Glen Garioch 21 yo (1965/1986, OB, 43%)

Quando abbiamo incrociato sui social la presentazione del progetto “Cheaper By The Dram” ci siamo subito tuffati a pesce, e abbiamo immediatamente mandato una mail. Di che si tratta? È presto detto: in un momento storico in cui lo scotch whisky sta letteralmente esplodendo, molte bottiglie eccellenti sono diventate pressoché inavvicinabili al grande pubblico di appassionati – il che è un paradosso, come sappiamo, perché certi whisky, fatti per essere bevuti, si sono trasformati in reliquie da osservare, conservare e rivendere, e proprio chi ha contribuito a creare il mito dello scotch (i bevitori) si sono ritrovati lontanissimi dall’oggetto della loro passione. CBTD parte proprio da questo assunto: it’s cheaper by the dram!, un whisky costa meno se si compra solo un sample. E dunque, due volte al mese CBTD mette a disposizione sul suo sito due nuovi sample di bottiglie importanti (andate a dare un’occhiata), in vendita a prezzi più che onesti, offrendo l’occasione unica di assaggiare bottiglie di fascia alta, o semplicemente malti rari. We believe that whisky is for drinking and our intention is to bring whisky back to the drinkers: come si fa a non amarli? Il sample che abbiamo ricevuto è di un malto leggendario: un Glen Garioch distillato nel 1965 e imbottigliato nel 1986, 21 anni per una bottiglia il cui valore è attorno ai 1500€. Mica male, eh?

N: annusato alla cieca, dato che di Glen Garioch di questi anni non ne abbiamo bevuti mai, diremmo ingenuamente (…) di trovarci davanti a un vecchio Clynelish, o a un Brora. Esibisce una torba gentilmente terrosa ed educata e al contempo affilata e avvolgente che fa gridare al miracolo… C’è tutta quella dimensione mineral-cerealosa di carta vecchia, di mobili di legno impolverati da anni, in parte di cera, e anche di amido da stireria, che davvero ci fa impazzire. Una punta di propoli. Dolcetti all’acqua di rose, o marmellata di rose: c’è infatti un che di floreale e zuccherino al contempo. Gelée al lampone, lamponi freschi? Tra le note più ‘normali’, ecco anche una fetta di mela gialla appena tagliata e delle note di cereali, di brioche integrale al miele. Incantevole, seducente come pochi.

P: sbabàm! Eccezionale. La parte più compiutamente ‘dolce’ tende a normalizzarsi, se di normalizzazione si può per cotanto whisky: miele, poi proprio il chicco d’orzo, quella dolcezza del cereale, zucchero di canna, un innocente sentore di amido zuccherino. Uva spina? Ancora brioche integrale al miele. Tutto è però bilanciato da una lieve nota amara, che tende verso la propoli. Ma una cosa, anzi, un mondo non vi abbiamo ancora detto: ed è quello della torba, dell’austerità, della mineralità. Qui compiutamente ceroso, con un fumo acre, come di sigaro distante, una scorza di limone sporca di cenere.

F: perfetto, lungo, sporco e pulito al contempo, con cenere, una torba setosa ed elegantissima, ancora amido a nastro. Ancora cereale torbato.

per dimostrarvi che è vero (cit.)

Dobbiamo essere davvero grati a Cheaper By The Dram per averci dato la possibilità di assaggiare un whisky del genere. Incantevole, un perfetto vecchierello, venato di note minerali e austere che complicano il profilo di una dolcezza “d’altri tempi”, restituendo l’immagine di un whisky incredibilmente complesso, screziato, pieno di sfumature e al contempo vellutato e piacevole. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Bizarre Love Triangle.

