Botti da orbi – Sanremo, serata 3: Nikka Days (2018, OB, 40%)

[Terza serata sanremese, terzo antidoto a Baglioni & Co: grazie Zucchetti, grazie]

m55895e_1Nikka Days (2018, OB, 40%)

Senza scomodare Nilla Pizzi e Gigliola Cinquetti, è il whisky più filosoficamente sanremese di tutti. Ultimo arrivato in casa Nikka, è un blended creato per il mercato europeo che segna il cambiamento di strategia della casa giapponese, pronta ad abbandonare i vecchi Pure Malt colorati. Al whisky di grano si aggiunge malto lievemente torbato (Yoichi). Il risultato è musica leggera allo stato puro, svago senza impegno a colori pastello. Si apre al banchetto del fruttivendolo, con pera, mela golden e prugna gialla. Non mancano fiori (è sanremese o no?) e il cereale, ma tutto rimane lieve, con un accenno di limone amaro. Lo stesso che torna in bocca, in una continua alternanza dolce/amaro, anche se qui è forse più bergamotto. Molto leggero, al cereale e alla vaniglia accosta una freschezza erbacea (foglie, genziana), che si protrae in un finale di sorbetto al limone.

Dammi tre parole, fresco, dolce e leggero. Forse Valeria Rossi non cantava così, ma fortunatamente l’abbiamo dimenticata. Nel complesso un whisky che il suo lavoro lo fa alla perfezione, si beve a garganella e non ha quella stucchevolezza di certi blended della categoria Giovani che ti impastano la lingua di zucchero. Non apriremo il suo fan club, ma se ci capitasse di sentirlo passare per radio non cambieremmo canale.

Ps. La cosa imperdonabile è il tappo di plastica gialla tipo olio di mais. Una caduta di stile che nemmeno Sabrina Salerno e Jo Squillo in shorts che cantavano «Siamo donne oltre alle gambe c’è di più». 81/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Giorgia – Vorrei.

Botti da orbi – Sanremo, serata 1: Cladach (2018, OB, 57,1%)

l’illuminato Marco Zucchetti mentre cura la sua rubrica su whiskyfacile

Puntuale come l’influenza il primo giorno di ferie, la papera del tuo portiere nel derby e l’aneddoto sconcio degli amici al bar, anche quest’anno arriva Sanremo. Ecco, questo coraggioso sito si fa vanto del fatto che non ne farà menzione. Anzi, innalzando una prece al mitico Ferdinando Buscaglione, patrono di tutti i whiskofili italiani, qui ci si propone di fornirvi delle alternative al festival. Cinque malti (scelti a capocchia esattamente come i big in gara) per evitarvi le cinque serate. Oppure, se siete obbligati per ragioni familiari a sorbirvele, cinque malti per sopravvivere al rompimento di Baglioni che vi tocca in sorte.

Non festival dei fiori ma opere di bere.

Cladach (Diageo Special Release 2018, 57,1%)

L’orchestra di Peppe Vessicchio tutta insieme. È un blended malt sulla scia del Collectivum XXVIII, ma più coerente e assai più convincente. Partecipano alla sinfonia Inchgower, Clynelish, Oban, Talisker, Lagavulin e Caol Ila, dunque ci si aspettano potenti gli ottoni della torba e gli archi della marinità. E infatti fin dall’esordio ecco un bel falò in spiaggia, zaffate di iodio e un naso medicinale e mentolato (anice), da cui emerge una golosa frutta dolce, mela cotta, ananas e limone candito. Cera, anche. E una curiosa sensazione di metano, come se aveste deciso di suicidarvi prima di essere costretti a sentire Il Volo.

In bocca è salato, scuro, molto profondo e perfino cremoso. La torba c’è, ma non ce la si cava mica così, non siamo di fronte a una canzonetta. Occorre un patentino per capirlo bene. Noi che invece ci siamo fermati alla scuola primaria del malto riconosciamo alla rinfusa delle more, un pizzico di aceto di lamponi e una bella cremosità saporita, quasi fosse liquirizia salata. Con acqua (anche se va giù bene anche senza) spunta dell’arancia e del kummel. Finale all’altezza dell’esibizione: ancora saporito, tra carne salada e croccante di arachidi.

L’intro del naso ti cattura, ma l’evolversi in bocca ti rapisce proprio. Succulento e robusto, è un concentrato di Islay con il tocco mielato/ceroso di Clynelish. Il classico outsider che parte senza i favori della critica – in effetti queste edizioni sconfinano spesso con il marketing – ma poi si conquista il podio con il voto da casa. 90/100

Sottofondo sanremese consigliato: Enrico Ruggeri – Mistero (Sanremo 1993, primo posto)

