“Demetra” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

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Ci risiamo! I ragazzi del BLEND whiskybar di Castelfranco Veneto non riescono a stare17309322_1695590797405665_2746426314597896541_n fermi un secondo e hanno sfornato la seconda ricetta. Eravamo partiti sfidandoli con un Tobermory- un whisky difficile, pieno di spigoli- e il risultato era stato il Mullevardier; questa volta abbiamo una richiesta ancora più spiazzante. Stiamo tra le mura di casa, miscelateci Puni!

Questa la risposta:

Ciao Ragazzi, rieccoci! Siamo molto felici di essere stati pungolati sul nostro italico Puni, non abbiamo perso tempo e ci siamo messi subito al lavoro. Cercando di dare spessore olimpico alla sfida per valorizzare questo whisky, abbiamo optato per una prodottistica tutta Grecia-Italia dalla quale è nato il nostro “Demetra”, ma entriamo nel dettaglio!

Demetra-003Puni Sole, dalle chiare note di miele selvaggio, quercia e arancia rossa conferitegli dai suoi 4 anni di Bourbon barrel e Pedro Ximenez, si è dimostrato molto duttile in miscelazione. In questo drink abbiamo cercato di donare freschezza e vivacità riprendendo i sentori agrumati e speziati di un rosolio di bergamotto Italicus per poi buttarci su un mondo resinoso e balsamico avvalendoci di un duo d’eccezione come Pino Mugo Quaglia e Roots Mastiha, dal quale abbiamo rubato il nettare degli alberi di mastice nativi di Chios. Per continuare nella giostra di freschezza, concludiamo con un distillato d’anice greco, l’ouzo. Con “Demetra” abbiamo voluto mescolare le note morbide e calde di Puni Sole con una prodottistica che potesse dare brio e freschezza al whisky italiano. Da questo abbraccio Grecia-Italia crediamo sia nata un’ottima coppettina in grado di farsi bere con l’avanzare della bella stagione. Brindiamo alla vostra!

Ingredienti
Puni Sole – 4,5cl
Italicus – 1,5cl
Pino mugo – 0,5cl
Mastiha spirit – 0,5 cl
Vaporizzazione di Ouzo

Autore: Daniele Trovato

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“Mullevardier” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

Con questo post inauguriamo una collaborazione – che porterà a frutti diversi e saporiti, ma ne parleremo a suo tempo – con il BLEND Whiskybar di Castelfranco Veneto: si tratta di una realtà nuova di pacca, dato che hanno inaugurato lo scorso settembre, ma che sta avendo un successo strepitoso e che fa dell’hashtag #whiskyrevolution il suo marchio di fabbrica. Per darvi un’idea, oltre ad una bottigliera con oltre 300 etichette di whisky aperti, ci sono diverse liste con twist su drink classici – tutti a base whisky, naturalmente. Avremo modo di tornarci sopra, in futuro: intanto, a partire da questo mese i ragazzi del BLEND, guidati dai barman Dario e Daniele che si alterneranno nelle preparazioni, avranno una sorta di rubrica fissa sul nostro sito, fornendoci una ricetta a base scotch a cadenza mensile – ma non sarà così semplice, perché risponderanno sempre a una nostra proposta di base, che talvolta potrà essere un po’ provocatoria. Questo mese inauguriamo con un drink a base… rullino i tamburi… Tobermory 10 anni!

A risponderci è Dario Cerantola.

MULLEVARDIER

 

Ingredienti

Tobermory 10 anni – 4cl
Vida mezcal – 2cl
Oscar.697 vermouth rosso – 1.5cl
Bitter Martini – 1.5cl
Bitter al cardamomo – 2 dashes
Affumicatura cherry oak

Raccogliamo la sfida Tobermory!
Nel nostro Mullevardier cerchiamo di esaltare la vivacità e la piccantezza di questo single malt conferendogli una dolce fumosità accompagnata da zenzero, cannella e banana dati dal Vida Mezcal… Il tutto irrobustito da un Vermouth dalle spiccate note di rabarbaro e liquirizia in contrasto ad un delicatissimo bitter speziato e floreale. Conferiamo una nota lunga in chiusura con qualche goccia di bitter al cardamomo. Il valzer al naso ce lo giochiamo con un’affumicatura dolce di cherry oak. A voi il giudizio!

Spirit of Scotland, tra pochissimo

Riceviamo dagli organizzatori la richiesta di dar conto dell’imminente Spirit of Scotland, e siccome agli accrediti gratuiti proprio non sappiamo rinunciare, ecco qui – anche se siamo abbastanza convinti che nessuno dei nostri millemila contatti ne fosse all’oscuro… Anche quest’anno noi ci godremo la sortita romana dispersi tra il pubblico, e dunque coglieremo l’occasione di assaggiare qualcosa e di scambiare chiacchiere con i soliti noti, primo tra tutti – ovviamente – l’amico Professor Pino Perrone, uomo nato lo stesso giorno di Goethe. A giudicare dal comunicato stampa, l’attenzione verso la miscelazione sembra essere cresciuta ancor di più rispetto all’anno scorso, prendendosi praticamente tutto lo spazio – è il mercato, bellezza, noi supportiamo tutto quel che serve a diffondere il verbo e nel dubbio ci beviamo un Rob Roy.

