Botti da orbi – Rum United Drinking Club

l’illuminato Marco Zucchetti che verga queste righe

[Rieccolo: mister Marco Zucchetti inaugura il ritiro estivo di Whisky Facile per la preparazione estiva, un ritiro blindato come neppure quello di Conte all’Inter, e siccome è un visionario, un esteta del calcio, convoca addirittura undici rum!]

Nazionale maggiore, under 20, under 21, perfino la nazionale femminile. C’era un tale ingorgo di squadre per cui tifare in questo inizio d’estate che sembrava di stare a piazzale Loreto alle sei di sera. Però dato che a ciascuno il suo, come diceva quell’ultrà di Sciascia, qui si pensava a quale squadra donare il nostro cuore in questo giugno finalmente torrido. Ci sarebbe la Real Tiki, tutta ombrellini e coppe (di frutta); ci sarebbe la Gin Tonic FC, dal gioco frizzante; oppure il Deportivo Bollicine, espressione perfetta del calcio champagne. Ma noi il calcio moderno – pardon, il beverage moderno – lo apprezziamo con moderazione. E da bravi veterospiritisti riempiamo la curva del Rum United, a costo di schiattare di caldo al primo sorso. Undici campioni tosti, ognuno con il suo stile. Un famoso presidente di calcio parecchio vincente preferisce giocatori senza barba e senza tatuaggi. Noi preferiamo i rum che sudano e danno l’anima, non i veneziani tutti veroniche e svolazzi dolciastri. Undici, undici / undici rummoni / Noi vogliamo / undici rummoni!

Skeldon 18 yo (Guyana, 2000/2018, El Dorado ‘rare collection’, 58,3%)

Portiere

La Demerara distilleries fa rivivere il mark della distilleria chiusa nel 1960, prodotto poi da Uitvlugt e ora da Diamond. Al naso è muscolare ma piacevole, dà sicurezza. C’è un che di cantina umida che subito si dissolve in una golosità da tiramisù e torcetti al burro. Prugne Sunsweet, lamponi, vaniglia e noci chiudono il cerchio, dove gli esteri non fanno capolino. Nessuna distrazione, né fra i pali né in uscita. Il tiramisù (o tiratisù dopo aver parato un rigore) rimane e di fatto il palato è coerente all’olfatto. È potente, piccante, con cacao, frutta secca e vino rosso fortificato, forse strudel. Qualcosa di cuoio e legno che un po’ allappa. Finale lungo e speziato, cannella, uvetta e cioccolato. Buono, da leccarsi i baffi, la dolcezza è ben integrata. Il legno invece è un filo troppo marcato, ma d’altronde al portiere non si richiedono piedi sopraffini, ma reattività e affidabilità. Come si dice a Milano, “inscì aveghen”, ad avercene! 89/100

Savanna ‘Indian Ocean Stills’ 6 y (Réunion, 2012/2018, Velier, 61%)

Terzino destro

Vero e proprio talento in erba: un rhum agricole dall’Oceano Indiano, quindi non sorprende il naso minerale. Si va dalla melissa al limone candito, dal gesso ad una nota balsamica quasi di Vix Sinex e Brooklyn alla clorofilla: è freschissimo, va su e giù sulla fascia e non (si) stanca mai. Cacao in polvere e una nota quasi affumicata a dare una prospettiva diversa: olfatto eccellente. In difesa però sa essere un mastino. Palato coerente e molto affilato, alcol poderoso; la prima sensazione è ancora erbacea (succo di canna fresco, curry verde e molta anice, quella del ghiacciolo che non a tutti piace). Poi evolve, si fa più zuccherino tra litchies e un che di latte di soia che lega i sapori. Diciamo che manca un po’ di senso tattico e malizia. Finale dolciastro, banana verde grigliata e un tocco amaro di mandorla che con l’acqua svanisce. Eccentrico, per solutori più che abili, unisce un naso da togliere il fiato a un palato in cui l’erbaceo cede al dolciastro. Proprio come quelle promesse della Coppa d’Africa che fanno sognare ma ogni tanto si dimenticano di difendere. 86/100

Royal Navy Tiger Shark (2019, Velier, 57,18%)

Difensore centrale

In mezzo non si può sbagliare, occorre un Baresi, un Beckenbauer. Qui c’è a guidare la difesa c’è un blend di tre rum 100% pot still da due distillerie differenti non specificate, invecchiati ai caraibi per una media di 14 anni. Due polpacci così, due polmoni così e anche altre due cose così. Gli esteri parlano di Giamaica, ma qui stanno sotto un lenzuolo di caramello, caffè e cioccolato fondente. Tackle duro e poi imposta a testa alta. Caldarroste, arancia e diesel, ma non sgradevole. Un olfatto con due anime, una agonistica e una tecnica. L’esperienza si fa sentire al palato, dove salgono di tono le note legnose (liquirizia, vaniglia del Madagascar, cacao e mandorle). Balenano dell’ananas e delle note floreali che si alternano al diesel. Caffè espresso e un tocco curiosamente salato a sottolineare il carattere del leader. Finale di nuovo di liquirizia e gasolio. Niente di addomesticato nello squalo. Riesce nell’impresa di tenere insieme due vie, quella degli esteri spinti e quella speziata/cremosa. Un osso duro. 88/100

Bellevue 21 yo (Guadalupa, 1998/2019, Milano Rum Festival, 57%)

Terzino sinistro

Ogni squadra ha il suo idolo un po’ pazzo. Noi abbiamo questo single cask selezionato da Andrea e Giuseppe, che al naso è un bel rebelòt: legno smaltato, cola, prugne secche, con cacao e banana flambé. Si aggiunge una nota balsamica di muschio e vetiver. Insomma, il ragazzo fa un po’ di tutto, sombrero, tiro al volo, autorete, zuffe: una testa matta. Al palato è un po’ alcolico e si fa secco, quasi rissoso: melassa, noci, zenzero e un tocco floreale (zagara?). Non sta fermo un attimo, si agita ma nel finale si rilassa e si fa più dolce, cioccolato al latte e caramello. Non è Gigi Meroni che si portava al guinzaglio una gallina, ma poco ci manca. Non del tutto equilibrato e di beva non agile, ma emozionale. Un barile alla Gascoigne. 84/100

Rhum Rhum Liberation Integral 6 yo (Marie Galante, 2015, OB, 58,4%)

Mediano

Uno dei gioiellini del maestro Capovilla, invecchiato ai Tropici in un tonneau ex Sauternes. E del vino francese ha la classe cristallina. Il naso è invaso dai profumi: macedonia esotica, pasticcino all’albicocca, ciliegie sotto spirito, resina dolce: Pirlo che esce dalla sua area con una finta e un lancio di esterno. C’è il vino, c’è la cannella e il tabacco dolce. I piedi buoni ci sono. Ma anche la grinta, eh. Perché in bocca si fa speziato: pepe, chili e angostura. Piccante, legnoso e dolce/amaro (zucchero di canna, china e caffè in polvere), lascia il segno anche coi tacchetti. Non dà il meglio sotto il diluvio, perché con l’acqua si slega un po’, anche se diminuisce l’amaro. Finale di legno, buccia di mela rossa grigliata e mandorla. Esperimento unico, grande intensità aromatica. Un po’ strabico fra olfatto fruttato e palato, visione di gioco e foga da incontrista puro. 85/100 

Diplomatico Distillery collection N.3 Pot still 8 yo (Venezuela, OB, 47%)

Ala sinistra

Non a grado pieno, quindi il confronto col resto della squadra è arduo. È uno di quei rum (pardon, calciatori) che avrebbero fatto impazzire il buon Moratti. Perché è farfarello e fiabesco, magari incostante ma da coccolare. Vogliamo chiamarlo il Recoba della squadra? Dopo alambicco Kettle e colonna Barbet, Diplomatico continua la sua serie Distillery collection con un Pot still. Non stupisce dunque la densità di tamarindo e cola al naso. Molta pasticceria, dal panettone alle mandorle tostate. Cioccolato al latte e mango. Pastoso. Non molla il pallone, lo vezzeggia, ne dribbla uno e lo ridribbla, mentre metà pubblico lo osanna e l’altra metà impreca. Poi a conti fatti è molto meno fru fru di quanto gli piace mostrarsi. In bocca infatti è meno dolce del previsto, il caramello bruciato prende note di fumo e il cioccolato si fa fondente. Cannella, albicocca secca e banana. Chiusura sul legno (bastoncino di liquirizia) e datteri, se ha un difetto è quello di non sapersi imporre. Piacevole e senza stucchevolezze spagnoleggianti, ma non emerge per personalità. Insomma, se ci fosse un altro rigore contro l’Helsingborg, non guardatelo bevendo questo rum. 83/100

Versailles 14 yo (Guyana, 2004/2018, Milano Rum Festival, 57%)