Laphroaig 18 yo (1987/2006, Douglas Laing, 50%)

Oggi ci sentiamo fortunati e peschiamo a caso nell’armadietto dei samples con la sicumera del bimbo che deve estrarre i bussolotti caldi di una lotteria truccata. E infatti, toh, spunta uno fra i tanti Laphroaig che affollano la nostra fortunata scansia: il primo selezionato è… rullo di tamburi… quello che avete già visto nella foto qui in alto! Vale a dire un refill sherry butt di Laphroaig, il #3109 per la precisione: 18 anni di invecchiamento, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing nel 2006. Un vintage 1987 direttamente dalla bella serie Old Malt Cask, che tante soddisfazioni ha regalato a grandi e piccini.

56794-bigN: ci duole doverlo dire tutte le volte, ma quanto sono buoni i Laphroaig quando non sono violentati dagli stessi proprietari?! Elegantissimo, aromatico, la prima cosa che spicca è la frutta: mela rossa, proprio la buccia appena tagliata e fragrante; frutta tropicale, con kiwi dolce e mango (quasi mango disidratato). La torba è ancora bella viva, leggermente medicinale, ma senza essere troppo fumoso, e senza esibire una marinità troppo evidente. Piuttosto un che di american BBQ, ma senza eccessi “off”. La frutta tropicale è al limite del floreale, a tratti, se ha un senso. In generale spunta anche una sfumatura più erbacea, tra il timo e il rabarbaro, che si ferma a un centimetro dal balsamico.

P: di una bevibilità che sbalordisce, onestamente. Pieno, attacca sulla liquirizia, su note di legno ed erbe bruciate (canfora?) davvero intense. Poi man mano prende il comando il lato fruttato: mela, frutta bianca, che con un poco di acqua diventa perfino tropicale (succo mix tropical, ananas dolce). Biscotti al miele. Poi non dimentichiamo il fumo e la torba, che soprattutto senz’acqua pare piuttosto medicinale (la canfora…). L’acqua cambia molto, addolcisce il tutto e va ad attutire la componente più amara.

F: molto lungo, con sentori acri e medicinali, e con la nota marina (iodata più che compiutamente salata) decisamente evidente. Falò spento. Qualcuno azzarda: marmellata affumicata?

Quando il barile con lo sherry incontra lo spirito con la torba… No, non muore nessuno, però o è colpo di fulmine, come per la donna sexy e intelligente, oppure è l’accozzaglia invereconda. Qui siamo senza dubbio dalle parti della prima categoria, anche se per gridare al capolavoro manca qualcosina. L’olfatto è estremamente persuasivo, con un apporto di frutta raro. Il palato dà il meglio con una goccina d’acqua, ma va forse a perdere un po’ di quella Laphroaigness che nel naso ci aveva inebriato. Riassumendo, però, non possiamo non dare un convinto e soddisfatto 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Cake – Long skirt, long jacket

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Edradour 10 yo ‘Straight from the Cask’ (2007/2017, OB, 58,8%)

Un paio di mesetti fa, i fascistissimi edifici dell’Eur hanno ospitato il Roma Bar Show. Al netto del fatto che 80 anni fa col cavolo che avrebbero potuto chiamarlo così, ma al massimo lo Spettacolo della Taverna a Roma, una delegazione di Whisky Facile era presente anche lì. E fra un gin tonic e un supplì, è passata anche a far visita agli amici di Velier al loro banchetto, come sempre più libidinoso delle vetrine di Victoria’s Secret. Abbiamo trovato dietro il bancone l’ottimo Daniele Cancellara del Rasputin di Firenze, investito di una missione ammirevole: aprire ogni bottiglia senza pietà. Per aiutarlo (siamo dei samaritani nati), ci siamo fatti versare qualche chicca, fra cui questo Edradour Straight from the Cask, distillato nel 2007 e imbottigliato dieci anni dopo. Oltre ad essere stata nota finora come “la distilleria più piccola di Scozia”, Edradour è anche nota per essere poco considerata. Questo malto ha una confezione di legno e una colorazione da spremuta di legno. Vediamo se sa anche di legno.

