Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Macallan Edition N.5 (2019, OB, 48,5%)

Qualche anno fa, scherzando un po’, avevamo parlato dei primi NAS di Macallan (Ruby, Amber, Gold e Sienna) come dei “Macallan Pantone“, per dire che stavano puntando tutto sui colori… E alla fine, Macallan ci ha preso sul serio. I vari “Edition” sono infatti preparati in collaborazione proprio con lo studio Pantone, per valorizzare le infinite sfumature cromatiche legate al whisky – e a proposito della nostra bevuta di oggi, il violetto Edition N.5, sul sito ufficiale della distilleria si parla solo di quello. Anche se poi, in etichetta, sono indicate tutte le tipologie di barili usate, con una cura per il dettaglio davvero inusuale (come già accaduto anche con l’Edition N.4, ad esempio). E dunque, perché non puntare (anche) su quello? Ad ogni modo, non vogliamo essere polemici, e in fondo siamo d’accordo con tutto quello che scrive Mark su malt-review.com nel cappello introduttivo.

N: se si pensa al noumeno del Macallan in sherry (cioè?, direte voi, a ragione), questo fenomeno ne è distante: è uno di quei Macallan ‘pallidi’, anche se non così pallido come il range normale triple wood ecc. Cioccolato al latte, anzi: Lindor al latte! C’è malaga, forse zuppa inglese: a testimoniare una presenza tenue di frutti rossi, come diluiti in un mix di gelato, vaniglia, crema. Albicocche secche, arancia dolce, uvetta. 

P: super beverino e molto dolce, conferma le impressioni del naso: sa di zuppa inglese. Potremmo forse chiudere il palato qui: è il whisky più zuppinglesoso che abbiamo mai incrociato. Talmente dolce che la nota di arancia si rivela liquorosa, come Cointreau; tanta vaniglia, crema e uvetta. Il malto non c’è, coperto dalla coltre appiccicosa di dolcezza. Cacao.

F: Angelo, che beve con noi, ci stupisce con una nota epifanica: buccia di pesca.

E che gli vuoi dire, è un whisky complessivamente piacevole, certo un po’ sbilanciato sul dolce – più o meno siamo sul livello dell’Edition N.4, forse un pelo più piacione, e dunque, mostrando grandissima coerenza, ci piace anche un punticino in più: 85/100. Grazie a Marco e Chiara di Velier per il generoso sample.

Sottofondo musicale consigliato: The Jimi Hendrix Experience – Purple Haze.

Botti da Orbi – Guida intergalattica al whisky da regalare

Dicembre, andiamo. È tempo di regalare.
Ora in terra di Scozia i miei distillatori
lascian gli alambicchi e van verso il Natale:
scendono nelle enoteche stanche
che ricche sono come caveau di banche.

In pieno spirito dannunziano ci avviciniamo a quell’impresa ansiogena che è la scelta dei regali, un golgota di decisioni travagliate e pomeriggi di shopping compulsivo che rovina la salute oltre che l’umore.
I consigli su pigiami di flanella, pandori+spumante a 7,90 euro e mutande di pizzo viola li troverete su CianfrusagliaFacile, se esiste. Noi qui prendiamo a cuore le paturnie dei whiskofili che commissionano a Babbo Natale bottiglie per amici e parenti. Il che – lungi dall’essere facile come il cicchetto di Fred Buscaglione – nasconde parecchie insidie.
Ecco dunque in extremis la guida al whisky perfetto da regalare in 10 comode dispense.

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Tracce di liquido seminale sul Glencairn?

1. La raccolta di informazioni, o “Fase CSI”
Sapete che il destinatario del vostro regalo apprezza il whisky. Ora, se non volete fare proprio gli imbruttiti e chiedere “oh, che whisky ti piace?”, tramutando la magia del natale in una mesta dazione di bottiglie commissionate poetica come un rutto, dovrete cercare degli indizi. Prima di tutto: torbato o no? La risposta è semplice: se ogni tanto parlando con lui/lei avete avuto la sensazione che il suo alito inquinasse più di un diesel Euro3, allora è sì. Poi, ci sono dei piccoli trucchi per scoprire qualcosa in più. Grado pieno o diluito? Potete provare a versare a tradimento dell’acqua ragia nel suo gin tonic. Se comincerà a tossire sputando e inveendo contro divinità sparse, probabilmente non ama i cask strength. Se non muoverà un sopracciglio e commenterà “mmm, che botaniche complesse, si avverte nitida la cassia!”, allora o è menomato (nel cervello e nel gusto), oppure adora le gradazioni alte. Secco o dolce? Beh, tendenzialmente si capisce dalle abitudini alimentari: mai visto nessuno che si stordisse di merendine e gelati e limoncelli e poi pretendesse whisky austeri. Ex-bourbon o ex-sherry? Qui è complicato. Bisognerebbe corrompere il lavasecco e farsi dare le sue camicie: il whiskofilo tende a sbrodolarsi ogni tanto, e gli sherried macchiano di più…
Fuor di scherzo, occorre un minimo conoscere i gusti di whisky del vostro Regalato esattamente come per ogni altro regalo. Magari non come l’abbigliamento, ma qualche info va raccolta, quindi fate ballare l’occhio quando andate a casa sua o quando uscite insieme, così da capire cosa beve.

