Clynelish 1995 (2018, Wemyss, 46%)

Tempo fa abbiamo assaggiato un eccellente Clynelish del 1995 imbottigliato da Wemyss: siccome ci era piaciuto tantissimo (grazie, Francesco!), siamo andati alla ricerca di altri malti con lo stesso pedigree, e grazie all’amico Davide Ansalone abbiamo messo le mani su un campione di “Pork & Plum Terrine“, ovvero un Clynelish invecchiato in un barile ex-Bourbon per 23 anni, imbottigliato appunto da Wemyss. Vediamo se troveremo davvero una terrina di maiale e prugne…

clynelish_1995_2018_pork_plum_terrine_wemyss__01N: avvicini il naso e ti senti a casa. La patina di cera che tutto avvolge è semplicemente deliziosa, con sentori di paraffina, cera di candela. E i sentori di fieno, come facciamo a tacerne? Sotto, si agita un torrente di agrumi, che potrebbe essere bergamotto, con le sue sfumature floreali. Riesce ad essere affilato ma molto caldo: sentite la componente zuccherina e fruttata come esplode… Prugne gialle deliziose.

P: molto, molto buono. C’è ancora un’anima agrumata, evoluta, magnifica: c’è ancora un bergamotto floreale, con anche sentori di limone zuccherino. Poi cera, paraffina, un po’ di cereale dolce. La mineralità persiste decisa, e poi è seguita da frutta secca oleosa, mandorle soprattutto, e un sentore di burro fresco. Mela gialla.

F: come sopra: affilato e setoso al contempo. Cera e bergamotto e fiori. Delizioso.

Molto equilibrato, molto Clynelish: un profilo unico, decisamente complesso, riesce ad essere affilato e godurioso al contempo, e fidatevi, non è facile raggiungere questo equilibrio. Grazie Davide, grazie Wemyss ma soprattutto grazie Clynelish. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Roxette – It must have been love.

Old Perth Cask Strength #1 (2016, Morrison&Mackay, 59,7%)

Dopo il Black Bull ‘Kyloe’ abbiamo voluto mettere alla prova un altro blended di un imbottigliatore indipendente: tocca al primo batch di Old Perth ‘Cask Strength’, selezionato e assemblato da Morrison & Mackay – quelli di Carn Mor, per intenderci. Non sappiamo nulla della composizione, dunque sospendiamo le illazioni prima ancora di formularle e testiamo. L’etichetta, particolarmente brutta, ci piace: di solito, segnala gente che punta alla sostanza.

N: magari appare un po’ chiuso all’inizio, ma presto inizia a dispiegare aromi molto intensi, molto rotondi a dispetto della contundenza iniziale. Miele millefiori (miele Ambrosoli, dice Angelo), biscotti al burro Walker’s, banana e cioccolato bianco (ancora Galak). Scorzetta di limone, un poco di canditi. Frutta bianca.

P: il palato attacca un po’ diverso, sembra più nudo di quanto non lasciasse intendere il naso. Limone, molto limone; poi cereale, proprio il chicco; note di riso soffiato, non troppo dolce. L’aggiunta di acqua lo apre, regala una maggiore dolcezza, con vaniglia compiuta e ancora biscotti al burro.

F: gallette di riso, orzo e limone. Abbastanza lungo e persistente.

Molto buono, equilibrato, resta pulito e piacevole, intenso e non banale, anche se a suo modo resta semplice: ma una semplicità che diremmo honestà. Non smarmellato, non legnoso, molto equilibrato: un whisky che sa di whisky. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Peter Gabriel – Intruder.

Puni Nero (2016, OB, 43%) vs Puni Nero (2017, OB, 46%)

Continuiamo il nostro viaggio all’interno dei confini di Puni, la distilleria altoatesina più amata dagli appassionati dell’acquavite di cereali – e te credo, dice, è pure l’unica a far whisky in Italia! Siccome poi ci piace autocelebrarci, vi rimandiamo a questo nostro reportage sulla distilleria pubblicato da Rivista Studio. Questa volta affrontiamo Puni ‘Nero’,  edizione limitata in due versioni, 2016 e 2017: trattasi di whisky maturato per tre anni (o quattro, per quel che riguarda il 2017) in barili di Pinot Nero locale. Siccome li assaggiamo uno al fianco dell’altro, incorporiamo il confronto tra le due espressioni in un’unica recensione. Ha senso, non ha senso? Secondo noi sì, quindi procediamo.

l’edizione 2016

N: pare che anche nelle distillerie sappiano associare i loro whisky a dei descrittori, sorprendente, vero? Così ci sentiamo di approvare appieno le tasting notes ufficiali allorché descrivono entrambi i batch di questo Nero come dominati da buccia d’arancia e prugne secche. Davvero l’agrume è molto pronunciato, con note al limite del sulphury con la buccia di un’arancia troppo matura. Sono due nasi “scuri” e molto carichi in effetti, ma scavando più in profondità, e volendo a tutti i costi trovare minime differenze, il 2016 sembra essere più ‘fresco’ e succoso, con più frutta rossa (e nera: quanto mirtillo) e un che di vaniglioso, mentre il 2017 ci sembra più liquoroso e speziato, e chissà che la gradazione alta non influisca nelle percezioni… Per entrambi, comunque, l’apporto vinoso è piuttosto marcato ma mai eccessivo, anzi.

