Dufftown 11 yo ‘Diamond Cask Finish’ (2008/2019, A&G, 48%)

Dopo aver assaggiato il Dufftown di Valinch & Mallet finito per due anni in Faraon Oloroso, ci è tornata voglia di assaggiare un altro Dufftown, più o meno della stessa età, imbottigliato dal Milano Whisky Festival dopo un passaggio finale, guarda un po’, di circa due anni in un barile ex-Rum Diamond, già imbottigliato in occasione di un Rum Festival. Anche qui, se volete farvi raccontare la storia di questo imbottigliamento, vi rimandiamo al canale youtube dell’Online Whisky Show – l’idea era quella di dare “un po’ di cattiveria” a un giovane speysider. Ci piace assaggiarlo oggi per vedere quanto, a parità di distillato di partenza, una seconda maturazione possa incidere sul carattere – perché se c’è una cosa che ricordiamo nitidamente, è che non c’entra niente con il Dufftown in Oloroso…

N: molto aperto e molto piacevole; ha un naso molto ‘verde’, se vogliamo, profuma di erba fresca (sentore), di estate (suggestione); ha decise note floreali, purtroppo non siamo tanto ferrati in materia e non vi sappiamo dire il petalo su due piedi. Ha un lato agrumato molto piacevole: lime forse, sicuramente cedrata Tassoni. Pera acerba. Si direbbe che è un Dufftown finito in rum, alla cieca? No, non si direbbe.

P: esplosivo e inaspettato, qui più che al naso vien fuori l’apporto, anche speziato, della botte ex-Rum. La frutta si fa immediatamente più rummosa, con frutta ipermacerata, ananas soprattutto; ci sono spezie intense, anche queste più da rum, con anice, chiodi di garofano. Cioccolato bianco e – cogliamo la suggestione da un commento fatto durante la degustazione – platano.

F: prosegue il platano qui, frutta gialla (mele Pink Lady).

Incoerente, a suo modo, confermando quel “funky twist” che già prometteva la bellissima etichetta (se volete complimentarvi col grafico, fatelo pure scrivendo ai ragazzi del Milano Whisky Festival): è due whisky diversi, con un naso fresco e gentile, quasi inattaccato dal barile d’affinamento, e un palato esplosivo, mobile, quasi psichedelico. Due whisky diversi, ma entrambi molto piacevoli, entrambi da 85/100. Non ha nulla a che vedere con il Dufftown in Oloroso: dobbiamo dunque biasimare la distilleria per un distillato non abbastanza di carattere? E perché dovremmo?

Sottofondo musicale consigliato: Bob Marley – Natural Mystic.

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Glen Moray ‘Chardonnay Cask Finish’ (2019, OB, 40%)

Direttamente dall’ultima puntata dell’Online Whisky Show, in cui eravamo a spasso per lo Speyside con Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival, ecco un Glen Moray senza età dichiarata, invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in barili di Chardonnay. La ricetta, letta così, ci lascerebbe un po’ perplessi, se non fosse che quando siamo andati in distilleria nel maggio 2018 abbiamo assaggiato un single cask, proprio ex-Chardonnay, veramente piacevole e convincente. Questo imbottigliamento, parte della gamma base di Glen Moray, è ridotto a 40%.

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N: come spesso ci è capitato con i Glen Moray ridotti a 40%, l’alcol curiosamente tende a sparare un po’, e ci vuole del tempo prima di superare questa trincea. Quando si passa in territorio nemico, si apre pian piano una frutta gialla molto matura, tra pesca e mela gialla; ma anche qualcosa di più zuccherino, caramelle gelée alla frutta (agli agrumi, anzi), panini al latte, vaniglia. Qua e là fa capolino un’acidità, molto vinosa (dai, potevate sforzarvi un po’ di più); vinosità che certo contribuisce a caricare la potenza della frutta stessa.

P: a dominare la scena, in un palato complessivamente un po’ esile come struttura e un po’ troppo alcolico, è certamente la vinosità, ed è una vinosità piuttosto secca. Ci sono emersioni dolci, naturalmente, tutte di brioche burrosa appena sfornata e frutta gialla matura (ananas in scatola); pasta di mandorla anche. La seconda metà del palato invece tende a farsi un po’ amarognola e legnosetta: fava di cacao, frutta secca, legno fresco.

F: frutta secca, legno fresco ancora e burro; cocco essiccato. Tanta mandorla amara. Piuttosto lungo.

Non rende giustizia alla bontà del single cask bevuto nel café della distilleria, questo è poco ma è sicuro, ma non è neppure così disastroso come abbiamo sentito dire da alcuni. La presenza del vino è invadente, soprattutto nella prima parte del palato; ma in particolare il naso sembra davvero invitante, con legno e distillato bene integrati e una grande frutta esuberante. Nel complesso, un whisky non indimenticabile ma meritevole di un assaggio: 80/100.

Glenfarclas 18 yo (2019, OB, 43%)

In mezzo alle tante cose deprimenti di questo periodo di lockdown per fortuna ne abbiamo pescata una che ci sta dando tante soddisfazioni. Assieme ad Andrea e Giuseppe del Milano Whisky Festival ci siamo infatti inventati l’Online whisky show, una degustazione che supera le barriere fisiche, perché vi porta a casa i campioni da 3 cl di whisky, e che la sera della diretta sta dimostrando di essere capace di riunire idealmente appassionati di

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Aggrediremo ancora Glenfarclas il 19/05 nella serata “Sherry Casks”

whisky da tutta Italia in un grossa sala di Zoom (più di 80 persone per serata). Non ci fermeremo per tutto maggio e giugno, e ogni martedì sera ci sarà una degustazione tematica di cinque whisky tenuta da noi 4 (ah tra l’altro le dirette le trovate poi su facebook e su questo canale Youtube per chi volesse bere il proprio kit in un altro momento). Qui trovate il calendario delle serate, che saranno impreziosite di volta in volta dalla presenza di ospiti importanti, dall’Italia e dalla Scozia. Intanto nell’infausta data del 5 maggio ci siamo fatti un bel giretto per lo Speyside, assaggiando Glen Moray, Dufftown, Glenburgie, Cragellachie e appunto il Glenfarclas di oggi. Questo 18 anni, a ben vedere, è una rarità perché, pur nello sterminato core range della distilleria di Ballindalloch, un classico diciottenne non c’è mai stato. Ma l’arcano è presto svelato: trattasi di imbottigliamento destinato al travel retail, che però i nostri prodi A&G hanno portato in Italia e messo su whiskyshop.it.

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N: decisamente non è uno sherry monster, ma questo è lo stile dei Glenfarclas del core range (l’avevamo bevuto quasi tutto all’inizio dell’avventura di questo blog) e dunque ce lo aspettiamo. Abbiamo profonde note di uvetta, di frutta gialla essiccata (albicocca; anche mele cotte); cioccolato al latte e mandorle, ovomaltina. Panettone. Attraversa questi sentori una nota metallica, leggera, come di rame, o di ruggine, molto interessante.

