Aberlour A’bunadh (2017, OB, batch #60, 60,3%)

Era l’oramai remoto 1998 quando ad Aberlour, distilleria di punta dello Speyside, ebbero un’idea niente male: creare un whisky senza età dichiarata, giovane certamente, ma che non fosse un pretesto per vendere a caro prezzo qualcosa di modesto o ancora immaturo; piuttosto l’A’bunadh (dal gaelico “origine”) sarebbe stato un whisky estremamente connotato (solo ex sherry Oloroso casks), prodotto in piccoli batch (oggi abbiamo sfondato i 60), e messo in bottiglia così come mamma l’ha fatto (non colorato, non filtrato a freddo, a grado pieno). Risultato: un whisky estremo eppure franco, godibile. Vediamo se questo batch conferma la nomea…

Aberlour A’Bunadh, batch #60

N: l’impatto è aggressivo, l’alcol decisamente non si nasconde, comme d’habitude… Note viniliche, di vernice, in primo piano. Legno fresco, mobili nuovi, anche un sentore erbaceo che guarda direttamente al distillato. Dietro, col tempo arriva il lato più brioscioso e fruttato di Aberlour: brioche ai frutti rossi. Note di cola, di chinotto; poi una nota inaspettata di confetti, di pasta di mandorle. Uvetta.

P: complessivamente ci convince più del naso. Frutta molto succosa, arancia candita, ancora molto agrumato. Ancora note erbacee, al limite del balsamico, e spezie. Ovviamente frutta rossa, ciliegia, molta uvetta (e canditi: se dicessimo “panettone”?). L’acqua lo rende molto più succoso e godibile, in tutta onestà possiamo dire che lo migliora.

F: il primo sentore è molto erbaceo, poi prendono il sopravvento cioccolato e ciliegia.

Possiamo dire di aver assaggiato qualche batch di A’bunadh negli anni e la serie, a 20 anni dalla nascita, non sembra mostrare i segni del tempo, non tradendo i principi che l’hanno ispirata pur nella diversità dei vari lotti. Questo batch 60 non è forse il migliore mai bevuto, con un naso e un palato molto diversi tra loro, ma si mantiene su livelli di piacevolezza che traduciamo volentieri in un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: College & Electric Youth – A Real Hero.

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Black bottle (2018, OB, 40%)

Stock ha di recente preso in distribuzione Ledaig, versione torbata del whisky prodotto alla Tobermory, trovando così finalmente una casa anche in Italia. Diciamo finalmente perché da qualche anno Ledaig è in piena ascesa, grazie a una lunga serie di single cask indie davvero interessanti, ma a onor del vero anche per merito di un 18 yo ufficiale davvero complesso e gradevole. Nella galassia Tobermory, di proprietà della sudafricana Distell, ruota però anche lo storico (1879) blended Black Bottle, rilanciato nel 2013 e con un’anima informata sull’isola di Islay, seppur in misura minore rispetto a un passato in cui anche Ardbeg e Laphroaig entravano nella miscela. Il fatto che Distell sia anche proprietaria di Bunnahabhain ci fa dunque realizzare il classico gol a porta vuota. Dopo l’esultanza smodata che spesso accompagna le reti più banali, ci ricomponiamo e beviamo.

blend_bla1N: colpisce fin dall’inizio una nota minerale, terrosa, leggermente torbata, a dare profondità a un profilo altrimenti molto rotondo ma non banale. C’è frutta cotta (pera soprattutto), poi note intensamente agrumate, perfino di marmellata dolce d’arancia. Note speziate e  caramello bello appiccicoso.

P: ci accoglie una nota… strana, artificiale, come di vermouth (senza offese, vermouth), molto densa e speziata. Sembra un Rob Roy, a dirla ignorante, ignorante. Punte di cannella, chiodi di garofano, che sembrano rivelare, assieme a una dolcezza molto pronunciata e appiccicosa, una forte quota di grain – un grain comunque di personalità, non esile.

F: più fumoso, con un senso di affumicatura ‘legnosa’ da trucioli di legno bruciati per affumicare un cocktail. Ancora caramello, melassa.

Molto diverso tra naso e un palato dove si sente un po’ troppo la quota di grano, per il nostro gusto. Certo, se volete farvi un Rob Roy, questo è il whisky perfetto: potete non aggiungerci neanche il vermouth, quasi. 79/100.

