Highland Park 17 yo ‘Full Volume’ (1999/2017, OB, 47,2%)

Da qualche tempo abbiamo fatto pace con Highland Park: un po’ nauseati dalle infinite serie pseudo-vichinghe, con prezzi sempre più alti e soddisfazione sempre più bassa, abbiamo iniziato a rivolgerci stabilmente agli imbottigliatori indipendenti, che in questi anni sono particolarmente ricchi di single casks di una innominabile distillerie delle Orcadi… Oggi diamo un’altra chance agli OB, e scegliamo un imbottigliamento inizialmente per il mercato americano e da qualche tempo sbarcato nel Vecchio Continente: Full Volume, maturato quasi 18 anni (vintage 1999, imbottigliato 2017) in barili ex-bourbon first fill. Se volete sapere di più, sul lato del (bellissimo) packaging c’è la fascetta che mettiamo qui a lato.

N: molto piacevole, si sente tanto il bourbon first fill e lo spirito HP resta forse un po’ in disparte. Quindi super cremoso, con crema pasticciera, gelato alla banana, buccia di mela, pasticcino alla frutta da cui è caduta la frutta. Succo d’ananas zuccherato. Un senso di frutta sudata, da marzapane. Resta viva una torbina leggera leggera, con un sentore minerale persistente molto piacevole.

P: l’ingresso è molto piacevole e d’impatto, per così dire: stante una dolcezza che rimane molto evidente, con altra crema pasticcera e pastafrolla burrosa e vaniglia, verso il finale cresce l’identità dell’Highland Park, con torba fumosina (fumosinina, diciamo) e cereale cerealoso e terra minerale, con una sapidità in aumento e pure pepe nero. Ancora fruttato, essenzialmente diciamo “mela gialla”.

F: salato, torbatino leggero e minerale (roccia calda bagnata, dice Angelo), con la mela gialla che ritorna alla fine del finale.

86/100: costa poco per gli standard degli Highland Park ufficiali (se pensate che il 18 anni ‘normale’ costa 140€… questo si trova anche sotto le 100), e soprattutto è proprio buono. Certo, non si può negare come l’apporto dei barili first-fill trattenga un po’ lo spirito più selvatico della distilleria di Kirkwall, ma a noi, in fondo, checcefrega?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, visto il packaging, è Manowar – Blow Your Speakers.

Benromach 2008 (2016, OB for Meregalli, 61%)

stiamo ancora aspettando il World Press Photo per questo scatto

Non sono molto comuni i single cask di Benromach, la distilleria di proprietà di Gordon & MacPhail cui vogliamo tanto, tanto bene: il distributore italiano, Meregalli, è riuscito nell’impresa di portarsene a casa uno alla fine del 2016, noi abbiamo avuto bisogno di due anni e mezzo per riprenderci dalla notizia ed ora, finalmente, lo assaggiamo. Non è vero, siamo solo molto lenti. Si tratta di un barile ex-bourbon a primo riempimento, invecchiato 8 anni e imbottigliato alla gradazione contundente di 61%.

N: decisamente molto alcol. Eccolo che esordisce su dei sentori di polvere da sparo/ardesia e di pancetta, molto sporco. Si sentono note di frutta bianca, di zucchero a velo e vaniglia, ma questa patina dolce è come schiacciata da sentori vegetali, come di clorofilla, o di cartone, carta. Nudo, distillatoso, molto alcolico, e con emersioni di vaniglia qui e là. Mah.

P: alcolicissimo, tanto aggressivo. Poi molto torbato, di una torba chimica; ancora poi quella sensazione vegetale, di cartone o di erba un po’ secca, poi una zuccherinità estrema e però pura – appunto, zucchero bianco intensissimo. L’acqua è necessaria: la torba resta intensissima e chimica, e la dolcezza esplode sulla vaniglia – ma niente di più, come sentore.

F: torba, smog, fumo e pane, con una spruzzata di vaniglia.

Il distillato di Benromach, spigoloso e pieno di personalità, si conferma essere una brutta bestia, difficile da addomesticare. Non possiamo dire che questa bevuta sia compiutamente ‘piacevole’, anzi è piuttosto ostica, soprattutto per una gradazione che si fa sentire fin troppo. Con acqua – ribadiamo, necessaria come il lieto fine in una commedia hollywoodiana – diventa piacevole, ma un po’ semplice e immaturo, se dobbiamo dirla tutta. Non sarà un mezzo passo falso a scalfire il nostro amore per Benromach, comunque: si sappia. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bluvertigo – Cieli neri.