P: al palato le differenze, fortunatamente, sono più evidenti: il 2016 è molto equilibrato, dolce ma non ruffiano, facilmente si potrebbe confondere con un giovane whisky scozzese costruito su barili ex-sherry: c’è frutta rossa (mirtilli, more, uvetta), c’è cioccolato, c’è del cereale ‘grezzo’ ma accattivante; poi arancia rossa. Il 2017, per contro, è meno fresco, più affilato, con un legno che non sempre pare accordarsi al distillato, e coi tre gradi in più che sparano un po’. Aumentano decisamente le spezie (al limite del panforte), aumenta certo una dolcezza vanigliosa ma soprattutto c’è un senso di slegato complessivo e di bustina di tè dimenticata nell’acqua calda (overinfused).

F: tornano più simili qui, entrambi su mirtilli e legno caldo, e vaniglia, anche se il secondo ha un ‘fuoco’ alcolico più aggressivo, al limite del peperoncino.

Noi non abbiamo dubbi nel confronto: il batch del 2016 ci sembra migliore, più complesso e più riuscito, soprattutto grazie ad un palato sensibilmente diverso. 84/100 al 2016, mentre al 2017 assegneremmo 79/100. Il secondo non si giova della gradazione più alta, e anzi appare sensibilmente più alcolico – e paradossalmente sembra anche più ‘giovane’, più grezzo, se vogliamo. Forse un anno di troppo nel barile? Non sapremmo; quel che sappiamo per certo è che dallo shop online il primo batch è esaurito… Un commento conclusivo: la prossima settimana assaggeremo altre due espressioni di Puni, e ci teniamo a notare come tra tentativi ed esperimenti la qualità media resti sempre molto alta: ci aspettiamo grandi cose da voi nel futuro! Grazie alla bellissima Julia e all’intero staff di Puni per la costante gentilezza (e – naturalmente – per i campioni!).

Sottofondo musicale consigliato: Portugal, The Man – Feel it still.

Nikka ‘Coffey Malt Whisky’ (2014, OB, 45%)

La distillazione continua non è usata per produrre il whisky di malto (per cui è prassi la distillazione discontinua con i pot still di rame), mentre è comune per i grain whisky: l’uso dei distillatori a colonna permette di non interrompere mai il processo, facendo in modo che i composti più pesanti ‘ricadano’ e vengano sottoposti ad una seconda distillazione, e via così, senza pause. Come si diceva, così si fa il grain whisky: i giapponesi, che sono un popolo amante della tradizione ma anche dell’originalità più bislacca, hanno deciso di provare a produrre in distillatori a colonna (coffey still) anche del malt whisky, e nel 2014 la Nikka ha lanciato questo imbottigliamento, affiancando il già esistente Nikka Coffey Grain; i coffey stills sono nella distilleria Miyagikyo, e possiamo ipotizzare che, per quanto la cosa non sia esplicita, questo malto provenga proprio da lì. L’abbiamo assaggiato (solo per voi eh!) ed ecco le impressioni.

nikka-coffey-malt-whiskyN: si sente un pizzico di alcol. Abbastanza aperto, mette in evidenza soprattutto note cremose di burro, toffee, caramello e zuppa inglese. La suggestione dello zucchero a velo ci porta poi dritti dritti verso una bella torta di mele aapena sfornata. Insomma uno spettacolo vietato ai diabetici! Sul fruttato si diceva dello strapotere di mele cotte, ma c’è anche uvetta e pere, tutto bello cotto, come ce le facevano da piccoli quando si era malati. Un filo di cannella, a rappresentare il legno di botte, e una follia finale: tè verde aromatizzato agli agrumi.

P: pur con una nota alcolica in ingresso è molto gradevole e ribadisce le suggestioni cremose del naso (toffee e proprio burro fresco). Poi però arriva la sorpresa di una frutta che sale in cattedra con ancora tante mele e uvetta, ma anche albicocca e una frutta rossa ancora acerba. Diciamo che è più ricco rispetto al naso e inoltre qui esplode in pieno una dimensione speziata/legnosa persino amara che contrasta con la dolcezza. Tè e cannella).

F: di media durata, ancora giocato sulla fusione di legno e frutta gialla.

Naso gradevole, senza picchi; il legno speziato dopo un po’ caratterizza e forse alla lunga appesantisce un palato altrimenti bello beverino. Molto giapponese nello stile, molto easy: 83/100. Al prossimo Milano Whisky Festival ci sarà il sommo Salvatore Mannino, allo stand della Nikka: non perdetevi la sua saggezza e la sua delicata gentilezza, mi raccomando (non è un consiglio, è un ordine).

Sottofondo musicale consigliato: Lower Dens – Sucker’s Shangri-La.