Tamdhu 2006 (2015, Van Wees ‘The Ultimate’, 64,3%)

Saremo degli squilibrati, ma in una sera di piena estate, travolti dalla calura e dagli sciami di zanzare inferocite, abbiamo pensato fosse una buona idea quella di aprire un sample di un whisky a più di 64%… Trattasi di un gentile omaggio del sommo Fabio, valente blogger di whisky e cervello in fuga: un Tamdhu maturato nello sherry butt #918 per 9 anni, fino al momento in cui Mr. Van Wees ha deciso di porre fine alle sue sofferenze e imbottigliarlo nella serie The Ultimate.

foto da whisky.de

N: molto aggressivo e aromatico sulle prime: ti piomba in faccia tutto il carrello delle confetture da hotel. Frutta in marmellata (arancia amara, fragola), pasta di mandorle; passando oltre si scorge un tocco di tabacco da pipa. Sentori di foglia umida in autunno, quella coltre marcescente di foglie umide autunnali che tanta poesia decadente da due soldi ispira sui diari degli adolescenti. L’aggiunta di acqua dischiude un lato di carne che in effetti attendevamo sulla porta da po’.

P: alcol ovviamente esuberante e qui le note meaty (proprio di bistecca di porco) si fanno più evidenti, assieme a una gran frutta (pesca, fragola), perfino tropicale. Aranciata amara. L’acqua amplifica suggestioni carnose, quasi metalliche e ruginose. Ancora una marmellata di frutti rossi. A tratti vinoso.

F: molto lungo con agrumi, scorza d’arancia macerata, e melone. Liquirizia pura.

Estremo e saporitissimo, anche se la gradazione-monstre non pregiudica una certa qual beverinità. Una bomba in sherry così come ce la si aspetta, con tutta la luculliana seduzione della frutta succosa e con quegli spigoli carnosi e lievemente metallici così tipici dello stile di Tamdhu. Se poi pensiamo che in uscita questo Tamdhu costava circa 65€, beh… Complimenti. Un whisky giovane, carico ma non privo di personalità, nel senso di individualità: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Grace Jones – I’ve seen that face before.

Aberlour 17 yo ‘Distillery Reserve’ (1999/2017, OB, 52,8%)

In una delle nostre recenti sessioni intensive di degustazione presso l’Harp Pub Guinness di Milano abbiamo affrontato una golosissima edizione di Aberlour: si tratta di un ‘Distillery Reserve’, cioè una serie di imbottigliamenti single o double cask, a grado pieno, delle distillerie del gruppo Chivas / Pernod, disponibili per l’acquisto solo lassù dove il whisky lo si fa. In questo caso, abbiamo davanti due barili (#4868 e #4886) ex-sherry Oloroso distillati nel 1999, imbottigliati dunque a 17 anni nel 2017. Roba forte, direbbe qualcuno: ringraziamo il prode Andrea del Monkey Whisky Club per essersi inerpicato fino ad Aberlour per portare a casa cotanta bottiglia. Siamo coadiuvati nella bevuta dal sommo Angelo Corbetta.

N: uno sherry monster fatto e finito, anche se decisamente più maturo e ‘pieno’ rispetto all’Abunad’h – ha note succosissime di frutta rossa, dalla ciliegia / amarena al lampone, poi cioccolato (cioccolato con ciliegie, diciamolo: mon cheri). C’è una venatura di clorofilla. Brioche (ai frutti rossi, naturalmente); note di malaga, ‘dolci’ e cremose. Legno caldo, e punte speziate.

P: l’impatto è esplosivo, con deflagrazioni di cioccolato fondente e frutta rossa, come ci si attendeva; note di babà al rum, ci suggerisce Angelo – e poi va chiudendosi verso l’amaricante / astringente, con note di fondo di caffè. Spezie (chiodi di garofano, noce moscata).

F: burroso, cioccolatoso, dolce, annega le suggestioni amaricanti e torna su territori più ruffiani. Maestoso.

Eccellente come solo un Aberlour in sherry di circa 18 anni può essere. A suo modo incoerente, con un naso succoso e dolcino e un palato, invece, succoso e amaricante, con presenza netta del legno e delle spezie. Siccome abbiamo paura di non berlo mai più, e la paura fa 90, ecco il voto: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Reverie.

Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.