La foto è di un altro single cask, ma internet è ostile alla precisione

N: fin dalle prime snasate, lo sherry si sente nitido, ma sotto a questa coltre il distillato resta ancora imbizzarrito e scalcia nervoso. Note di dado Liepig, tanta arancia candita, legno umido, piacevolissime punte di resina… Molto interessante. Buccia di arancia concentrata, dice qualche saggio. Curioso come l’alcol resti sempre in disparte, mai contundente – e siamo a quasi 60 gradi, eh!

P: anche qui l’alcol non si sente. Complessivamente molto piacevole in effetti, si conferma molto agrumato: l’arancia (buccia?) la fa da padrone, poi tanta liquirizia, un po’ di cioccolato, albicocca disidratata. Molto buono, forse un po’ monodimensionale. E se dicessimo “panettone”, vi sembreremmo forse sgradevoli verso il povero Giampaolo nel ricordagli quello che no, decisamente non mangerà comodamente seduto sulla panchina del Milan?

F: lungo, agrumato, per nulla allappante. Caramello e arancia.

Da quando Edradour è stata rilevata da Signatory Vintage, celebre ed eccellente imbottigliatore indipendente, la qualità dei suoi whisky è andata in costante crescita, così come la sua percezione da parte degli appassionati. E dunque dobbiamo riconoscere che sì, questo single cask di Edradour è proprio buono: come abbiamo scritto anche prima, ha forse il limite di essere molto carico (di arancia, soprattutto) e dunque di essere un po’ monodimensionale. Ma in fondo, che ci frega? 86/100, ripartiamo lunedì con un altro Edradour in sherry…

Sottofondo musicale consigliato: BowLand – Kemet.

[Dal nostro inviato ai Caraibi] Clément Très Vieux 1952 (1991, OB, 44%)

Il nostro inviato ai Caraibi

[Siccome siamo gente un po’ così e ci piace darci un tono, ci è sembrato irresistibile approfittare della trasferta di lavoro a Saint-Barthelemy dell’amico Luca Perego, maestro di similitudini e di tante altre cose innominabili, per affidargli una rubrica: così anche noi possiamo dire “dal nostro inviato ai Caraibi, ecco una recensione di rum!”]

Quando Jacopo e Giacomo, nella morbidità della lobby bar de Il Sereno, l’hotel di lusso dove sono venuti a trovarmi sul lago di Como, mi proposero di scrivere su Whiskyfacile, probabilmente avevano già aperto abbastanza sample da dimenticarsi la mia spiccata passione per i Serial Killer, per i gerarchi nazisti e per la musica opinabile. Eppure eccomi qui, in qualità di inviato speciale dai Caraibi, dove sono in task force per la compagnia per la quale lavoro per aiutare la “riapertura” della Lounge Bar, dopo che Irma due anni fa ha fatto più disastri di Jar Jar Blinks per Star Wars. Sarà che ho le frasi di Buscaglione tatuate sul braccio, sarà che mi piacciono i gattini, sarà che quando scrivo riesco a trattenermi dal bestemmiare, tant’è…

L’ospite di oggi, stappato mentre a Milano ci si gode il Whisky Festival, arriva direttamente dalla celeberrima distilleria Clément, nella Martinica, e nasce nel lontano 1952, anno che ci ha regalato alcuni tra i più grandi filosofi e pensatori dell’epoca moderna (Vittorio Sgarbi e Steven Seagal, per dirne due). Clément 1952 Très Vieux fa botte fino al 1991 (c’entra qualcosa l’oscar a Sophia Loren? secondo me sì); fino al 1991 vuol dire fino al 1991, 39 anni veri, non come quelli che diceva di avere la tipa che avete conosciuto in discoteca e poi il giorno dopo aveva la verifica a scuola. 39 cazzo di anni in un posto dove ci sono, di media 29 cazzo di gradi. Qualcuno ha detto Angel’s Share? Esatto. Solo per questa cosa mi sono sentito come la prima volta che ho visto Heather Brooke.

