[Dal nostro inviato ai Caraibi] Appleton 21 yo (2019, OB, 43%)

Il nostro inviato ai Caraibi, mannaggia a lui

[Il nostro inviato ai Caraibi ci ha inviato questa recensione ben più di un mese fa. Sarà l’invidia per la diversa geolocalizzazione di lui e noi, sarà una perniciosa tendenza a procrastinare… Il risultato è che l’abbiamo colpevolmente tenuto in freezer per troppo tempo, e ci dobbiamo anzi scusare con l’indomito Luca Perego – anzi, no, sta ai Caraibi, pensa te se ci dobbiamo scusare. Comunque: oggi assaggia un pezzo grosso del rum giamaicano, noi ci sediamo come nipotini intorno al nonno e rapiti lo ascoltiamo]

Prima di tutto volevo dirvi che fa caldo. Così, giusto per ricordarvi che a Milano piove e qui invece l’ultima volta che sono scesi sotto i 26 gradi la Juventus ancora era tifata dai torinesi. Bere con questa temperatura è quasi fastidioso, quindi spero possiate capire che lo sforzo che sto facendo per questa degustazione è difficile quanto fare colpo con la tipella delle medie quando tu al massimo conosci tutte le regole di Magic e la data di nascita di Donato Bilancia (sto parlando di mio cugino, mai di me).

Oggi ci spostiamo in Giamaica, dove oltre a della marijuana di dubbia qualità e della musica di altrettanta dubbia qualità, producono anche del rum. Appleton nasce tanti anni fa, pare addirittura persino prima di Andreotti, a Cockpit (sì, davvero, questo posto si chiama “Fossa del cazzo”) un qualche posticino sperduto dove tra un no woman no cry e l’altro, Campari si è comprata la più antica distilleria giamaicana. Mica cazzi – al massimo Fosse di cazzi.

Assaggiamo Appleton 21… Ufficialmente è un blend di rum che fanno almeno 21anni assemblato dalla prima Master Blender donna della storia. Abbiano le quote rosa anche nelle sbronze, dove finiremo signora mia?! Dove? Sarà per questo che se vi aspettate un rude boy vi sbagliate di grosso. Al naso si sente subito una bella presenza citrica che ci accompagnerà per tutta la degustazione, spicca lo zenzero e quella bella caramella toffee, inoltre un frutto irriconoscibile per cui ho scomodato metà cucina (È albicocca? È maracuja? È papaya? È via Imbonati in una calda mattina d’estate? Non lo abbiamo capito, però in cucina se lo sono finiti). Torniamo a monte nella nostra Fossa di cazzi; l’alcool non è invadente, nonostante tutto stiamo parlando di sentori molto molto delicati. Il primo impatto in bocca tiene il lato citrico, è fresco nonostante la texture molto marmellatosa e la dolcezza straripante. Esce però anche il primo difetto, come quando noti il pomo d’Adamo alla ragazza che ti stai portando in bagno a limonare in discoteca, ad esempio c’è una nota terrosa ed erbacea che nel complesso risulta spiacevole, stona. L’unica, ahimè non leggera, imperfezione. Il finale è lungo, non tipo Mr Holmes, ma comunque da far sfigurare chiunque in spogliatoio dopo il calcetto; arrivano la canna da zucchero, la vaniglia ed il caffè appena tostato ma anche una nota di agrume che non si riesce a ben definire, per la quale credo sia necessario identificarla come una nota di pomelo (tanto nessuno sa di cosa sappia realmente e ci faccio un figurone).

Dal thanksgiving è tutto, linea allo studio.