Sottofondo musicale consigliato: LogicBohemian Trapsody

Kinahan’s 10 yo (2018, OB, 46%)

Questi sono tempi strani, per mille ragioni, tempi che appaiono la caricatura di loro stessi, come uno di quei meme che ricevi su whatsapp e non riesci a capire se siano davvero meme o se siano realtà, e tipicamente si rivelano realtà quanto più sono paradossali. Ah, i layers. È l’era del marketing spinto, lo sappiamo, e sta iniziando a saperlo anche il mondo del whiskey irlandese, in fermento e in conclamata rinascita: come sapete senz’altro, le distillerie effettivamente attive si contano sulle dita di un uomo non mutilato (per intenderci, Jaime Lannister non ce la fa a contarle tutte: siamo a 17, pare, di cui solo 5 attive da prima del 2013), mentre i marchi sono ormai una quantità invereconda, e ciascuno cerca di rifarsi una verginità esibendo supposte antiche tradizioni. Talora si leggono cose buffe, supercazzole da neolaureato in marketing, con numeri che mimano anni di fondazione di non si capisce bene che cosa. Oggi affrontiamo Kinahan’s 10 anni, un single malt whiskey prodotto non sappiamo dove (Midleton o Cooley, scommettiamo) e invecchiato in barili ex-bourbon, che intende celebrare la propria lunghissima tradizione, invero certo reale e nobile ma curiosamente interrotta per soli 94 anni tra il 1920 e il 2014, con in mezzo dettagli quali l’indipendenza irlandese e una guerra mondiale. Ah, per non farsi mancare nulla, il sito ufficiale comprende lo Zeitgeist e definisce Kinahan’s “il whiskey preferito da Jerry Thomas”, nientemeno. Oggi ci siamo svegliati polemici, lasciamo perdere e vediamo se nel bicchiere c’è ciccia. La bottiglia, bisogna dire, è molto bella.

N: lasciando da parte una nota alcolica sulle prime un po’ troppo pungente, ecco un naso tutto bananoso: banana bread, gelato alla banana… Poi molto fruttato: mela gialla e pasticcino all’ananas. Legno fresco, con sentori di spacchettamento di mobile ikea. Caramelle zuccherinissime alla violetta.

P: Angelo ci sbalordisce con l’illuminante calembour: latte compensato. E in effetti è di una cremosità lattiginosa affiancata da un legnosità da… compensato. Resta un po’ alcolico, paradossalmente carico ma un po’ ‘vuoto’, se vogliamo. Aspartame.

F: hai l’amaro in bocca: chiude fruttato per un istante, lasciando poi spazio al legno amaro.

74/100, naso anche, a suo modo, promettente ma palato francamente disastroso. Una nota di merito che bisogna riconoscere a questo whiskey però c’è: ha stuzzicato la fantasia di Angelo e gli ha permesso di regalarci la formula “latte compensato” che, ne siamo certi, gli regalerà l’immortalità nell’Olimpo dei degustatori di distillati. A onor del vero, e per velare con un’ombra di aleatorietà ogni azione umana, ad altri è piaciuto di più. Speriamo fortemente che a questa sbornia di marchi segua presto una stabilizzazione, altrimenti il futuro del whiskey irlandese lo vediamo un po’ sfocato.

Sottofondo musicale consigliato: The Rumjacks – An Irish Pub Song.

Teeling Trois Rivieres (OB, 46%, 2018)

L’Irlanda si contende con la Scozia il primato dell’invenzione del whisky e vive assieme a questa un periodo di grande ascesa nell’800. Ma è un fatto che oggi in Scozia abbiamo più di 100 distillerie attive, mentre in Irlanda arriviamo a una decina; insomma qualcosa deve essere andato storto a partire dall’inizio del 1900, no? Ora non saremo certo noi ad annoiare voi con un estenuante racconto su quali furono le cause di questa decadenza, sia esterne al mondo del whiskey (leggasi la Storia) che interne (leggasi la prevalenza del modo scozzese di fare blended whisky); vi basti sapere che nel secondo dopoguerra, proprio mentre la Scozia attraversava una seconda età dell’oro (ripresa dei consumi, magazzini pieni dopo le Guerre, sostanziale nascita del fenomeno dei single malt), in Irlanda si viveva il momento più difficile: le ultime distillerie rimaste unirono le forze e si fusero creando Irish Distillers, e nel 1975 si arrivò praticamente a un monopolio. Da questo momento però, toccato il fondo in quanto a numero di realtà attive, le cose lentamente sono cambiate fino al momento attuale: ogni anno nascono nuove distillerie, anche artigianali, e le vendite cresono a doppia cifra. Avvicinandoci al dram di oggi, ad esempio, la Teeling distillery è stata (ri)fondata a Dublino nel 2015, dopo 125 anni che nessuno apriva più distillerie nella città che un tempo era una delle capitali mondiali del nostro caro distillato. Quel che assaggiamo oggi è un single malt invecchiato per 6 anni (dunque un whiskey acquistato da un’altra distilleria, visto che Teeling distilla solo da 4 anni) in botti ex bourbon e per 6 mesi in barili che hanno contenuto rhum Trois Rivieres, storica distilleria della Martinica. I finish in rum oggi non sono più così esotici come un tempo, ma davvero particolare è il fatto che in etichetta campeggi ben visibile il nome di Trois Rivieres, in quella che sembra essere a tutti gli effetti un’operazione di comarketing, se ci permettete il tecnicismo.

