#iorestoacasa Whisky Tasting vol.1: Glencadam, Royal Brackla, Kilchoman

In preparazione alla seconda degustazione online che faremo in collaborazione col Milano Whisky Festival venerdì sera (per tutte le informazioni, tenete d’occhio la nostra pagina facebook e il sito whiskyshop.it), andiamo a ripercorrere i primi cinque assaggi, i primi cinque whisky bevuti in compagnia di una settantina di appassionati lo scorso giovedì 2 aprile. Il Kilkerran 12 anni e il Caol Ila 18 anni ‘Unpeated’ li avevamo già recensiti, e vi rimandiamo a quelle impressioni, che restano valide anche dopo l’ennesimo assaggio. Ecco gli altri tre, in rigoroso ordine d’assaggio.

whiskyshop-glencadam-14Glencadam 14 yo ‘Oloroso Finish’ (2013, OB, 46%)

N: la cosa che ci piace di più di Glencadam, lo diciamo spesso, è l’onestà. Nonostante il finish, per così dire, resta evidente il distillato, con le sue screziature lievemente minerali, e in generale il profilo resta molto fresco e agile. Profuma tanto di cereale e frutta, con pesca e albicocca in evidenza. C’è anche un poco di cioccolato al latte (ovetto kinder), a fare da alfiere di una dimensione dolce, vanigliata e da pasticcino.

P: resta molto delicato, seppur con zaffatine di sapore generose, ma rispetto al naso si ricorda un po’ di più di essere un finish in sherry Oloroso: compaiono infatti inedite note di mon cheri (cioccolato e ciliegia), di frutta rossa, non intensa e monolitica ma come diluita all’interno del profilo di cui sopra. Ancora una bella pesca succosa, venata di un cereale minerale.

F: lungo e burroso, con shortbread, burro caldo e succo di pesca.

86/100. Dai, bello. Onesto e piacevole, non sarà un golem di complessità (un golem di complessità? ma cos…?) ma di certo fa il suo mestiere: farsi bere senza pensieri.

whiskyshop-royal-brackla-aeg-11Royal Brackla 11 yo (2007/2018, A&G, 55,4%)

N: esordisce esibendo tutti i muscoli della sua gradazione alcolica, senza risparmiare neppure delle note leggermente acetiche e al limite del petrolifero. Abbiamo un distillato che si presenta molto nudo: ricorda quasi a tratti un gin, molto basato sulla dominante balsamica del ginepro e con una bella acidità da lievito. Molto citrico, tanto limone; una leggera mineralità; c’è anche un astratto senso lievemente metallico (rame). Solo un po’ a fatica esce una vaniglia molto basic, al massimo con un po’ di pastafrolla. L’acqua ammorbidisce l’impatto alcolico, ma resta un whisky nudissimo e trasparente; crescono note di vaniglia, pane e zucchero.

P: il primo impatto è decisamente migliore, molto più bilanciato rispetto al naso. Se resta un po’ imbizzarrito sul piano alcolico, c’è da dire che l’effetto è più di calore che non di pungenza. I sentori restano simili, ma è l’equilibrio generale a cambiare. La dolcezza si fa più evidente, con vaniglia e con della frutta gialla che finalmente qui fa capolino; certo, ancora agrumato (ma un agrume un po’ più dolce, non solo limone – che pure resta dominante) ma decisamente più gradevole. Pane, mollica di pane. L’acqua fa lo stesso effetto che al naso, ammorbidisce ma non sposta.

F:  piuttosto lungo e nudissimo, con mandorla, limone, pane bianco zuccherato.

Semplice e onesto, ancor più del precedente: il naso è limpido ma ostico, il palato è un manualetto di distillato scozzese. Non si cerchi qui ciò che non c’è, e si apprezzi la materia prima. 82/100.

kilchomanmwf2015-1Kilchoman 2009 (2015, OB for Milano Whisky Festival, 59,1%)

N: rispetto al Brackla, la gradazione si fa sentire un po’ di meno… Questo è un whisky che parla di distilleria: senti la materia prima, ti torna in mente il malting floor, il cereale impregnato, l’erba bruciata, il profumo del kiln mentre si sta torbando l’orzo… Molto seducente. Cedro (a testimoniare un agrume verde e dolce), un poco di lime magari, e tanta cenere. Da qui prende il via un lato balsamico delizioso, erbe aromatiche bruciacchiate, aghi di pino, perfino resina. Cenere tappeto costante. L’acqua apre molto, vien fuori una bella dolcezza inaspettata.