Glengoyne 10 yo (2010 circa, OB, 40%)

Torniamo sempre con piacere sulla distilleria gestita da Ian Macleod, non fosse altro perché Glengoyne rappresenta spesso quella romantica tappa che segna l’inizio o la fine di un viaggio scozzese, data la vicinanza con l’aeroporto di Glasgow. Glengoyne, attiva fin dal 1933, ha fatto degli invecchiamenti in barili ex sherry il suo segno distintivo e ha oggi un variegato core range di single malt, che vanno dai 10 ai 25 anni d’invecchiamento. Se date un’occhiata ai nostri assaggi, si capirà che la distilleria ha dei meriti che vanno ben oltre il genuino affetto che un’ultima smodata bevuta prima di salire sull’aereo indubbiamente genera. Oggi però facciamo un carpiato nel passato, assaggiando una vecchia edizione del 10 anni uscita intorno al 2010, quando ancora la l’etichetta odierna era solo un’icona ancora di là da venire, sospesa nell’iperuranio immutabile delle idee pure.

N: attacca un po’ pungente, per il resto squaderna il tipico profilo suadente e ricco di Glengoyne: quindi frutta rossa (ciliegia Fabbri, un po’ di confettura di fragole), mela melosissima (caramella alla mela, mela cotta), cioccolato al latte, butterscotch…

P: pur tenendo conto di un corpo sottile, non possiamo che trovarlo coerente e molto piacevole: toffee, mela e cioccolato al latte dominano la scena, con la frutta rossa in decrescita. Sempre frutta secca, a testimoniare un percorso cioccolato > cioccolato alle nocciole > nocciole che forse accade solo nella nostra testa. Un po’ piccantino verso il finale.

F: la parte forse meno affascinante, non lunghissimo e un po’ amarino, tutto sulla frutta secca.

Cosa possiamo chiedere di più a questo Glengoyne? Rimane piacevole ed è un whisky che sa di whisky in maniera franca, ma con un apporto dei barili ex sherry abbastanza evidente e che lo rende una buona scelta tra la media dei concorrenti nella categoria entry level. Il rapporto qualità/prezzo ai tempi era eccellente, oggi costa sui 35 euro e anche se non siete nei paraggi di Glasgow, un assaggio rimane una tappa obbligata nel percorso che ognuno percorre nella ricerca del proprio whisky ideale – nonostante la gradazione, sì: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ink Spot – If I Didn’t Care

Glen Garioch 21 yo (1965/1986, OB, 43%)

Quando abbiamo incrociato sui social la presentazione del progetto “Cheaper By The Dram” ci siamo subito tuffati a pesce, e abbiamo immediatamente mandato una mail. Di che si tratta? È presto detto: in un momento storico in cui lo scotch whisky sta letteralmente esplodendo, molte bottiglie eccellenti sono diventate pressoché inavvicinabili al grande pubblico di appassionati – il che è un paradosso, come sappiamo, perché certi whisky, fatti per essere bevuti, si sono trasformati in reliquie da osservare, conservare e rivendere, e proprio chi ha contribuito a creare il mito dello scotch (i bevitori) si sono ritrovati lontanissimi dall’oggetto della loro passione. CBTD parte proprio da questo assunto: it’s cheaper by the dram!, un whisky costa meno se si compra solo un sample. E dunque, due volte al mese CBTD mette a disposizione sul suo sito due nuovi sample di bottiglie importanti (andate a dare un’occhiata), in vendita a prezzi più che onesti, offrendo l’occasione unica di assaggiare bottiglie di fascia alta, o semplicemente malti rari. We believe that whisky is for drinking and our intention is to bring whisky back to the drinkers: come si fa a non amarli? Il sample che abbiamo ricevuto è di un malto leggendario: un Glen Garioch distillato nel 1965 e imbottigliato nel 1986, 21 anni per una bottiglia il cui valore è attorno ai 1500€. Mica male, eh?