teeling-trois-rivieres-rhum-agricole-finish-whiskyN: il naso è a sopresa abbastanza educato, con una certa freschezza, note erbacee e qualche fiore di campo. Poi arrivano suggestioni ben più attese di pera e pasticceria (crema e vaniglia). Brioches.

P: l’alcol si sente un po’ troppo e in più il finish tende a passare all’incasso, appesantendo il tutto con tanto tanto zucchero. Ancora pera e poi yogurt alla banana. Non è legatissimo e qualcuno si butta e sentenzia: sughero.

F: e questo poco prima che il retrogusto si riveli come la parte meno riuscita di questo ardito esperimento. Slegato, dolce e succo di canna.

Se avete un amico con tante bottiglie di whisky e dovete fargli un regalo questo sicuramente non ce l’avrà. Lo stupore è garantito. Inoltre rimane un’esperienza particolare e gli amanti di Trois Rivieres non mancheranno di diventare paonazzi per l’eccitazione. Noi ci fermiamo a un corposo assaggio, reso possibile dall’estro dell’esimio Zucchetti, che una sera si è presentato come se nulla fosse addirittura con una bottiglia intera al seguito: 77/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishIlomilo

Wolfburn Northland (2017, OB, 46%)

Dopo tanto, troppo tempo torniamo a posare lo sguardo sulla microdistilleria di Thurso, indomitamente collocata nelle Highlands del Nord, a qualche manciata di metri dalla fine del Regno Unito (isole escluse). Come molte nuove distillerie, Wolfburn ha iniziato presto a imbottigliare il proprio single malt, praticamente non appena ne ha avuto la possibilità, seguendo il disciplinare della SWA. E così nel 2016, a tre anni esatti dalla prima distillazione, le bottiglie col lupacchiotto in etichetta si sono affacciate timidamente sul mercato. Timidamente perchè la distilleria ha una capacità davvero esigua, sui 100 mila litri, ma la cosa non ci aveva intenerito più di tanto allora ed  eravamo riusciti a mettere le mani su una bottiglia di Wolfburn Hand Crafted. Oggi assaggiamo un rilascio dell’anno successivo, anch’esso lasciato a invecchiare in botti che hanno contenuto whisky torbato distillato su Islay.

3156447_600x600N: è un copia incolla dall’Hand Crafted già pubblicato, eccezion fatta per la nota di pasta del dentista, che non ritroviamo. Meno salmastro dell’altro, ha un che di salamoia. Gomma, un’acidità da fermentato, da vinaccia, da aceto di mele. Giovane, ma privo di quelle note sbagliate che certi giovani hanno, rivela invece una gran bella personalità, con note di limone, foglie, zucchero liquido, leggera torba.

P: quanta intensità! Quanto corpo! Qui viene fuori l’equilibrio dato dal barile, con una dolcezza vanigliata e una torba più evidente, più fumosa e acre. Ancora un po’ di sale e pepe nero, ancora mare. Mousse di pera, yogurt alla pera.

F: torba vegetale, insalata iceberg, vaniglia e crema di pera. Lungo e persistente.