Ala destra

Il coraggio, come sa bene Don Abbondio, chi non ce l’ha non se lo può dare. L’altro barile dei milanesi A&G è un Demerara bello tosto color oro zecchino a cui il coraggio non manca. Sfrontato come un Cantona, estroso e imprevedibile. Le note olfattive sono quasi fermentate: smalto, kirsch e kiwi. Gli esteri per un attimo sconfinano quasi nell’acciuga sotto sale. Trucchi, giochini, finte e doppi passi, Garrincha che parte lasciando lì il pallone. Niente paura, poi arrivano marzapane, cedro e pasticcino alla frutta. Col tempo legno affumicato, con acqua più erbaceo (nocciole verdi). Oltre ai fuochi d’artificio c’è la sostanza, i cross per le punte arrivano da lui. Certo, deve uscire dalla nebbia in cui ogni tanto si va a ficcare. Perché l’affumicatura è una suggestione anche al gusto, dove i tannini non si nascondono (chiodi di garofano). Di nuovo marzapane, cioccolato bianco e il mix ananas maturo/banana flambé. Una goduria il finale burroso e di mousse di frutta, come un pallonetto sotto il sette. Molto nudo e crudo, non dimostra mai i suoi anni e mostra tre facce diverse: naso strano, palato affilato e finale equilibrato. Multiforme ed eclettico, uno nessuno e centomila. 85/100

Hampden 23 yo (Giamaica, 1992/2016, Silver Seal, 50%)

Regista

Il perno del sistema di gioco ha l’equilibrio e la leadership come virtù cardinali. La creazione di Max Righi ha un naso da volare via in cui gli esteri si uniscono a note di frutta cerosa ed erbe fermentate. Il che si traduce in profumi di paraffina e vernice, melone bianco, melissa e platano. Ma anche lievito di birra e acqua ragia, erba tagliata che fermenta e caramelle menta e anice. Complicatissimo, da perdercisi. D’altronde tutti i grandi pensatori del centrocampo sanno farsi volpe e leone, far partire bolidi da fuori e smarcare le punte con un passaggio no-look. Il palato accoglie la frutta cerosa (ananas flambé, ciliegie, perfino olive), ma la parte “sporca” non demorde: gomma bruciata, caffè tostato e una impressionante nota di peperoni gialli. Guizza ancora dell’acidità di succo di pompelmo. È un rum che fa reparto da solo, non si tira indietro e dà la carica, anche a costo di prendere qualche cartellino giallo dagli arbitri più fighetti. Non molla mai, con un finale infinito di nuovo di peperoni, menta, cera e polvere di caffè. Niente, è un capolavoro multistrati, un capitano nato. Cose tra loro estranee che interagiscono alla perfezione. Bandiera. 91/100

Cachaça Magnifica Single cask 13 yo (Brasile, 2005/2018, Milano rum festival, 43°)

Trequartista

Ogni brasiliano è un mondo a sé, ma questo lo è ancor di più: un single cask di cachaça pescato dai ragazzi del MRF. Accompagnato da un po’ di scetticismo generale (tipo quando sbarcò Kakà), quindi si assaggia con curiosità doppia. A occhi chiusi diresti rhum agricole. D’altronde la materia è la stessa. Dai brasiliani sappiamo cosa attenderci, tecnica sopraffina, ma saprà incidere? Dominano note erbacee ma sui toni della verdura (cetriolo aromatizzato, sedano). Poi ananas e papaya e gelato alla crema, perfino del gianduia. Perbacco, il carioca se la cava bene. Emergono anche dei lieviti, note di pennarelli Pelikan. Sa anche essere pericoloso, perché in bocca è beverino assai. L’erbaceo si attenua in note di caramella alla mela. Si gonfia la parte più di pasticceria: cioccolato al latte, babà, alchermes, uva passa. Torta di banana. Assist sfornati come bon bon. La dolcezza di tocco resiste nel finale, tra cioccolato e gommose alla frutta. Suggestione di limoncello, ma forse sono traveggole da carnevale di Rio, o forse l’ha appena comprato il Napoli. Sorpresa vera, il legno Ipe suona melodie un po’ esotiche ma l’effetto è di una cremosità golosa oltre l’anima vegetale della materia prima. Missão cumprida, la torcida esulta. 87/100

Foursquare 11 yo (Barbados, 2004/2015, OB, 59%)

Seconda punta

Un Massaro, un Ganz, un rapinatore d’area di rigore che fa vincere gli scudetti in silenzio. Rum da pot still e da colonna invecchiato in botti ex bourbon e distribuito da Ghilardi. Alle prime sembra un rye whiskey (no beh, diciamo un parente): paprika, pesca sciroppata, miele di castagno. Naso zuccherino, vaniglia e mango essiccato, madeira liquoroso. Entra facile nel cuore degli appassionati, sai che non è da Pallone d’Oro ma tutti lo vorrebbero nella loro squadra/vetrinetta dei liquori. Al palato rimane sul lato dolce della forza: croccante di mandorle, datteri dragée e miele grezzo. Cremoso e con alcol quasi a zero nonostante i 59°. Liquore al caffè e biscotti di zenzero. Un dessert, nel senso che arriva alla fine e ti lascia in bocca il sapore di vittoria. Finale piacevole, fra caramello, fichi secchi e albicocca. Profilo gentilmente e piacevolmente cioccolatoso anche se estraneo agli eccessi dei ron spagnoli. Magica la sparizione dell’alcol, tipo Inzaghi che per un’ora sembrava essere rimasto negli spogliatoi e quando spuntava sul filo del fuorigioco era già gol. 87/100

Port Mourant 36 yo (Guyana, 1972/2008, Velier, 47,8%)

Bomber

Quando si parla degli dei, occorre reverenza. La stessa che si deve a certi attaccanti di esperienza che hanno più classe che anni sulla carta d’identità. Questa è una bottiglia epica di Luca Gargano che all’asta va a 3mila sterline, quindi òcio, parliamo di un Pallone d’Oro. Il primo naso è di mela Stark matura, poi si scende in profondità: fichi secchi, legno palissandro e uvetta. Non basta segnare tanto, bisogna anche segnare in un certo modo. Come Van Basten, come Cruyff. C’è un che di biblioteca e una patina di cera calda. Frutti neri, tabacco aromatico, zabaione e dopo 36 anni agrume ancora vivido. Non sembra neppure rum, spunta perfino un che di salsa di soia: sontuoso. La stessa mascella che cade estasiata per la rovesciata di CR7, o lo stacco di testa di Pelé. In bocca è tutto giocato sul caffè e le spezie (cannella/vaniglia). Scuro, cremoso, ancora marmellata di more, violetta, cioccolata, legno antico. Che cos’è la sapienza? L’arte di fare le cose perfettamente senza sforzo. Il retrogusto è di mirtilli e uva rossa, il finale è vibrante, con fichi secchi e cioccolato grasso, quasi alla panna. Non c’è molto da dire, mostra un’opulenza e una molteplicità di sfaccettature impressionante. Sfavillante, da Hall of Fame. 94/100

Annunci

Botti da orbi – Marco Zucchetti vs Game of Thrones pt.2

[Chiudiamo con la seconda parte dello straordinario reportage di Marco Zucchetti dedicato ai whisky che Diageo ha confezionato per celebrare l’ultima stagione di Game of Thrones. Dai che lunedì prossimo finalmente si massacrano…]

Talisker Select reserve, Casa Greyjoy (2019, OB, 45,8%)

L’accoppiamento perfetto: i signori delle Isole di Ferro hanno la loro roccaforte a Pyke. Da lì a Skye, casa di Talisker, il passo è anche letteralmente breve. Tra l’altro i Greyjoy sono pure soldati fieri e piuttosto ribelli, quindi il malto tosto di Talisker si addice loro come il lutto ad Elettra e lo spritz al Fuorisalone di Milano.

La piovra sullo stemma e sulla bottiglia suggerirebbe un whisky marino, “made by the sea”. Invece il primo olfatto è una pancetta affumicata da far venire l’acquolina come a Homer Simpson con le ciambelle. Tizzoni ardenti di un falò, alghe e salamoia per ricordare che comunque ci sono gli scogli in vicinanza. Ma è un mare dolce, anche al naso: frutti rossi (ciliegie), caramello bruciato e una confettura di prugne e arance. Ah, Theon Greyjoy (prima di finire evirato) dice di aver sentito anche una nota di peperone dolce grigliato. Ma non se ne assume la responsabilità eh, che non vuole che qualche altro recensore dissenziente gli tagli altri pezzi… In bocca è ancor più dolce, tra zucchero caramellato e sciroppo. È forse l’unico difetto (per chi lo considera un difetto, per carità) di un palato che sembra creato per piacere. Un po’ meno pepe del solito, un’aria di erbe officinali e un ritorno della carne grigliata (le costine glassate…). Un tocco di cuoio prima di un eccellente e lunghissimo finale di peperoncino, arachidi tostate e sale, ora molto netto.

È un Talisker carichissimo, più pirata che signore ma comunque professionista dell’amore, direbbe Julio Iglesias. Succulento e vibrante, pulp come Euron quando coperto di sangue stermina gente a caso tra le navi in fiamme. 85/100

Oban Bay reserve, Guardiani della Notte, (2019, OB, 43%)

La confezione è la più spettacolare della serie. Nera, con il giuramento dei Guardiani della Notte in rilievo sulla bottiglia. Qui è meglio confessare subito il conflitto di interessi del giudice: la bottiglia nera e i Guardiani gli vanno proprio a genio. Sarà in grado di essere spietato come Jon Snow quando impicca perfino un bambino?