P: anche qui abbastanza gentile, complessivamente giocato su una teoria di frutta gialla ancora (mele e pere di nuovo), vaniglia, un poco di uvetta. Sicuramente si sente ancora tanto il malto (ovomaltina a go go), la presenza di botti poco aggressive è evidente. Ha solo il difetto di ‘cadere’ un po’ troppo in fretta…

F: …per chiudersi su un finale anche abbastanza lungo, tutto tostato e su uvetta e cioccolato.

Sappiamo che in distilleria sono molto orgogliosi della consistency del loro distillato, basti pensae all’aneddoto dell’alambicco sostituito qualche anno fa, di cui fu riprodotto persino un bozzo accidentale per evitare qualsiasi cambio nello stile del new make. E poi non dimentichiamo che Glenfarclas è rimasta l’unica grande distilleria a distillare tramite fuoco diretto sia sui wash che per gli spirit still. Ha quindi perfettamente senso che anche in imbottigliamenti di età avanzata non vogliano vanificare tutto il lavoro sul distillato per coprirlo con botti molto attive, e sicuramente è anche il caso di questo 18 anni. Un Glenfarclas molto competitivo come prezzo (circa 60 euro!), ma che a nostro giudizio difetta un poco in personalità, con un senso diffuso di ‘travel retail’ posato stancamente sulle spalle: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Show Must Go On

Springbank 15 yo (1999/2014, The Golden Still, 46%)

I ragazzi del Milano Whisky Festival, lo sapete, si dilettano nell’arte dell’imbottigliamento; ormai sei anni fa, complice l’amicizia con Martin Armstrong di whiskybroker, Andrea e Giuseppe hanno acquistato una mezza botte di Springbank. O meglio: pensavano di averne acquistata una intera, e – visionari! – avevano deciso di imbottigliarne metà in piccole bottiglie da 20 cl, e l’altra metà invece in bocce normali, da 70 cl. Una volta riempita la prima metà nei vetri piccoli, Martin telefona ad Andrea e Giuseppe dicendogli “sorry guys, the other half was already sold”. E fu così che il Milano Whisky Festival, sotto il marchio Golden Still, imbottigliò oltre 300 bottigline di Springbank. Più della metà di queste bottigliette sono state acquistate e tracannate a Hong Kong, tra l’altro; le ultime rimaste in Italia sono state esaurite in occasione del secondo appuntamento dell’Online Whisky Show, le degustazioni sull’internet che stiamo facendo proprio insieme al Milano Whisky Festival.

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N: uno Springbank nudo, bello come piace a noi: molto affilato, con una parte costiera molto spiccata, con una bella sferzata di iodio. Lana bagnata, minerale; ma anche una puzzetta che ricorda i cani bagnati. Al contempo, la torba leggera non è poi così leggera, con grande personalità e note aggressive, di pezzi di torba. Un po’ di plastica, forse, anche; tela cerata, sa proprio di Barbour. Olio d’oliva. La dolcezza è molto astratta, tra zucchero bianco e il chicco di cereale. Un poco di vaniglia. Letta così, potrà sembrare una galleria degli orrori: e invece è un tripudio di goduriosità…

P: incredibilmente coerente, solo un poco più orientato verso quella parte dolce già vista al naso, con chicchi d’orzo, cereali, zucchero bianco e un cenno appena di vaniglia. È anche una dolcezza un po’ vegetale, da agave quasi – anche se ovviamente molto più raffinata. Poi ancora erba bruciata, una torba leggera ma sporca, ancora cera, tela cerata, un po’ di limonata fatta in casa e zuccherata. Un’ode al cereale, in tutte le sue accezioni: dalla dolcezza del chicco alla chimica della torbatura.

F: ancora vegetale, erbe aromatiche bruciacchiate; molto oleoso, lascia la bocca soddisfatta e pulita, pur lasciando un’infinita nota di chicco di cereale.

È un whisky affilato e nudo, ma si sente immediatamente che non è giovane: è come se il tempo avesse sviluppato profumi e sapori andando in profondità, senza mutare il profilo originale del distillato, grazie a un barile particolarmente rispettoso (e scarico). Ci sono gli aromi primari del distillato – di un distillato complesso e unico quale è quello di Springbank – ma sono arrotondati, evoluti e maturi. Semplicemente ottimo. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Battles – The Yabba.

Caol Ila 20 yo (1979/1999, Va.Ma. per Evicar, 46%)

Al Milano Whisky Festival del 2019 il banchetto di Martial Hernandez e del suo Winetip ha regalato emozioni a molti appassionati dei whisky di qualche decennio fa; tra le bottiglie presenti in mescita, Martial ci ha suggerito di provare un Caol Ila mai visto, un imbottigliamento privato per un’azienda, Evicar, fatto da Va.Ma., importatore di Bergamo con un ruolo importante nella diffusione dello scotch in Italia. La bottiglia era talmente “mai vista” che l’internet non ne serba memoria e l’unica foto che siamo riusciti a trovare era la nostra, fatta di fianco al sample per ricordarci cosa fosse. Vabbè. Questa bottiglia vale oggi come testimonianza di un passato aureo e assurdo, in cui a una qualsiasi azienda poteva venire in mente di alzare il telefono e chiedere “Ueeee, grande!, scusa non è che mi fai un barile di Caol Ila?” – e te lo facevano come niente, era una cosa normale. Whisky per le aziende, non gadget!

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N: molto erbaceo e molto oleoso, con note di olio di mandorle, mandorle verdi… Anche l’olio delle lampade, avete presente? Ha una patina di cera, oleosa, davvero pazzesca. Fumo quasi zero, c’è invece torba, c’è grasso di prosciutto (avete presente quel grasso morbido, aromatico…?). Note fruttate di clementini (non i mandarini, eh, più dolci), anche ananas – anzi, kiwi verde, molto insistente. Fiori bianchi: gelsomino o biancospino? In ogni caso, è un dram eccezionale, setoso e delicato.

P: mamma, che spettacolo straordinario. Incredibilmente fruttato e pieno, teso, non ha perso un grammo della sua potenza fruttata, mantiene tutta la vibrante acidità della frutta, che la rende viva nel bicchiere. Ancora kiwi, sicuramente, e carambola saporita; mandarino e soprattutto cedro, anche (olii essenziali di). Poi c’è un filino di legno molto elegante, integrato e delizioso; c’è anche un solo ricordo di fumo, mentre molto bene si sente una mineralità torbata che ci fa venire in mente una spiaggia di ciottoli – la cosa bella è che questa sensazione, intensa e deliziosa, arriva solo in un secondo momento, dopo l’esplosione fruttata.

F: lunghissimo, infinito, molto minerale e sapido, con un devastante fumo di candela spenta e un ritorno di quella frutta clamorosa del palato.

Sia levigato e setoso che ancora molto vivo e teso: la cosa impressionante, come spesso accade con whisky degli anni ’70, è la devastante freschezza della frutta, intensa ed esplosiva, succosissima. Vogliamo proprio spingerci a dire delle mostruosità? Ci ha fatto venire in mente un misto tra un vecchio Bowmore e un Old Clynelish. Vengano poi a dirci che Caol Ila è una brutta distilleria che fa whisky banale, se hanno il coraggio. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugenio Finardi – Quasar.

