Bowmore 1999 (2011, Murray McDavid, 50%)

Lo scorso dicembre un fantasma si è aggirato per l’Italia del whisky: era una bottiglia dorata, scintillante, ripescata dall’oblio dai ragazzi del Milano Whisky Festival. Si tratta di un single cask ex-Chateau d’Yquem di Bowmore, selezionato da Jim McEwan (mica l’ultimo arrivato) ai tempi della collaborazione con Mark Reynier e Murray McDavid, e imbottigliato proprio da MMD per TF Costruzioni, azienda edile italiana guidata da un grande appassionato di whisky, Flavio Tognon. Noi l’abbiamo assaggiato durante l’Artigiano in Fiera e ne abbiamo portata a casa una bottiglia, vediamo se abbiamo fatto bene o se avevamo solo bevuto troppo.

N: molto vincente e convincente la parte fruttata, esplosiva e totalizzante. Frutta gialla matura, e una bella frutta tropicale, grassa, matura, ‘sudata’. Poca la torba, forse un po’ soffocata dalle note vinose, ma c’è sicuramente una deliziosa mineralità insistente. Un senso di acidità agrumata, e un coro unanime dice: “cedrata Tassoni”. Un punta speziata, tipo chiodo di garofano.

P: grasso e vinoso, lavorato. L’abbinamento spesso proposto dai sobri cugini d’oltralpe di foie gras e Sauternes si ripropone qui, trasfigurato nella contrapposizione tra torba e dolcezza vinosa. Deliriamo? Sì, indubbiamente; però è buono. Contro ogni attesa è molto Bowmore nonostante tutto, tra una grande frutta tropicale e punte di fiori freschi. Al palato la torba è più presente, accompagnata da una sapidità robusta. Pur se a 50 gradi, è veramente super-beverino.

F: leggera torba e spezie (ancora chiodo di garofano), con una leggera nota amaricante. Suadenti note di sauternes caduto in acqua salata. Crema di marroni.

Che bontà, davvero. Non è certo un Bowmore delicato, sussurrato, non è un quadro realizzato con pennellate leggere: dallo Chateau d’Yquem cadono pesanti spatolate di colore, ne vedi la piena sostanza materica appiccicata nel bicchiere – e ne godi come un matto. Un whisky grasso, pieno, succoso, fruttatissimo e molto dolce, appena venato da sale e mineralità, a inseguire vette di piacere: non un mostro di complessità, ma un mostro di goduria sì: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Claypool Lennon Delirium – Blood And Rockets: Movement I, Saga Of Jack Parsons.

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Botti da orbi – recensioni dal Milano Whisky Festival

L’ubiquo Marco Zucchetti trascorre queste giornate a Singapore: lo immaginiamo ben pasciuto, su un triclinio, circondato da giovani ancelle dagli occhi a mandorla, mentre tracanna Martini discettando degli argomenti più urbani. Mentre lui si trastulla in tal modo, noi pubblichiamo alcune sue recensioni, trascelte dal suo insindacabile giudizio, stese durante il Milano Whisky Festival 2018. Siamo dei privilegiati, non dimentichiamolo mai.

Ogni maledetta domenica in cui il Milano Whisky Festival finisce, puntuale come il diluvio nel giorno di ferie, cala sugli appassionati quel misto di appagamento e malinconia che fior fior di psicologi sono concordi nel definire «rodimento perché bisogna aspettare un anno prima di godersela di nuovo così». Per esorcizzarlo e iniziare il conto alla rovescia che ci separa dal prossimo, ognuno tira le sue conclusioni. Questo giro, ad esempio, nel generale cosmopolitismo fra belgi, tedeschi, francesi, cinesi e vietnamiti come mai prima, hanno spiccato gli italiani. Quindi, senza che a nessuno vengano in mente idee sovraniste che qui ci stanno come il ragù nel Glenlivet, ecco le bottiglie degli imbottigliatori indipendenti italiani che si sono distinte sul campo di battaglia. Pardon, di degustazione.

