Bunnahabhain 18 yo (2017, OB, 46,3%)

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come si fa a non amare Bunna?

Bunnahabhain è una delle nostre distillerie del cuore, su Islay: tradizionalmente responsabile di whisky non torbato, rivelando così un passato incentrato sulla produzione di materiale da blended, è collocata in una delle zone più suggestive dell’isola. A pochi chilometri da Port Askaig, la strada che vi giunge – che passa pure di fronte alla nascitura Ardnahoe – è di una bellezza mozzafiato, tra laghi, torbiere, pecore, fagiani e continui saliscendi. Oggi assaggiamo il 18 anni di distilleria, difficile da reperire in Italia visto che – per ragioni legate al portfolio della proprietà – non ha ancora trovato un distributore ufficiale sul patrio suolo. Pensate che cuore!, siamo andati fino in Scozia per prenderne un campione, e questo solo per voi. SOLO PER VOI!

bunob.18yov2N: molto aperto e aromatico, rotondo. Brioche al burro, croissant all’albicocca, ma anche quelle sfogline al burro vicentine; tante note agrumate, marmellata di arancia amara. Si promette appiccicoso, con note dense di miele, di caramello; cremoso, da pasticcino alla fragola. Cioccolato fondente. Frutta varia, molto matura e quasi cotta: mele rosse, prugne. Un vago senso di aria di mare. Biscotti speziati di Natale.

P: innanzitutto, è bello pieno, con un corpo molto appiccicoso, denso. Piuttosto coerente, squaderna una arancia calda, densa, ‘marmellatosa’. Stecchetta di cannella. Ha una patina minerale e iodata, forse rivelando una leggera torbatura, che dona complessità all’esperienza. Dimentichiamo di menzionare un dolcetto burroso, che ancora diremmo brioscia.

F: medio-lungo, persistente, con scorzetta d’arancia, un lato mineral-torbato e qualcosa di dolce e burroso.

86/100, buono, soddisfacente, molto classico, rotondo e con un’adeguata complessità. La quota di barili ex-sherry, sia a primo riempimento che refill, è piuttosto evidente, così come la ‘ciccia’ di un distillato che esce dagli alambicchi più grandi e grossi dell’isola. A nostra opinione, forse preferiamo il 12 anni, che è un poco più ‘fresco’ e costa la metà. Tra i pochi ad averlo in stock, segnaliamo gli amici di Whiskyitaly.

Sottofondo musicale consigliato: Five Finger Death Punch – Wrong Side of Heaven.

The Macallan Tasting @Ceresio7 – 6-2-2017 (e due recensioni)

schermata-2017-02-07-alle-15-26-48Grazie alla consueta ma non scontata cortesia di Velier (nelle persone di Chiara Barbieri e Germano Pedota), siamo stati invitati alla presentazione di alcune referenze di Macallan presso la splendida cornice del Ceresio7 Pools & Restaurant a Milano. Ora, vi rendete perfettamente conto che tra i tanti peccati cui un uomo può concedersi, il rifiutare una degustazione un lunedì pomeriggio è forse tra i più deprecabili: e dunque uno di noi ha avuto cuore di sacrificarsi, oseremmo dire: di immolarsi sull’altare del senso del dovere.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-28Il luogo, che avevamo già visto sempre grazie a Velier e al gruppo Edrington (i più attenti ricorderanno la degustazione di Highland Park dell’anno passato), conferma la sua bellezza – rispetto a quel primo evento, qui risalta la deliziosa eleganza di Nicola Riske, Brand Ambassador di Macallan per il Sud Europa, senza nulla togliere al nerboruto Mikael Markvardsen di HP… A Nicola siamo particolarmente affezionati perché, al nostro primo Spirit of Scotland ormai 4 anni fa, proprio lei acquistò una maglietta di whiskyfacile: se pure non dovesse conservarla più, resterà senz’altro la nostra brand ambassador preferita, sappiatelo. Quanto a The Macallan, beh, pare superfluo dire che si tratta di uno dei marchi iconici per eccellenza: da decine di anni il brand coincide con il concetto stesso di scotch, e ha attraversato in lungo e in largo il mercato del lusso ben prima che la stessa idea venisse in mente ai piani intermedi dell’industria dello scotch. Sappiamo anche che negli ultimi anni ha dovuto difendersi da non poche (giustificatissime) critiche da parte dei whiskofili duri e puri, dopo aver abbandonato per molti imbottigliamenti sia l’indicazione dell’età che l’invecchiamento in sole botti ex-sherry, due dei capisaldi di Macallan nel corso di tutto il secondo Novecento (anche se alcune nuove release per altri mercati fanno intravedere possibili cambi di strategia) e dopo aver esplicitamente privilegiato il mercato del lusso puro con poco riguardo verso quella stessa comunità di appassionati che tanto aveva contribuito a rendere Macallan, beh, The Macallan.

