Carsebridge 42 yo (1973/2015, Hunter Laing ‘Sovereign’, 48,9%)

Quante volte può capitare di assaggiare un single cask di 42 anni di una distilleria di grain whisky chiusa da oltre trenta? Non sapremmo, ma – ve lo possiamo garantire – a noi sta capitando proprio adesso. Grazie a Matteo Zampini (e a Fabio, ça va sans dire) per il sample.

N: sapete bene che siamo degli uomini di mondo, e dunque certo non vi stupirete se il primo descrittore che ci viene in mente di fronte a cotanto naso è “fruta pinha” (scommettiamo che il Gerva la conosce!). Molto zuccherino e denso, con crema di vaniglia al limone, noce di Pecan; c’è anche una nota curiosa – ma non così tanto, per un grain – di colla per legno. Molta pera, anche una barretta di Galak; un filo di orzata. Non possiamo definirlo un “mostro di complessità”, ma il naso promette bene.

P: l’alcol non esiste, l’attacco è pulitissimo e molto fresco: cosa che ci stupisce, e a dirla tutta il palato colpisce positivamente. Cioccolato bianco e una bella bananona matura, intensissimi; ancora la nostra amata ‘fruta pinha’, zuccherina e grassa, burrosa. Un budino alla vaniglia. Una nota fresca di succo d’ananas (più zuccherino dell’ananas vero e proprio). A confermare un lato vegetale, ‘verde’ e fresco, troviamo note di sedano (che nella nostra perversa esperienza è nota tipica dei Rye).

F: di media durata, non di esplosiva intensità, molto pulito; a dominare è il gelato alla banana…

Ottimo whisky, che conferma come nella maggior parte dei casi i grain reggano magnificamente invecchiamenti molto importanti – o girando la questione, dimostra come nella maggior parte dei casi i grain richiedano invecchiamenti molto importanti per acquisire armonia. Questo single cask non potrà non piacere, con la sua pienezza sbarazzina: 42 anni e non sentirli, decisamente. 88/100, che clamore!

Sottofondo musicale consigliato: Klaus Nomi – After the Fall.

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Puni Nero (2016, OB, 43%) vs Puni Nero (2017, OB, 46%)

Continuiamo il nostro viaggio all’interno dei confini di Puni, la distilleria altoatesina più amata dagli appassionati dell’acquavite di cereali – e te credo, dice, è pure l’unica a far whisky in Italia! Siccome poi ci piace autocelebrarci, vi rimandiamo a questo nostro reportage sulla distilleria pubblicato da Rivista Studio. Questa volta affrontiamo Puni ‘Nero’,  edizione limitata in due versioni, 2016 e 2017: trattasi di whisky maturato per tre anni (o quattro, per quel che riguarda il 2017) in barili di Pinot Nero locale. Siccome li assaggiamo uno al fianco dell’altro, incorporiamo il confronto tra le due espressioni in un’unica recensione. Ha senso, non ha senso? Secondo noi sì, quindi procediamo.

l’edizione 2016

N: pare che anche nelle distillerie sappiano associare i loro whisky a dei descrittori, sorprendente, vero? Così ci sentiamo di approvare appieno le tasting notes ufficiali allorché descrivono entrambi i batch di questo Nero come dominati da buccia d’arancia e prugne secche. Davvero l’agrume è molto pronunciato, con note al limite del sulphury con la buccia di un’arancia troppo matura. Sono due nasi “scuri” e molto carichi in effetti, ma scavando più in profondità, e volendo a tutti i costi trovare minime differenze, il 2016 sembra essere più ‘fresco’ e succoso, con più frutta rossa (e nera: quanto mirtillo) e un che di vaniglioso, mentre il 2017 ci sembra più liquoroso e speziato, e chissà che la gradazione alta non influisca nelle percezioni… Per entrambi, comunque, l’apporto vinoso è piuttosto marcato ma mai eccessivo, anzi.