Botti da orbi – Tutto malto bene: botti di inizio anno

E se fosse tutta colpa di un refuso? Se l’abitudine parecchio tamarra di far esplodere ordigni rudimentali al 31 dicembre fosse solo un errore di dizione e invece dei botti di fine anno tutti ci dedicassimo alle botti di inizio anno? Ci piace pensare che sì, se insieme ai petardi rinunciassimo anche a quei limoncelli e amari di dubbia moralità che ammorbano qualunque cenone, e ci dedicassimo invece al re dei distillati, l’anno nascerebbe sicuramente meglio. Perché quel che si beve non è un dettaglio, può rovinarti un aperitivo o svoltarti una cena deludente. Così, mentre in queste ore gli astrologi estraggono dalle loro giacche luccicanti vaticini opinabili su lavoro, amore e salute, noi qui si indossa il cappello di tweed da druidi celtici e si spargono previsioni ancor più opinabili e surreali. Signori, ecco a voi l’Oroscophisky, l’oroscopo del whisky di Marco Zucchetti.
Slàinte e polvere di stelle nel dram a tutti.
ARIETE
Vieni avanti, arietino, anche se hai Saturno nel malting-floor. Il che significa che stanno germogliando grosse preoccupazioni. No, non ti è finito il Glen Grant 5 per sfumare il rognone. Ben peggio: il rischio è di conoscere un partner astemio. Immagina, Ariete: cene di pesce sorseggiando Schweppes, serate con gli amici ordinando tisane alla barbabietola. Che fare, direbbe Lenin? Beh, segui il tuo palato. Inizia da subito. Il Montenegro lascialo ai veterinari della pubblicità, la vodkachevolevich ai reduci degli anni ’90. Tu ti prendi un bello speysider – e pure vecchiotto – e ritrovi te stesso. Il resto, ovvero il partner che ti meriti, verrà da se. Questo il tuo compito per il 2019: ricordarti chi sei senza compromessi, come l’Highland Park prima delle carnevalate vichinghe.
70/100
Il tuo whisky dell’anno: Macallan 1966 Giovinetti
TORO
Il 2018 è quella bottiglia pessima che non te la senti di buttare, ma quando finalmente finisce perché riesci a sbolognarla a un ospite che va in sollucchero anche per il J&B, esulti da solo in salotto come CR7. Ecco finalmente è finito il 2018 malefico, e tu Toro puoi riappropriarti delle tue energie, che a dirla tutta ultimamente sembravi più una vacca frisona. Hai Giove a pieno grado, quindi chi ha a che fare con te deve sapere che devi essere maneggiato con cura. Sei un A’Bunadh, mica un Jameson. Non le mandi a dire, hai la stessa dimestichezza con la diplomazia che ha un metalmeccanico di Glasgow dopo che il Celtic ha perso l’Old Firm coi Rangers. Ma sei talmente energico che riesci a sgorgare anche le indigestioni da cassoeula. Tu per limitare i danni metti tutto in etichetta: gradazione, finish, invecchiamento, pregi e difetti. Così i tuoi amici saranno avvertiti. E chi saprà cosa aspettarsi, si godrà la tua tonante compagnia con gusto.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Laphroaig 29.247 SMWS “All hands on deck”
GEMELLI
Ok, la timidezza iniziale non sempre è un problema, il nuovo Talisker 8 anni lo dimostra. Però Gemellino mio tu devi darti un tono, oppure qui corriamo il rischio di annusarti per mesi senza riuscire a capire se sei un bourbon, uno sherry o un finish. È la tua natura quella di mescolare le carte e non scoprirti, si sa. Però dacci una mano, non giocare a fare lo Scotch se non lo sei, come un giapponese dalla whiskosità incerta. Missione per il 2019 è lasciare questa timidezza a quei whisky con gli ideogrammi in etichetta. Decidi cosa vuoi essere, prendi quella strada e vai dritto. Anche perché tu hai qualità da single cask, ragazzo mio.
82/100
Il tuo whisky dell’anno: Glenlivet Meiklour
CANCRO
Ah, l’abbacinante e sublime luce del meriggio che cala dietro le pagode della distilleria Strathisla… No, con te non attacca, eh? Concreto, chele ben piantate sullo scoglio e pochi gamberi – pardon, grilli – per il capo. Tu Cancro sei fatto così, alle raffinate grafiche preferisci la sostanza, un po’ come i ragazzi di GlenAllachie, che ancora insistono con quelle scritte in antico camuno… Ecco, quest’anno Cancerino potresti fare uno sforzo e uscire dalla tua solidissima prosaicità. Non che alla fine non conti l’essenza, perché nel bicchiere se ci finisce Lagavulin è sempre meglio di qualunque frivolo whisketto dal packaging francesizzante degno di passerelle e Croisette. Però se ti capita un Bowmore Bouquet o una bottiglia di Jack Wieber, per una volta lasciati andare a un moto di ammirazione estetica. Anche l’occhio, come gli angeli, vuole la sua parte.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Ardmore 9 Caroni finish (A&G selection)
LEONE
Che le regole per te siano un optional, già lo sai. Quindi Leoncino mio quest’anno l’obiettivo è moderarsi un po’. È vero che la vita è una scatola di samples ed è difficile non assaggiare un whisky della Tasmania invecchiato in botti di Pinot nero o trattenersi dal provare l’ultimo Macmyra in botti di vin brûlé. Ma avanti di questo passo rischi di diventare come Stuart Thompson, uno che ad Ardbeg ha fatto la storia tanto da svuotare interi barili a forza di assaggi. Quindi parola d’ordine è: scegliere. Per esempio, quel Poitin che guardi con cupidigia anche no, dai…
72/100
Il tuo whisky dell’anno: Red Breast 21
VERGINE
Sarà Marte che entra in alambicco, sarà che in tempi fumosi come un Octomore ti senti a tuo agio, ma questo sarà il tuo anno Vergine. Diciamocelo, non è mai stata la qualità il tuo problema. Il fatto è che sei poco accessibile, tipo uno dei vecchi Rare Malts. Il tuo carattere è forte, l’eleganza non si discute, la profondità pure. Già, ma un St. Magdalen non è da tutti giorni, no? Ecco, devi provare a blendizzarti un po’. Non si dice di impoverire la tua vita frequentando gentaccia da grain, ma almeno abbassare il livello di tensione e perfezione, quello sì. Se mostrerai la tua faccia easy, se fra un Brora e un Karuizawa scoprirai le gioie di un magnifico Kilkerran per ogni occasione, avrai fatto bingo
93/100
Il tuo whisky dell’anno: Cladach Diageo special release 2018
BILANCIA
Il Laphroaig durante il Proibizionismo era lecito perché qualche genio lo aveva fatto passare per medicinale. Ahimé i seriosi luminari di epatologia pare abbiano negato le proprietà taumaturgiche del nettare di Islay, ma tu Bilancino non ne hai bisogno. Scoppi di salute come un haggis troppo ripieno. Il 2019 sarà per te un anno in discesa, facile come una verticale di bourbon dopo una pinta di Paul John torbato. L’unico rischio è proprio questo, trovare tutto troppo semplice, abbassare la guardia. Dice il saggio collega che i whisky che sembrano “pediatrici” sono i più infidi. Guardati dalla faciloneria, Bilancino, per non finire come quello che spegneva le Marlboro nell’Auchentoshan perché gli sembrava l’unico modo per dargli sapore.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Port Charlotte Cubaireachd cask exploration 18
SCORPIONE
Sei un segno di torba, il che ti dà quell’aria di fumoso mistero che fa parte del tuo charme. Sai essere oscuro come un Ardbeg dai nomi evocativi e acuminato come un Kilchoman 100% Islay, ma a volte ti fai prendere la mano dalla tua anima sciantosa e diventi insopportabile come certi finish in Sauternes. La stucchevolezza è dietro l’angolo, Scorpioncino, perché ogni tanto eccedi in moine e non stiamo parlando del Bunnahabhain omonimo. Il consiglio per l’anno nuovo dunque è limitare l’artificiosità e menare qualche colpo di pungiglione in più, anche a costo di non stregare tutti. Il fatto è che piace di più uno sporco Ledaig di un immacolato Oban Little Bay un po’ recitato. Fanne tesoro.
79/100
Il tuo whisky dell’anno: Catoctin creek rye full proof
SAGITTARIO
Il prossimo Natale chiedi una faretra extralarge, perché non ti bastano le frecce per tutti i bersagli del 2019. Sì, Sagittario, avrai un anno più indaffarato di quello di Jacopo e Giacomo, aka i Facili. Non ti basterebbero sette nasi per annusare tutti i dram che ti capiteranno e non ti basteranno 685 giorni per fare tutto quello che ti sei prefisso. Quel viaggio nelle Highlands che rimandi da anni, quel progetto che avevi in cantiere da quando Richard Paterson ancora non aveva i baffi, quel quadernino degli assaggi da tenere per cui poi non hai mai tempo. Il rischio è fare tutto di fretta, come quelle distillerie che imbottigliano a tre anni e due minuti. Ce la potete fare, ma organizzatevi. E fate come la botte del Macallan della pubblicità, sappiate dire dei no.
87/100
Il vostro whisky dell’anno: Linkwood 24 Adelphi
CAPRICORNO
Sul lavoro, caro Capricorno, sembri la Port Ellen distillery. Purtroppo però non quella che sta rinascendo oggi, ma quella che è fallita nel 1983. Tra molestie, colleghi fastidiosi, capi con lo stesso senso degli affari dei collezionisti che hanno svenduto tutti i Giovinetti vent’anni fa, sembra che il mondo congiuri contro di te. Occorre pragmatismo e sopportazione, che alla fine di ogni degustazione scadente c’è sempre una chicca. Il tuo 2019 sarà alla ricerca di questa chicca. E dopo un anno di barili che perdono e bottiglie dal tappo guasto, stai sicuro che la troverai e sarà un colpo di fulmine come quel barile di Highland Park in sherry di cui ancora favoleggiano il Gerva e Giannone del Milano Whisky Festival.
75/100
Il tuo whisky dell’anno: Glenfiddich 1973 (70th anniversary Velier)
ACQUARIO
Sei stato piccantino come un rye per tutto l’anno, Acquario. Hai avuto ormoni più attivi dei legni first fill e hai girato più letti tu delle distillerie che ha visitato Giorgio D’Ambrosio. Insomma, ti sei divertito e hai fatto bene. Solo che ora avverti quell’esigenza di stabilità che prima o poi coglie ogni appassionato di whisky che inizia dalla torba e approda allo Speyside. Ecco, il 2019 sarà in tema, ovvero una collezione di dolcezze morbidose. Meno adrenalina e più serenità, come passare dalle scogliere di Skye alle colline dei Cairngorns. Quiete, affetto, un camino acceso, un confortevole Glenfarclas che non ti tradisce mai. Il tuo anno sarà così, lasciati andare.
90/100
Il tuo whisky dell’anno: Glen Grant 25 Oloroso finish (Wilson & Morgan)
PESCI
Sarà l’influsso del salmone appena consumato a tonnellate durante il cenone, ma mai come quest’anno hai deciso di risalire la corrente in direzione ostinata e contraria. Né Diageo né Pernod, sei più indipendente di Ermoli e Romano di Valinch & Mallet. Non ti va di seguire la moda, volti le spalle alle limited releases costosissime e agli esercizi di stile di Glenmorangie. La comodità non ti va a genio, dedicherai il 2019 all’esplorazione di minuscole realtà. Ma sii saggio Pesciolino: perché un conto è decantare le edizioni limitatissime di Beppe Bertoni del Mulligans o dell’Auld Alliance, capolavori di qualità degni dello Slow Drinking; un altro è incapricciarsi per un oscuro imbottigliatore gaelico che spaccia malti innominati a prezzi da inflazione Zimbabwese. Se nicchia dev’essere, che sia ben arredata.
84/100
Il tuo whisky dell’anno: Millstone 1998 PX

