Bunnahabhain 28 yo (1989/2017, Antique Lions of Whisky, 41,3%)

La triade Silver Seal/Whisky Antique + Lion’s Whisky + Sansibar colpisce ancora: lo scorso fine settimana a Limburg è stata presentata la terza serie di imbottigliamenti di Antique Lions of Whisky, a tema animale, che comprende dei pezzi pregiati – ma ne parleremo. Oggi vogliamo guardare al passato prossimo del gruppo di imbottigliatori, mettendo alla prova dell’assaggio un Bunnahabhain del 1989 (annata fausta per la distilleria, si sa) maturato per 28 anni in una botte ex-sherry. Il colore è dorato chiaro.

N: e questo sarebbe un barile ex-sherry? È un profilo molto delicato, e che francamente, se assaggiato blind, non avremmo mai e poi mai ricondotto a una botte ex-sherry, di quasi trent’anni oltretutto. Dominano fin dall’inizio note di fiori bagnati davvero di grande intensità; accanto, frutta tropicale, per lo più candita (ananas e papaya). Mela gialla, molto presente. Ci sono sentori erbacei molto spiccati (e ci viene in mente il timo), poi tanto tanto limone… Inoltre suggestioni di pane, di lievito, di farina impastata. Col tempo si ‘ingrassa’, ed emergono suadenti note di pastello a cera.

P: l’impatto, a questa gradazione, è molto piacevole, è ancora bello pieno. Ancora la cera, quella patina umida; poi un poco di frutta tropicale, piuttosto zuccherina (di nuovo papaya), anche se in disparte. Orientato molto verso l’agrume, e il limone in modo particolare, forse il sentore dominante qui al palato. Anche burro… Torta al limone?, ma non la torta Paradiso, quelle non tanto dolci, con tanta scorza di limone… Resiste poi una nota vegetale, anzi floreale, che ci fa venire in mente la rosa (e la marmellata di rosa). Tutte queste caratteristiche si sovrappongono però, in modo straniante, a un senso di distillato giovane, molto pulito, molto nudo e vegetale.

F: e il finale, infatti, è un tripudio di sobrietà, ancora con limone, rose, quasi un senso di mineralità.

Molto strano, senti che è un whisky “lasciato lì”, certo non era frutto di una politica dei legni aggressiva come quelle in voga oggidì. Molto complesso, molto difficile anche, pieno di spigoli austeri che distrattamente si potrebbero confondere con della immatura gioventù. Oscilla continuamente tra la promessa in fine frustrata di una dolcezza tropicale, rotonda e intensa, e gli spilli dei lieviti, dello spirito, della cera e dell’erbaceo: difficile dunque, e per questo molto stimolante. In sintesi, a noi è piaciuto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anggun – Snow on the Sahara.

Bowmore 25yo (1991/2017, Antique Lions of Spirits, 48,7%)

Antique Lions of Spirits, ormai lo sapete, è un marchio dietro cui si celano tre prestigiosi player del mondo del whisky: Max Righi, Diego Sandrin, Jens Drewitz. Nel corso delle settimane passate abbiamo già assaggiato qualche espressione delle loro ultime, bellissime serie, e siamo invariabilmente rimasti soddisfatti. Oggi però vogliamo coglierli in castagna, fargli fare una bella figuraccia, e allora puntiamo su un single cask di Bowmore di 25 anni: almeno questo sarà cattivo, no? Ci ha affiancato nella degustazione Angelo Corbetta, quindi ci sentiamo di condividere con lui l’onere dell’interpretazione.

N: un odore di mare intensissimo, riesce ad essere sia avvolgente e cremoso, burroso, che oleoso, grasso e minerale. Brioche al burro. Grande sapidità, marinità al top. Note balsamiche, per non dire decisamente mentolate; aghi di pino? Ancora note di fiori secchi. Note di gomma (Angelo ci fa tornare in mente la boule dell’acqua calda di gomma che avevamo da bambini…); anche di etere, quello da dentista (ok, Angelo adesso ha bevuto troppo). Forse una lievissima spezia, diremmo cannella? La frutta se ne sta molto in disparte, ci viene in mente giusto l’albicocca disidratata. Eccellente, complessissimo. (Ndr: dopo averlo bevuto, la frutta esplode anche qui…).