Bowmore 21 yo (Valinch & Mallet, 47,4%)
Immaginate la Nike di Samotracia, i veli lievissimi che la ricoprono. L’idea che uno scalpello abbia tratto dal marmo qualcosa di così leggiadro è più o meno altrettanto incredibile dell’effetto di questo whisky, sgorgato con cortesia da quello scoglio burbero che è Islay.
È una delle 24 bottiglie speciali che Fabio Ermoli e Davide Romano hanno dedicato al terzo anniversario della loro V&M, quindi ha i crismi sia della rarità sia della celebrazione. E l’eleganza è proprio quella di una serata di gala, con un naso delicato che gioca fra sorbetto di mela Granny e fiori bianchi, ardesia bagnata dal mare e suggestioni che un momento sembrano zucchero a velo e il momento dopo confetto. Per solutori più che abili: occorre tempo per entrarci. Il fumo c’è, profumato e in sbuffi soffusi, e insieme alla frutta gialla fa da partitura alla freschezza della musica. Che è melodia, mai fuga né sarabanda. La dolcezza prosegue, la frutta è sempre fresca (pesca bianca, uva). È vestita di verde menta e acqua di rose, questa 21enne composta e agreste, che più passa il tempo e più corre via fra prati e torbiere. Così, accanto ai toni erbacei (forse basilico, forse verbena?) che nel finale si fanno liquiriziosi, eccola mostrare la maturità: un legno dolce e solo vagamente pepato e una cerosità da candela spenta. La grazia non difetta, la piacevolezza neppure, il finale lungo e soddisfacente chiude il cerchio. La 21enne è da sposare, dunque? Beh, sicuramente da frequentare, indubbiamente da lunga relazione. Ma non è di quelle che ti travolgono per l’intensità di uno sguardo. E un po’ di grinta è bello trovarla anche nella più romantica delle figliuole.
87/100

Haddock 12 yo ‘Peated’ (2018, Wilson & Morgan, 56,8%)
Le vacanze in Scozia possono fare danni nella psiche di un uomo. Tipo lasciare impressi i nomi inglesi dei pesci che si trovano sui menu dei pub. Inevitabile dunque che appena uno intravvede il nome di questo whisky, magari non pensa all’eglefino – il suo nome italiano -, ma di sicuro si aspetta qualcosa di salmastro, torbato e ittico. Perfetto, sarebbe come aspettarsi una salsiccia che sa di kiwi. Perché in realtà di marittimo questo whisky dalla distilleria segreta ha solo l’ispirazione: ovvero quel Capitan Haddock che nel fumetto Tintin si trincava Loch Lomond (ehm…) come se fosse succo ACE. Il mistero si infittisce. L’oro antico del bicchiere dice che qui sherry ci cova. E l’ispettore naso conferma i sospetti: caramello bruciato, croccante, noci, prugna secca e mirtillo. Scuro, il capitano. E dannatamente, golosamente sporco. È carico come solo quei maestri di finish di W&M sanno fare. C’è del cioccolato, dell’arrosto, della salsa di soia con una nota acetica. La suggestione umami fa volare la fantasia ai funghi secchi. Eppure dietro la cucina c’è un bel pergolato di glicine e rose, con le note floreali che portano con sé del miele in un naso caleidoscopico. Tanti indizi, ma ancora l’identikit non si avvicina. Non resta che passare alla bocca, che ha il suo bel masticare questo saporitissimo malto. Lo sherry qui allappa e troneggia tronfio. È un gotico flamboyant, con gargoyles di cioccolato fondente amaro e caffè e guglie di caramello salato. Scenografico e oleoso, con una torba che spunta sottoforma di catrame, una liquirizia evidente e un lato balsamico (era l’unica cosa che mancava in questo trionfo di stimoli). Il finale lungo come certe spiagge del Waddenzee tira le fila, chiudendosi nel vinoso e nel cioccolatoso. Grande Giove, direbbe Doc di “Ritorno al Futuro”. Non per palati fragili né per i cultori dei sapori puri. È la pizza capricciosa del whisky, per ghiottoni puri. Eccessivo in tutto, eppure così appagante, come se forze centripete ciclopiche tirassero ognuna in una direzione opposta e in mezzo stessimo noi, bulimici del gusto che in questo trionfo anarchico ci sguazziamo, ma che ammettiamo di aver bisogno di un alimentarista.
88/100