Il naso ha qualcosa di riconoscibile (cioccolato al latte che pare di essere in Svizzera, non fra i ghiacci della Barriera e uvetta, arance candite e datteri). L’aria di mare di Oban si dev’essere congelata, ma viene sostituita da una frutta intensa e cerosa (uva rossa) e da un profilo eccentrico e divisivo. In tanti non hanno apprezzato le note di fieno umido, polvere da sparo e formaggio di capra (no, non siamo impazziti, né abbiamo fame) che emergono col tempo, ma non c’è che dire, il risultato funziona. In bocca non è poderoso, ma è pieno di sfaccettature. Parla molte lingue: quella minerale della grafite e di una torba da scamorza affumicata; quella piacevolmente e rotondamente fruttata fatta di arancia rossa e amarene Fabbri; quella speziata che si gioca fra cacao (i Pan di Stelle!), cannella e Morositas. E quella della frutta secca, con un bel croccante di arachidi salatine. Nel finale – piacevolmente lungo e fruttato – torna il formaggio di capra salato, con un filo di fumo e tante gelee alla mora.

Ora, se si rilegge il tutto viene da pensare a un quadro di Bosch o alla ricetta di un concorrente di Master Chef schizofrenico. Invece no, è un whisky profondo e godibile, carico come il Talisker ma con più coraggio. Con qualche grado in più sarebbe stato immortale, proprio come Jon Snow. 86/100

Lagavulin 9 yo, Casa Lannister (2019, OB, 46%)

Il bicentenario whisky di Islay, principe dei torbati, per la casata più malvagia, potente, spietata e luciferina di Westeros, i Lannister. I quali – parafrasando Beautiful – sono un po’ i Forester della serie tv: un padre spietato e puttaniere, due figli bellissimi che si accoppiano fra di loro perché nessuno gli ha spiegato che non si fa, un altro figlio nano e una sete atavica di potere. Di fatto, senza di loro Game of Thrones sarebbe innocua come Un posto al sole. Il carattere di Lagavulin – con cui condividono lo stemma leonino – ci sta a pennello.

Ohibò, che naso poco convenzionale per un Laga. C’è la torba, ma non è grassa. Molta aria di mare, caramello salato bretone, ma è la dolcezza a fare la voce grossa: pesca, vaniglia, buccia d’arancia e lamponi maturi non si trovano spesso da queste parti. C’è poi un che di erbaceo, tra la menta, foglie di tè e sigaro, che anticipa l’anima più animale del malto, tra wurstel e cuoio. In bocca è salato e grigliato. La torba prende le forme di banana bruciacchiata, tè Lapsang souchong e marshmallows sulla fiamma. L’alcol è bello pimpante, la frutta fa un passo indietro ma rimane presente (mirtilli, albicocca). Caramello, pan di zenzero e mandorle tostate salate chiudono il banchetto. Il finale si fa bruciato, piccante e giocato fra le note pungenti del malto giovane e il caramello.

Come dicevano l’Alto Passero e Andrea Giannone, le massime autorità morali di Approdo del Re e del Milano Whisky Festival: “Mai assaggiato un Lagavulin cattivo”. Anche questo non lo è, e ha anche il pregio di battere vie tutto sommato strambe per la distilleria. Paga dazio alla gioventù, ma sa di potenza e vittoria e non tradisce il dna isolano: la regina Cersei lo sorseggerebbe volentieri mentre vede scuoiare i suoi nemici. Atipico, ma tifiamo tutti per lui, come Tyrion. 86/100

Clynelish Reserve, Casa Tyrrell (2019, OB, 51,2%)

«Crescere forti», dice il motto dei Tyrell. Beh, questo è il malto a più alto grado infatti. Ma non basta a spiegare l’accostamento. Clynelish è malto ceroso, inconfondibilmente legato alle distese di erica delle Highlands nord-orientali proprio come la Casa Tyrell è legata all’Altopiano. Ecco, a dire il vero il vecchio Clynelish si sarebbe meritato una dinastia un po’ più coi controcazzi, eh, ma vuolsi così colà dove si puote, e non dimanderemo più altro.

Dal bicchiere spunta un gran bel naso. Si parte con una folata fresca di verbena, limone candito e mallo di noce. È assai minerale, buccia di lime e brina a sottolineare questa anima leggiadra come le vesti della bella Margaery dai capelli fulvi. Sotto le vesti ci sono le curve: mou, nocciole e frutta tropicale (maracuja), con un accenno delizioso di pasticcino al mandarino. Al palato è caldo – no, non cercate ancora dei doppi sensi con le scene di Margaery ignuda o mi costringerete a raffreddarvi gli spiriti con le immagini della vecchia Olenna -, ancora passion fruit e noci di cocco essiccate in un biscotto al malto e vaniglia. Il pepe dà un guizzo supplementare oltre la dolcezza miele e limone. Interessante la suggestione di semi di sesamo tostati che porta a un finale lungo, di nuovo pepato e che riempie la bocca di mango e spremuta di agrumi.

Non per riempire le recensioni di citazioni, ma chi dice che la gradazione non conta dovrebbe essere marchiato in fronte con la P di pirla. Qui, al netto del malto di qualità di base, il grado più elevato fa da amplificatore del gusto. Come se Margaery vestisse di latex. Ok, forza con le foto dell’ottuagenaria Olenna in pigiama, ce le siamo meritate… 87/100

Botti da orbi – Zucchetti vs Game of Thrones pt.1

Gli appassionati di whisky – si sa – sono persone semplici. Date loro dei samples, un taccuino e un bicchiere e non vi solleveranno l’universo e neppure un portacenere, ma di sicuro staranno quattro ore seduti al tavolino di un pub consumando acqua naturale per 2,70 euro e facendo molto bestemmiare il pacifico esercente. Detto questo, nella loro pidocchiosa semplicità covano tutti un sogno comune: creare una propria linea di whisky. Una serie ovviamente a loro dire geniale, a vario titolo ispirata a suggestioni totalmente personali che andrebbero studiate come le macchie di Rorschach. Negli anni, chi scrive è stato fortunato testimone della nascita delle seguenti idee:

– Single malt dedicati alle squadre della Serie A (che poi vai a pescare chi fa il Frosinone e chi la Juve. Tra l’altro: no, l’arbitro non si può imbottigliare…)

– Serie dedicata ai politici protagonisti della “discesa in campo” di Forza Italia nel 1994 (non ve lo berreste un “Elio Vito limited reserve”?)

– Serie con copertine serigrafate dagli autori Bonelli, dal torbato Dylan Dog al rye Tex Willer

– Serie di finish diversi ispirati alle correnti artistiche (giuro, questa era quasi seria, si erano solo un po’ incagliati sul futurismo, se fare finish in Red Bull o in Campari).

Tutte idee da ricovero o da successone, non è dato sapere. Quel che è certo, però, è che nessuno le ha tradotte in pratica. A parte qualcuno lassù in Scozia, o in America, o chissà dove è di stanza il fenomeno di Diageo che si è inventato la serie degli otto single malt dedicati al “Trono di Spade”.

Occorre una premessa. Quando il whisky incontra il cinema o la musica, il consumatore di solito è un uomo morto. Il marketing esige il suo tributo di sangue e spesso la qualità del prodotto equivale è quella di un cinepanettone o di un unplugged registrato in garage. Il che spiega il naturale sospetto degli appassionati, che da bravi nerd massimalisti vedono il marketing come sterco del demonio. Il fatto è che poi il marketing funziona, accende la curiosità e la passione, avvicina al whisky anche i neofiti. E dunque di riffa o di raffa oggi tutto il mondo sta parlando degli otto single malt Diageo dedicati alle Casate protagoniste della serie tv targata HBO. Chi perché non si è perso una puntata e aspetta l’ottava e ultima stagione come noi ragazzi degli anni ’80 aspettavamo il finale dei Cavalieri dello Zodiaco (mai una volta che arrivasse, con l’estate usciva dai palinsesti e si ricominciava da zero, maledetti). Chi perché collezionerebbe anche guano di piccione se avesse a che fare col whisky. Chi invece perché è un curiosone patologico e deve assaggiare tutto perché stolto è colui che si ritrae da un dram. Insomma, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, tutti si occupano di quelle bottiglie. Dunque, facciamolo anche qui.

Premessa bis prima di iniziare a recensirle e a fare una classifica spietata. Di norma si giudica il liquido e basta. Buona regola è che né prezzo né packaging debbano influire sul responso. Però qui c’è dietro un’idea e dunque non si può ignorare il legame con la regina Cersei, il nano Tyrion, Montagna o il Re della Notte. Chi scrive conosce “Il Trono di Spade” alla lontana. Ne ha visto qualche episodio, si è sfondato di riassunti e video su Youtube e si è documentato qua e là. Abbastanza per capirne qualcosa, senza la pretesa di essere un esperto. Per rimostranze sugli errori filologici e interpretativi dell’universo di Westeros, sulle abitudini alimentari degli Estranei e sulla controversa liceità degli amori incestuosi di cui la serie è pregna (di fatto, per chi non la conoscesse, nel tempo libero fra un massacro e copulano tutti fra consanguinei come se non ci fosse un domani), prego rivolgersi ai due demiurghi del qui presente sito. Chi scrive è ospite, e come tale sacro: se qualcosa non va sgozzate loro…

Cardhu Gold reserve, Casa Targaryen (2019, OB, 40%)

Uno dei due malti della serie già pre-esistenti come original bottling (l’altro è il Royal Lochnagar 12). Forse l’accoppiamento peggiore. Scegliere un whisky così fruttato, facile e leggero per questa casata è come vedere Marilyn Manson fare un reading di “Tre metri sopra il cielo” a teatro: fa un effetto tra il demenziale e lo straniante, degno di Aegon detto “il Re Pazzo”. I Targaryen sono i regnanti detronizzati, i custodi dei Dragoni, parlano una lingua oscura, sono un popolo di combattenti. Gente che col Cardhu Gold reserve al massimo ci annaffia le peonie prima di usarle come biada per i draghi. Abbinamento bocciato.