Dura la vita a Saint Barthelemy

Al naso serve un attimo per capirlo, come quando provi a parlare con la persona allo sportello delle poste che comunica solo in pugliese. Inizia immediatamente una nota che sembra fiori d’arancio insieme allo zucchero di canna bruciato, il tutto chiuso in quel cassetto di legno dove nonna teneva i cioccolatini. Il primo assaggio è prezioso, ti aspetti una texture cremosa che non arriva; è dry, ma con un bilanciamento da far invidia alla disposizione delle truppe di Rommel. Il legno fa da padrone, insieme a tutto ciò che è frutta scura. C’è sicuramente cannella, c’è sicuramente la fava di cacao, io ci sento anche molto velatamente della Fava Tonka. Il finale è lungo come la sofferenza per l’ex che ti ha spezzato il cuore, il bicchiere dove l’hai bevuto puoi rivenderlo come profumo per ambienti al gusto di “zio ubriaco alla cresima”. È davvero interminabile; torna prepotente

Gattino caraibico molto impegnato

lo zucchero di canna, resinoso e denso come non mai, sembra di respirare anche l’odore della pelle di chi la lavora, quella canna. Sparisce ogni nota balsamica, la dolcezza ti manda in estasi tanto è profonda ed avvolgente. Solo il finale vale il prezzo del biglietto, dico davvero.

Questo primo assaggio di livello mi ha creato la stessa aspettativa che ha ogni tifoso dell’Inter durante l’estate, spero che la stagione non possa che migliorare. Nel mentre, un saluto da Saint-Barthélemy.

Dalwhinnie 30 yo (2019, OB, 54,7%)

Ancora dalle Special Releases di Diageo 2019 a tema “Rare by Nature“, oggi ci mettiamo alla prova con un Dalwhinnie 30 anni – dal vivo, durante la presentazione londinese, era stata la release più apprezzata da Jacopo, vediamo se a bocce ferme l’entusiasmo è confermato. L’etichetta mostra un coniglio che riporta alla mente Alice nel Paese delle Meraviglie (non siamo abbastanza hipster per scrivere Alice in Wonderland), non sapremmo se il riferimento è voluto oppure, come forse è più probabile, la psichedelia è nell’occhio di chi guarda. Ne approfittiamo per fare un plauso a Diageo, che a differenza degli anni scorsi all’ultimo Milano Whisky Festival ha esibito i muscoli e ha portato tutte le SR, tenendone diverse aperte in mescita – correva voce ci fosse anche un Port Ellen in assaggio, purtroppo noi siamo rimasti sempre fissi al banco e non siamo mai riusciti ad andare a bercelo. Rimedieremo.

N: molto aperto, molto aromatico, pressoché analcolico, con un profilo d’antan piuttosto seducente. Spiccano due macro-note su tutte: il cereale da un lato, il miele dall’altro. Barrette di cereali e miele, per chiuderla una volta per tutte? Sì, ma non la chiudiamo: note di favo di miele, di cera d’api… Poi un che di fruttato, con percocche, buccia di mela gialla, anche del mandarino. Un velo di limone. Semi di sesamo (rigorosamente non tostati!, sia chiaro). Delizioso.

P: esplosivo, molto coerente, molto molto buono e pressoché privo di presenza alcolica. Ancora tanto favo di miele e tanta cera, ancora limone, ancora cereale. C’è una frutta cerosa eccellente, davvero elegante; pompelmo, qualcuno lo sente? E il cardamomo? Beh, se non lo sentite, prendetevela con voi stessi. La parte fruttata, di cui ci siamo curiosamente dimenticati due righe fa mentre ne scrivevamo, è al limite del tropicale, si ferma appena prima del mango.