“Whisky Revolution Festival” – Castelfranco Veneto, 22-24.09.2018

Il BLEND WhiskyBar di Castelfranco Veneto è stata una delle novità più gradite dell’anno ‘scolastico’ appena trascorso. Dopo l’inaugurazione dello scorso settembre, i ragazzi si sono affermati rapidamente come uno dei punti di riferimento italiani per la miscelazione a base whisky: alla base ci sono concetti molto forti e la chiara volontà di svecchiare l’immagine del single malt, aggiornandola alle esigenze comunicative contemporanee ma senza perdere accuratezza e serietà in fase di divulgazione culturale del prodotto. In un certo senso, sono i principi che ci hanno portato, anni fa, a creare questo blog, e dunque non possiamo che sentirci in profonda sintonia con loro…

Siamo dunque molto felici di poter annunciare il Whisky Revolution Festival, una fiera dedicata – ovviamente – al whisky, organizzata a Castelfranco proprio dagli amici del BLEND tra il 22 e il 24 settembre, presso l’Hotel Fior. Si tratta di una tipologia di fiera del tutto nuova, diversa sia dallo storico Milano Whisky Festival che dalla fiera romana Spirit of Scotland / Roma WF: sarà all’aperto, nell’enorme giardino di un albergo, ci saranno le classiche isole con degustazione dei vari espositori, ci sarà un’area didattica affidata alle sapienti mani e menti di WhiskyClub Italia; poi uno spazio-museo gestito da Max Righi, un’area ‘esclusiva’ con bottiglie di fascia alta in degustazione, abbinamenti con cibo, una zona del whisky bar con miscelazione, after party in loco, musica dal vivo, un’area lounge e un ristorante all’aperto, masterclass prestigiose, dibattiti… Il tutto all’insegna del benessere più sfrenato. Conoscendo il modo in cui lavorano i ragazzi e l’entusiasmo con cui tanti espositori hanno aderito immediatamente, sappiamo che sarà qualcosa di eccezionale.

Anche i blogger italiani saranno protagonisti: insieme agli amici Giuseppe, Federico, Sebastiano e Valentina organizzeremo degustazioni ‘guidate’ e cercheremo di coinvolgere il pubblico con attività “socialmente utili”. Noi avremo anche il piacere di tenere una masterclass davvero eccezionale: una verticale con tutti e 7 le edizioni del Kilchoman 100% Islay e, in anteprima italiana (anzi: mondiale, galattica, universale!), anche con l’ottava release! Un’occasione davvero unica per assaggiare l’espressione più autentica della distilleria più artigianale di Islay.

Naturalmente vi terremo aggiornati sulle evoluzioni, intanto ovviamente vi raccomandiamo di dare un’occhiata al sito, appena messo online, e di seguire il BLEND e il WRF sui vari canali social (a partire dalle loro pagine facebook, qui e qui). Ci vediamo là!

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Sei mesi fa abbiamo compiuto quello che è senz’altro un passo piccolo per l’umanità, ma per whiskyfacile è grandissimo: organizzando il Freak Show abbiamo aperto al mondo del sottoprodotto caraibico (citazione da attribuirsi rigorosamente al sommo Terziotti), cioè al rum. Il punto di partenza è stata la constatazione di come l’assenza di un disciplinare per il rum sia un problema per la percezione dell’intera categoria: facendola più semplice di come è, se è tutto permesso chi lavora bene non ha modo di distinguersi da chi lavora male, perché in etichetta è rum il primo ed è rum il secondo – per intenderci, proprio la rigidità del disciplinare dello scotch whisky ne ha permesso la crescita e l’affermazione. Consci del problema, alcuni distillatori di rum hanno deciso di provare a cambiare le cose: in particolare, Luca Gargano di Velier (proprietario di Rhum Rhum a Marie Galante, oltreché ovviamente importatore in Italia) e Richard Seale di Foursquare Distillery, su Barbados,  hanno deciso di lanciare una nuova proposta per un disciplinare del rum modellata proprio su quello del whisky scozzese, su cui potete leggere qualche impressione qui, qui e qui. Ora, stimolati dalla riflessione abbiamo voluto aprire proprio un Foursquare “Triptych”, un single blended rum (cioè un rum di singola distilleria ma frutto di miscela di distillato da pot still e da column still), miscela di barili di tre annate (2004, 2005, 2007) e di tre tipologie diverse (bourbon, madeira, quercia americana vergine) selezionato e imbottigliato da Velier due anni fa. Ah, non dimentichiamo che la maturazione è avvenuta alle Barbados. Presenta diffusamente distilleria e imbottigliamento il buon Steven.