P: al palato le differenze, fortunatamente, sono più evidenti: il 2016 è molto equilibrato, dolce ma non ruffiano, facilmente si potrebbe confondere con un giovane whisky scozzese costruito su barili ex-sherry: c’è frutta rossa (mirtilli, more, uvetta), c’è cioccolato, c’è del cereale ‘grezzo’ ma accattivante; poi arancia rossa. Il 2017, per contro, è meno fresco, più affilato, con un legno che non sempre pare accordarsi al distillato, e coi tre gradi in più che sparano un po’. Aumentano decisamente le spezie (al limite del panforte), aumenta certo una dolcezza vanigliosa ma soprattutto c’è un senso di slegato complessivo e di bustina di tè dimenticata nell’acqua calda (overinfused).

F: tornano più simili qui, entrambi su mirtilli e legno caldo, e vaniglia, anche se il secondo ha un ‘fuoco’ alcolico più aggressivo, al limite del peperoncino.

Noi non abbiamo dubbi nel confronto: il batch del 2016 ci sembra migliore, più complesso e più riuscito, soprattutto grazie ad un palato sensibilmente diverso. 84/100 al 2016, mentre al 2017 assegneremmo 79/100. Il secondo non si giova della gradazione più alta, e anzi appare sensibilmente più alcolico – e paradossalmente sembra anche più ‘giovane’, più grezzo, se vogliamo. Forse un anno di troppo nel barile? Non sapremmo; quel che sappiamo per certo è che dallo shop online il primo batch è esaurito… Un commento conclusivo: la prossima settimana assaggeremo altre due espressioni di Puni, e ci teniamo a notare come tra tentativi ed esperimenti la qualità media resti sempre molto alta: ci aspettiamo grandi cose da voi nel futuro! Grazie alla bellissima Julia e all’intero staff di Puni per la costante gentilezza (e – naturalmente – per i campioni!).

Sottofondo musicale consigliato: Portugal, The Man – Feel it still.

Old Ballantruan 10 yo (2016, OB, 50%)

Tomintoul, distilleria di Ballindaloch, dal 2005 ha nel core range un’espressione torbata e senza età dichiarata, imbottigliata a marchio Old Ballantruan; ma solo dal 2012 l’offerta prevede anche un 10 anni, non colorato, non filtrato a freddo e messo in vetro a 50%. Oggi è giunto il momento di assaggiarlo… Una menzione per la bottiglia, di rara bruttezza – non ce ne voglia Angus Dundee.

N: sa di olive nere, salamoia, grasso di motore, olio d’oliva; la torba è poco fumosa ma molto ‘chimica’, smoggosa e minerale. Benzina. Amido da lavanderia, forse meglio lana bagnata. C’è una ‘dolcezza’ astratta da materia prima che riassumeremmo magistralmente con l’immagine dei cornflakes zuccherati. E se ci riconoscessimo del provolone dolce, saremmo da rubricare come dei poveri ubriachi? Forse sì, ma mica ci pagano, #checcefrega. Intendiamoci: non è affatto sgradevole, ha un profilo semplice ma molto particolare, è un gentle dram, ha lo stile timido di Tomintoul con però escursioni pesantemente sporche, torbate; interessante.

P: anche al palato la gradazione è impercettibile, e però così pare comportarsi anche il corpo, esile seppure i sapori siano anche di una certa personalità: l’effetto è che rispetto al naso, apparentemente si normalizza. E dunque vaniglia e cereale, con tanta gioventù; il tutto accompagnato da una torba smoggosa, certo non marina ma senz’altro minerale. Scorzette di agrumi, misti perché non sapremmo scegliere il più adatto.

F: di media durata, si esaurisce in maniera molto pulita, con appena dei cenni di cereale, di cenere esausta.