Roma, 4 e 5 marzo 2017
c/o Salone delle Fontane all’Eur
(Via Ciro il Grande, 10)

Sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival: appuntamento per appassionati, neofiti e professionisti del whisky con eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet e tanto altro

Si tiene a Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo 2017, presso il Salone delle Fontane all’Eur (via Ciro il Grande, 10) la sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, il più importante festival di settore italiano. Programma completo al link www.spiritofscotland.it

locandina-spirit-of-scotland-rome-whisky-festival-2017-1Imperdibile appuntamento per tutti coloro che vivono il mondo del whisky, Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è un evento ricco di eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati ad esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. Il tutto con la direzione artistica di Andrea Fofi, affiancato dai due whisky consultants, Pino Perrone e la scozzese Rachel Rennie. La scorsa edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival ha attratto oltre 4mila visitatori, appassionati e neofiti e riunito operatori ed esperti nazionali e internazionali, con oltre 200 brand presenti, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 guests internazionali del settore presenti.

La sesta edizione 2017 presenterà masterclass di brand quali Isla of Jura, Dalmore e Wemyss Malt. Tra gli ospiti del mondo della miscelazione, che terranno un seminario, figurano Erick Lorincz, Head Bartender dell’American bar del Savoy Hotel di Londra; Filippo Sisti, barman di Carlo Cracco e bartender internazionale; Fabio Bacchi, bartender, bar manager e fondatore ed editore del magazine specialistico BarTales e i bartenders dell’Oriole cocktail Bar di Londra, capitanato da Luca Cinalli e Gabriele Manfredi. Altro seminario previsto, Mezcal Vs Whiskey(y), che vedrà in una sorta di scontro a quattro rispettivamente Roberto Artusio e Cristian Bugiada dell’Agaveria La Punta da una parte e Antonio Parlapiano del Jerry Thomas e Pino Perrone, whisky consulting del Festival dall’altra. All’interno del Festival nella giornata di sabato 4 marzo si terrà la Balan & Partners Mixology Contest, torneo ad eliminazione diretta in cui 8 bartender selezionati da una Giuria di eccezione, tra coloro che avranno inviato la propria candidatura, si contenderanno il titolo a suon di cocktails. Gli 8 bartender si sfideranno proponendo delle preparazioni realizzate utilizzando distillati presenti a Portafoglio Balan combinandoli con ingredienti di loro gradimento. Primo Premio di mille euro al primo classificato.

pino-perroneTra i cocktail bar dell’area mixology che presenzieranno: Jerry Thomas Project; Argot; Freni & Frizioni; Madeleine; Propaganda e Litro. All’interno del salone sarà allestito uno spazio dedicato alle bottiglie vintage e rare portate da un collezionista e amatore del settore che ha lavorato anche a Londra per Whisky Auction. In occasione del Festival verrà presentato come ogni anno il nuovo imbottigliamento ufficiale in serie limitata, di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, che sarà naturalmente in vendita presso lo shop. Non solo drink al festival: è prevista anche un’area gourmet e degli abbinamenti con il whisky, dalle ostriche al salmone scozzese, dal cioccolato all’haggis, con la ricostruzione di un vero e proprio pub in stile scozzese con tanto di spine. Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival nasce nel 2012 grazie alla passione per gli eventi di uno dei due fondatori, Andrea Fofi e per quella del whisky da parte dell’altra, Rachel Rennie ma soprattutto per la mancanza a Roma di un evento sul mondo del distillato. Oggi la compagine è allargata con l’arrivo di Pino Perrone, Emiliano Capobianco e Andrea Franco e la manifestazione è cresciuta in modo esponenziale, al punto tale da poter essere annoverata tra i Festival internazionali di maggior rilievo.

La sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è realizzata grazie alle partnership di: Visit Scotland (Ente del Turismo Scozzese) – Partner Istituzionali Italia / Scozia; Italian Chamber of Commerce for UK – Partner Istituzionale; Glencairn Glass – Glass Official Partner; Tiuk Travel – Travel Agency Partner.

Biglietto:
Intero: 10 euro – da diritto al bicchiere serigrafato del Festival, alla racchetta porta bicchiere e alla Guida
Ridotto: 7 euro – per accompagnatori che non bevono o per i bambini sopra i 12 anni e non prevede le upgrades del biglietto intero.
Le degustazioni saranno a pagamento e il sistema sarà quello dei gettoni del valore di 1 euro ciascuno. Il prezzo di ciascuna degustazione sarà a discrezione di ciascun espositore.