N: incredibilmente aperto e accogliente pur se a 56%, da subito – da profani quali siamo – ci sembra predominante l’apporto dei legni rispetto al distillato in sé. Al di là di una nota vinilica, molto evidente e frequente in questo tipo di distillato, il bouquet aromatico si dipana poi su note di caramello, di miele; c’è una componente molto fruttata, che ci regala l’epifania delle pesche sciroppate. Biscotti cannella e zenzero, a dimostrare la presenza di spezie molto strutturate. Non si dimentichi la scorza d’arancia (o l’arancia candita). Un che di chimico, insondabile e sfuggente alla nostra parola, che forse definiremmo Coccoina.

P: anche qui i 56% sono in sordina, e lasciano spazio a un rum davvero pieno e soddisfacente: esplode in bombe di sapore ‘appiccicose’, dal caramello alla frutta sciroppata. Forse un che di barretta con caramello e arachidi? Burroso, grasso. Ciliegie sotto spirito. Si fa ancora più evidente un lato tostato e speziato di grande complessità: abbiamo ancora cannella (dolcetti alla cannella, o i chewing-gum alla cannella che c’erano in commercio anni fa…) e chiodi di garofano. Come dimenticare però l’agrume?, soprattutto chinotto, arancia rossa. Tende all’amarino, dopo un po’.

F: si riverbera a lungo, tra una dolcezza intensa e un che di amaricante, con tante spezie. Nel finale del finale, a sorpresa, un che di curiosamente catramoso e di cherosene, tipo – ma solo “tipo”.

Non vogliamo dare voti numerici ai rum, lo sapete, perché siamo gente di straordinaria umiltà e ineguagliata coscienza: ma se volete la nostra opinione, e se siete su questo sito forse vi interessa, beh: ci piace veramente tanto tanto. Molto buono, complesso, con molti strati aromatici portati dai barili, certamente attivi, ma anche con piacevolissime emersioni del distillato, uno dei più interessanti attualmente prodotti. Insomma, trattasi di un rum sicuramente costruito, ma costruito bene bene. Bravo Richard, bravo Luca. Qui le opinioni di Serge, che un voto lo dà e ci trova d’accordo, e del grasso pirata, il nostro punto di riferimento in materia di distillato caraibico. Esaurito dovunque, aspettatevi di comprarlo in asta a un prezzo decisamente più alto di quello d’uscita.

Sottofondo musicale consigliato: Kamasi Washington – Street Fighter Mas.

Ardbeg ‘Grooves’ (2018, OB, 46%)

È quel momento dell’anno in cui l’afa inizia a inumidire la nostra volontà; in cui gli studenti dei licei preparano uova e farina per l’ultimo giorno, fregandosene dell’ultima interrogazione, ché tanto ormai il destino è segnato; in cui le ragazze indossano pantaloncini sempre più corti, e la freschezza delle gambe stordisce i passanti; in cui le prime sirene di calciomercato iniziano a occupare le testate nazionali, e già si attende la prima pantera avvistata in Abruzzo; in cui i supermercati sparano aria condizionata a cannone costringendoti a tenere in macchina un maglioncino leggero, ma il mal di gola è lì, dietro il banco della frutta; in cui il banco della frutta inizia a rivolgere agli avventori aromi suadenti, di pesche succose e albicocche dorate; insomma, è quel momento dell’anno in cui Ardbeg rilascia la sua edizione limitata annuale. Quest’anno tocca al “Grooves“, con una storiella di marketing basata sulla Summer of Love, Peat ‘n’ Love, hippy… di cui onestamente ci sfugge la ragione – ma è colpa nostra!, è che leggere certi comunicati stampa ci fa così fatica… Si tratta del solito NAS (whisky senza età dichiarata), invecchiato – pare – in barili ex-vino (quale vino? boh) pesantemente abbrustoliti all’interno, per rendere il legno molto attivo, e pretende di essere un’edizione limitata, che però casualmente si troverà stabile sugli scaffali fino all’anno venturo, almeno. Storiella entusiasmante, vero?, e che neppure il sito ufficiale si disturba a spiegare molto di più (parla solo di “our grooviest casks”, fate voi). L’abbiamo assaggiato all’Ardbeg Day di sabato scorso, ne abbiamo prelevato un campione e riassaggiato con calma a casa: eccolo.

