiamoci i baffi e passiamo ai fatti.

Schermata 2014-11-03 alle 13.29.18N: molto espressivo e annusabile; ma di un’espressività composta ed austera. Su tutto spicca un agrumato davvero pungente: limone, lime, cedro candito. C’è anche altra frutta (ananas, mela verde, canditi generici), ma soprattutto emerge il malto: ed è un malto Lowland, fragrante, vegetale, perfino un po’ minerale; invano si cercherebbero note cremose, in questo whisky. Una punta d’anice; del miele; note di terra bagnata.

P: un attacco quasi di cera, certamente molto maltoso e vegetale, e non patisce il grado ridotto. Il corpo ha una buona consistenza e si fa più rotondo, quasi cremoso. Come sapori privilegiamo senza dubbio le mele, oltre a note verdi e tanto miele; una dolcezza maltosa, ma non da brioche, quanto piuttosto ancora vegetale. Ancora un pit d’agrume, leggermente più caldo che al naso. Ma sbagliamo o c’è della torba?
F: miele, torba, un pit di cera, vegetale maltoso; mela verde.

Davvero un malto interessante ed istruttivo, paradossalmente coerente nella sua incoerenza; un whisky particolare che rivela uno stile che difficilmente si ritrova nelle distillerie standardizzate di oggi (e che palle con la nostalgia dei tempi andati! Basta!), unendo eleganti note di frutta ‘verde’ a inattese emersioni di una torba vegetale e seducente. 87/100 sia il verdetto, e grazie infinite al team di blogger romani (occhio ché sono due link distinti, uno per “blogger” e uno per “romani”!) per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Django django – Zumm zumm.

Rosebank 20 yo Sestante (1990/2011, Silver Seal, 56,7%)

Dopo i 5 Caol Ila, decidiamo di fuggire da Islay in cerca di aromi differenti: il primo approdo sono le Lowlands, e che Lowlands! Assaggiamo infatti un recentissimo Rosebank di 20 anni, distillato nel 1990 e imbottigliato quest’anno dallo storico marchio italiano Silver Seal, collezione Sestante. La distilleria (di cui trovate una descrizione introduttiva qui) è chiusa dal 1993, e a lungo si sono rincorsi rumors di una possibile riapertura, per la gioia di molti appassionati – su tutti Jim Murray, che lega la lieta eventualità a qualche riflessione metafisica sull’esistenza di Dio… Sfortunatamente nel 2010 buona parte dei macchinari ancora presenti sono stati trafugati, e quindi bye bye Rosebank; peccato che la Diageo, proprietaria del marchio, non ci abbia creduto di più. Ad ogni modo, il colore: giallino pallidissimo.

N: senz’acqua, spiccano subito forti note di anice, di ginepro, di alcune erbe del genere Artemisia (non vogliamo essere cialtroni: ricorda molto, mutatis mutandis, un amaro valdostano, il Genepy, fatto proprio con alcune specie di queste erbe. Uhm, non vogliamo essere cialtroni e scriviamo detti latini? Ok; mettiamola così: avete mai passeggiato in un bosco di conifere ubriachi di Genepy?). Pian piano si apre su un dolce difficile da decifrare; si sente il malto, fresco, ma resta piuttosto chiuso e pungente, seppur molto profumato. Con acqua, resta soft ma la dolcezza si fa più accessibile: si distinguono note di mandorla (pasta di mandorla, è dolce), fichi secchi sullo sfondo, foglie di tè. Grande complessità.

P: senz’acqua, è ostico: squisito, ma come al naso difficile da penetrare nell’immediato, nelle sue note dolci. Con acqua, si spalanca ed è goduria pura: è davvero succoso, fruttato, floreale, di straordinaria complessità. C’è di tutto, miele, fichi secchi, prugne dolci, qualche nota agrumata, raffinatissima; la dimensione erbosa, di fieno fresco, fa da sottofondo a tutti questi aromi, in continua evoluzione.

F: finale persistente, lungo, ma molto delicato, quasi sfumato. Manca del tutto il legno, ed è tutto giocato sull’erba, il fieno, la mandorla, mele… Buonissimo, fresco ed elegante.

Davvero squisito. In un certo senso, questo whisky compie una curva: all’inizio è delicato e chiuso, molto erboso; al palato si apre, è ricchissimo di aromi sempre molto difficili da interpretare, si potrebbe star lì per delle ore ad ammirarne le sfumature (purtroppo ne avevamo solo un paio di samples); poi nel finish si richiude, risultando complessivamente quanto di meglio, a nostro giudizio, un malto delle Lowlands può offrire. Per questo il nostro giudizio entusiastico è di 91/100. Complimenti a Max Righi e ad Ernesto Mainardi per l’eccellente selezione.

Sottofondo musicale consigliato: Katie MeluaTwo bare feet, dalla raccolta The Katie Melua Collection.