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Richard Paterson prima della carriera in Dalmore

2. L’identikit del Regalato: collezionista, sperimentatore seriale o bevitore standard?
I profili degli appassionati non sono tutti uguali. Dovete sapere cosa quella persona farà della vostra bottiglia (stiamo parlando di utilizzi ortodossi e legali, non fatevi strane idee). Il regalo al collezionista è a coefficiente di difficoltà 10+, perché tendenzialmente questi personaggi hanno tutto, a volte anche bottiglie che le distillerie non sanno di aver prodotto. Qui, o chiedete esplicitamente, o siete collezionisti anche voi e sapete tutti i suoi averi a memoria come la formazione del Milan contro la Steaua Bucarest, oppure è impossibile. Difficilino anche il profilo del Regalato che è sempre in cerca di qualcosa che non ha ancora assaggiato. Costui è enciclopedico, cataloga le cose che ha sorseggiato con maniacalità inquietante e sublima l’ansia di controllo cercando di categorizzare il mondo. Se beccate una bottiglia che non ha mai assaggiato, vi si affezionerà colmo di riconoscimento come un Labrador, ma tenete in considerazione l’ipotesi che abbia assaggiato anche il single cask dell’ultima distilleria clandestina del Bhutan e che probabilmente il whisky che avete scelto già lo ha bevuto e scansionato ai raggi X. Se invece parliamo del bevitore standard, di fatto trattasi di persona semi-normale, che le bottiglie le apre e le beve e che qualsiasi cosa arrivi a casa è benvenuta, porti aperti senza discriminazioni di provenienza, età e religione. Regalare qualcosa a loro è quasi un piacere.

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Non fermarti alla zona Chinotto, oltre la corsia bibite c’è un mondo

3. Le basi: il whisky “zero sbatti”
Bisogna sempre valutare quanto vogliamo dannarci l’anima e quanta orchite siamo disposti a sopportare. Il grado zero è il whisky facile da beccare e conosciuto. E’ l’equivalente della mancetta della nonna, la bottiglia sicura e anti-stress. L’esempio da manuale è il Lagavulin 16: un classicone che si trova in ogni Esselunga. Vai con la moglie a comprare uova, prosciutto e crackers di soia e ti cade nel carrello. Può andar bene anche il Talisker 10, o il Laphroaig 10 per i torbati mentali. Massima economia di sforzo e tempo. Non ci spendi un secondo di pensiero e sai che andrà bene. Certo, se il Regalato ne sa qualcosa, magari apprezzerà, ma sgamerà che vi siete impegnati così così.

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Ebenezer Scrooge si concede un dram

4. Il whisky “per favore dà piccola moneta per te no è niente per me è la vita”
Prima che qualcuno si offenda, ci siamo passati tutti e ancora ogni tanto lo facciamo. La situazione “devo fare un pensiero a Tizio ma non voglio spendere tanto perché mi regala sempre miserie orrende” legittima il ricorso a bottiglie che ben incarnano il lumpenproletariat del whisky. Se il budget è ristretto, dunque, si possono scegliere cosine con una loro dignità etico-estetica. Innanzitutto i whiskey americani: se ne trovano di potabili a 20 eurini, tipo Buffalo Trace bourbon o Jim Beam rye. Poi i blended. Qui serve essere un po’ scafati, però. Ce ne sono alcuni che dovrebbero essere considerati fuorilegge, quelli nell’ultimo ripiano del supermercato con nomi finto scozzesi che sono un insulto all’intelligenza e prezzi che sono un insulto al buonsenso (3,90 euro neanche per certe bibite si spendono). Poi ci sono i marchi più famosi. Senza addentrarsi nelle specifiche, il consiglio è puntare su quelle bottiglie che hanno uno status un filo più alto: Chivas Regal 12, per esempio, se non vi fa paura poter sembrare dei relitti degli anni ’80. O anche Jameson, che nella sua semplicità ha estimatori negli irlando-fissati. Magari Dewar’s, meno conosciuto e meno legato a pregiudizi. Se proprio proprio, un Johnnie Walker Red Label, che non gli si può dire niente: se ne vende una cassa al secondo… Magari evitare Vat69, Ballantine’s o J&B, che hanno una nomea troppo, troppo cheap.