Per informazioni:
www.spiritofscotland.it
info@spiritofscotland.it
tel. 06 50081251

 

Whisky cocktail: “Daruma” – Ghe Sem, Milano

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Una sera, passeggiando per la centralissima via Vincenzo Monti, ci siamo imbattuti per caso nel Ghe Sem (per i diversamente milanesi significa “ci siamo”). Pare che la filosofia del locale (anzi i due locali, perché da poco hanno fatto il bis in zona Isola) sia di confondere le idee, ribaltare le convinzioni e imporne di nuove. Insomma, le ambizioni non mancano. Anzitutto, il cibo è un mix ‘glocal’ davvero sfrenato: il locale propone unicamente i tipici original_dim-sum-ghe-semravioli ripieni orientali, i Dim Sum, ma con farciture ricavate da piatti tipici della cucina italiana, dalla parmigiana alla ‘nduia e mascarpone fino a un’incredibile lingua salmistrata e salsa verde. Come se non bastasse il barman Giovanni Parmeggiani ha pensato bene di innestare su questo concetto la sua personale idea di miscelazione. Giovanni, con un passato da studioso di lingue e culture del Medio Oriente e dell’Oriente, ha fatto delle spezie, dei frutti e dei distillati dell’Est del mondo il caposaldo delle sue drinklist. Ci ha impressionato particolarmente un cocktail con uno sciroppo home made al curry e abbiamo assaggiato distillati cinesi dai sapori incredibili, ma oggi abbiamo chiesto – siamo pur sempre tradizionalisti, noi di whiskyfacile – un cocktail a base whisky, ovviamente giapponese…

img_4628Ingredienti

Decorazione: menta, lime/limone essicato

Preparazione: Shake&Strain

Giovanni ci spiega che “l’idea dietro al Daruma è quella di servire un drink che potesse rendere il whisky appetibile anche ai palati meno avvezzi a un distillato così impegnativo, soprattutto in accompagnamento a una cena. La scelta del Nikka from the Barrel è dettata dal fatto che è un whisky con una certa complessità e con caratteristiche che ricordano lo Scotch, mentre il sour mix viene preparato tutti i giorni spremendo limoni, lime, pompelmi e arance. Il pepe rosa ci proietta nel sudest asiatico, dando un lieve pizzicorio. Il cocktail viene servito in una tazza in ceramica e prende il nome dalle bambole Daruma (達磨), figurine votive giapponesi senza gambe né braccia, che rappresentano Bodhidharma, il fondatore e primo patriarca dello Zen. Le bambole non hanno gli occhi e spetta a noi disegnare un solo occhio esprimendo un desiderio; se il desiderio dovesse avverarsi, verrà disegnato anche il secondo occhio. Al Ghe Sem il vostro sottobicchiere sarà proprio una riproduzione delle Daruma. Good Luck!”

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“Rockside Affair” – Rasputin, Firenze

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All’inizio dell’anno passato un nostro caro amico, e lo è per sua disgrazia fin dai tempi oramai lontanissimi del liceo, ha avuto un’idea non meno che splendida. Dopo qualche anno di permanenza nella capitale Toscana, si dev’esser chiesto: “Ma perché a Firenze non esiste un locale che coniughi buon bere con atmosfera retrò, proibizionista sì ma anche più remota fino alla belle epoque? Che unisca la riservatezza di un luogo nascosto alla rutilante vita mondana della città ‘de i cinquecento’ col brio delle serate che traboccano alcol fino a notte fonda?”. Ed è precisamente per non aver trovato una risposta a queste domande che dev’esser nato il Rasputin, primo secret bar di Firenze, da qualche parte sottoterra in Oltrarno.

Da qui alla nostra insolente presenza il passo è stato davvero breve. Catapultati nel cortocircuito temporale allestito dal padrone di casa Marco, abbiamo tenuto una degustazione di whisky estratti dal succulento portafoglio dell’importatore Beija Flor- Glendronach 12 yo, Kilkerran 12 yo, Springbank 15 yo, Kilchoman Sanaig. La serata è stata davvero gradevole e per non farci mancare nulla al secondo e al quarto malto sono stati abbinati due cocktail. Il Rockside Affair ha chiuso la degustazione stupendo i presenti, e ci è parso giusto presentarne ricetta e ideazione:

Ingredienti

  • Kilchoman Sanaig
  • Vermouth di Prato
  • Braulio

img-20160521-wa0001Il barman del Rasputin Daniele Cancellara ci spiega che “il Rockside Affair, forgiato appositamente per la degustazione del 24 novembre, ha la sua ragion d’essere nell’unione di un prodotto moderno e di nuova concezione come Kilchoman Sanaig e due capisaldi della liquoristica nostrana. Questo drink valorizza i sentori e la torbatura tipiche del whisky di Islay, accompagnandoli con la morbidezza del Vermouth di Prato e gli aromi delle erbe alpine del Braulio”.  La ricetta è abbastanza semplice, ma l’intuizione è di quelle giuste e un distillato complicato e spigoloso come Kilchoman (tra l’altro nel Sanaig c’è anche l’ulteriore elemento di difficoltà dell’invecchiamento in barili ex-sherry) viene così “addomesticato” e messo a disposizione di un’armonia più ampia. Bravi!

