Black Bull Kyloe (2018, Duncan Taylor, 50%)

Ciao, sono Kyloe! Com’è umano lei…

Molti imbottigliatori indipendenti stanno riscoprendo, in questi ultimi anni, la nobile arte del blended: facile selezionare un single cask buono, lo annusi, ti piace, lo imbottigli, taaac. Tutt’altro problema è mescolare barili diversi: devi trovare equilibrio tra gli ingredienti, e soprattutto – come abbiamo scoperto noi stessi facendo alcune degustazioni dedicate proprio al blending grazie a Chivas – la miscela regala esiti inaspettati, ogni ingrediente cambia anche rispetto alle tue aspettative. Ma insomma, noi mica lo facciamo di mestiere, giusto? Torniamo dalla parte giusta del bancone e assaggiamo Black Bull “Kyloe”, blended di Duncan Taylor: che è un po’ come chiamare un blended “Alano Nero Chihuahua”, dato che Kyloe è il gaelico per la mucca pelosa tipica delle Highlands. Basta ciance, ché qua stiamo esagerando.

N: fresco, profumato, con tanto limone, ma anche con note più complesse, minerali, perfino con note di gesso. Potrebbe tendere verso un profilo semplice e giovincello, ma in realtà mantiene un che di intrigante, vagamente fruttato e con sentori di cereali, di pudding. Pera e fiori, nel contesto di un profilo discreto.

P: si apre ancora sulle note abbondanti dell’agrume, con tonalità dolci però: il che ci fa vagheggiare il cedro. La gradazione, dall’alto del suo volume alcolico a 50%, è davvero ben nascosta. Molto zuccherino, con una classica pera in evidenza! Per il resto però non ha moltissimo da offrire, al di là di un sentore di cereale, di panino al burro.

F: medio-corto, con spruzzate di limonata zuccherata e pera.

Bisogna riconoscergli una sua franchezza da onesto blended giovane, a suo modo timido, come solo una vacca pelosa delle Highlands sa essere: 80/100. Senza infamie e senza lodi, lo giudichiamo sì piacevole, ma se dobbiamo fare una previsione non rimarrà impresso nella nostra mente a lungo.

Sottofondo musicale consigliato: Danit Treubig – Guacamayo.

Annunci

Dream Whisky – un’intervista

Da qualche mese per l’Italia si muove una nuova realtà esplicitamente dedicata alla diffusione del verbo whiskofilo: si tratta di Dream Whisky, di cui abbiamo avuto modo di parlare in passato qui sul sito e anche sui nostri vari canali social (per i più distratti: qui c’è Instagram, qui Facebook). Un mesetto fa abbiamo incontrato Marco Maltagliati e Federico Mazzieri, i due ragazzi al timone di questo sogno, e in mezzo a una quantità a posteriori indefinibile di dram abbiamo realizzato questa intervista. Il grado etilico della serata ha compromesso la linearità della conversazione, e ci è voluto circa un mese per mettere insieme questa lunga intervista e per darle una struttura. Speriamo possa essere interessante e, soprattutto, intellegibile…

Ciao ragazzi, noi abbiamo già partecipato ad alcuni dei vostri eventi, degustazioni e cene, sappiamo come lavorate e cosa avete in testa. Avete voglia di spiegare chi siete e quali obiettivi avete anche ai nostri problematici lettori?

F: Dream è nata con l’idea avvicinare al whisky tutti quanti amano mangiare e bere bene, ma senza avere la pretesa o l’interesse di approfondire a un livello estremo. Quando Marco mi ha introdotto al mondo del whisky, facendomi innamorare di questo mondo, ci siamo chiesti se non fosse possibile far vivere la stessa esperienza a tutti… La sensazione è che in tanti siano come respinti dal whisky, anche per la cultura che ci sta dietro: noi vorremmo cercare di offrire un approccio più informale, per trattare seriamente il whisky, liberandolo però da tante di queste barriere. Noi cerchiamo di proporti la nostra selezione in un certo modo, puntando su quelle caratteristiche che a te, cui piace bere bene ma che non hai interesse o voglia di studiare il mondo del whisky, possono interessare e possono essere rilevanti e seducenti. Il whisky è emotività, è convivialità.

F: Spesso le persone sono vincolate a un’immagine che hanno del whisky: portandole alle nostre degustazioni, queste scoprono un approccio diverso. Innanzitutto non bevi sei whisky, ne bevi due, e di quei due te ne bevi quanto ne vuoi tu, te lo porti a casa e te lo puoi ribere quando vuoi. Sei sempre tu che hai il controllo di quel che bevi, e contestualizzando quella bevuta all’interno di un’esperienza più ampia vai a perdere quel velo di autorevolezza e riverenza – in fondo: quelle barriere – che sempre suscita il whisky, anzi vai a godere di tutta quella piacevolezza che in potenza porta con sé un dram. Pensate all’abbinamento con il cibo…  Noi vogliamo fare arrivare a chiunque, all’appassionato, all’esperto ma anche al neofita, la qualità: quello è il valore.

Ok, quindi in realtà voi non volete lavorare solo con i neofiti, anzi: le vostre serate sono divertenti per tutti, e noi possiamo testimoniarlo…

M: Noi vogliamo rivolgerci anche a chi il whisky lo ama! Dream non ha l’ambizione di spiegare il whisky, ma di farlo vivere e condividere. Tutti possono spiegare il whisky, in Dream: è una chiacchierata! Attenzione però: nelle nostre degustazioni non è che manchino le informazioni, non è un puro cazzeggio. Il whisky va condiviso, ma va spiegato un minimo: secondo noi, per il pubblico cui ci rivolgiamo, non va scolarizzato, non va trasformato in una lezione frontale fitta di tecnicismi. Se incanali il whisky in una struttura fissa, didattica, lo vincoli, gli togli un potenziale emotivo, che è però anche e soprattutto commerciale.

F: Quando vuoi apprezzare un prodotto, più ti avvicini, più lo approcci in maniera tecnica, più rischi di togliergli l’anima – il nostro punto di equilibrio è cercare di portare una parte di cultura, ma senza appesantirla, provando a bilanciare quelle tre/quattro chicche che tu partecipante alle degu di Dream di porti a casa, con una componente esperienziale ed emotiva. Perché se ti faccio vivere una bella esperienza e nel mezzo ti offro qualche concetto, tu lo porti a casa: altrimenti uscirai pensando “quanto è difficile questo mondo”.

Questo tipo di approccio ci piace, anche perché, pur essendo dei nerd e degli iper-appassionati, ci rendiamo conto che anche nel percorso di un nerd del whisky si arriva a una fase in cui si sacralizza il prodotto, la bottiglia, ma poi si scollina, e si riscopre il piacere del puro piacere… Si apprezzano i blended, si apprezza la bevuta facile, si apprezza la convivialità pura e semplice. E questa è una caratteristica che è ovviamente più contagiosa!

F: In warehouseda Cadenhead, Mark Watt ci diceva: “io imbottiglio quando mi piace, non seguo schemi e non inseguo la perfezione, perché uno si rende conto della perfezione solo quando la si è persa, solo quando la curva è discendente”. Questa è una cosa che ci ha aperto gli occhi: a cosa bisogna dare peso quando si parla di whisky? A sé stessi, al proprio gusto, alla propria esperienza.

M: È in questo senso che Dream si approccia anche all’appassionato che vuole vivere una serata diversa con il whisky. Alle nostre degustazioni sono venuti in tanti, novizi e no, perché sono delle serate piacevoli: te le godi. Alcuni ci hanno perfino detto “abbiamo preferito bere un whisky ‘normale’ qui che non bere il sesto o il settimo single cask in una degustazione tradizionale”. Noi ti facciamo semplicemente assaggiare il prodotto, e tu diventi il protagonista, perché non ti diciamo cos’è: te lo godi, te lo annusi, lo assaggi, e sostanzialmente te lo vivi. L’assaggio alla cieca da questo punto di vista è fondamentale. Ripeto: bisogna riuscire a godersi l’esperienza del bere il whisky, senza barriere.