Botti da orbi – Colonial Whisky Tour

è quasi Zucchetti

Dall’alto il bicchiere di whisky, con quella sezione rotonda così perfetta, sembra un delizioso pianeta ambrato, una via di mezzo fra Venere e Marte. Prima di invocare la neuro – o un alcol test per chi scrive -, pensateci un attimo. Il whisky è davvero un mondo tutto da scoprire. Ha una faccia che conosciamo bene e ci ispira ogni sera, la Scozia. Ha dei bordi che stiamo imparando a distinguere (gli Stati Uniti, l’Irlanda, il Giappone). E poi ha un lato oscuro di Paesi dai metodi di distillazione incerti e dalla tradizione variabile: the dark side of the malt. Girovagare alla scoperta di queste terre che portano scritto sulla mappa HIC SUNT LEONES, è un’esperienza da fare almeno una volta. Perché vagabondare per il pianeta whisky è come andare in vacanza. Puoi essere turista o viaggiatore, pellegrino o esploratore. Ci sono momenti per tutto. A volte vuoi solo essere coccolato in un ambiente accogliente e te ne vai in un resort a 5 stelle pacchetto all inclusive, dove scorrono fiumi di malto e torba, la Scozia. Altre invece ti prende il rovello di attraversare la taiga o il deserto in pullman di terza classe senza aver prenotato prima neanche una stamberga. Qui ci è presa una nostalgia politically uncorrect per i vaghi ed avventurosi tempi coloniali, per le sahariane e i completi di lino, per il Commonwealth e i viceré che mandavano dispacci e barili a Sua Maestà. E dunque partiamo su un bastimento per i mari del Sud. Nella seconda puntata si partirà invece in Interrail in giro per l’Europa. D’altronde girovagare col naso fra le bottiglie più inconsuete nel dark side of the malt è questo: zaino e narici in spalla, si parte alla conquista pronti alla chicca come al disgusto. Ché la prima classe costa mille lire, la seconda cento e la terza dolore e spavento. E preghiamo san Ciccio De Gregori che nessun dram puzzi di sudore dal boccaporto e odore di mare morto…

Hellyers Road Slightly Peated 10 yo (2018, OB, 46.2%)

[Tasmania, Australia]

Tutti abbiamo un amico che prima o poi si sposa. Tanti ne abbiamo uno che in viaggio di nozze va dall’altro capo del mondo. Qualcuno ne ha di generosi che si offrono di portargli un whisky australe. Io vado oltre e ne ho uno che aveva il compito di portarmi il pluripremiato Sullivan’s Cove e invece si è presentato con un boomerang e questa bottiglia qui, un po’ come quando l’ultimo Galliani prometteva Tevez e arrivava Ricardo Oliveira… Essendo suo testimone di nozze e curioso come un babbuino che lavora in una rivista di gossip, alla fine ero pure contento di provarlo e gli sono grato comunque. Anche perché la bottiglia si presenta bene: single malt dalla Tasmania, invecchiato 10 anni in barili tostati, non filtrato, “leggermente torbato” e con una gradazione quasi alla Bunnahabhain. Curioso il tappo a vite, che va bene sui riesling della Mosella ma sul whisky ancora un po’ lascia perplessi. Sull’etichetta sta un crepuscolare signore, in cammino su una lunga strada verso “quota 100” con accanto un gatto. Ecco, la speranza di tutti gli animalisti è che quel gatto sia stato il più possibile lontano dal whisky. Non tanto per l’olfatto, che curiosamente parla gaelico, ovvero la lingua delicata fatta di pera, rosa e cioccolato bianco che spesso è il marchio di fabbrica degli Irish whiskeys (difatti è distillato “due volte e mezza”, il che spiega la lievità delle suggestioni). No, se il naso tutto sommato si salva, tra vaghi sentori di cocco, marzapane all’arancia e narghilè che spuntano da una coltre di alcol piuttosto spessa, è il palato ad essere travolto. Perché il nostro spirito della vecchia Van Diemen’s Land è devastante come il suo conterraneo Taz quando diventa un piccolo uragano. L’alcol è aggressivo, prevaricatore. Bullizza le timide note amare di pompelmo, schiaffeggia i sentori di legno tostato e impone un retrogusto di acquavite sgradevole che supera in intensità la leggera torbatura minerale (a proposito, il malto torbato arriva dalla Scozia). Paradossalmente, la tempesta si quieta nel finale, dove spuntano mele e biscotti e un che di noce moscata.