Caol Ila 10 yo (2018, A&G Selection, 59,8%)
Esiste un libro per bambini dal titolo “Sembra questo, sembra quello”. I nongiovani degli anni Ottanta lo ricorderanno. Era un libretto per insegnare che l’apparenza inganna. Fra i vari disegni, c’erano il signor Ivo e il signor Tono. Il primo – occhio azzurro, baffo biondo e cravatta – dietro teneva un bastone tipo l’asso di briscola. Il secondo – che sembrava il brigante Giuliano ma vestito da ultrà del Milan – dietro teneva una rosa. Tutto sto preambolo perché questo Caol Ila è come il signor Tono, “che par cattivo invece è buono”. Sì, perché uno legge la gradazione, pensa a un malto di 10 anni di Islay e si immagina il bastone sui denti. E invece no, ecco arrivare un pasticcino. Perché la torba è civile come un cittadino svizzero e si mette diligente in coda. Precedenza a melone bianco, macaron alla banana e note erbacee (sedano!). È marino come la brezza, ma glassa e vaniglia riportano il naso nel campo della dolcezza. Dove anche il palato si trova a suo agio, perché dietro una cenere di falò ora più evidente si spalanca il malto. Biscotto, noce moscata, ancora vaniglia. Il cereale batte perfino i quasi 60 gradi, che sono integrati alla perfezione. C’è una sfericità completa in questo whisky, dove sale, pepe e fumo cesellano la superficie, ma non intaccano il nucleo, dove il malto – erbaceo e dolcissimo – sembra indifferente e superiore a tutto. Insomma, qui il signor Ivo la rosa in mano non ce l’ha, ma nemmeno il bastone. Piuttosto è come se dietro la schiena nascondesse una bacchetta magica, in grado di trasformare un whisky potenzialmente nerboruto in un bonbon ad alta intensità. Una carezza in un pugno.
87/100

“SCALA 40”
Diceva un signore con grossi baffi e un certo numero di problemi psichiatrici che un uomo è maturo quando ritrova la serietà che da bambino metteva nei giochi. Ecco, qui la serietà è a tempo e il tempo è scaduto. Dunque l’arrivederci al prossimo MWF lo diamo con un whisky che non esiste. O meglio, è esistito per poco, il tempo di svuotare il secchio e di dividerlo fra chi ci sfuma il rognone e chi – ogni riferimento a chi scrive è casuale – se lo è portato a casa per vivisezionarlo. Nel bicchiere infatti c’è un dram degli “svuotini” del tranquillo giovedì da beoni che alcuni fortunati giudici hanno passato prima del Festival, con l’intento di assegnare le medaglie. Quello che è accaduto durante quel conclave è più segreto del Fight Club e non uscirà da questa tastiera. Vi basti sapere che questo blended è un Frankenstein di 40 whisky e ringraziamo Iddio che dentro non ci siano finite fette di salame o mezze pinte di birra… Al naso è bello intenso, la torba è potente. La statistica dice che, su 40, 21 erano torbati, ma l’olfatto suggerirebbe molti di più. C’è parecchia arancia, albicocca secca e una sapidità costiera accentuata. Inevitabilmente è scentrato, fuori fuoco. Il mento dolce di miele, il sopracciglio di braci spente, il labbro carnoso dello sherry “meaty”, sopracciglia di frutta secca. È un Arcimboldo di whisky, non è che si riesca proprio a guardarlo in faccia. In bocca invece trova una sua inspiegabile quadratura del cerchio: l’attacco è di liquirizia pura, bel mix fra torba e sherry. C’è del sale, come di carne essiccata, e una dolcezza di marmellata alle arance e miele. Le spezie pizzicano in fondo, più pepe nero che zenzero, e il finale è caramello bruciato e parecchio salato.
Queste sono Botti da Orbi e quindi noi non vediamo abbastanza lontano per scorgere singole distillerie nella baraonda. Però una su tutte sembra aver dato un’impronta e questa è una distilleria isolana. Di più, non si può. What happened in giuria stays in giuria.
senza voto