P: mamma mia, pazzesco. Incredibilmente complesso. Si apre sul dolce, poi si sviluppa una nota piccantina (pepe bianco) e mentolata – e va a chiudersi poi sulla torba, su un fumo acre non invadente ma inaspettato. Andiamo con ordine: frutta cotta (tanta mela, ma non solo cotta in effetti), note di pasticceria alla frutta, tra la tarte tatin e una crostata di mele; potremmo poi tacere di una splendida nota tropicale, che definiremmo Guava (o guyaba, chiamatelo come vi pare). Floreale, perfino.

F: molto lungo, persistente come un mal di testa alla domenica mattina; marino e torboso, fumoso, come non te lo aspetteresti: resistono note tropicali e briosciose.

Molto molto convincente il naso, con una grande complessità e una costante evoluzione; lungo il finale e per certi versi sorprendente. È altresì vero che il palato resta, a confronto, relativamente più ‘normale’, più piatto – e per dimostrarvi che proprio non ci è piaciuto, gli assegnamo un pessimo 92/100. Riprovateci la prossima volta, magari vi riesce meglio.

Sottofondo musicale consigliato: Chrysta Bell – Heaven.

GlenDronach 21 yo (1994/2016, OB for Silver Seal & Lion’s Whisky, 54,1%)

Abbiamo deciso di dedicare parte delle settimane agostane a delle piccole monografie: assaggeremo infatti solo whisky di selezionatori e imbottigliatori indipendenti. Già la scorsa settimana abbiamo assaggiato due selezioni di Max Righi per Silver Seal: nel fine settimana ci ha punto vaghezza di tornare su quei passi, e abbiamo scelto un GlenDronach ventunenne maturato in Pedro Ximenez. Questo, come ormai tutti i GD acquistati da indipendenti, ha etichetta ufficiale ed è selezionato da Max e da Diego Sandrin, collezionista e proprietario di Lion’s Whisky (qui una sua bella intervista concessa ad Angus). Diego ci perdonerà se però qui ci soffermiamo sul nuovo Whisky Antique di Formigine: negozio – uno dei più forniti al mondo! -, ristorante, spazio esterno per degustazioni con sigari. Il progetto è di fare col whisky qualcosa di mai visto prima in Italia, e se c’era qualcuno in grado di ambire a tanto, quello è proprio Max…

N: molto compatto, intenso ed elegante. Un caso ‘caldo’, e andando in ordine sparso diremmo: marron glacé, caffelatte, cioccolato ai frutti rossi, pan di Spagna, cola, biscotti (azzardiamo: krumiri), marmellata di arancia, crostata alla frutta, toffee, miele. Vi basta? A noi, francamente, sì. È molto buono, denso, grasso: piuttosto old-school.

P: beh, però, che qualità, e che corpo. Il PX si fa sentire tanto, portando una dolcezza molto pronunciata e zuccherina. C’è innanzitutto un tripudio di cioccolato al latte, poi prugne cotte, ancora marron glacé, cola, un pit di caffè (anzi, il solito rimasuglio di cappuccino zuccherato), arancia dolce. Un vago senso di frutta rossa indefinita. Col tempo esce una nota di tabacco di pipa eccellente. Con acqua, diventa più succoso, di una dolcezza più fresca.

F: lungo e persistente, qui torna prepotente la frutta rossa con il suo seguito di cioccolato al latte, un po’ di arancia.

Impressiona come un whisky di 21 anni non dia segni degli acciacchi del tempo, risultando grasso, grosso e godibilissimo. Certo, l’apporto del PX è massiccio, e tende ad addolcire il profilo complessivo – per questo l’aggiunta di acqua, che rende tutto più succoso e screziato, pare a nostro gusto consigliabile. Qualità sempre, immancabilmente alta con GlenDronach; qualità sempre, immancabilmente alta con Silver Seal: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quantic & Flowering Inferno – Cumbia Sobre el Mar.

Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Demerara 12 yo Guyana Diamond (2003/2016, Silver Seal, 46%)

Torniamo a bere rum dopo un bel po’, perché bisogna conoscere il proprio nemico, no? Attingiamo dal bacino dei Demerara e ci abbandoniamo all’alambicco di Diamond, distilleria della Guyana: qui sono conservati gli alambicchi di Enmore, Port Mourant e Versailles, ma quello cui facciamo riferimento per il rum di oggi è un Coffey Still a due colonne originario proprio di Diamond. Per informazioni decisamente più accurate, date pure un’occhiata a questo bel reportage. La selezione è del grande Max Righi, che nel tempo ci ha abituato a imbottigliamenti di livello sempre alto: questo è un 12 anni messo in vetro l’anno scorso a grado ridotto a 46%.

demerara-diamond-12-y-o-1993-2016-silver-seal-e1470911913305N: abbastanza alcolico a dispetto del grado ridotto; ha un lato ‘dolce’ molto grasso, di caramella mou, pesca sciroppata, vaniglia, impasto della pastafrolla, un po’ di burro… Accanto a questo lato golosone, c’è tutta una dimensione più spigolosa, tra la vinavil, la gomma, il sedano e potenti influssi balsamici (diremmo eucalipto, o un anice zucceratoo). Suggestioni astratte di agrume e di qualcosa di floreale (sembriamo dei maniaci se citiamo il profumo delle pastiglie Leone miste? forse sì).

P: rispetto al naso, si fa più fruttato, con note di pesca bianca molto matura e – qui paghiamo dazio al caro Bevitore Raffinato – di melone. Ancora abbastanza giovane da ricordare il rum ‘bianco’, si sente ancora molto la materia prima, la canna da zucchero, assieme ad una bella agrumatura da lime (proprio la buccia masticata…). Resta un tappeto di eucalipto e anice, con in più qualche suggestione vegetal-vinilica, per quel che può significare.

F: buono, lungo e persistente, pare un mix di melone e lime balsamici. Eh?

Beh, 12 anni di botte ma il distillato si sente ancora tanto… Complessivamente ci è piaciuto molto, è delicato ma con una sua bella personalità – noi di rum ne capiamo poco ovviamente e lo sapete, ma nel nostro piccolo dobbiamo dichiarare la nostra piena approvazione. Non diamo voti, ma da pedanti maestrini ci limitiamo a un promosso/rimandato/bocciato, e in questo caso la promozione è strameritata.

Sottofondo musicale consigliato: Caraibi e diamanti, cosa se non Rihanna – Diamonds?

Clynelish 22 yo (1993/2016, Silver Seal, 51,7%)

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angoli di whisky antique

Dopo aver assaggiato un Clynelish ‘italiano’ finito in Tokaij, ci ha punto vaghezza di restare a Brora e di sbevazzarci un altro single cask della distilleria più waxy di Scozia. Perché non mettere alla prova un ventiduenne selezionato da Max Righi per la sua Silver Seal, nella linea Whisky is classic…al? Peraltro, qualche settimana fa abbiamo fatto un giro nella nuova sede di Whisky Antique, vetrina commerciale della passione di Max per l’acquavite di cereali: sempre a Formigine, la nuova sede diventa ben più di un semplice negozio, con l’esibizione di pezzi rarissimi in un corner dedicato al collezionismo, promesse di sinergie con un ristorante al piano di sopra, perfino una terrazza dedicata agli abbinamenti tra malti, rum e sigari. Un tripudio per gaudenti epicurei, insomma: se siete da quelle parti, fateci un salto! Adesso basta con la pubblicità, facciamo noi un salto nel bicchiere.

img-2d-0011-20160512182643_im319783N: esprime una mineralità pazzesca, a base di torba e olio di oliva. Burro fresco, terra bagnata e persino aria di mare. La tipica cera di Clynelish qui latita un poco, ma è degnamente sostituita da un lato fruttato molto intenso: pesche, ananas sciroppato. Anche sontuosi bignè e pasta di mandorle.