N: molto aromatico, aperto e piacevole – ha evidente una nota di freschezza agrumata (lime e cedro), ma a farla da padrona è una fitta coltre di sensazioni zuccherine, caramellate e bruciacchiate (zucchero di canna, dolcetti con miele e cannella; e come dimenticarsi una mela rossa caramellata?; brioche industriale con zucchero e mele, se avete presente la Melizia dell’autogrill…). Ah, ma non ci possiamo certo dimenticare l’isola: una torba fumosa, intensa anche se non devastante, e poi un’aria di mare, iodata, davvero molto piacevole.

P: in attacco ripropone subito con convinzione il binomio zucchero bruciacchiato / torba catramosa, qui con catramatura crescente (un senso di copertone bruciato – come dite, “avete mai assaggiato un copertone bruciato?” Fatevi i fatti vostri, impertinenti, noi mangiamo quel che ci pare); il sorso conserva una certa agilità, grazie anche qui a note agrumate e sapide davvero sugli scudi. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: proprio mentre ci si aspetta il passaggio dalla compattezza all’esplosività, quest’Ardbeg sembra quasi svanire, anzitutto a livello tattile – si fa infatti velocemente ‘acquoso’, e si avvia rapidamente verso…

F: …un epilogo di dolcezza un po’ indefinita, semplice e non proprio entusiasmante. Ancora copertone bruciato e sale, questi sì molto persistenti.

Come l’anno scorsooooo… e come l’anno primaaaa…. ci troviamo a commentare un prodotto più che dignitoso, onesto anche se un po’ spinto verso la dolcezza – e d’altro canto, l’uso spinto dei legni non può che portare a questi risultati, e va bene così. Resta il consueto imbarazzo nella valutazione: accettabile in assoluto, piacerà moltissimo ai neofiti, non potrà invece soddisfare appieno palati più educati – e pure, costa 125€. 85/100 dunque, ma resta il fatto che con la stessa cifra ci compriamo tre Ardbeg Ten, due Corryvreckan, due Uigeadail – o uno Uigeadail e un Corryvreckan, insomma dai, ci siamo capiti.

Sottofondo musicale consigliato: Cream – Sunshine of your love.

Dailuaine 22 yo (1995/2018, Carn Mor, 56,6%)

Carn Mor, pezzo pregiato del gruppo Morrison & Mackay, è uno degli imbottigliatori che ha stupito di più gli appassionati all’ultimo Milano Whisky Festival, in cui era presente al banchetto di Fabio Ermoli, importatore italiano: anche per questa ragione a inizio maggio abbiamo deciso di partecipare alla Masterclass di Peter Mackay tenuta a Tomintoul, durante lo Spirit of Speyside. Tra i vari assaggi, abbiamo deciso di dedicare una recensione ad hoc a questo Dailuaine, un single cask che, alla vista, avremmo sicuramente ritenuto frutto di una maturazione ex-sherry… E ci saremmo sbagliati: solo 76 bottiglie ottenute da un bourbon cask di secondo riempimento ma sottoposto a un pesante recharring, ovvero una nuova tostatura per ravvivare la vitalità del legno: di qui il colore scuro scuro.

N: aperto, aromatico, molto intenso e ‘scuro’, compatto. Pesche sciroppate, pesche con gli amaretti – insomma pesche iperzuccherine. Tarte tatin, frutta maturissima. Caramello, miele di castagno. Il senso di zuccherinità è devastante! Ma resiste anche una certa maltosità biscottata, insieme a chips di legno – e di mele. Tante mele, rosse soprattutto.

P: idem come sopra, dall’intensità ai descrittori. A voler essere più effusivi, ci sono più evidenti anche note di arancia e burro (biscotti al burro). Basta con le effusioni. Un vago sentore che definiremmo di cera, anzi forse frutta di marzapane con cera edibile. Zuccheri caramellizzati. Cocco.

F: lungo, persistente e ancora incredibilmente intenso. Tutto coerente con quanto scritto su.

Molto compatto e coerente, grandissima intensità, grande frutta, un po’ monotono se vogliamo: ma che bella monotonia. Molto molto carico, certo, e il distillato pare decisamente ancillare alla vivace virulenza del barile; e però è buono, decisamente persuasivo, per cui ci appiccichiamo sopra un 87/100. Costa circa 170€, è quasi esaurito ed era destinato al solo mercato britannico.