Milano Whisky Festival 2018: i terzetti

Finalmente, l’evento più atteso dell’anno whiskofilo è arrivato: sabato e domenica ci sarà il Milano Whisky Festival, come sempre al Marriott, in via Washington a Milano. Per il sesto anno di fila noi parteciperemo attivamente, e non solo passivamente sventolando il bicchiere davanti al povero standista: saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di Cadenhead’s, Springbank, GlenDronach, Arran, Kilkerran, Tullibardine, Kilchoman, Bladnoch, Tomatin e Glenglassaugh, a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti davvero ghiotti… Insomma, ci sono tutte le premesse per divertirci, no? Vi aspettiamo!

Beathan 2009 (2018, Wilson & Morgan, 48%)

L’anno scorso il Beathan (Glenturret torbato, ma shh, non ditelo, è un segreto) del 2010 di Wilson & Morgan aveva fatto sfracelli al Milano Whisky Festival novembrino, portandosi a casa il premio di miglior whisky della fiera – sostenuto, a posteriori, anche da un prezzo ottimo che lo rendeva particolarmente invitante… Tant’è che il primo batch, unione di due barili ex-sherry, è stato letteralmente razziato e noi, che non abbiamo fatto a tempo a prenderne un sample, siamo rimasti a secco: per fortuna che l’amico Corrado si è portato a casa una bottiglia del secondo batch, stavolta del 2009, e ce ne ha messo generosamente a disposizione un generoso campione, che assaggiamo.

N: alcol assente, e quanta piacevolezza… La prima nota che ti colpisce immediatamente è di cibo salato: racchiudiamo i sentori in un’immagine: un cheeseburger gourmet con scamorza affumicata, salsa worchestershire, cipolle caramellate e una colata di grasso di maiale per insaporire. Patatine Virtual, per connaisseur esclusivi (paprika). Buccia di arancia rossa quasi marcia. Un’ottima torba di terra:

P: è un all-you-can-eat. “Patata bruciacchiata”, la prima suggestione carpita. Resta coerente, con una nota umami e di grasso animale. Cuoio. In generale ha una duplice esplosione, di torba terrestre (terra bruciata, non marina per intenderci) e di dolcezza da sherry molto appiccicoso (miele di castagna) e sciroppo d’acero.

F: un bel barbecue. Pepe nero, carne grigliata, dolcezza caramellosa.

Mamma mia, che piacevolezza, che intensità, che godibilità! Siamo nei territori dei “torbati di terra”, sporchi e fumosi e minerali e con grasse venature di cibo salato – rileggetevi il palato e capirete di che parliamo. Peccato non avere ancora un sample del 2010 per poterlo confrontare direttamente con questo: l’entusiasmo però rimane, e non si può dare meno di 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: impazzite tutti con il nuovo Hoth – Vengeance.