F: In Scozia, il nostro approccio è un fatto. Il whisky va goduto. Citavamo prima le degustazioni in Warehouse da Cadenhead, o da Duncan Taylor: lì ti aprono un barile, manco ti dicono cos’è, e tu sei sedotto, sei preso dalla magia, l’età, la gradazione, la distilleria… Diventano un dettaglio, in quel momento non contano niente. E a questo punto, portare le persone in Scozia è il passo naturale.

Dovete divertirvi tanto a preparare queste degustazioni, però… Diteci giusto un paio di cose per far capire cosa uno si può aspettare venendo da voi.

F: Le nostre degustazioni hanno sempre degli abbinamenti, talvolta saranno quasi delle cene con degustazione, e saranno interattive fino in fondo: vogliamo che chi partecipa si diverta, e sia protagonista. Vi faccio un esempio: nella serata sul Gusto, di fianco a un whisky c’era una tartare di salmone neutra con quattro condimenti diversi: abbinando, scegliendo il condimento, ti potevi rendere conto di come cambiava la stessa percezione del whisky… Nella serata sull’Alcol, c’erano olii essenziali naturali che potevi ritrovare in un dram, e noi ti facevamo vivere l’esperienza del creatore di profumi. Così ti avvicini a quello che l’alcol fa dentro a una botte di whisky, e intanto ti porti a casa una boccetta di profumo per ambienti.

M: Voi avete appena partecipato ad una cena da Enjoy, Artigiani del Bere, in Porta Romana a Milano, che è diventata la nostra sede (e qui nasce una collaborazione che ci porterà molto lontano, ma aspettiamo a svelare tutti i dettagli): in quella cena, concepita un po’ al contrario, partendo dal dolce, voi siete stati bendati per assaggiare un favo di miele; vi siete preparati il drink di benvenuto, spezzando voi il ghiaccio e regolandovi le dosi secondo il vostro gusto; avete staccato voi i pezzi di parmigiano, vi siete confrontati, avete abbinato lo stesso whisky a frutta e a tè, a ostriche e a formaggio, vi siete goduti appieno un’esperienza guidata – ma i protagonisti siete stati voi, sempre voi, anche giocando con il whisky che avevate davanti e con il cibo che man mano arrivava.

Vi abbiamo interrotto prima quando stavate per parlarci dei viaggi: fatelo ora, o tacete per sempre.

M: Il viaggio è toccare con mano quel che si trova nel bicchiere, lasciando da parte il peso anche psicologico della bottiglia. Gli scozzesi vivono il whisky come noi viviamo il vino, è una questione culturale, e per comprenderlo appieno bisogna andare in Scozia, bisogna viverla. Se porti una persona in Scozia, le fai vivere quest’esperienza di contestualizzazione del whisky che poi va ad assaggiare, le cambi completamente la percezione. Il viaggio non è un tour di cinque sei distillerie: vai anche in distilleria, ma innanzitutto ti godi la Scozia al 100%, attraversando il territorio, conoscendo le persone, e traendo da tutte queste dimensioni il massimo.

F: Noi vogliamo dare la stessa importanza che diamo al whisky anche alla Scozia stessa, e alle persone. Noi studiamo tutto, ogni sosta, ogni tappa, cercando di toccare i luoghi nascosti e più emozionanti… E le persone! Noi ti facciamo parlare con Fergus, del cooperage di Duncan Taylor, un ragazzo di 20 anni che ogni giorno fa 14 botti, le smonta, le riassembla e le tosta all’interno: come 100 anni fa!, e dentro al magazzino c’è un profumo di bourbon, di legno… Perché usa le doghe rovinate per riscaldarsi, e queste spandono un profumo incredibile… Quando tu conosci una persone del genere, lo vedi nel suo habitat, lo vedi lavorare: ecco allora comprendi tanto del fascino di questo mondo.

Questo per ciò che riguarda il cliente finale, il privato. Il vostro progetto però ha anche una dimensione b2b, dedicata alle aziende, giusto?

F: Noi abbiamo un’ambizione difficile da realizzare, lo sappiamo, che però è quella di avvicinarci sempre di più al mondo della ristorazione, perché quello è l’unico anello mancante per chiudere il cerchio. Per ora però noi vogliamo fare consulenze e formazione ai distributori, agli agenti e ai locali, che spesso per le stesse ragioni di cui sopra (troppa complessità) possono incontrare delle difficoltà col whisky perché in qualche modo ne sono tenuti distanti.

M: La passione è condivisione, ed è contagiosa per necessità. Tu pensa a un addetto del settore che ti porta questo approccio, che ti porta questa passionalità nel lavorare su un prodotto… Bisogna saperlo trasmettere, perdere dei freni inibitori e lavorare solo sulla passione: questo renderà il tuo lavoro migliore, più contagioso. Più siamo e meglio è: ciascuno di noi porta il valore aggiunto che è la propria passione, e questo è un valore, anche per la stessa industria e per il mercato del whisky italiano, che a dispetto delle sue competenze è ritenuto marginale dalle aziende. Noi vogliamo cercare di aiutare il whisky a uscire dai suoi limiti…

F: Un’ultima cosa, cui teniamo molto. Noi collaboriamo con le aziende, ovviamente, ma siamo sempre noi a scegliere i prodotti all’interno del portfolio di un’azienda, non facciamo e non faremo mai delle marchette. La nostra credibilità si costruisce anche su questo.

Va bene ragazzi, chiudiamo con l’ultimo progettino di cui ci dovete parlare…

F: Noi vogliamo diventare un punto di riferimento: selezionare il prodotto e di renderlo accessibile a un pubblico che sia il più vasto possibile, guadagnandoci nel tempo la credibilità per farlo. E questo vale sia per i privati, sia per i locali, per le aziende… Faremo degli imbottigliamenti, ad esempio, ma su questo per adesso non possiamo svelare niente… Vogliamo aprire il mondo dei distillati di altissima qualità (e non necessariamente whisky, ma anche mezcal, distillati di frutta, rum: ne vedrete delle belle) ad un grande pubblico. Mossi dalla passione, vogliamo unire la parte più pura della ricerca e della passione per la qualità ad una proposta più semplice, più diretta.

M: La selezione non è legata alla distilleria, all’invecchiamento, all’età, alla tipologia… A noi interessa proporre dei profili, delle diverse filosofie, una qualità di un certo tipo, ma che siano valutabili semplicemente dal bicchiere. Dream a settembre uscirà con tre single cask. Buoni eh!, perché sono buoni, ma sarà un approccio diverso al single cask, non vogliamo svelare troppo… Il valore aggiunto è l’unicità del barile, non è la distilleria, o il barile: dentro al barile c’è tutto, la storia dell’orzo, delle persone, degli alambicchi, dei luoghi.

Ma non è un approccio antistorico?, in fondo questo è il mondo dell’iper specializzazione…

F: Sì, ma uno che assaggia per la prima volta un single cask si emoziona non tanto perché quello è il barile n° XY della distilleria GlenQualcosa, ma perché è un singolo barile! Uno solo, unico e irripetibile, con i suoi pregi e con i suoi difetti! Noi vogliamo far concentrare il nostro pubblico sulle componenti meno tecniche di un single cask, ma sulla vera magia che gli sta dietro. Poi ovviamente ti spieghiamo in etichetta di cosa di tratta, chi l’ha distillato, cos’aveva contenuto il barile… Ma non è quella la cosa più importante.

M: Tu ti approcci a una bottiglia di whisky solo in base al tuo gusto, perché in etichetta ti mostriamo un profilo, in un modo evocativo, ed è il tuo gusto che orienta la scelta. Lascia perdere le 5/6 distillerie più note… Tolte queste, a un bevitore ‘normale’ il nome di una distilleria dice poco o niente. Glengurbie o Miltonduff o Glendullan o Glentauchers?, solo un matto come siamo noi può fare distinzioni in base al nome. Noi vogliamo giocare su altre cose, perché sul lato tecnico, didattico e ‘nerd’, ci sono già tanti che lo fanno molto meglio di come lo sapremmo fare noi, pensa a Whisky Club, al Milano Whisky Festival, anche alle degustazioni che fate voi… Non potremmo neanche metterci in competizione.