Ora, vero che l’Australia è stata terra di galeotti; vero anche che l’etichetta ricorda “l’aspra e feroce vita selvaggia” di queste parti; vero anche che “Mr. Crocodile Dundee” era un film fichissimo che ti prendeva la voglia di giocare a wrestling con gli alligatori. Però, perché abbrutire tutto con uno spirito così sgraziato che non permette di apprezzare – se ci sono, e probabilmente ci sono – le qualità della distilleria? Non se lo meritano gli australiani, non se lo merita James Cook, non se lo merita la Regina. Forse l’unico che se lo meritava ero proprio io, che dopo sei mesi ancora non ho fatto il regalo di nozze. Alberto, mandami l’Iban e chiudiamola qui… 70/100

Three Ships ‘Vintage 2005’ PX finish (2015, OB, 46.2%)

[Sudafrica]

Se c’è una cosa che ti si pianta in testa dopo un viaggio in Sudafrica è che il pregiudizio è una bestia astuta. Paragoni fra Mandela e gli alambicchi anche no, grazie, ma probabilmente un giro fra il museo dell’apartheid e Soweto rende tutti un po’ più disposti a fare tabula rasa di ogni preconcetto. Sicché, sentendosi in cuor suo illuminato e progressista e fieramente multiculturale, il rabdomante di spiriti si tuffa a capofitto sul Duty Free per sperimentare il Three Ships, orgoglio sudafricano. Evitato come la peste il 5 anni, che costa più o meno quanto una confezione grande di M&M’s e lascia perplesso l’europeo abituato a svenarsi per ogni bottiglia, la scelta cade su un vintage 2005. Dieci anni di invecchiamento curiosamente divisi fra “106 mesi in botti di quercia americana e 14 in barili ex Pedro Ximenez”. Livello di aspettativa: bassino. Sempre per il fatto che crediamo di essere privi di pregiudizi ma alla fin fine inconsciamente ci aspettiamo di trovare manioca e elefantini nelle bottiglie. E dunque già ci prepariamo a un whisky eccentrico, magari un po’ approssimativo e con note pesanti, esotiche e speziate. E invece… Invece ovviamente non c’è nulla che richiami il bush o il Kruger Park in questo whisky. Stolto uomo europeo, che ti aspettavi? Beh, di sicuro non la abbacinante florealità che si sprigiona dal bicchiere. Peonie, sorbetto all’uva fragola, Ice wine. C’è un’aromaticità intensa che va a lambire l’olio essenziale di arancia. Poi, a dire il vero fuori sincrono, anche un lato più umido e scuro tra cantina, note nocciolate e matita temperata. In bocca invece i fiori lasciano spazio alla frutta. Indefinita e un po’ sintetica, come di caramella all’arancia. Esplode quindi una spezia sicura di sé. Zenzero, pepe e peperoncino fanno quasi pensare ai rye e giocano a rimpiattino con una base dolce di zucchero a velo e ananas. Il finale è così così, tra gommose al limone, chili e gomma bruciata, con un che di bagnoschiuma nel retrogusto.

Spiazzante, contrastante. Ecco in cosa somiglia al Paese da cui proviene. È un tetris di ossimori, una delicatezza ponderosa, una naturalezza artificiale, una dolcezza piccante. Non un capolavoro, diciamo che nel rugby i sudafricani se la cavano meglio. Però qualcosa che si lascia sorseggiare e sa anche divertire chi non cerca né la perfezione né la razionalità. Fosse vivo Beckett, sarebbe il suo malto dell’assurdo. 80/100

Kornog 2013 single cask (OB for The Auld Alliance, 58.7%)

[Francia (via Singapore)]

Cosa c’entri la Bretagna, dove fra una galette e un sidro fermier viene distillato il Kornog, con il mondo affascinante e fiabesco delle antiche terre coloniali, non si sa. Anzi, si sa benissimo: nulla. Però se la storia è fatta di incroci e influenze, questa bottiglia sta a testimoniare che anche il whisky oggi è un melting-pot. Quanto meno in materia di imbottigliamenti… Poco interessa al lettore come chi scrive sia finito a Singapore su un “party bus” privato ascoltando i Queen remixati da due bartender greci. Ma sappia il lettore che a un certo punto della gita sullo stretto di Malacca, lo scrivente è finito all’Auld Alliance, il raffinato whisky bar di Emmanuel Dron conosciuto in tutto il mondo. Lì, fra poltrone in pelle umana e collezioni di bottiglie da ringraziare dio per avere un rigido plafond sulla carta di credito, lo scrivente ha ordinato una degustazione di quattro imbottigliamenti firmati appunto Auld Alliance. Fra questi un Kornog a grado pieno. Capite che l’idea di sorseggiare un torbato bretone in una città-Stato avviluppata in una monsonica umidità del 95% è un inno al post-colonialismo. Al naso compare subito un fumo lieve, che tutto cuce insieme come una Penelope con la passione per lo svapo. Le note grasse di olio di mandorla, quelle dolci di torta di pere, i deliziosi sentori marini: un olfatto minerale e fine, arioso e quasi floreale nonostante l’oleosità evidente. In bocca i quasi 60 gradi non si nascondono, ma l’alcol non sferza. Anzi, costruisce una dolcezza piacevole di mandorle glassate, zucchero di canna e biscotti (tipo i Galletti del Mulino Bianco). Che ovviamente va a braccetto con la torba ora più solida, tutta incentrata fra la fuliggine e le olive verdi, a testimoniare il dna costiero. Torba che si intreccia a un tocco quasi agro (limone e zenzero fresco) e a una fresca amarezza di pompelmo. Curiosa la nota di marron glacees che si fa strada in un lungo finale secco e piccante.

Sarà che averlo assaggiato in un Paese dove se sgarri qualcuna delle tantissime e severissime leggi rischi due nerbate con uno scudiscio di rattan bagnato, ma la morigeratezza di questo whisky è sembrata un valore aggiunto. Né la torba, né la marinità impongono la loro dittatura su un malto che ben nasconde la sua estrema gioventù sotto un savoir faire molto europeo. 85/100

Botti da orbi – recensioni dal Milano Whisky Festival

L’ubiquo Marco Zucchetti trascorre queste giornate a Singapore: lo immaginiamo ben pasciuto, su un triclinio, circondato da giovani ancelle dagli occhi a mandorla, mentre tracanna Martini discettando degli argomenti più urbani. Mentre lui si trastulla in tal modo, noi pubblichiamo alcune sue recensioni, trascelte dal suo insindacabile giudizio, stese durante il Milano Whisky Festival 2018. Siamo dei privilegiati, non dimentichiamolo mai.