Octomore 08.1 ‘Masterclass’ (2007/2018, OB, 59,3%)

lo staff che a Bruichladdich si occupa di Octomore

Octomore, aka il mostro finale, aka la Morte Nera, aka la scodella di cenere, aka “ti spiezzo in due”, aka “Panzer Division Marduk“: Octomore, il whisky più torbato al mondo. Prodotto a Bruichladdich e frutto della geniale invenzione di Jim McEwan, è naturalmente un freak ma proprio per questo, pur costando uno sproposito e avendo uno dei rapporti età/prezzo peggiori della storia (si chiama tecnicamente “capolavoro di marketing”), è tra i più ricercati dai torbofili italiani, che generalmente entrano ai festival schiumando dalla bocca e guardandosi intorno per trovare uno di questi rari esemplari. L’orzo alla base di questo batch subisce una torbatura a 167 ppm, quindi tutto sommato ‘delicata’, se pensiamo che si sono spinti fino a oltre 200… E per avere un’idea, Lagavulin e Ardbeg torbano tra i 50 e i 55 ppm. Octomore Masterclass 08.1 è tutto del vintage 2007, maturato esclusivamente in botti ex-bourbon.

N: irrompe subito una folgorazione, immediata: la boule dell’acqua calda. C’è infatti tutta una gamma di oggetti di gomma (che forse non snoccioleremo per pudore), arrivando fino alla visione di un tir che inchioda, fa fischiare i dischi, i pneumatici sfrigolano, la puzza di smog si sente bene. Lo volevate torbato? Eccovelo! Pian piano si fa largo un sentore balsamico, tipo pino mugo e… tremate… masticha (liquore greco aromatizzato con resina). Zucchero a velo e cedro. Zafferano ma anche cimice spetasciata.

P: anche qui l’impatto è inaspettato… subito netto si staglia un sentore di senape!, inaspettata ma presente. Anche il lato balsamico non si fa certo pregare, con ancora resina e aghi di pino, eucalipto. Coerente rispetto al naso, e quindi impregnato di carbone e plastica bruciata. Dolcezza molto semplice, da zucchero bianco, vaniglia e candito da distillato.

F: chimico, plasticoso. Esce la (relativa, peraltro) gioventù, canditi e new make. Ancora zafferano.

Da una parte è indubbiamente estremo, anche se come sempre diciamo non dimostra di essere “quattro volte più torbato di un Ardbeg”, per intenderci; dall’altra parte sono sempre gli stessi eccessi, gli stessi pregi e gli stessi limiti. Come insegna una memorabile campagna di Pubblicità Progresso degli anni ’90, talvolta il vero sballo è dire no. E comunque, 84/100: di questo undicenne stupisce la percepita gioventù del distillato, che ormai siamo portati a credere darà il suo meglio dopo venti, trent’anni in botte. Aspettiamo con curiosità, e con Burzum nelle cuffie.

Sottofondo musicale consigliato: Burzum – Aske.

Springbank 25 yo (1991/2017, Rest & Be Thankful, 46,3%)

Allo scorso Milano Whisky Festival si è avvicinato a noi, con fare losco e circospetto, il buon Riccardo Guadagni, ex barista dello storico Bar Metro – diciamo che si è fatto le ossa in un bell’ambiente, ecco, e con un maestro d’eccezione come Giorgio D’Ambrosio. Nascosto dentro all’impermeabile aveva una bottiglia di Springbank 25 anni, imbottigliato da Rest & Be Thankful per il mercato asiatico (per Liquid Gold, a voler essere precisi). Lo assaggiamo oggi, e nei prossimi giorni lo confronteremo con un altro Springbank indipendente, anch’esso per il mercato asiatico, tutto invecchiato in un single cask ex-sherry – anch’esso spacciatoci da Riccardo, cui siamo particolarmente grati, capirete.