Diageo Special Release 2017 (MWF tasting – 15.5.18)

Ieri sera grazie a Diageo Italia e al Milano Whisky Festival c’è stata una delle degustazioni più attese dell’anno: cinque Special Release del 2017 sono state aperte per la gioia di una quarantina di appassionati e professionisti – nel pubblico c’erano tanti giocatori del whisky game italiano, ed è stato molto piacevole salutare tanti amici. Il parterre prevedeva il Collectivum XXVIII, il Blair Athol 23, il Lagavulin 12, il The Cally 40 (SR del 2015, da noi già recensito qui) e… il Brora 34! Ogni volta che ne assaggiamo uno, ci diciamo che probabilmente è l’ultimo Brora che berremo nella nostra vita… e dunque abbiamo deciso di rimandare l’esperienza: abbiamo fatto un sorso infinitesimale, ci siamo presi un sample e nei prossimi giorni ce lo beviamo con calma. Partiamo con le solite tre ‘sentenze’, mini-recensioni prese sul momento.

Collectivum XXVIII (2017, OB, 57,3%)
Un Blendend Malt senza età dichiarata, frutto dell’unione di tutte le distillerie di malto di Diageo: “Diageo in un bicchiere”, diceva il grande Franco Gasparri. Note di frutta gialla, morbido, mite; bel naso aperto nonostante l’alta gradazione, al palato un po’ troppo ‘frizzantino’ (pepe e zenzero), un po’ troppo presente l’alcol. Oleoso comunque; cremoso (zabaione). L’acqua giova ma non troppo, rendendo meno espressivo il naso e aprendo invece il palato. Una cassetta di mele gialle, vere protagoniste. 85/100

Blair Athol 23 yo (1993/2017, OB, 58,4%)
Solo maturazione in barili ex-sherry. Una bella mela rossa, qualcosa di floreale al naso (con acqua si fa più dolce, con note di torta di mele, di miele); al palato appare alcolico e un po’ debole rispetto alle attese, con sentori chiari di aceto di mela. Con acqua si fa decisamente più fruttato (ancora mela rossa), poi castagna e caramelle Rossana. Una venatura mentolata al palato. L’acqua è fondamentale. 86/100

Lagavulin 12 yo (2017, OB, 56,5%)
La sedicesima release del Lagavulin 12. Da subito, è lui: molto costiero e marino, poi frutta bianca; aria di mare, fumosissimo. Lagavulin sarebbe riconoscibile in mezzo a mille! Anche al palato c’è tanto sale, tanto mare, fumo, una dolcezza leggera (uva e zucchero a velo). Come sempre, Laga mantiene una solidità e una qualità da spavento. 90/100

Sottofondo musicale consigliato: Fantastic Negrito – Plastic Hamburgers, così, a caso.

Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

Brora 1982 (2002, Gordon&MacPhail for Collecting Whisky, 40%)

Ancora fino a qualche anno fa non era infrequente trovare a festival, degustazioni o nei salotti più intelligenti delle bottiglie aperte di Brora, distilleria chiusa oramai 35 anni fa. Mentre il mito di Port Ellen cresceva a dismisura, si vaticinava che presto Brora l’avrebbe seguita nel Pantheon dei malti in via d’estinzione. Bene, quel momento ormai è arrivato: al whisky festival romano di quest’anno è stata ecccezionalmente aperta l’ultima special release di Diageo (Pino ci assicura che era buona “ma non il migliore di sempre”, mannaggia a lui!) e la cosa ha fatto abbastanza scalpore perché almeno in Italia trovare un Brora aperto è divenuta una vera rarità, complici ovviamente quotazioni in moderata crescita alle aste. E tutto questo mentre, ironia della sorte, Diageo ha annunciato i piani per una prossima ventura riapertura della distilleria, che ancora conserva intatti i muri, gli alambicchi e la magica atmosfera. Nel nostro umile armadietto, ancora qualche sample è rimasto di questo nettare di Highlands e ci siamo detti: “e bevitelo un Brora ogni tanto!”, alla moda del Facebook più trito e ritrito. Per farla breve, trattasi di un single cask imbottigliato nel 2002 dai ragazzacci del Milano Whisky Festival sotto l’etichetta di Collecting Whisky, a sua volta sotto l’etichetta del mostro sacro Gordon & MacPhail. Un’ultima cosa: si diceva della penuria di Brora negli ultimi tempi, ma a sorpresa – numero incredibile! Clamoroso! Proprio lui! – saranno proprio gli organizzatori del Milano Whisky Festival ad aprire un Brora, il 15 maggio al Marriott di Milano, durante una degustazione delle special release di Diageo che si preannuncia quantomeno intensa. Costa 50 euro, un pensierino lo faremmo – o meglio l’abbiamo già fatto, e ci saremo.