F: avvolgente, piuttosto dolce ma equilibrato, con miele, cereali e qualche sentore agrumato (limone, proprio). Dopo un po’, si rivela mentolato…

A posteriori, non è forse il più complesso dei whisky: ci sono note di miele e di cereali, con venature fruttate, e niente più. E niente più?, ma siamo impazziti? No, perché l’esperienza è francamente straordinaria, la qualità del malto è davvero eccellente, e Jacopo, avesse bevuto da solo, avrebbe dato un voto ancora più alto perché si è proprio innamorato. 90/100 è il giudizio, ma onestamente il sample che abbiamo portato a casa era veramente piccolo: dovremmo riassaggiarlo. Vero, Danilo? 🙂

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave and the Bad Seeds – Watching Alice.

Brora 28 yo (1982/2010, Whisky Agency for LMDW, 51,6%)

Oggi inizia la settimana che ci porterà all’evento più whiskoso dell’anno, la quattordicesima edizione del Milano Whisky Festival, che ogni anno attendiamo con trepidazione e sete massime. Tra l’altro quest’anno il festival raddoppia, fresco del record di presenze dello scorso anno, e occuperà ben due sale nella storica location dell’Hotel Marriott. Sembra quindi opportuno consumare la settimana di vigilia sganciando un paio di bombe a mano, qui nel nostro umile spazio internettiano, giusto per scaldare ulteriormente l’atmosfera. Di lunedì tocca a un Brora messo in vetro ormai quasi un decennio fa da The Whisky Agency, affermato imbottigliatore tedesco che ci ha regalato più di una gioia in passato. Questa bottiglia fa parte della serie “Private Stock” ed è imbottigliata per La Maison du Whisky. Parliamo di sole 222 bottiglie, un whisky ormai rarissimo, ma sapete che non ci fermiamo di fronte a nulla.

Brora-28-y.o.-Whisky-Agency-for-LMDW-e1432913499131N: possiamo dire fin da subito che il naso si è posato su un Brora con la B maiuscola, nel senso che ha tutti i crismi della distilleria. Da subito molto aperto: spicca un cereale minerale incontrastato, accompagnato da una patina cereosa evidente, favo di miele. Non è sporchissimo, nè tanto torbato (il fumo è solo flebile), però arrivano chiare le tipiche note farmy broresche, tipo balle di fieno, ma anche sala di consultazione di testi antichi. Finisce qui? Mavvaaaaa!!! Sfondano note di pasta di mandorle, buccia di pera, frutta gialla (pesca, albicocca). A suo modo delicato, e infatti pensiamo addirittura al gelsomino.

P: non delude, ma proprio per niente. Risulta allo stesso tempo dolce e ricco, ma è anche affilato, duro. C’è una grande masticabilità, a richiamare ancora la cera e il miele. Un cereale clamoroso, semplicemente delizioso, e ancora pasta di mandorle. La frutta è straripante: albicocca disidratata, mango, arancia, Su tutto aleggia un senso di libro vecchio, una farmyness a dire il vero non mostruosa, come altre volte ci è capitato con Brora, ma più su sentori di fieno caldo. Zaffatine di pepe nero.

F: rimane il sapore del chicco di cereale maltato con torba, secco e complesso. Molto sapido. Lungo, incantevole. Agrumato e delicatamente vegetale: sintetizziamo in albedo, anche se un po’ ce ne vergogniamo.

Un Brora di un’eleganza mostruosa, a suo modo fresco, diventato anziano in un barile ex bourbon che ha dialogato in maniera intelligente col distillato, senza prevaricarlo. La cera si riverbera infinita e vorremmo addormentarci per sempre con questo sapore in bocca. Dolce ma non eccessivo, broresco ma in maniera sussurrata, molto diversa dagli assemblaggi degli OB. Pare che gli ultimi anni a Brora si producesse malto meno torbato, e qui potremmo avere una parziale riprova. Il voto è alto e combacia con quello di IBR: 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Notorious B.I.G. – Mo Money Mo Problems

 

Glenrothes 13 yo ‘Halloween Edition 2019’ (OB, 46,6%)