N: il naso è splendido. Ci sono note di carambola, c’è una punta fresca di canfora, poi mela cotta, mela gialla (buccia di mela), qualcuno perfino dice mela verde. Insomma, mela e tanta frutta gialla. La mineralità tipica di Springbank qui si rivela con una patina come ossidata, da whisky di una volta, con quella cerealosità vagamente cerosa… Non c’è marinità, per lo meno al naso. Un ignoto bevitore, che degusta con noi, per racchiudere il senso contraddittorio della commistione di freschezza e di profondità, si lancia nell’immagine evocativa “è una milf diciassettenne”, e un quarto figuro, che non citiamo per non fargli subire legittime accuse di sessismo, aggiunge “con due pere così”.

P: porca miseria! Ha un lato di frutta tropicale stupefacente, intensissima e soprattutto inedita per Springbank, di una varietà ed esplosività francamente devastanti. 50 sfumature di frutta: cocco, maracuja, frutto della passione, pesca, ancora molta mela… Poi ecco tornare una patina di cera. Una convincente nota di liquirizia salata, e con venature mentolate. Ecco finalmente anche la sapidità di Springbank, lieve, con un sentore suggestivo di alga. Che spettacolo, beati gli asiatici!

F: lungo, persistente, con note zuccherine, di mandorla e marzapane, dopo una primissima fiammata tropicale, assolutamente (lo ripetiamo) devastante.

È qualcosa di spettacolare, semplicemente. L’abbiamo già scritto qualche volta nel corso della recensione, ma chi l’ha mai trovata una tropicalità del genere in uno Springbank contemporaneo?! Veramente splendido, fresco e fruttato e al contempo dotato di quella profondità di cereale che solo a Springbank riusciamo a trovare: anche se manca la dimensione più compiutamente costiera che siamo abituati a considerare un hallmark della distilleria di Campbeltown, non ci possiamo proprio lamentare. Incantevole: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Serge Gainsbourg – Daisy Temple.

Gillon’s Real Mountain Dew (inizio ‘900, 45,3%)

l’abbiamo preso veramente!

Al Milano Whisky Festival del 2017, Franco Dilillo ha aperto una bottiglia molto particolare: un blended databile tra il 1890 e il 1910. Tremano i polsi solo a scriverlo, figurarsi a berlo… Real Mountain Dew era il nome di un blend imbottigliato da Gillon’s, una compagnia allora proprietaria della distilleria Glenury Royal (anch’essa oggi una sorta di mito, avendo chiuso nel 1985), che poi si è fusa intorno al 1910 con Ainslie & Heilbron Distillers, proprietari per un certo periodo di Clynelish. Nel mare incerto e burrascoso dell’Internet c’è qua e là chi sussurra che questo blended possa contenere del whisky distillato nella mitica distilleria di Brora, ma davvero la certezza non è cosa che ci sentiamo di esigere quando parliamo di un reperto archeologico come questo Real Mountain Dew. Ci accostiamo con le orecchie basse basse al bicchiere, sperando che il tempo non abbia messo a tacere per sempre le qualità del distillato.

gillon_mountain_dew_1890sN: sicuramente non si lascia più di tanto ammaestrare, anche a distanza di un secolo. Prevalgono note sporche e spigolose, di terra, petrolio, materiale plastico (tipo cellophane) – diremmo note da impianto chimico. E signori, questa è la torba! Anche una nota iodata, a perfezionare un profilo sottile, affilato. Per il resto, evidente una nota di erba fresca, e pare quasi di scorgere un po’ di orzo nudo e crudo. Biscotti al burro e zucchero liquido. Si dimostra anche un po’ ‘stracciato’ dagli anni con un sentore di dopobarba.

P: dopo l’ultima impressione del naso, temevamo il peggio. E invece è sorprendemente solido: semplice, ma ancora ben strutturato e di buona persistenza. È tutto basato su una leggera zuccherosità da cereale (ricorda proprio il chicco d’orzo maltato che si addenta in distilleria) e un senso evidente di torbatura: si va dalla terra a un filo di fumo (a dire il vero anche più d’un filo).

F: molto vegetale: insalata iceberg, cereale, fumoso e iper-minerale (un senso di ciottolo).

Non si sente tanto la quota di grano, e di certo troviamo un sacco di torba, cosa che rende questo blended molto istruttivo, oltre che terribilmente affascinante. Sicuramente è giovane e ‘semplice’, e per gli standard produttivi di adesso può apparire fin troppo ingenuo e spigoloso, fin troppo franco, se vogliamo. Niente frutta, infatti, e con un apporto apparentemente minimo dei barili. Ha il grande merito di essersi conservato ancora abbastanza vivo in oltre cent’anni di permanenza in vetro, per dare a noi la possibilità di sfogliare questo rarissimo bigino di storia – dando sostanza a quel che spesso si legge sulle caratteristiche dello Scotch che fu. 82/100 tecnici, 95 emozionali.

