The Oamaruvian 18 yo (2018, OB, 55,88%)

Kia rite! Kia rite!! Indossate la vostra migliore maglia tuttanera e “preparatevi” come Haka insegna: in pieno delirio di onnipotenza whiskyfacile aggiunge un altro Paese al suo Risiko! di recensioni. Idealmente, oggi trivelliamo il suolo e spuntiamo agli antipodi. Precisamente ad Oamaru, Nuova Zelanda.

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Piccolo spazio storico: il whisky in Oceania è merito dei soliti scozzesi emigranti di inizio Ottocento. La prima distilleria nella terra dei Maori è la New Zealand Distillery, fondata nel 1867, ma dura poco. Un secolo dopo, nel 1974, la famiglia Baker apre la Dunedin Distillery, acquistata poi dal colosso canadese Seagrams. Nasce così Lammerlaw, il primo single malt neozelandese, ma la distilleria chiude i battenti nel 1994. Lo stock viene rilevato dalla New Zealand Whisky Company, che lo sta imbottigliando sotto il marchio Milford.
Mal di testa da troppi nomi e nozioni? Nausea? Labirintite? C’è il rimedio: The Oamaruvian 18 yo Doublewood. Un single malt imbottigliato a grado pieno alla precisissima gradazione di 55.88% che ha passato 6 anni in botti di rovere americano ex Bourbon e 12 in barili di rovere francese che hanno contenuto vino rosso neozelandese. Il colore è un cremisi incantevole e il cask è il numero 306, per il gusto del perfezionismo.

TheNewZealandTheOamaruvian18Cask392N: che placcaggio alle narici! Molto intenso, esplosivo… quasi non sembra un whisky! Iperzuccherino e carichissimo, ha note di lamponi maturi, maturissimi (anzi, sciroppo di lamponi), poi ciliegie… A tratti lo scambieremmo quasi per un Armagnac. Emergono anche zaffate cioccolatose che vanno dal cioccolato di Modica al boero. Il legno regala poi un lato molto curioso che orbita intorno alla liquirizia mentolata: per intenderci, ricorda certi amari scandinavi. Con acqua, resta succosissimo ma tira fuori parecchie spezie: Christmas cake, uvetta e cannella. Si fa pure più vinoso.

P: non ti dà tregua e continua ad essere esplosivo, massacrante anzi. L’impatto ti maciulla le papille, ma subito dopo si apre ancora su un tripudio di frutta rossa (lamponissimi di nuovo, poi ciliegia e qualcosa dello sciroppo per la tosse). Cioccolato fondente di Modica ancora. La parte tannica ed erbacea è più marcata, la sensazione di allappamento è netta. Ma insieme al legno spuntano anche note di propoli. L’acqua lo rende più suadente e inverte l’allappamento: tutto si fa più erbaceo e speziato, con una punta di agrume scuro, tipo chinotto.

F: tannini e spezie, propoli e lamponi in confettura che durano all’infinito.

Di sicuro non gli manca la presenza fisica e neppure il carattere. Ha uno stile tutto suo, fatto di muscoli esagerati, barili marcanti e potenza allo stato puro. Certo, la potenza è nulla senza controllo come insegnava un famoso spot. E questo bisonte australe ha bisogno di un’aggiuntina d’acqua per svoltare: senza è veramente massacrante, è un pilone che vi ribalta in corsa. Noi si premia la forza bruta e lo si giudica da 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Salmonella dub – Nu steppa.

 

 

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Balblair 15 yo (2019, OB, 46%)

“Non sei più quello di una volta”

Una delle novità dell’ultima stagione whiskystica è stato il dietrofront di Balblair sul terreno delle indicazioni dell’età. Fino a pochi mesi fa, infatti, la bellissima distilleria delle Highlands era solita indicare il vintage (e l’anno di imbottigliamento): ora è tornata al passato, segnando in etichetta l’età minima del whisky, e dunque 12, 15, 18 anni… Nelle scorse settimane abbiamo recuperato un sample del 15 anni, maturato in barili ex-bourbon e finito in sherry first fill: è giunto il tempo di metterlo alla prova. Le passate edizioni ufficiali di Balblair erano quasi sempre di nostro gusto, vediamo se il cambio di packaging e di filosofia hanno cambiato anche il liquido.