#iorestoacasa Whisky Tasting vol.1: Glencadam, Royal Brackla, Kilchoman

In preparazione alla seconda degustazione online che faremo in collaborazione col Milano Whisky Festival venerdì sera (per tutte le informazioni, tenete d’occhio la nostra pagina facebook e il sito whiskyshop.it), andiamo a ripercorrere i primi cinque assaggi, i primi cinque whisky bevuti in compagnia di una settantina di appassionati lo scorso giovedì 2 aprile. Il Kilkerran 12 anni e il Caol Ila 18 anni ‘Unpeated’ li avevamo già recensiti, e vi rimandiamo a quelle impressioni, che restano valide anche dopo l’ennesimo assaggio. Ecco gli altri tre, in rigoroso ordine d’assaggio.

whiskyshop-glencadam-14Glencadam 14 yo ‘Oloroso Finish’ (2013, OB, 46%)

N: la cosa che ci piace di più di Glencadam, lo diciamo spesso, è l’onestà. Nonostante il finish, per così dire, resta evidente il distillato, con le sue screziature lievemente minerali, e in generale il profilo resta molto fresco e agile. Profuma tanto di cereale e frutta, con pesca e albicocca in evidenza. C’è anche un poco di cioccolato al latte (ovetto kinder), a fare da alfiere di una dimensione dolce, vanigliata e da pasticcino.

P: resta molto delicato, seppur con zaffatine di sapore generose, ma rispetto al naso si ricorda un po’ di più di essere un finish in sherry Oloroso: compaiono infatti inedite note di mon cheri (cioccolato e ciliegia), di frutta rossa, non intensa e monolitica ma come diluita all’interno del profilo di cui sopra. Ancora una bella pesca succosa, venata di un cereale minerale.

F: lungo e burroso, con shortbread, burro caldo e succo di pesca.

86/100. Dai, bello. Onesto e piacevole, non sarà un golem di complessità (un golem di complessità? ma cos…?) ma di certo fa il suo mestiere: farsi bere senza pensieri.

whiskyshop-royal-brackla-aeg-11Royal Brackla 11 yo (2007/2018, A&G, 55,4%)

N: esordisce esibendo tutti i muscoli della sua gradazione alcolica, senza risparmiare neppure delle note leggermente acetiche e al limite del petrolifero. Abbiamo un distillato che si presenta molto nudo: ricorda quasi a tratti un gin, molto basato sulla dominante balsamica del ginepro e con una bella acidità da lievito. Molto citrico, tanto limone; una leggera mineralità; c’è anche un astratto senso lievemente metallico (rame). Solo un po’ a fatica esce una vaniglia molto basic, al massimo con un po’ di pastafrolla. L’acqua ammorbidisce l’impatto alcolico, ma resta un whisky nudissimo e trasparente; crescono note di vaniglia, pane e zucchero.

P: il primo impatto è decisamente migliore, molto più bilanciato rispetto al naso. Se resta un po’ imbizzarrito sul piano alcolico, c’è da dire che l’effetto è più di calore che non di pungenza. I sentori restano simili, ma è l’equilibrio generale a cambiare. La dolcezza si fa più evidente, con vaniglia e con della frutta gialla che finalmente qui fa capolino; certo, ancora agrumato (ma un agrume un po’ più dolce, non solo limone – che pure resta dominante) ma decisamente più gradevole. Pane, mollica di pane. L’acqua fa lo stesso effetto che al naso, ammorbidisce ma non sposta.

F:  piuttosto lungo e nudissimo, con mandorla, limone, pane bianco zuccherato.

Semplice e onesto, ancor più del precedente: il naso è limpido ma ostico, il palato è un manualetto di distillato scozzese. Non si cerchi qui ciò che non c’è, e si apprezzi la materia prima. 82/100.

kilchomanmwf2015-1Kilchoman 2009 (2015, OB for Milano Whisky Festival, 59,1%)

N: rispetto al Brackla, la gradazione si fa sentire un po’ di meno… Questo è un whisky che parla di distilleria: senti la materia prima, ti torna in mente il malting floor, il cereale impregnato, l’erba bruciata, il profumo del kiln mentre si sta torbando l’orzo… Molto seducente. Cedro (a testimoniare un agrume verde e dolce), un poco di lime magari, e tanta cenere. Da qui prende il via un lato balsamico delizioso, erbe aromatiche bruciacchiate, aghi di pino, perfino resina. Cenere tappeto costante. L’acqua apre molto, vien fuori una bella dolcezza inaspettata.

P: esplosivo. Se non amate i whisky torbati, state lontani da questo single cask: sembra un tizzone ardente fumante. Una generosa nota di inchiostro tende a rendere il contesto ancora più estremo: a dominare la scena, in tutto e per tutto, è una torba aggressiva, intensa, amaricante e fumosissima, secca, con tanta cenere. Un lieve sentore costiero e marino (kippers affumicati, conoscete?). La torba fa pochi prigionieri: resta in disparte una dolcezza zuccherina e vagamente vanigliata, un po’ di lime, ma al massimo emerge un formaggio affumicato (scamorza). Anche qui l’acqua sposta molto, amplifica la parte marina e salata e al contempo spalanca la porta a una dolcezza addirittura fruttata: mela gialla.

F. lungo e secco, fumo, cenere, torba. In purezza. Con acqua, diventa sapidissimo, con note di salamoia.

Per chi ama pucciare la lingua in un posacenere, per chi brucia le padelle per potersi godere gli effluvi della combustione: Kilchoman così ‘estremi’ ne abbiamo incrociati di rado. E però aggiungete un goccio d’acqua, è un whisky che nuota alla grande. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Beatles – Strawberry Fields Forever.

A Pittyvaich Night – 30.01.2020

La scorsa settimana una nutrita delegazione di whiskyfacile si è goduta una degustazione davvero speciale al Mulligan’s, organizzata da Diageo e dal Milano Whisky Festival, dedicata a una piccola gemma nascosta del panorama del Whisky Scozzese… Pittyvaich!, una delle distillerie dalla vita più breve che la storia conosca: aperta solo tra il 1974 e il 1993 a Dufftown, il cuore pulsante dello Speyside, Pittyvaich ha visto solo pochissimi imbottigliamenti sul mercato, tra cui spiccano ovviamente alcune Special Releases degli ultimi anni. Si poteva dunque mancare?

IMG_2126Pittyvaich 20 yo (1989/2009, OB, 57,5%)
N: subito elegante e con una dimensione erbacea deliziosa: fieno ed erbe aromatiche. Inizialmente timo, pian piano canfora. Il legno è quasi profumato, (legno di rosa?). L’alcol è molto ben integrato, splendida pulizia. C’è una nota di scorza d’arancia lasciata ad essiccare sulla stufa e una sensazione “arancione”: crostata di pesche. Rimanendo in pasticceria, anche torta paradiso. Con acqua aumenta sia la vaniglia sia la freschezza e finalmente eccola: la cera!
P: tagliente e citrico (limone). Anche piuttosto sapido. L’attacco è molto intenso, piacevolmente nervoso. Rimane la vaniglia, stavolta affiancata da menta piperita. Pungente e pepatino, pian piano si stempera in un legno leggermente amaro. Con acqua si scioglie un po’, si fa più morbido ma meno particolare.
F: nocciolino di limone, salatino e parecchio zenzero che prolunga il finale.