Ogni maledetta domenica in cui il Milano Whisky Festival finisce, puntuale come il diluvio nel giorno di ferie, cala sugli appassionati quel misto di appagamento e malinconia che fior fior di psicologi sono concordi nel definire «rodimento perché bisogna aspettare un anno prima di godersela di nuovo così». Per esorcizzarlo e iniziare il conto alla rovescia che ci separa dal prossimo, ognuno tira le sue conclusioni. Questo giro, ad esempio, nel generale cosmopolitismo fra belgi, tedeschi, francesi, cinesi e vietnamiti come mai prima, hanno spiccato gli italiani. Quindi, senza che a nessuno vengano in mente idee sovraniste che qui ci stanno come il ragù nel Glenlivet, ecco le bottiglie degli imbottigliatori indipendenti italiani che si sono distinte sul campo di battaglia. Pardon, di degustazione.

Bowmore 21 yo (Valinch & Mallet, 47,4%)
Immaginate la Nike di Samotracia, i veli lievissimi che la ricoprono. L’idea che uno scalpello abbia tratto dal marmo qualcosa di così leggiadro è più o meno altrettanto incredibile dell’effetto di questo whisky, sgorgato con cortesia da quello scoglio burbero che è Islay.
È una delle 24 bottiglie speciali che Fabio Ermoli e Davide Romano hanno dedicato al terzo anniversario della loro V&M, quindi ha i crismi sia della rarità sia della celebrazione. E l’eleganza è proprio quella di una serata di gala, con un naso delicato che gioca fra sorbetto di mela Granny e fiori bianchi, ardesia bagnata dal mare e suggestioni che un momento sembrano zucchero a velo e il momento dopo confetto. Per solutori più che abili: occorre tempo per entrarci. Il fumo c’è, profumato e in sbuffi soffusi, e insieme alla frutta gialla fa da partitura alla freschezza della musica. Che è melodia, mai fuga né sarabanda. La dolcezza prosegue, la frutta è sempre fresca (pesca bianca, uva). È vestita di verde menta e acqua di rose, questa 21enne composta e agreste, che più passa il tempo e più corre via fra prati e torbiere. Così, accanto ai toni erbacei (forse basilico, forse verbena?) che nel finale si fanno liquiriziosi, eccola mostrare la maturità: un legno dolce e solo vagamente pepato e una cerosità da candela spenta. La grazia non difetta, la piacevolezza neppure, il finale lungo e soddisfacente chiude il cerchio. La 21enne è da sposare, dunque? Beh, sicuramente da frequentare, indubbiamente da lunga relazione. Ma non è di quelle che ti travolgono per l’intensità di uno sguardo. E un po’ di grinta è bello trovarla anche nella più romantica delle figliuole.
87/100

Haddock 12 yo ‘Peated’ (2018, Wilson & Morgan, 56,8%)
Le vacanze in Scozia possono fare danni nella psiche di un uomo. Tipo lasciare impressi i nomi inglesi dei pesci che si trovano sui menu dei pub. Inevitabile dunque che appena uno intravvede il nome di questo whisky, magari non pensa all’eglefino – il suo nome italiano -, ma di sicuro si aspetta qualcosa di salmastro, torbato e ittico. Perfetto, sarebbe come aspettarsi una salsiccia che sa di kiwi. Perché in realtà di marittimo questo whisky dalla distilleria segreta ha solo l’ispirazione: ovvero quel Capitan Haddock che nel fumetto Tintin si trincava Loch Lomond (ehm…) come se fosse succo ACE. Il mistero si infittisce. L’oro antico del bicchiere dice che qui sherry ci cova. E l’ispettore naso conferma i sospetti: caramello bruciato, croccante, noci, prugna secca e mirtillo. Scuro, il capitano. E dannatamente, golosamente sporco. È carico come solo quei maestri di finish di W&M sanno fare. C’è del cioccolato, dell’arrosto, della salsa di soia con una nota acetica. La suggestione umami fa volare la fantasia ai funghi secchi. Eppure dietro la cucina c’è un bel pergolato di glicine e rose, con le note floreali che portano con sé del miele in un naso caleidoscopico. Tanti indizi, ma ancora l’identikit non si avvicina. Non resta che passare alla bocca, che ha il suo bel masticare questo saporitissimo malto. Lo sherry qui allappa e troneggia tronfio. È un gotico flamboyant, con gargoyles di cioccolato fondente amaro e caffè e guglie di caramello salato. Scenografico e oleoso, con una torba che spunta sottoforma di catrame, una liquirizia evidente e un lato balsamico (era l’unica cosa che mancava in questo trionfo di stimoli). Il finale lungo come certe spiagge del Waddenzee tira le fila, chiudendosi nel vinoso e nel cioccolatoso. Grande Giove, direbbe Doc di “Ritorno al Futuro”. Non per palati fragili né per i cultori dei sapori puri. È la pizza capricciosa del whisky, per ghiottoni puri. Eccessivo in tutto, eppure così appagante, come se forze centripete ciclopiche tirassero ognuna in una direzione opposta e in mezzo stessimo noi, bulimici del gusto che in questo trionfo anarchico ci sguazziamo, ma che ammettiamo di aver bisogno di un alimentarista.
88/100

Caol Ila 10 yo (2018, A&G Selection, 59,8%)
Esiste un libro per bambini dal titolo “Sembra questo, sembra quello”. I nongiovani degli anni Ottanta lo ricorderanno. Era un libretto per insegnare che l’apparenza inganna. Fra i vari disegni, c’erano il signor Ivo e il signor Tono. Il primo – occhio azzurro, baffo biondo e cravatta – dietro teneva un bastone tipo l’asso di briscola. Il secondo – che sembrava il brigante Giuliano ma vestito da ultrà del Milan – dietro teneva una rosa. Tutto sto preambolo perché questo Caol Ila è come il signor Tono, “che par cattivo invece è buono”. Sì, perché uno legge la gradazione, pensa a un malto di 10 anni di Islay e si immagina il bastone sui denti. E invece no, ecco arrivare un pasticcino. Perché la torba è civile come un cittadino svizzero e si mette diligente in coda. Precedenza a melone bianco, macaron alla banana e note erbacee (sedano!). È marino come la brezza, ma glassa e vaniglia riportano il naso nel campo della dolcezza. Dove anche il palato si trova a suo agio, perché dietro una cenere di falò ora più evidente si spalanca il malto. Biscotto, noce moscata, ancora vaniglia. Il cereale batte perfino i quasi 60 gradi, che sono integrati alla perfezione. C’è una sfericità completa in questo whisky, dove sale, pepe e fumo cesellano la superficie, ma non intaccano il nucleo, dove il malto – erbaceo e dolcissimo – sembra indifferente e superiore a tutto. Insomma, qui il signor Ivo la rosa in mano non ce l’ha, ma nemmeno il bastone. Piuttosto è come se dietro la schiena nascondesse una bacchetta magica, in grado di trasformare un whisky potenzialmente nerboruto in un bonbon ad alta intensità. Una carezza in un pugno.
87/100