N: l’anima fruttata di Balblair c’è, e c’è tutta: è un naso super aromatico, con un muro di Berlino di mele rosse, un’aria di marmellata di fragole, prugne fresche… C’è una punta di frutti rossi ‘artificiali’, come di sapone ai f.r., o candela ai f.r. – si noti pure una nota mentolata e balsamica davvero interessante. Se trovassimo del gelato alla pesca, ci prendereste per matti? Forse sì. E uno yogurt alla banana, questo lo ritenete più plausibile?

P: molto intenso, sicuramente, piuttosto fruttato – e certo però l’apporto del barile in fase di finish gli appiccica sopra un che di troppo artificiale, forse… Ci viene in mente il Croccante (o Concertino, secondo altre marche), il gelato: cioccolato, granella, panna e amarena. Banana, ancora, e anche panna cotta. Fruttatissimo, anche al palato. Uva passa.

F: limone dolce, per racchiudere un senso compatto di dolcezza e acidità agrumata. Lychees.

Molto “moderno”, questo Balblair 15 ci sembra molto caricato dal legno, ha un senso di “costruito” che facciamo fatica a collegare alla nostra immagine della distilleria. Al contempo, sembra un po’ più giovane di quel che è. 82/100 la valutazione, e così su due piedi, ad essere sinceri, ci piace meno dei vecchi vintage. Ma assaggeremo anche gli altri e cambieremo idea, d’altro canto tutto scorre, no?

Sottofondo musicale consigliato: Cousin Stizz – Jordan Fade.

Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Dalwhinnie 30 yo (2019, OB, 54,7%)

Ancora dalle Special Releases di Diageo 2019 a tema “Rare by Nature“, oggi ci mettiamo alla prova con un Dalwhinnie 30 anni – dal vivo, durante la presentazione londinese, era stata la release più apprezzata da Jacopo, vediamo se a bocce ferme l’entusiasmo è confermato. L’etichetta mostra un coniglio che riporta alla mente Alice nel Paese delle Meraviglie (non siamo abbastanza hipster per scrivere Alice in Wonderland), non sapremmo se il riferimento è voluto oppure, come forse è più probabile, la psichedelia è nell’occhio di chi guarda. Ne approfittiamo per fare un plauso a Diageo, che a differenza degli anni scorsi all’ultimo Milano Whisky Festival ha esibito i muscoli e ha portato tutte le SR, tenendone diverse aperte in mescita – correva voce ci fosse anche un Port Ellen in assaggio, purtroppo noi siamo rimasti sempre fissi al banco e non siamo mai riusciti ad andare a bercelo. Rimedieremo.

N: molto aperto, molto aromatico, pressoché analcolico, con un profilo d’antan piuttosto seducente. Spiccano due macro-note su tutte: il cereale da un lato, il miele dall’altro. Barrette di cereali e miele, per chiuderla una volta per tutte? Sì, ma non la chiudiamo: note di favo di miele, di cera d’api… Poi un che di fruttato, con percocche, buccia di mela gialla, anche del mandarino. Un velo di limone. Semi di sesamo (rigorosamente non tostati!, sia chiaro). Delizioso.

P: esplosivo, molto coerente, molto molto buono e pressoché privo di presenza alcolica. Ancora tanto favo di miele e tanta cera, ancora limone, ancora cereale. C’è una frutta cerosa eccellente, davvero elegante; pompelmo, qualcuno lo sente? E il cardamomo? Beh, se non lo sentite, prendetevela con voi stessi. La parte fruttata, di cui ci siamo curiosamente dimenticati due righe fa mentre ne scrivevamo, è al limite del tropicale, si ferma appena prima del mango.