Passando al whisky, è un classico Cardhu: naso maltoso e leggero, con zaffate di sciroppo d’acero e fieno, mele rosse e pere. La regina Danaerys – una che divora cuori crudi senza neanche un filo d’olio e limone – non apprezzerebbe. Al palato è coerente e delicato: morbido e burroso, sa di biscotto al miele e di cannella. Il legno si fa sentire sul (breve) finale, tra zenzero e buccia d’arancia. Non cattivo, non squilibrato, non sgradevole: semplicemente banale.

In una scena epica, Khal Drogo, marito di Daenerys, uccide l’insopportabile cognato Viserys versandogli dell’oro fuso in testa. Abbiamo trovato il movente: gli aveva appena proposto di brindare col Cardhu Gold reserve. 77/100

Singleton of Glendullan select, Casa Tully (2019, OB, 40%)

Qui la scelta è geografica: i Tully sono un’antica casata originaria di Delta delle Acque e il pesce sullo stemma – lungi dall’ammiccare a una passione pionieristica per il sashimi – lo prova. Glendullan giace sulle placide rive del Fiddich e dunque bingo.

Fortunatamente il whisky non sa di trota salmonata. È un ex bourbon anche se il colore suggerisce che il caramello abbia dato un’abbronzatura supplementare. Il naso è estremamente espressivo e colorato, tra il profumato e il frizzante: pesca, albicocca secca, aranciata, perfino Esta Thè. Molto piacevole, anche se un filo rococò. Spunta un che di cera, un’idea di cioccolato al latte e della mela cotta. Ah, dimenticavamo i fiori, per Giove! Ci sono dei fiori qui e là sulla tavola, oppure qualcuno è passato davanti al profumatore di ambienti automatico. Olfatto da commedia sentimentale brillante. Il palato invece è introdotto dal fatidico sadtrombone che segna le grandi delusioni. Siamo a Delta delle Acque? E allora in bocca anche il whisky si fa acquoso. L’attacco è dolce, tra pera, zucchero di canna e miele. Diventa via via più secco, con un che di nocciolo di pesca, legno bruciato, pepe e una nota amarognola agrumata, come di angostura: sa di Old Fashioned. Il finale è corto, poco oltre il legno tostato e il caramello. Che è comunque meglio del finale di Catelyn Tully, la matriarca, sgozzata durante le Nozze Rosse. Che non si chiamano così perché viene servita bavarese di fragole… 79/100

Royal Lochnagar 12 yo, Casa Baratheon (2019, OB, 40%)

È l’altro malto non creato appositamente per la serie. Diranno i maligni: come 12 anni OB non si vendeva, gli piazzano un cervo sopra e ne fanno il più raro e ricercato della serie, bel colpo! Occhio con le maldicenze, i Baratheon vi possono scannare per molto meno. Lord Robert siede sul Trono di Spade, quindi quale migliore distilleria per raccontarlo di quella che può vantare il sigillo di preferita dai Windsor? Per sottolineare il sangue blu, diciamo anche che è il più vecchiotto della serie (tutti NAS ad eccezione di questo e del Lagavulin).

L’oro zecchino nel bicchiere è quello della corona dei Sette regni. Al naso è parecchio maltoso, tipo i frollini a colazione per il giovane e insopportabile principe Joffrey. Caramello, crema al limone e un arazzo di frutta gialla (mele golden, prugne, mirabolani, melone). È elegante ma un po’ timido, con un accenno più profondo di cioccolato al latte, cannella e ciliegie sotto spirito. In bocca è coerente, mica come la Casata di riferimento, dove tutti congiurano contro i parenti che nemmeno nella Dc degli anni Ottanta. Ancora malto (Ovomaltina), cacao, arancia candita e biscotti al burro e cannella. È pulito e whiskoso, con un accenno fresco di ananas e pomelo e un tocco di tabacco dolce. Finale legnosetto ed erbaceo (rabarbaro?), di media lunghezza. Ha la dignità del regnante, ma non il carisma del sovrano adorato dal suo popolo. Machiavelli diceva: il Principe deve farsi “golpe e lione”, essere astuto e violento. Questo whisky si fa solo cervo: ha un bel portamento ma manca il mordente. 81/100

Dalwhinnie Winter’s frost, Casa Stark (2019, OB, 43%)

Gli Stark sono i protettori del Nord e regnano a Grande Inverno. Dalwhinnie sta lassù nelle Highlands dove il clima è bastardo e nel suo core range annovera il non imperdibile Winter’s Gold, quindi l’accoppiata era di rigore. D’altronde c’è anche un’assonanza di carattere: Eddard Stark e la sua famiglia sono rispettati, coraggiosi e di valore, proprio come il malto in questione (non per nulla il 15 anni è fra i Classic Malts). Orbene, prima che i “metalupi” animali guida degli Stark ci divorino i garretti, sotto con la rece.

Al naso è lui, il celebre “honey malt”: miele, vaniglia, Corn Flakes, agrumi canditi. Anche parecchia frutta tropicale, qualcosa di fresco (bergamotto e mentolo) e una nota più ricca di caramello, cannella e caffè zuccherato. Assai piacevole, l’alleato ideale. In bocca però è il contrario di Arya, la rampolla più sveglia della casa, che sopravvive a mille massacri e diventa una killer dai mille volti. Il whisky invece ne ha solo uno, quello con il profilo tradizionale di miele, cereali, nocciole e sorbetto al limone. Vaniglia, un pizzico di pepe e un retrogusto floreale: pieno, ma non si va più in là e a poco giova il finalino più secco dove spunta lo zenzero. Giusto per intendersi, non è male ed è molto più buono del Winter’s Gold. Però pecca un po’ di graziosa banalità. Quando Arya si vendica di Walder Frey, l’uomo che ha fatto sterminare tutti gli Stark, gli serve un pasticcio di carne fatto con i cadaveri dei suoi figli. Ecco, questo whisky in un pairing con quel pasticcio non lo esalterebbe… 82/100

Botti da orbi – due Ben Nevis di Malty Spirits

[Questa settimana abbiamo sottoposto a Marco Zucchetti due sample di un neonato imbottigliatore tedesco, Malty Spirits, ricevuti dal nostro agente segreto a Monaco. Interessante esercizio per il barbuto scribacchino: si tratta di due Ben Nevis coetanei, maturati entrambi in sherry, uno Fino e l’altro Oloroso]

Ben Nevis 22 yo (1996/2018, Malty Spirits, Fino sherry cask #435, 57,2%)

N: parte oleoso e agrumato. Olio essenziale di limone, cedro e olio di semi di sesamo. Fieno e pane fragrante, che pian piano diventano biscotto. Il cereale è bello compatto. C’è una frutta gialla piuttosto dolce (ananas maturo, albicocca e pear drops) e della frutta secca, più che altro nocciola. L’alcol si sente, ma non dà fastidio. Qualcosa di piacevolmente floreale come zagara e pian piano la carta d’identità si fa sentire: legno e zenzero in polvere. Albedo di agrume. Con acqua sembra gelato alla vaniglia.

P: molto caldo, grandissima dolcezza di fetta biscottata in ingresso. L’agrume ancora protagonista, ma è succoso e zuccherato (succo di pompelmo?). L’alto grado porta con sé alta zuccherinità: miele, zucchero d’orzo e mela golden. Rispetto all’olfatto spezie più sugli scudi, con pepe bianco e zenzero. Non è secco ma asciutto sì, non concede nulla alla cremosità. Retrogusto di mandorla molto nitido. Con acqua si fa più beverino ma non cambia granché. Al massimo spunta un che di amaro ed erbaceo nel tripudio di dolcezza. Aloe?

F: coerente, dolce, caramella alla mela, un che di salvia, cedro.

Molto solido, è come se non si concedesse troppe divagazioni: tutto quello che è eccentrico rispetto al binomio agrume/cereale fa capolino e poi subito torna nei ranghi. L’alto grado si sente (soprattutto al palato) ma non è mai sgraziato. Ha un cereale protagonista come altri Ben Nevis in Bourbon, ma una ricchezza di suggestioni collaterali di frutta secca e spezie che ne accrescono la profondità e ne attenuano la secchezza. È whiskoso ma non banale. 87/100

Ben Nevis 22 yo (1996/2018, Malty Spirits, Oloroso sherry butt #829, 51,2%)

N: sherry fruttato, più sul versante acidulo che su quello scuro. Uvetta, ribes e mora e una nota vagamente di vomito o acetica. Indubbiamente vinoso, ricorda i frutti del caffè non tostati. Poi si fa largo un’anima curiosa di erbe officinali: mirto e rabarbaro Zucca, karkadé super-infuso. Piuttosto pungente. C’è anche una frutta più matura e umida, tra l’arancia rossa e la buccia di pesca quasi andata. La cannella aumenta col passare dei minuti. Il bicchiere vuoto è sciroppo di amarena puro.