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L’alchimia del whisky al 1930

Schermata 2016-05-05 alle 11.47.33Sabato scorso, per la seconda settimana di fila, abbiamo avuto l’occasione di passare una serata al 1930, l’elegante speakeasy milanese giustamente sulla bocca dei più, sia per l’atmosfera magicamente retrò che per la qualità altissima del bartending che vi si pratica.  Noi abbiamo partecipato alle due degustazioni conclusive del ciclo “L’alchimia del whisky“, un nuovo format a metà tra la degustazione classica e la mixology, firmato dal whisky enthusiast Marco Maltagliati e da Marco Russo, titolare del 1930. Dopo sei incontri, i due si prenderanno ora una meritata pausa, perché manco a farlo apposta diventeranno

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facce soddisfatte

entrambi e per la prima volta papà a giorni, forse a ore, e quindi, insomma, di fronte allo spettacolo della vita anche l’acqua della vita dovrà pur cedere il passo. A settembre poi sono state annunciate grandi cose, visto che le distillerie di Scozia, come si sa, sono parecchie decine, di cui molte con caratteristiche uniche e proprio il format de L’alchimia del whisky sembra andare nella direzione di un ciclo di appuntamenti dedicati alle singole realtà produttive. E così infatti le serate a cui eravamo presenti sono state incentrate rispettivamente su Springbank e Glen Grant. Due distillerie storiche, che hanno più volte sfornato imbottigliamenti entrati nel mito. Ma andiamo con ordine.

FullSizeRender-35Alla prima degustazione, Marco Maltagliati è stato affiancato nella presentazione della storia e del modus operandi di Springbank da Maurizio Cagnolati, che la distilleria la conosce come le sue tasche, vivendoci accanto ed essendo importatore in esclusiva per l’Italia del pregiato distillato di Campbeltown. Maurizio ha impreziosito la serata con aneddoti gustosi (sapevate che Springbank non ricorre a nessun processo di automazione industriale pur di impiegare il maggior numero di persone, ridistribuendo così ricchezza sul territorio? No? Bestie!), ma di livello altissimo sono stati anche i single malt assaggiati, tutti e tre ufficiali: l’entry level 10 yo, il 12 anni Cask Strength e il Green 13 yo, edizione limitata full sherry e da

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orzo 100% biologico. Ai primi due whisky è stato abbinato un cocktail, giocando con le note salmastre, sapide e fumose del 10 anni e poi con la potenza degli oltre 50 gradi del CS. Assolutamente degno di nota il primo drink, che mettava la dolcezza di un Sherry Pedro Ximenez e di un peach Brandy contro la mineralità del ‘piccolino’ di casa Springbank. Potete immaginare le nostre facce attonite nel sentire la terra salata del distillato tornare prepotentemente nel retrogusto a spazzare via le note dolci. Uno spettacolo maestoso, che da solo è valso la serata.

Non contenti, però, e grazie al gentile invito dei due Marco, abbiamo presenziato anche all’appuntamento Glen Grant, che ha visto FullSizeRender-37ulteriormente alzarsi l’offerta. I whisky erano infatti quattro, con due cocktail ad accompagnare i primi due, e per non farsi mancare nulla una tartina di salmone marinato nel whisky a fare da spartiacque a metà degustazione. Il vulcanico Maltagliati, reso ancora più scoppiettante da una moglie scherzosa, che via telefono si divertiva ad annunciare falsamente l’imminente venuta al mondo del primogenito, questa volta ha dovuto reggere da solo il peso della degustazione, riuscendo bene grazie a uno stile agile e davvero lontano dalle classiche degustazioni di whisky, così come le conosciamo. Si è riso parecchio e nessuno si è privato del gusto di una battuta ad  alta voce, infierendo anche volentieri sulle ansie del quasi neopadre, come lo staff del 1930 ama fare.

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il primo cocktail a base GG

Entrando nel dettaglio, la serata ha avuto un curioso andamento discendente: gradevole il 16 anni di distilleria, full bourbon fresco e beverino con generose note di malto e frutta gialla; e ancora più interessante è stato il Cellar Reserve 1992/2008, dalla struttura decisamente più complessa grazie all’apporto di botti Sherry Oloroso. Assaggiare questi due malti ha rinforzato una volta di più la convinzioni che oramai ci accompagna severamente ogni volta che si parla di Glen Grant, l’unica distilleria battente bandiera italiana, da anni proprietà di Campari. Proprio nel nostro Paese la distilleria di Rothes ha percorso una strada insolita, spingendo fieramente il 5 anni, disponibile unicamente sul mercato nostrano e invero dall’ottimo rapporto qualità-prezzo, ma perdente nel confronto con altri whisky dello Speyside di consumo che hanno almeno il doppio dei suoi anni d’invecchiamento. Il buon Michele ha fatto il resto, consacrando Glen Grant come un malto di poca personalità, dal “colore chiaro e gusto pulito”, per l’appunto. E invece, pur consapevoli della crescente perdita d’importanza del nostro Paese nelle strategie delle multinazionali, siamo convinti che imbottigliamenti molto validi come il 16

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Benjamin caccia stile

anni e il Cellar 1992 (entrambi sui 60 euro), per non parlare del pluripremiato 10 anni troverebbero, se presenti sugli scaffali dei negozi specializzati alias le enoteche, un largo apprezzamento presso il consumatore italico, sì asfittico nei volumi ma discretamente preparato ad apprezzare la qualità in un prodotto. Dove li mettiamo Eataly, l’italian way of life e la Dolce Vita, suvvia?! Tornando tra le pareti del 1930, sicuramente un bell’esempio di qualità dei prodotti l’ha dato ancora una volta Marco Russo coi cocktail proposti, accostando in maniera funabolica whisky e liquore alla liquirizia, per dirne una. Per finire, ci concediamo un inciso sugli ultimi due whisky in purezza, francamente non del tutto indimenticabili. In passato avevamo già assaggiato senza entusiasmarci il Five Decades e dobbiamo confessare che nemmeno l’imbottigliamento per il 170esimo anniversario ci è parso all’altezza del passato glorioso di Glen Grant.