Tomintoul non ci convince mai appieno, resta sempre fin troppo rinchiusa nella sua dimensione di gentle dram, che talora tende a farsi una prigione – anche se in questo caso la prigione è brutalizzata da una torba intensamente ‘chimica’. 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: 883 – Rotta per casa di Dio

Spice King ‘Batch Strength’ (2016, Wemyss, 56%)

Appena poco più di un anno fa bevevamo lo Spice King, blended malt di Wemyss, e celebravamo la fine della sesta stagione di Game of Thrones con la colonna sonora dell’ultima puntata: e come un cerchio che si chiude, quest’oggi, nella settimana in cui ha preso l’avvio la settima stagione, beviamo lo stesso whisky nella sua versione cask strength… Quella versione ci era piaciuta molto, vediamo un po’ se alzando la gradazione si alza pure la valutazione.

N: molto profumato e aromatico, apertissimo e piacevolmente annusabile a dispetto di una gradazione potenzialmente pericolosa. Pare abbastanza complesso, andiamo con ordine: da un lato una “dolcezza” maltosa e un po’ appiccicosa (barretta cereali e miele, cioccolato al latte); poi ha una forte impronta speziata e agrumata insieme, che nel complesso si abbina perfettamente all’immagine di un panforte (scorzetta d’arancia, cannella, chiodi di garofano, pepe). Mela, uvetta e cannella: strudel? Ma cosa ci dice il naso? A sorpresa ci comunica anche di un lato inatteso, minerale e delicatamente torbato.

P: notevole come l’alcol sappia farsi da parte. Notiamo subito un’isolanità crescente, fatta di un fumo di torba acre, intenso e di una marinità in grande ascesa, con punte salate molto decise. Dietro, si agita una dolcezza fatta di mele e cannella, poi un toffee grasso, del miele e ancora un’arancia esuberante. Di nuovo l’immagine è quella di un panforte. Nette note pepate, a completare un profilo speziato, bruciatino e – in ultima analisi – davvero molto, molto buono.

F: tanto fumo, poi sale, pepe, caramello, strudel… Lungo e persistente.

Non a caso abbiamo evocato suggestioni ‘composite’, tutto è molto denso e compatto e complesso. La versione a grado ridotto ci era piaciuta, questa ci convince ancora di più, e nuovamente siamo mossi a scomodare nomi grossi come Talisker, Springbank e perfino Laphroaig. Sempre di più ci convinciamo che l’arte del blending sia un’arte, appunto, e non un semplice modo per tagliare la roba decente e fatturare: chi non dovesse essere d’accordo spenda 40€ per questa bottiglia (capito quanto?) e torni a spiegarci che ‘sta roba qua è facile da fare. 87/100. A onor del vero, lo sentiamo molto meno giovane e porridge-oso di quanto non faccia Serge… Grazie al grande Francesco Saverio Binetti per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Ed Sheeran – Hands of gold.

Caperdonich 23 yo (1980/2004, Cadenhead’s, 58%)

Grazie ad Angus ci siamo impossessati di un sample di questo Caperdonich di Cadenhead’s, imbottigliato nella serie Authentic Collection ormai 13 anni fa. Caperdonich, distilleria silente dal 2002, era soprannominata “Glen Grant II”, dato che era la dirimpettaia di GG ed era stata costruita dalla medesima proprietà pochissimi anni prima che il Novecento aprisse le sue porte alla Storia. Si tratta di un barile ex-bourbon, messo in vetro alla gradazione di 58%.

Schermata 2017-06-26 alle 11.45.31N: pure a 58% si squaderna in maniera quasi placida, con ricche note di pandoro caldo ricoperto di zucchero a velo; dal barile ex-bourbon arrivano anche vaniglia, crema pasticciera… E poi un bel croccante di sesamo e miele: diciamo sesamo perché c’è un lato vegetale molto oleoso, un po’ sticky, che ci pare spingersi fino all’olio di sesamo. C’è anche un erbaceo più ‘acuto’, che potrebbe essere foglia di menta. Un po’ di mandorla (e olio di mandorla); e pare colpevole non citare la noce! Una leggera mineralità, a impreziosire un profilo molto particolare e vegetale.