N: annusato alla cieca, dato che di Glen Garioch di questi anni non ne abbiamo bevuti mai, diremmo ingenuamente (…) di trovarci davanti a un vecchio Clynelish, o a un Brora. Esibisce una torba gentilmente terrosa ed educata e al contempo affilata e avvolgente che fa gridare al miracolo… C’è tutta quella dimensione mineral-cerealosa di carta vecchia, di mobili di legno impolverati da anni, in parte di cera, e anche di amido da stireria, che davvero ci fa impazzire. Una punta di propoli. Dolcetti all’acqua di rose, o marmellata di rose: c’è infatti un che di floreale e zuccherino al contempo. Gelée al lampone, lamponi freschi? Tra le note più ‘normali’, ecco anche una fetta di mela gialla appena tagliata e delle note di cereali, di brioche integrale al miele. Incantevole, seducente come pochi.

P: sbabàm! Eccezionale. La parte più compiutamente ‘dolce’ tende a normalizzarsi, se di normalizzazione si può per cotanto whisky: miele, poi proprio il chicco d’orzo, quella dolcezza del cereale, zucchero di canna, un innocente sentore di amido zuccherino. Uva spina? Ancora brioche integrale al miele. Tutto è però bilanciato da una lieve nota amara, che tende verso la propoli. Ma una cosa, anzi, un mondo non vi abbiamo ancora detto: ed è quello della torba, dell’austerità, della mineralità. Qui compiutamente ceroso, con un fumo acre, come di sigaro distante, una scorza di limone sporca di cenere.

F: perfetto, lungo, sporco e pulito al contempo, con cenere, una torba setosa ed elegantissima, ancora amido a nastro. Ancora cereale torbato.

per dimostrarvi che è vero (cit.)

Dobbiamo essere davvero grati a Cheaper By The Dram per averci dato la possibilità di assaggiare un whisky del genere. Incantevole, un perfetto vecchierello, venato di note minerali e austere che complicano il profilo di una dolcezza “d’altri tempi”, restituendo l’immagine di un whisky incredibilmente complesso, screziato, pieno di sfumature e al contempo vellutato e piacevole. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Bizarre Love Triangle.

Deanston 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Di Deanston, distilleria “fuori museo dentro liceo” – vale a dire respingente come una fabbricaccia modello Thatcher dall’esterno ma affascinante e old style all’interno – si è già scritto. Situata sulla strada che da Stirling porta ai Trossachs, dove i Glaswegians amano andare in gita, è una meta sottostimata. Così come non pienamente riconosciuto è il valore del suo (poco) single malt. Fratelli Branca da poco lo importa in Italia e ci ha gentilmente spacciato sottobanco una dose del novissimo 18 anni. Al contrario delle precedenti edizioni in batches dalla confezione marrone, soltanto affinate in barili ex bourbon di primo riempimento, il malto in questione invecchia totalmente in questo tipo di botti, di norma molto marcanti. La gradazione di 46.3% rimane identica, ma non siamo qui per giocare ai piccoli chimici, bensì per berlo.

dstob.18yov3N: pressoché analcolico all’impatto, colpisce una pulizia di aromi non comune. Mostra un ottimo bilanciamento tra acidità (torta al limone, cedro candito) e dolcezza, molto spontanea: ha sì note di vaniglia, pere sciroppate e mele cotte, ma non sembra una dolcezza “pompata”, bensì raggiunta naturalmente, senza eccessi né artifici. Albicocca disidratata, suggerisce G.I. Joe Bombana, che beve con noi. È un whisky che sa di whisky (ci sono tante note di cereale), e ha un tratto fresco, come di erba appena tagliata, felce, perfino un che di garza… Stupisce che siano solo barili first-fill. C’è una punta di spezie del legno (noce moscata, cocco essiccato) a rivelare il peso del tempo – pardon, del barile.

P: cremoso, piacevolissimo, conferma le premesse del naso. Qui i barili first fill si sentono molto di più, con crema pasticciera, vaniglia e shortbread. Molto burroso, senza però mai diventare stucchevole. Anche la parte fruttata rifugge gli eccessi: è “giallo” senza però essere succoso, con ananas disidratato e miele – ma non troppo dolce, diciamo miele d’eucalipto, perché siamo gente che vuole stupire. Buccia d’agrume, con un sentore delicatamente amaro: arancia amara? Il tutto è come ben inscritto in una cornice di legno, perché i 18 anni si sentono anche qui, pur senza prevaricare: spezie chiare, liquirizia e legno di balsa, dolce.