P: molto coerente rispetto al naso anche se invertiremmo i termini della narrazione. Si afferma infatti una dolcezza ammaliante a base di crema pasticcera e pasta di mandorle, mele gialle e pesche; è una sorta di iperdolcezza che però paradossalmente riesce a essere trattenuta. Solo in un secondo momento ritorna quel senso di terra umida e di minerale. E la torba è abbastanza pronunciata. Una punta speziata (chiodi di garofano?).

F: a sorpresa si affaccia la cera, a nobilitare un finale ricco di riverberi fruttati e minerale. Fumo molto leggero.

90/100 tondi tondi, grazie alle sfumature di coerenza tra un naso leggermente più earthy e un palato invece più dolce, di una dolcezza enorme ma mai ruffiana, come accade solo in certi capolavori, guidati dal distillato, delle Highlands. Eccellente come tutti i Clynelish selezionati da Max che abbiamo avuto il piacere di assaggiare: grazie mille per l’ospitalità, e grazie mille per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Off He Goes.

Intervista a Max Righi (Silver Seal, Whiskyantique)

Nel nostro “pensarne mille e farne mezza”, da tempo progettavamo una sezione di interviste ai protagonisti del whisky in Italia, siano essi imbottigliatori, collezionisti, importatori, per dare ulteriore voce a un movimento ampio e con radici storiche ben salde nel terreno. Siccome, si sa, inaugurare una sezione significa anche costringersi a tenerla viva, rompiamo gli indugi e partiamo col botto: qualche mese fa abbiamo intervistato Max Righi, proprietario di Silver Seal, di Whiskyantique e di Whisky&Co (dunque imbottigliatore, collezionista e commerciante), e gli abbiamo chiesto di raccontarci quel che pensa del momento attuale del whisky, di com’è svolgere il lavoro del selezionatore… È stata una lunga chiacchierata molto interessante, soprattutto piacevole e conviviale; tagli sono stati necessari, ma speriamo possa essere una lettura gradevole anche per voi.

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Qual è stato il tuo primo approccio al whisky, anche dal punto di vista del collezionismo, e come è diventato il tuo lavoro?

Già all’università mi piaceva assaggiare cose diverse, con la curiosità di capire cosa c’era dietro all’etichetta. A memoria le prime bottiglie sono state il Glenmorangie 10 anni e il Glenfiddich over 8 years; le finanze erano quelle di uno studente e si faceva un po’ quel che si poteva. Poi ho iniziato un percorso lavorativo completamente differente, in banca, ma durante un master a Edinburgo a metà anni ’80 ebbi la fortuna di conoscere un sommelier con cui la sera giravamo i whisky bar. A quel punto scoprii quanto i whisky potessero essere buoni ma soprattutto diversi; il fascino fu enorme e la curiosità prese il sopravvento: in quei pochi giorni di master cominciai a visitare da solo il maggior numero di distillerie nei paraggi. Devo molto però anche a mio padre, collezionista di vino e liquori italiani; probabilmente nel sangue abbiamo questa sorta di problema genetico che ti porta ad apprezzare il bello, a farti ricordare un prodotto… e a collezionarlo.

1899877_10202539080910353_501035760_nE così sei partito anche tu…

Già, una bottiglia era da bere e un’altra uguale per la collezione. A un certo punto, forte di una discreta cultura dal punto di vista degustativo e di una discreta collezione, mi son detto “facciamo il passo”: negli anni ’90 ho fondato una società, prima Malt Max e poi Whiskyantique, e solo poi ho cominciato a comprare delle collezioni in tutto il mondo – anche perché sono dell’opinione che le cose le fai in maniera legale o non le fai. Dal 2007 è partita la collaborazione con l’imbottigliatore italiano Silver Seal, marchio che poi ho rilevato dal 2009. Così ho cominciato anche a comprare barili, sempre con l’idea che il business è una cosa seria, ma va fatto divertendosi. Non siamo una multinazionale, che deve avere grandi volumi, quindi le cose le facciamo solo se è un piacere. In questo senso Silver Seal è un po’ come un bambino che hai in casa e con cui giochi; i guadagni invece arrivano da tutto quello che è Whiskyantique, cioè vendita di bottiglie nuove o da collezione e la distribuzione in Italia dei marchi degli imbottigliatori indipendenti con cui nel corso di tutti questi anni di viaggi ho stretto rapporti di amicizia, da Whisky Agency a Malt of Scotland, Jack Wiebers, Rattray o Sansibar.