Pulitissimo, erbaceo e guizzante. Non è complesso, anzi a vedere i descrittori è piuttosto semplice, ma ha un carattere molto ben definito e una splendida intensità. 89/100

IMG_2125Pittyvaich 25 yo (1989/2015, OB, 49,9%)
N: più etereo rispetto al primo. Il primo naso è quasi vinilico, ma è un attimo. Poi si squaderna una serie di sentori dolci e fruttati, dalle mele cotte alla marmellata di arance. Qualcuno azzarda sia lo zampino di fantomatiche botti di sherry, ma essendo un refill bourbon hogshead, la notizia viene smentita. Di certo il malto (con delle mandorle) si sente. Con acqua cambia parecchio e spunta del lime, forse delle foglie di limone. Il bicchiere vuoto profuma di vaniglia.
P: qui il legno è più marcante, nonostante il corpo deliziosamente oleoso. Cacao amaro e chiodi di garofano, leggera astringenza. Pere cotte, succo di pesca a definire l’aspetto fruttato e dolce. Un che di crema pasticcera, ma di nuovo poi quel che resta è il malto, solido e rotondo.
F: leggermente amaro e secco, pepato e floreale (fiori di pesco). Con acqua un che di mandarino.

Quello che ci ha convinto meno della serata, perché il meno definito e definibile. Anche qui non c’è una infinita gamma di suggestioni, ma quel che c’è è piacevole. Ben fatto, ma il rischio è di confonderlo fra molti altri simili. 86/100 – ci conforta sapere che il giudizio coincide con quello formulato anni fa, bravi.

IMG_2124Pittyvaich 28 yo (1989/2018, OB, 52,9%)
N: fruttato! Mele Stark, melone e soprattutto pasticcino alla frutta. C’è anche ananas maturo e un tocco di eucalipto, a sottolineare quella freschezza che in varie forme tutti i whisky di stasera mostrano. Crema pasticcera, mandorle: una dolcezza quasi da bourbon? Col tempo si alza una sensazione di cassetti chiusi, segno del tempo. Con acqua ecco il limone (candito).
P: caldo e frizzantino, l’alcol si sente. I pasticcini del naso? Sono ancora qui, soprattutto quelli al mandarino e all’ananas. Voluttuosamente burroso e confortevole (note di burro di cacao). L’erbaceo qui è sotto traccia e balena soltanto in un secondo momento. Sedano? Tocco di cocco essiccato. Con acqua si sfarina, don’t do this at home!
F: noci brasiliane e agrumi.

Di tutti, è il più bourbonoso e fruttato, sembra un distillato di pasticceria. Il finale è un po’ semplice e – come già detto – pecca un po’ di crisi di identità, nel senso che in generale è ben equilibrato ma nulla spicca in maniera netta. 87/100.

IMG_2123Pittyvaich 29 yo (1989/2019, OB, 51,4%)
N: si cambia sport, e subito la sensazione è di un naso meno espressivo, più difficile e chiuso. Si apre con un che di sulfureo, un ricordo di zolfanello. Aria di cantina, profumo di foglie autunnali lasciate lì. Suggestioni scure, dal cioccolato al miele di castagno: è denso, lavorato, non c’è la freschezza della frutta fresca, al massimo pere disidratate o strudel (la cannella gioca una buona parte). Lo sherry qui non si nasconde, senza però esagerare.
P: la dolcezza e il lato deliziosamente sulfureo vanno a braccetto. Arancia quasi ammuffita e un senso di marsala, a sottolineare l’apporto dei barili ex PX. Rimane scuro e umido: carruba, foglie di té infuso, miele (di castagno, di tiglio, ad ogni modo un miele non dolcissimo). Caffelatte zuccherato e caramello, noci che testimoniano la sua età ormai veneranda.
F: liquirizia! Arancia dolce e sticky. Fa salivare.

Il più complicato dei quattro, unisce il tocco sulfureo dello sherry alla tavolozza dei colori. Il che dà un’extra profondità ma toglie un po’ la freschezza erbacea a cui ci eravamo abituati con gli altri tre whisky. Non è mai stucchevole, ma la dolcezza rimane onnipresente in ogni fase. 88/100.

Glen Cawdor 16 yo (1968/1984, Samaroli, 43%)

Il banchetto di Giorgio D’Ambrosio, al Milano Whisky Festival, è come lo specchio di Alice: uno è stanco del logorio della vita moderna, fa un salto da Giorgio ed entra nel Paese delle Meraviglie del passato. Dove fra uno Stregatto e un Cappellaio Matto spuntano cose come questa bottiglia, che per il 99% dei visitatori, Orbi compresi, è misteriosa come la scrittura dei Sumeri. Glen Cawdor fu una distilleria di Nairn, sulla costa a poche miglia di Inverness. Però fu demolita nel 1930, il che aumenta la suspence. In realtà Samaroli scelse questo nome per un single malt proveniente dall’altra sponda della Scozia. Chi dice Caol Ila, chi Springbank, di certo talora c’erano imbottigliati whisky dello Speyside… Insomma, nessuno (di noi, almeno) lo sa. Si sa che fu distillato nel 1968, invecchiato 16 anni e prodotto in 360 bottiglie. Stop.

glencawdorN: annusarlo è come ritrovarsi circondati da gente in cilindro e monocolo, ti fa sentire in un’altra epoca. La paraffina tutto ricopre in uno strato ceroso e aromatico. C’è del grasso, anche se mai sgradevole, e una nota come di ottone e metallo unto davvero singolare. Poi è come se si spalancasse un forziere e ne uscissero cascate di frutta gialla: banana, ananas maturo, mele e soprattutto limone candito. Un naso retrò.

P: il grado basso (e forse il tempo) lo rendono bevibilissimo, al limite dell’inoffensivo. Un broccato morbido di frutta tropicale, arazzi di crema e cioccolato bianco, tappeti di caffelatte zuccherato e noce moscata. Ancora ananas, in un palato voluttuoso che all’energia preferisce una somma, consapevole placidità.

F: finisce dopo poco, in una cremosità vanigliata dove compare un’eco di legno.

Ha l’opulenza pigra di certe stanze reali, in grado di cullarti tra stucchi e sofà. Peccato che il tempo e il basso grado lo rendano meno guizzante dal palato in poi. Curiosamente ha poco di costiero, sicuramente di isolano. A ben vedere, però, un quid degli Springbank d’antan, soprattutto nelle note grasse del naso, potrebbe esserci. Gloriose vestigia di un passato eroico, che siate custodite nell’Olimpo dei malti: 89/100

Sottonfondo musicale consigliato: Robin Trower – Bridge of Sighs.