Finito il secondo Wolfburn della nostra vita, già ne vorremmo assaggiare un terzo, anche perché in questi anni è andato formandosi un core range di tre diversi imbottigliamenti. Anche questo Northland è godibilissimo ma non banale, e il metodo poco convenzionale della torba proveniente dai barili è utilizzato con intelligenza e non fa danni, anzi. Fa il suo con onestà, rimane ultrabeverino ma non cafone, e costa il giusto, sui 50 euro. Bravi! 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Bellyache

Botti da orbi – Zucchetti vs Game of Thrones pt.1

Gli appassionati di whisky – si sa – sono persone semplici. Date loro dei samples, un taccuino e un bicchiere e non vi solleveranno l’universo e neppure un portacenere, ma di sicuro staranno quattro ore seduti al tavolino di un pub consumando acqua naturale per 2,70 euro e facendo molto bestemmiare il pacifico esercente. Detto questo, nella loro pidocchiosa semplicità covano tutti un sogno comune: creare una propria linea di whisky. Una serie ovviamente a loro dire geniale, a vario titolo ispirata a suggestioni totalmente personali che andrebbero studiate come le macchie di Rorschach. Negli anni, chi scrive è stato fortunato testimone della nascita delle seguenti idee:

– Single malt dedicati alle squadre della Serie A (che poi vai a pescare chi fa il Frosinone e chi la Juve. Tra l’altro: no, l’arbitro non si può imbottigliare…)

– Serie dedicata ai politici protagonisti della “discesa in campo” di Forza Italia nel 1994 (non ve lo berreste un “Elio Vito limited reserve”?)

– Serie con copertine serigrafate dagli autori Bonelli, dal torbato Dylan Dog al rye Tex Willer

– Serie di finish diversi ispirati alle correnti artistiche (giuro, questa era quasi seria, si erano solo un po’ incagliati sul futurismo, se fare finish in Red Bull o in Campari).

Tutte idee da ricovero o da successone, non è dato sapere. Quel che è certo, però, è che nessuno le ha tradotte in pratica. A parte qualcuno lassù in Scozia, o in America, o chissà dove è di stanza il fenomeno di Diageo che si è inventato la serie degli otto single malt dedicati al “Trono di Spade”.

Occorre una premessa. Quando il whisky incontra il cinema o la musica, il consumatore di solito è un uomo morto. Il marketing esige il suo tributo di sangue e spesso la qualità del prodotto equivale è quella di un cinepanettone o di un unplugged registrato in garage. Il che spiega il naturale sospetto degli appassionati, che da bravi nerd massimalisti vedono il marketing come sterco del demonio. Il fatto è che poi il marketing funziona, accende la curiosità e la passione, avvicina al whisky anche i neofiti. E dunque di riffa o di raffa oggi tutto il mondo sta parlando degli otto single malt Diageo dedicati alle Casate protagoniste della serie tv targata HBO. Chi perché non si è perso una puntata e aspetta l’ottava e ultima stagione come noi ragazzi degli anni ’80 aspettavamo il finale dei Cavalieri dello Zodiaco (mai una volta che arrivasse, con l’estate usciva dai palinsesti e si ricominciava da zero, maledetti). Chi perché collezionerebbe anche guano di piccione se avesse a che fare col whisky. Chi invece perché è un curiosone patologico e deve assaggiare tutto perché stolto è colui che si ritrae da un dram. Insomma, ognuno col suo viaggio ognuno diverso, tutti si occupano di quelle bottiglie. Dunque, facciamolo anche qui.

Premessa bis prima di iniziare a recensirle e a fare una classifica spietata. Di norma si giudica il liquido e basta. Buona regola è che né prezzo né packaging debbano influire sul responso. Però qui c’è dietro un’idea e dunque non si può ignorare il legame con la regina Cersei, il nano Tyrion, Montagna o il Re della Notte. Chi scrive conosce “Il Trono di Spade” alla lontana. Ne ha visto qualche episodio, si è sfondato di riassunti e video su Youtube e si è documentato qua e là. Abbastanza per capirne qualcosa, senza la pretesa di essere un esperto. Per rimostranze sugli errori filologici e interpretativi dell’universo di Westeros, sulle abitudini alimentari degli Estranei e sulla controversa liceità degli amori incestuosi di cui la serie è pregna (di fatto, per chi non la conoscesse, nel tempo libero fra un massacro e copulano tutti fra consanguinei come se non ci fosse un domani), prego rivolgersi ai due demiurghi del qui presente sito. Chi scrive è ospite, e come tale sacro: se qualcosa non va sgozzate loro…

Cardhu Gold reserve, Casa Targaryen (2019, OB, 40%)

Uno dei due malti della serie già pre-esistenti come original bottling (l’altro è il Royal Lochnagar 12). Forse l’accoppiamento peggiore. Scegliere un whisky così fruttato, facile e leggero per questa casata è come vedere Marilyn Manson fare un reading di “Tre metri sopra il cielo” a teatro: fa un effetto tra il demenziale e lo straniante, degno di Aegon detto “il Re Pazzo”. I Targaryen sono i regnanti detronizzati, i custodi dei Dragoni, parlano una lingua oscura, sono un popolo di combattenti. Gente che col Cardhu Gold reserve al massimo ci annaffia le peonie prima di usarle come biada per i draghi. Abbinamento bocciato.