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Chi più spende meno spende

5. Il whisky “poca spesa tanta resa”
Se la vostra Finanziaria di Natale vi consente di alzare un po’ il budget, cominciano ad aprirsi le magnifiche et infinite vie della fantasia. Senza che sia necessario vendere i reni sul dark web, ci sono una serie di bottiglie che uniscono un buon rapporto qualità-prezzo e un’aura un po’ hipster. Un esempio è Benromach, con il suo stile sporchino pochissimo mainstream che ti ammalia e conquista. Un’altra sicurezza sono gli imbottigliamenti più giovani di Wilson & Morgan (i più vecchiotti ormai valgono la rata di un mutuo). I Beathan – Glenturret torbati – o gli Haddock – Loch Lomond in incognito – sono interessanti sia perché sfoggiano un gusto iper-deciso, sia perché incuriosiscono tutti. E d’altronde il whiskofilo discende più di tutti dagli scimpanzè, curioso come una scimmia oltre ogni proverbio. Ci sono anche alcuni cask strength di distillerie nobili con cui potete fare un figurone a prezzi accessibili: il Nadurra Glenlivet o l’Aberlour A’Bunadh, per esempio. Oppure il nuovo core range di Arran o ancora i Glencadam giovani, poco rinomati ma di grande pulizia. Insomma, se volete stare intorno ai 50 euro si trova di tutto. In questo caso, magari andrebbe fatto un saltino in enoteca, giusto per interrogare con il water-boarding il vostro rivenditore di fiducia, facendogli confessare sotto tortura quali sono i veri affari. P.S. non sottovalutate i vatted malt, ce ne sono di spettacolari, ma la paranoia del single malt li penalizza ingiustamente. Uno su tutti: Old Perth 13, mix di Highland Park e Macallan. Sperate che Babbo Natale non lo scopra, altrimenti lo scola lui.

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Un’immagine tratta da un rito massonico dei whiskofili

6. Il whisky feticcio
Nel mare magnum dello Scotch, ci sono delle distillerie che raccolgono comunità di adepti in fissa paragonabili a certe sette che richiedono sacrifici umani. Sono tendenzialmente case conosciute ma non estensive, di preferenza connesse a una forte identità o regionale o artigianale. Quelli che seguono questo credo, in fondo, si stimano l’un l’altro e tendono ad apprezzare le distillerie della stessa famiglia, quindi non è necessario beccare esattamente l’idolo in questione. Facciamo un esempio: Kilchoman ormai se fondasse un chiesa avrebbe più fedeli di parecchie confessioni più illustri e antiche. Piace l’idea che sia minuscola, autarchica, artigianale; piace la bottiglia, il fatto che sia isolata, il Davide contro i Golia. Parallelamente, tanti cultori apprezzano anche Kilkerran: altrettanto sperimentale, piccola, isolana a livelli di salmastro indicibili e fuori dal circuito delle multinazionali. Stessa cosa per Glenfarclas, una delle poche distillerie di famiglia dove ancora si scalda l’alambicco a fuoco diretto. I politeisti del whisky handcrafted sono fatti così: beccate un malto con dietro una storia di coraggiosa impresa e loro vi seguiranno in capo al dram.

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Il whisky del vicino è sempre più buono

7. Il whisky fusion, ovvero multiculturalismo vs presepe
Così come c’è sempre quello che si fa regalare pashmine, set per il sushi e statuine di giraffe in ebano perché avverte il peso insostenibile del Natale consumistico occidentale, ci sono anche quelli che bramano di trovare whisky intercontinentali sotto l’albero. Considerando che ormai – con gli occhi a dollaro come Zio Paperone – praticamente chiunque si è messo a distillare fiutando il business, non è difficile pescare proposte esotiche. Ma qui la fregatio non petita, fregatio manifesta è dietro l’angolo. Per esempio, informatevi bene sui rinomati giapponesi, perché non tutto quel che finisce in -uchi, -awa, ecc e sfoggia delicati ideogrammi su etichette in carta di riso è davvero whisky del Sol Levante. Tante bottiglie sono blended di whisky di cereale canadese e malto scozzese. Se volete un giappo fatto e finito, non avventuratevi oltre le Colonne d’Ercole dei marchi più noti. Non è originalissimo, ma per estetica, qualità e prezzo il Nikka from the Barrel è difficilmente battibile. In Asia, andando oltre l’ormai conosciuto Kavalan, meritano una chance gli Omar della Nantou distillery di Taiwan. Se Shiva non si offende, lasceremmo un gradino sotto gli indiani Amrut e Paul John. Poi, se siete ancora più estremi, ci sono l’Oamaruvian dalla Nuova Zelanda, l’Hellyers road dalla Tasmania, il Teerenpeli dalla Finlandia… Ma qui è un altro sport, state regalando un’idea più di un whisky. Ci sta, ma sappiate che se regalate il Floki perderete un amico.