P: che sorpresa! Il primissimo attacco è forse più sul dolce, sulla crema pasticciera e la vaniglia, ancora prepotentemente bourbonoso; e però stupisce con ancora maggiore presenza quel secondo lato riscontrato al naso, minerale e incredibilmente vegetale, che qui al palato si prende ancora più spazio: spicca la frutta secca oleosa, e l’olio di frutta secca – noce, mandorla, ancora sesamo. Sembra molto dolce, ma al contempo anche molto setoso ed erbaceo, in un ossimoro che non si pacifica mai pienamente.

F: lungo e persistente, coerente con la dicotomia olio e frutta secca / dolcezza cremosa: e però vincono comunque l’oleosità e l’erbaceo.

Molto particolare, con un lato erbaceo e vegetale veramente massiccio, di altissima qualità perché ottimamente integrato con il lato più morbido e dolce. Il profilo è davvero seducente, nel complesso: 90/100, molte grazie ad Angus per l’omaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Happy Days.

Highland Park 17 yo (1958/1975, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ah, i bei tempi andati… Grazie alla gentilezza di uno dei più importanti collezionisti italiani, Franco Di Lillo, abbiamo il privilegio di assaggiare un Highland Park ufficiale distillato nel 1958, messo in una bottiglia verde e tozza diciassette anni dopo, nel 1975, importato in Italia da Ferraretto. Pare superfluo sottolineare che si tratta di un bel pezzo di storia e che trovare bottiglie del genere è sempre più raro… Per fortuna c’è il Milano Whisky Festival, per fortuna ci sono i suoi espositori. E per fortuna che noi ci portiamo sempre dietro le boccette…

N: che fascino. Tutto molto compatto ed estremamente ‘vivo’, vivace, per nulla appesantito dal tempo. Ci piace partire dagli spigoli, che pure – lo ribadiamo – non si ergono a distanza, ‘sopra’ gli altri aromi, ma ne sono perfettamente paritari: e dunque la torba, lieve e cerosa, senza fumo, con note costiere e marine molto evidenti; pure suggestioni di legno umido, di cantina. Immediatamente poi si scala sull’agrume, sia scorza (d’arancia) che polpa (d’arancia). Un grande senso fruttato, incredibile, in grandissima crescita, con un sacco di frutta gialla, fresca (pesche molto succose, perfino un tocco di mango!); ma anche, più adulte, mele cotte e torta di mele. Orzata, mandorle e latte di mandorle (e perché non marzapane?). ‘ccezzzzionale. Col tempo si fanno strada anche note ‘ulteriormente torbate’, quasi fino a percepire un velo di fumo; poi anche tabacco e scatola di pipe; forse cuoio.

P: il corpo è medio, ma resta ben oleoso e masticabile; inizialmente si fa sentire una leggera torba terrosa, ancora bella costiera, e stupisce una certa lievissima ‘amarezza’ che forse è il portato di una qualche ossidazione in bottiglia durante gli oltre quarant’anni di invecchiamento in vetro (ne scrive anche Serge sul sito dei Malt Maniacs, qui). Pur senza deflagrare, si spandono intense note fruttate, coerenti col naso: quindi pesche gialle, mele, torta di mele; succo d’arancia (e scorzetta amara); ancora un malto da panico, brioche e pasta di mandorle e cereali. Un velo di fumo.

F: lungo e persistente, oscilla a lungo tra le sue tre anime: frutta, torba, cera/vecchio mobile, per la nostra gioia. Buonissimo.

Straordinaria complessità, e intensità aromatica incredibile, dopo tutto questo tempo. Pur avendo un dubbio sull’impatto dell’invecchiamento in bottiglia, ci ha stupito al palato la timidezza di una frutta che invece, al naso, si preannunciava epica. Se dunque il naso era da 95 punti e passa, il palato paga dazio e si attesta ‘solo’ sui 90: e dunque la nostra media personalissima è di 93/100. Grazie a Franco (e a Giorgio, e a Riccardo) per il sample, grazie davvero. 