P: esplosivo. Se non amate i whisky torbati, state lontani da questo single cask: sembra un tizzone ardente fumante. Una generosa nota di inchiostro tende a rendere il contesto ancora più estremo: a dominare la scena, in tutto e per tutto, è una torba aggressiva, intensa, amaricante e fumosissima, secca, con tanta cenere. Un lieve sentore costiero e marino (kippers affumicati, conoscete?). La torba fa pochi prigionieri: resta in disparte una dolcezza zuccherina e vagamente vanigliata, un po’ di lime, ma al massimo emerge un formaggio affumicato (scamorza). Anche qui l’acqua sposta molto, amplifica la parte marina e salata e al contempo spalanca la porta a una dolcezza addirittura fruttata: mela gialla.

F. lungo e secco, fumo, cenere, torba. In purezza. Con acqua, diventa sapidissimo, con note di salamoia.

Per chi ama pucciare la lingua in un posacenere, per chi brucia le padelle per potersi godere gli effluvi della combustione: Kilchoman così ‘estremi’ ne abbiamo incrociati di rado. E però aggiungete un goccio d’acqua, è un whisky che nuota alla grande. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Beatles – Strawberry Fields Forever.

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Dream Whisky #1 (Ardmore 10 yo, 49,3%) e #2 (Caol Ila 7 yo, 55,5%)

Non siamo ancora ai livelli dei sushi bar, che se a Milano ti distrai un attimo un giorno vai in edicola a comprare il giornale e la mattina dopo ci torni e ti vendono un nighiri, ma il panorama whiskofilo italiano si sta facendo assai movimentato. Tra le varie iniziative, abbiamo già parlato (qui la nostra intervista) di Dream Whisky, il bel progetto di Marco Maltagliati e Federico Mazzieri. I quali, dopo un annetto di degustazioni, hanno finalmente coronato il sogno di iniziare una loro linea di imbottigliamenti con due “petardoni”, per usare un termine tecnico. Due single cask dall’etichetta volutamente evocativa e criptica: Dream #1 e Dream #2, tipo Genitore1 e Genitore2.

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Dream #1 Ardmore 10 yo

Noi che abbiamo una passione sconfinata per l’enigmistica non vediamo l’ora di risolvere i puzzle. Dream #1 in etichetta ha la testa di un cerbiatto, alcuni fiori, una spira di fumo e alcune foglie a testimoniare la natura agreste degli aromi. E anche se messa così sembrerebbe distillato di erba medica e filetto di cervo, si tratta di un Ardmore invecchiato in un ex Bourbon cask che aveva precedentemente contenuto Laphroaig. La gradazione è di 49.3%.

Dream #1 – Ardmore 10 yo (2019, Dream Whisky, 49,3%)

N: aperto e variegato, ci colpiscono subito note molto floreali, diciamo di fiori secchi: camomilla essiccata diremmo, ma forse è la suggestione dell’etichetta… Curcuma e qualcosa che ricorda un curry leggero, poi note lievemente mentolate. C’è un accenno di frutta bianca molto astratta (lychees, o forse uva); ci viene in mente anche “banana e aghi di pino”, provate ad assaggiare a vostro rischio e pericolo. La parte torbata è piuttosto smoggosa e sporca, anche se è anch’essa leggera: un mix di chimico e mentolato che ricorda il Vicks Sinex da spruzzare. Cereale verde e umido.

P: qui l’alcol è un po’ imbizzarrito, e se ne sente il sapore in modo abbastanza scoperto; il complesso risulta meno armonioso e più semplice rispetto al naso. La prima nota è proprio quella del cereale raccolto dal pavimento di maltazione, ed è una nota deliziosa. Ci sono sentori di legno carbonizzato, di cenere. Resta molto più aggressivo di quanto non promettesse, e nel complesso tende un po’ troppo al secco, a nostro gusto. Proviamo ad aggiungere acqua, e abbiamo fortuna: l’alcol tende a spostarsi e resta un grande senso di cereale affumicato, con appena qualche accenno di frutta (pera lieve). Zucchero bianco.