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Quando la ricerca di novità raggiunge l’abominio: Fishky!

8. La whiskycca, ovvero il whisky chicca
Una delle gioie maggiori del Natale è precipitarsi a dire, mentre il Regalato si ingarbuglia fra nastri e carta, “scommettochequestononl’haimaiassaggiatovero?”. E’ di fatto l’Ultima Thule, terra mitica a cui tende chiunque abbia a cuore il suo ruolo di Regalatore. Se siete fra questi, la vostra caccia deve partire per tempo. Utile sarebbe andare a un Whisky Festival o a qualche manifestazione (a Milano è facile, in Provincia meno) e dare un’occhiata. Ci saranno le ultime novità (le Special Release Diageo mica per caso escono in autunno, eh. A proposito, il Talisker 15 e il Lagavulin 12 su tutti) e i guizzi eccentrici di cui non avete mai sentito parlare. Serve un po’ di gusto per la notizia: tutti parlano del whisky bretone? Un giretto sul sito di Armorik, un’oretta a una degustazione ed ecco spuntare il Dervenn e il Triagoz, quercia e torba bretone. Oppure il Mackmyra Vinterglöd affinato in botti di vin brulé.
Questo per chi cerca l’estrema sperimentazione, l’avanguardia pura, la “Merda d’artista” si potrebbe dire nel caso di certe distillerie site fra la Svizzera e la Germania di cui non si faranno i nomi. Ma si possono trovare delle chicche anche in Scozia e senza per forza cercare whisky invecchiati in barili di aringhe sottosale (esiste, è il Fishky di stupidcask.de). Il consiglio è stare sugli imbottigliatori indipendenti, che fanno metà del lavoro per voi, ovvero cercano roba buona sconosciuta. Qui avete due scelte: o distillerie extra-note ma con invecchiamenti inconsueti (di Caol Ila ottimi ce n’è a vagonate), o distillerie inconsuete. Cadenhead’s ne offre parecchie, da Balmenach a Glen Scotia, da Glenburgie a Benrinnes; un’altra etichetta (di norma più costosa perché sceglie whisky assai maturi) è Càrn Mòr, coi suoi Imperial, Bunnahabhain e Clynelish. Altrimenti potete andare sugli sherried estremi di Valinch & Mallet, che in quanto a carattere e unicità non scherzano. Il whisky che sa di pop corn il Regalato non lo avrà mai nemmeno immaginato.

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Arte o visione distorta al sesto dram?

9. Il whisky maravilla
Qualcuno ancora non bada a spese e ci tiene a stupire. Sono i regalatori-Vamp, che quando arriva Natale ti squadernano davanti “pensierini” che costano come il welfare di un medio Stato dell’Africa australe. Se siete fra questi benemeriti, prima di tutto conosciamoci meglio e diventiamo amici, che sai mai che il Natale prossimo vi ricordiate del vostro nuovo conoscente… In seconda battuta, ragioniamo su come volete stupire il vostro regalato. Un’idea è quella di puntare su edizioni speciali ad alto tasso di spettacolarità. D’accordo, spesso è pura questione di marketing, come il portiere che si tuffa per i fotografi anche se la palla rotola in porta alla moviola. Però l’unicità è esclusiva, l’unicità è un articolo che lascia a bocca aperta. Un esempio buono è il Macallan Limited edition n.5, uscito da poco e bel mix fra marchio rinomato ed esclusività. Oppure la nuova release di Johnnie Walker Blue Label Rare sides of Scotland, dove la bottiglia è così bella che potreste scolarvela e poi regalarla anche vuota e fareste comunque bella figura. Se proprio i soldi vi puzzano, ci sono anche imbottigliamenti dove le paillettes non mancano: il Glenfiddich 23 Grand cru con finish in botti di cuvee di Champagne, un Highland Park a età definita (per esempio il Light o il Dark), un Glenmorangie 25 dove – stando alla quantità di oro sfoggiata – la confezione sembra trafugata da una gioielleria o da un video di rapper. Se invece il Regalato è sì un esteta, ma rifugge il lusso chiassoso, esistono comunque bottiglie eleganti che faranno bella mostra di sé in libreria, fra un De Chirico e una scultura di Pomodoro. Puni per esempio ha un design notevole, sono i Philip Stark del whisky. Le bottiglie pop di That Whisky Boutique-y funzionano per gli amanti dei fumetti, anche se i prezzi sono da GASP! e GULP! Quelle di Chorlton, con le etichette tratte da un manoscritto tedesco rinascimentale, sono le più belle in circolazione. E diciamocelo: se il regalo è anche bello da vedere non si fa peccato.

Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Macallan ‘Rare Cask’ N.3 (2018, OB, 43%)

In vacanza a Dubai e non sai come spendere quei fastidiosi ultimi 5k di spiccioli? Passa da noi!

È oggettivamente buffo sapere che tanti appassionati di soldi (non di whisky: di soldi, avete letto bene) si gettano a capofitto su ogni nuovo Macallan che Iddio getta in terra, ed è particolarmente buffo che lo facciano per la serie Rare Cask. Senza voler essere sgarbati, sia chiaro, ma quanto può essere scorretto e disonesto intellettualmente mettere sul mercato ad almeno 260€ un imbottigliamento senza età dichiarata, con una tiratura da decine di migliaia di bottiglie, chiamandolo “Rare Cask“, facendo una serie il cui numero di batch riparte da 1 ogni anno? Dai, sembra una roba tipo “mandato zero“, quelle supercazzole francamente offensive per l’intelligenza umana, ma tant’è: queste versioni sono sold out dovunque, quindi chi ha ragione, chi le produce e le vende o chi semplicemente ne scrive? Insomma, pieni del torto che ci confà andiamo a recensire il batch #3 della serie Rare Cask di Macallan, composto da barili sia di quercia americana che europea. Buono a sapersi, eh.

N: molto profumato, molto aperto e aromatico, piuttosto ruffianone. C’è uno sherry molto succoso, molto fruttato, tra note di arancia rossa, di pesca (di tè alla pesca), di buccia di mela rossa. Uvetta. C’è pure la quota di ex-bourbon, con vaniglia evidente ma integrata: panettone? Caramella mou.

P: buono, l’ingresso è un po’ in punta di piedi, inizia beverino ed evolve verso la profondità. Crosta di panettone, arancia rossa, gelato Malaga. Crostata bruciacchiata. Non si può non menzionare il legno, con qualche punta speziata, forse chiodi di garofano. Tanto cioccolato al latte.

F: cacao, tè troppo infuso, uvetta; rivela una quota di artificiosità, virando sul secco e sul legnoso.

Facile, godereccio, piacione, il finale svela che qui c’è stata una bella operazione di ingegneria dei legni. Tutto bene, tutto legittimo, il whisky è obiettivamente piacevole, diciamo da 86/100. Tenendo conto di ciò, ne compreremmo mai una bottiglia? No.

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave – Leviathan.

Macallan 18 yo 1971 (1989, OB, 43%)

Tra meno di una settimana ci troveremo per il settimo anno consecutivo ad aprire qualche bottiglia speciale e dei tempi che furono sotto le benevolenti insegne del Tasting Facile. La degustazione è sold out, ma siccome siamo sadici vi mettiamo comunque qui il link con le bottiglie in degustazione. Quest’anno purtroppo e stranamente rimarremo orfani di Macallan, una distilleria che siamo quasi sempre riusciti a inserire nel parterre, e quindi per aiutarci a elaborare il lutto, abbiamo pescato un campione superstite proprio da un Tasting Facile di qualche annetto fa. Quando ancora un 18 anni del 1971 non costava quanto un motorino. L’import è di Giovinetti.

de6f223c-8e37-11e6-8e32-2c08811f9246N: mamma mia, che spettacolo. Il profilo è quello dei vecchi Macallan, e fin qui siamo al pleonasmo. La cosa che più stupisce è una freschezza balsamica incredibile, profonda (eucalipto); poi per suggestione verbale, aceto balsamico, aceto di more. Si apre il quaderno della frutta rossa, con more, lamponi, cioccolato fondente alla frutta rossa; anche ciliegia sotto spirito, molto intensa. Escono, col tempo, note profonde di legno, di mobili vecchi, di tabacco da pipa.