1472093_10201851369237991_1764408261_nParliamo del momento attuale del whisky, che forse non ha mai visto un boom tale nei prezzi e nei volumi.

Anzitutto lasciatemi dire che bisogna preservare la razza in estinzione degli imbottigliatori indipendenti. Col mercato che va a mille le distillerie negli ultimi anni si sono arroccate e fanno fatica a cedere le botti, destinandole a imbottigliamenti ufficiali di distilleria, magari single cask. Però bisogna sempre ricordare che le distillerie sono diventate marchi famosi proprio grazie agli indipendenti: la distilleria ha sempre lavorato per un mercato di massa, che produce fatturato, ma è il mercato di nicchia che ti porta riconoscimenti sulla qualità. Penso che tutto funzionerebbe meglio se si tornasse a una logica per cui gli imbottigliatori indipendenti con prodotti di altissima qualità tirano la volata alle distillerie, che poi arrivano a vendere il loro prodotto base, su cui alla fine si concentra il guadagno vero. Forse però dall’inizio di quest’anno qualcosina è cambiato: le distillerie cominciano a riproporre dei barili, quando fino all’anno scorso le porte erano chiuse. Forse hanno capito di essersi focalizzati troppo sul mercato asiatico – che, per carità, è uno dei miei sbocchi commerciali più importanti – puntando molto sulla forma e a volte meno sulla sostanza. Io amo le confezioni stravaganti, ma deve esserci per forza anche il contenuto: il fatto è che anche gli asiatici stanno diventando sempre più competenti e quindi anche più esigenti. C’è poi anche il problema di aver spostato la distribuzione brutalmente a Oriente. Per fare un esempio, il Macallan 12 anni in sherry in Europa nemmeno ci arriva, io l’ho comprato in Giappone; alla lunga quando tu tratti male il cliente che negli ultimi 30 anni è stato la tua banca, questo ti volta le spalle. Per me il non aver rispettato il mercato nella sua interezza è stato molto grave.

Come scegli le tue botti?

Francamente quando seleziono guardo anzitutto se una cosa piace a me, senza seguire per forza le mode del momento: come dicevo, il divertimento e la soddisfazione personale vengono sempre per primi. Tecnicamente, la prima cosa che guardo è la predominanza dell’alcol: se copre gli altri profumi e gli altri odori, quella botte non fa per me. Poi viene il difficile, ovvero capire quale sarà l’evoluzione dalla botte alla bottiglia, cercando di prevedere quale sarà anche l’evoluzione dei difetti. Ad esempio un po’ di tannicità col riposo in bottiglia si può anche perdere, ma bisogna fare delle scommesse. Vinci o perdi, sta lì la bravura. Spesso si commette l’errore, per esigenze di mercato, di non far riposare sufficientemente il distillato in bottiglia; lo si porta ai festival e sugli scaffali poco dopo il travaso dalla botte, mentre bisognerebbe far passare anche un anno. Comunque il rischio ma anche il bello del nostro lavoro è che non ci sono certezze, su nulla, e a un certo punto subentra anche l’istinto. Di questi tempi in giro vedo un po’ troppa saccenza, mentre frequentando i grandi appassionati sparsi per il mondo, i Malt Maniacs, oppure importanti selezionatori, si capisce che la loro grandezza sta proprio nella leggerezza, nella semplicità e nella capacità di rimettere continuamente in discussione le convinzioni. Ho sentito persone dire ‘io bevo solo whisky, il rum no grazie’ e invece la curiosità è tutto. È il tratto che accomuna le menti più brillanti.

385206_2379990271259_1813957296_nQuella dell’invecchiamento in bottiglia è una questione molto dibattuta. Qual è la tua opinione?

C’è un unico modo per saperlo: recuperare una degustazione fatta dieci anni fa, ricomprare la stessa bottiglia e rifare le note di degustazione. Infine si comparano le due degustazioni. L’ho proposto di recente proprio a Serge Valentin, utilizzando una sua vecchia recensione. Nei primi due anni in bottiglia i cambiamenti sono evidenti, ma dopo chi ne ha le prove?