Passando al whisky, è un classico Cardhu: naso maltoso e leggero, con zaffate di sciroppo d’acero e fieno, mele rosse e pere. La regina Danaerys – una che divora cuori crudi senza neanche un filo d’olio e limone – non apprezzerebbe. Al palato è coerente e delicato: morbido e burroso, sa di biscotto al miele e di cannella. Il legno si fa sentire sul (breve) finale, tra zenzero e buccia d’arancia. Non cattivo, non squilibrato, non sgradevole: semplicemente banale.

In una scena epica, Khal Drogo, marito di Daenerys, uccide l’insopportabile cognato Viserys versandogli dell’oro fuso in testa. Abbiamo trovato il movente: gli aveva appena proposto di brindare col Cardhu Gold reserve. 77/100

Singleton of Glendullan select, Casa Tully (2019, OB, 40%)

Qui la scelta è geografica: i Tully sono un’antica casata originaria di Delta delle Acque e il pesce sullo stemma – lungi dall’ammiccare a una passione pionieristica per il sashimi – lo prova. Glendullan giace sulle placide rive del Fiddich e dunque bingo.

Fortunatamente il whisky non sa di trota salmonata. È un ex bourbon anche se il colore suggerisce che il caramello abbia dato un’abbronzatura supplementare. Il naso è estremamente espressivo e colorato, tra il profumato e il frizzante: pesca, albicocca secca, aranciata, perfino Esta Thè. Molto piacevole, anche se un filo rococò. Spunta un che di cera, un’idea di cioccolato al latte e della mela cotta. Ah, dimenticavamo i fiori, per Giove! Ci sono dei fiori qui e là sulla tavola, oppure qualcuno è passato davanti al profumatore di ambienti automatico. Olfatto da commedia sentimentale brillante. Il palato invece è introdotto dal fatidico sadtrombone che segna le grandi delusioni. Siamo a Delta delle Acque? E allora in bocca anche il whisky si fa acquoso. L’attacco è dolce, tra pera, zucchero di canna e miele. Diventa via via più secco, con un che di nocciolo di pesca, legno bruciato, pepe e una nota amarognola agrumata, come di angostura: sa di Old Fashioned. Il finale è corto, poco oltre il legno tostato e il caramello. Che è comunque meglio del finale di Catelyn Tully, la matriarca, sgozzata durante le Nozze Rosse. Che non si chiamano così perché viene servita bavarese di fragole… 79/100

Royal Lochnagar 12 yo, Casa Baratheon (2019, OB, 40%)

È l’altro malto non creato appositamente per la serie. Diranno i maligni: come 12 anni OB non si vendeva, gli piazzano un cervo sopra e ne fanno il più raro e ricercato della serie, bel colpo! Occhio con le maldicenze, i Baratheon vi possono scannare per molto meno. Lord Robert siede sul Trono di Spade, quindi quale migliore distilleria per raccontarlo di quella che può vantare il sigillo di preferita dai Windsor? Per sottolineare il sangue blu, diciamo anche che è il più vecchiotto della serie (tutti NAS ad eccezione di questo e del Lagavulin).

L’oro zecchino nel bicchiere è quello della corona dei Sette regni. Al naso è parecchio maltoso, tipo i frollini a colazione per il giovane e insopportabile principe Joffrey. Caramello, crema al limone e un arazzo di frutta gialla (mele golden, prugne, mirabolani, melone). È elegante ma un po’ timido, con un accenno più profondo di cioccolato al latte, cannella e ciliegie sotto spirito. In bocca è coerente, mica come la Casata di riferimento, dove tutti congiurano contro i parenti che nemmeno nella Dc degli anni Ottanta. Ancora malto (Ovomaltina), cacao, arancia candita e biscotti al burro e cannella. È pulito e whiskoso, con un accenno fresco di ananas e pomelo e un tocco di tabacco dolce. Finale legnosetto ed erbaceo (rabarbaro?), di media lunghezza. Ha la dignità del regnante, ma non il carisma del sovrano adorato dal suo popolo. Machiavelli diceva: il Principe deve farsi “golpe e lione”, essere astuto e violento. Questo whisky si fa solo cervo: ha un bel portamento ma manca il mordente. 81/100