F: avvolgente, piuttosto dolce ma equilibrato, con miele, cereali e qualche sentore agrumato (limone, proprio). Dopo un po’, si rivela mentolato…

A posteriori, non è forse il più complesso dei whisky: ci sono note di miele e di cereali, con venature fruttate, e niente più. E niente più?, ma siamo impazziti? No, perché l’esperienza è francamente straordinaria, la qualità del malto è davvero eccellente, e Jacopo, avesse bevuto da solo, avrebbe dato un voto ancora più alto perché si è proprio innamorato. 90/100 è il giudizio, ma onestamente il sample che abbiamo portato a casa era veramente piccolo: dovremmo riassaggiarlo. Vero, Danilo? 🙂

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave and the Bad Seeds – Watching Alice.

Mortlach 26 yo (1992/2019, OB, 53,3%)

Diageo-2019-special-releases-webPezzo forte delle ultime Special Releases di Diageo, orfane per il secondo anno consecutivo di Brora e Port Ellen, è senza dubbio questo Mortlach 26 anni, che esibisce senza timori un prezzo decisamente “premium”. Della parabola di Mortlach, la Bestia di Dufftown, si è parlato spesso: da bestia… da soma per i blended, valorizzata dagli indipendenti, è stata artificialmente trasformata in una bestia rara, cioè un brand di lusso, con bottiglie da 50 cl e prezzi – onestamente – insensati; la trasformazione, non proprio premiata dal mercato, ha portato a un riassestamento, con Diageo che continua a voler puntare su Mortlach ma lo fa attraverso un range molto più umano. D’altro canto – ma chi siamo noi per dirlo a Diageo – un brand si costruisce, non si impone: e quindi se il percorso di Mortlach dev’essere verso il lusso, bene (oddio, bene, mica tanto), ma che sia graduale almeno; sembra che l’abbiano pensata così anche colà dove si puote. Questo Mortlach 26 sembra un passo in questa direzione, anche se per ora la scelta di mettere questo prezzo (1700€) a questo imbottigliamento è stata molto criticata dalla comunità di appassionati – che comunque non è il mercato di riferimento di questa bottiglia, crediamo, e dunque “sticazzi”. Uno di noi è stato a Londra, invitato da Diageo, per la presentazione delle Special Release a tema “Rare by Nature”, e coraggiosamente si è portato a casa un campione del Mortlach: abbiamo atteso anche troppo per berlo. Il colore è ramato scuro, rivelando la maturazione in sherry, sia Oloroso che PX, a primo riempimento.

IMG_1799N: molto scuro anche come aromi, con note immediate di rabarbaro e liquirizia… C’è una grande profondità in questo naso, con legno verniciato e tabacco, davvero molto intensi. C’è poi una componente sticky, appiccicosa, che ci fa venire in mente l’arancia rossa e soprattutto una deliziosa marmellata di mirtilli, di ribes: ci prendete per degli squilibrati se parliamo di Ratafia di more e di maraschino? Fate bene. La ciliegia nera è molto evidente, così come un profumo delizioso di chinotto. Non c’è traccia della nota più ‘meaty’ e più grassa della Bestia di Dufftown

P: beh, che buono… A dispetto delle attese, non allappa, anche se si fa ancora un po’ più scuro e speziato, anche se con una presenza del legno piuttosto marcata, soprattutto verso il finale: quindi note di chiodi di garofano, di genziana, di polvere di caffè. Ma non si comincia dalla fine, giusto? L’impatto è tutto di chinotto, e nel complesso resta molto succoso, con una serie di suggestioni di frutta come more e mirtilli, ciliegia nera. Talvolta un po’ di cioccolato fondente. Buonissimo.

F: molto lungo, dolce e appiccicoso, tutto su liquirizia purissima e more… Il legno è molto evidente, con le sue spezie bene integrate.