Sottofondo musicale consigliato: Chet BakerAlmost blue

amrut intermediate sherry

Amrut ‘Intermediate Sherry’ (2010, OB, 57,1%)

Noi abbiamo un amico di nome Davide che è tanto curioso, in molteplici campi di questo fantastico viaggio che è la vita. Tanto curioso da trasferirsi a Monaco di Baviera, per vedere l’effetto che fa stare sotto l’ala amorevole di Mamma Merkel; tanto curioso da esser andato in vacanza in Corea del Nord, riuscendo tra l’altro a non farsi incarcerare contro ogni ragionevole previsione; tanto curioso da averci portato un campione di questo sperimentalissimo Amrut, distilleria indiana che oramai non può più essere considerata una sorpresa, visti i riconoscimenti conseguiti in svariati concorsi internazionali. L’Intermediate Sherry spicca però per la particolare composizione delle botti: dopo un periodo in ex virgin ed ex bourbon casks, il tutto viene spostato in botti di sherry. Tutto qui? Nemmeno per idea, perché a questo primo finish ne segue un altro in botti di bourbon. Leggiamo poi che il distillato è stato spedito in Spagna e travasato nelle botti di sherry, per poi far ritorno in India, evitando così il rischio di “infezioni” delle botti esauste durante il viaggio dall’Europa all’Asia. Magia della globalizzazione!

amrut intermediate sherryN: Davide non ti preoccupare, non è orribile, bensì molto particolare. Parte ricordando un paio di Converse nuove, avete presente? Poi si agita un senso di bruciato che si estende soprattutto su ciò che di dolce riusciamo a immaginare: una torta alle mele, cannella e uvetta dimenticata quei dieci minuti di troppo in forno. Caramello. Anche uvetta sotto spirito: c’è un qualcosa che indica un alcol piuttosto grezzo, elemento che ci fa capire che siamo di fronte a un distillato piuttosto giovane. Marmellata di ciliegia. Sarà la suggestione indiana, ma ci vien da dire spezie varie – e pepe bianco. Una punta muffita, di legno umido.

P: intenso e aggressivo, per nulla delicato. L’apporto del legno è evidente e mostruoso, a suo modo. Si parte con una certa acidità spiccata, orientato soprattutto sull’arancia (anche rossa, al limite del marcio), è davvero molto dolce, tra caramello, torte marmellatose e dolcetti orientali, miele, cotognata. Anche qui non c’è fumo, ma resta una netta nota di plastica.

F: lungo e persistente, ancora acido, plasticoso, marmellata di frutta stracotta.

Questa pazza creazione di Amrut ci sembra si distingua per una maturazione iper estrattiva e in un certo senso forzata: non è uno scandalo, soprattutto dato l’angel’s share che affligge le botti a queste latitudini, e non è un whisky “cattivo”, intendiamoci. C’è chi infatti ne rimane entusiasta, come Ruben. Tuttavia onestamente non ne cercheremmo un altro dram, perchè non ci ha catturato e molto semplicemente non incontra i nostri gusti: 78/100. Si trova ancora in giro a circa 80 euro, se siete curiosi.

Sottofondo musicale consigliato: A.R. Rahman, The Pussycat Dolls – Jai Ho (You Are My Destiny) 

Jack’s Pirate Whisky XI (2017, Jack Wiebers, 53,7%)

Jack Wiebers è imbottigliatore indipendente crucco, da più di un anno presente in Italia grazie al prodigo intervento di Lost Drams Selection, vale a dire: i baffi di Fabio Ermoli. In passato avevamo assaggiato (e consumato ardentemente) un Lagavulin non dichiarato in sherry, imbottigliamento notevole anche perché particolarmente economico a fronte dell’alta qualità. Oggi assaggiamo il Whisky del Pirata di Jack, nel suo undecimo batch: si tratta anche in questo caso di un single malt isolano senza età dichiarata, finito per 30 mesi in “Petro Ximenez” (sic – schiavi dello stereotipo, eh?, ci mancava solo che ci fosse scritto “finiten per trenta mese in petro…”). Alte aspettative, ci accompagna Angelo Corbetta nell’assaggio.