P: eccellente, come previsto. Il corpo è pieno ma dalla la bevuta è molto facile. Sbalordisce l’intensità della frutta rossa, anzi: della frutta nera, con more in evidenza e una quantità inimmaginabile di marmellata di mirtilli. Uvetta, cioccolato fondente, scorza d’arancia rossa essiccata. Chinotto. C’è anche una nota evidente di nocino – sia detto con rispetto, eh. Resta ancora balsamico, con erbe aromatiche secche (timo forse?). Sopratutto verso il finale arriva una nota polverosa, da legno vecchio…

F: eccellente, lungo, infinito anzi: parte avvolgente e dolce, con marmellata di mirtilli e cioccolato, torna poi quella nota balsamica ed erbacea, qui più amara, che ci fa venire in mente addirittura un cenno di propoli.

Abbiamo sentito una volta un saggio decano del mondo del malto lamentarsi della serie dei 18 anni di Macallan perché, esclusi quelli più recenti, molti vintage tendono ad assomigliarsi e quindi, pur essendo tutti di qualità molto alta, alla fine non sorprendono. Ecco, quanto vorremmo anche noi aver perso quello stupore fanciullino, vedendolo evaporare dopo aver tracannato decine di questi vecchi Macallan. E invece a noi non resta che meravigliarci e inchinarci di fronte a un profilo unico per davvero: 93/100. Noi promettiamo che Macallan l’anno prossimo tornerà nel Tasting Facile: ma se vi capita sotto mano, spendeteli questi soldini per un dram, perchè ne vale la pena.

Sottofondo musicale consigliato: Diodato – Non ti amo più

Macallan Edition No.4 (2018, OB, 48,4%)

Ormai è francamente difficile star dietro alla gran messe di imbottigliamenti senza età dichiarata messi sul mercato da Macallan: non ci sarebbe niente di male, se non fosse che generalmente, dato che The Macallan è “brand di lusso” e non più (o non più solo) “grande distilleria di whisky”, queste bottiglie escono a prezzi obiettivamente insensati e restano ostaggio dei flippers, che le rivendono ad altri flippers, eccetera eccetera. Niente di male, niente di illegittimo, per carità: la tendenza delle aste recenti però mostra bene come il mercato si stia iniziando a stufare di questi atteggiamenti, e insomma, staremo a vedere. Oggi assaggiamo una versione tra le più ‘accessibili’, l’Edition n.4: si tratta di un’edizione limitata, limitatissima anzi, a sole 300.000 bottiglie (…), ed è maturata in… tenetevi forte, sedetevi, fate un respirone… European/American Oak refill butts, European/American Oak refill hogsheads, American Oak first fill Vasyma hogsheads, European Oak first fill Diego Martin Rosado butts, European Oak first fill Jose Y Miguel Martin butts, European Oak first fill Tevasa butts/puncheons e infine European Oak first fill Tevasa hogsheads. Ok, grazie per la trasparenza, Macallan. L’intera linea delle Editions verte proprio sull’importanza del legno per Macallan: avevamo assaggiato l’Edition n.2 e ci era piaciuta molto, nonostante tutto, quindi stiamo a vedere. Come quell’altra volta, ringraziamo Marco Callegari e Velier per il campione.

N: è un profilo molto ‘marrone’, e con questo non siate maliziosi nel trarre conclusioni affrettate. C’è qualcosa di molto appiccicoso, bruciato: caramello, crosta di torta di mele bruciacchiata, melassa. Si spinge poi ancora più un profondità con carruba e foglia di tabacco, fichi secchi, e a tratti si fa torrido (oh, l’avevamo scritto così in bozza, abbiate pietà, qualsiasi cosa voglia dire). Banoffie pie, se conoscete questa aberrazione britannica. Noce di Pecan, a restituire come una densità da bourbon. Arancia rossa un poco rancida: un’arancida?

P: il corpo è buono, la gradazione sostenuta si svela inavvertita, e l’attacco è dominato da sapori molto intensi: ancora caramello, carruba, marmellata di arancia amara (un’arancida amarcia, forse, a questo punto?), crostata bruciacchiata, banana caramellata, ancora forse qualcosa di tabaccoso. Si sente il legno, con spezie varie e foglie di tabacco. C’è però un qualcosa di strano, con un’acidità quasi da salsa agrodolce.

F: non lunghissimo, intenso però, con legno, carruba e arancia.