P:. legnosetto, il primo impatto è sull’astringente. La dolcezza c’è (uvetta, zucchero di canna), ma anche qui nessuna cremosità. Mirtillo rosso, vinoso. Non propriamente cioccolatoso, più arancia essiccata dragee. Liquirizia e chiodi di garofano. Mancano del tutto le note sporche di carne, cuoio o tabacco.

F: più lungo dell’altro e dolce: uvetta, sciroppo di amarena, aranciata.

Sherry decisamente evidente, interrompe il regno del cereale. È uno sherry prevalentemente fruttato e mantiene una grande acidità per tutta l’esperienza di bevuta. Manca un po’ di sfaccettature, si limita a fare il suo compitino. Per carità, lo fa bene ed è molto bevibile e soprattutto il finale – anche se un filo sbilanciato sul dolce – lo rende un bel dram. Però per essere uno sherry di 22 anni è un po’ scolastico. 86/100

Botti da orbi – Piove Wilson & Morgan

[Marco Zucchetti è andato fino a Treviso per poterci raccontare sei whisky di Wilson & Morgan. Dev’essere stato molto difficile Zuc, ti siamo vicini.]

Non dev’essere facile dipingere con il Caol Ila. Dare una pennellata di Tobermory, stendere il Glen Grant ad ampie campiture e poi firmare l’opera d’arte: «Wilson & Morgan». Eppure chi ha la fortuna di capitare a Treviso e di incrociare Fabio Rossi in una delle (rare) giornate in cui non è incessantemente in giro per il mondo a cercare barili o a firmare contratti, potrebbe rendersi conto che il suo lavoro di imbottigliatore è esattamente questo. Disegnare con i malti, imprimere il suo stile sui whisky che sceglie e che gli sono valsi più o meno un bancale di medaglie. Lui – po’ imprenditore, un po’ catalogatore ossessivo e un po’ artista – nella sala degustazione nella sede di Rossi&Rossi si muove come nel suo atelier. In quattro ore di chiacchierata circondati a 360° da campioni di botte etichettati, si fa fatica a tenere il conto degli aneddoti sui difetti atavici degli scozzesi o dei ricordi di quando si poteva comprare dello Springbank del ’69 senza in cambio dover vendere un rene e l’anima. Non un’intervista, ma una vita raccontata in forma liquida, dai Port Ellen del ’92 agli House Malt e alla serie decanter di oggi. Ecco perché la carrellata che segue non è solo una serie di recensioncine dei suoi imbottigliamenti fra quelli non ancora indagati su questo sito, ma una specie di biografia in dram. Piove Wilson & Morgan, lasciate chiuso l’ombrello e porgete i bicchieri.

Ardmore 2009/2018 (Wilson & Morgan, 46%)

Whisky dilettevole, senza pretese di complessità ma preciso. Naso “verde”, con un fumo quasi balsamico (verbena) che ricorda certi mezcal, di cui ha anche un che di formaggioso in attacco. Note piacevoli di stireria, lime e cereale torbato. Il bicchiere vuoto profuma di pompelmo. In bocca si fa bruciacchiato e zuccherino, ananas candito, vaniglia e liquirizia pura. Finale coerente di media lunghezza, gelée al limone. Nudo nudello, immediato e scattante. 85/100

Bunnahabhain 15 yo (2002/2018, Wilson & Morgan, Marsala finish, 53,1%)

Il marsala tanto dà e tanto toglie. Qui marca il territorio della vinosità con sentori di mou e tabacco. Crema all’uovo, mela, brioche al miele e tanta frutta secca (arachidi). C’è pure qualcosa di “sporco”, il malto Bunna si sente poco. In bocca è coerente, caldo e oleoso e giocato fra dolce e amaro, forse troppo alcolico. Di nuovo cremosino, con caramello salato e tarte tatin di pere, zabaione, cioccolato fondente e caffelatte. Finale dolce, uvetta, pepe e poco salino per la distilleria. Variazione creativa (e divisiva) sul tema. 83/100

Ledaig 25 yo (1993/2018, Wilson & Morgan, 51%)

Dici Ledaig e ti aspetti un safari tra le suggestioni sensoriali più laide, invece ti ritrovi un whisky dal portamento distinto. Aromatico e balsamico, si apre con verbena e rosa bianca, addirittura tè alla menta. C’è la frutta – mela, susine mature e arancia – e qualcosa di marino, ma tutto è delicato. Un’idea di malto umido fa capolino e subito svanisce. Il palato è tutto del cereale, in versione oleosa: nocciola, olio di semi di lino. Grande mineralità e un retrogusto di provola affumicata bilanciano la dolcezza mielata. Poi si fa secco, il legno alza la voce e chiude una bevuta masticabile con zenzero e cacao. Olfatto primaverile e gusto muscolare: ostico da capire, ma godurioso. 86/100

Laphroaig 20 yo (1998/2018, Wilson & Morgan, PX finish, 54,6%)

Woah, direbbero gli Apache di Tex. Ha l’intensità di un bisonte che carica. Olfatto da grigliata: costine di maiale glassate, caramello, braci. C’è melassa, c’è bacon, sale il colesterolo ad annusare. L’altra metà del mondo è la frutta del PX, lamponi e fragole, orsetti gommosi. Il lato medicinale arriva dopo, misto a cuoio bagnato, dado e chiodi di garofano. Arance bruciacchiate, anche. In bocca è molto old style, frutta matura di ogni tipo e quasi floreale. La torba prende un sentiero costiero sporco di catrame piuttosto parallelo. Il legno però la sovrasta, con un mix secco/amaro: caffè tostato, liquirizia e genziana. Finale sul braciere, caldarroste e sale. Lo hanno messo in decanter, ma resta un guerriero feroce e (troppo?) anarchico, con picchi opposti di umami, dolcezza e amarezza. Moderati sarete voi. 85/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson & Morgan, Oloroso sherry butt, 58,6%)

Botte gemella di questa, con un grado in più ma piuttosto simile. Prima snasata: Iodosan! Che riassume l’alto grado, la marinità esplosiva e forti accenti balsamici/erbacei. Poi c’è una torba pungente, perfetta la metafora del peschereccio e della gomma bruciata. Pesce affumicato, tabacco, cuoio conciato e cioccolatini After Eight chiudono un gran naso. In bocca è da duri ma espressivo: vinoso, arancia candita, torta di noci pecan e caramello bruciato. La dolcezza di zucchero flambé c’è, ma non esonda. Braci, legno, sale e resina tengono testa. Tutto si ricompone nel finale, dove nell’intenso fumo di arrosto spunta del timo. Miracoloso. 90/100

Glen Grant 25 yo (1992/2018, Wilson & Morgan, Oloroso sherry finish, 51%)

Royal wedding fra malto Speyside e sherry Oloroso. Nel naso c’è tutto: crema all’uovo, noci, eucalipto. Sherry floreale e note di pasticceria: strudel, uvetta drageé e amarene. Spunta la cola, fanno capolino i datteri, perfino un filo di fumo. Al palato è più preciso e scuro, con intriganti dettagli eretici: zabaione, cuoio e aceto balsamico. Il malto non si nasconde, assume le sembianze del pane ai cereali. Ma è un cereale complesso, incorniciato da resina, lavanda, caffè e cioccolato. Lungo il finale, tra pesca al forno, gianduia e pepe. Lussureggiante opulenza barocca, giù il cappello. 91/100

Bunnahabhain 10 yo (2007/2018, Douglas Laing, 46%)

è diventato un oggetto da collezione, scopriamo oggi

Il magico Marco Zucchetti ha, tra le molte doti, un fratello che gli regala whisky a Natale: fratelli del genere sono da tenere stretti, mi raccomando. Qualche settimana fa ci ha portato da assaggiare proprio l’ultimo presente alcolico ricevuto, vale a dire questo single cask di Bunnahabhain (refill hogshead, 377 bottiglie totali) imbottigliato da Douglas Laing nella storica serie-base “Provenance”. Brindiamo agli Zucchetti Bros e affondiamo gli artigli nella carne di questo Bunna.

N: se vi turbano le nudità, state lontani: questo Bunna è più nudo di Anna Falchi sul calendario di Max del 1996. Il cereale è protagonista: ricorda il profumo di un malting floor, è orzo umido, in purezza. Molto minerale. Albedo d’agrume: di un pomelo, magari? Un senso di aria di mare, poi una zuccherinità vagamente vanigliata molto piacevole; pera soprattutto. Tanto lievito (pasta cruda di pane). Cioccolato bianco, un pochino?

P: tutto sommato gradevole, riesce ad essere dolce, salato e amaro al contempo. Cioccolato bianco, tanto zucchero, poi un amaro erbaceo (cicoria, dice Zucchetti). Predomina il distillato purissimo e bianco, sapido sapido e con note di mollica di pane. Piacevole.