Sottofondo musicale consigliato: Gorillaz – Humility.

Clynelish 12 yo (1971, Ainslie&Heilbron for Edward&Edward, 56.9%)

Vediamo di leggere il titolo di questa recensione, analizziamo cosa ci dice. Clynelish 12 anni, imbottigliato nel 1971… Dunque la distillazione è sicuramente precedente alla fondazione della ‘nuova’ Clynelish, e dunque trattasi di fatto di un whisky che oggi chiameremmo Brora. Ainslie & Hebron è il nome della compagnia che ricostruì Clynelish a fine ‘800, per poi vendere a quella-che-sarà-Diageo dopo la celebre crisi dei Pattinson, negli anni ’20. Tra gli anni ’60 e gli ’80 (secondo whiskybase, anche oltre) sono usciti diversi imbottigliamenti di Clynelish a questo marchio, e si tratta di bottiglie pressoché leggendarie, rare e ormai costosissime. Edward & Edward altri non è che Edoardo Giaccone, il Baffo, proprietario della storica Whiskyteca di Salò – pensate – aperta addirittura nel 1959!, e di Clynelish 12 imbottigliati per lui da A&H ce ne sono diversi. E se fate caso all’ultimo numero vi rendete conto che è a gradazione piena: e sappiamo bene che all’epoca erano in pochi a imbottigliare così. Beh, lo capite pure voi che qua siamo al top – e prima di bere, ringraziamo Giuseppe (il Bevitore Raffinato) per l’impagabile omaggio.

N: molto acuto e tagliente, qualitativamente spaventoso e sorprendente. Innanzitutto, l’apporto della torba è molto cesellato, elegante, trattenuto: la mineralità che ne consegue è delicatissima ma anche per questo deliziosa; non c’è da aspettarsi una cera esuberante (errata corrige: arriva, ma solo dopo un po’, ed è da panico!), piuttosto esplode un lato marino, salmastro, iodato (aria di mare sferzante, quando piove al mare; note di pioggia, di terra bagnata), con sentori di limone – anzi: di semino di limone. Pian piano, con pazienza, emerge un lato delicatamente ‘dolcino’, tra una mousse al cioccolato bianco, della vaniglia, un marshmallow. Elegante e trattenuto. Una spolverata di cardamomo?

P: conferma le premesse olfattive, risultando tagliente, affilato ma delicato: a grado pieno, è sia grasso e oleoso che molto fresco. Esibisce una sapidità e una freschezza limonosa veramente poderose, frizzantine. Ancora salamoia, cera e miele. Il lato più dolce è, come al naso, verbalmente facile: panino al latte, vaniglia, zucchero bianco, un che di cioccolato bianco. Con aggiunta d’acqua, appare ancora più evidente il cereale, l’orzo, spettacolare. Un filo di fumo, forse.

F: lungo, persistente, ancora scisso tra limone, la marinità, ed emerge un filo di fumo. Ostriche, perfino…

Il profilo è quello che idealmente ci piace di più: Clynelish, da questo punto di vista, è una sicurezza. Rispetto ad altre versioni degli stessi anni che abbiamo avuto il privilegio di assaggiare (alcune presenti qui), questo è solo leggeremente torbato, non tanto ceroso, per contro molto salmastro e iodato, con una dolcezza elegante e trattenuta. 92/100, delicato, semplice forse ma di una semplicità unica, introvabile, irripetibile, irrimediabile, irresponsabile.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Daysleeping.

Glenrothes 19 yo (1997/2016, Clanxton’s, 53,7%)

In passato abbiamo assaggiato alcune espressioni di Clanxton’s, imbottigliatore indipendente inglese importato in Italia dai ragazzi di Whisky Italy (punto it, per i distratti), ed eravamo rimasti piacevolmente sorpresi. Oggi torniamo a esplorare l’offerta di single casks, e affrontiamo un Glenrothes in sherry del 1997, a grado pieno e non colorato – ovviamente, tsk.