F: l’età vien fuori, con note di rovere, altra crema e pasta di mandorle. Un baleno di spezie e… avete presente le nocciole al miele?

“Sembra talco, ma non è”, cantava quella tossicodipendente di Pollon nei cartoni animati anni ’80. Anche questo Deanston sembra semplice, ma ha una sua grande profondità, piena di sfumature. È come l’arte concettuale, ci si illude che la possano fare tutti, ma in realtà il difficile è pensarla. Resta davvero equilibratissimo, dolcezza e parte amara non lottano mai, si contendono la palma del migliore in campo a suon di colpi di fioretto, evitando pugni e schiaffi. Sia lode alla misura: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Kinks – Mister Pleasant

Macallan Edition N.5 (2019, OB, 48,5%)

Qualche anno fa, scherzando un po’, avevamo parlato dei primi NAS di Macallan (Ruby, Amber, Gold e Sienna) come dei “Macallan Pantone“, per dire che stavano puntando tutto sui colori… E alla fine, Macallan ci ha preso sul serio. I vari “Edition” sono infatti preparati in collaborazione proprio con lo studio Pantone, per valorizzare le infinite sfumature cromatiche legate al whisky – e a proposito della nostra bevuta di oggi, il violetto Edition N.5, sul sito ufficiale della distilleria si parla solo di quello. Anche se poi, in etichetta, sono indicate tutte le tipologie di barili usate, con una cura per il dettaglio davvero inusuale (come già accaduto anche con l’Edition N.4, ad esempio). E dunque, perché non puntare (anche) su quello? Ad ogni modo, non vogliamo essere polemici, e in fondo siamo d’accordo con tutto quello che scrive Mark su malt-review.com nel cappello introduttivo.

N: se si pensa al noumeno del Macallan in sherry (cioè?, direte voi, a ragione), questo fenomeno ne è distante: è uno di quei Macallan ‘pallidi’, anche se non così pallido come il range normale triple wood ecc. Cioccolato al latte, anzi: Lindor al latte! C’è malaga, forse zuppa inglese: a testimoniare una presenza tenue di frutti rossi, come diluiti in un mix di gelato, vaniglia, crema. Albicocche secche, arancia dolce, uvetta. 

P: super beverino e molto dolce, conferma le impressioni del naso: sa di zuppa inglese. Potremmo forse chiudere il palato qui: è il whisky più zuppinglesoso che abbiamo mai incrociato. Talmente dolce che la nota di arancia si rivela liquorosa, come Cointreau; tanta vaniglia, crema e uvetta. Il malto non c’è, coperto dalla coltre appiccicosa di dolcezza. Cacao.

F: Angelo, che beve con noi, ci stupisce con una nota epifanica: buccia di pesca.

E che gli vuoi dire, è un whisky complessivamente piacevole, certo un po’ sbilanciato sul dolce – più o meno siamo sul livello dell’Edition N.4, forse un pelo più piacione, e dunque, mostrando grandissima coerenza, ci piace anche un punticino in più: 85/100. Grazie a Marco e Chiara di Velier per il generoso sample.

Sottofondo musicale consigliato: The Jimi Hendrix Experience – Purple Haze.