“SCALA 40”
Diceva un signore con grossi baffi e un certo numero di problemi psichiatrici che un uomo è maturo quando ritrova la serietà che da bambino metteva nei giochi. Ecco, qui la serietà è a tempo e il tempo è scaduto. Dunque l’arrivederci al prossimo MWF lo diamo con un whisky che non esiste. O meglio, è esistito per poco, il tempo di svuotare il secchio e di dividerlo fra chi ci sfuma il rognone e chi – ogni riferimento a chi scrive è casuale – se lo è portato a casa per vivisezionarlo. Nel bicchiere infatti c’è un dram degli “svuotini” del tranquillo giovedì da beoni che alcuni fortunati giudici hanno passato prima del Festival, con l’intento di assegnare le medaglie. Quello che è accaduto durante quel conclave è più segreto del Fight Club e non uscirà da questa tastiera. Vi basti sapere che questo blended è un Frankenstein di 40 whisky e ringraziamo Iddio che dentro non ci siano finite fette di salame o mezze pinte di birra… Al naso è bello intenso, la torba è potente. La statistica dice che, su 40, 21 erano torbati, ma l’olfatto suggerirebbe molti di più. C’è parecchia arancia, albicocca secca e una sapidità costiera accentuata. Inevitabilmente è scentrato, fuori fuoco. Il mento dolce di miele, il sopracciglio di braci spente, il labbro carnoso dello sherry “meaty”, sopracciglia di frutta secca. È un Arcimboldo di whisky, non è che si riesca proprio a guardarlo in faccia. In bocca invece trova una sua inspiegabile quadratura del cerchio: l’attacco è di liquirizia pura, bel mix fra torba e sherry. C’è del sale, come di carne essiccata, e una dolcezza di marmellata alle arance e miele. Le spezie pizzicano in fondo, più pepe nero che zenzero, e il finale è caramello bruciato e parecchio salato.
Queste sono Botti da Orbi e quindi noi non vediamo abbastanza lontano per scorgere singole distillerie nella baraonda. Però una su tutte sembra aver dato un’impronta e questa è una distilleria isolana. Di più, non si può. What happened in giuria stays in giuria.
senza voto

Botti da orbi – recensioni dal Whisky revolution festival

Torna la rubrica di recensioni di Marco Zucchetti, che ritroviamo ispirato come un trequartista brasiliano nelle giornate di grazia. Questa settimana lui e la sua folta barba tornano a Castelfranco Veneto, per la seconda parte del florilegio dal Whisky Revolution Festival (qui la prima, per chi se la fosse persa).

Clynelish 12 yo (2005/2018, Gordon&MacPhail, 55,1%)

Così come ti aspetti di finire con la bocca incendiata a pietire acqua e pane quando assaggi il chili messicano, ormai ti aspetti di immergerti nella cera appena ti avvicini a un Clynelish. Ma qui no, i refill sherry butt e l’alta gradazione funzionano da carta da regalo. Bisogna scartarlo. Senz’acqua al naso se la giocano note di miele d’erica e burro, con noce moscata e vaniglia. C’è della frutta (mango?) e dell’agrume, più arancia che limone. Forse un tocco acidino, non si sa bene se fruttato (mela renetta) o il burro che si fa rancidino. In bocca è dolce, malto fruttato, ananas, nocciole e di nuovo miele, ma stavolta biscotto al miele. Cioccolato al latte e un retrogusto di arancia amara. Bon, adesso però dato che per il 70% siamo fatti d’acqua, mettiamone una goccia. Sortilegio. Al naso ecco la cera, aromatica, con fiori di campo e una suggestione zuccherina di uva bianca. E in bocca, che miglioramento. Anche qui fiori, propoli, arancia e pepe bianco. Si rilassa, diventa confortevole e si lascia andare a un finale dolce, di mou, con zenzero e una frutta gialla matura. Senz’acqua è dignitoso, con acqua diventa un gran bel dram primaverile.

Trasformista. 86/100

Kilkerran 11 yo (2007/2018, Cadenhead’s, 58,1%)

In ogni videogioco c’è il mostro che non riesci a battere perché non trovi il punto dove colpirlo. Questo Kilkerran è un po’ così, il rompicapo del festival. Grado alto, sherry pesante, torba, marinità: mancano solo prosciutto e funghi per farlo diventare la pizza Capricciosa degli scotch. Intimiditi da tanta varietà di stimoli, ci si butta il naso. Olive nere arrostite, torba sporca ma piuttosto evidente. È umido, ti porta in un luogo tra la stalla (fieno umido) e la cantina. C’è del tabacco, i chicchi di caffè emergono nitidi insieme al caramello bruciato. La frutta è scura, prugne di ogni tipo e noci. Curioso tocco acido, come di vomito. Mi pare di sentire mia madre che si indigna: “Bleah, che schifo!”. Ok, allora bucce di prugne aspre. Con l’acqua la salamoia (marchio di fabbrica) si fa più netta, l’acidità diventa di vino. E anche divina. In bocca lo sherry è appiccicoso, caramello e caffè. Tantissima dolcezza, cioccolato (il caro vecchio Mars). È sciroppato, ma anche grasso. Pesce grasso affumicato, tannino sottoforma di chiodi di garofano. Sapori XXXL, pesi massimi che si confrontano fra dolcezza e bruciato. Vince la prima, con frutti rossi sciroppati, cioccolato al latte e un fumo che rimane a rassettare il campo di battaglia. Bella sfida, un gran bel casino sensoriale, come se Yin e Yang si prendessero a testate. L’acqua non gli cambia volto, rimane piuttosto omogeneo. La prepotenza con cui si impone la dolcezza non è bellissima, ma è uno di quei whisky che ti tengono compagnia per ore dopo averlo finito. Certo, devono piacere i rompicapi, i gusti estremi, i piercing, i formaggi puzzoni, il grunge, il calcio del West Ham. Se non volete regole e giornate facili, è fatto per voi.

Taglia forte. 87/100

Old Perth 2004 13 yo (Macallan and Highland Park, 43,8%)

Alla prima occhiata pensi di avere un problema di cataratta o daltonismo selettivo, probabilmente non vedi bene i colori, ma solo i liquidi. Ha 13 anni ma è scurissimo, di un mogano scuro che ben sta su rum e Armagnac. Appurato che la tua vista è ancora buona e che il colore è solo colpa di quel birbante dello sherry, dai una snasata. E pensi di avere un problema spaziotemporale: meglio controllare di essere ancora nel XXI secolo, perché dal bicchiere ti arrivano suggestioni ottocentesche di vecchia biblioteca, poltrone di cuoio, tabacco da pipa, un che di cantina. Quanta è bella giovinezza lasciatelo dire ai poeti rinascimentali, noi si preferisce la vecchiezza. Il naso non vuole staccarsi, ci pesca ancora more, uvetta, cioccolato fondente, chiodi di garofano, perfino un filo di torba e dei frutti scuri, tipo more. Sembra Benjamin Button, ha 13 anni ma dimostra i secoli. E cambia parecchio, in dieci minuti le note stantie si dissolvono e resta una dolcezza di panettone e amarena sciroppata. Forzandosi (il naso è tiranno, vorrebbe tenerselo tutto per lui), gli dai un sorso. Severo come la signorina Rottermeier, secco come la nota di una maestra. Lo sherry è sovrano, il legno impera. Ci sono le note amare dei Macallan (noci, caramello bruciato), il lato fruttato è limitato a un tocco di fragola, si gonfiano le spezie con pepe nero e cannella. La dolcezza è limitata al malto, ma anche se in secondo piano si avverte. Il fumo di Highland Park cuce insieme l’arazzo. E quando pensi di averlo capito, nel finale assai lungo ecco il sorprendente ritorno delle more (come le vecchie e care Big Fruit), un tocco di cola, uvetta a piene mani. Ecco, ci sarebbe da prendere un aereo, andare a suonare alla porta di Morrison&Mackay e implorarli di ritrovare quella botte, se ancora c’è. Buttare via il Billy dell’Ikea, la pianta che tanto viene l’inverno e di sicuro muore. Farle spazio e metterla in casa, come l’opera d’arte che è stata.