brog!m1982v1N: oh bella, questo naso non ce lo aspettavamo. Ci folgora da subito un carattere spiccatamente erbaceo, che ci fa venire in mente la foglia di tè: diremmo proprio tè verde, principalmente, e un che di tè nero leggermente tostato, forse perfino con un filo lieve di fumo. In secondo piano, ecco una nota di mare, un po’ sporca, molto evidente (anima iodata, fune di barca); sul versante dei sentori più morbidi, si affaccia ‘solo’ un cereale molto caldo (proprio campo di grano al sole). Aggiungeremmo anche una suggestione di timo. Una purea di mela gialla, a tratti? Forse sì. La gradazione così bassa forse penalizza un po’ lo spettro aromatico?

P: dobbiamo con sgomento rilevare come abbia sicuramente perso un po’, forse la bottiglia da cui abbiamo pescato il sample era rimasta a lungo aperta, non sapremmo – di certo la sensazione è di un whisky un po’ scarico, purtroppo, un po’ sfarinato, di certo molto poco alcolico. Se rimangono vividi i sentori di tè verde e di una qualche marinità, per il resto registriamo solo una stranissima panna cotta e un sentore di caramella alla violetta, con una dolcezza un po’ fasulla.

F: perdura quel che c’era al palato, cioè panna cotta e tè verde. Non proprio il migliore dei mondi possibili.

Peccato, ma questo sample ha sicuramente perso. Inqualificabile, per una volta ci dobbiamo fermare al senza voto. Pubblichiamo ugualmente perché vogliamo menarcela e dirvi che sì, sarà pure stato rovinato ma ci siamo bevuti un Brora! A parte gli scherzi, dobbiamo dire che il naso rimane interessante, anche se non completamente broresco, mentre al palato una gradazione arrivata sicuramente – e abbondantemente – sotto i 40 gradi ha determinato un cambiamento radicale del profilo di questo whisky… Se volete un parere sicuramente più nitido, Serge ci viene eroicamente in soccorso assegnando un 83/100, che è poi più o meno il voto a cui avevamo pensato mettendolo sotto il naso.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio BattistiConfusione

Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

GlenDronach 8 yo ‘The Hielan’ (2017, OB, 46%)

Ormai da tempo la comunità whiskofila è tristemente orfana del GlenDronach 8 ‘Octarine’, uno dei migliori imbottigliamenti degli ultimi dieci anni per rapporto qualità/prezzo – all’epoca costava 35€, talora perfino meno. Dopo un paio di anni, quell’espressione è stata sostituita dal coetaneo ‘The Hielan’, anch’esso frutto di una miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry (voi sapete, combo inusuale per la distilleria che fa della sherry maturation uno dei proprio capisaldi) ma, dicunt, con quota ancor maggiore di ex-bourbon. Pressoché ignorato all’ultimo Milano Whisky Festival, assaggiamolo almeno noi.