schermata-2017-02-07-alle-15-43-28Il percorso di degustazione è iniziato dal 12 anni ‘Fine Oak, da quest’anno reintrodotto sul mercato italiano – come già ricordavamo qui, proprio la serie Fine Oak è stata a suo tempo responsabile di quella diffusa disaffezione nei confronti di Macallan. Questo 12 anni è il risultato della miscela di tre tipologie di botti: quercia americana ex-bourbon, quercia americana ex-sherry, quercia spagnola ex-sherry – si tenga conto che il punto su cui maggiormente Nicola ha insistito è proprio l’investimento nei legni, dato che “il 70/80% del carattere del whisky è dato dalla botte”. Definito uno “springtime dram“, il 12 anni Fine Oak pare un’ottima introduzione al whisky, coerente con lo stile di molti Speysiders di media età: colpiscono, soprattutto al naso, note di canditi, di zenzero, forse perfino un accenno di lievito; certo note più rotonde di miele e mandorle agevolano la rotondità del palato, con un finale parso un po’ più ‘secco’, con qualcosa di frutta essiccata (albicocche?). Complessivamente è un buon whisky, meritevole (indicativamente) di un 84/100.

Secondo whisky lasciato a circolare liberamente nell’organismo del nostro inviato Jacopo schermata-2017-02-07-alle-15-29-19è stato il Macallan Sienna, che già avevamo bevuto e recensito qui: confermiamo le buone impressioni e riportiamo l’elegante risposta di Nicola a chi chiedeva le ragioni dell’abbandono dell’age statement: “come in un albero di mele, la maturazione delle botti non è omogenea, e non indicare l’età ci permette di scegliere solo le mele, ehm le botti migliori, senza curarci dei vincoli dell’età”. Anche qui, tutta la comunicazione era tesa a marcare l’importanza del legno, acquistato direttamente da foreste in Ohio e Spagna e tenute a maturare prevalentemente con sherry – Nicola ha sempre usato il termine sherry seasoned, vale a dire botti ‘stagionate in sherry’, che hanno contenuto sherry per un paio d’anni, dettaglio di cui forse val la pena di tener conto.

schermata-2017-02-07-alle-15-25-51Il terzo dram generosamente versato è il molto atteso Edition n.2, edizione limitata frutto della collaborazione di Bob Dalgarno, “Whisky Maker” a Macallan (non ci stancheremo mai di annotare in quanti evocativi modi si possa definire un mestiere – e quanto più si salga nella scala del lusso più si cerchi la semplicità), e i fratelli Roca, proprietari del celebre ristorante galiziano El Celler de Can Roca, pluristellato e ‘miglior ristorante del mondo’ nel 2013 e nel 2015. Anche questo non ha età dichiarata, anche questo è una miscela di quercia americana ed europea a sola stagionatura in sherry di varie bodegas, ha le particolarità di non usare solo botti first-fill e di essere imbottigliato a 48,2%. Il naso è molto ricco e invitante, con note di caramello, tartufi di cioccolato, miele, frutta secca, cioccolato, mele cotte e tanto agrume; al palato, molto coerente, l’arancia si prende la scena (nei nostri deliri diremmo: arancia caramellata) assieme a qualche punta speziata, soprattutto di noce moscata, che perdura fino alla fine. Il complesso è molto convincente, anche grazie a qualche nota ‘giovane’ qui e là che fa capolino (canditi, ancora zenzero candito) e che rende il tutto più pimpante e leggero. Staremmo ancora intorno agli 88/100.