F: distillato bianco, erbaceo e salato. Ancora mollica di pane.

C’è un’acidità da distillato lievitoso che appare un po’ irrisolta, ma è forse un tratto comune a molti imbottigliamenti così nudi. Non è whisky assertivo, e dunque per compensazione lo saremo noi: 82/100. Divisivo, si sappia: eravamo in quattro ad assaggiare, abbiamo dato volti diversi, con un delta di 10 punti. Sapevatelo, assaggiatelo.

Sottofondo musicale consigliato: Radiohead – Nude.

Botti da orbi – Sanremo, serata 3: Nikka Days (2018, OB, 40%)

[Terza serata sanremese, terzo antidoto a Baglioni & Co: grazie Zucchetti, grazie]

m55895e_1Nikka Days (2018, OB, 40%)

Senza scomodare Nilla Pizzi e Gigliola Cinquetti, è il whisky più filosoficamente sanremese di tutti. Ultimo arrivato in casa Nikka, è un blended creato per il mercato europeo che segna il cambiamento di strategia della casa giapponese, pronta ad abbandonare i vecchi Pure Malt colorati. Al whisky di grano si aggiunge malto lievemente torbato (Yoichi). Il risultato è musica leggera allo stato puro, svago senza impegno a colori pastello. Si apre al banchetto del fruttivendolo, con pera, mela golden e prugna gialla. Non mancano fiori (è sanremese o no?) e il cereale, ma tutto rimane lieve, con un accenno di limone amaro. Lo stesso che torna in bocca, in una continua alternanza dolce/amaro, anche se qui è forse più bergamotto. Molto leggero, al cereale e alla vaniglia accosta una freschezza erbacea (foglie, genziana), che si protrae in un finale di sorbetto al limone.

Dammi tre parole, fresco, dolce e leggero. Forse Valeria Rossi non cantava così, ma fortunatamente l’abbiamo dimenticata. Nel complesso un whisky che il suo lavoro lo fa alla perfezione, si beve a garganella e non ha quella stucchevolezza di certi blended della categoria Giovani che ti impastano la lingua di zucchero. Non apriremo il suo fan club, ma se ci capitasse di sentirlo passare per radio non cambieremmo canale.

Ps. La cosa imperdonabile è il tappo di plastica gialla tipo olio di mais. Una caduta di stile che nemmeno Sabrina Salerno e Jo Squillo in shorts che cantavano «Siamo donne oltre alle gambe c’è di più». 81/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Giorgia – Vorrei.

Botti da orbi – Sanremo, serata 1: Cladach (2018, OB, 57,1%)

l’illuminato Marco Zucchetti mentre cura la sua rubrica su whiskyfacile

Puntuale come l’influenza il primo giorno di ferie, la papera del tuo portiere nel derby e l’aneddoto sconcio degli amici al bar, anche quest’anno arriva Sanremo. Ecco, questo coraggioso sito si fa vanto del fatto che non ne farà menzione. Anzi, innalzando una prece al mitico Ferdinando Buscaglione, patrono di tutti i whiskofili italiani, qui ci si propone di fornirvi delle alternative al festival. Cinque malti (scelti a capocchia esattamente come i big in gara) per evitarvi le cinque serate. Oppure, se siete obbligati per ragioni familiari a sorbirvele, cinque malti per sopravvivere al rompimento di Baglioni che vi tocca in sorte.

Non festival dei fiori ma opere di bere.

Cladach (Diageo Special Release 2018, 57,1%)

L’orchestra di Peppe Vessicchio tutta insieme. È un blended malt sulla scia del Collectivum XXVIII, ma più coerente e assai più convincente. Partecipano alla sinfonia Inchgower, Clynelish, Oban, Talisker, Lagavulin e Caol Ila, dunque ci si aspettano potenti gli ottoni della torba e gli archi della marinità. E infatti fin dall’esordio ecco un bel falò in spiaggia, zaffate di iodio e un naso medicinale e mentolato (anice), da cui emerge una golosa frutta dolce, mela cotta, ananas e limone candito. Cera, anche. E una curiosa sensazione di metano, come se aveste deciso di suicidarvi prima di essere costretti a sentire Il Volo.

In bocca è salato, scuro, molto profondo e perfino cremoso. La torba c’è, ma non ce la si cava mica così, non siamo di fronte a una canzonetta. Occorre un patentino per capirlo bene. Noi che invece ci siamo fermati alla scuola primaria del malto riconosciamo alla rinfusa delle more, un pizzico di aceto di lamponi e una bella cremosità saporita, quasi fosse liquirizia salata. Con acqua (anche se va giù bene anche senza) spunta dell’arancia e del kummel. Finale all’altezza dell’esibizione: ancora saporito, tra carne salada e croccante di arachidi.

L’intro del naso ti cattura, ma l’evolversi in bocca ti rapisce proprio. Succulento e robusto, è un concentrato di Islay con il tocco mielato/ceroso di Clynelish. Il classico outsider che parte senza i favori della critica – in effetti queste edizioni sconfinano spesso con il marketing – ma poi si conquista il podio con il voto da casa. 90/100

Sottofondo sanremese consigliato: Enrico Ruggeri – Mistero (Sanremo 1993, primo posto)