F: abbiamo già citato il cereale affumicato? Anche pepe nero.

Naso da 85, palato da 79, nel complesso facciamo la media e arrotondiamo per eccesso: 83/100. Colpisce perché ci aspettavamo un prodotto (pardon, un’emozione!) molto più ruffiano, molto più piacione. E invece è un whisky da nerd, un whisky “difficile” e didattico che sa di materia prima: non è decisamente una scelta scontata, e ci piace.

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Dream #2 Caol Ila 7 yo

Il secondogenito da sogno – come direbbe Briatore – è stato invece ribattezzato “W la foca”: Dream #2 porta in etichetta un’onda, un’otaria, dei lamponi, due rose e l’immancabile voluta di fumo. Ohibò, non avete colto? Ma è Caol Ila, ça va sans dire. Meno facile indovinare il finish: il colore è un curioso rosa che potrebbe indicare Porto o vino rosso. E infatti è Madeira: un anno di finish dopo i precedenti sei passati in botti ex Bourbon. Il grado è importante: 55,5%. Ora però è tempo di assaggiare.

Dream #2 – Caol Ila 7 yo (2019, Dream Whisky, 55,5%)

N: nonostante la gradazione, è molto aperto ed espressivo, non c’è bisogno di diluizione. Ci accoglie una torba piuttosto sporca e grassa, nonché marina: salamoia di olive nere, iodio, nafta alla fragola, che se esistesse sarebbe la gioia di ogni motore diesel. Il che introduce la seconda anima vinosa data dal barile, incentrata su sentori di sottobosco: fragole/lamponi e un profumato tappeto di foglie umide autunnali. La grassezza dello spirito spunta anche in una nota di würstel quasi caramellato, a sottolineare una dolcezza che tutto avvolge, tanto da sorpassare anche una lieve nota di muffa. Ma non pensatelo stucchevole, perché rimane sempre piuttosto fresco. Nel complesso naso intrigante e che non passa inosservato.

P: la dolcezza prima di tutto. Che si sostanzia in due diverse facce della medaglia: da una parte di nuovo una zuccherinità imprecisata di gelee ai frutti rossi; dall’altra di nuovo würstel con senape al miele. E nonostante questi descrittori allucinogeni, giuriamo di non aver assunto LSD durante questa degustazione. La marinità cambia maschera, rimane salato e acquista quella nota di inchiostro caratteristica di certi Caol Ila. Spunta una torbatura assai intensa e acre di legna bruciata.

F: prosegue la combustione: catrame e di nuovo tizzoni. L’inchiostro prolunga il tutto ma non cancella la vinosità da frutto rosso. Sensazione fresca tra anice e menta.

Questo whisky ci dà da pensare. Innanzitutto notiamo come l’età media dei whisky di Islay indipendenti stia scendendo e – a dirla tutta – questo non pare essere un male. Secondariamente, mettere un Caol Ila in una botte di Madeira come questa è come lanciare una monetina. Ma la fortuna, si sa, aiuta gli audaci e i ragazzi di Dream sono dei cuori impavidi. Nel complesso è un whisky curioso, un Caol Ila stranamente aggressivo nella torba e nella sua anima marina che trova una degna spalla in un barile bizzarro. Il Foca Juniors ha vinto la sua partita: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Coral – Dreamin’ of you

 

Milano Whisky Festival 2019: i terzetti!

bd483f9d-408a-4ff9-8802-a2da84f1c485Siamo gente abitudinaria, questo ormai l’avrete capito… E dunque, quando si avvicina il Milano Whisky Festival noi abbiamo solo una cosa in mente: preparare i terzetti! Per il settimo anno di saremo infatti al banchetto di Beija-Flor, importatore di molti marchi di whisky, tra distillerie e prodotti ufficiali e imbottigliatori indipendenti: e saremo lì non a bere (o non solo, diciamo), ma soprattutto a diffondere la nostra malintesa sapienza e la nostra contagiosa passione a quanti avranno voglia di bersi un dram con noi. Da Springbank a Cadenhead’s, da Bimber a Kilchoman, da Arran a Chorlton, da Rattray a Armorik, da Tomatin a Bladnoch, da Boutique-y a Kilkerran a Tullibardine… Non moriremo di sete, questo ve lo possiamo garantire.