schermata-2017-02-07-alle-15-47-49Il quarto whisky, invece, ce lo siamo portati a casa e ce lo beviamo in santa pace stasera: quindi per le nostre impressioni sul celebrato e costosissimo Macallan “Rare Cask” abbiate cuore di aspettare fino a domani… Per adesso, possiamo già notare come nel complesso Macallan non riesca proprio a fare whisky di bassa qualità: certo, rispetto ai Macallan del passato, diciottenni invecchiati in botti che avevano contenuto sherry per tanti anni, siamo su un’altra categoria, ma questo lo sapevamo già, non avrebbe nessun senso cercare in un New Beetle il fascino del Maggiolone, e d’altro canto ci siamo pure un po’ scocciati di rimpiangere dei tempi andati che, per inciso, non abbiamo vissuto. Armati di pragmatismo e velleità generazionali, ci godiamo quel che ci passa nel bicchiere: è ormai un fatto, tendenzialmente irreversibile a parte alcune orgogliose sacche di resistenza, che l’industria del whisky va nella direzione di concept whisky costruiti grazie a legni molto attivi – a Macallan vanno oneri ed onori di essere stata la prima a fare una rivoluzione copernicana su quel che lei stessa aveva creato, e in questa sede, dato che gli oneri sono già stati ricordati tante volte (e, un po’ casualmente, ci torna sopra, e con parole pesanti, il sommo Serge proprio quest’oggi) e parrebbe inelegante non apprezzare l’ospitalità, ci piace soprattutto indulgere in lodi. Quindi in fin dei conti brava Macallan, c’è costruzione e costruzione, e i tuoi whisky – banalmente – sono buoni. Serve altro?

Grazie ancora a Velier e a Nicola Riske per l’ottima opportunità di assistere a questa bella presentazione e, soprattuto, per averci dato un pretesto per ubriacarci al lunedì pomeriggio.

Aultmore 25 yo (2016, OB, 46%)

L’ottimo 12 anni ci aveva solleticato il gargarozzo e accarezzato le sinapsi, grazie ad uno stile molto onesto, pulito e inatteso (per un entry-level dello Speyside): proseguiamo la scoperta delle recenti release ufficiali di Aultmore con il 25 anni, dall’accogliente colore ramato.

aulob.25yoN: molto aperto e ‘solido’, ha fin da subito in primo piano delle note di arancia (davvero tanta, in crescita e fresca) ed anche una certa frizzantezza da zenzero (anche candito). Pur dopo 25 anni, il malto ci pare rimanga bene in evidenza, e non si risparmiano nemmeno eleganti note floreali, di erica soprattutto. Ci sono note fruttate, sia di mele (rosse, anche cotte), sia di pesche sciroppate. Ha una schiettezza, tra il vegetale/erbaceo e il fruttato, veramente gradevole.

P: piacevolmente zuccherino, non è mai eccessivo o cafone né legnoso, anzi. Il primo impatto è sul miele, un miele floreale: è poi anche piuttosto maltoso, con note di biscotti ai cereali, e tornano anche qui quegli agrumi esuberanti e freschi che avevamo riscontrato al naso (arancia, ancora un pelo di limone). Ancora, una sfumatura di zenzero e un crescente senso di tostato. Poi, appena lo si manda giù…

F: …ci sono dieci secondi estremamente particolari, con l’emergere di note metalliche, di rame, molto evidenti: possono piacere o meno (a noi qui piacciono) ma di certo giungono inattese in un finale pulito, tra l’aranciato, la mela, ancora un pit di miele, anche un qualcosa di tostato.

Come già il 12 anni, anche questo venticinquenne ci ha sorpreso: pare forse descritto in modo un po’ troppo povero, ma in effetti ci pare un whisky che va per sottrazione, non è burroso, non è legnoso, non è troppo rotondo (anche se una sua piacevole rotondità la sa conservare)… Ma non è affatto banale, e quelle zone lievemente metalliche e ruginose, inaspettatamente paicevoli, che sorprendono al finale ci restituiscono un’immagine diversa dal “classico venticinquenne”: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The white buffalo – Oh darling, what have I done.