N: imponente e aggressivo, molto torbato (i rumors dicono Lagavulin, noi non diremmo nulla di diverso) e piuttosto dolce per l’apporto del PX. Si inizia col dado, con un che di sporchino (glutammato) e un ricordo del rancidino del grasso di maiale. Caramello salato, uvetta, zucchero di canna. Eh beh, siamo su Islay, quindi non dimentichiamo una certa inequivocabile marinità e pure un fumo molto alto, aggressivo.

P: molto coerente, qui a dirla tutta la dolcezza del PX diventa ancora più evidente e invasiva. Caramello salato, pop corn caramellati, caramella mou e zucchero di canna. Anche al palato quel lato tra umami, grasso di maiale e un qualcosa di sulfureo – deve piacere ma mmm.

F: lungo, umami, tutto su grasso di maiale, rancidino, fumo e acqua di mare.

Buono, ovviamente, ma un po’ divisivo: deve piacere questo senso così intenso di dolcissimo e sporchissimo, tutto è sparato a mille e l’umami è il vero protagonista dello show. Ad uno di noi piace molto, all’altro pesa questa dolcezza così carica, e la media tra le due valutazioni è di 84/100. Vorremmo chiudere segnalando il sottofondo musicale, perché in questo caso è curiosamente appropriato: si tratta di un gruppo di scozzesi vestiti da pirati, che fanno un metal disimpegnato e ignorante come solo in Germania alla fine degli anni ’90, e il ritornello della canzone recita “We are here to drink your beer / and steal your rum at a point of a gun / your alcohol to us will fall / ‘cause we are here to drink your beer”. Magnifico, quanta bella umanità, abbracciamoci tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Alestorm – Drink.

Puni ‘Gold’ (2018, OB, 43%)

Una delle release più attese di Puni, l’unica distilleria di whisky italiana: il primo 5 anni interamente maturato in barili ex-bourbon. Si tratta anche in questo caso di una miscela di cereali (dunque non single malt) che comprende grano e orzo maltato dalla Germania e segale locale, altoatesina. Per una scheda della distilleria rimandiamo al nostro reportage di un paio d’anni fa, indiscutibilmente il miglior pezzo di giornalismo mai scritto sul whisky italiano – siamo ancora in attesa del Pulitzer, confidiamo che arriverà. Siccome Puni è sempre molto attenta ai dettagli di design, ci piace segnalare la scatola della bottiglia, che nel cartone replica la struttura della bellissima architettura esterna della distilleria.

N: l’apporto del barile è molto chiaro e convincente: abbiamo note di vaniglia, di crema pasticciera, di zucchero a velo. Non disdegna anche un inserto di frutta più marcato, con un poco di banana matura, profumata e aromatica. A tratti vien fuori il sentore del distillato che svela l’età sempre giovane, con note di canditi e di pera. Non complesso ma decisamente piacevole, delicato come nello stile di Puni.

P: l’impatto conferma la delicatezza, che qui forse è fin troppo… delicata. Molto beverino ma anche un po’ deboluccio di corpo. I sentori del naso si confermano qui al palato, anche se in una versione attenuata: e dunque, ancora, un po’ zucchero a velo e di pera, qualche punta di pepe bianco (come peraltro riportato dalle note ufficiali) e una qualche innegabile speziatura. Un sentore nitido di pane.

F: non lungo, non troppo persistente, resta ancora un senso astratto di zucchero a velo e qualche nota erbacea, dal distillato, e ancora di pane.

Senza dubbio l’anima gentile di Puni è in bella evidenza in questo Gold, e in particolare il naso è foriero di non poche soddisfazioni: il palato curiosamente è molto leggero, un poco debole di corpo, ma sostanzialmente coerente con il naso. Se da un lato non possiamo che applaudire a un imbottigliamento ‘per tutti’, che dovrà diventare membro stabile del core range e al ricalibramento dei prezzi (erano sempre stati un po’ alti, secondo noi, ora questa bottiglia viene a casa con circa 50€), dall’altro non sappiamo nascondere una certa delusione proprio per l’eccessiva timidezza di questo whisky: abbiate coraggio, amici di Puni, alzate la gradazione e spingete un po’ di più sull’intensità! Resta un dram più che dignitoso, intendiamoci, solo pare sempre avere il freno a mano tirato: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Forest Swords – Crow.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.