Anche quest’anno abbiamo selezionato, nel portfolio dell’importatore, dei percorsi di degustazione, dei terzetti da proporre con la formula del “bevi 3 paghi 2”, in base al nostro gusto: come potete vedere qui sotto, ci saranno imbottigliamenti mooolto interessanti, diverse novità e qualche bottiglia cui teniamo in modo particolare…

Passate a trovarci?

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Glenburgie 10yo ‘Grey Cat’ (2019, Valinch & Mallet per Mulligans, 50,2%)

Beppe Bertoni, proprietario del Mulligans Irish Pub di Milano, aveva imbottigliato nel 2017 una piccola serie di malti celebrativi dei 50 anni di presenza della famiglia Bertoni in via Govone. Pochi giorni fa un altro anniversario gli ha permesso di replicare il piacevolissimo ‘giochino’: 25 anni del Pub, niente di meno! Quello che è uno dei templi milanesi dello scotch ha dunque aggiunto una bottiglia alla sua faretra: sempre messo in vetro da Valinch & Mallet, stavolta si tratta di un Glenburgie di 10 anni, barile ex-bourbon, ridotto a 50,8%, in edizione limitatissima da 60 esemplari. [EDIT: a dimostrazione che non ci capiamo niente, il barile è uno Sherry Hogshead… Grazie a Fabio per la segnalazione!]

N: da subito molto ‘whiskoso’, piacevole, con qualche nota acetica che controbilancia la componente più zuccherina. Molto piacevoli sono certe zaffatine di aceto di mele e agrumi (succo d’arancia, arancia molto matura), soprattutto. Poi, brioche all’albicocca e succo d’albicocca. Pasta di mandorla e vaniglia, a testimoniare una cremosità in crescita progressiva.

P: con un bel corpo, masticabile e godibile come solo certi corpi (sceglieteli voi però, non poniamo limiti sessuali), è decisamente coerente, molto rotondo e godibile: un perfetto whisky dello Speyside. Ancora brioche, burro, zucchero, toffee. Stupisce l’intensità dell’esplosione di succo d’albicocca, e l’albicocca in assoluto è la protagonista vera di questo dram (albicocca essiccata, a dar conto anche di una certa lieve acidità). Ancora arancia.

F: non lunghissimo, enormi note fruttate e zuccherine, molto piacevole; poi ecco un po’ di frutta secca, venature erbacee.

Un perfetto giovane whisky dello Speyside, come già scritto: fruttato, agrumato, cremoso, di buon corpo. Semplice, sicuramente, ma di una godibilità notevole e di una bevibilità pericolosa. Il segreto di questi whisky sta proprio nella loro onestà, nella loro incapacità di promettere cose diverse e dunque, in ultima istanza, nella loro incapacità di deludere. 85/100. Buon anniversario, Mulligans!

Sottofondo musicale consigliato: Rednex – Old pop in an oak.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Kavalan Tasting

Kavalan, l’oggetto nascosto del desiderio. In realtà la distilleria della fu Isola di Formosa, oggi Taiwan, non è che si nasconda tanto da quando è stata fondata nel 2006. Infatti la produzione annua ammonta a 9 mln di litri (pare che a Taiwan si beva come dei

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disperati) e 900 mila persone la visitano ogni anno; quindi più di tutte quelle che varcano le soglie delle distillerie di tutta la Scozia. Ecco come e dove va il mondo. Di fronte a tali stravolgimenti della Storia, ci sembrava brutto non rinfrescare la nostra opinione su Kavalan, che oramai fa incetta di premi nelle competizioni internazionali, e abbiamo approfittato della splendida opportunità offertaci da WhiskyClub Italia e dall’importatore Velier, che hanno organizzato di concerto un tasting nell’elegantissima cornice del Baxter Bar, letteralmente a due passi dal Duomo, quello della Madunina tuta dora e piscinina, sì proprio lui. Erano presenti anche due ambasciatrici della distilleria, con la simpaticissima Emma Lin oramai veterana dei whisky festival italiani.