Sottofondo musicale consigliato: Roger Waters – The Last Refugee.

Auchentoshan 18 yo (2016, OB, 43%)

Siccome noi della generazione X siamo vittime dell’apatia, della nullafacenza e di quell’ennui così à la page per una borghesia occidentale decadente, priva di stimoli e prospettive, trascorriamo le nostre giornate elaborando idiozie – come la seguente: questa settimana è intitolata al #barelylegal, vale a dire un’ode alla freschezza dei diciotto anni, e assaggeremo solo whisky ufficiali di – appunto – anni diciotto. Iniziamo dal basso, dalle Lowlands, e partiamo con l’Auchentoshan 18, invecchiato esclusivamente in botti ex-bourbon (in etichetta esibisce la scritta limited release, ma sappiamo tutti che è una boutade).

auchentonshan-18yoN: in ordine sparso, ci vengono in mente suggestioni varie e non così sorprendenti: uvetta, forse mela rossa, frutta secca e miele (croccante al miele?), malto caldo, un qualcosa tra caramello vaniglia e toffee; e come dimenticare un pizzico di scorza d’arancia? Detta così, sembra tutto molto piacevole, e lo è, tuttavia non ci liberiamo di un senso di ‘appiattimento generale’ degli aromi – ricchi sì, ma, se ha senso, un po’ privi di profondità. E poi, a dirla tutta, a tratti ci arriva anche un vago senso di cartone bagnato.

P: il corpo è molto facile, l’effetto è di grande beverinità; ancora tornano le suggestioni di miele, di frutta gialla (soprattutto albicocca, ma non si dimentichi la mela gialla); poi un sacco di vaniglia, complicata da una bella sfumatura agrumata che ci par proprio mandarino.

F: abbastanza leggero ma di media intensità, tutto su vaniglia e frutta gialla.

Non è affatto male questo lowlander a tripla distillazione, e nel nostro standard di valutazione si merita un buon 84/100; il prezzo intorno ai 90€ è del tutto commisurato alla media per questa fascia di invecchiamento. Tuttavia alla prova del bicchiere tutta la dolcezza di cui sopra ci lascia un po’ l’amaro in bocca, perché da un diciottenne noi iniziamo ad esigere qualcosa di più rispetto ad una bevuta facile e gradevole come quella che ci propone questo Auchentoshan. Comunque, un gran balzo in avanti rispetto a un tragico diciottenne che avevamo assaggiato tempo fa…

Sottofondo musicale consigliato: LP – Fighting with myself.

Tomatin 12 yo (2016, OB, 43%)

Tomatin ha di recente vinto un premio per la distilleria “più cresciuta” a livello d’immagine negli ultimi anni – in effetti la veste grafica delle loro bottiglie è cresciuta moltissimo con l’ultimo cambio di packaging, rendendo più appetibile un prodotto che era già eccellente di suo (ma si sa, le allodole vogliono specchietti talvolta, e anche l’occhio vuole la sua parte, e tanto va la gatta al lardo). Il 12 anni ufficiale è sì composto: botti ex-bourbon, refill hogsheads, sherry butts, dopo 11 anni e mezzo viene tutto mescolato e tenuto per 6/9 mesi in refill Oloroso, e dunque è un finish, tecnicamente. Dimentichiamo le sirene del packaging e torniamo a indossare parrucca e toga e colletto, corrucciamo la fronte con aria grave e andiamo a giudicare.

N: molto vario ed espressivo: in effetti la pluralità di legni si traduce in una pluralità di storie… Sicuramente una narra di bella frutta secca (noci e nocciole); un capitolo è dedicato all’arancia e alla scorza d’agrume, mentre un’astratta frutta giallorossa si fa largo senza faticare tra le pagine. La storia principale è però dedicata ad un malto caldo, forse addirittura lievemente torbato (note minerali), a tratti davvero esuberante.