IMG_1803Un “Mortlach da russi”, dice sommessamente qualcuno che presenzia alla nostra degustazione: è ovviamente molto buono, è ovviamente molto marcato dallo sherry, se vogliamo l’unico appunto che si può fare è che è poco Mortlachoso – non c’è quella sporcizia ‘carnosa’ che tanto caratterizza la distilleria, c’è tantissimo sherry e il profilo è più tagliente del solito. Non fraintendete: se bevessimo alla cieca mai avremmo indovinato, ma stiamo comunque parlando di un whisky buonissimo, che va in quella direzione da sherry monster molto maturo che non può non piacere a chiunque ami il whisky. Noi l’amiamo, e infatti: 92/100. Grazie davvero a Danilo e a Franco di Diageo per l’invito.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – We’re all mad here.

Botti da orbi: ¡Hasta il Revolution (festival)!

[Zucchetti, Gran Maestro delle Piacevolezze, non si è perso il Whisky Revolution Festival, dato che è una persona per bene: come già l’anno scorso, ecco il suo mirabile resoconto…]

Il regime lavora nell’ombra, cospira duro nel farci credere che dovremmo finire la nostra vita adorando la dea Grappa e offrendo sacrifici umani al dio Prosecco. Sono ovunque, sono minacciosi, sono dannatamente convincenti anche grazie a ingegnose trovate come il resentin e lo Spritz in bottiglietta. Ma per fortuna non arrivano qui.
5d84df17c967fPerché Castelfranco Veneto, novella Kronstadt, è l’Isola che non c’è del malto. Qui si annida un manipolo di arditi rivoltosi che non si rassegnano a finire i loro giorni bevendo solo italiano e per questo ogni anno si ritrovano per organizzare la Resistenza. Niente clandestinità né “Bella Ciao”, ma un Whisky Festival che nella sua seconda edizione ha mandato un messaggio chiaro alla Spectre del Bere Omologato: non ci avrete mai come volete voi.
Ok, ci siamo fatti prendere la mano. Ora riponiamo la bandiera con falce e Gleincarn e sfogliamo i taccuini per snocciolare le mille ed una meraviglie assaggiate in questo Whisky Revolution Festival reloaded, dove il livello medio delle masterclass e dei dram in mescita è ulteriormente cresciuto (e parecchio).

Per dare a questi giudizi in libertà una parvenza di autorevolezza, li abbiamo mascherati da Oscar. Che non c’entrano niente né con il whisky né con la Revolution, è vero, ma se avessimo avuto a cuore solo i freddi nessi di causalità avremmo fatto Ingegneria e non Scienze della comunicazione a indirizzo storico.

Ps. Il fior da fiore (anzi, fior da Fior, dato che tutto si teneva nell’omonimo hotel) non è esaustivo. Tanti ottimi whisky sono rimasti fuori, per esempio perché già recensiti su queste nobili pagine. Che il Talisker 25 fosse buono era chiaro perfino a noi Orbi…

armorik-10-ansArmorik 10 yo (2019, OB, 46%)
Miglior opera prima
Un whisky francese nel bel mezzo della foresta dei mostri sacri dello Scotch sa che deve correre, perché se non tiene il passo finirà sbranato. Clémence Vedrenne – che per Armorik ha tenuto la masterclass al WRF – l’aria di Cappuccetto rosso non ce l’ha, ma nel cestino della merenda ha portato tutta la gamma dei single malt distillati da questa distilleria bretone al suo debutto. Il fatto che la Bretagna sia simile alla Scozia è un indizio, di certo non una prova. Bastasse quello, ci sarebbero Lagavulin pure in Galizia. Però aiuta. Il resto lo fa un’azienda che – dall’entry level alle limited edition – sa cosa vuole. Ovvero arrivare ai risultati di questo 10 anni, che ha una maturazione complicata: due terzi del whisky passano 9 anni in botti di bourbon e 4 in botti di sherry (13 anni in totale) e un terzo fa 10 anni in sherry cask. Una sciarada.
Poffarbacco, il naso contraddice l’etichetta: questi non sono 10 anni! Pare più maturo, con un bell’apporto del legno. Lo sherry è guizzante, al lato vinoso aggiunge un’acidità di papaya, buccia di mela rossa e liquore all’arancia: a tratti sembra quasi Calvados, ma forse è autosuggestione. Una dolcezza fruttata (tropicale, pesca) e di mou è coronata da un’intrigante sensazione di fiammifero. Al palato è molto pieno e di nuovo lucullianamente tropicale, come la Bretagna sa essere (no, eh?). Papaya e succo tropicale misto, fa venire l’acquolina in bocca. La piacevole acidità rimane, ma si aggiunge la sapidità (stavolta sì, segno del terroir) e una bella cera, che in un dieci anni non è così comune. Finale balsamico e fresco, con un tocco floreale, per un whisky più evoluto dell’età dichiarata, dove bourbon, sherry e dna costiero giocano una partita a racchettoni assai divertente. 86/100