Ma la speranza è dura a morire e siamo sicuri che a settembre saremo ancora pronti a sognare, alla ricerca dell’Alchimia del whisky.

‘Taste back’ – 1930 Milano, 5/04/2016

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FullSizeRender-28Come avevamo anticipato lunedì, ieri sera abbiamo partecipato (assieme a vips d’ogni genere, tra cui spiccava quell’alcolista di Federico) alla prima serata di Taste back, il nuovo format di degustazione proposto da Diageo in collaborazione con il 1930, affascinante speakeasy milanese ormai da anni sulla cresta dell’onda nel mondo della miscelazione di qualità. L’occasione era la presentazione per il mercato italiano di Little Bay, il neonato in casa Oban; accanto a questo imbottigliamento, assaggiato sia in purezza che miscelato, abbiamo messo naso e palato su cocktail a base Glen Elgin 12 anni, Lagavulin 16 e Talisker Skye, tutte ricette preparate per l’occasione da Marco Russo; e ogni cocktail era a sua volta proposto in abbinamento a (squisite) creazioni culinarie di Diego Rossi, chef della Trattoria Trippa. Questo concetto di degustazione intende portare il whisky nei bicchieri degli appassionati del bere bene, ma – per così dire –FullSizeRender-25 distraendoli dal whisky stesso: questa premessa è stata esplicita, e il senso dell’evento era appunto quello di far deporre al bevitore le remore talora provate di fronte al re dei distillati, per spiegargli il concetto dietro a ciascun imbottigliamento (con l’ausilio di vasetti aromatici ad hoc) e le possibilità offerte da quel profilo aromatico in sede di miscelazione. Questo, insomma, il concetto di taste back, ovvero di degustazione ‘al contrario’: si inizia con gli aromi puri, poi si passa al cibo, si scopre il cocktail, e infine si comprendono le caratteristiche del single malt.

FullSizeRender-32Non sveliamo nel dettaglio ricette ed abbinamenti, lasciando a chi vorrà il piacere di scoprire le scelte di chef e barman: di certo però dobbiamo ammettere che tutti e quattro i cocktail di Marco Russo erano deliziosi, riuscivano a sviluppare con grande coerenza le premesse stupendo anche i più noiosi e prevenuti “hooligans del whisky”con suggestioni aromatiche davvero incredibili (quella foglia aromatizzata all’ostrica ci ha folgorato… E che dire del drink a base Lagavulin, con tanto di nero di seppia?). Di certo, siamo di fronte ad un format ancora più distante dalle ‘classiche’ degustazioni rispetto al Whisky&Cocktail di qualche tempo fa: di fatto, è stata una serata di abbinamenti tra cibo e cocktail, dato che a parte l’Oban nessun whisky è stato presentato puro in assaggio. Un evento gourmet, insomma, di qualità molto alta, teso a stimolare le percezioni di un pubblico diversamente esigente rispetto al feticista del whisky. I single malt, però, paradossalmente non sono rimasti in secondo piano, fungendo da base creativa sia per cibo che per i drink e rimanendo dunque al centro della serata. Suona strano, detto così, ci FullSizeRender-27rendiamo conto, e forse l’unico modo per capire di che si tratta è andarci; a questo proposito, sulla pagina facebook del 1930 si trovano tutte le info per prenotare un posto alle prossime serate (la prima sarà sabato 9 aprile, la seconda il 7 maggio; costerà 30€). Dal nostro punto di vista, è stata una serata molto piacevole, all’insegna della qualità e del divertimento: di certo, è l’ennesima dimostrazione di come l’industria del whisky punti forte, fortissimo sulla miscelazione e sul suo appeal per ampliare il pubblico di bevitori di single malt. D’altro canto, si tratta di imbottigliamenti concepiti appunto a partire dagli aromi e dai sapori che si vogliono ottenere, e la formula della serata lo ha messo bene in luce: pare giusto che il destino di questi whisky sia (anche) quello di fungere da punto di partenza per suggestioni e combinazioni di sapore. Grazie davvero a Silvia e Franco di Diageo e a Marco Russo, con tutto il suo staff.

Sottofondo musicale consigliato: d’obbligo, data la presenza del sommo Alioscia, Casino Royale – Crx.

“Japan Fashioned” – Banana Republic, Roma

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Quest’anno lo Spirit of Scotland ha dedicato un intero salone alla miscelazione, invitando alcuni dei migliori locali di Roma e Milano e abbinando ad ognuno del whisky, soprattutto single malt. I barman hanno così creato cocktail appositamente per la manifestazione, inducendo non solo la sete di quanti volevano semplicemente bere un drink per spezzare le bevute impegnative del whisky liscio (c’era pure quest’anno chi si è “impegnato” davvero tanto nella sala principale), ma anche incuriosendo i connoisseur del whisky di malto: assaggiare un Old Fashioned o un Rob Roy con Highland Park o Benromach non è cosa di tutti i giorni, insomma. E quindi pollice alzato per questa bella novità rispetto al panorama italiano.