N: mamma mia che intensità! Un single cask veramente carichissimo, il barile certo non si è nascosto… partiamo dalle note fruttate e zuccherine, certo preponderanti: vaniglia, cioccolato, frutta rossa succosissima (ciliegia senz’altro, poi lampone), pandoro, pasta di mandorle. Al fianco si muove inquieta una dimensione piuttosto acida e più sporchina: si va dal panforte alla salsa Worchestershire, da un Tabasco Chipotle a una salsa di soia. Una deliziosa nota di chinotto.

P: il corpo è esplosivo come c’era da aspettarsi, con il legno che non molla di un millimetro e strizza il palato coi tannini – intendiamoci, si spinge fino al punto di non ritorno dell’astringenza, ma fermandosi proprio sulla linea – ci vorrebbe la Var per decidere. Abbiamo ancora una frutta rossa spettacolare ed esplosiva, in stile gragnuolata di bombe di ciliegia e fragola. Il lato sporchino del naso è tutto sul tabacco da sigaro, arrivando quasi ad avere note di cenere, di posacenere.

F: frutta rossa a profusione, ancora tabacco e questo strano senso di fumo.

89/100, molto carico, l’astringenza da sherry monster forse a tratti è quasi eccessiva, ma si ferma appena prima di diventare un errore imperdonabile – e come spesso accade in questi casi, a un gol quasi subìto segue gol fatto, e noi siamo in curva, col fiaschetto pieno, a festeggiare. Evviva!

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Telefonami tra vent’anni.

 

Ledaig 11 yo (2005/2017, Signatory Vintage ‘CSC’, 57%)

Durante lo scorso Freak Show dicembrino abbiamo aperto questo single cask di Ledaig, versione torbata di Torbermory, distilleria dell’isola di Mull. Negli ultimi tempi si trovano in giro sempre più barili di Ledaig, soprattutto delle distillazioni di inizio / metà anni 2000, e gli appassionati stanno iniziando a celebrare la qualità di un produttore che fino a qualche tempo fa era relegato al contenitore delle cose bizzarre: in questo caso è Signatory Vintage ad aver messo in vetro un barile ex-sherry invecchiato 11 anni. Nessuna colorazione artificiale, gradazione piena a 57%.

N: impressionante. Ha note di peperoncino Chipotle (o di Habanero Chocolate), a testimoniare la compresenza di una nota di peperone, vegetale e acida, e di una torbatura intensa. Salsa barbecue e pancetta fresca. La cosa pazzesca e davvero spiazzante è che insieme a tutto ciò c’è anche un massiccio apporto della botte sherry, con uvetta, ciliegia macerata sotto spirito; anche un panettone artigianale, stracolmo di burro. Scorza di arancia?, o forse rende meglio l’idea dell’insieme la suggestione del panforte. Ha in generale una ‘grassezza’ davvero potente, di cioccolato, di toffee, di butterscotch. Ad aggiungere complessità, una nota di mix di erbe aromatiche per arrosti (timo? rosmarino?), e pure un po’ di pepe nero. Eccellente. Ah, cavolo, dimenticavamo: la torba è marina, è catramosa, profonda, aggressiva. L’acqua apre ulteriormente sulla carne: stecchette di maiale secco. Carruba, ulteriore, e anche una tonalità medicinale, torbata, da antisettico, da pasta per dentista.

P: esplosivo, deflagrante, complessissimo. Ha una nota iniziale, evidentissima, che ci ricorda una grigliata, col grasso di maiale che cola sulle braci e la salsa barbecue (o la Worchestershire, oppure ancora indiscutibile è un sentore di Tabasco Chipotle) vicina ad addolcire… E tabasco, e ancora peperoncino. Stando sulla dolcezza, rileviamo ancora una dolcezza in crescita, con frutta rossa (ciliegia e uvetta) ancora molto pesante, macerata, sotto spirito. Ancora erbe aromatiche, ancora il peperone: e l’acqua acuisce questa dimensione, con un peperone mai così evidente in un bicchiere di whisky. L’alcol diminuisce in aggressività ma non si perde neppure una dimensione di sapore.

F: in evidenza l’anima più wild, con tanta cenere, tanto peperone, una carne infinita… E un fumo devastante

Equilibrato nella sua sfrontatezza, nel saper coniugare sentori apparentemente incoerenti. Trovano un’inaspettata sintesi note piccanti e vegetal-torbate e la dolcezza liquorosa della frutta rossa di botte, e la dimensione più greve è sempre bilanciata da una freschezza di fondo. Semplicemente: molto buono. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.