Glenfiddich_Snow_Phoenix__33146.1534084268Glenfiddich Snow Phoenix (2010, OB, 47.6%)
Migliori effetti speciali
Tra le novità di questo WRF c’è stata la “prima” italiana del colosso di aste online Scotch Whisky Auction, che ha portato qualche esempio di bottiglia dalle quotazioni sardanapalesche e le ha pure aperte. Sia a gloria a loro nell’alto delle Highlands e pace in Italia a noi appassionati di buona volontà.
Nel quintetto, un malto spiccava per storytelling e inventiva: un’edizione unica di Glenfiddich NAS imbottigliato in (soli?) 12mila esemplari nel 2010. La particolarità? E’ un assemblaggio di barili danneggiati da una nevicata epica che fece crollare il tetto della warehouse, sicché nel magazzino filtrò un raggio di sole che somigliava ad una fenice bianca, tipo quando i Blues Brothers vedono la Luce. Sembra impossibile, ma pare che non fossero neanche strafatti di Lsd quando hanno partorito l’idea.
Con queste premesse, scettici come Pirrone di Elide, assaggiamo circospetti un whisky che arriva ormai a 700 euro in asta. E umilmente ammettiamo che il pregiudizio era mal posto: al naso infatti è eccezionalmente aromatico, con una teoria di suggestioni fresche che vanno dalla frutta (succo di mela, ananas e mango) al floreale (zagara e parecchia gardenia). C’è poi una dolcezza di pasticceria che dalla vaniglia dei bourbon casks si sposta sulla brioche all’albicocca e perfino ai cupcake. Cambia parecchio col passare dei minuti e mostra anche un lato meno estroso e più riflessivo, con cacao in polvere e perfino un filo di fumo. Di nuovo rispunta la mela, ma stavolta sono granny smith croccanti. Al palato sembra più vecchio di quanto non lasciasse presagire il naso. Il legno è fine ma evidente e fa da spalla a una dolcezza di vaniglia, pastafrolla e mela cotta. Nessuna stucchevolezza, anzi una frizzantezza curiosa di zenzero candito, succo di limone e perfino un filo di sale. Poi tutto si richiude sul legno, sul cioccolato fondente e su note di cerino. Il finale è pulito, non lunghissimo ma piacevole, con agrumi canditi, legno e una netta sensazione di arachidi tostate.
Al netto del prezzo e del marketing discutibile, questo whisky dimostra come la mai abbastanza vituperata scelta di Glenfiddich di imbottigliare sempre a 40 gradi sia una tafazzata totale. A questa gradazione la freschezza del distillato può esplodere di intensità. Con un finale più lungo sarebbe stata vera gloria. 87/100