Bowmore 19 yo ‘French Oak Barrique’ (2018, OB, 48,9%)

Spesso le distillerie preparano degli imbottigliamenti esclusivi per alcuni rivenditori, in carne e ossa oppure online, che così possono proporre delle ciliegie pregiate dall’albero della loro offerta. Anche questo è il caso, ma le proporzioni sono un po’ diverse dal solito… Bowmore, la più antica distilleria ancora attiva di Islay (almeno stando alle licenze, ma questa è un’altra storia), ha selezionato un imbottigliamento di 19 anni in esclusiva per Amazon. Tacendo qui ogni riserva su Jeff Bezos e la sua passione per il non pagare le tasse, e tacendo anche l’impatto che la sua creatura ha ed avrà sulle botteghe su strada, oggi assaggiamo un sample di una delle 4500 bottiglie messe in commercio. Si tratta di una piena maturazione in botti ex-Chateau Lagrange.

IMG_8193_15N: il primo impatto è di cartone bagnato, di legno: la cosa ci insospettisce, lasciamo lì il bicchiere un attimo. Come fosse una Freccia Rossa, arriva in ritardo: dopo un po’, tende ad aprirsi, e dietro la porta spunta una frutta cotta macerata, massiccia. Mele cotte e prugne, uvetta macerata. In crescita costante una nota balsamica, molto netta, di aghi di pino. L’anima di Bowmore si rivela con qualche sentore tropicale, di frutta esotica iper matura, quasi marcia.

P: che buono!, è sempre abbastanza carico dal barile ma ci pare davvero interessante. Troviamo note floreali polverose, parte con bombette della solita deliziosa frutta tropicale macerata ultra carica di Bowmore, sterza poi verso un misto di sale e pepe (e cenere). Tende a rimanere del pepe fumoso – come se ci fosse del fumo di legno in fiamme coperto di pepe. Crema di marroni, in generale frutta secca. Qualcosa come lo zucchero bruciato, un po’ di liquirizia in legnetti – cosa che rivela qui quel senso di vinosità estremo.

F: lungo, perdura a lungo quel misto di sale, pepe e cenere. Marron glacée. Dopo un po’, marmellata di frutta rossa.

Un esperimento decisamente ben riuscito: molto carico, tantissimo apporto del barile, e d’altro canto sarebbe stato strano se fosse andata diversamente. Il risultato però è molto particolare, per nulla scontato, e il profilo, pur se iperzuccherino, è effettivamente inedito. Per nostra fortuna, Bowmore riesce a emergere con le sue punte tropicali e la sua anima sobriamente fumosina: l’equilibrio raggiunto non si può non premiare con un 87/100. Grazie a Egidio per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: 2Pac – Ambition az a ridah.

 

Bruichladdich 22 yo Black Art 03.1 (1989/2012, OB, 48,7%)

Non è la prima volta che riveliamo al mondo il nostro oscuro segreto: abbiamo un passato da metallari, gente pelosa, vestita di pelle, maleodorante, con una perniciosa passione per le birre calde e l’estetica para-satanista. Musicalmente continuiamo a praticare ed apprezzare, anche se la passione resta paludata e poco esibita: detto ciò, non abbiamo perso un certo gusto per quell’estetica lì… E quindi facilmente potrete capire che la serie Black Art di Bruichladdich ci sconfinferi quanto un assolo di Chuck Schuldiner, quanto un vocalizzo di Attila Csihar o un aereo guidato da Bruce Dickinson. Nero come il male, speriamo che il profumo non sia sulfureo come si conviene a un whisky demoniaco… Oggi assaggiamo la versione 03.1: si tratta di un 22 anni distillato nel 1989 e maturato in barili ex-bourbon ed ex-vino (quale, non si sa).

N: molto intenso e aromatico, l’apporto dei barili ex-vino regala suggestioni inusuali ma molto piacevoli. Pasta di mandorla, frutta di Martorana; pasticceria turca, baklava, con miele e quelle gelée di melograno incredibili. In generale c’è tanta frutta secca molto mielosa e carica. Dopo un po’, esce un po’ il legno, con del vino rosso fruttato e della vaniglia in crescita.