Kavalan Single Malt (2018, Nas, OB, 40%)

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L’entry level senza età dichiarata della distilleria è composto da 8 tipi differenti di botti, sia sherry che bourbon e sia first che second fill. Al naso parte subito senza troppe timidezze su note di banana, zucchero bruciato, frutta secca dolce tipo mandorle. In bocca ha tanta vaniglia e ancora un qualcosa di tropicale. Il finale è brevino, con una leggera sensazione di caramelle al rabarbaro e all’orzo. È semplice ma non piatto. Spensierato, gradevole, anche se non può dirsi un mostro di profondità. Sicuramente l’angel share di 10-12 punti percentuali all’anno aiuta accelera e dona personalità a un whisky che a mala pena toccherà i 5 anni. 83/100

Kavalan ex bourbon oak (2018, Nas, OB, 46%)

Si tratta di un whisky senza età dichiarata, diluito a 46%, che è

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stato invecchiato esclusivamente in botti ex bourbon (mavvà!) di primo riempimento provenienti da Buffalo Trace Bourbon e Heaven Hill Distillery. Al naso a sorpresa è fine e con una certa eleganza. Si impone poi una gran bella nota di uva americana e fragoline. In bocca ha un bel corpo, è cremoso (vaniglia e panna cotta) e tropicale. Arriva anche un leggero pepe bianco. In generale è bello fruttato e ricorda un po’ certi Arran.
Alla lunga forse un po’ troppo bourbonoso e alla cieca si potrebbe anche cadere in inganno, ma è sicuramente un dram che merita un assaggio (anche due o tre): 84/100, la nostra affilata sentenza.

Kavalan Solist Vinho Barrique (2012/2016, OB, 56,3%)

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Veniamo ai pezzi forti, ovvero sia i single cask della serie Solist. La botte W1207227039A ha avuto l’impareggiabile onore di essere riempita con whisky Kavalan dopo aver contenuto un vino non meglio specificato di un non meglio specifico Paese tra Francia, Usa (California), Sud Africa. Quattro anni di invecchiamento possono bastare a Taiwan e poi- voilà!- ecco pronte 238 bottiglie a grado pieno. Ci viene detto che le botti sono ampiamente recharred e (sarà la suggestione) il whisky al naso si presenta effettivamente compatto, scuro, profondo, con note “tostate” davvero poderose. L’alcol si sente pochissimo e invece si sentono mille cesti di ciliegie tutti assieme. Tanto pepe nero e liquirizia. in bocca è secco, vinoso, speziatissimo. Si iscrive nella categoria whisky estremi e ovviamente la materia prima va un po’ a farsi benedire. Ma c’è a chi piace: noi, che già avevamo apprezzato un Solist in sherry, lo premiamo per la particolarità dell’esperienza: 87/100. Ah, diciamo che non viene via proprio con due noccioline, considerando che costa circa 230 euro.

Kavalan Solist Sherry 70° anniversario Velier (2010/2016, OB, 58,6%)

Questo single cask, di cui esistono 518 bottiglie e che costava circa 180 euro, fa parte degli imbottigliamenti celebrativi dei 70 anni di attività di Velier, lo

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storico importatore genovese. Forse anche per lo stile davvero particolare (ebbene sì, è ancora più estremo del Vinho di qui sopra!) questo barile ha prevalso tra quelli proposti dalla distilleria per festeggiare la ricorrenza. Allora, non è carico, depppiù!!! Ha chiari sentori balsamici e frutta nera. Aceto di more, ci pare una sintesi felice. Ancora una spremuta di ciliegie, a cui in bocca si aggiungono cacao amaro e caffè, oltre a una strana sensazione vegetale (tipo sedano), che molto probabilmente è data dal tannino. In effetti è molto astringente, tende all’amaro nel momento stesso in cui ancora rimbomba violentissima la frutta nera. Pazzesco nelle sue intemperanze. These violent delights have violent ends: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vita di Pi – Piscine Molitor Patel (eh sì, il regista Ang Lee è taiwanese)