P: qui la trama è forse meno intricata, con un proemio delicato e leggermente fruttato (ancora frutta gialla indistinta) e poi ancora un romanzo di formazione del malto, caldo, croccante e lievemente minerale (fette biscottate, qualche venatura acre di torba, soprattutto proprio il sapore dell’orzo assaggiato nei tour in distilleria). Ancora frutta secca (tra nocciola noce e perfino l’uvetta dello sherry).

F: di media durata, tutto tra malto, miele e un po’ d’uvetta.

Buono, un classico whisky d’introduzione, di quelli che sembrano semplici ma poi non così tanto. Con le sue sfumature minerali da vero whisky delle Highlands varia il tema principale, tutto incentrato sul malto, vero eroe di questo piccolo poemetto epico. 84/100 è un voto giusto? Secondo noi sì, d’altro canto è il nostro blog, quindi…

Sottofondo musicale consigliato: Jacob Bellens – Untouchable.

Port Ellen 1971 (1990, Gordon&MacPhail for Meregalli, 40%)

Due settimane fa abbiamo avuto il piacere di organizzare la quarta edizione del Tasting Facile: volevamo scrivere un post apposta (…), ma siccome il rischio è l’autocelebrazione scomposta, gratuita e immotivata, rimandiamo alle impressioni dei tanti amici venuti all’Harp Pub lasciate sul forum singlemaltwhisky.it (comunque, lasciatecelo dire: in quattro anni abbiamo aperto bottiglie mica male, eh?, a costo di peccare di hybris vi sfidiamo a trovare degustazioni di pari valore agli stessi prezzi…). Siccome lunedì scorso abbiamo compiuto 5 anni come blog, pensiamo sia giusto celebrarlo con una delle bottiglie che abbiamo aperto al TF2016: trattasi di un Port Ellen del 1971, imbottigliato nel 1990 da Gordon&MacPhail per lo storico importatore italiano, il nostro concittadino Meregalli. Questa bottiglia l’abbiamo trovata circa un anno fa, dimenticata su uno scaffale di un bar milanese assieme a tante altre chicche: non abbiamo saputo resistere all’acquisto, e la tentazione di aprirla era troppo forte, anche di fronte al valore collezionistico della boccia stessa… Quindi quale occasione migliore del Tasting Facile?

img_4737_3N: delicato ma intensissimo anche a 40 gradi e dopo 26 in anni in bottiglia. Come ci aspettavamo è molto complesso: la frutta ad esempio è imponente e variegata (mele gialle, pesche mature, cocco e persino una punta di frutta tropicale sfumata), non mancano gli agrumi (succo d’arancia dolce) e nemmeno un lato più propriamente zuccherino (vaniglia). C’è poi una bella patina di torba minerale e di iodio con un velo di fumo acre e di inchiostro, ma quella setosità vegetale tipica di molti Port Ellen ultrainvecchiati viene qui un po’ sottaciuta in favore di uno spirito più gagliardamente fruttato e profumato, come si diceva sopra. La sensazione è che ci sia qui un bell’apporto delle botti; il malto in realtà è ben presente- delizioso, per inciso- ma ricorda piuttosto un cereale caldo e dolce. Per il resto, sconfina volentieri nel ‘farmy’, in un gioco incantevole di riflessi tra frutta e isola.

P: i 40 gradi sono forse un po’ al limite e qualcosa cede in intensità. La trama però è ancora molto fitta e ben integrata: il lato più sporco, farmy e torboso è sicuramente in primo piano e si conferma pure una bella sensazione marina, di liquirizia salata. Incantevole poi è il sapore ancora una volta caldo del malto, le cui vene zuccherine sembrano un passo avanti a quella frutta che al naso avevamo percepito invece così rigogliosa. Cioè, meno frutta (mela gialla, tropicale misto) e più cereale, ma invertendo l’ordine degli addendi l’orgasmo non cambia, se ci è permesso dire.

F: lungo, ancora un crescendo di torba e cereale elegantemente zuccherino (formaggio dolce? Carruba?), in un’esaltazione sperticata del palato. Inchiostro e fumo di sigaretta.