Botti (di inizio anno) da Orbi – Oroscopo a grado pieno

Vade retro, uomini marketing di tutte le multinazionali del beverage, i pianeti vi mettono in guardia: potete convincere un uomo che un NAS a 200 euro è segno divinatorio di buona sorte, ma non potete truccare le stelle. E nemmeno Whisky Facile, che come l’anno scorso si carica sulle spalle l’onere di vaticinare ai suoi amati lettori il loro futuro alcolico. Se dunque volete sapere come gireranno i celesti barili delle vostre fortune e se il 2020 sarà per voi un anno da Brora o da Tamnavulin, siete nel posto giusto.
Segno per segno (che fa segno al quadrato), ecco a voi l’Oroscophisky, l’unico oroscopo a grado pieno del web, un vatting di astrologia, cialtronaggine ed elucubrazioni maltate che al confronto Branko e Paolo Fox sono più seri di Marie Curie.

jura-seven-wood-1372503-s350ARIETE
Segno di ovile che non sei altro, hai chiuso un anno che ti ha fatto imbestialire quanto trovare un sughero galleggiante in quell’Ardbeg Twenty Something che tenevi da parte come la falange di un santo medievale. Con ancora l’amaro in bocca, come disse quello che limonava solo bevitrici di Petrus, il rischio è ritirarsi nella solitudine. Tu, il tuo dram e un dito medio al mondo. Che può anche essere una buona idea, ma solo se il dram è buono. Dunque scegli bene con chi passare il tuo tempo eremitico, Ariete. E scegli bene a cosa accompagnare le tue seratone di meditazione. Il romanziere inglese George Orwell, non si sa se perché Ariete o perché un allegrone, decise di ritirarsi sull’isola di Jura dal ’46 al ’49. Il whisky deve avergli fatto così ribrezzo che piuttosto di scendere al pub per farsene uno, si chiuse nel suo cottage e scrisse “1984”. Dunque Ariete a te la scelta: o ti chiudi in casa con un misantropico Seven Wood e vinci il Nobel per la Letteratura, o ti chiudi in casa con un whisky decente, non vinci il Nobel, ma passi un 2020 rilassante. 60/100 o 85/100
Il tuo whisky dell’anno: Isle of Jura Seven Wood

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Quando si è sotto stress, o si dimagrisce o si ingrassa. Tu, amico bovino, hai passato un 2019 sul filo del rasoio e hai deciso di tenere un’alimentazione con un (fat) angel’s share tropicale: almeno il 15% di ciò che hai ingerito era colesterolo puro. Il 2020 è dunque tempo di mettere il Black Bull affamato che sei a stecchetto. Non guardarmi come se ti stessi dicendo che hai investito tutto in obbligazioni argentine, non ti sto dicendo di barattare tutta la tua collezione di Highland Park con casse di Crodino. Però occorre mettere qualche argine, a tavola come al bar. E magari anche al lavoro, così lo stress cala. D’altronde, prova a pensare: prendi un Octomore torbato a 200 ppm, invecchialo in botti sherry PX first fill per 20 anni in un magazzino alle isole Comore e poi finiscilo in barriques di grappa. Tanta roba, ma non è che sarà buono eh… Tornare alla sobrietà, Toro, è la tua missione. Pulizia, selezione e qualità. Se ci riesci, nessuno ti materà (e soprattutto non ti materanno le coronarie…).
83/100
Il tuo whisky dell’anno: Glencadam 13 yo

Floki_Single_Malt_Whisky___Sheep_Dung_Smoked_Reserve_Barrel_1_mlGEMELLI
Dlin dlon, sono Urano e sono nella tua seconda casa, pardon nel warehouse n. 2. E son venuto fin qua per dirti che il tuo anno pena farà. Pochi fronzoli, segno omozigote, non spacciamo Vat69 per Rosebank: le annate guaste ci sono per tutti e il tuo 2020 sarà un anno tipo il Floki Sheep Dung. Bisogna solo aspettare che passi. Tu armati di mallet, pianta bene il tappo nel barile dei tuoi affetti e rifugiati lì. Anche le special release di Port Ellen a volte sono meno fantastiche, ma nessuno mette in discussione il valore del malto. Quindi se anche ti capiterà qualche rovescio lavorativo, qualche scazzo familiare, qualche whisky festival in cui finirai sbronzo a mangiare wurstel e a dire barzellette sconce, tira dritto.
64/100
Il tuo whisky dell’anno: Floki Sheep Dung

nov19-diageo19taliskerCANCRO
Sì, però il Laga 12 anni del 2018 non era all’altezza. Ok, il Talisker 15 è buono ma è poco Talisker. Non capisco gli entusiasmi per l’Ardbeg 19… Sia detto con il massimo rispetto, amico Cancro, ma da Orione a Cassiopea le stelle ti sussurrano una cosa: hai frantumato le gonadi alla galassia con questo tuo ipercriticismo. Tutti vorremmo essere sempre divini, eleganti come un Dalwhinnie anche quando andiamo a buttare l’immondizia. Però così ti condanni a essere sempre insoddisfatto, a rincorrere la stella Vega della perfezione impossibile da raggiungere. Il 2020 sarà l’anno in cui provare ad accontentarsi. Il che non significa andare in giro a dire che il Tullibardine è il Macallan del Terzo Millennio, ma trovare le cose positive in tutto. Ok, non proprio in tutto, non ti si chiede di dire che il Milan gioca un calcio champagne e che il Langatun è ambrosia, ma se ti lamenti di nuovo per un Talisker poi gli astri si incazzano, eh…
89/100 reali, 82/100 percepiti
Il tuo whisky dell’anno: Talisker 15 yo Diageo Special Release 2019

springbank-16-year-old-local-barley-2016LEONE
Maschio alfa per definizione (o anche femmina alfa, eh, che l’oroscopo è come il whisky e gli angeli, non ha sesso), la tua criniera non è mai stata così sfavillante. Passi e tutti si girano estasiati, come quando arriva Nicola Riske di Macallan a una degustazione. Nel 2020, caro segno della savana, sarai di moda tipo il Kavalan qualche anno fa. Tutti ti vorranno, a qualsiasi costo, ti sorseggeranno, ti rincorreranno, salirai sul Frecciarossa e verrai sedotto da donne dalle giacche con le spalle larghe come Michele del Glen Grant. Starà a te non montarti la testa. Per dire, anche Ricucci stava con Anna Falchi e ha fatto la fine del Cardhu… Il compito a casa è dunque resistere alla tentazione di dare tutto per scontato e credersi irresistibili. Mantenere alta la qualità, come uno Springbank, davanti alle moltitudini inneggianti non è facile, ce la farai?
91/100
Il tuo whisky dell’anno: Springbank 16 yo Local Barley 