Monkey Whisky Night #6 (24.02.18) – Cadenhead’s

Con solo un mese di ritardo veniamo a rendere conto del sesto ritrovo del Monkey Whisky Club, ovvero l’incontrollabile creatura di un manipolo di appassionati di whisky e di semplici erotomani che organizzano degustazioni tematiche in una non meglio precisata abitazione milanese (sssh, location segretissima!!! Ma va’, scherziamo, per partecipare basta iscriversi al loro gruppo Facebook e giurare fedeltà alla Scimmia).
Questa volta il fil rouge della serata è stato l’imbottigliatore indipendente scozzese Cadenhead’s, che nel 2017 ha festeggiato i 175 anni di storia e ha fatto uscire una caterva di imbottigliamenti che a occhio e croce un assaggino lo meritano. I 5 whisky che abbiamo bevuto noi, a ogni buon conto, sono stati imbottigliati in annate precedenti nella serie ‘Small Batch’, quella con le bottiglie basse e schiacciate in stile vintage, per intenderci. Il clima era come al solito gioviale, tra il serio e il faceto senza disdegnare l’improbabile, l’assurdo, il grottesco e lo sconveniente; ciononostante siamo riusciti a prendere qualche nota di degustazione finché la rodata formula dell’auto mescita con refill libero per i 15 presenti non ha definitivamente tappato la vena descrittivista che ci contraddistingue. Ma andiamo di parterre!

light-creamy-vanilla-17-year-old-cadenhead-creationswhiskyCreations ‘Light creamy vanilla’ 17 yo (2014, batch #1, 46%): questo blended assemblato con whisky di Auchroisk, Clynelish, Ardmore e della defunta Caperdonich è piacione e facilone come l’Heineken su Tinder (qualsiasi cosa significasse, l’abbiamo scritto e fedelmente lo riportiamo). Vaniglia, torta paradiso e scorza di limone, con un discreto supporto sul lato terroso e oleoso delle distillerie Clynelish e Ardmore. È tanto saporito e un 85/100 ci sta tutto.

Dailuaine 11 yo (2016, 46%): frutta cotta, soprattutto pere. Le note di botte sherry in cui AA-Cadenhead2ha riposato per più di un decennio non sono così evidenti, e anzi si trovano sentori di whisky giovane (lieviti e canditi). Al palato è speziato e frizzantino. Sicuramente particolare ma si ferma a 84/100.

bowmore-13-year-old-2001-small-batch-wm-cadenhead-whiskyBowmore 13 yo (2014, 46%): qui si comincia a fare sul serio, con un Bowmore tipicamente marino e tropicale. Caucciù. Si presenta gentile ma non privo di una certa complessità. Il palato è molto spinto sulla dolcezza, con pacchi di liquirizia salata. Gradevole fino a 87/100.

Tobermory 21 yo (2016, 52,5%): i due bourbon hogsheads usati tobermory-21-year-old-1995-cadenheads-small-batchrestituiscono un whisky grasso, oleoso e tagliente. È un impasto compatto di noce di pecan, vaniglia, sale e cera. Al palato arriva un’ondata pazzesca di sapidità, assieme a frutta gialla e marzapane. Si percepisce una leggera torba e sul finale ci si ritrova il sale sulle labbra: semplicemente splendido. 90/100.

La serata si è poi conclusa in bellezza con un maestoso Bruichladdich 24 yo del 2016, di cui però non sopravvivono ricordi nitidi, al di là di una spiccata tropicalità, perché la convivialità e il consumo irresponsabile di alcol hanno decisamente preso il sopravvento. Sicuramente da riprovare in altri contesti, anche perché ci sembrava molto complesso.
Per concludere non possiamo che ribadire il nostro divertito assenso per il tipo di serata che il club della Scimmia del Whisky ha ancora una volta imbastito con molta naturalezza: un po’ degustazione domestica con qualche nozione a suggestionare i presenti, un po’ alcolismo smodato a suggestionare tutti. Avanti!

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shooting di fine serata by Laura Licari: all’insegna della sobrietà

Enozioni 2018: andiamo a curiosare!