Storiografico. 90/100

Botti da orbi – “La degustazione del secolo” pt. 2

Ecco la seconda parte del reportage di Marco Zucchetti (che potete vedere qui sotto, sfocato e straordinariamente lucido al contempo, come solo lui sa essere) sulla “Degustazione del secolo”, evento straordinario tenutosi a Londra due settimane fa in occasione del lancio di Hampden da parte di Velier e La Maison Du Whisky. Che capolavoro…

BALLY 1924 (Martinica, 45°)

Altro pezzo storico: il primo millesimato in assoluto della casa. Il rum talking fra gli esperti a fine degustazione gli assegna la palma di più enigmatico della serata. Vediamo perché.

Di un mogano tenue, è delicato anche nei profumi. Fresco, con pesca e susine, ha il profilo più dolce e sensuale. Cioccolato al latte, quasi floreale. Col tempo emerge una distinta nota di ciliegia e bon bon alla fragola. È un’eccentrica vecchietta assai profumata, e anche al palato rimane sulla fantasia floreale: violetta e lavanda. Ma sotto le vesti graziose e leggiadre si coglie comunque un bel corpo secco e austero, con chiodi di garofano e noci pecan tostate.

Il finale è speziato (chili), con crostatine bruciacchiate alla marmellata di frutti neri (più more che mirtillo). Ma al di là della ruota della fortuna delle suggestioni retrolfattive, resta un rum che parla molte lingue, lancia segnali e poi si nasconde, senza mai farsi capire del tutto. Intendiamoci, è di una eleganza rara, ma chi indovina dove va a parare è bravo. D’altronde lo avevamo detto che era femmina…

Criptico: 88/100

SKELDON 1978 (Guyana, 60.4°, imbottigliato 2005)

Ecco, lui la vecchietta di cui si parlava prima potrebbe difenderla dai malintenzionati a forza di schiaffi tipo Bud Spencer. Trattasi di rum mastodontico dal cuore d’oro, una cascata di muscoli e un altruismo con cui regala sensazioni a piene mani. Usciamo un attimo dalle metafore antropomorfe: blend di tre barili provenienti da una distilleria chiusa negli anni ’50, è uno dei primi imbottigliamenti fatti da Luca Gargano, e forse il suo preferito. C’è da capirlo: tutto comunica potenza in questo bicchiere dove i riflessi rossi accendono già la fantasia. Poi non devi far altro che lasciarti trasportare dalle folate impetuose di aromi: smalto, arancia, un che di barbecue, melassa spessa, un’aria di foglie umide e sottobosco e perfino un’idea di balsamico invadono il naso.

In bocca ti viene in mente il climax di qualche sonata di Beethoven, dove tutto congiura per spingerti a invadere la Polonia in un delirio di onnipotenza. Secco e impegnativo, unisce legno, polvere, amarena sciroppata e una impressionante liquirizia pura. Imbottigliato nel 2005, ha passato 26 anni nei barili ai Tropici, il che lo rende denso e infinito. Muscoli e cuore, ma anche attributi e una saggezza coraggiosa, da eroe che molte ne ha viste, molte ne ha vinte e molte ne sa raccontare.

Epico: 93/100

HAMPDEN 2011 (Jamaica, 60°, imbottigliato 2018)

L’ultima tappa della degustazione, ultimo frazionista della staffetta 5xRum. Insieme alla versione base a 46°, è il primo imbottigliamento ufficiale di rum invecchiati da parte della distilleria giamaicana diventata mito per via del suo profilo aromatico da record: di fatto, è il rum con la maggior concentrazione di esteri al mondo. E dato che la serata è un po’ da Guinness, le credenziali con cui si parte sono quelle giuste.

In effetti già alla prima sniffata si capisce che l’ordinario non fa per Hampden. Qui la definizione potrebbe essere “rum corazzato”. Nel senso che l’alcol vigoroso e soprattutto una coltre acre di trementina e smalto (il Crystal Ball, per i ragazzi degli anni Ottanta…) possono scoraggiare i bevitori amatoriali. Ma l’attesa del piacere non è essa stessa il piacere? E dunque chi ha la pazienza e l’ardore di non lasciarsi respingere, viene premiato. Dopo poco gli esteri abbassano la guardia e si può entrare timorosi in un mondo di mela cotta e arachidi. Avanzando e sorseggiando, poi, arrivano caramello, pesche all’amaretto. E accanto a una dolcezza imprevedibile, compare anche un lato salato, quasi di pop corn e mandorla tostata, che tiene le redini del lungo finale.

La fermentazione di 15 giorni, l’uso esclusivo di lieviti selvaggi e gli alambicchi pot still di sicuro fanno una gran differenza. Dicono che il clima di Trelawny – il grand cru del rum giamaicano – e l’acqua di sorgente siano altrettanto determinanti. Noi che non siamo indigeni come le 23 specie di uccelli tropicali che popolano le foreste intorno alle piantagioni non lo possiamo sapere e ci fidiamo. Ma capiamo che il risultato è comunque uno spirito fiero, che può dividere sul gusto (soggettivo, si sa) ma non sulla qualità.

Sfrontato: 88/100

“Mi diede una strana sensazione, e il resto di quella notte non parlai molto. Mi limitai a starmene seduto e a bere, cercando di decidere se stessi diventando più anziano e saggio o semplicemente più vecchio”.

Le cronache del rum, Hunter S. Thompson, 1998

Botti da orbi – “La degustazione del secolo”, pt. 1

Da oggi nasce una nuova rubrica sul blog, “Botti da orbi“, e una penna prestigiosa si aggiunge a whiskyfacile: come Serge Valentin ospita le recensioni di Angus MacRaild sul suo sito, noi siamo onorati di ospitare il sommo Marco Zucchetti, corrispondente italiano di scotchwhisky.com e vicedirettore di un importante quotidiano nazionale. Avrà spazio completamente libero, scriverà di whisky ma non solo, con recensioni e reportage… E per farvi capire di che pasta è fatto, oggi esordisce sulle pagine virtuali di whiskyfacile con un Rum di Barbados del 1780 ed un Saint James di fine ‘800. Grazie Zuc, da volare viaaaaaa!