Schermata 2016-03-11 alle 14.42.42Tra i corner siamo stati attirati dallo spazio del Banana Republic, locale di culto sulla piazza romana e attivo oramai da 23 anni, che divideva lo spazio col milanese Casa Mia di Teo Stafforini. Il locale vede dietro al bancone praticamente dalla sua fondazione uno dei nomi più stimati del bartending italiano, Paolo Sanna, che a festival terminato abbiamo seguito nella tana del Banana e che senza pietà ha continuato a darci da bere, preparandoci una sua personale versione in salsa orientale dell’Old fashioned. Ecco ingredienti e spiegazione di Paolo:

Ingredienti

  • Nikka Blended
  • Umeshu Choya
  • Alpestre
  • Zucchero alla vaniglia

FullSizeRender(2)Come base alcolica ho usato il Nikka Blended, che mi dà quella pienezza di aromi, sapori e di corpo tipica dei whisky giapponesi. E proprio per richiamare la morbidezza di Nikka inizio la preparazione sciogliendo due spoon di zucchero aromatizzato alla vaniglia. Lo prepariamo direttamente noi qui al Banana sbriciolando 4 stecche per ogni chilo di zucchero e facendolo
riposare per una settimana. Per sciogliere lo zucchero, andiamo direttamente a pescare nella tradizione giapponese, utilizzando uno spoon di Umeshu della marca Choya, un liquore agrodolce a base di una varietà orientale di prugne, macerate ancora acerbe. A differenza di molti altri liquori conserva una bella acidità e va a bilanciare molto bene questo Old Fashioned. Al posto dell’Angostura uso poi l’Alpestre (uno spoon scarso), amaricante e con 34 erbe montane. Alla fine si aggiungono Nikka e ghiaccio a piacere con tre stir e scorza di limone finale, spargendone gli oli essenziali. Bisogna sempre avere presente che l’Old Fashioned consiste semplicemente nell’aromatizzazione di un whisky, quindi è importante scegliere un malto già con una buona personalità e poi dosare gli altri ingredienti per completare senza coprire, ingredienti che dovranno essere anche in grado di sopportare la diluizione portata dal ghiaccio durante la bevuta.  

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“Honest Guy” – Casa Mia, Milano

Schermata 2016-03-04 alle 19.54.13Allo Spirit of Scotland di quest’anno calerà da Milano direttamente a Roma uno dei barman più stimati della piazza meneghina, il pavese Teo Stafforini. Teo si è infatti piazzato in pianta stabile da più di un anno dietro al bancone del Casa Mia, portando verso una qualità del bere miscelato davvero importante un locale che già ha dalla sua un’atmosfera

foto di @anitatci

foto di @anitatci

magica… Secondo voi un locale che si chiama Casa Mia che tipo di atmosfera potrà mai avere? Luci soffuse, un grande divano accogliente, poltrone in cui affondare e mini isole con tavoli da salottino sono i piaceri intimi che questa Casa ha da offrirvi. In collaborazione con il Banana Republic di Paolo Sanna, Teo e il Casa Mia avranno uno spazio allo Spirit of Scotland di quest’anno e proporranno ciascuno tre cocktail ovviamente a base whisky. Noi siamo andati ad assaggiarli in anteprima e oggi andiamo a scoprire l’Honest Guy.

Ingredienti

  • Islay Mist ‘peated reserve’
  • Aprendiz Mezcal
  • Liquore Alpestre al miele
  • Agave Nectar
  • Fernet
  • Tè ‘Casa Mia’

FullSizeRender-14Teo Stafforini ci ha spiegato che Paolo Sanna a Roma è famoso per il suo Rob Roy e quindi ne proporrà una rivisitazione assieme ad altri due drink altrettanto strutturati e corposi. Lui invece ha cercato di muoversi su un altro stile, “più beverino ma senza andare sul banale”, usando whisky importati in Italia da Onesti Group. Ci saranno una variazione sul Blood and Sand, una sul Penicillin e questo Honest Guy. Eccolo spiegato direttamente da Teo:

La base di questo drink è l’Islay Mist ‘peated reserve’, un blended a 40% che ha in Laphroaig il malto caratterizzante. La spalla alcolica è il Mezcal Apprendiz, che come questo whisky ha una bella punta di fumo, anche se per ragioni diverse. La proporzione è quasi 2 a 1. Al posto dei bitter ho pensato di usare il Fernet, amplificando poi ulteriormente questo lato erbaceo con l’Alpestre al miele, uno storico FullSizeRender-16liquore prodotto a Carmagnola dal 1857. L’Alpestre dà un’esplosione di aromaticità e insieme allo sciroppo d’agave apporta quegli zuccheri che legano e danno armonia a tutto il drink. Sul finale mi piace aggiungere un goccio del nostro tè “Casa Mia”, un mix di tre tè che rende il tutto più beverino e aiuta ad aprire un po’ tutti i sapori. Spesso gli infusi speziati assieme agli zuccheri sono essenziali per legare tutti gli ingredienti e rendere il drink armonico. Nell’Honest Guy, che ha tanti spunti molto diversi tra loro, questa operazione è molto importante. Ad ogni modo è interessante vedere come, pur con ingredienti così ‘ricchi’, l’Islay Mist conservi la parte del protagonista, in un cocktail che alla fine potrebbe essere considerato come un’interpretazione molto libera di un ‘Old fashioned’.