E su questa mezza sviolinata, meglio chiudere. In bocca al lupo ragazzi!

Dream Whisky – L’olfatto, 24.1.2019

Giovedì scorso siamo stati invitati alla seconda degustazione milanese di Dream Whisky, start-up che da qualche settimana ha invaso il web con segnali di presenza whiskofila, e che vanta tra i fondatori alcuni nostri amici: Marco Maltagliati, già mastermind delle degustazioni de L’alchimia del whisky al 1930, e Federico Mazzieri, suo sodale appassionato di cibo e marketing. La curiosità era molta, anche perché volutamente i contorni che per adesso racchiudono la potenzialità e le ambizioni di Dream sono per adesso vaghi… Anche se vi invitiamo a dare un’occhiata al loro sito, molto chiaro sull’approccio che intendono adottare. Qualcosa di più cercheremo di scoprirlo nelle prossime settimane, quando ospiteremo un’intervista ai due frontmen della start-up, ma si parla di viaggi in Scozia (e per esperienza sappiamo che ci si diverte, col Malta), di degustazioni, di consulenze per locali e ristoranti… Insomma, c’è tanta ciccia da mordere.

Vogliamo dare intanto un breve resoconto della serata del 24, intitolata all'”Olfatto” e prima di un ciclo di tre degustazioni. Nella cornice informale del Loft 76 (non un locale dunque, ma un appartamento), gli ospiti della degustazione si trovano davanti quattro ampolle con alcuni aromi e due sample pieni, ciascuno con due dram all’interno – sia chiaro, senza che sia dichiarato il whisky, dunque ‘alla cieca‘. Le ampolle servono per annusare e per cercare di riconoscere poi quegli aromi all’interno dei whisky, guidati dall’approccio dell’inarrestabile Maltagliati, anche qui vero mattatore della serata.

ed è subito amore

Non si pensi a una degustazione alla cieca ‘tecnica’, anzi: il whisky qui viene presentato “non come un prodotto, ma come un’emozione“, e dunque l’intento di Marco e Federico è di suggestionare i partecipanti, regalandogli informazioni, certo, ma soprattutto contestualizzando e raccontando il whisky attraverso aneddoti scozzesi, coinvolgenti esperienze e un sacco di risate. L’approccio al whisky è volutamente naif, senza i preconcetti del sapere già in partenza cosa si beve: con l’intento esplicito di ‘agganciare’ dei neofiti, o semplicemente dei curiosi del buon bere, e farli avvicinare al whisky senza troppi fronzoli, senza tutto quell’apparato tecnico che talvolta può tendere a respingere. Ogni whisky, che si assaggia ma che si può anche riportare a casa vista la comodità dell’ampio sample, è sempre presentato in abbinamento a un finger food di ottima qualità – purtroppo siamo nel regno del “no spoiler”, e dunque non possiamo svelare quali whisky ci fossero…

Quel che possiamo dire, però, è che senz’altro questa degustazione è rivolta appunto ad un pubblico di neofiti e di curiosi, che abbiano il desiderio non tanto di fare un vero ‘corso’ sul whisky quanto piuttosto di scoprire qualcosa di un mondo nuovo, senza bere troppo, divertendosi e senza troppe menate. Dalla nostra prospettiva, l’intento pare riuscito, e siamo molto curiosi di vedere come evolveranno le prossime degustazioni (dedicate al “Gusto” e all'”Alcol”) e soprattutto quali altre idee abbiano in serbo Marco e Federico. Vogliamo chiudere con una piccola critica, che si vuole costruttiva: se l’approccio dev’essere quello emozionale ed esperienziale, crediamo che forse qualcosa è mancato nella connessione tra il racconto e il whisky nel bicchiere, che è rimasto un po’ sacrificato nella fitta coltre di emozioni condivise dal Malta. È vero che il bicchiere, in questa degustazione, resta un amico da frequentare e non un libro di testo da studiare, ma probabilmente qualche piccolo legame in più, qui e là, potrebbe aiutare i neofiti a orientarsi e legarsi maggiormente alla profondità del whisky – che in fondo è la cosa che ci ha fatto innamorare tutti di questo splendido prod… ehm, di questa splendida emozione. Ci vediamo per il Gusto ragazzi, e in bocca al lupo!

L’alchimia del whisky incontra Gordon & MacPhail

Ennesima puntata di L’alchimia del whisky, il percorso di degustazioni di whisky in abbinamento a drink (a base degli stessi whisky, che vi credete?!) intrapreso ormai tre anni fa dal 1930, cocktail bar e speakeasy all’avanguardia nel mondo della miscelazione milanese e non solo. Ormai non è più una novità per chi ci legge, ne abbiamo parlato in diverse occasioni (ad esempio qui, qui, oppure ancora qui – e l’intervista fondativa a Marco Russo e Marco Maltagliati si legge qui): sapete dunque che il percorso prevede per quest’anno un passo ulteriore nella direzione delle mille sfumature dello scotch whisky, e protagonisti degli eventi dell’anno sono gli imbottigliatori indipendenti.

Dopo un incontro con una leggenda come Giorgio D’Ambrosio e col Milano Whisky Festival, è stata la volta dei rampanti Valinch & Mallet: sabato 10 marzo tocca a un mostro sacro come Gordon & MacPhail, colosso dell’imbottigliamento indipendente, attivo da oltre un secolo e importato in Italia dall’azienda Meregalli, di Monza. Il focus sarà sull’importanza del legno (cask is king, direbbe qualcuno) e sul lavoro di selezione che G&M fa proprio sotto questo rispetto: a presentare le selezioni, tra cui spiccano un Linkwood di 15 anni, un Bunnahabhain del 2009 (favoloso!) ed una “piccola” sorpresa alla fine, saranno il solito inarrestabile Marco Maltagliati coadiuvato da un amico, di rare competenza e passione, come Roberto D’Alessandro. Dietro al bancone Marco Russo e il suo team, per un sabato pomeriggio davvero imperdibile per tutti gli amanti del whisky, della sua storia, dei suoi segreti e dei suoi misteri che si rinnovano ad ogni distillazione.

Valinch & Mallet goes to… 1930!

Dopo l’eccezionale appuntamento novembrino con Giorgio D’Ambrosio, sabato prossimo al 1930 si torna a parlare di whisky nell’ambito del progetto “L’alchimia del whisky“, di cui già varie volte abbiamo scritto su questo blog. Il 2018 si apre coerentemente con il desiderio di fare un passo avanti rispetto alle degustazioni degli anni passati: dopo aver introdotto la clientela del locale allo scotch whisky, dopo averle offerto degustazioni monografiche su singole distillerie, ora si passa all’affascinante mondo degli imbottigliatori indipendenti. E il primo a varcare la soglia di uno dei locali più esclusivi d’Italia sarà… Valinch & Mallet!

Marco & Marco

Fabio Ermoli e Davide Romano dialogheranno con il sempre attivissimo Marco Maltagliati, raccontando la loro storia, le modalità con cui scelgono i barili, quello che vanno cercando e quel che invece vogliono evitare… Insomma, una chiacchierata a ruota libera per spiegare la concezione che Fabio e Davide hanno del mestiere di imbottigliatore indipendente. Il tutto, come sempre, sarà affiancato da alcuni drink creati ad hoc da Marco Russo, che si sbizzarrirà con il consueto estro e l’abituale competenza. La base, cioè i whisky che verranno aperti, bevuti in purezza e miscelati – almeno alcuni, i dettagli saranno una sorpresa anche per noi – sono questi quattro:

Davide & Fabio

– Caol Ila 6 yo, Four Grain Koval cask, 47,8%.