Persino momenti bucolici al Whisky Revolution Festival

Chiariamo subito una cosa: questa recensione e il suo incredibile tempismo sono il frutto del colpo di genio di un uomo e di una donna che, pur stremati al termine di due giorni di Whisky Revolution Festival in quel di Castelfranco, hanno gettato il cuore, il fegato e ogni altro organo vitale oltre l’ostacolo. La sala era ormai vuota, gli stand irrimediabilmente deserti, le bottiglie di whisky già tutte malinconicamente impilate a formare bancali, ma i prodi – il nostro Marco Zucchetti e Nadia Bastianon, che fino all’ultimo e oltre ha animato il banco di Velier – hanno realizzato all’unisono che Halloween era ormai alle porte e che proprio una distilleria in portfolio dell’importatore genovese aveva appena sfornato un’edizione limitata di 5000 bottiglie dedicata guarda caso a questa festa ammerigana. In un attimo il bancale era sbancalato, i due come furie ad aprire scatoloni, il sample riempito per la lieta ricorrenza.

9712_the_glenrothes_13_year_old_halloween_edition_2019N: riconosciamo subito una nota che ricorre nei whisky della distilleria, vale a dire un bel carico di frutta secca, soprattutto noci ma anche mandorle. Il profilo generale è di quelli umidi, tra la scatola di legno chiusa da tempo, il cartone bagnato e un filo di cera. Si sente anche la torba, ma abbastanza timida e dal fumo accennato. C’è poi tutto un lato che ricorda cose dolci molto cariche, tra il caramello, i fichi secchi, tanta scorza d’arancia candita e la mela rossa caramellata. Vaniglia, certamente, mentre la parte speziata la riassumiamo con una suggestione di pan dei morti.

P: attacca deciso, forte anche di una gradazione dignitosa. Le note agrumate dominano in lungo e in largo, con ancora arancia candita; dolce e ricco, avvolge il palato con note di vaniglia, creme caramel, uvetta sotto spirito, pesche succose e mele gialle. In effetti sembra fatto per riscaldare il cuore e accontentare i golosi che, con la scusa dei primi freddi novembrini, iniziano a divorare zuccheri a ogni ora del giorno. La torba è ancora un di più ed esce più che altro sulla distanza, regalando una suggestione di caldarroste e un filo di sapidità.

F: abbastanza lungo, su note di zucchero rappreso, cera e frutta secca. Vive la torba, ben integrata.

Chi segue questo spazio sa che su Glenrothes abbiamo spesso speso parole amare. Immaginatevi quanto potevamo partire prevenuti su un’edizione speciale di Halloween con un’extra maturazione in botti che hanno contenuto whisky torbato. E invece il magico mondo del whisky di malto è magnificente proprio perché sa stupirti a ogni assaggio, trasformare una sicura beffa in un whisky gradevole. In generale questo Glenrothes è ben congegnato, un malto moderno creato con uso spregiudicato dei legni per spingere forte su note zuccherine, sontuose, al limite dell’eccesso. Per chiuderla con un discutibilissimo gioco di parole, da cui d’altronde davvero non sappiamo esimerci, noi avremmo giurato fosse scherzetto, e invece era dolcetto: 86/100.

Sottofondo musicale consigliato:  Tones And I – Dance Monkey (acoustic cover)

 

 

Tobermory 24 yo (1994/2019, Claxton’s, 55,4%)

È da qualche tempo che in Italia abbiamo la fortuna di poter accedere facilmente agli imbottigliamenti di Claxton’s, un piccolo imbottigliatore indipendente inglese (grazie a Davide per la correzione) distribuito da un paio d’anni dal prode Diego Malaspina di Whiskyitaly. Noi seguiamo sempre con curiosità le nuove release, dato che in passato abbiamo pescato ottime sorprese: oggi ci dedichiamo anima e corpo a un Tobermory di 24 anni invecchiato in un singolo barile ex-sherry – e come ci insegna Tagliabue, Tobermory e sherry spesso sanno regalare esiti stellari.