Kentucky-Owl-Bourbon-Batch-7__54222.1508534432Kentucky Owl batch #7 (2017, OB, 59%)
Miglior film straniero
Quando Marco Callegari di Velier fa quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così che hanno loro che lavorano con Luca Gargano a Genova, l’unica cosa da fare è interrompere tutto e seguirlo come se fosse il Pifferaio magico. Solo che lui non suona il flauto, ma fa suonare le bottiglie. Artista.
Averlo seguito al banchetto anche stavolta è stata una buona idea. Nonostante l’etichetta di questo bourbon semisconosciuto sia una delle cose più scaccia-acquirenti della storia. Eppure l’abito non fa il monaco e il packaging triste non fa lo spirito, perché fin dal naso si capisce che il gufo la sa lunga: molto più profondo dei bourbon standard, sfoggia un legno venerando e scuro, tra note di cantina e tabacco. Whiskey vecchio fa buon brodo e soprattutto eccellente olfatto, infatti nel batch ci sono anche barili di 13 anni: non proprio roba da tutti i giorni. Accanto a questa maturità, però, guizza il Kentucky più classico, con energici twerking di spezie (rye piccante, cannella) e tarte tatin.
In bocca, la magia! I 59 gradi svaniscono e ti sembra impossibile sia tutto così piacevole. Di nuovo austero, di nuovo legno d’antan e tabacco. Cioccolato fondente al peperoncino, arancia a raffica e pane tostato con della cannella sopra, per un bourbon di scarsa dolcezza e grande struttura. Il finale è vigoroso e lungo: legno di sandalo, l’immancabile tabacco e un lampo natalizio: il panettone con gocce di cioccolato.
Il rinascimento dei whiskey americani passa da qui, prodotti di nicchia di grande spessore e invecchiamento. That’s the way (ah-Ha, ah-Ha) we like it. 88/100

glencadam-21-year-old-whiskyGlencadam 21 yo (2010, OB, 46%)
Miglior montaggio
Per fare un tavolo ci vuole un fiore, per fare un single cask ci vuole naso e fortuna. Ma per fare un core range di imbottigliamenti ufficiali di livello occorre un buon master distiller. Alla Glencadam ce l’hanno senza dubbio (Robert Fleming) e parecchi gli sono venuti assai bene. Chi scrive è stato folgorato dal 17 anni in Porto dunque si è abbandonato con fiducia al 21 yo, denominato con modestia “The Exceptional”.
Da subito ti conquista la potenza aromatica, con una batteria di agrumi micidiale: zagara, sorbetto al limone e bergamotto fanno subito capire che l’età non inciderà sulla freschezza. Si continua così, tra una sensazione tropicale di ananas e banana e di nuovo un che di floreale e dolce: torta di mele con gelato alla camomilla (ma forse si è fatto tardi e la fame parla la sua lingua). Col tempo si fa più denso, tra mango e una morbida nota burrosa. Nessuna sorpresa, nessun difetto.
In bocca è coerentissimo e riprende dal tropicale e dal limone, con lemon curd e cocco essiccato. Il malto deliziosamente dolce alza la voce, spuntano biscotti frollini, Cheerios e cioccolato al latte. Chips di mele disidratate e mousse di pere non fanno mancare la quota frutta. Le spezie (noce moscata) arrivano in fondo, con una punta di lime dolce che sdrammatizza la cremosità vanigliata.
Rimane equilibrato e fresco anche nel finale: tropicale, limone, zenzero e miele millefiori.
Cosa volevamo di più dalla Garelli nello spot anni ’90? Il sangue??? Ecco, cosa chiedere di più a un imbottigliamento ufficiale di 21 anni? È elegante, espressivo, vibrante. Non è un capolavoro di complessità, ma prima di stancarsene uno rischia di finire la bottiglia. 88/100