Quale sono le selezioni a cui sei più affezionato?

In generale quelle delle distillerie meno importanti. Le botti che più mi hanno entusiasmato in assoluto sono state il Littlemill 19 anni e il Dailuaine 37 anni; il Littlemill nessuno lo considerava qualche anno fa e gli scozzesi facevano a gara per vendertene una botte. È molto facile selezionare un buon Macallan, o Laphroaig o Ardbeg. Sono spesso ottimi e si vendono facilmente anche a prezzi importanti; invece scovare le distillerie dà un piacere particolare. Ricordo ancora quando agli inizi un amico in Scozia mi fece scoprire in un pub il Dailuaine e il Mortlach della serie Flora & Fauna: erano ottimi e costavano nulla, ma fino a poco tempo fa non avevano reputazione.

E invece in questi ultimi dieci anni di boom abbiamo visto tante distillerie costruirsi un nome, magari proprio grazie a tanti single cask di indipendenti, come dicevi tu. Per il tuo lavoro di selezionatore è cambiato qualcosa in questi anni di crescita continua?

È diventato più difficile trovare barili buoni, però questo è anche il bello del mestiere. Se la sfida diventa più dura, significa che assaggerai quaranta campioni pessimi in più, che faticherai maggiormente per avvicinarti alla botte che potrebbe regalarti delle sorprese positive. Nessuno può combattere il mercato di oggi, l’unica cosa che si può fare è cercare di far capire a chi ha i barili, distillerie e broker, che anche loro si devono accontentare, che non si può alzare il prezzo all’infinito, perché comunque un tetto esiste. E tra l’altro secondo me al tetto ci siamo arrivati, o poco ci manca. Bisognerebbe realizzare un po’ tutti assieme che la gente non può rovinarsi per comprare una bottiglia di whisky.

10258171_871634929562882_6201542512046520511_oInsomma, vedi la bolla pronta a fare puff…?

Una volta chiesi a una grande azienda se avessero venduto tutte le bottiglie di un imbottigliamento esclusivo che si aggirava sui 2-3 mila euro a pezzo. Mi risposero di sì, ma non avevano capito la domanda. Io non volevo sapere se avessero venduto tutte le bottiglie alle varie enoteche o negozi, ma se fossero state effettivamente comprate dai clienti. Perché se le bottiglie sono sugli scaffali dei negozi, la distilleria ha sì già sistemato il bilancio dell’anno, ma se poi il cliente non compera, l’anno venturo quegli scaffali sono ancora pieni. Ecco, lì iniziano i problemi. È un meccanismo delicato e – ripeto – i prezzi non possono essere alzati all’infinito per tutte le fasce di mercato. Conosco collezionisti, anche molto facoltosi, magari di Taiwan, che di fronte ai prezzi di alcune nuove release hanno deciso di smettere di collezionare quella distilleria. Sembra che i produttori vogliano imitare i processi di mitizzazione tipici del mercato secondario, ma non è un meccanismo sostenibile. Un conto è se una bottiglia dopo anni assume una valenza collezionistica e decuplica il suo valore, ma io, come Silver Seal o come distilleria, non posso far uscire sul mercato imbottigliamenti già a quei prezzi. Si dimentica che i prezzi delle aste decollano anche perché la maggior parte delle bottiglie di quel determinato imbottigliamento limitato – facciamo come esempio 1000 esemplari – sono già state bevute. Ci sono due persone che sono disposte a pagare una follia le poche rimaste e alzano il prezzo, ma le altre 998 non le avrebbero mai acquistate a quei prezzi. E così ho visto un imbottigliamento Silver Seal andare in asta a 2000 euro, ma io non ho 300 clienti a cui vendere il contenuto della botte a quei prezzi, loro vogliono pagare 200-300 euro. Non possiamo essere noi a determinare a priori il prezzo che la Storia darà a un whisky…

Mortlach 25 yo (1989/2015, Silver Seal, 52,4%)

