amrut intermediate sherry

Amrut ‘Intermediate Sherry’ (2010, OB, 57,1%)

Noi abbiamo un amico di nome Davide che è tanto curioso, in molteplici campi di questo fantastico viaggio che è la vita. Tanto curioso da trasferirsi a Monaco di Baviera, per vedere l’effetto che fa stare sotto l’ala amorevole di Mamma Merkel; tanto curioso da esser andato in vacanza in Corea del Nord, riuscendo tra l’altro a non farsi incarcerare contro ogni ragionevole previsione; tanto curioso da averci portato un campione di questo sperimentalissimo Amrut, distilleria indiana che oramai non può più essere considerata una sorpresa, visti i riconoscimenti conseguiti in svariati concorsi internazionali. L’Intermediate Sherry spicca però per la particolare composizione delle botti: dopo un periodo in ex virgin ed ex bourbon casks, il tutto viene spostato in botti di sherry. Tutto qui? Nemmeno per idea, perché a questo primo finish ne segue un altro in botti di bourbon. Leggiamo poi che il distillato è stato spedito in Spagna e travasato nelle botti di sherry, per poi far ritorno in India, evitando così il rischio di “infezioni” delle botti esauste durante il viaggio dall’Europa all’Asia. Magia della globalizzazione!

amrut intermediate sherryN: Davide non ti preoccupare, non è orribile, bensì molto particolare. Parte ricordando un paio di Converse nuove, avete presente? Poi si agita un senso di bruciato che si estende soprattutto su ciò che di dolce riusciamo a immaginare: una torta alle mele, cannella e uvetta dimenticata quei dieci minuti di troppo in forno. Caramello. Anche uvetta sotto spirito: c’è un qualcosa che indica un alcol piuttosto grezzo, elemento che ci fa capire che siamo di fronte a un distillato piuttosto giovane. Marmellata di ciliegia. Sarà la suggestione indiana, ma ci vien da dire spezie varie – e pepe bianco. Una punta muffita, di legno umido.

P: intenso e aggressivo, per nulla delicato. L’apporto del legno è evidente e mostruoso, a suo modo. Si parte con una certa acidità spiccata, orientato soprattutto sull’arancia (anche rossa, al limite del marcio), è davvero molto dolce, tra caramello, torte marmellatose e dolcetti orientali, miele, cotognata. Anche qui non c’è fumo, ma resta una netta nota di plastica.

F: lungo e persistente, ancora acido, plasticoso, marmellata di frutta stracotta.

Questa pazza creazione di Amrut ci sembra si distingua per una maturazione iper estrattiva e in un certo senso forzata: non è uno scandalo, soprattutto dato l’angel’s share che affligge le botti a queste latitudini, e non è un whisky “cattivo”, intendiamoci. C’è chi infatti ne rimane entusiasta, come Ruben. Tuttavia onestamente non ne cercheremmo un altro dram, perchè non ci ha catturato e molto semplicemente non incontra i nostri gusti: 78/100. Si trova ancora in giro a circa 80 euro, se siete curiosi.

Sottofondo musicale consigliato: A.R. Rahman, The Pussycat Dolls – Jai Ho (You Are My Destiny) 

Jack’s Pirate Whisky XI (2017, Jack Wiebers, 53,7%)

Jack Wiebers è imbottigliatore indipendente crucco, da più di un anno presente in Italia grazie al prodigo intervento di Lost Drams Selection, vale a dire: i baffi di Fabio Ermoli. In passato avevamo assaggiato (e consumato ardentemente) un Lagavulin non dichiarato in sherry, imbottigliamento notevole anche perché particolarmente economico a fronte dell’alta qualità. Oggi assaggiamo il Whisky del Pirata di Jack, nel suo undecimo batch: si tratta anche in questo caso di un single malt isolano senza età dichiarata, finito per 30 mesi in “Petro Ximenez” (sic – schiavi dello stereotipo, eh?, ci mancava solo che ci fosse scritto “finiten per trenta mese in petro…”). Alte aspettative, ci accompagna Angelo Corbetta nell’assaggio.

N: imponente e aggressivo, molto torbato (i rumors dicono Lagavulin, noi non diremmo nulla di diverso) e piuttosto dolce per l’apporto del PX. Si inizia col dado, con un che di sporchino (glutammato) e un ricordo del rancidino del grasso di maiale. Caramello salato, uvetta, zucchero di canna. Eh beh, siamo su Islay, quindi non dimentichiamo una certa inequivocabile marinità e pure un fumo molto alto, aggressivo.