South Shore Islay Malt 8 yo, 48,8%

Macduff 20 yo, 51,3%

– Heaven Hill 8 yo, 48,8%

Imperdibile, vero? E allora non perdetevelo, diamine! Per informazioni e prenotazione, scrivete a marcomalta34@gmail.com.

L’alchimia del whisky “a ruota libera”: Giorgio D’Ambrosio e il MWF al 1930…

Dopo il secondo viaggio in Scozia dello scorso settembre (qui e qui i resoconti del primo), il progetto “L’alchimia del whisky” si arricchisce di un nuovo capitolo. Come sapete, da tre anni i due Marchi (Maltagliati e Russo) hanno deciso di lavorare con i clienti del 1930 cocktail bar per approfondire il mondo dello scotch whisky, andando a studiare alcuni tra i produttori più interessanti e affrontando la sfida di miscelare il single malt, e non solo quello più ‘semplice’, esplicitamente votato a quella dimensione. Fare cultura seriamente attorno allo scotch, spiegarne la struttura, la genesi, la produzione, la geografia… senza perdere l’approccio di un cocktail bar, e dunque avvicinarsi al whisky attraverso un drink, che diventa il punto di partenza per il pubblico e non un punto d’arrivo. Che l’obiettivo sia stato raggiunto appieno è testimoniato ad esempio dal recente articolo di un sito prestigioso come scotchwhisky.com che annovera il ’30 tra i migliori whisky bar di Milano…

Il bilancio è stato finora positivo, con crescente interesse e ottima partecipazione di pubblico, perfino con l’esportazione del format anche in altri contesti: ora Marco&Marco hanno deciso di fare un passo ulteriore, di non fermarsi e riproporre la stessa formula ma di puntare ancora più in alto nell’approfondimento del mondo del whisky. La prima serata di questa stagione di degustazioni, dunque, vedrà ospiti e protagonisti Giorgio D’Ambrosio, collezionista mostruoso e proprietario del leggendario Bar Metro, e Giuseppe Gervasio Dolci, per tutti ‘il Gerva’, una delle due metà del Milano Whisky Festival: l’obiettivo è quello di parlare della storia del whisky a Milano, del mondo del collezionismo, della crescita dello stesso MWF… Insomma, un appuntamento ambizioso e certamente degno di interesse: noi naturalmente ci saremo (grazie a Marco e Marco per l’invito, anzi!), e crediamo proprio che, a una settimana dal festival, sia l’evento più adatto per prepararsi… Non vorremmo però dimenticare il parterre: si assaggeranno tre selezioni di Giorgio e del Milano Whisky Festival, tra cui spiccano un Glenfarclas imbottigliato dal MWF nel 2014 e che avevamo assaggiato qui, un Lochindaal (e voi sapete cosa nasconde l’oscuro nome, vero? no? venite e scopritelo!) di Giorgio e un Caol Ila scelto e imbottigliato da GDA e MWF nel 2016… La serata sarà condotta da Marco Maltagliati, che però lascerà parlare Giorgio e il Gerva “a ruota libera“; in più, aspettatevi una variazione sul drink preferito di Giorgio – quale? chiedeteglielo – e una sorpresina… Insomma, che ne dite: ci vediamo là?

L’alchimia del whisky – Road to Speyside (21-25 settembre 2017)

Ecco, ci risiamo, l’hanno fatto di nuovo. Lo scorso ottobre abbiamo partecipato ad uno spettacolare tour scozzese tra Islay e Campbeltown, tour di cui abbiamo dato conto qui e qui: l’organizzazione era in mano a Marco Russo, uno dei migliori barman italiani e proprietario di vari locali milanesi, dallo speakeasy 1930 al MAG fino al Barba, e Marco Maltagliati, appassionato whiskofilo di lunga data e ormai da tempo nel team del 1930.

Quel viaggio voleva essere la naturale evoluzione di un percorso intrapreso nel 2014 e intitolato “L’Alchimia del Whisky“: l’idea alla base è quella per cui il whisky, e il single malt specialmente, non è un prodotto di cui avere timore reverenziale, abituati come siamo a sovrapporre l’immagine di un vecchio signore in pantofole seduto su una poltrona di pelle a quella del normale bevitore di whisky – non bisogna avere timore e proprio per questo ci si può avvicinare al whisky, e si può affrontarlo seriamente, capendo la cultura che ci sta dietro, anche partendo da un drink, da un cocktail. Il single malt può essere un ingrediente estremamente complesso, e per questo bisogna saperlo usare, esaltandone o attenuandone determinate sfumature: è proprio ciò che fa con i suoi drink Marco Russo, e chiunque sia stato al 1930, per una degustazione monografica o per una bevuta in compagnia, sa bene a cosa ci riferiamo. E dunque, dopo diverse serate di introduzione al whisky e ad alcune sue distillerie, accompagnando la bevuta in purezza con alcuni drink, i due hanno deciso di affrontare ancor più seriamente la questione, andando proprio in Scozia a fare cocktail e a studiare il processo di produzione: perché per lavorarci seriamente, gli ingredienti vanno scoperti, studiati e analizzati, e bisogna conoscere chi il whisky lo fa, e come.

Marco & Marco

Quest’anno si replica, e lo si fa alla grande, senza sedersi sulle formule del passato ma puntando l’obiettivo altrove: Marco e Marco hanno organizzato un tour dello Speyside, cuore del whisky scozzese con le sue oltre trenta distillerie attive, proprio in occasione del principale evento dell’autunno, cioè lo Speyside autumn festival. Non possiamo svelare tutti i dettagli, e a dirla tutta neppure li sappiamo: di certo si passerà da Glenfarclas, da Balvenie (uno dei tour più belli di Scozia, sia detto per inciso) e da Glen Grant, esplorando dunque diverse tipologie di distilleria, tra colossi e produttori fieramente indipendenti, e di certo Marco Russo darà spettacolo con i suoi drink. Sappiamo anche qualcosina in più, ma non vogliamo certo svelarlo qui, e ora… Molto meglio scoprirlo direttamente il mattino della partenza, no? Siccome siamo stati testimoni diretti della bellezza del primo viaggio, vogliamo dar conto di questa iniziativa qui sul sito, e invitare chi fosse interessato a contattare direttamente uno dei due Marchi (nella locandina tutte le info su prezzi, tempi, disponibilità) per conoscere i dettagli di questa strada per lo Speyside. Se Dufftown è la Roma di Scozia (perché come Roma sorge su sette colli, così Dufftown sorge su sette distillerie…) tutte le strade portano a Dufftown, in fondo, no?

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto (pt. 2)

Dopo la sbrodolata di martedì, oggi la seconda parte. Occhio perché questa è proprio noiosa.

Un bilancio

img_9285
Springbank, malting floor

Innanzitutto, un’ovvietà: andare in Scozia, visitare le distillerie, parlare con le persone che il whisky lo fanno è un’esperienza impareggiabile. Non importa quanto tu ne sappia, quanto tu abbia studiato o bevuto: qualsiasi sia il tuo livello di partenza ne uscirai arricchito. Un’altra ovvietà: quando si visitano realtà artigianali come Springbank e Kilchoman l’arricchimento è ancora maggiore, perché vedi tutto il processo di produzione, vedi il malto che inizia a germinare, lo annusi, lo assaggi, ti riempi le narici di profumi e odori che senti solo quando sei in distilleria o in warehouse e che nessun tasting companion, per quanto ben fatto, potrà replicare. E poi, le persone: spesso ci dimentichiamo quanto conti la componente umana, e anche da questo punto di vista sentire la passione, la partecipazione dei tanti ragazzi di Cambeltown che lavorano a Springbank e Glengyle ti coinvolge immediatamente, diventa contagioso (sul terroir, anche umano, ha scritto un bell’articolo Angus, tempo fa).