Dalwhinnie Winter’s frost, Casa Stark (2019, OB, 43%)

Gli Stark sono i protettori del Nord e regnano a Grande Inverno. Dalwhinnie sta lassù nelle Highlands dove il clima è bastardo e nel suo core range annovera il non imperdibile Winter’s Gold, quindi l’accoppiata era di rigore. D’altronde c’è anche un’assonanza di carattere: Eddard Stark e la sua famiglia sono rispettati, coraggiosi e di valore, proprio come il malto in questione (non per nulla il 15 anni è fra i Classic Malts). Orbene, prima che i “metalupi” animali guida degli Stark ci divorino i garretti, sotto con la rece.

Al naso è lui, il celebre “honey malt”: miele, vaniglia, Corn Flakes, agrumi canditi. Anche parecchia frutta tropicale, qualcosa di fresco (bergamotto e mentolo) e una nota più ricca di caramello, cannella e caffè zuccherato. Assai piacevole, l’alleato ideale. In bocca però è il contrario di Arya, la rampolla più sveglia della casa, che sopravvive a mille massacri e diventa una killer dai mille volti. Il whisky invece ne ha solo uno, quello con il profilo tradizionale di miele, cereali, nocciole e sorbetto al limone. Vaniglia, un pizzico di pepe e un retrogusto floreale: pieno, ma non si va più in là e a poco giova il finalino più secco dove spunta lo zenzero. Giusto per intendersi, non è male ed è molto più buono del Winter’s Gold. Però pecca un po’ di graziosa banalità. Quando Arya si vendica di Walder Frey, l’uomo che ha fatto sterminare tutti gli Stark, gli serve un pasticcio di carne fatto con i cadaveri dei suoi figli. Ecco, questo whisky in un pairing con quel pasticcio non lo esalterebbe… 82/100

Glenmorangie ‘Allta’ (2019, OB, 51,2%)

Bill Lumsden e la responsabile marketing di Glenmorangie in riunione

Quando ci si approccia a Glenmorangie, bisogna soppesare bene gli elementi in gioco: da un lato, una distilleria storica, una solidità affermata e un’offerta di qualità, dall’altro la proprietà di LVMH, la volontà di porsi come un brand di lusso che diventa immediatamente respingente per gli appassionati (“ma come, ci avete traditi!”). Nel mezzo, c’è quel pazzo di Bill Lumsden che sperimenta come se non ci fosse un domani: fatta apposta per lasciarlo sbizzarrire c’è la serie Private Edition, e noi oggi assaggiamo proprio l’ultima release in questa serie tutta matta. Ecco Allta (gaelico per ‘selvaggio’), frutto di esperimenti con lieviti autoctoni e selvaggi, direttamente dai campi d’orzo vicini alla distilleria. Nessuna età dichiarata, gradazione a 51,2%.

N: “o famo strano”, deve aver detto Bill: e al naso si trova subito una prima, bizzarra nota di segatura e aceto bianco (o aceto di mele?), poi anche pasta del pane. Accanto, crostatina all’albicocca. Si ‘apre’ verso la pastafrolla cruda, poi troviamo un qualcosa che ci ricorda un cereale astratto e bagnato. C’è anche del limone, un che di buccia d’uva (buccia d’uva americana, dice qualcuno). Mela.

P: resta inusuale, ancora un po’ acido e dolciastro, di una dolcezza ‘lattosa’ e di mela… Latte, panna cotta, ancora pasta di pastafrolla, mollica di pane, panini al latte. E le spezie? C’è una spezia, sì, che però non sappiamo identificare: oh, d’altro canto mica ci pagate, eh! Assaggiate e trovatevela voi, se proprio dovete lamentarvi. Zucchero liquido e limone.

F: piuttosto lungo, con panna cotta e buccia di mela.