N: mooolto piacevole! La gradazione è inesistente. Evidente lo sherry, con note di uvetta e mela rossa, anche una poltiglia di albicocche o forse di pesche… Un senso di frutta macerata. In grande crescita ecco zompettare fuori una nota metallica, di rame, di ruggine; anche un sentore quasi quasi di carne di gallina (!), una nota un po’ sporchina. Fruttato ma non zuccherino, sporco ma non grasso: Tobermory colpisce ancora con la sua stranezza.

P: resiste nella sua paradossale dolcezza secca e metallica. Esplode una bomba succosissima, molto vinosa, pur non indulgendo sulla dolcezza: ancora mela rossa, uvetta, uva rossa, ciliegia (nocciolo di). Vira con coerenza poi su note più metalliche, di carrube rame e un po’ di legno, andando verso l’amaricante.

F: asciutto, ma ancora con sentori di crema alla ciliegia; lungo, persistente, ancora su metallo e frutta.

Con Tobermory, si sa, non bisogna aspettarsi cose semplici, cose normali, cose banali: e anche in questo caso il copione del freak show è stato rispettato alla grande. Paradossalmente tutte le note strambe e bislacche di questo single cask portano a un incredibile equilibrio: certo non è un whisky facile (ehm), anzi è davvero stimolante, “challenging” direbbero i nostri amici hipster arrotolandosi il risvoltino. A noi è piaciuto molto: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sunn O))) – Kingdoms.

Clynelish 20 yo (1996/2017, Signatory, 46%)

I Clynelish Signatory sono gli Andrea Rossi del whisky. Ce ne sono talmente tanti e talmente simili come annate che ti sembra di essere nel quadro di Magritte dove piovono omini tutti uguali. Ma al di là della massificazione, ognuno è un individuo con un suo sé, esattamente come questi imbottigliamenti. Ok, fine dei riferimenti dotti, rientriamo nei ranghi e nelle warehouses. Voi che ci seguite con così tanta amicizia (e anche con un po’ di sano disgusto, e non vi biasimiamo per questo) sapete come Clynelish sia una delle nostre distillerie preferite. Peccato solo non esista un nome per il feticismo della cera salmastra, la nostra parafilia di riferimento. Questo whisky imbottigliato per la serie Vintage è rimasto per 20 anni nel refill butt 8787: vediamo come sono le cose dopo il Ventennio…

176680-bigN: colpisce da subito una prima nota delicatamente sulfurea, non eccessiva ma di certo presente: zolfanello, proprio. Piuttosto umido, si respira l’afrore delle foglie bagnate. Olio di noce, anche? Anzi, forse è proprio nocino, perché la sensazione è anche liquorosa. C’è poi un lato fruttato che tende al troppo maturo, siano albicocche o mele renette. Per il resto, si fa piuttosto silenzioso… Assaggiamo.

P: mmm, purtroppo è abbastanza coerente e non è un bene. Parte un po’ scarico, poi quel che viene fuori è ancora la noce, ma marcia. Spuntano buccia di mela molto matura, arancia andata e carruba… Resta ancora molto sulfureo, qui va verso il rancido, forse l’uovo. Yogurt alla liquirizia. Non indimenticabile, per usare un eufemismo.

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Riconoscete il Clynelish Signatory cattivo fra tutti quelli buoni?

F: piuttosto lungo, ancora sulfureo, ancora yogurt alla liquirizia. Mela. Mah.

Errare è umano, perfino con un Clynelish: 77/100. Peccato, il barile puzzone ha rovinato il miglior distillato di Scozia con una serie di note off eccessivamente sulfuree che soffocano il dna minerale dello spirito. Non ce la prendiamo, succede, anche se per fortuna non troppo spesso.

Sottofondo musicale consigliato: Nine Inch Nails – Somewhat damaged.