Il discorso, purtroppo, è il solito: se mi scrivi 7 anni e me lo fai pagare 40€, lo apprezzo; se me lo fai pagare 130, non mi dici l’età e te la meni, mi trovo costretto a penalizzarlo. Il rapporto qualità/prezzo non è certo dei migliori, ma comunque, intendiamoci, si lascia bere piacevolmente: e in fondo se sei miliardario, una bottiglia da 130€ è fascia da entry-level, con i whisky da 40€ ci fai lavare i cessi alla servitù, probabilmente. Fossimo in Macallan staremmo a meditare un po’ sul futuro: come insegna quel tale “la reputazione di oggi sono le vendite di domani”, e come insegna quell’altro “la reputazione di un brand è quel che la gente dice quando non sei nella stanza”. Comunque, 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sfera Ebbasta – Ricchi x sempre.

Tasting Facile 2018

Per il sesto anno consecutivo si terrà a Milano il Tasting Facile: una degustazione in cui apriamo bottiglie speciali, che vogliamo condividere con altri appassionati di whisky perché si sa, certe emozioni sono troppo grandi per essere serbate nel proprio intimo. Spinti dalla curiosità, abbiamo guardato al passato e siamo andati a cercare le bottiglie che abbiamo aperto nel corso dei cinque appuntamenti degli scorsi anni: Springbank 21 Archibald Mitchell, Rosebank 12 Zenith Import, Talisker 1947/1982 Gordon&Macphail, Linkwood 1946/1986 Sestante, Macallan 7 anni Giovinetti e Maxxxium, Macallan 18 anni 1971, Macallan 12 yo Giovinetti, Mortlach 1984/1996 Wilson&Morgan, Mortlach 16 Flora & Fauna, Ardbeg 1979/1991 G&M, Glendronach 1990/2001 Cadenheads, Glendronach 1990/2013 Silver Seal, Glendronach 15 Revival, Octomore Comus, Highland Park 25, Talisker 25 ed.2004, Kilchoman 2007/2013 Sherry Cask, Clynelish 14 Flora & Fauna, Clynelish 15 Tartan Collection, Port Ellen 1971/1990 G&M, Lagavulin 12 yo 2013, Tomintoul 1967/2000 G&M, Bruichladdich 16 “Cuvee E”.

Nessuna degustazione è mai costata più di 35 euro. Quest’anno, purtroppo, ci vediamo costretti ad alzare l’asticella del prezzo, che salirà a 50€: e però, francamente, speriamo che il parterre possa farvi accettare questo gettone con serenità – anche perché, come dire, c’è un Macallan del 1958 (anche se la banda col vintage è caduta, le caratteristiche dell’etichetta sono molto precise) qua in mezzo.

  • Bell’s 12 yo (anni ’70)
  • Glen Grant 10 yo (anni ’80)
  • Macallan 1958 Rinaldi (imbott. 1971)
  • Longrow 19 Cadenhead’s ‘Warehouse Tasting’ Single Cask
  • Lagavulin Jazz Festival 2017

Il Tasting Facile sarà il 15 dicembre, la sede è quella ormai consueta dell’Harp Pub Guinness a Milano, e il costo – come detto – sarà di 50€. La degustazione è riservata a 30 persone, e si prenota esclusivamente mandando una mail a info.whiskyfacile@gmail.com – per cortesia, se ci avete dato adesione a voce rimandateci la mail, perché se fate affidamento sulla nostra memoria cascate male.

Non dovremmo bere male, dai…

Botti da orbi – recensioni dal Whisky revolution festival

Torna la rubrica di recensioni di Marco Zucchetti, che ritroviamo ispirato come un trequartista brasiliano nelle giornate di grazia. Questa settimana lui e la sua folta barba tornano a Castelfranco Veneto, per la seconda parte del florilegio dal Whisky Revolution Festival (qui la prima, per chi se la fosse persa).

Clynelish 12 yo (2005/2018, Gordon&MacPhail, 55,1%)

Così come ti aspetti di finire con la bocca incendiata a pietire acqua e pane quando assaggi il chili messicano, ormai ti aspetti di immergerti nella cera appena ti avvicini a un Clynelish. Ma qui no, i refill sherry butt e l’alta gradazione funzionano da carta da regalo. Bisogna scartarlo. Senz’acqua al naso se la giocano note di miele d’erica e burro, con noce moscata e vaniglia. C’è della frutta (mango?) e dell’agrume, più arancia che limone. Forse un tocco acidino, non si sa bene se fruttato (mela renetta) o il burro che si fa rancidino. In bocca è dolce, malto fruttato, ananas, nocciole e di nuovo miele, ma stavolta biscotto al miele. Cioccolato al latte e un retrogusto di arancia amara. Bon, adesso però dato che per il 70% siamo fatti d’acqua, mettiamone una goccia. Sortilegio. Al naso ecco la cera, aromatica, con fiori di campo e una suggestione zuccherina di uva bianca. E in bocca, che miglioramento. Anche qui fiori, propoli, arancia e pepe bianco. Si rilassa, diventa confortevole e si lascia andare a un finale dolce, di mou, con zenzero e una frutta gialla matura. Senz’acqua è dignitoso, con acqua diventa un gran bel dram primaverile.