P: molto coerente, qui a dirla tutta la dolcezza del PX diventa ancora più evidente e invasiva. Caramello salato, pop corn caramellati, caramella mou e zucchero di canna. Anche al palato quel lato tra umami, grasso di maiale e un qualcosa di sulfureo – deve piacere ma mmm.

F: lungo, umami, tutto su grasso di maiale, rancidino, fumo e acqua di mare.

Buono, ovviamente, ma un po’ divisivo: deve piacere questo senso così intenso di dolcissimo e sporchissimo, tutto è sparato a mille e l’umami è il vero protagonista dello show. Ad uno di noi piace molto, all’altro pesa questa dolcezza così carica, e la media tra le due valutazioni è di 84/100. Vorremmo chiudere segnalando il sottofondo musicale, perché in questo caso è curiosamente appropriato: si tratta di un gruppo di scozzesi vestiti da pirati, che fanno un metal disimpegnato e ignorante come solo in Germania alla fine degli anni ’90, e il ritornello della canzone recita “We are here to drink your beer / and steal your rum at a point of a gun / your alcohol to us will fall / ‘cause we are here to drink your beer”. Magnifico, quanta bella umanità, abbracciamoci tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Alestorm – Drink.

Puni ‘Gold’ (2018, OB, 43%)

Una delle release più attese di Puni, l’unica distilleria di whisky italiana: il primo 5 anni interamente maturato in barili ex-bourbon. Si tratta anche in questo caso di una miscela di cereali (dunque non single malt) che comprende grano e orzo maltato dalla Germania e segale locale, altoatesina. Per una scheda della distilleria rimandiamo al nostro reportage di un paio d’anni fa, indiscutibilmente il miglior pezzo di giornalismo mai scritto sul whisky italiano – siamo ancora in attesa del Pulitzer, confidiamo che arriverà. Siccome Puni è sempre molto attenta ai dettagli di design, ci piace segnalare la scatola della bottiglia, che nel cartone replica la struttura della bellissima architettura esterna della distilleria.

N: l’apporto del barile è molto chiaro e convincente: abbiamo note di vaniglia, di crema pasticciera, di zucchero a velo. Non disdegna anche un inserto di frutta più marcato, con un poco di banana matura, profumata e aromatica. A tratti vien fuori il sentore del distillato che svela l’età sempre giovane, con note di canditi e di pera. Non complesso ma decisamente piacevole, delicato come nello stile di Puni.

P: l’impatto conferma la delicatezza, che qui forse è fin troppo… delicata. Molto beverino ma anche un po’ deboluccio di corpo. I sentori del naso si confermano qui al palato, anche se in una versione attenuata: e dunque, ancora, un po’ zucchero a velo e di pera, qualche punta di pepe bianco (come peraltro riportato dalle note ufficiali) e una qualche innegabile speziatura. Un sentore nitido di pane.

F: non lungo, non troppo persistente, resta ancora un senso astratto di zucchero a velo e qualche nota erbacea, dal distillato, e ancora di pane.

Senza dubbio l’anima gentile di Puni è in bella evidenza in questo Gold, e in particolare il naso è foriero di non poche soddisfazioni: il palato curiosamente è molto leggero, un poco debole di corpo, ma sostanzialmente coerente con il naso. Se da un lato non possiamo che applaudire a un imbottigliamento ‘per tutti’, che dovrà diventare membro stabile del core range e al ricalibramento dei prezzi (erano sempre stati un po’ alti, secondo noi, ora questa bottiglia viene a casa con circa 50€), dall’altro non sappiamo nascondere una certa delusione proprio per l’eccessiva timidezza di questo whisky: abbiate coraggio, amici di Puni, alzate la gradazione e spingete un po’ di più sull’intensità! Resta un dram più che dignitoso, intendiamoci, solo pare sempre avere il freno a mano tirato: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Forest Swords – Crow.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.

Glencadam 15 yo (2015, OB, 46%)

Ralfy!