Goccia

Dopo quasi sette anni di recensioni, la voglia di continuare ad assaggiare whisky di ogni tipo, età ed epoca è ancora tanta, tantissima. Non ci stancheremo mai di meravigliarci di fronte al Re dei distillati.

E tuttavia ogni tanto ci assale la voglia di andare alla ricerca della complessità, della catalogazione al limite del patologico anche in altri campi. Ci succede con i distillati, con la miscelazione e ultimamente persino coi sigari e col the. In fatto di vino ammettiamo una certa ignoranza ma ci siamo ripromessi, spinti dalla solita sete di conoscenza, di recuperare in fretta, già a partire da questo fine settimana, il 27 e il 28 di gennaio.

Detto con franchezza snobbare l’evento organizzato da Ais Milano presso il Westing Palace Hotel sarebbe stato un atto di pura violenza verso noi stessi, prima ancora che un’esibizione di crassa ignoranza. L’Associazione italiana sommelier

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meneghina ha infatti messo in piedi anche per quest’anno, sotto la suggestiva insegna di Enozioni a Milano, una due giorni di degustazioni di alto livello e soprattutto un banco di assaggio a ciclo continuo con decine di cantine presenti.

Se volete sapere nel dettaglio gli orari, il programma di degustazioni e le aziende presenti al banco di assaggio, il posto giusto dove cliccare è questo. E se volete trovarci in stato di euforia mentre brandiamo i nostri calici, passate anche voi a Enozioni!

Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

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L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

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Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle

Whisky cocktail: “Daruma” – Ghe Sem, Milano

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Una sera, passeggiando per la centralissima via Vincenzo Monti, ci siamo imbattuti per caso nel Ghe Sem (per i diversamente milanesi significa “ci siamo”). Pare che la filosofia del locale (anzi i due locali, perché da poco hanno fatto il bis in zona Isola) sia di confondere le idee, ribaltare le convinzioni e imporne di nuove. Insomma, le ambizioni non mancano. Anzitutto, il cibo è un mix ‘glocal’ davvero sfrenato: il locale propone unicamente i tipici original_dim-sum-ghe-semravioli ripieni orientali, i Dim Sum, ma con farciture ricavate da piatti tipici della cucina italiana, dalla parmigiana alla ‘nduia e mascarpone fino a un’incredibile lingua salmistrata e salsa verde. Come se non bastasse il barman Giovanni Parmeggiani ha pensato bene di innestare su questo concetto la sua personale idea di miscelazione. Giovanni, con un passato da studioso di lingue e culture del Medio Oriente e dell’Oriente, ha fatto delle spezie, dei frutti e dei distillati dell’Est del mondo il caposaldo delle sue drinklist. Ci ha impressionato particolarmente un cocktail con uno sciroppo home made al curry e abbiamo assaggiato distillati cinesi dai sapori incredibili, ma oggi abbiamo chiesto – siamo pur sempre tradizionalisti, noi di whiskyfacile – un cocktail a base whisky, ovviamente giapponese…

img_4628Ingredienti

Decorazione: menta, lime/limone essicato

Preparazione: Shake&Strain

Giovanni ci spiega che “l’idea dietro al Daruma è quella di servire un drink che potesse rendere il whisky appetibile anche ai palati meno avvezzi a un distillato così impegnativo, soprattutto in accompagnamento a una cena. La scelta del Nikka from the Barrel è dettata dal fatto che è un whisky con una certa complessità e con caratteristiche che ricordano lo Scotch, mentre il sour mix viene preparato tutti i giorni spremendo limoni, lime, pompelmi e arance. Il pepe rosa ci proietta nel sudest asiatico, dando un lieve pizzicorio. Il cocktail viene servito in una tazza in ceramica e prende il nome dalle bambole Daruma (達磨), figurine votive giapponesi senza gambe né braccia, che rappresentano Bodhidharma, il fondatore e primo patriarca dello Zen. Le bambole non hanno gli occhi e spetta a noi disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi, verrà disegnato anche il secondo occhio. Al Ghe Sem il vostro sottobicchiere sarà proprio una riproduzione delle Daruma. Good Luck!”

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