“Whisky & Cocktail”, un tuffo nel 1930 (intervista doppia)

imageSabato scorso abbiamo partecipato alla terza degustazione “Whisky & Cocktail”, organizzata da Marco Maltagliati, ex collaboratore di Whiskyclub Italia, e Marco Russo, proprietario e barman del 1930, speakeasy milanese sulla cresta dell’onda – ma siccome è un secret bar, mica possiamo dirvi dov’è, no? Il tasting, tutto sommato inusuale per noi talebani del whisky in purezza, è stato molto divertente, e soprattutto è riuscito nel difficile intento di coniugare informazione e divulgazione sul single malt ad una bevuta diversa, quella del cocktail. La miscelazione (l’arte del cocktail, diciamo) sta vivendo ora un momento di espansione clamoroso, e la figura del barman, tra ricerca e sperimentazione, si avvicina sempre più nella percezione comune a quella degli chef di alto livello, con tutto ciò che ne deriva. La nostra impressione dopo la degustazione è che si tratti di un modo molto efficace per avvicinare al whisky quanti amano bere bene, spendendo il giusto per avere prodotti di qualità, “aggredendoli” in modo informale attraverso il cocktail: oltre a ciò che abbiamo bevuto, quel che abbiamo apprezzato di più è che il single malt non è stato affatto banalizzato, o tenuto in secondo piano, anzi… Siccome il whisky viene sempre più spesso utilizzato dai barman per le loro creazioni, abbiamo deciso di interpellare i due mattatori di sabato, Marco Maltagliati [MM] e Marco Russo [MR], per chiedergli cosa li abbia spinti a organizzare un evento del genere, e soprattutto quanto conti il single malt nel mondo della miscelazione. Contestualmente, ne

MR & MM

approfittiamo per lanciare qui sul sito una sezione appositamente dedicata ai cocktail: dalla
settimana prossima, infatti, pubblicheremo ‘ricette’ di cocktail preparate per noi da barman amici, rigorosamente a base whisky, iniziando da Riccardo Corbetta dell’Harp Pub, che ci ha già affiancato in una degustazione ‘simile’ qualche settimana fa (con base blended degli anni ’80) – ricordando che lo fa anche Serge (quindi prima di prendervela con noi, prendetevela con lui), speriamo apprezzerete…

Marco Maltagliati, nel preparare un evento del genere, cosa chiedi al barman di mettere in risalto nel tuo single malt?

MM: Innanzitutto, da appassionato voglio dire che un percorso del genere era possibile solo con un barman con un’idea forte di miscelazione, una vera e propria filosofia, come Marco Russo e i barman del 1930. Qui ogni cocktail ha la sua storia, così come ce l’ha ogni distilleria. e così voglio che il cocktail ne valorizzi la geografia, la territorialità. Proprio per questo abbiamo usato single cask a grado pieno, whisky così come esce dalla botte e quindi senza diluizione con acqua; un processo che purtroppo a volte avviene molto lontano dalla distilleria.

E dalla tua prospettiva, Marco Russo, cosa vuoi che un whisky doni alla tua preparazione?

MR: Il punto di partenza è stato il single malt e il rispetto che gli va tributato per la sua storia, le sue caratteristiche. Noi non vogliamo assolutamente stravolgere il prodotto di partenza, ma esaltarlo. La ricerca è individuazione dei tratti principali per poi esaltarli. Se parliamo di Laphroaig, nel cocktail non ci andrà sicuramente un cordiale alla camomilla. Laphroaig è acqua di mare, punto. Quindi il drink deve essere sapido, e poi medicinale. Ad esempio, noi abbiamo distillato la terra per abbinarla a questo whisky selvaggio… Invece miscelare per contrasto andrebbe a snaturare. Io a volte propongo il Rob Roy con Lagavulin 16 e il “Dopo Teatro” di Cocchi, due prodotti fantastici, che si completano a vicenda, ma che hanno storie completamente indipendenti. Qui invece vogliamo lavorare per esaltare la specificità.

MM: Prendi il cocktail basato sull’Arran di Whiskyclub, un ex-bourbon first fill con note evidenti di vaniglia: sembrava una caramella. Incredibilmente spinto su quella dolcezza, ma comunque bilanciato.

FullSizeRender-9Come sono strutturate le vostre degustazioni, e quale è stata la reazione che avete avuto da parte del pubblico?

MM: La degustazione vede prima l’assaggio del single malt con una spiegazione classica del prodotto, della distilleria, della geografia. Poi, sul finire del whisky liscio, ci si coordina per far entrare in scena il cocktail. Il riscontro è stato veramente positivo, perché l’abbinamento col cocktail permette di avere un approccio più rilassato, meno timoroso verso il single malt, oltretutto sempre un single cask a grado pieno in cui tutto è amplificato: così le persone sono più invogliate a bere, a degustare.

MR: Hanno partecipato molti clienti del locale: persone che ordinano abitualmente cocktail a base whisky come i nostri Martesana, o Skye, ma che sul whisky erano quasi a digiuno e che invece nella serata hanno manifestato tanta curiosità sul prodotto liscio – e bere il single malt è completamente diverso. Quindi è stato bello vederli apprezzare le nozioni sulla distillerie della serata. Conoscere la storia del whisky aiuta anche a far scemare anche la concezione di un distillato “top premium”, troppo costoso. Bisogna capire che si possono avere ottimi prodotti a prezzi ragionevoli, che permettono di mantenere il costo di un drink alla portata di molti.

Insomma non finisce qui, par di capire? Pensate di portare queste serate anche fuori dal 1930?

MR: sì, ma ci deve essere dietro una formazione preliminare, sia sulla storia dei whisky e sia a livello di bartending. In serate come questa non si possono rischiare strafalcioni sui drink.

MM: E questo è importante anche dal punto di vista di un purista, spesso scettico e preoccupato di togliere serietà al whisky. Ma nel momento in cui si prova per curiosità, non se ne esce più. Il fatto è che il single malt è miscelabile ma devi essere capace, devi conoscerne le sfumature e rispettarle. Anche per questo motivo infatti in queste serate non abbiamo mai usato guarnizioni esterne al cocktail, quando invece uno dei punti di forza del 1930 è anche una presentazione d’impatto.

Malta, cosa cambia nel mondo del whisky dal punto di vista commerciale con la discesa in campo della miscelazione? 

MM: Penso ad esempio ai selezionatori indipendenti, che potrebbero essere spinti a imbottigliare già con un occhio rivolto a collaborazione future, con una ricerca di prodotti sempre più particolari e una nuova corsa verso altre frontiere qualitative. I barman da questo punto di vista sono sempre più esigenti.

MR: Il single malt ha delle potenzialità ancora inespresse, ma ora sono le aziende stesse che si stanno spostando sulla miscelazione. Puntano su questo sia per allargare il target verso un pubblico più giovane sia perché in miscelazione si consuma mediamente più prodotto. Insomma, vedo un futuro roseo per il whisky nel bartending.

FullSizeRender-12Marco, parliamo un po’ del tuo approccio al whisky: in quali cocktail ritieni di non poter fare a meno di un single malt? Un esempio: abbiamo assaggiato un “Old fashioned” fatto sostituendo il rye/bourbon con un Glengoyne ‘Cask Strength’… ed era effettivamente buonissimo, noi non torneremmo indietro. Approfondendo la conoscenza dei single malt, è cambiata la tua percezione dei cocktail? 

MR: Jerry Thomas disse che per fare ottimi drink servono ottimi prodotti. Quindi non tornerei mai indietro sui grandi classici, che sono nati con una formula semplice: spirit, water & sugar. L’esempio classico è l’Old Fashioned, come dicevate, oppure il Sazerac. Qui usando un single malt particolarmente aromatico potrei addirittura permettermi di rinunciare al rinsing (la pratica di aromatizzare il bicchiere, ndr) con l’assenzio, oppure farlo con un liquore alle noci per andare a esaltare le note di frutta secca del whisky di malto. Il single malt ha palle, se uso un blended, pur buono come il Red Label, o un cognac come base poi mi serviranno delle macerazioni di frutta e altro per completare l’architettura; un single malt regge da solo il peso di tutta la casa, è lui il principe del drink.

C’è secondo te un limite oltre il quale non andare nell’uso del single malt per la miscelazione, sia come qualità e complessità, sia come prezzo? 

MR: Io miscelerei qualunque cosa, anche un Port Ellen, ma è il mio cuore che mi dice dove fermarmi. In bottigliera abbiamo un Brora 35, sarebbe bellissimo usarlo per un cocktail ma preferisco di gran lunga assaporarlo io così com’è. E poi a livello commerciale è effettivamente improponibile come drink cost, nel senso che dovresti spingerti a far pagare un cocktail parecchie decine di euro. Per il mio locale, per poter tenere una drink list attorno ai 10-15 euro, posso usare bottiglie che non superino i 150 euro. Poi non c’è un limite alla follia e alla curiosità di un cliente…

FullSizeRender-10Generalmente i cocktail “classici” non avevano torbati, mentre ci sembra l’avvento del single malt nella miscelazione abbia portato proprio la diffusione ‘in massa’ dei whisky di Islay; com’è il tuo approccio verso questo tipo di single malt

MR: I torbati sono stati il primo step, perché hanno un sapore forte, violento, come il drink con Ardbeg 10, vermouth, un bitter al cioccolato e un Decanter Bitter che proponevo qualche anno fa. In realtà poi adesso uso molti malti differenti, e tanti non sono di Islay. Non è necessario lavorare su Ardbeg, o su Laphroaig. Io mi potrei divertire anche con un Clynelish, giocando col Rotavapor, un sistema di distillazione sottovuoto che ti permette di distillare di tutto, anche la cera d’api, o i fiori… Anzi, adesso che mi è venuto in mente vi saluto e vado a sperimentare…

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lo staff del 1930 al completo