Fino al 2009, questa edizione del 15 anni di Glencadam aveva gradazioni diverse di release in release: in quell’anno la proprietà di Angus Dundee, che aveva comprato la distilleria nel 2003, decide di razionalizzare le cose e passa stabilmente ai 46%. Nominato dal grande Ralfy come whisky dell’anno nel 2017, ora deve passare attraverso le forche caudine del nostro sindacabile e – ricordiamolo – del tutto superfluo giudizio.

N: un whisky apparentemente fresco e gioviale, rivela in realtà un più sotterraneo dialogo tra due anime diverse: da una parte il lato piacione che ci parla soprattutto di creme (creme brulée, budino alla vaniglia, crema pasticciera) e di un po’ di frutta matura (pera über alles); dall’altra invece un lato più austero, sicuramente dominato da un agrume importante e minerale (quasi in essenza, ricorda molto la scorza) e forse perfino qualcosa di vegetale (salvia?, a voler essere olistici: caramelle dure salvia e limone).

P: alzare la gradazione gli ha sicuramente portato un bell’impatto e un buon calore: sprigiona facilmente e con una certa intensità di nuovo tutta la sua convincente cremosità, senza però disdegnare note davvero ben integrate di malto (qualcuno direbbe: sapore di whisky) e frutta secca (mandorle). Ancora molto agrumato, con tanto limone, intenso intenso.

F: con una punta pungente, diciamo di limone (ammorbidiamoci: crema al limone) e quasi di sale. Piuttosto persistente il sapore del cereale, con anche note di frutta secca.

Su alcuni siti tedeschi si trova ancora circa a 50€, altrove sembra esaurito, chissà. Molto educato, resta in equilibrio senza mai sbracare verso la ruffianeria né verso l’austerità fine a se stessa: non sapremmo dire, forse ci siamo invaghiti irrazionalmente della distilleria ma qui e ora assegnamo un 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Goldfrapp – Strict Machine.

Macallan 12 ‘Sherry Oak’ (2017, OB, 40%)

Nonostante il drammatico rientro post-vacanziero, siamo ancora obnubilati dagli ozii e per tale ragione ci concediamo di iniziare la settimana con una coccola: Macallan 12 anni ‘sherry oak’. Confessiamo di non capirci tanto nel mare magnum del core range di Macallan, il produttore più posh di Scozia (poshness cui contribuisce il nuovo grandioso design della stessa distilleria, una bazzecola da 140 milioni di sterle) – ma ci sembra di aver capito che, dopo anni di assenza, il 12 anni in sherry sia finalmente rientrato in distribuzione in Italia. Armati di bicchiere, eccoci ad analizzarlo solo per la gioja dei nostri ventisei lettori.

N: intenso ed aromatico, molto ricco; davvero apprezzabile l’intensità anche a 40%. Esibisce generose staffilate di gelée alla fragola, di arancia, di un bel chinotto. Legno fresco e vagamente vaniglioso (addio, botti dai sentori di legno umido e profondo!). Ricorda cose iperzuccherate, in generale: sciroppo di ciliegia, o amarene Fabbri. Fichi molto maturi e cristalli di zucchero.

P: molto morbido, decisamente dipanato e zuccheroso. Ha proprio chiaro un senso di zucchero profondo e ‘secco’: quindi pastiglia Leone alla fragola, sciroppo di amarena, confettura di frutti rossi. Succo d’arancia e tocchetti di legno fresco. Cioccolato al latte. Verso il finale tende a una certa astringenza.

F: pulito e zuccherino, di nuovo, di media persistenza. Mele e sciroppo di ciliegia.

Molto zuccherino, al limite della ruffianeria – forse oltre tale limite, a dire la verità. Si sente nettamente il legno ‘fresco’, con un impatto molto forte sul distillato. Tecnicamente gli diamo 83/100: valutiamolo per quel che è, un whisky di 12 anni imbottigliato a 40% che dovrebbe essere un entry-level: non è certo particolarmente complesso ma non ha veri difetti, a parte quello del prezzo (costa più di 80€). A dispetto di quanto scrive F. Paul Pacult, “world renowned whisky writer”, noi non siamo convinti che sia “semplicemente il miglior 12 anni sul mercato”: anche se, di certo, se volete impressionare gli ospiti sul vostro yacht questo Macallan farà la sua porca figura, in una serata d’estate, mentre siete lì ormeggiati davanti ad Anacapri.

Sottofondo musicale consigliato: Queens of the Stone Age – Millionaire.