img_9725
Pagode a Lagavulin

Soprattutto però certe dimensioni ti portano inevitabilmente a riflettere sulle sorti dell’industria del whisky: qui e ora siamo di fronte ad una forbice, che probabilmente andrà ampliandosi. Da un lato, le multinazionali, le realtà più grosse per volumi di produzione e di vendita, dall’altro le distillerie ‘artigianali’: intendiamoci, non è un giudizio di valore, non c’è bianco e nero, ci sono solo infinite sfumature di grigi, diversamente interpretabili. Da una parte si vedono grandi gruppi, enormi distillerie che puntano ad ampliare e velocizzare la produzione per cercare di aumentare i volumi, di rendere più facili i propri prodotti, più immediatamente accessibili a un pubblico più giovane e meno esigente. Al contempo i grandi gruppi continuano a mantenere standard qualitativi indiscutibili, anche se spesso i prodotti di qualità più alta, espressione di quelle particolarità che hanno fatto appassionare milioni di whiskofili negli anni, diventano inaccessibili, costosi, un privilegio per pochi. La standardizzazione dei processi produttivi, in atto ormai da decenni, ha diverse implicazioni: un innalzamento della qualità media della roba che ti bevi (difficilmente capiterà di assaggiare un whisky proprio cattivo) e un abbassamento delle differenze tra distillerie diverse (vai tu a parlare di territorialità quando, che so, il Lagavulin viene invecchiato fuori Glasgow…). Il mercato attuale impone anche la necessità di trovare espedienti che caratterizzino la distilleria, che ne sanciscano una ‘diversità’ spesso solo posticcia: di qui tanto storytelling e tanto materiale di contorno, di qui l’esigenza di presentare al pubblico prodotti come premium (anche se l’operazione è condotta a tavolino: basti pensare a Mortlach o Longmorn, per stare su casi recenti).

Jacopo e un cane pongono domande scomode
Jacopo pone domande scomode a un cane di Islay

La domanda che andrebbe rivolta ai big players è: qual è il prezzo di questa standardizzazione? La corsa all’efficienza, alle materie produttive più performanti, ai legni più attivi, all’ampliamento delle strutture e all’aumento delle produzioni sarà seguita da una crescita costante delle esportazioni, delle vendite, della fiducia del consumatore? O piuttosto il rischio è quello di una nuova ondata di chiusure, in modo analogo a quanto accaduto negli anni ’80? La storia è ciclica, non c’è bisogno di professarsi hegeliani o machiavelliani per fare quest’osservazione. Il Manifesto di Slow Food del 1986 polemizzava con “chi confonde l’efficienza con la frenesia”, e forse (forse?) questa definizione è applicabile anche ad alcuni attori dell’industria scozzese del whisky.

S come Springbank
S come Springbank

Dall’altra parte, c’è un modello di business (perché hey, sempre di fare soldi si tratta: non è che Kilchoman esista per fare beneficienza, sia chiaro) più attento al rispetto della territorialità, delle tradizioni, delle differenze. La cosa che ci ha conquistato del whisky è proprio la complessità, l’imprevedibilità della reazione botte-distillato, la gamma aromatica infinita che sta tra un giovane torbato e un vecchio speysider, per dire. Il bello del whisky sono le imperfezioni, gli spigoli, quelle note che ti sorprendono: e che continuano a sorprenderti, non importa se tu sia un bevitore occasionale, alle prime armi, oppure un esperto appassionato. Di fronte all’appiattimento industriale alcune realtà, come quelle che meritoriamente Marco e Marco hanno voluto mostrare, reagiscono con la valorizzazione di quelle imperfezioni, imprevedibilità, differenze. Il whisky è un prodotto semplice: acqua, orzo, lieviti – e tempo. L’importanza delle materie prime è ovviamente fondamentale, e la volontà di distinguersi passa per necessità sui pavimenti dei malting floor.

Ovviamente, l’unico criterio di valutazione è il bicchiere: se tu ‘artigiano’ mi fai un whisky imbevibile, io non lo berrò, non lo comprerò, preferirò comunque altro. La sfida per i produttori artigianali è quella della “personalizzazione della qualità” (la formula è dall’ultimo libro di Samaroli), e per quel che ci sembra la direzione intrapresa dalle distillerie che abbiamo visitato è quella giusta. Sfido a trovare altrove un whisky che abbia le stesse caratteristiche di Kilkerran, o di Springbank: e non sarà un caso che queste realtà godano sempre di più della stima di illustri esperti indipendenti, il nome di Serge Valentin basti per tutti.

img_9434
I ferri del mestiere (e tanta muffa) a Cadenhead’s

Di certo Cadenhead’s segue la medesima linea (anche in questo caso, si tengano d’occhio le recensioni di Serge): Mark Watt, stappando una botte di Glentauchers del 1987, ci diceva che per lui è molto più esaltante imbottigliare un prodotto del genere piuttosto che un Ardbeg: quest’ultimo venderà subito e molto bene, ma è “boring”, non c’è sfida: convincere il consumatore della bontà delle dozzine di distillerie misconosciute, apparentemente solo destinate ai blended, è impresa di tutt’altra portata, e di tutt’altra soddisfazione – e lavorando bene, come lavora Cadenhead’s, il riconoscimento del pubblico è un passo automatico. Non escono imbottigliamenti ‘da battaglia’, non escono miscele di botti senza età dichiarata con etichette fancy e seducenti, non escono neppure imbottigliamenti supermegapremium in decanter di cristallo con placche dorate, invecchiamenti mostruosi e prezzi da oligarca: esce whisky, con in etichetta scritto quel che c’è in bottiglia, niente di meno, niente di più. Questa è la strada di Cadenhead’s, questa è la strada di tanti imbottigliatori indipendenti (cose simili sull’entusiasmo della scoperta ce le raccontava Max Righi), realtà che mai come oggi sono da proteggere e valorizzare.

Una terza via, sempre nell’ottica della personalizzazione della qualità, è complementare a quanto visto finora: si tratta del blended di fascia alta, d’eccellenza, come i NoAge di Samaroli o le creazioni di Compass Box: anche questa è una precisa scelta, che privilegia un “concetto” e lo sviluppa, dichiarando però cosa e quanto contribuisce a realizzare quel determinato concetto. Questo è però tema che esula dal viaggio, e sul quale ci ripromettiamo di tornare in futuro.

Un uomo e il suo senso di responsabilità
Un uomo e il suo senso di responsabilità

Un’ultima considerazione conclusiva. Sappiamo che il fatto che un viaggio del genere sia stato organizzato e promosso da un barman e dal suo locale, per quanto di eccellenza assoluta, è un fatto che non piace a tutti all’interno del mondo del whisky, e che da alcune parti è visto con non poca diffidenza. Come se non fosse la stessa industria del whisky a rivolgersi verso la miscelazione…

Il senso di un viaggio del genere (che, lo ripeto, è stato splendido e profondamente istruttivo anche per chi, come me, il whisky l’ha bevuto e studiato e in Scozia era già stato) era innanzitutto quello di fare formazione nei confronti di professionisti del settore. Se ci pensate, il barman è spesso la prima interfaccia tra un prodotto estremamente complesso ed il consumatore, è il barman a presentare il whisky a chi si siede al bancone e chiede “uno scotch”. Dall’ottica di un appassionato di whisky come me, il barman ha proprio per questo una grande responsabilità, deve conoscere il prodotto, ne deve saper apprezzare le sfumature e le peculiarità. E sul fatto che il whisky si utilizzi in miscelazione, beh, ragazzi, fatevene una ragione. Mi piace citare una penna autorevole, quella di Dave Broom: “se lo Scotch vedrà crescere la sua presenza dietro al bancone, allora bisognerà accettare che avrà un ruolo da giocare nei cocktail, allo stesso modo in cui può essere eccellente se assaggiato liscio, con ghiaccio o con acqua. Quanti vogliono godersi un single malt da solo hanno ragione – è uno splendido drink pieno di sfaccettature. Ma il fatto stesso che sia uno splendido drink pieno di sfaccettature che implica che abbia un ruolo da giocare nel bartending, quando sia utilizzato in modo ponderato e giudizioso”. È per questo che bisogno diffondere la cultura del single malt, facendolo in modo magari informale ma serio, accurato.