P: molto coerente, parte con note di Big Fruit alla mora, in generale diremmo di caramelle alla frutta, con un succo concentrato iper zuccherino e un po’ ‘artificiale’. Ancora dolci turchi al melograno. Pesche cotte col vino. Caramello. Anche qui, dopo un pochino sale il legno, con qualche punta speziata (forse chiodi di garofano?).

F: ancora spezie e succo di melograno. Molto zuccherino e vinoso. Tende all’astringente.

Probabilmente sarà divisivo, come l’eterna lotta tra i fan degli Iron Maiden e dei Metallica, come la polemica inesausta tra Burzum e il fu Euronymous, come la svolta progressive degli Opeth. E in effetti un po’ ha diviso anche noi: è senz’altro qualcosa di ‘diverso’, non è un malto spirit driven, Bruichladdich quasi scompare – e però il risultato non è affatto male. Da provare. Certo, non costasse 240€ uno lo proverebbe più agilmente… 85/100. Grazie a Samuel e a Dario per i sample: sì, siamo fortunati, ne abbiamo ricevuti due da due cari amici.

Sottofondo musicale consigliato: Slayer – Black Magic.

Lagavulin 10 yo (2019, OB, 43%)

Quest’estate Lagavulin ha lanciato un nuovo imbottigliamento esclusivo per il travel retail (cioè, te lo compri solo in aereoporto): si tratta di un 10 anni, testimone dell’amore di Lagavulin per gli invecchiamenti pari. C’è un 8, c’è il 12, c’è il 16… A questo punto nella sequenza manca un 14 anni, ce lo aspettiamo entro un paio d’anni – figurati Diageo, è stato un piacere darti questo suggerimento. Ci avviciniamo a questo Lagavulin con biforcute e contrastanti aspettative: da una parte, come fai ad essere deluso da un Laga?, dall’altra, come fai ad aspettarti qualcosa di buono dal travel retail? Sia come sia, questo è frutto del matrimonio tra barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento e botti “newly charred and rejuvenated” – cioè legni attivi. Vediamo.

N: uh, com’è timido. Ci aggredisce immediatamente una sorprendente nota di marmellata di limone, molto profumata. Ci sono poi barrette di cereali (quelle che ti rimanevano appiccicate ai denti a scuola), forse con un po’ di cioccolato. Note di clorofilla, anzi: di cicche alla clorofilla, cioè una clorofilla zuccherata e un po’ mentolata, per essere meno evocativi. Dopo un po’, la torba che all’inizio appariva in disparte si fa strada tra i sentori, e arriva, Lagavulinosa, grassa e piacevolmente fumosa, con qualche sentore bello marino e iodato.

P: non ce n’è, Lagavulin non lo abbatti manco se ti sforzi. Qui l’ingresso è un po’ acquoso, la diluizione è massiccia e azzopperebbe ogni whisky… ma non Lagavulin. Dopo il primo sconcerto, esplode sia la parte dolce (forse un po’ eccessiva) tutta su miele e ancora barrette ai cereali; sia quella mentolata e balsamica, con Vicks Vaporub; sia quella torbata, fumosa, acre e cerealosa. Una sola punta di sapidità, senza mai essere troppo marino.

F: perdura il cereale affumicato, molto a lungo. Mele cotte, frutta secca.

Parliamo chiaramente: non è il migliore dei Lagavulin possibili, patisce un po’ di ruffianeria e di eccessiva facilità, soprattutto al palato, ma è un ottimo entry level – certo, costa più o meno quanto il 16 anni (poco più di 50€), ma pur sempre la metà del 12, no? Davvero, la considerazione è sempre la stessa, fatta mille altre volte: ci sono distillati che resistono a ogni avversità, e quello di Lagavulin, si sa, è parte del gruppo. 86/100. Insomma, la prossima volta che tornate da un viaggio e vi siete dimenticati di prendere un souvenir per quel vostro amico che colleziona magneti da frigo, ecco, prendetevi un Laga 10 e beveteci su. Grazie davvero a Egidio per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Angel.

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.