Compass_Box_The_Circle_mlVERGINE
Se parliamo di single malt, Vergine, nessuno ti può dare lezioni. Hai un tuo carattere forte (spesso insopportabile, eh), sei più introspettivo di un bicchiere di Caol Ila 30 alle tre di notte e la solitudine non ti spaventa, roba che potresti sentirti a tuo agio anche in quella metropoli che è Bowmore. Però, come insegna l’industria dello Scotch, con solo single malt si fallisce. E dunque questo sarà l’anno delle Vergini blended: sforzati di non vomitare appena il tuo collega insopportabile con la cravatta regimental su camicia a righe ti rivolge la parola, mescola qualche parte di grain alla tua purezza cristallina e un po’ altezzosa. Ritrova il piacere di stare con gli altri, come disse Moana Pozzi alla fine di una scena particolarmente affollata.
86/100
Il tuo whisky dell’anno: “The Circle” Compass box

brbon_los3BILANCIA
Saturno ha scambiato gli anelli con una collana d’oro, Marte si è vestito camouflage e Giove gira in auto per la Via Lattea col braccio fuori dal finestrino cantando trap. Bella Bilancia, sei troppo un segno top, zio! Sei un Abomination, che sotto la scorza tamarrissima (il Cielo ci perdoni per quel che stiamo per dire) non è affatto male. Però qui Bilancia non si parla di sostanza, la tua non si discute. Parliamo di forma, di packaging, di modo di porsi. La scelta è fra l’Highland Park style, tutto guerrieri vichinghi e bestie selvagge, e il Kilkerran style, sobrietà all’ennesima potenza. Quest’anno prova a metterli entrambi in equilibrio sui tuoi piatti, Bilancino: una sera tweed come Nadi Fiori e le etichette medievali di Chorlton, una sera tuta dell’Adidas e Ardbeg Drum col suo insensato carnevale di Rio in etichetta. Cambiare fa bene: d’altronde anche Glenfarclas ogni tanto usa botti di bourbon, eh.
80/100
Il tuo whisky dell’anno: Abomination “The layers of the saw”

kilchoman-str-cask-maturedSCORPIONE
Il tuo anno sarà enigmatico, come uno di quei campioni assaggiati alla cieca dove la figura di palta è dietro l’angolo, che sei sicuro di avere nel bicchiere un Ben Nevis indipendente over 25 e invece hai un whisky cecoslovacco. Dovrai guadagnarti tutto, lottare su ogni pallone, annusare ogni singolo barile. Finiti i tempi in cui entravi nei magazzini della vita e – pescando a caso – portavi a casa botti di Ardbeg del ’74. Oggi tocca sbattersi, e non stavolta non è neanche colpa dei cinesi che si comprano tutta la materia prima. Dovrai sfrondare ogni cosa dal suo finish “coprente”, andare al distillato delle persone. Il tuo amore cosa nasconde sotto la torba da Kilchoman STR? E le tue amicizie candide come un Glenfiddich saranno ancora salde senza quell’extra maturazione in Madeira? Esercita il dubbio, Scorpioncino, non fermarti alla prima sensazione. E neanche al primo whisky.
?6/100
Il tuo whisky dell’anno: Kilchoman STR

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Morbidezza 2.0 è il titolo del tuo anno, Sagittario. Sei rotondo come uno Yamazaki, e non stiamo parlando di forme abbondanti. Baciato dalle stelle (speriamo senza che Solange faccia da tramite), vivi in un Bengodi di pace e tranquillità tipo lo Speyside a giugno. Idilliaco e senza asperità, potresti far trovare un accordo anche fra Trump e l’Iran sul nucleare o fra Giannone e il Gerva del MWF sulla bontà del Merlot. Il rischio – in questi 12 mesi di lune buone – è abituarsi ai velluti. Illudersi che la vita sia un Glenmorangie, mentre quanti Ardmore graffianti e quanti Tobermory ruggenti sono dietro l’angolo. E bada bene che non è per niente un male! Morbidi, ma senza scordare gli spigoli, come un Che Guevara al contrario.
89/100
Il tuo whisky dell’anno: Dalmore King Alexander III

nikka-daysCAPRICORNO
Sappi che capiterà di doversi rialzare, Capricorno, in questo anno accidentato. Ricominciamo, canterebbe Adriano Pappalardo, e tu – con la giugulare vibrante – canterai nello stesso modo. Sei la Banff dei segni zodiacali, attrai sfighe come Islay turisti assetati. Epperò, più che la fine di Banff, se non ti lascerai abbattere potrai fare come Talisker, che dall’ultimo incendio nel 1960 risorse da vera Fenice. Devi solo trovare la pozione magica per assorbire le botte del destino: c’è chi usa il Peroncino ghiacciato dopo una sbronza, chi con un Johnnie Walker Blue Label archivia placido licenziamenti, tradimenti o cartelle esattoriali. Tu devi trovare la tua via alla rinascita costante e allo zen. Le sette stelle di Hokuto sono con te.
77/100
Il tuo whisky dell’anno: Nikka Days

dufftown-11-years-oldACQUARIO
Hai sotto mano un barile di Laphroaig e non te ne accorgi, perché sei troppo occupato a piangere nel tuo Acquario. Ora, a parte che rischi di avvelenare la flora ittica perché c’è ben poca acqua nelle tue lacrime alcoliche, questo deve farti riflettere. Le occasioni, come sanno tutti gli imbottigliatori indipendenti, vanno colte al volo. Se passi al Duty Free e spunta un Balvenie Tun 1509, vuoi lasciartelo scappare? Il fatto è che tu sei troppo chiuso, hai proprio i sigilli doganali come una spirit safe. E quando ci si guarda solo in casa si perde l’abitudine a cogliere le occasioni. Se Diageo ti invita alla presentazione delle Special Releases, mica rinunci perché non hai ancora cambiato l’armadio, no?
86/100
Il tuo whisky dell’anno: Dufftown 11 yo Milano Whisky Festival

Clynelish_GOT_mlPESCI
Se la lava fosse whisky, saresti l’Etna. Rutti torbato ed erutti iniziative, Pescetto. Ti tuffi nelle cose come Ermoli nello Tsipouro o il Gerva nella cachaça. Devi avere ristrutturato la tua linea di produzione di energie e ora hai almeno una trentina di alambicchi, altrimenti non si spiega da dove spunti tutta la tua foga. Nel lavoro sei in fase di rilancio spinto, consolidi l’esistente come Arran e inventi qualcosa di nuovo come Lagg. In amore idem, entusiasmo da volare via, ogni partner è un cacao meravigliao. Il rischio è esaurire le forze senza costrutto, finendo spiaggiati fra progetti iniziati e mai finiti. Ordunque, Pesce, concentrati su poche cose e incanala il collo di cigno delle tue energie su quelle. Sii Clynelish di te stesso.
88/100
Il tuo whisky dell’anno: Clynelish Select Reserve “Games of Thrones”

Botti da orbi: Milano Whisky Festival medley

[Marco Zucchetti, rapace come solo un reporter d’assalto sa essere, è stato al Milano Whisky Festival: è anche tornato per raccontarcelo, quindi siamogli tutti profondamente grati, per cortesia]

La sensazione, domenica sera scorsa, una volta che il triplice fischio aveva chiuso il weekend del Marriott, era quella che ogni tifoso ha provato almeno una volta nella vita, tornando a casa dallo stadio dopo una vittoria: la soddisfazione dell’esserci stati.
La 14esima edizione del Milano Whisky Festival è volata via così, una finale vinta da tutti che ha lasciato parecchi sorrisi sui volti e parecchie scorie sui fegati dei 5400 visitatori. Due sale, trenta masterclass e degustazioni, +10% di ingressi, un omaggio da brividi a Giorgio D’Ambrosio e soprattutto un entusiasmo generale che non si vedeva dalla prima puntata di Colpo Grosso. Ma i momenti sono come le Special Release Diageo: se non sei lesto a coglierli passano e ciao. Dunque qui non si farà un riassunto del festival, perché chi c’era sa, e chi non c’era paga pegno: rimorsi, amarezza e vodka & Red Bull per almeno dodici mesi per espiare la colpa.
Non si redigerà neppure un The Best of, perché si farebbe torto a tanti e poi parecchie chicche arriveranno in recensione nelle prossime settimane su queste Facili pagine…
Orbene, queste Botti da Orbi dunque cosa saranno? Cose a caso? Assaggi saggi? Whisky per fiaschi? Cicchetti Zucchetti? Tutto questo, ovvero un medley senza pretese tra meraviglie, curiosità, capolavori e delizie che in qualche modo hanno lasciato il segno e che ricorderemo. E che sarà difficile riassaggiare.