Tamdhu 2006 (2015, Van Wees ‘The Ultimate’, 64,3%)

Saremo degli squilibrati, ma in una sera di piena estate, travolti dalla calura e dagli sciami di zanzare inferocite, abbiamo pensato fosse una buona idea quella di aprire un sample di un whisky a più di 64%… Trattasi di un gentile omaggio del sommo Fabio, valente blogger di whisky e cervello in fuga: un Tamdhu maturato nello sherry butt #918 per 9 anni, fino al momento in cui Mr. Van Wees ha deciso di porre fine alle sue sofferenze e imbottigliarlo nella serie The Ultimate.

foto da whisky.de

N: molto aggressivo e aromatico sulle prime: ti piomba in faccia tutto il carrello delle confetture da hotel. Frutta in marmellata (arancia amara, fragola), pasta di mandorle; passando oltre si scorge un tocco di tabacco da pipa. Sentori di foglia umida in autunno, quella coltre marcescente di foglie umide autunnali che tanta poesia decadente da due soldi ispira sui diari degli adolescenti. L’aggiunta di acqua dischiude un lato di carne che in effetti attendevamo sulla porta da po’.

P: alcol ovviamente esuberante e qui le note meaty (proprio di bistecca di porco) si fanno più evidenti, assieme a una gran frutta (pesca, fragola), perfino tropicale. Aranciata amara. L’acqua amplifica suggestioni carnose, quasi metalliche e ruginose. Ancora una marmellata di frutti rossi. A tratti vinoso.

F: molto lungo con agrumi, scorza d’arancia macerata, e melone. Liquirizia pura.

Estremo e saporitissimo, anche se la gradazione-monstre non pregiudica una certa qual beverinità. Una bomba in sherry così come ce la si aspetta, con tutta la luculliana seduzione della frutta succosa e con quegli spigoli carnosi e lievemente metallici così tipici dello stile di Tamdhu. Se poi pensiamo che in uscita questo Tamdhu costava circa 65€, beh… Complimenti. Un whisky giovane, carico ma non privo di personalità, nel senso di individualità: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Grace Jones – I’ve seen that face before.

Aberlour 17 yo ‘Distillery Reserve’ (1999/2017, OB, 52,8%)

In una delle nostre recenti sessioni intensive di degustazione presso l’Harp Pub Guinness di Milano abbiamo affrontato una golosissima edizione di Aberlour: si tratta di un ‘Distillery Reserve’, cioè una serie di imbottigliamenti single o double cask, a grado pieno, delle distillerie del gruppo Chivas / Pernod, disponibili per l’acquisto solo lassù dove il whisky lo si fa. In questo caso, abbiamo davanti due barili (#4868 e #4886) ex-sherry Oloroso distillati nel 1999, imbottigliati dunque a 17 anni nel 2017. Roba forte, direbbe qualcuno: ringraziamo il prode Andrea del Monkey Whisky Club per essersi inerpicato fino ad Aberlour per portare a casa cotanta bottiglia. Siamo coadiuvati nella bevuta dal sommo Angelo Corbetta.

N: uno sherry monster fatto e finito, anche se decisamente più maturo e ‘pieno’ rispetto all’Abunad’h – ha note succosissime di frutta rossa, dalla ciliegia / amarena al lampone, poi cioccolato (cioccolato con ciliegie, diciamolo: mon cheri). C’è una venatura di clorofilla. Brioche (ai frutti rossi, naturalmente); note di malaga, ‘dolci’ e cremose. Legno caldo, e punte speziate.

P: l’impatto è esplosivo, con deflagrazioni di cioccolato fondente e frutta rossa, come ci si attendeva; note di babà al rum, ci suggerisce Angelo – e poi va chiudendosi verso l’amaricante / astringente, con note di fondo di caffè. Spezie (chiodi di garofano, noce moscata).

F: burroso, cioccolatoso, dolce, annega le suggestioni amaricanti e torna su territori più ruffiani. Maestoso.

Eccellente come solo un Aberlour in sherry di circa 18 anni può essere. A suo modo incoerente, con un naso succoso e dolcino e un palato, invece, succoso e amaricante, con presenza netta del legno e delle spezie. Siccome abbiamo paura di non berlo mai più, e la paura fa 90, ecco il voto: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Reverie.

Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.