Molto strano, ribadiamo: e a fronte di un profilo non propriamente seducente e ruffiano (cosa che dovrebbe far ricredere i detrattori di Glenmo, speriamo), dobbiamo dire che forse la stranezza è la cosa che più apprezziamo fino in fondo… Non dimostra la gradazione ed è indubbiamente diverso dal resto della gamma e dalle precedenti release: questo ci piace, anche se non siamo sicuri che ne acquisteremmo a cartoni. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugene McDaniels – Supermarket Blues.

Highland Park 17 yo ‘Full Volume’ (1999/2017, OB, 47,2%)

Da qualche tempo abbiamo fatto pace con Highland Park: un po’ nauseati dalle infinite serie pseudo-vichinghe, con prezzi sempre più alti e soddisfazione sempre più bassa, abbiamo iniziato a rivolgerci stabilmente agli imbottigliatori indipendenti, che in questi anni sono particolarmente ricchi di single casks di una innominabile distillerie delle Orcadi… Oggi diamo un’altra chance agli OB, e scegliamo un imbottigliamento inizialmente per il mercato americano e da qualche tempo sbarcato nel Vecchio Continente: Full Volume, maturato quasi 18 anni (vintage 1999, imbottigliato 2017) in barili ex-bourbon first fill. Se volete sapere di più, sul lato del (bellissimo) packaging c’è la fascetta che mettiamo qui a lato.

N: molto piacevole, si sente tanto il bourbon first fill e lo spirito HP resta forse un po’ in disparte. Quindi super cremoso, con crema pasticciera, gelato alla banana, buccia di mela, pasticcino alla frutta da cui è caduta la frutta. Succo d’ananas zuccherato. Un senso di frutta sudata, da marzapane. Resta viva una torbina leggera leggera, con un sentore minerale persistente molto piacevole.

P: l’ingresso è molto piacevole e d’impatto, per così dire: stante una dolcezza che rimane molto evidente, con altra crema pasticcera e pastafrolla burrosa e vaniglia, verso il finale cresce l’identità dell’Highland Park, con torba fumosina (fumosinina, diciamo) e cereale cerealoso e terra minerale, con una sapidità in aumento e pure pepe nero. Ancora fruttato, essenzialmente diciamo “mela gialla”.

F: salato, torbatino leggero e minerale (roccia calda bagnata, dice Angelo), con la mela gialla che ritorna alla fine del finale.

86/100: costa poco per gli standard degli Highland Park ufficiali (se pensate che il 18 anni ‘normale’ costa 140€… questo si trova anche sotto le 100), e soprattutto è proprio buono. Certo, non si può negare come l’apporto dei barili first-fill trattenga un po’ lo spirito più selvatico della distilleria di Kirkwall, ma a noi, in fondo, checcefrega?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, visto il packaging, è Manowar – Blow Your Speakers.

Omar ‘Bourbon Type’ (2017, OB, 46%)

Oggi abbiamo voglia di volare via, lontano lontano, ai confini del vasto mondo del whisky. Da anni oramai la produzione di questo nettare non è più appannaggio dei soli “big five” (Scozia, Irlanda, Giappone, Usa, Canada), ma si è mondializzata e ha determinato la nascita di alcune realtà di assoluto livello, soprattutto nel Nord Europa e in Estremo Oriente. La taiwanese Kavalan è un fulgido esempio di questa (a volte) trionfale corsa al whisky, ma noi oggi vogliamo proprio esagerare e beviamo un malto prodotto da una distilleria molto meno quotata, sempre dell’ex isola di Formosa. Incredibilmente la Omar TTL è un’azienda di Stato, che provvede a produrre e distribuire qualsiasi tipo di vizio, visto che  “TTL” sta per Taiwan Tobacco & Liquor, per la gioia dei sovranisti di tutto il mondo. Alla Omar sfornano da tempo sigarette, birra, liquori e vari distillati. Dal 2009, all’urlo di “più whisky per tutti!”, hanno iniziato a produrre anche single malt presso la distilleria Nantou Omar. Questo imbottigliamento, per la cronaca, è un full bourbon maturation e noi con spropositata curiosità accostiamo il naso al bicchiere.

39017N: piacevole! Le prime sensazioni rimandano a un whisky giovincello ma non troppo: troviamo canditi (pere candite soprattutto), purea di pere, foglie di tè, punte floreali. Qui e là, lieviti, ma solo a sprazzi. Sentori ‘dolci’ un po’ tabaccosi, diciamo, che ci fanno pensare a un narghilè con tabacco alla mela. Si sente legno di sandalo, poi profumi di legno caldo. Un po’ di fieno. Biscotti, diremo: Plasmon.