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PORT CHARLOTTE 15 yo (2019, Chorlton, 54,9%)
Compagno di avventure del già citato Ben Nevis 23 dello stesso imbottigliatore, questo single cask di Bruichladdich torbato è stato fra i più ricercati al Festival, complice un anonimo che lo suggeriva a chiunque con l’insistenza di un Testimone di Geova…
Il fatto è che torbati col turbo come questo ce ne sono pochi. Il naso è impressionante, parte con le aringhe affumicate, i “kippers” che in Scozia ti propinano pure a colazione. La marinità è acre, fra il diesel dei pescherecci e il creosoto, le alghe e il cuoio bagnato. Poi col tempo si fa più aromatico e bifronte: da un lato cioccolato extra fondente e liquirizia, dall’altro erbe fresche che prendono il sopravvento (timo, salvia e menta). C’è perfino della lavanda, come se qualcuno si fosse perso fra Provenza e Islay.
Al palato è una bella sventola di sensazioni estreme. La liquirizia pura ti colpisce, il catrame e il legno bruciato ti stendono, il cioccolato fondente e le caldarroste ti resuscitano. Sei in balia degli elementi, nell’ottovolante di dolcezza e oleosità (nocciole e noci brasiliane) che si alternano sotto questo piccante e acre fumo di torba bruciata.
L’accoppiata peperoncino/braci prosegue nel finale, con liquirizia salata e goduriose caldarroste di nuovo.
Possente e completo, non cede niente alla comfort. Però ti lascia felicemente senza fiato, con le farfalle nello stomaco come dopo una cotta. E ti senti leggero davanti a tanta forza della natura. 91/100

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TEELING SINGLE MALT 24 yo (1991/2016, OB, 46%)
Stava lì, discreto nella sua modestia, un po’ discosto dai suoi chiassosi e colorati simili. Una bottiglia quadrata, austera come un dignitario prussiano. Si dà però il caso che – in semi-incognito – in quella bottiglia ci fosse il “Best single malt of the world” ai World Whisky Awards 2019, il primo Irish a vincere il premio e forse il più nobile e venerabile Irish in commercio: un Teeling distillato nel 1991 e imbottigliato nel 2016, dopo 20 anni passati in bourbon cask e 4 in Sauternes.
Teeling è di norma di una gentilezza irresistibile e anche qui non si tradisce. Solo che l’età porta in prima linea gli aromi più oleosi, tra le noci pecan e un tocco di cerino. È l’anticamera di classe a un naso elegantemente fruttato e assai dolce (gioie e dolori del Sauternes…): albicocche, pesche e pere sciroppate. Compare perfino un lieve fumo, anche se di torba non pare essercene.
In bocca è inaspettatamente frizzante: ha la vivacità di una cedrata o di un vino moscato e giuriamo che ancora non abbiamo iniziato con le libagioni di Natale. C’è anche del mandarino fresco. L’impatto è leggero, il legno ha cesellato ma non stravolto il distillato, imprimendo al massimo un retrogusto di liquirizia e pepe bianco. Curioso un tocco quasi metallico, di rame.
Il finale è forse la cartina tornasole delle differenze fra Irish e Scotch, perché rimane medio, fruttato e giocato sulle erbe dolci, un poco inferiore al resto. È l’unico difetto, in fondo. Perché per il resto questo Teeling forse non sarà il migliore del mondo, ma di sicuro sfoggia grazia e piacevolezza. 87/100

tobermory

TOBERMORY 23 yo Tokaij finish (1996/2019, Wilson & Morgan, 58,7%)
Come l’anno scorso (e come l’anno prima), il banchetto di Wilson & Morgan al Festival somiglia alle bacheche dei reduci dello Sbarco in Normandia: file di medaglie di tutti i metalli. Scegliere cosa citare fra queste schiere di malti onusti di gloria è difficile come rispondere su due piedi a chi vi chiede qual è il vostro libro preferito. Pensarci non si può, si va di istinto. E di istinto gli Orbi scelgono questo Tobermory 23 anni a grado pieno, finish in botti di Tokaji, che già durante il blind taste che gli è valso l’oro aveva impressionato tutti.
Fin dal naso si intuisce che non è bevuta per dilettanti. Si apre vinoso e sporchetto (cerino spento e rame), con un accenno di muffa non sgradevole. Poi, sostenuto da un’alcolicità potente che col tempo si addomestica, parte la sarabanda: pasta di liquirizia e mou da una parte, more, fichi secchi e prugne disidratate dall’altra. In mezzo una sensazione di spezie in polvere (pepe nero, cumino dei prati) e un tocco di brodo di carne, specialità della casa.
Se possibile in bocca è ancora più intenso, una supernova. La vinosità si fa dolce e da dessert, tra uvette, torta al madeira e noci pecan. Rimane la sensazione di frutta concentrata, marmellata di mirtilli e arancia disidratata. Oleoso, complicato, sfarfallano suggestioni di cacao amaro, polvere da sparo e fiammifero. Perfino dei Toscani nell’humidor. In cauda genium: spunta perfino la violetta.
Finale coerente e dolce, tra toffee, albicocche secche e di nuovo fiammifero.
Dicevamo dei libri: i gialli volano via, ma quelli che ti restano nel cuore sono i classici che affrontano i meandri della nostra anima. Questo non è un classico – intensissimo, sporco, il Tokaji può dividere – ma riesce a parlare di tutto senza stonare mai. 89/100

glencadam 1982

GLENCADAM SINGLE CASK 33 YO (1982/2016, OB, 53%)
Arrivare a masterclass conclusa non è elegante. Soprattutto se il relatore ti accoglie con un “guardate che è finita eh!”. Ma la libera stampa ha la faccia tosta e il becco asciutto, quindi si installa lo stesso senza vergogna alcuna. Anche perché Iain Forteath, l’ambassador di Glencadam, è un uomo buono e condivide coi ritardatari due single cask: un vintage 1989 invecchiato 28 anni e questo 33enne classe 1982.
Ebbene, beve bene chi arriva ultimo. Complice il comune anno di nascita, subito scatta il feeling: al naso è stupefacente per la morbidezza tropicale e fruttata, tipica di certi lunghi invecchiamenti: guava, fragola, ananas maturo e banana. C’è una nota perfino acidina, rara in whisky over 30. Decisamente dolce, se uno chiude gli occhi si ritrova fra i morbidoni e i marshmallows delle bancarelle del luna park. Ma il tutto è ben bilanciato da un legno elegante (mobili smaltati) e da tocchi di noce.
Se i malti vecchietti sembrano dare tutto all’olfatto, qui il meglio arriva al palato, dove si fa polposo e succulento. Sfoggia una fine oleosità da frutta secca (mandorle) che si accompagna a un lato mentolato entusiasmante. Poi c’è la frutta, dalle prugne secche all’ananas ancora. Il legno si fa più presente, austero: chiodi di garofano e rovere, che prolungano un finale che nonostante la succosità allappa un po’.
Se Glencadam ha vinto due medaglie con il core range (oro al 17 anni in porto e argento al 21 anni), figuriamoci cosa potrebbe vincere con single cask come questo, in equilibrio fra frutta e barile come un’etoile del balletto sulle punte. 91/100