Marco Russo al lavoro
Marco Russo al lavoro

Possiamo avere tutte le diffidenze che vogliamo, soprattutto se siamo in una fase di sacralizzazione del prodotto – fase che psicologicamente è fisiologica, basta non lasciarsi paralizzare dalla distanza che si mantiene nei confronti del sacro, che in quanto tale si fa quasi inaccessibile, oppure basta non arroccarsi nell’orgoglio di chi crede che il whisky sia roba sua, come Gollum con l’anello. Il whisky è un drink che va goduto, e ogni approccio alla bevuta è legittimo: dal punto di vista di un feticista del single malt di Scozia, a me non importa se usi lo scotch in un cocktail (anzi, proprio perché lo amo tendo a preferire i drink a base scotch, ma questo è il mio gusto); mi importa che lo usi bene, che se decidi di usare prodotti complessi, anche più complessi di quei nuovi imbottigliamenti esplicitamente destinati alla miscelazione, tu lo faccia con criterio.

Dentro all'alambicco, Kilchoman
Dentro all’alambicco, Kilchoman

Il whisky è di tutti, non è di chi ha messo piede su Islay prima degli altri o di chi beveva Springbank prima ancora che a Bergomi crescessero i baffi; il whisky di una volta era buono, certo, e certo i tanti ‘difetti di produzione’ spesso si traducevano nel bicchiere in pregi fantastici, in note ormai perdute. Noi lo sappiamo bene, e cerchiamo, quando possibile, di condividere bottiglie del passato su cui riusciamo a mettere le mani con altri appassionati, facendo di tutto per mantenere costi bassi, accessibili al maggior numero di persone (no, non è uno spot per il prossimo Tasting Facile, che tanto è già sold out). Però ci siamo avvicinati al whisky quando l’ultima “rivoluzione industriale” era già in atto e stava iniziando a lanciare le sue ombre tetre sul presente – ci siamo avvicinati al whisky ‘adesso’, diciamo, e l’entusiasmo che abbiamo provato (e che abbiamo visto negli occhi dei ragazzi che la scorsa settimana visitavano una distilleria per la prima volta) non è stato inferiore a quello provato, che so, trent’anni fa davanti a un Macallan 12 Giovinetti da un sessantenne di oggi – sarebbe arrogante da parte sua crederlo. La lotta tra cultori del passato idilliaco e fanatici del progresso a tutti i costi è una costante antropologica, ed è normale che anche nel mondo del whisky ci sia chi rimpiange i tempi andati e chi crede all’opposto nelle magnifiche sorti e progressive dell’industria. Come sempre, è l’equilibrio ad essere vincente: i whisky di un tempo erano diversi, certo, e forse migliori, ma con un po’ di cura anche quello di oggi sa reggere alla sfida della complessità. Basta un po’ più di attenzione, basta avere un po’ di curiosità, basta cercare, aver voglia di farlo, aver voglia di studiare, approfondire anche le realtà meno trendy e – soprattutto – condividere le proprie conoscenze, le proprie passioni, le proprie scoperte: anche perché altrimenti, a furia di sputare sul mercato attuale e sull’attuale industria con le sue asimmetrie, a furia di togliere legittimità a quei (pochi, magari) che cercano di fare cultura del whisky anche se magari non sono mai stati a Limburg, a furia di arroccarsi e diffidare dal prossimo, beh: il rischio è quello di buttare anche il bambino con l’acqua sporca. E a quel bambino, se non sbagliamo, teniamo tutti: quel bambino serve a tutti.

Qualcuno è veramente arrivato a leggere fin qui? EROE!

L’alchimia del whisky, il viaggio – un resoconto troppo lungo (pt. 1)

img_9570
botti ad Ardbeg

Lo scorso fine settimana uno di noi (Jacopo) ha avuto il piacere di partecipare ad un viaggio che avevamo annunciato su queste pagine nella scorsa primavera: organizzata da Marco Maltagliati e Marco Russo, questa ‘vacanza-studio’ aveva lo scopo preciso di andare a scoprire alcune delle zone più affascinanti della Scozia per visitare delle realtà particolari nel mondo del whisky, realtà artigianali, decise ad operare ‘in direzione ostinata e contraria’ rispetto ai big players dell’industria dello scotch. Nelle distillerie di Springbank e Kilchoman, inoltre, Marco Russo ha potuto miscelare alcuni whisky di casa nello stile di ricerca del 1930, creando dei drink ad hoc per esaltare le peculiarità dei malti: ed è stata una prima volta assoluta per Islay. In questi giorni pubblicheremo un po’ di foto sulla nostra pagina facebook, per adesso accontentatevi di qualche highlight. Ma andiamo con ordine.

[NdR: siccome l’autore è un grafomane, abbiamo deciso di spezzare il reportage in due parti, una prima di cronaca, questa, ed una seconda di considerazioni. Abbiate pazienza.]

La cronaca

img_9272
Springbank, Campbeltown

Partiti giovedì mattina, arriviamo a Campbeltown nel tardo pomeriggio, appena in tempo per visitare la Kintyre Smokehouse (date un’occhiata al sito: c’è anche una pecora che scoreggia!), in cui abbiamo assistito a un vero e proprio show di sfilettatura del salmone e assaggiato prodotti locali, tra cui spiccavano delle cozze affumicate veramente commoventi. Sulla serata è forse opportuno stendere un velo pietoso, basti sapere che le milf locali hanno trovato un pane fin troppo duro per i loro (pochi) denti e che un pub di Campbeltown ha fatturato più quella sera che nell’intero mese di settembre – ma forse il velo pietoso andava steso meglio, chissà. Parlando di cose serie, il venerdì è stato straordinario: al mattino un accuratissimo tour di Springbank e Glengyle ha mostrato perfettamente quale sia lo stile di casa, assolutamente incentrato sul rispetto delle tradizioni (la distilleria è di

img_9284

proprietà della stessa famiglia che l’ha fondata nel 1828). Tutto il processo di produzione ha sede in loco, dal maltaggio all’imbottigliamento (ed è una cosa che accade solo qui e a Kilchoman); la parola d’ordine è “qualità!”, e se questo vuol dire mantenere tempi lunghi e ‘antieconomici’ (a ogni livello: dalla scelta dell’orzo ai tempi di fermentazione, dal fuoco diretto sotto ad un alambicco fino all’invecchiamento solo in warehouse interne alla distilleria, per arrivare – ovviamente – alla risoluta negazione di ogni piano di espansione per rincorrere maggiori volumi), beh, chi se ne frega. “Abbiamo sempre fatto il nostro whisky in un certo modo e non cambieremo certo adesso”, ci è stato detto. Ovviamente non è paragonabile ad essere lì presenti, ma vi consigliamo questa serie di video del buon Ralfy: replicano il tour e rendono bene l’idea del clima che si respira e dello spirito che anima la distilleria. Il pomeriggio è stato diviso in

img_9355

due: innanzitutto Marco Russo, all’interno di una warehouse di Kilkerran, ha utilizzato alcuni imbottigliamenti per creare dei cocktail tesi ad esaltare il single malt, tenendo di fatto un’accurata masterclass di miscelazione. L’accoglienza è stata ottima anche da parte di Mark Watt e dello staff della distilleria, pure se non abituatissimi a certe bevute: lo stile è ovviamente quello della “miscelazione di ricerca” del 1930, e tutti i drink avevano l’obiettivo chiaro di porre lo scotch in primo piano, con tutti i suoi spigoli, e non di appiattirlo o nasconderlo – memorabile resta un cocktail con Springbank 15, un distillato di bourbon (Maker’s Mark ri-distillato, circa 80%), acqua di mare e granatina. Abbiamo anche assaggiato l’ottimo nuovo Kilkerran 12 anni, di