Johnnie Walker ‘Blue Label’ (2015, OB, 40%)

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abbiamo fallito 😦

Un paio di settimane fa abbiamo partecipato, assieme a Davide, alla presentazione del pop-up store di Johnnie Walker Blue in corso Garibaldi, a Milano, che resterà in attività fino alla vigilia di Natale. Johnnie Walker Blue è la versione ‘top di gamma’ del celebre marchio di blend scozzese, di proprietà di Diageo; il negozio è molto bello, condito di tante cose che piaceranno ai sedicenti gentlemen contemporanei (che potranno pure fare un test per scoprire quanto sono gentlemen: noi lo siamo solo all’80%, maledizione), da un’edizione limitata milanese a un calligrafo a guide per cocktail fino ad un corto, che pareva francamente necessario, girato ad hoc con Jude Law e Giancarlo Giannini tra vecchie Bugatti ed altre amenità. È stata l’occasione per scambiare quattro chiacchiere con il team Diageo, come sempre gentilissimo a dispetto delle nostre ironie, e per esperire l’esclusività del concetto di marketing applicato al whisky – dimensione che dai puristi potrà essere considerata discutibile quanto si vuole, per carità, ma che costituisce “il mondo reale” molto più delle disquisizioni su aromi terziari e lattoni, ed è davvero molto interessante come finestra privilegiata sulle dinamiche di mercato; ma soprattutto (si sa che uno fa il blogger per scroccare, mica per altro!) è stata l’occasione per mettere le mani su un sample di Johnnie Walker Blue. Assaggiamolo.

JWBL - Milano edition
l’edizione limitata ‘milanese’

N: non ne abbiamo bevuti a bizzeffe, ma certo pare che l’apporto dei grain sia bello massiccio: c’è infatti una ‘dolcezza’ profonda e cerealosa che ci rammenta subito cioccolato e miele (l’insieme ricorda un po’ quelle barrette di cereali e appunto miele…). Poi, molto agrumato, con tanta scorza d’arancia, ancora glassata; e di qui parte un’altra suggestione verso il panettone caldo. Frutta secca (mandorla). Dopo un po’ d’ossigenazione, il dram comincia a vivere una seconda vita, fatta di un’elegante schermatura minerale, a tratti quasi di una cera / torba (à la Clynelish vecchio, per intenderci), di umido, di legno umido. Tè, frutta cotta (mele, pere, prugne).

P: a 40% è saporito ma non esplosivo; il punto meno entusiasmante sta proprio nell’attacco, ancora grainy (con quella dolcezza cerealosa un po’ facile) e con una legnosità spiccata che proseguirà ad oltranza. Solo che dopo poco emerge quella complessità che avevamo apprezzato nella seconda parte del naso, e quindi: cera, un filo di torba, frutta secca avvolgente, tabacco da pipa. Ancora in coerenza col naso, nitidi arancia e miele, caramello e frutta gialla.

F: a sorpresa, la parte più interessante, perché mantiene a lungo la maturità di naso e palato senza concedere nulla alle note più facili. Quindi tabacco, cera, legno umido, un velo di cera…

BlueLabel003Si rivela essere proprio un whisky da meditazione, come gli arredi del pop-up store volevano suggerire: va ascoltato con attenzione, e il finale molto lungo rimanda a infinite conversazioni nei salotti più intelligenti. O se non altro, se ne bevi un bel po’, te lo fa credere. Il blend di punta di casa Johnnie Walker è obiettivamente buono, con note davvero piacevoli che rivelano la presenza, nella miscela, di botti certo molto invecchiate: peccato per la gradazione bassa, che brucia la miccia dell’intensità e che ci fa fermare a 87/100, perché altrimenti saremmo probabilmente saliti ancora più in alto. Quanto costa? Che volgarità parlare di denaro, comunque poco meno di 200 €. A parte le nostre ironie, ringraziamo moltissimo Franco, Silvia e Fabrizio per l’invito e per le piacevoli conversazioni.

Sottofondo musicale consigliato: Gentleman – To the top.