Un naso super complesso e avvolgente, da 95 punti pieni; rispetto agli imbottigliamenti ufficiali più recenti che abbiamo potuto assaggiare, ha in più quel lato farmy, simile solo ad un altro PE bevuto, e ‘in meno’ un lato vegetale e fruttato, ‘verde’. Il nostro voto finale cede un paio di punti sul palato, che ripropone in una scala più in miniatura il capolavoro del naso e che forse ha perso qualche grado per strada: 93/100 come giudizio dunque, in uno scatto di sobrietà istituzionale. Grazie a tutti gli amici venuti al Tasting Facile, grazie a quanti ci hanno fatto gli auguri, e ovviamente… grazie a GP per la bottiglia!

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Brother my cup is empty.

Laphroaig 16 yo (1987/2004, Silver Seal, 46%)

Non possiamo esimerci dal bere un secondo Laphroaig, non siete d’accordo? Dopo l’ottimo quattordicenne di Hidden Spirits, oggi tocca a un sedicenne di Silver Seal: si tratta di un imbottigliamento ormai storico, un distillato del 1987 messo in bottiglia nel 2004 dopo anni trascorsi in una botte ex-sherry. La selezione è opera di Ernesto ‘Rino’ Mainardi, celebrato da molti (e da molti autorevoli appassionati, non da cialtroni come noi) come uno dei migliori nasi italiani, se non il migliore. Noi abbiamo potuto mettere le mani su uno dei 770 esemplari di una boccia del genere, ormai esaurita dovunque (e dove lo trovate un Laphroaig in sherry oggidì?, ditecelo, forza) perché era compresa nel pacchetto “Socio Conoscitore 2015” di Whiskyclub.it – una ragione in più per aderire al Club! Il colore è ramato pieno.

laphroaig_silver_seal_16_1987N: impossibile non partire da un lato fruttato, raramente così clamoroso: frutti rossi e neri (lamponi, fragole, more e mirtilli) intensissimi, succosi e iperzuccherini, che arrivano a ricordare le Fruit Joy scure, alle more, e in generale concentrati di frutti di bosco (forse soprattutto more e mirtilli). Prima ancora della torba, arrivano intense suggestioni di eucalipto, di tè, poi di tabacco da pipa; mare e medicine, grandi classici di Laphroaig, rimangono un po’ in disparte, anche se la torba ovviamente si fa sentire dando ulteriore sostanza… Un lieve senso di zolfanelli, di fiammiferi, con un lato sulfureo a dare un ulteriore strato.

P: all’attacco sembra mansueto, complice la gradazione ridotta; ma si tratta di un’impressione destinata a svanire molto presto. Come sopra, propone un tripudio di frutti rossi (ciliegia e lampone) che, però, forse sono soprattutto neri (more e mirtilli in gran spolvero). Arancia rossa matura, ancora a simulare un che di sulfureo, e tabacco da pipa; solo un cenno di tè affumicato (Lapsang Souchong). In aumento, qui, c’è il lato isolano, soprattutto con l’acqua di mare che riemerge, con note sapide e intense; ancora, la torba (più vegetale che fumosa – solo un qualcosa di bruciato) è parzialmente mitigata.

F: lungo e molto, molto persistente: colpisce la resistenza della frutta, dolce e davvero intensa; poi, labbra salate e fumo acre, di torba, infinito.

Come amiamo dire spesso, certi Laphroaig in sherry riescono a realizzare il miracolo di un perfetto equilibrio tra due mondi (torba e sherry, appunto) apparentemente distantissimi… E questo è senz’altro uno di quei “certi”. Rinnova il miracolo dello stupore primordiale il riconoscere un Laphroaig a grado ridotto intensissimo, certo, ma tutto giocato su sfumature setose, sulle molteplici nuance che la combo botte e distillato riesce a produrre. Capolavoro d’estate. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Il dottor Funky.