Botti da orbi – Tutto malto bene: botti di inizio anno

E se fosse tutta colpa di un refuso? Se l’abitudine parecchio tamarra di far esplodere ordigni rudimentali al 31 dicembre fosse solo un errore di dizione e invece dei botti di fine anno tutti ci dedicassimo alle botti di inizio anno? Ci piace pensare che sì, se insieme ai petardi rinunciassimo anche a quei limoncelli e amari di dubbia moralità che ammorbano qualunque cenone, e ci dedicassimo invece al re dei distillati, l’anno nascerebbe sicuramente meglio. Perché quel che si beve non è un dettaglio, può rovinarti un aperitivo o svoltarti una cena deludente. Così, mentre in queste ore gli astrologi estraggono dalle loro giacche luccicanti vaticini opinabili su lavoro, amore e salute, noi qui si indossa il cappello di tweed da druidi celtici e si spargono previsioni ancor più opinabili e surreali. Signori, ecco a voi l’Oroscophisky, l’oroscopo del whisky di Marco Zucchetti.
Slàinte e polvere di stelle nel dram a tutti.
ARIETE
Vieni avanti, arietino, anche se hai Saturno nel malting-floor. Il che significa che stanno germogliando grosse preoccupazioni. No, non ti è finito il Glen Grant 5 per sfumare il rognone. Ben peggio: il rischio è di conoscere un partner astemio. Immagina, Ariete: cene di pesce sorseggiando Schweppes, serate con gli amici ordinando tisane alla barbabietola. Che fare, direbbe Lenin? Beh, segui il tuo palato. Inizia da subito. Il Montenegro lascialo ai veterinari della pubblicità, la vodkachevolevich ai reduci degli anni ’90. Tu ti prendi un bello speysider – e pure vecchiotto – e ritrovi te stesso. Il resto, ovvero il partner che ti meriti, verrà da se. Questo il tuo compito per il 2019: ricordarti chi sei senza compromessi, come l’Highland Park prima delle carnevalate vichinghe.
70/100
Il tuo whisky dell’anno: Macallan 1966 Giovinetti
TORO
Il 2018 è quella bottiglia pessima che non te la senti di buttare, ma quando finalmente finisce perché riesci a sbolognarla a un ospite che va in sollucchero anche per il J&B, esulti da solo in salotto come CR7. Ecco finalmente è finito il 2018 malefico, e tu Toro puoi riappropriarti delle tue energie, che a dirla tutta ultimamente sembravi più una vacca frisona. Hai Giove a pieno grado, quindi chi ha a che fare con te deve sapere che devi essere maneggiato con cura. Sei un A’Bunadh, mica un Jameson. Non le mandi a dire, hai la stessa dimestichezza con la diplomazia che ha un metalmeccanico di Glasgow dopo che il Celtic ha perso l’Old Firm coi Rangers. Ma sei talmente energico che riesci a sgorgare anche le indigestioni da cassoeula. Tu per limitare i danni metti tutto in etichetta: gradazione, finish, invecchiamento, pregi e difetti. Così i tuoi amici saranno avvertiti. E chi saprà cosa aspettarsi, si godrà la tua tonante compagnia con gusto.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Laphroaig 29.247 SMWS “All hands on deck”
GEMELLI
Ok, la timidezza iniziale non sempre è un problema, il nuovo Talisker 8 anni lo dimostra. Però Gemellino mio tu devi darti un tono, oppure qui corriamo il rischio di annusarti per mesi senza riuscire a capire se sei un bourbon, uno sherry o un finish. È la tua natura quella di mescolare le carte e non scoprirti, si sa. Però dacci una mano, non giocare a fare lo Scotch se non lo sei, come un giapponese dalla whiskosità incerta. Missione per il 2019 è lasciare questa timidezza a quei whisky con gli ideogrammi in etichetta. Decidi cosa vuoi essere, prendi quella strada e vai dritto. Anche perché tu hai qualità da single cask, ragazzo mio.
82/100
Il tuo whisky dell’anno: Glenlivet Meiklour
CANCRO
Ah, l’abbacinante e sublime luce del meriggio che cala dietro le pagode della distilleria Strathisla… No, con te non attacca, eh? Concreto, chele ben piantate sullo scoglio e pochi gamberi – pardon, grilli – per il capo. Tu Cancro sei fatto così, alle raffinate grafiche preferisci la sostanza, un po’ come i ragazzi di GlenAllachie, che ancora insistono con quelle scritte in antico camuno… Ecco, quest’anno Cancerino potresti fare uno sforzo e uscire dalla tua solidissima prosaicità. Non che alla fine non conti l’essenza, perché nel bicchiere se ci finisce Lagavulin è sempre meglio di qualunque frivolo whisketto dal packaging francesizzante degno di passerelle e Croisette. Però se ti capita un Bowmore Bouquet o una bottiglia di Jack Wieber, per una volta lasciati andare a un moto di ammirazione estetica. Anche l’occhio, come gli angeli, vuole la sua parte.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Ardmore 9 Caroni finish (A&G selection)
LEONE
Che le regole per te siano un optional, già lo sai. Quindi Leoncino mio quest’anno l’obiettivo è moderarsi un po’. È vero che la vita è una scatola di samples ed è difficile non assaggiare un whisky della Tasmania invecchiato in botti di Pinot nero o trattenersi dal provare l’ultimo Macmyra in botti di vin brûlé. Ma avanti di questo passo rischi di diventare come Stuart Thompson, uno che ad Ardbeg ha fatto la storia tanto da svuotare interi barili a forza di assaggi. Quindi parola d’ordine è: scegliere. Per esempio, quel Poitin che guardi con cupidigia anche no, dai…
72/100
Il tuo whisky dell’anno: Red Breast 21
VERGINE
Sarà Marte che entra in alambicco, sarà che in tempi fumosi come un Octomore ti senti a tuo agio, ma questo sarà il tuo anno Vergine. Diciamocelo, non è mai stata la qualità il tuo problema. Il fatto è che sei poco accessibile, tipo uno dei vecchi Rare Malts. Il tuo carattere è forte, l’eleganza non si discute, la profondità pure. Già, ma un St. Magdalen non è da tutti giorni, no? Ecco, devi provare a blendizzarti un po’. Non si dice di impoverire la tua vita frequentando gentaccia da grain, ma almeno abbassare il livello di tensione e perfezione, quello sì. Se mostrerai la tua faccia easy, se fra un Brora e un Karuizawa scoprirai le gioie di un magnifico Kilkerran per ogni occasione, avrai fatto bingo
93/100
Il tuo whisky dell’anno: Cladach Diageo special release 2018
BILANCIA
Il Laphroaig durante il Proibizionismo era lecito perché qualche genio lo aveva fatto passare per medicinale. Ahimé i seriosi luminari di epatologia pare abbiano negato le proprietà taumaturgiche del nettare di Islay, ma tu Bilancino non ne hai bisogno. Scoppi di salute come un haggis troppo ripieno. Il 2019 sarà per te un anno in discesa, facile come una verticale di bourbon dopo una pinta di Paul John torbato. L’unico rischio è proprio questo, trovare tutto troppo semplice, abbassare la guardia. Dice il saggio collega che i whisky che sembrano “pediatrici” sono i più infidi. Guardati dalla faciloneria, Bilancino, per non finire come quello che spegneva le Marlboro nell’Auchentoshan perché gli sembrava l’unico modo per dargli sapore.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Port Charlotte Cubaireachd cask exploration 18
SCORPIONE
Sei un segno di torba, il che ti dà quell’aria di fumoso mistero che fa parte del tuo charme. Sai essere oscuro come un Ardbeg dai nomi evocativi e acuminato come un Kilchoman 100% Islay, ma a volte ti fai prendere la mano dalla tua anima sciantosa e diventi insopportabile come certi finish in Sauternes. La stucchevolezza è dietro l’angolo, Scorpioncino, perché ogni tanto eccedi in moine e non stiamo parlando del Bunnahabhain omonimo. Il consiglio per l’anno nuovo dunque è limitare l’artificiosità e menare qualche colpo di pungiglione in più, anche a costo di non stregare tutti. Il fatto è che piace di più uno sporco Ledaig di un immacolato Oban Little Bay un po’ recitato. Fanne tesoro.
79/100
Il tuo whisky dell’anno: Catoctin creek rye full proof
SAGITTARIO
Il prossimo Natale chiedi una faretra extralarge, perché non ti bastano le frecce per tutti i bersagli del 2019. Sì, Sagittario, avrai un anno più indaffarato di quello di Jacopo e Giacomo, aka i Facili. Non ti basterebbero sette nasi per annusare tutti i dram che ti capiteranno e non ti basteranno 685 giorni per fare tutto quello che ti sei prefisso. Quel viaggio nelle Highlands che rimandi da anni, quel progetto che avevi in cantiere da quando Richard Paterson ancora non aveva i baffi, quel quadernino degli assaggi da tenere per cui poi non hai mai tempo. Il rischio è fare tutto di fretta, come quelle distillerie che imbottigliano a tre anni e due minuti. Ce la potete fare, ma organizzatevi. E fate come la botte del Macallan della pubblicità, sappiate dire dei no.
87/100
Il vostro whisky dell’anno: Linkwood 24 Adelphi
CAPRICORNO
Sul lavoro, caro Capricorno, sembri la Port Ellen distillery. Purtroppo però non quella che sta rinascendo oggi, ma quella che è fallita nel 1983. Tra molestie, colleghi fastidiosi, capi con lo stesso senso degli affari dei collezionisti che hanno svenduto tutti i Giovinetti vent’anni fa, sembra che il mondo congiuri contro di te. Occorre pragmatismo e sopportazione, che alla fine di ogni degustazione scadente c’è sempre una chicca. Il tuo 2019 sarà alla ricerca di questa chicca. E dopo un anno di barili che perdono e bottiglie dal tappo guasto, stai sicuro che la troverai e sarà un colpo di fulmine come quel barile di Highland Park in sherry di cui ancora favoleggiano il Gerva e Giannone del Milano Whisky Festival.
75/100
Il tuo whisky dell’anno: Glenfiddich 1973 (70th anniversary Velier)
ACQUARIO
Sei stato piccantino come un rye per tutto l’anno, Acquario. Hai avuto ormoni più attivi dei legni first fill e hai girato più letti tu delle distillerie che ha visitato Giorgio D’Ambrosio. Insomma, ti sei divertito e hai fatto bene. Solo che ora avverti quell’esigenza di stabilità che prima o poi coglie ogni appassionato di whisky che inizia dalla torba e approda allo Speyside. Ecco, il 2019 sarà in tema, ovvero una collezione di dolcezze morbidose. Meno adrenalina e più serenità, come passare dalle scogliere di Skye alle colline dei Cairngorns. Quiete, affetto, un camino acceso, un confortevole Glenfarclas che non ti tradisce mai. Il tuo anno sarà così, lasciati andare.
90/100
Il tuo whisky dell’anno: Glen Grant 25 Oloroso finish (Wilson & Morgan)
PESCI
Sarà l’influsso del salmone appena consumato a tonnellate durante il cenone, ma mai come quest’anno hai deciso di risalire la corrente in direzione ostinata e contraria. Né Diageo né Pernod, sei più indipendente di Ermoli e Romano di Valinch & Mallet. Non ti va di seguire la moda, volti le spalle alle limited releases costosissime e agli esercizi di stile di Glenmorangie. La comodità non ti va a genio, dedicherai il 2019 all’esplorazione di minuscole realtà. Ma sii saggio Pesciolino: perché un conto è decantare le edizioni limitatissime di Beppe Bertoni del Mulligans o dell’Auld Alliance, capolavori di qualità degni dello Slow Drinking; un altro è incapricciarsi per un oscuro imbottigliatore gaelico che spaccia malti innominati a prezzi da inflazione Zimbabwese. Se nicchia dev’essere, che sia ben arredata.
84/100
Il tuo whisky dell’anno: Millstone 1998 PX

Botti da orbi – Colonial Whisky Tour

è quasi Zucchetti

Dall’alto il bicchiere di whisky, con quella sezione rotonda così perfetta, sembra un delizioso pianeta ambrato, una via di mezzo fra Venere e Marte. Prima di invocare la neuro – o un alcol test per chi scrive -, pensateci un attimo. Il whisky è davvero un mondo tutto da scoprire. Ha una faccia che conosciamo bene e ci ispira ogni sera, la Scozia. Ha dei bordi che stiamo imparando a distinguere (gli Stati Uniti, l’Irlanda, il Giappone). E poi ha un lato oscuro di Paesi dai metodi di distillazione incerti e dalla tradizione variabile: the dark side of the malt. Girovagare alla scoperta di queste terre che portano scritto sulla mappa HIC SUNT LEONES, è un’esperienza da fare almeno una volta. Perché vagabondare per il pianeta whisky è come andare in vacanza. Puoi essere turista o viaggiatore, pellegrino o esploratore. Ci sono momenti per tutto. A volte vuoi solo essere coccolato in un ambiente accogliente e te ne vai in un resort a 5 stelle pacchetto all inclusive, dove scorrono fiumi di malto e torba, la Scozia. Altre invece ti prende il rovello di attraversare la taiga o il deserto in pullman di terza classe senza aver prenotato prima neanche una stamberga. Qui ci è presa una nostalgia politically uncorrect per i vaghi ed avventurosi tempi coloniali, per le sahariane e i completi di lino, per il Commonwealth e i viceré che mandavano dispacci e barili a Sua Maestà. E dunque partiamo su un bastimento per i mari del Sud. Nella seconda puntata si partirà invece in Interrail in giro per l’Europa. D’altronde girovagare col naso fra le bottiglie più inconsuete nel dark side of the malt è questo: zaino e narici in spalla, si parte alla conquista pronti alla chicca come al disgusto. Ché la prima classe costa mille lire, la seconda cento e la terza dolore e spavento. E preghiamo san Ciccio De Gregori che nessun dram puzzi di sudore dal boccaporto e odore di mare morto…