N: effettivamente, appare da subito diverso rispetto al vecchio Octarine: non tanto perché si senta di più l’apporto del bourbon, quanto perché è inusualmente nudo: i sentori più evidenti sono infatti quelli della fermentazione, dei lieviti, di malto in macerazione, yogurt o latte rappreso, canditi, una lieve acidità agrumata (limone, scorzetta d’arancia). Purea di pere, mela verde, sentori erbacei (prato bagnato dopo la pioggia: sapete, siamo dei romantici). Solo con un po’ di tempo emergono note più rotonde, tra uvetta, un che di caramello, suggestioni di frutta secca (nocciola, mandorle pelate). Biscotti al burro. Giovane, nudo, e però per nulla esile come talora accade, bensì molto pieno. Un poco di zenzero, pure?

P: lo scenario è simile al naso, anche se in tutta onestà qui va facendosi un po’ più ‘scuro’. Confermiamo comunque come il corpo sia molto pieno, molto grasso, avvolgente ma beverino. Un tripudio cerealizio in prima battuta, con biscotti integrali di malto, corn flakes non zuccherati, ancora lieviti (aò, se capissimo qualcosa pure di birra lo diremmo meglio, ma: sa di birra cruda – ok, adesso biasimateci, maledetti integralisti); semini del limone. Lievemente più dolce di quanto il naso non dicesse, con un mero cenno di vaniglia, di latte condensato e di caramello e poi pera, nocciola, mandorla.

F: lungo e persistente, scisso tra il prolungarsi di una certa acidità e una dolcezza qui calda, con note di legna, di nocciola, di uvetta.

Un whisky didattico, e per questo prezioso: a Serge piace molto perché lo trova nudo, onesto e pieno, e queste sono tutte doti che non possiamo non riconoscergli – detto ciò, non ci sembra un whisky semplicissimo, né particolarmente accattivante per un profano data la sua integralistica nudità. Piuttosto, forse, un piacevole divertissement per whiskofili già un po’ esperti. Avvertiti i naviganti, a noi è piaciuto e assegneremo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edwinn Starr – War.

Macduff 20 yo (1997/2017, Valinch & Mallet, 51,3%)

Macduff è una distilleria poco quotata, il cui single malt è commercializzato con marchio Glen Deveron; come spesso accade con case produttrici poco note, le pagine meglio illuminate sono quelle scritte dagli imbottigliatori indipendenti – e a proposito di Macduff, ne abbiamo già avuto esperienza… Oggi assaggiamo uno degli ultimi imbottigliamenti di Valinch & Mallet, uno dei banchetti meritatamente più affollati durante il Milano Whisky Festival: bourbon hogshead, vent’anni di maturazione, pieno grado. Daje.

Schermata 2017-11-14 alle 11.18.08N: uno splendido impatto, di grande intensità: si qualifica da subito come una potenziale bomba fruttata. Gli ordigni, nella nostra mente contorta, sarebbero dei cestini di pastafrolla, crema e appunto frutta… C’è un’ottima cremosità, da vaniglia, da crema pasticciera, da budino alla vaniglia! Poi, proseguendo la suggestione del pasticcino, ci viene in mente il pezzetto di ananas coperto dalla gelatina zuccherata… Succo d’arancia zuccherata – e poi una venatura erbacea, sottilmente balsamica, quasi. Una nota di zabaione, anzi: proprio tuorlo d’uovo. Zenzero candito. Molto buono.

P: molto coerente, e meno male! Risaltano ancora leccornie cremose, fruttate e zuccherine. Epifania: gelato alla banana. Cronaca spicciola: vaniglia, pastafrolla, crema pasticciera, pasticcino alla frutta… La bomba potenziale non esplode del tutto, parte pittosto una sassaiola di banana, confettura d’albicocche, moltissima mela gialla, bella dolce…

F: lungo e perisitente, tutto composto tra il maltoso e il brioscioso. Ancora mela gialla.

Non grasso, non oleoso, magnificamente fruttato e ‘dolcino’, l’epitome del single cask in bourbon dal cuore delle Highlands con deliziose venature erbacee, senza picchi, senza deviazioni, senza squilibri – che qualità signori! Complimenti a Fabio e Davide: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anthony Joseph & The Spasm Band – She is the Sea.