Da qualche mese abbiamo in cantina un sample di questo Mortlach 25 anni, selezionato e imbottigliato da Silver Seal nella serie “Whisky is Nature”: l’evocativa etichetta ci porta lontani da Dufftown e ci mette davanti una tigre, forse a ricordarci quanto splendido e quanto pericoloso possa essere il distillato di Mortlach… Si tratta di una botte ex-sherry del 1989, uccisa e messa in vetro lo scorso anno: il colore è dorato, a testimoniare (ipotizziamo) una botte a secondo riempimento.

m19491N: fin dall’inizio si svela compatto e bello ‘grosso’, con una nota alcolica di spessore. In questa compattezza, si rivelano bene però due strati: sopra tutto c’è una leggera patina polverosa, lievemente minerale (terra, un velo di cera di candela, e anche di legno umido) – che assieme ad una suggestione generale di carne di maiale stufata con le mele ci fa sentire tutta l’anima più rude di Mortlach (anche se, non fraintendete, non si arriva alle più grevi note meaty). Si diceva però delle mele, e infatti il secondo strato è un’esplosione di frutta gialla (mele, tarte tatin; tantissime albicocche), di liquore all’arancia, uva passa; poi un senso di pasticceria, una crema alcolica (al limite della Malaga). Comunque, tutto veramente intenso, schiaffato in faccia, severamente proibito ai diabetici.

P: bam! Il palato, in piena coerenza col naso, è un’esibizione muscolare di sapori compatti, pulsanti ed estremamente ricchi: c’è un’onda altissima di frutta gialla, ancora mele e albicocche in primo piano, anche in combinazione con una crema pasticciera qui letteralmente esplosiva – lasciando la bocca vellutata e sussultante. Di cornice, c’è un’arancia fantastica (sia arancia dolce che oli essenziali che scorza) che, con quella nota di scorza, idealmente ci conduce a una mineralità che ritorna proprio qui, con suggestioni terrose ed erbacee.

F: molto lungo, vira generosamente su una mineralità e qualche sentore di legno di botte che nel complesso ne arricchiscono le sfumature. Il tutto ancora immerso in agrumi dolci.

Un gran whisky, di quelli che Max Righi adora imbottigliare: nel bicchiere e nel cuore arriva esattamente ciò che ti aspetti da una selezione di Silver Seal, ed è il motivo per cui negli anni l’imbottigliatore si è saputo definire uno stile, molto coerente tra le pur varie selezioni. Questo Mortlach non è il classico sherry monster, è sorprendente per le sfumature che riesce a regalare: sfumature tutte amplificate, non si dimentichi. 91/100, eccellente.

Sottofondo musicale consigliato: Survivor – Eye of the tiger.

Springbank 22 yo (1993/2015, Sansibar, 51,8%)

Sansibar è un marchio tedesco che sta appiccicato sulle cose più varie: traendo origine da un ristorante storico a Sylt, sull’isola di Rantum, in Germania, si è espanso fino a coprire capi d’abbigliamento, vini… Insomma, è un piccolo colosso: per fortuna degli appassionati di whisky di tutto il mondo, è da un po’ che Sansibar ha deciso di lanciarsi anche nel mondo degli imbottigliatori indipendenti. Da qualche tempo Max Righi importa il marchio in Italia, e l’ha presentato all’ultimo Spirit of Scotland: chiacchierando con Jens Drewitz, abbiamo ricevuto il caloroso ed entusiastico consiglio di assaggiare il loro Springbank 22 anni… L’abbiamo fatto, e subito dopo non abbiamo potuto esimerci dal portarne a casa un campione: come vedete, non siamo riusciti ad aspettare a lungo per berlo…

Schermata 2016-03-10 alle 23.24.31N: il primo impatto è già devastante, ed è un profilo che trovi solo a Campbeltown. Spiccano fin da subito zaffate di aria di mare, che ti arriva dritta in faccia in un giorno d’inverno; poi punte minerali acute, di gesso, di torba viva, fradicia, mista a sassi, rocce calcaree bagnate da acqua sferzante; una lana bagnata impressionante, ed anche pastelli a cera. C’è anche un lato ‘anticato’, di vestiti inamidati, di fiori secchi (e zuccherini: erica e viole); ha anche una nota metallica che ricorda certi profumi, certi dopobarba di una volta… Tè al bergamotto. Intense, anche se in disparte, le suggestioni vagamente zuccherine (proprio lo zucchero bianco, liquido); pesche bianche. Fantastico…