Hellyers Road Slightly Peated 10 yo (2018, OB, 46.2%)

[Tasmania, Australia]

Tutti abbiamo un amico che prima o poi si sposa. Tanti ne abbiamo uno che in viaggio di nozze va dall’altro capo del mondo. Qualcuno ne ha di generosi che si offrono di portargli un whisky australe. Io vado oltre e ne ho uno che aveva il compito di portarmi il pluripremiato Sullivan’s Cove e invece si è presentato con un boomerang e questa bottiglia qui, un po’ come quando l’ultimo Galliani prometteva Tevez e arrivava Ricardo Oliveira… Essendo suo testimone di nozze e curioso come un babbuino che lavora in una rivista di gossip, alla fine ero pure contento di provarlo e gli sono grato comunque. Anche perché la bottiglia si presenta bene: single malt dalla Tasmania, invecchiato 10 anni in barili tostati, non filtrato, “leggermente torbato” e con una gradazione quasi alla Bunnahabhain. Curioso il tappo a vite, che va bene sui riesling della Mosella ma sul whisky ancora un po’ lascia perplessi. Sull’etichetta sta un crepuscolare signore, in cammino su una lunga strada verso “quota 100” con accanto un gatto. Ecco, la speranza di tutti gli animalisti è che quel gatto sia stato il più possibile lontano dal whisky. Non tanto per l’olfatto, che curiosamente parla gaelico, ovvero la lingua delicata fatta di pera, rosa e cioccolato bianco che spesso è il marchio di fabbrica degli Irish whiskeys (difatti è distillato “due volte e mezza”, il che spiega la lievità delle suggestioni). No, se il naso tutto sommato si salva, tra vaghi sentori di cocco, marzapane all’arancia e narghilè che spuntano da una coltre di alcol piuttosto spessa, è il palato ad essere travolto. Perché il nostro spirito della vecchia Van Diemen’s Land è devastante come il suo conterraneo Taz quando diventa un piccolo uragano. L’alcol è aggressivo, prevaricatore. Bullizza le timide note amare di pompelmo, schiaffeggia i sentori di legno tostato e impone un retrogusto di acquavite sgradevole che supera in intensità la leggera torbatura minerale (a proposito, il malto torbato arriva dalla Scozia). Paradossalmente, la tempesta si quieta nel finale, dove spuntano mele e biscotti e un che di noce moscata.

Ora, vero che l’Australia è stata terra di galeotti; vero anche che l’etichetta ricorda “l’aspra e feroce vita selvaggia” di queste parti; vero anche che “Mr. Crocodile Dundee” era un film fichissimo che ti prendeva la voglia di giocare a wrestling con gli alligatori. Però, perché abbrutire tutto con uno spirito così sgraziato che non permette di apprezzare – se ci sono, e probabilmente ci sono – le qualità della distilleria? Non se lo meritano gli australiani, non se lo merita James Cook, non se lo merita la Regina. Forse l’unico che se lo meritava ero proprio io, che dopo sei mesi ancora non ho fatto il regalo di nozze. Alberto, mandami l’Iban e chiudiamola qui… 70/100

Three Ships ‘Vintage 2005’ PX finish (2015, OB, 46.2%)

[Sudafrica]

Se c’è una cosa che ti si pianta in testa dopo un viaggio in Sudafrica è che il pregiudizio è una bestia astuta. Paragoni fra Mandela e gli alambicchi anche no, grazie, ma probabilmente un giro fra il museo dell’apartheid e Soweto rende tutti un po’ più disposti a fare tabula rasa di ogni preconcetto. Sicché, sentendosi in cuor suo illuminato e progressista e fieramente multiculturale, il rabdomante di spiriti si tuffa a capofitto sul Duty Free per sperimentare il Three Ships, orgoglio sudafricano. Evitato come la peste il 5 anni, che costa più o meno quanto una confezione grande di M&M’s e lascia perplesso l’europeo abituato a svenarsi per ogni bottiglia, la scelta cade su un vintage 2005. Dieci anni di invecchiamento curiosamente divisi fra “106 mesi in botti di quercia americana e 14 in barili ex Pedro Ximenez”. Livello di aspettativa: bassino. Sempre per il fatto che crediamo di essere privi di pregiudizi ma alla fin fine inconsciamente ci aspettiamo di trovare manioca e elefantini nelle bottiglie. E dunque già ci prepariamo a un whisky eccentrico, magari un po’ approssimativo e con note pesanti, esotiche e speziate. E invece… Invece ovviamente non c’è nulla che richiami il bush o il Kruger Park in questo whisky. Stolto uomo europeo, che ti aspettavi? Beh, di sicuro non la abbacinante florealità che si sprigiona dal bicchiere. Peonie, sorbetto all’uva fragola, Ice wine. C’è un’aromaticità intensa che va a lambire l’olio essenziale di arancia. Poi, a dire il vero fuori sincrono, anche un lato più umido e scuro tra cantina, note nocciolate e matita temperata. In bocca invece i fiori lasciano spazio alla frutta. Indefinita e un po’ sintetica, come di caramella all’arancia. Esplode quindi una spezia sicura di sé. Zenzero, pepe e peperoncino fanno quasi pensare ai rye e giocano a rimpiattino con una base dolce di zucchero a velo e ananas. Il finale è così così, tra gommose al limone, chili e gomma bruciata, con un che di bagnoschiuma nel retrogusto.

Spiazzante, contrastante. Ecco in cosa somiglia al Paese da cui proviene. È un tetris di ossimori, una delicatezza ponderosa, una naturalezza artificiale, una dolcezza piccante. Non un capolavoro, diciamo che nel rugby i sudafricani se la cavano meglio. Però qualcosa che si lascia sorseggiare e sa anche divertire chi non cerca né la perfezione né la razionalità. Fosse vivo Beckett, sarebbe il suo malto dell’assurdo. 80/100

Kornog 2013 single cask (OB for The Auld Alliance, 58.7%)

[Francia (via Singapore)]

Cosa c’entri la Bretagna, dove fra una galette e un sidro fermier viene distillato il Kornog, con il mondo affascinante e fiabesco delle antiche terre coloniali, non si sa. Anzi, si sa benissimo: nulla. Però se la storia è fatta di incroci e influenze, questa bottiglia sta a testimoniare che anche il whisky oggi è un melting-pot. Quanto meno in materia di imbottigliamenti… Poco interessa al lettore come chi scrive sia finito a Singapore su un “party bus” privato ascoltando i Queen remixati da due bartender greci. Ma sappia il lettore che a un certo punto della gita sullo stretto di Malacca, lo scrivente è finito all’Auld Alliance, il raffinato whisky bar di Emmanuel Dron conosciuto in tutto il mondo. Lì, fra poltrone in pelle umana e collezioni di bottiglie da ringraziare dio per avere un rigido plafond sulla carta di credito, lo scrivente ha ordinato una degustazione di quattro imbottigliamenti firmati appunto Auld Alliance. Fra questi un Kornog a grado pieno. Capite che l’idea di sorseggiare un torbato bretone in una città-Stato avviluppata in una monsonica umidità del 95% è un inno al post-colonialismo. Al naso compare subito un fumo lieve, che tutto cuce insieme come una Penelope con la passione per lo svapo. Le note grasse di olio di mandorla, quelle dolci di torta di pere, i deliziosi sentori marini: un olfatto minerale e fine, arioso e quasi floreale nonostante l’oleosità evidente. In bocca i quasi 60 gradi non si nascondono, ma l’alcol non sferza. Anzi, costruisce una dolcezza piacevole di mandorle glassate, zucchero di canna e biscotti (tipo i Galletti del Mulino Bianco). Che ovviamente va a braccetto con la torba ora più solida, tutta incentrata fra la fuliggine e le olive verdi, a testimoniare il dna costiero. Torba che si intreccia a un tocco quasi agro (limone e zenzero fresco) e a una fresca amarezza di pompelmo. Curiosa la nota di marron glacees che si fa strada in un lungo finale secco e piccante.

Sarà che averlo assaggiato in un Paese dove se sgarri qualcuna delle tantissime e severissime leggi rischi due nerbate con uno scudiscio di rattan bagnato, ma la morigeratezza di questo whisky è sembrata un valore aggiunto. Né la torba, né la marinità impongono la loro dittatura su un malto che ben nasconde la sua estrema gioventù sotto un savoir faire molto europeo. 85/100