P: corpo avvolgente, piacevole e senza emersioni alcoliche contundenti (cosa che coi giovincelli, sapete, talvolta accade). Abbiate pazienza: i sentori che riconosciamo sono liquirizia (artificiale: Morositas), poi curry giallo, a testimoniare una speziatura in costante crescita. Poco fruttato (una prugna gialla, al massimo), vegetale e caramelloso però.

F: medio-lungo, una bella persistenza, note di curry, noce moscata, un poco di agrume (arancia, secca forse). Un cenno di sapidità.

L’invecchiamento di questo whisky deve essersi consumato in legni molto attivi su un distillato che, fatalmente, ancora maturo non è. Il risultato è però assai piacevole, sfaccettato e piuttosto complesso. Insomma non urliamo al miracolo ma la sorpresa è tanta con questo Omar, al punto che assegniamo un convinto: 85/100! Tra l’altro il rapporto qualità/prezzo è ancora sensato, visto che una bottiglia costa attorno ai intorno ai 70€.

Sottofondo musicale consigliato: Billie EilishBad Guy

 

Daftmill 2006 Winter Release (2018, OB, 46%)

Alla fine del 2017 è finalmente comparsa in commercio la prima bottiglia di Daftmill, microdistilleria iper-artigianale delle Lowlands. I fratelli Ian e Francis Cuthbert, sesta generazione di coltivatori di orzo destinato alla maltazione e dunque alla produzione di whisky, solo nel 2003 hanno deciso di imbarcarsi nel magico mondo della distillazione: pensate che producono solamente 20.000 litri annui!, e solo in due momenti diversi dell’anno, estate e inverno – cioè quando non sono troppo impegnati nella semina e nella raccolta. Naturalmente, viste le quantità, non hanno una distribuzione globale, vendono qualcosa solo tramite Berry Bros & Rudd e per ora hanno messo sul mercato solo tre imbottigliamenti, che già hanno raggiunto prezzi importanti sul mercato secondario. Grazie all’amico Giuseppe Bezza, uno dei pochi che è riuscito a comprare una bottiglia e ha addirittura avuto il coraggio di aprirla, abbiamo potuto assaggiare uno dei due imbottigliamenti della Winter Release vintage 2006 (casks #080-085), distillato il 16 dicembre 2006 e imbottigliato nel 2018.

N: fresco, aperto, con una nota di cereale bella poderosa: ed è un cereale bello ‘vegetale’, verde, foglioso, con tante sfumature minerali, con anche solide note di distillato (pane, crosta di pane, pudding) – il tutto corroborato e reso ben strutturato da sempre fresche note di frutta esuberante. Pasticcino all’albicocca. Le mele, appena affettate, sono protagoniste del lato fruttato, assieme a un’incredibile nota di mandarino, deliziosa. Possiamo dimenticare fiori freschi? Fiori freschi soffocanti, quasi. In realtà, il grande eroe di questa prima fase è proprio lei: la freschezza. Biscotti ai cereali. Mooolto interessante, delicato ma intenso al contempo.

P: veramente eccellente, l’alcol non è pervenuto. Si sente molto l’apporto del fresh bourbon: esplosione di vaniglia, di butterscotch, di biscotti al burro, shortbread… Ma il legno non la fa mai fuori dal vasino, perché tutta questa esuberanza viene mitigata e levigata da un rinnovato senso di freschezza, ancora molto floreale e cerealosa. Ancora mandarino, ancora biscotti ai cereali, mele fresche, fieno. Eccellente e gustoso.

F: lungo, molto buono, tra panna cotta, fiori freschi, mele fresche, scorza di limone.

Cavolo, che bomba, sembra un Rosebank! Complimenti ai fratelli Cuthbert: sono stati molto bravi a creare uno stile che appare profondamente lowlander, in un momento in cui – non stiamo qui a spiegarvelo, siete già svegli da soli – la divisione per zone appare come una curiosa e bizzarra approssimazione commerciale. Pulito, complesso, floreale, fresco, agrumato, con in evidenza il sapore del cereale… Se questo è un 12 anni ‘qualsiasi’, non sappiamo cosa potrà riservarci il futuro! Di certo, non appena avremo il piacere di tornare in Scozia, questa sarà una tappa immancabile. 88/100, e forse siamo pure stati bassi. Grazie infinite Giuseppe!

Sottofondo musicale consigliato: Nirvana – Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle.