Diageo Special Release 2017 (MWF tasting – 15.5.18)

Ieri sera grazie a Diageo Italia e al Milano Whisky Festival c’è stata una delle degustazioni più attese dell’anno: cinque Special Release del 2017 sono state aperte per la gioia di una quarantina di appassionati e professionisti – nel pubblico c’erano tanti giocatori del whisky game italiano, ed è stato molto piacevole salutare tanti amici. Il parterre prevedeva il Collectivum XXVIII, il Blair Athol 23, il Lagavulin 12, il The Cally 40 (SR del 2015, da noi già recensito qui) e… il Brora 34! Ogni volta che ne assaggiamo uno, ci diciamo che probabilmente è l’ultimo Brora che berremo nella nostra vita… e dunque abbiamo deciso di rimandare l’esperienza: abbiamo fatto un sorso infinitesimale, ci siamo presi un sample e nei prossimi giorni ce lo beviamo con calma. Partiamo con le solite tre ‘sentenze’, mini-recensioni prese sul momento.

Collectivum XXVIII (2017, OB, 57,3%)
Un Blendend Malt senza età dichiarata, frutto dell’unione di tutte le distillerie di malto di Diageo: “Diageo in un bicchiere”, diceva il grande Franco Gasparri. Note di frutta gialla, morbido, mite; bel naso aperto nonostante l’alta gradazione, al palato un po’ troppo ‘frizzantino’ (pepe e zenzero), un po’ troppo presente l’alcol. Oleoso comunque; cremoso (zabaione). L’acqua giova ma non troppo, rendendo meno espressivo il naso e aprendo invece il palato. Una cassetta di mele gialle, vere protagoniste. 85/100

Blair Athol 23 yo (1993/2017, OB, 58,4%)
Solo maturazione in barili ex-sherry. Una bella mela rossa, qualcosa di floreale al naso (con acqua si fa più dolce, con note di torta di mele, di miele); al palato appare alcolico e un po’ debole rispetto alle attese, con sentori chiari di aceto di mela. Con acqua si fa decisamente più fruttato (ancora mela rossa), poi castagna e caramelle Rossana. Una venatura mentolata al palato. L’acqua è fondamentale. 86/100

Lagavulin 12 yo (2017, OB, 56,5%)
La sedicesima release del Lagavulin 12. Da subito, è lui: molto costiero e marino, poi frutta bianca; aria di mare, fumosissimo. Lagavulin sarebbe riconoscibile in mezzo a mille! Anche al palato c’è tanto sale, tanto mare, fumo, una dolcezza leggera (uva e zucchero a velo). Come sempre, Laga mantiene una solidità e una qualità da spavento. 90/100

Sottofondo musicale consigliato: Fantastic Negrito – Plastic Hamburgers, così, a caso.

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Vanilla Burst (2017, Wemyss, 46%)

Da qualche tempo partecipiamo festosamente ai tweet tasting organizzati da whiskywire, che funzionano più o meno così: una ventina di blogger e appassionati di whisky da tutta Europa ricevono a casa dei campioncini e li bevono in simultanea all’orario dell’aperitivo, riversando su Twitter tutte le impressioni e le frustrazioni di giornata come se non ci fosse non solo un domani, ma nemmeno un post cena. Qualche settimana fa il pacchettino conteneva gli ultimi esperimenti di Wemyss, estroso imbottigliatore indipendente scozzese (tanto per capirci l’ultimo assaggio era un old fashioned già confezionato a cui aggiungere solamente ghiaccio). La serata è iniziata con questo Vanilla Burst, un no age statement prodotto con malto dello Speyside fino a raggiungere i 15200 litri. Per questo primo batch sono state sfornate 4800 bottiglie. E il nome è tutto un programma…

N: siccome questo è un concept whisky, noi faremo una concept recensione, optando per un’immagine altrettanto onnicomprensiva – e l’immagine è: ciambellone / torta paradiso, con tanto zucchero a velo e la scorzetta di limone nell’impasto. Se qualcuno poteva temere un bourbon monster, quest’incubo si realizza solo a metà: la palese giovinezza del distillato, che ci pare avvicinarlo al familiare Glen Grant 5, rimane abbastanza in evidenza, bilanciando curiosamente il tutto… Note fruttate, di frutta gialla, semplici ma gradevoli completano il profilo: pesca bianca anyone?

P: un buon corpo e un bell’impatto: ancora cremoso con vaniglia e torta paradiso, ancora una bella acidità con limone – di certo c’è un lato fatto di burro fresco ed erbaceo (diremmo lemongrass per essere cialtroni fino in fondo) che bilancia bene la dolcezza. Di nuovo viene in mente Glen Grant. Mela e pesca gialla.

F: medio-lunghino e persistente

Premesso che questo nuovo filone dei Nas connotati da un descrittore già in etichetta può piacere o può far inorridire, bisogna convenire sul fatto che un whisky va valutato in base al nostro gusto personale e alle sensazioni che ci trasmette. In questo senso, al Vanilla Burst non si potranno negare una certa piacevolezza e corposità, pur nel contesto di una ostentata semplicità. Quindi sbattiamocene della tradizione e vai di 83/100! Costa intorno ai 50 euro.

ah, per chi volesse farsi del male l’hashtag su Twitter era #wemissmalts

Sottofondo musicale consigliato: Vanilla Sky – Just Dance

Old Ballantruan (2016, OB, 50%)

Tempo fa abbiamo assaggiato Old Ballantruan 10 anni, versione torbata di Tomintoul – the gentle dram dal cuore dello Speyside. Non era andata malissimo, ma a dirla tutta non conserviamo un ricordo indelebile della qualità di quel whisky: rinfreschiamoci dunque la memoria con il fratellino senza età dichiarata. A differenza del decenne, questo Old Ballantruan conserva la ‘vecchia’ grafica, che è infinitamente preferibile alla nuova – ma si sa, de gustibus

N: come già nell’altro Old Ballantruan, la torba è molto chimica, densa, tutta sullo smog. C’è poi, molto caratterizzante, il lato di lieviti e canditi, a dimostrazione della giovane età. Troviamo perfino una nota metallica, quasi di rame. Dobbiamo dire che il degustatore distratto potrebbe facilmente pensare di avere sotto al naso un pacco di Amica Chips alla paprika: quell’amore/odio che tutti abbiamo provato negli aperitivi più disperati. Per il resto, vaniglia e arancia (arancia candita) accompagnano verso l’assaggio. Albicocca disidratata.

P: il corpo è masticabile, con una buona intensità. Qui diventa molto simile al 10 anni, facendosi quasi sovrapponibile. Come quello, ci troviamo una torba greve, da tubo di scappamento, ed una vaniglia agrumata. Un senso astratto di caramello. Il suo dramma però è che troppo si sentono i lieviti, troppo le imperfezioni (non tecniche quanto di ‘opportunità’, se ci intendiamo) per essere davvero convincente.

F: lungo, persistente, cerealoso; perfettamente diviso tra vaniglia e fumo.

Non possiamo certo nascondere una certa idiosincrasia con Tomintoul e i suoi imbottigliamenti ufficiali: ormai ne abbiamo recensiti un po’, e in tutti riscontriamo un sostanziale difetto di personalità. Anche in questo Old Ballantruan non riusciamo a riconoscere un dram pienamente soddisfacente, e anzi – ma si sarà capito leggendo la recensione – proprio non possiamo dircene convinti nonostante qualche guizzo. 77/100 dunque, e speriamo che il prossimo Tomintoul ci sappia far rimangiare le nostre parole.

Sottofondo musicale consigliato: modernariato anni ’90, con L7 – This ain’t the summer of love.

Ardbeg ‘Kelpie’ (2017, OB, 46%)

Come ogni anno dal 2012, Ardbeg ha messo sul mercato a inizio giugno un’edizione speciale, rendendo l’Open Day di distilleria al Feis Ile un evento globale – l’Ardbeg Day, appunto. A ‘sto giro ci siamo persi lo sfarzoso evento di presentazione, ma sappiamo che è stato molto apprezzato: complimenti a Moet perché, per quanto ad occhi di molti sia una baracconata superflua rispetto al prodotto (rilassatevi, ragazzi), è pur sempre un pomeriggio di bevute gratis per tutti. La release 2017 è “Kelpie”, trattasi di whisky d’età non dichiarata maturato in barili di quercia vergine dell’Adighezia, regione russa non lontana dal Mar Nero. Corriamo a degustare perché sì, insomma, ci siamo capiti.

N: il naso è immediatamente accogliente, e squaderna stereotipi da Ardbeg in una versione semplificata, se vogliamo: tra le diverse anime, felicemente fuse assieme, iniziamo dal lato zuccherino, tutto di vaniglia, zucchero, succo di mela, una leggera crema pasticcera. Questa ‘dolcezza’ è bella appiccicosa, pesante (barretta cereali e miele?, forse un cenno di strudel). Poi, la marinità di Ardbeg, evocata fin dal disegno, è presente con tanta aria salmastra e alghe, ma non si prende mai la scena principale. Tutto ciò è racchiuso in una nuvola di fumo, che ci ricorda il tabasco affumicato (esiste, sì: Chipotle Pepper Sauce) e il bacon, anch’esso affumicato.

P: conferma da subito una dolcezza facile ma non semplice (eh?), nel senso che non è il ‘solito’ Ardbeg moderno vaniglia+limone+Islay… Come al naso, infatti, ha una dolcezza più densa e appiccicosa, tra caramello, ancora mele, miele cristallizzato (qua si ride, ragazzi); e soprattutto non c’è traccia di agrume. Poi certo le caratteristiche isolane sono ben presenti, forse con meno marinità ma, in compenso, un’esplosione di fumo di torba in crescita costante. Fa capolino anche un senso di medicinale…

F: molto lungo e persistente, perdura all’infinito un senso di braci, di falò, di grasso maiale sulla brace; e poi ancora il medicinale…

Un Ardbeg ‘arancione’, decisamente godibile, privo della quota agrumata che tanto ci piace dello stile di casa e carico di tanta dolcezza grazie al legno vergine che, si sa, esagera sempre. Al palato esplode la torba, che al finale addirittura sembra poterti risucchiare in un gorgo senza fine… Poi il giorno dopo ti svegli e pensi che anche per quest’anno Ardbeg ha messo sul mercato una special release non male: 86/100. Che poi sia così speciale da giustificare il prezzo: mah, ma fa caldo e non faremo la morale a nessuno. Qui tutti gli altri Ardbeg che abbiamo bevuto finora, comprese tutte le ultime release annuali.

Sottofondo musicale consigliato: Rino Gaetano – Nel letto di Lucia.

Arran Smuggler’s Serie vol.1 ‘The Illicit Stills’ (2015, OB, 56,4%)

Nell’autunno 2015 Arran ha lanciato Smuggler’s, una serie limitata a tema distillazione illegale, con bottiglie eclettiche e confezioni ambiziose: un falso libro, decorato come un grafico millennial probabilmente si immagina un libro dell’Ottocento, nasconde al suo interno una bottiglia, ta-dà! Pochi giorni fa è uscito in Italia il terzo capitolo, che a quel che ci risulta è già esaurito; noi siamo rimasti indietro, e affrontiamo oggi la prima versione, ‘The Illicit Still’s. Non è data conoscere l’età, ma c’è dell’Arran torbato (a diversi gradi di torbatura, a dirla tutta), c’è dell’Arran invecchiato in Porto, insomma: c’è una ricetta complessa, c’è un concept forte a livello di marketing, vediamo se il teatro regge alla prova del bicchiere.

arran-malt-smugglers-edition-2015-copyN: sia come sia la ricetta, al naso questo alambicco illegale regala note molto fresche di un distillato giovane, con una venatura torbata che proprio non le manda a dire. E quindi notiamo tanto burro fresco, tanto cereale (diremmo: porridge), anche canditi; forse addirittura latte. Tanto, tantissimo limone. Zucchero a velo. Al contempo emerge una nota ‘dolce’ un po’ più calda, diremmo di marmellata, forse confettura d’agrumi? E poi, la torba: un leggero affumicato che ricorda molto, anche se da lontano, la scamorza – affumicata, ovviamente.

P: il primo impatto è tutto sul limone, sembra di addentare un limone leggermente affumicato e con dello zucchero a velo sopra. Agghiacciante? Non come sembra, a dir la verità. Note ancora burrose, o di panna cotta; una piccola vetta fumosa, quasi pirica, risultante dall’abbinamento tra una torba bella vivace e l’eco della dolcezza da Porto. Per il resto, un senso di vaniglia astratto, e tanta gioventù.

F: lungo e persistente, limonoso e fumoso; e poi, ancora panna cotta. Pane.

Il primo capitolo della serie ha una grande potenza agrumata, che esplode in tutta la sua virulenza al palato; e si sente che la torba è tosta, non è un semplice dettaglio verbale, ma vera sostanza. E pure, al di là del mero, sterile elenco di descrittori e al di là di una bevuta piacevole, il profilo complessivo resta un filo esile, senza profondità se vogliamo, e per quel che ci riguarda non rende giustizia a una distilleria che ha dimostrato di avere uno stile preciso e di nostro gusto. Detto ciò, siccome non sapremmo dire se a leggere queste parole si comprende fino in fondo l’emozione che pervade i nostri cuori, diamo i numeri: 82/100. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: Kiasmos – Looped.

Port Charlotte ‘Islay Barley’ (2016, OB, 50%)

Quando si parla di Bruichladdich, si parla di una delle distillerie più innovative del panorama dello scotch whisky contemporaneo. Port Charlotte è la versione torbata di Bruichladdich, e oggi assaggiamo uno dei membri stabili del suo core range, cioè “Islay Barley”: come recita orgogliosamente il sito ufficiale, “harvested in September 2008 from the farms at Coull, Kynagarry, Island, Rockside, Starchmill & Sunderland, peated to 40 PPM, then distilled in December of the same year, this is a whisky of flawless provenance. A true Ileach”. Prima di darvi le nostre opinioni sotto forma di parole e numeri, vi ricordiamo l’appuntamento più entusiasmante dell’estate whiskofile: l’11 luglio prossimo, grazie all’intervento di Branca (importatore e distributore italiano del marchio), presso l’Harp Pub Guinness a Milano assisteremo ad una degustazione davvero notevole… Noi ovviamente ci saremo, ci piace pensare che ritroveremo tanti amici di malto

N: la gradazione alcolica non è pervenuta; un cereale molto caldo, tanta salsedine (ma proprio tanta, c’è il mare che scorre in questa bottiglia!) e un senso di bruciato che ci ricorda immediatamente le castagne, il profumo delle caldarroste. Col tempo il lato più ‘dolce’ pare definirsi meglio e variegarsi, soprattutto verso note fruttate: ci pare di sentire, accanto all’agrumato intenso (bam: bergamotto!), una frutta gialla matura, un qualcosa di pienamente tropicale, forse un kiwi gold? C’è pure della banale vaniglia. Dopo un po’, l’acre della torba abbinato al fruttato regala una suggestione di borotalco.

P: esplosivo e pieno, davvero esuberante. C’è una bella fusione di elementi marini (acqua salata, ma anche la fune del porto…) ed elementi ampiamente balsamici (borotalco ancora). Poi si scatena anche una bella dolcezza vanigliata e cremosa (con nette venature agrumate: una crema al limone?), con anche decise note di corn flakes, di fiocchi di cereale. Ci sentiamo di condividere con l’estensore delle note ufficiali la suggestione di pepe.

F: resta a lungo il bruciato, ma complessivamente è una torba decisamente più inorganica (pneumatici, porto inquinato).

Molto buono, pulito e raffinato, di grande eleganza: l’ennesima conferma che Jim McEwan, per gli anni che ha prestato servizio in Bruichladdich, lavorava benissimo. Peccato solo che, in un certo senso, siano altri a raccogliere i frutti di quell’impostazione, ma questo fa parte del magico mistero che è l’industria del whisky. Veramente godibile, con un buon rapporto qualità/prezzo (costa 70/80€): complimenti a Bruichladdich! 87/100, ci vediamo la settimana prossima!

Sottofondo musicale consigliato: Islay – Bruichladdich.

Glenmorangie ‘Bacalta’ (2017, OB, 46%)

Facciamola breve: a dispetto delle ironie che seguiranno, Glenmorangie è una distilleria fantastica delle Highlands ed è di proprietà del gruppo LVMH (Louis Vuitton Moet Hennessy); il distillery manager (pardon: l’Head Manager & Whisky Creator, ma vai, va…) è il signor Bill Lumsden, un pazzo visionario che da tempo si è messo a sperimentare selvaggiamente, soprattutto in materia di legni. Nella serie Private Edition (che la stessa distilleria ama definire “vincitrice di molti premi e sempre intrigante”), quest’anno chiamasi “Bacalta”, e ha la peculiarità di essere un NAS e di essere finito in botti di Malmsey Madeira ‘cotte’ al sole e non essiccate artificialmente. Se volete leggervi tutto il pippone dell’ufficio marketing di Glenmorangie, lo trovate qui: ma preparatevi a una retorica, come dire, un po’ caricata.

N: molto invitante ed espressivo, con i sentori alcolici assenti. La parola d’ordine è zuccherinità, che tradotta in fragranzese (?) ci riporta alla mente albicocche molto mature (ed in compote), crostatina di frutta, marmellata d’arancia, pastafrolla… Fichi secchi, anche. E poi ha anche un lato speziato composito, tra uno zenzero fresco e un pepe bianco al top. Un che di tostato. Sotto questa coltre seducente, con qualche attenzione si può riconoscere anche un distillato piuttosto giovane e cerealoso, e che a tratti pare volere ancora scappare dalla completa integrazione con il legno.

P: come al naso, non tradisce le attese e si dimostra molto facile e beverino, replicando le note dolci e cremose, tra la pastafrolla e ancora tante albicocche, tra la crema con uvetta e un’agrumatura da marmellata d’arancia (e con questa coppia vorremmo che visualizzaste una dolcezza leggermente acida). Questa esuberanza ruffiana e dolciona resta appena sfregiata negli ultimi istanti da una nota alcolica un po’ sparagnina – a sua volta compensata da una frutta secca massiccia e legnosa, che…

F: …prosegue fino al finale, lungo e ricco, tra fichi secchi, frutta secca, crostata, malto tostato. Lascia il palato ‘appiccicoso’.

Glenmorangie è una distilleria talmente solida che anche quando ricorre all’espediente del NAS con finish inusuali, lo fa con stile e con eleganza: anzi, a ben vedere si può forse dire che quest’espediente se lo sia inventato lei, grazie ai deliri immaginifici di Bill Lumsden e alla volontà di potere di Louis Vuitton. Anche in questo caso l’esperimento riesce, pur non raggiungendo le “inedite vette di complessità” che prometteva il sito di Glenmo: 84/100 per un whisky ben fatto, ma che per pura fatalità non incontra appieno i nostri gusti sì da farci girare la testa – e dunque bravi ma non bravissimi, per quel che ci riguarda.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

Aberlour Antique (circa 2000, OB, 43%)

Ormai chi ci legge sa che Aberlour è una delle distillerie dello Speyside che maggiormente apprezziamo per la sua costanza nel tempo, per la qualità media, sempre alta, dei suoi imbottigliamenti, per la generale solidità del distillato – e cortesemente non veniteci a dire che questa è una sinestesia, eh! Ad ogni modo: Pino Perrone, indiscusso guru del whisky ed enciclopedia ambulante, sacerdote del tempio romano di Whisky & Co, grande appassionato di musica, collezionista bibliofilo e amministratore delegato del suo cane Octomore, dicevamo: Pino Perrone ci ha omaggiato, ormai più d’un anno fa, di un sample di Aberlour “Antique”, un NAS messo sul mercato dei duty free a inizio 2000. Noi, ringraziando Pino, mettiamo naso e fauci sul bicchiere.

ablob-non4N: un dram double face, che unisce un bel lato sfacciatamente beverino e succoso a qualcosa di più profondo ed elegante. Spieghiamoci: da una parte infatti abbiamo invitanti pesche mature, marmellata alle fragole, mele rosse e più in generale una sensazione di zucchero e noccioline caramellate che avercene; e ancora confetto, miele, pasta di mandorle. D’altra parte tuttavia sembra tener fede al suo nome – Antique – regalando note di fichi e datteri secchi, vecchia carta (ma senza un briciolo di senso di umidità), spezie profumate (avete mai annusato la carta aromatica d’Eritrea?). Levigato e classy.

P: dopo un naso così carico, le aspettative sono alte. Da subito si ripropone quella sensazione fruttata molto facile a base di pesche, mele e frutta rossa unitamente a una bella nota di cereale. Rispetto al naso però emergono nuove suggestioni, con tanto legno tostato, cioccolato fondente e frutta secca. Tè in infusione.

F: ancora tanto legno e quei mieli un po’ amari. Abbastanza lungo.

Partiamo dal voto, 86/100, per un whisky magnificamente ‘normale’ (di quelli che, come diciamo noi, “sanno di whisky”), mai tentato dalle chimere dell’avanguardia più sperticata, privo di guizzi ma soprattutto privo di difetti: insomma, un whisky ben radicato nella tradizione di casa, un malto fatto come solo Aberlour sa forgiarli, oggi come ieri. Sapevamo già con la serie degli a’bunadh che la distilleria ci sa fare anche con i NAS, ma ci piace averne ulteriore conferma con questo imbottigliamento di una quindicina d’anni fa. Daje.

Sottofondo musicale consigliato: Marijata – I walk alone.

Spey Tenné Port (2015, OB, 46%)

Chiudiamo i conti con i prodotti della Speyside distillery assaggiando l’edizione limitata (18000 bottiglie) Tenné Port: whisky di almeno otto anni in botti ex-bourbon con sei mesi finali di passaggio in botti ex-Porto ‘Tawny’ prodotto dalla piccola Quinta do Filoco. Come senz’altro sapete, se avete avuto la sventura di leggere altre nostre recensioni in passato, dai finali in Porto diffidiamo abbondantemente, seppure – a nostra sindacabile opinione – questi finish fanno i danni maggiori ai whisky torbati. Colore: trota salmonata.

spsob.non5N: subito ci colpisce una macro-suggestione: la glassa della colomba, con le mandorle tostate e gli zuccherini… Questo whisky, infatti, non lesina botte di ‘dolcezza’ a base di vaniglia e appunto pasta di mandorle; e poi ancora canditi del panettone, tanta uvetta. Un profilo ‘succoso’, complessivamente, con fresche note fruttate e di mirtilli (forse yogurt ai mirtilli?). Qualcosa di speziato, forse biscotti alla cannella? Un chiodo di garofano?

P: di buon corpo, il primo impatto è forse un po’ alcolico ma c’è una bella esplosione di sapori… L’impressione complessiva è più che positiva, nonostante il nostro disamore per il Porto! All’inizio si sente tanto il legno, con note molto tostate, poi di frutta secca (mandorle e nocciole); oltre, aumenta il lato succoso e fruttato, con uvetta e amarene (quelle sotto spirito, di brutto). Non molto altro, forse un ricordo speziato e un poco di pepe nero.

F: un enorme marron glacée, poi uvetta, amarene, legno tostato.

Intendiamoci, è buono: e però pare un po’ esile. Abbiamo assaggiato ormai quattro espressioni di Spey (di fatto, quattro quinti del loro intero core range), e il carattere comune ci pare essere proprio l’esilità del distillato, che per distinguersi ha bisogno o di invecchiamenti importanti o di botti molto marcanti – e dietro all’apporto della botte, se possiamo sbilanciarci, poco rimane. Detto ciò, questo ci è piaciuto: 82/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ian Brown – My Star.

Clynelish ‘Select Reserve’ (2014, OB, 54,9%)

La versione ‘Select Reserve’ di Clynelish è parte delle Special Release Diageo dal 2014: la prima versione era un NAS – nessuna età dichiarata – costosissimo, anche se il vintage più giovane era dichiarato, il 1999 (quindi tecnicamente avrebbero potuto rilasciarlo come 15 anni a grado pieno). Dovremmo meditare a lungo sul concetto di NAS portato ad un livello estremo, ma siccome è agosto pieno e non siamo mai andati in vacanza, beh: non ne abbiamo proprio voglia, pensateci voi. Noi, qui, assaggiamo.

clyob.non2N: di primo acchito potrebbe sembrare un whisky beverino, come tanti, e invece se lo si ascolta con un po’ di attenzione apre le porte a mille mondi paralleli. Proviamo a fare ordine: c’è un lato intensamente fruttato, di frutta matura e golosa (pesche bianche, di brutto!), ci sono note ‘dolci’ e agrumate che ci riportano alla nostra amata torta paradiso (e quindi limone, crema, vaniglia, zucchero a velo). Non disdegna nemmeno certa mineralità vegetale tipica del lavoro degli alambicchi di Clynelish (qui diremmo: fiori secchi), poi a tratti una bella torba, acre e al limite del timidamente fumoso (solo a volte, però).

P: molto, molto coerente con il naso. Il primo impatto è ‘austero’, sul limone e sul vegetale (erba fresca, lemongrass; ma anche tanti fiori, freschi e recisi); e compare anche una deliziosa sfumatura di cera, intensa ma fugace, che di questa qualità si trova solo nel Clynelish. Pulitissimo, si sente benissimo il malto, dolce (fiocchi di cereali zuccherati?); un leggerissimo cenno di mandorle. Ancora un che di più dolce, tra la pesca bianca e la torta paradiso.

F: pulito e maltoso, si rigioca tutte le sfumature di prima, tra i fiori, il vegetale, ancora la mandorla… e una bella dolcezza di pesca bianca.

È un esempio eccellente di Clynelish, che è forse la nostra distilleria preferita: dunque sì, ci è piaciuto tantissimo, diciamo da 91/100. Tenendo conto di questo, allo stesso prezzo ti porti a casa tre o quattro single cask ultraventenni di qualità equivalente…

Sottofondo musicale consigliato: Charles Bradley – Why is it so hard.