Eravamo una trentina alla Degustazione del secolo. Che detto così fa un po’ ritrovo massonico e un po’ club Bilderberg, ma molto più divertente. Era giovedì 13 settembre ed eravamo a Londra. Che per l’occasione era perfino assolata per festeggiare l’evento. Giornalisti, esperti, distributori e blogger da una parte. Cinque rum dall’altra, a coprire quattro secoli, dal 1780 al 2018. Ad arbitrare Luca Gargano, lo stregone genovese di Velier. Che per lanciare i primi rum invecchiati prodotti da Hampden Estate e distribuiti appunto da Velier e Maison du Whisky ha pensato (bene) di aprire qualche bottigliuccia da nulla della sua collezione. Noi si era lì, nel posto giusto al momento giusto, per una di quelle congiunture astrali che ti farebbero quasi credere all’oroscopo. Questo è il resoconto più o meno puntuale di che cosa abbiamo assaggiato quella sera in cui avevamo tutti Saturno in congiunzione coi Caraibi, a partire dall’Harewood, il rum più vecchio al mondo.

tutte le foto sono di Velier

HAREWOOD 1780 (Barbados, 69°)

Ci sono rum da spiaggia, da discoteca, da caminetto. E poi ci sono rarissimi rum da museo, come questo. Al mondo non ne esistono di più vecchi, è la Stele di Rosetta dei distillati di canna. E come ogni reperto archeologico è prezioso (secondo Sukhinder Singh di whiskyexchange.com oggi vale almeno 50mila sterline a bottiglia) e va maneggiato con cura. Quindi prima di cominciare a flirtare col bicchiere, è buona creanza fare almeno le presentazioni. Il rum fu distillato nelle Barbados nel 1780, l’anno in cui il grande uragano nei Caraibi fece 22mila morti. Nel frattempo, con grande pragmatismo, Henry Lascelles, conte di Harewood, spediva i suoi barili in Inghilterra. Le oltre duecento bottiglie ottenute finirono nelle cantine della Harewood House, vicino a Leeds. Fra una caccia alla volpe e una partita di schiavi da rivendere, il tempo per sorseggiarlo era poco e i nobili non si avventarono su quelle bottiglie con troppa foga. Poi, il rum passò di moda e pian piano tutti le dimenticarono. Fino al 2011, quando l’ultimo erede le ritrovò durante un inventario un po’ come quando sul fondo dei cassetti rispuntano quelle t-shirt che pensavamo di aver perso in vacanza. Erano totalmente incrostate di ragnatele e polvere, ma i registri (e le analisi di Christie’s) non mentono mai: erano rum (alcuni light e alcuni dark) del 1780. Scoperto il tesoro, i conti hanno messo all’asta le 28 bottiglie superstiti e destinato il ricavato a una fondazione di Charity caraibica, riequilibrando il karma di secoli di colonialismo. Bel gesto. L’ultimo lotto di 16 pezzi è stato venduto nel 2014 a 8.482 sterline la bottiglia, penny più penny meno. Quattro sono finite nella ciclopica collezione di Luca Gargano. Una di queste, di rum chiaro, è la venerabile signora di cui si sta parlando. Che ci perdonerà per averne indelicatamente rivelato l’età.

Ora, con gli spiriti così nobili si è sempre in soggezione. Ogni gesto è ponderato, il bicchiere sembra fragile come un Uovo Fabergé e anche sul panel di degustatori più caciarone cala un silenzio irreale. Ci si prepara come penitenti a sniffare la polvere dei secoli, la sacra aria stantia delle cripte e delle biblioteche. Poi arriva il rum. Ed è come se il defunto arrivasse al suo funerale per dire a tutti di star su col morale, che non è mica morto nessuno.

Di uno scintillante color oro, non ha per nulla l’aria del rudere liquido plurisecolare. A pensarci bene è naturale: quel rum ha passato 236 anni in bottiglia, ma non più di 18-24 mesi in botte. Logico dunque che sia ancora chiaro. Quel che sfida la fisica e la chimica è invece la freschezza, che ti soffia in faccia dal bicchiere. Al naso si apre con esteri fini ma vibranti, succo di ananas, banana, una suggestione di aceto di mele. E cambia, si sgranchisce, riprende dimestichezza con l’atmosfera per troppo tempo proibita dalla gabbia di vetro e sughero. La parte vegetale, come di fieno, è inebriante. È la canna da zucchero al suo più alto grado di purezza, prima della modernità. Note che si trovano ormai solo in certi Clairin atavici di Haiti. Poi gli esteri si assopiscono, fa capolino della noce moscata, un’equilibrata frizzantezza come di gazzosa e dopo un’ora dal bicchiere montano volute di fiori, cera d’api e albicocca. Il fatto è che tutta questa complessità è quasi del tutto primaria: il legno è stato praticamente a guardare mentre il distillato di canna faceva il lavoro. In bocca seconda sorpresa: la potenza. I quasi 70 gradi ci sono ancora e sono magnificamente integrati in un sorso vellutato. Più secco che dolce, la noce moscata è di nuovo la testa di ponte, la polena del vascello pirata. Dietro, a remare, sensazioni di frutta secca (noccioli di pesca) e un curioso tocco sapido che lascia poi la scena a un finale non lunghissimo ma piacevole, “spiritoso” in ogni possibile senso. Di fatto, è come se un adolescente fosse entrato in una camera di crioconservazione. Nulla è cambiato, non una ruga è spuntata da prima della Rivoluzione francese. Non è un rum, è un documento da consultare. Di sicuro la lezione di Storia più piacevole della storia. Leggenda. 95/100

SAINT JAMES 1885 (Martinica, 47°, imbottigliato 1952)

Gargano lo ha scoperto in fondo ai magazzini nel 1991. Prodotto curiosamente da succo di canna “cotto” (una specie di riduzione per renderlo più denso), ha anche rischiato di finire distrutto. Ma per fortuna si è salvato e possiamo raccontarlo.

Mostruosamente oscuro, di un mogano spesso, più caffè turco che Coca Cola. Il caffè è il filo conduttore anche all’olfatto. Polvere di caffè per la precisione. Non c’è certezza su quanto sia stato in botte, pare comunque la bellezza di 67. Forse qualcuno meno, ma il legno ha conquistato senza pietà il suo spazio vitale come nemmeno a Risiko con la Kamchatka.

È tostato, note di prugne secche e cacao amaro, a cui si affianca un evidente tocco più acido, fra il rancio e l’aceto balsamico. Col passare dei minuti anche tamarindo. Ecco, qui si sente il tempo, che ne smussa anche il grado alcolico. In bocca l’antichità ti si appiccica alle gengive: liquirizia, cioccolato fondente, tannini piccanti e retrogusto amaro di caramello bruciato. Rimane il guizzo acidulo, che però viene trascinato via da un finale coerente di fondi di caffè, cioccolato al peperoncino e spezie.

Nessuno chiede a Sean Connery di recitare la parte del bimbominkia, quindi non chiedete la beverinità a questo ponderoso colosso oscuro. Vetusto. 90/100