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MORTLACH 22 yo “GIORGIO D’AMBROSIO” (1997/2019, Silver Seal & S.P. Murat, 56,9%)
Se non si corresse il rischio di passare per blasfemi, si potrebbe dire che il sangue di Giorgio D’Ambsosio si fece whisky. La transustanziazione ha avuto luogo sabato sera, al termine della masterclass con gli imbottigliamenti Whisky for you, quando Simon Paul Murat – come una Raffaella Carrà meno snodata col tuca-tuca – piazza la carrambata. Ovvero un imbottigliamento celebrativo dedicato al padre adottivo di tutti gli appassionati milanesi di single malt: 141 bottiglie da un barile di Mortlach 22 anni selezionato in collaborazione con Max Righi. Sull’etichetta, un disegno di Giorgio che non gli rende del tutto giustizia: dal vivo è più bello e soprattutto nel disegno sembra che abbia il rossetto! Ma in fondo mica siamo critici d’arte, si lasci parlare il whisky!
Beh, qui si sta in religioso silenzio, perché fin da subito si capisce che siamo all’altezza del mito. Colpisce l’assenza dell’alcol e il primo naso di té infuso e carcadè, con un vortice aromatico di fragole mature e fiori di ibisco. Ma sotto sotto ecco l’anima Mortlach, di sherry monumentale dai toni scuri: cioccolato, poltrone in pelle, tabacco e perfino una nota di funghi shitake. Sembra di sentire Giorgio dire: “Ué, fa no el fenomeno!”. Ha ragione, quindi rientriamo nei ranghi e limitiamoci a dire che l’olfatto è maestoso, vinoso, per nulla dolce: cassetti chiusi, bitter all’arancia rossa e un che di Armagnac.
In bocca debutta tannico e astringente, bordate di liquirizia pura e cioccolato extra fondente. Il legno umido si fa più marcante e la vinosità prende il versante liquoroso. Prugne secche, di nuovo arancia rossa, marmellata di fragole bruciata e quella inconfondibile sfumatura carnosa, come di sugo d’arrosto.
Il finale è memorabile, tra legno, dolcezza liquorosa e marmellata di frutti rossi.
Dice Simon che il difficile non è ammirare Giorgio, ma trovare un whisky alla sua altezza. Missione compiuta, per un Mortlach come Madonnina comanda, dal naso e dal finale sontuosi. Un palato un filo astringente non gli impedisce di venire proiettato nell’Olimpo dei grandi, insieme a Rivera, Baresi e Maldini. 92/100

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BENRINNES 23 yo (1995/2019, Càrn Mòr, 48,8%)
Nel banchetto della mia fantasia, c’è un fottìo di whisketti, inventati da me… Prendendo in prestito il “Vitello dai piedi di balsa” di Elio, introduciamo un curioso esemplare di single malt color chinotto spuntato dal mondo di fiabe di Fabio Ermoli. Che come se fosse il terzo fratello Grimm sforna bottiglie da favola a destra e a manca. E dunque c’era una volta un Benrinnes 23 anni Càrn Mòr: si addormentò nel 1995, passò 23 anni in un hogshead di sherry, poi Ermoli coi suoi baffi lo svegliò. Fu vestito a festa e imbottigliato, poi arrivarono gli orchi del festival e il whisky finì. Ma per fortuna un gigante buono ne salvò un sample…
Foglie di té a iosa, a bizzeffe, a cascate. Le note di foglie umide (tabacco, anche) sono regine, e si portano appresso una corte di suggestioni simili, dal sandalo alla resina. Piuttosto unico, davvero. Se con un ideale rastrello si spazza via questo strato, sotto si trova della frutta essiccata: ciliegie e prugne, ma anche bucce di bergamotto. L’alcol non è pervenuto, mentre si fa strada un’aria floreale di magnolia. Col tempo cresce in maniera esponenziale l’albicocca secca. E finalmente spunta il legno, forse sottoforma di lucido da scarpe. Olfatto che meriterebbe ore di studio.
L’attacco al palato è succoso e sorprendente. Un colore così carico suggerirebbe un influsso mostruoso del legno. Invece non è né astringente, né tannico. L’albicocca è ancora sugli scudi, col suo tocco acidulo. Aumenta la dimensione dolce, resa da caramello, uvetta e marmellata di fragola. Lo sherry è vinoso e anche qui l’acidità non manca, come un vino di lamponi. Il rovere non sgomita, ma nel retrogusto torna il té, stavolta alla pesca. L’alcol è totalmente assente, il che è un bene. Ma forse un apostrofo di intensità in più avrebbe giovato.
Il finale è medio-lungo e coerente: té, pesca al forno, fragola e cioccolato fondente-ma-non-troppo.
Unisce una bevibilità impensabile a una complessità non comune, tutta giocata fra suggestioni di foglie di té e frutta gialla. Uno sherried malt che non stanca per nulla. E vissero tutti felici e contenti. 90/100

snSIERRA NORTE Mais morado (2019, NAS, OB, 45%)
Il primo whiskey messicano non si scorda mai. Viene da Oaxaca, terra di mezcal e divinità zapoteche che quando si infuriano di solito mandano serpenti mostruosi e schiere di spiriti agguerriti. Ragion per cui ci si accosta a questi imbottigliamenti con un misto di deferenza e curiosità esotica. L’idea è distillare separatamente i diversi tipi di mais atavico di queste montagne: noi si assaggia la versione dove l’85% del mash è a base mais viola (ci sono anche a base mais giallo, nero e bianco).
L’impatto al naso è un po’ spiazzante. Il mais c’è, le note di cereale dolce tipiche dei bourbon sono riconoscibili. Però sono come in chiaroscuro, ombreggiate da qualcosa di più sporco, tra la cantina e la iuta, le spezie e un che di legumi secchi. Non sgradevole, solo piuttosto imperscrutabile. In bocca però qualcosa va storto: l’alcol si avverte in maniera importante e la morbidezza che ci si aspetterebbe viene schiacciata dall’esuberanza del distillato giovane. Il “palato burroso e morbido” delle note ufficiali è un tantino ottimistico. C’è della banana, dell’angostura, vampate di vaniglia e zucchero caramellato. Il finale è sì medio-lungo, ma tutto incentrato sulla piccantezza alcolica.
Un whiskey dove il cereale imprime un carattere forte, peculiare, che lo differenzia dai bourbon. Coraggio da premiare, peccato che non abbia un’età (e una finezza) sufficiente per esprimere le potenzialità. Al contrario, in miscelazione la sensazione è che possa dare di più, consentendo un twist unico ai classici. Valeva la pena sperimentarlo, ma gli Orbi lo cedono volentieri ai baristi. Suerte! 74/100