Trasformista. 86/100

Kilkerran 11 yo (2007/2018, Cadenhead’s, 58,1%)

In ogni videogioco c’è il mostro che non riesci a battere perché non trovi il punto dove colpirlo. Questo Kilkerran è un po’ così, il rompicapo del festival. Grado alto, sherry pesante, torba, marinità: mancano solo prosciutto e funghi per farlo diventare la pizza Capricciosa degli scotch. Intimiditi da tanta varietà di stimoli, ci si butta il naso. Olive nere arrostite, torba sporca ma piuttosto evidente. È umido, ti porta in un luogo tra la stalla (fieno umido) e la cantina. C’è del tabacco, i chicchi di caffè emergono nitidi insieme al caramello bruciato. La frutta è scura, prugne di ogni tipo e noci. Curioso tocco acido, come di vomito. Mi pare di sentire mia madre che si indigna: “Bleah, che schifo!”. Ok, allora bucce di prugne aspre. Con l’acqua la salamoia (marchio di fabbrica) si fa più netta, l’acidità diventa di vino. E anche divina. In bocca lo sherry è appiccicoso, caramello e caffè. Tantissima dolcezza, cioccolato (il caro vecchio Mars). È sciroppato, ma anche grasso. Pesce grasso affumicato, tannino sottoforma di chiodi di garofano. Sapori XXXL, pesi massimi che si confrontano fra dolcezza e bruciato. Vince la prima, con frutti rossi sciroppati, cioccolato al latte e un fumo che rimane a rassettare il campo di battaglia. Bella sfida, un gran bel casino sensoriale, come se Yin e Yang si prendessero a testate. L’acqua non gli cambia volto, rimane piuttosto omogeneo. La prepotenza con cui si impone la dolcezza non è bellissima, ma è uno di quei whisky che ti tengono compagnia per ore dopo averlo finito. Certo, devono piacere i rompicapi, i gusti estremi, i piercing, i formaggi puzzoni, il grunge, il calcio del West Ham. Se non volete regole e giornate facili, è fatto per voi.

Taglia forte. 87/100

Old Perth 2004 13 yo (Macallan and Highland Park, 43,8%)

Alla prima occhiata pensi di avere un problema di cataratta o daltonismo selettivo, probabilmente non vedi bene i colori, ma solo i liquidi. Ha 13 anni ma è scurissimo, di un mogano scuro che ben sta su rum e Armagnac. Appurato che la tua vista è ancora buona e che il colore è solo colpa di quel birbante dello sherry, dai una snasata. E pensi di avere un problema spaziotemporale: meglio controllare di essere ancora nel XXI secolo, perché dal bicchiere ti arrivano suggestioni ottocentesche di vecchia biblioteca, poltrone di cuoio, tabacco da pipa, un che di cantina. Quanta è bella giovinezza lasciatelo dire ai poeti rinascimentali, noi si preferisce la vecchiezza. Il naso non vuole staccarsi, ci pesca ancora more, uvetta, cioccolato fondente, chiodi di garofano, perfino un filo di torba e dei frutti scuri, tipo more. Sembra Benjamin Button, ha 13 anni ma dimostra i secoli. E cambia parecchio, in dieci minuti le note stantie si dissolvono e resta una dolcezza di panettone e amarena sciroppata. Forzandosi (il naso è tiranno, vorrebbe tenerselo tutto per lui), gli dai un sorso. Severo come la signorina Rottermeier, secco come la nota di una maestra. Lo sherry è sovrano, il legno impera. Ci sono le note amare dei Macallan (noci, caramello bruciato), il lato fruttato è limitato a un tocco di fragola, si gonfiano le spezie con pepe nero e cannella. La dolcezza è limitata al malto, ma anche se in secondo piano si avverte. Il fumo di Highland Park cuce insieme l’arazzo. E quando pensi di averlo capito, nel finale assai lungo ecco il sorprendente ritorno delle more (come le vecchie e care Big Fruit), un tocco di cola, uvetta a piene mani. Ecco, ci sarebbe da prendere un aereo, andare a suonare alla porta di Morrison&Mackay e implorarli di ritrovare quella botte, se ancora c’è. Buttare via il Billy dell’Ikea, la pianta che tanto viene l’inverno e di sicuro muore. Farle spazio e metterla in casa, come l’opera d’arte che è stata.

Storiografico. 90/100