P: …e fantastico resta anche al palato, mostrando grande coerenza: ci muoviamo in un contesto di assoluta eleganza, pur nella violenza inaudita, spigolosa ed austera, degli elementi: c’è il mare e c’è la terra, la torba, che si scontrano; e volendo, c’è anche il fuoco, che rimane solo perché è spento e lascia un filo di fumo (cenere)… Ma facciamo con calma: tornano le note floreali del naso, con una dolcezza zuccherina che abbinata all’acqua di mare ricorda ancora un vecchio profumo; poi la mineralità, torbosa, acre (ancora amido, ancora lana bagnata) e lievemente metallica. Un pit di pepe.

F: lascia le labbra salate, innanzitutto; di nuovo fiori secchi, poi cenere; terra. Superminerale: un profilo francamente unico.

L’abbiamo appena scritto: è un profilo davvero unico, vi sfidiamo a trovare un malto simile fuori da Campbeltown. È violento, è compatto, è contundente: e ciononostante riesce al contempo a cullare suadente con note floreali, paradossalmente delicate ed eleganti. Chissà se al largo dell’isola di Rantum ci sono delle sirene… Di certo, quelle che Ulisse si ostinava a voler sentire dovevano avere questo odore, questo sapore. 92/100. Grazie infinite a Max e a Jens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Jimmy Page & Robert Plant – The Battle of Evermore.

Glen Garioch 23 yo (1991/2015, Sansibar, 51,7%)

In tanti, durante il Milano Whisky Festival, ci hanno invitato ad assaggiare questo single cask che Max Righi aveva al suo banchetto; si tratta di un Glen Garioch in botte ex-sherry, selezionato e imbottigliato da Sansibar, marchio tedesco che negli anni si è guadagnato una certa reputazione e che finora era abbastanza difficile da trovare in Italia. Facciamo ora quel che al festival non abbiamo potuto fare: si dia inizio alle danze.

pid_59117_00001N: si sentono i 23 anni, nel senso che mettiamo il naso in un whisky complesso che rivela una lunga interazione con il legno. Ha proprio una bella evoluzione: all’inizio è un po’ chiuso, con note di cuoio, quasi di cerino, di polvere da sparo, mentre sotto si agita una dolcezza scura, tra lo sciroppo d’acero e i datteri e i fichi secchi. C’è anche l’acidità delle prugne secche, e pure un che di cioccolato con uvetta. Poi pian piano si apre, e viene fuori la crema di marroni; anche ciliegie sotto spirito. Chiude il tutto una leggera nota velata, minerale… E tabacco da pipa.

P: molto compatto e vellutato; dovendo dividere i sentori, iniziamo da arancia rossa (con quel lieve amaro…), frutti rossi (ciliegia); poi sciroppo d’acero, ma anche fette biscottate, di quelle ‘scure’, amare e tostate; datteri, ancora, e cioccolato fondente, tabacco e uvetta. Ma anche qui non si può tralasciare una nota lieve ma persistente di polvere da sparo, minerale e quasi fumosa… Torba e spezie del legno? Tanto toffee.

F: lungo e persistente, pur se composto; un fil di fumo, poi caramello, datteri e fichi, ancora tabacco.

Questo stile di whisky ci piace tantissimo, è sempre più raro e inusuale da incontrare; davvero elegante, raffinato, ma dotato di spigoli e screziature ‘sporche’ che gli donano una profondità notevole. Il naso è da Oscar, il palato è da… Leonardo Di Caprio, perché a nostro gusto si ferma un gradino sotto, quasi fosse un poco trattenuto (ma ne avevamo un sample piccolo, magari dipende da quello). 89/100 nel nostro quaderno, e ne consigliamo caldamente l’assaggio: whisky del genere, con uno sherry così profondo e sporcato dalla torba, sono sempre più rari.

Sottofondo musicale consigliato: Moderat – Bad Kingdom.