Springbank 1965 ‘Flowers’ (1990, Samaroli, 46%)

A fine ottobre abbiamo compiuto quattro anni, come blog: eravamo dei ragazzetti alle primissime armi, ci orientavamo appena nel mondo del whisky e tentavamo l’avventura di aprire il primo blog di recensioni di single malt in italiano. Oggi non ci perderemo in altre parole autocelebrative, ma festeggiamo l’evento con un sample che da mesi teniamo lì, in serbo per le serate importanti: si tratta di uno Springbank del 1965 selezionato e imbottigliato nel 1990 da Samaroli nella serie ‘Flowers’. Voi sapete che dire Springbank e Samaroli nella stessa frase evoca scenari idilliaci, al limite della mitologia: noi dobbiamo ringraziare Glen Maur dello storico whiskyclub Gluglu, che in una serata di primavera ci ha omaggiato con un campione di questo malto, altrimenti pressoché introvabile (solo 480 bottiglie messe sul mercato, ormai 25 anni fa). Una postilla, questa autoreferenziale (piccolo spazio pubblicità): domani inizia il Milano Whisky Festival, noi ci saremo e avremo in degustazione molti dei nuovi imbottigliamenti di Springbank. Chissà che gli antichi fasti non possano rivivere anche oggidì…

ws0184627-51_IM193563N: la straordinaria compattezza, immediatamente percepibile, fa subito capire che ci si trova davanti a un naso ‘difficile’, in continua evoluzione, che ti metterà alla prova per scindere le varie anime e verbalizzarle in descrittori. Certi di perdere la sfida, iniziamo a rilevare l’apertura e la totale assenza di note alcoliche; poi ci viene in mente una gran mix di frutta: pesche, succose; mele, uvette e prugne cotte; arance (anche un po’ di arancia rossa troppo matura, a donare profondità minerale). Si distingue poi un malto-Springbank poderoso, con le sue nuances ‘sporche’, minerali e cerose: quindi una nota lieve ‘meaty’, di dado di carne; candela spenta, cera. Note floreali, anche di fiori recisi. Toffee, biscotti al burro; plumcake!, ed anche un qualcosa di tarte tatin; torta di carote. E si ripete, almeno in parte, la magia di quel 21 anni ‘Archibald Mitchell’, grazie ad uno schermo maltoso d’antan, anche se in un contesto di maggiore freschezza complessiva.

P: l’eleganza e l’austera raffinatezza sono incredibili. L’attacco mostra in primo piano la cera, una nota minerale, lievemente fumosa, di carta antica; ed anche una sfumatura floreale, sempre crescente, che poi si trasfigura in una bomba fruttata davvero stupefacente. Ancora c’è frutta varia, fresca ma forse soprattutto cotta (ancora mele e prugne, ancora pesche); confettura d’albicocca. Una punta d’eucalipto, ai margini; e, se non ci inganniamo, riconosciamo anche una punta sapida, salina. Dolciumi, anche, nuovamente tra plumcake e biscotti al burro. Il percorso si richiude su delle note lievemente torbate…

F:…che qui al finale si rivelano in tutta la loro minerale evidenza, accompagnando assieme ad una cera delicatissima le splendide note di frutta cotta, di frutta gialla (albicocca); e ancora, sarà la suggestione data dalla serie?, delle note floreali incantevoli.

Che queste bottiglie abbiano fatto la storia e oggi siano in vendita a prezzi stratosferici, beh, non ci può proprio stupire: siamo di fronte a un magnifico esempio di equilibrio e complessità, con fiori, frutta, fumo, cera, sale, brodo, dolci… Tutto perfettamente fuso assieme, con una freschezza che non può che conquistare palati abituati ai whisky moderni. Springbank si conferma tra le distillerie meglio in grado di preservare il proprio carattere negli anni (alcune di queste note sono ancora percepibili nei whisky odierni), e la selezione di Samaroli ne esalta la mitologica qualità: 94/100 è il voto, per intenderci. Grazie infinite a Glen Maur per un dono davvero senza tempo.

Sottofondo musicale consigliato: R.E.M. – So. Central Rain.