img_9379
il 1930 a Kilkerran

cui pubblicheremo qui una recensione a breve, ma – vi stupirà – a quest’altezza, dopo quattro whisky e quattro drink, non avevamo ancora iniziato a “fare sul serio”… Mark Watt ci ha portato in una warehouse di Cadenhead’s (una warehouse vera, che puzza di muffa, non quelle ‘ripulite’ e pettinate) e ci ha versato, direttamente dalla botte, queste robette qui: Glentauchers 1989 in bourbon, Mortlach 1987 in bourbon, Caperdonich 1996 finito in Oloroso, Bruichladdich 1992 in bourbon, Springbank 1997 in sherry e Caol Ila 1991 in bourbon. Eh, dai, mica male. Ah, se non erro c’era anche il prossimo Longrow Peated, ancora a grado pieno…

schermata-2016-10-18-alle-12-25-04
Port Ellen Maltings, con pixel

A questo punto, non si capisce bene come e con quali forze, ci ritroviamo il giorno dopo a Port Ellen, scortati dai delfini verso l’attracco su Islay. Per me era la prima volta sull’isola, e in poche ore mi sono reso conto del perché quasi tutti quelli che ci vanno ci lasciano il cuore: i paesaggi sono incantevoli, sia sotto la pioggia che illuminati dalla splendida luce di taglio dei cieli del Nord, la fauna è straordinaria – non so voi, ma io ragazzo di città fatico ad abituarmi a vedere foche, fagiani, cervi, lontre, pecore e alpaca in misura infinitamente superiore a cani e gatti… Giusto il tempo di piantare la bandierina italiana nei campi adiacenti a Laphroaig dopo la colazione con il 10 anni Cask Strength batch #8, dopo un rapido pranzo ad Ardbeg (assaggiando giusto una sciocchezza,

img_0123
Kilchoman, con sole

il nuovo 21 anni) corriamo a Kilchoman, la distilleria più piccola dell’isola e l’unica vera farm distillery di Scozia. Piccola, piccolissima, produce 120000 litri l’anno (Caol Ila ne fa sei milioni, per capirci) e fa proprio tutto in casa: coltiva perfino parte del proprio orzo nella Rockside Farm, lì affianco, e la quota dell’orzo locale che viene distillato finisce tutto nell’imbottigliamento 100% Islay – e peraltro attenzione, il nuovo batch è finalmente e veramente convincente (il malto viene torbato in casa attorno ai 20 ppm, contro i circa 40/50 della quota che viene acquistata dai Port Ellen Maltings). Anche in questo caso, consigliamo ai poveri che non erano con noi di dare un’occhiata a questa bella intervista del 2006 di Charles MacLean a Anthony Wills che chiarisce bene quali fossero, fin dall’inizio, gli obiettivi della distilleria (e poi sì, Ralfy va pure lì) – obiettivi raggiunti pienamente, a giudicare dai lavori di ampliamento attualmente in atto. In una cornice forse ancor più emozionante, ovvero la sala del malting floor di Kilchoman, Marco ha tenuto la seconda parte della masterclass del giorno prima,

img_0133
Ops, scusate

creando drink a base Kilcho e conquistando tutti gli scozzesi presenti – a dimostrazione di come certe diffidenze siano più figlie di sovrastrutture che ci poniamo noi appassionati ‘esterni’, che spesso tendiamo a sacralizzare un prodotto che invece sacro non è e mai deve diventarlo, pena la perdita del divertimento, della curiosità e della voglia di sperimentare. Per pudore tralasciamo la caccia alla pecora (ehm…) e per necessità la luculliana cena di pesce, perché per quel che mi riguarda i ricordi sono sommersi dalle dozzine di chele di granchio che mi sono scofanato.

Il quarto giorno è stato più ‘tradizionale’, diviso tra il tasting del bicentenario di Lagavulin e un approfondito tour di Bunnahabhain. Si inizi da Lagavulin: quello che i direttori del marketing di Diageo impongono di chiamare “il Barolo del whisky” è – ovviamente – un prodotto eccellente, di altissimo livello, e gli assaggi dei vari

img_9774
Alambicchi giganti, Bunnahabhain

imbottigliamenti sono stati fantastici, in un tasting curato alla perfezione (il tasting companion con i cinque assaggi e con le boccette dei vari aromi è davvero notevole). Di certo, dopo il calore dell’artigianalità sperimentato a Springbank e Kilchoman non abbiamo potuto non notare una maggiore freddezza, in qualche modo una maggiore distanza… Detto ciò, come al solito quel che conta è il bicchiere, e un bicchiere pieno di Lagavulin è sempre un bicchiere di cui esser grati. Sorprendente invece il tour di Bunnahabhain, condotto dal bravissimo David Brodie con cui abbiamo potuto apprezzare alcune delle strutture più grandi dell’industria del whisky: il mash tun è immenso, i sei washback in legno lo sono altrettanto, e gli alambicchi sono… giganti! La degustazione è poi avvenuta anch’essa in warehouse, con tre versioni di Bunnahabhain direttamente dalle botti: un 7 anni non torbato in Porto, un 13 anni non torbato in Pedro Ximenez e un 8 anni torbato in sherry Oloroso spaventosamente buono.

img_9472
I tosi

Fin qui, la mera cronaca: prima di fare qualche considerazione da editorialista inadeguato [considerazioni fortunatamente rimandate a domani, NdR], ne approfitto per ringraziare Marco Maltagliati, che è stato una guida impeccabile, sempre pronto a farsi prendere in giro ma in grado di trasmettere, assieme ad un grande entusiasmo, tante accurate informazioni, dirette soprattutto ad un pubblico di professionisti del settore, ancorché neofiti in fatto di acquavite di cereali. Elogiare Marco Russo per i drink sarebbe fin troppo ovvio, ma in un contesto del genere, condividendo per ore la stessa macchina, sono emerse qualità umane e una infinita curiosità verso i prodotti difficili da indovinare stando ‘solo’ al bancone – e soprattutto questo mi ha fatto piacere scoprire. Un enorme abbraccio al resto della cricca: come scrivono nei booklet dei dischi, you know who you are, due pugni sul petto, bravi tutti. Siamo stati un bel gruppo, e imparando tanto ci siamo divertiti, o mi sbaglio?

 

“Whisky & Cocktail”, un tuffo nel 1930 (intervista doppia)

imageSabato scorso abbiamo partecipato alla terza degustazione “Whisky & Cocktail”, organizzata da Marco Maltagliati, ex collaboratore di Whiskyclub Italia, e Marco Russo, proprietario e barman del 1930, speakeasy milanese sulla cresta dell’onda – ma siccome è un secret bar, mica possiamo dirvi dov’è, no? Il tasting, tutto sommato inusuale per noi talebani del whisky in purezza, è stato molto divertente, e soprattutto è riuscito nel difficile intento di coniugare informazione e divulgazione sul single malt ad una bevuta diversa, quella del cocktail. La miscelazione (l’arte del cocktail, diciamo) sta vivendo ora un momento di espansione clamoroso, e la figura del barman, tra ricerca e sperimentazione, si avvicina sempre più nella percezione comune a quella degli chef di alto livello, con tutto ciò che ne deriva. La nostra impressione dopo la degustazione è che si tratti di un modo molto efficace per avvicinare al whisky quanti amano bere bene, spendendo il giusto per avere prodotti di qualità, “aggredendoli” in modo informale attraverso il cocktail: oltre a ciò che abbiamo bevuto, quel che abbiamo apprezzato di più è che il single malt non è stato affatto banalizzato, o tenuto in secondo piano, anzi… Siccome il whisky viene sempre più spesso utilizzato dai barman per le loro creazioni, abbiamo deciso di interpellare i due mattatori di sabato, Marco Maltagliati [MM] e Marco Russo [MR], per chiedergli cosa li abbia spinti a organizzare un evento del genere, e soprattutto quanto conti il single malt nel mondo della miscelazione. Contestualmente, ne

MR & MM

approfittiamo per lanciare qui sul sito una sezione appositamente dedicata ai cocktail: dalla
settimana prossima, infatti, pubblicheremo ‘ricette’ di cocktail preparate per noi da barman amici, rigorosamente a base whisky, iniziando da Riccardo Corbetta dell’Harp Pub, che ci ha già affiancato in una degustazione ‘simile’ qualche settimana fa (con base blended degli anni ’80) – ricordando che lo fa anche Serge (quindi prima di prendervela con noi, prendetevela con lui), speriamo apprezzerete…

Marco Maltagliati, nel preparare un evento del genere, cosa chiedi al barman di mettere in risalto nel tuo single malt?

MM: Innanzitutto, da appassionato voglio dire che un percorso del genere era possibile solo con un barman con un’idea forte di miscelazione, una vera e propria filosofia, come Marco Russo e i barman del 1930. Qui ogni cocktail ha la sua storia, così come ce l’ha ogni distilleria. e così voglio che il cocktail ne valorizzi la geografia, la territorialità. Proprio per questo abbiamo usato single cask a grado pieno, whisky così come esce dalla botte e quindi senza diluizione con acqua; un processo che purtroppo a volte avviene molto lontano dalla distilleria.

E dalla tua prospettiva, Marco Russo, cosa vuoi che un whisky doni alla tua preparazione?

MR: Il punto di partenza è stato il single malt e il rispetto che gli va tributato per la sua storia, le sue caratteristiche. Noi non vogliamo assolutamente stravolgere il prodotto di partenza, ma esaltarlo. La ricerca è individuazione dei tratti principali per poi esaltarli. Se parliamo di Laphroaig, nel cocktail non ci andrà sicuramente un cordiale alla camomilla. Laphroaig è acqua di mare, punto. Quindi il drink deve essere sapido, e poi medicinale. Ad esempio, noi abbiamo distillato la terra per abbinarla a questo whisky selvaggio… Invece miscelare per contrasto andrebbe a snaturare. Io a volte propongo il Rob Roy con Lagavulin 16 e il “Dopo Teatro” di Cocchi, due prodotti fantastici, che si completano a vicenda, ma che hanno storie completamente indipendenti. Qui invece vogliamo lavorare per esaltare la specificità.

MM: Prendi il cocktail basato sull’Arran di Whiskyclub, un ex-bourbon first fill con note evidenti di vaniglia: sembrava una caramella. Incredibilmente spinto su quella dolcezza, ma comunque bilanciato.

FullSizeRender-9Come sono strutturate le vostre degustazioni, e quale è stata la reazione che avete avuto da parte del pubblico?

MM: La degustazione vede prima l’assaggio del single malt con una spiegazione classica del prodotto, della distilleria, della geografia. Poi, sul finire del whisky liscio, ci si coordina per far entrare in scena il cocktail. Il riscontro è stato veramente positivo, perché l’abbinamento col cocktail permette di avere un approccio più rilassato, meno timoroso verso il single malt, oltretutto sempre un single cask a grado pieno in cui tutto è amplificato: così le persone sono più invogliate a bere, a degustare.

MR: Hanno partecipato molti clienti del locale: persone che ordinano abitualmente cocktail a base whisky come i nostri Martesana, o Skye, ma che sul whisky erano quasi a digiuno e che invece nella serata hanno manifestato tanta curiosità sul prodotto liscio – e bere il single malt è completamente diverso. Quindi è stato bello vederli apprezzare le nozioni sulla distillerie della serata. Conoscere la storia del whisky aiuta anche a far scemare anche la concezione di un distillato “top premium”, troppo costoso. Bisogna capire che si possono avere ottimi prodotti a prezzi ragionevoli, che permettono di mantenere il costo di un drink alla portata di molti.

Insomma non finisce qui, par di capire? Pensate di portare queste serate anche fuori dal 1930?

MR: sì, ma ci deve essere dietro una formazione preliminare, sia sulla storia dei whisky e sia a livello di bartending. In serate come questa non si possono rischiare strafalcioni sui drink.

MM: E questo è importante anche dal punto di vista di un purista, spesso scettico e preoccupato di togliere serietà al whisky. Ma nel momento in cui si prova per curiosità, non se ne esce più. Il fatto è che il single malt è miscelabile ma devi essere capace, devi conoscerne le sfumature e rispettarle. Anche per questo motivo infatti in queste serate non abbiamo mai usato guarnizioni esterne al cocktail, quando invece uno dei punti di forza del 1930 è anche una presentazione d’impatto.

Malta, cosa cambia nel mondo del whisky dal punto di vista commerciale con la discesa in campo della miscelazione? 

MM: Penso ad esempio ai selezionatori indipendenti, che potrebbero essere spinti a imbottigliare già con un occhio rivolto a collaborazione future, con una ricerca di prodotti sempre più particolari e una nuova corsa verso altre frontiere qualitative. I barman da questo punto di vista sono sempre più esigenti.

MR: Il single malt ha delle potenzialità ancora inespresse, ma ora sono le aziende stesse che si stanno spostando sulla miscelazione. Puntano su questo sia per allargare il target verso un pubblico più giovane sia perché in miscelazione si consuma mediamente più prodotto. Insomma, vedo un futuro roseo per il whisky nel bartending.

FullSizeRender-12Marco, parliamo un po’ del tuo approccio al whisky: in quali cocktail ritieni di non poter fare a meno di un single malt? Un esempio: abbiamo assaggiato un “Old fashioned” fatto sostituendo il rye/bourbon con un Glengoyne ‘Cask Strength’… ed era effettivamente buonissimo, noi non torneremmo indietro. Approfondendo la conoscenza dei single malt, è cambiata la tua percezione dei cocktail? 

MR: Jerry Thomas disse che per fare ottimi drink servono ottimi prodotti. Quindi non tornerei mai indietro sui grandi classici, che sono nati con una formula semplice: spirit, water & sugar. L’esempio classico è l’Old Fashioned, come dicevate, oppure il Sazerac. Qui usando un single malt particolarmente aromatico potrei addirittura permettermi di rinunciare al rinsing (la pratica di aromatizzare il bicchiere, ndr) con l’assenzio, oppure farlo con un liquore alle noci per andare a esaltare le note di frutta secca del whisky di malto. Il single malt ha palle, se uso un blended, pur buono come il Red Label, o un cognac come base poi mi serviranno delle macerazioni di frutta e altro per completare l’architettura; un single malt regge da solo il peso di tutta la casa, è lui il principe del drink.

C’è secondo te un limite oltre il quale non andare nell’uso del single malt per la miscelazione, sia come qualità e complessità, sia come prezzo? 

MR: Io miscelerei qualunque cosa, anche un Port Ellen, ma è il mio cuore che mi dice dove fermarmi. In bottigliera abbiamo un Brora 35, sarebbe bellissimo usarlo per un cocktail ma preferisco di gran lunga assaporarlo io così com’è. E poi a livello commerciale è effettivamente improponibile come drink cost, nel senso che dovresti spingerti a far pagare un cocktail parecchie decine di euro. Per il mio locale, per poter tenere una drink list attorno ai 10-15 euro, posso usare bottiglie che non superino i 150 euro. Poi non c’è un limite alla follia e alla curiosità di un cliente…

FullSizeRender-10Generalmente i cocktail “classici” non avevano torbati, mentre ci sembra l’avvento del single malt nella miscelazione abbia portato proprio la diffusione ‘in massa’ dei whisky di Islay; com’è il tuo approccio verso questo tipo di single malt

MR: I torbati sono stati il primo step, perché hanno un sapore forte, violento, come il drink con Ardbeg 10, vermouth, un bitter al cioccolato e un Decanter Bitter che proponevo qualche anno fa. In realtà poi adesso uso molti malti differenti, e tanti non sono di Islay. Non è necessario lavorare su Ardbeg, o su Laphroaig. Io mi potrei divertire anche con un Clynelish, giocando col Rotavapor, un sistema di distillazione sottovuoto che ti permette di distillare di tutto, anche la cera d’api, o i fiori… Anzi, adesso che mi è venuto in mente vi saluto e vado a sperimentare…

12466188_940686219350420_1881275470416903228_o
lo staff del 1930 al completo