gloval25yoGlenlossie 25 yo (1993/2019, Valinch & Mallet, 53.9%)
Miglior regia
Fabio Ermoli e Davide Romano fortunatamente non assomigliano alle sorelle Wachowski, ma anche loro di fantascienza se ne intendono. Barili da fantascienza, nella fattispecie. A Castelfranco per esempio è arrivato uno spezzone del loro ultimo capolavoro, un Glenlossie di un quarto di secolo invecchiato in un bourbon hogshead. Occhio, spoiler alert!
Macché Wachowski, qui c’è il genio dei Coen: colpiscono immediatamente l’eleganza e la maturità, ben rappresentata da una nota delicata di incenso. Poi ecco comparire una freschezza vegetale entusiasmante, che dal prato tagliato approda a un nettissimo muschio bianco. È oleoso perfino al naso, cioccolato bianco in ganache come se piovesse. Un po’ di mela golden tanto per gradire.
Al palato è impressionante l’intensità dopo 25 anni. È dolce e severo nello stesso tempo, di un’educazione oxfordiana e perfetta: créme brulèe, sorbetto all’ananas e limone, evoluzione del barile di bourbon. Non è oleoso come al naso, ma sfoggia un piacevole tocco salino e un legno molto elegante. L’alcol è ancora gagliardo e il retrogusto erbaceo e floreale richiama il lato vegetale dell’olfatto.
Il finale – lungo, dolce/salato – tra cedro candito e legno dolce, è eccellente. E il risultato è un whisky completo, di raro portamento, insieme fresco e vitale. 91/100

203558-bigBen Nevis 23 yo (2019, Chorlton, 53.6%)
Miglior attore protagonista e miglior scenografia
Il concetto di “migliore” – da Togliatti in poi – è opinabile, ma quello di “goduria” no. E questo single cask selezionato dal buon David da Manchester lo è senza dubbi. Ventitré anni in due hogsheads riempiti da uno sherry butt, grado pieno e una complessità da labirinto di Borges.
Inizia con una lussureggiante frutta dalle sfumature piacevolmente vinose, tra uvetta e folate di pesca. Poi si immerge nei meandri del minerale, con un cereale ceroso d’altri tempi che sfocia quasi nel profumo di candela accesa. La dolcezza è piena, limone candito e fette biscottate. L’età assume il misterioso profilo di vecchi libri. Frutta secca mista con guscio a fare l’occhiolino.
In bocca è di una cremosità commovente: il malto, la frutta gialla e il miele grezzo si impastano in una sensazione golosissima di pan brioche caldo, dove il burro diventa la stella polare. Pian piano, facendosi largo fra la crema di albicocche e una punta di liquirizia, ecco il barile con la sua eleganza di zenzero. Barile che ti prende per mano fino all’avvolgente finale, tutto giocato su una dolce frutta matura (pesche e albicocche) e un curioso tocco di noce e fiammifero.
Interpretazione magnifica dello spirito Highlands, con quella mineralità che incanta e rende tutto più interessante e quel cereale puro e maturo che indulge sul burro. E noi lombardi si sa, al burro non sappiamo resistere…
Ps. Le etichette di Chorlton – ispirate all’arte medievale – sono generalmente capolavori. Anche questa non tradisce le alte aspettative estetiche. 92/100

 

Ardbeg An Oa (2019, OB, 46%)

Finalmente lo assaggiamo: entrato nel core range da un paio d’anni, An Oa (che si pronuncia An-ò, come se un francese pronunciasse in italiano una parte vitale ma considerata poco nobile e generalmente poco esposta alla salvifica luce solare) è un NAS di Ardbeg che si assume la responsabilità di fare da ingresso nella gamma della storica distilleria di Islay. È una miscela di PX e bourbon casks, il tutto finito in un marrying vat di quercia francese – queste le info conosciute, tanto vi dovevamo, adesso si beve.

N: beh, molto piacevole. Se dovessimo racchiudere il naso in un’immagine, è una versione ammorbidita dell’Ardbeg Ten, un po’ meno limonoso e un po’ meno marino – ma è molto piacevole. Morbido, fumo caldo, legno, falò; c’è anche un che di tela cerata, di Barbour. Si sente moderatamente la quota in sherry, con un po’ di mela rossa, poi c’è pure il bourbon con vaniglia, zucchero a velo, marshmallows bruciacchiati… Se si aggiunge un poco di limone, l’effetto è quello della Torta Paradiso.

P: un po’ blando complessivamente, ma ancora piacevole e morbidone. Aranciata zuccherata, forse un po’ di scorza; tantissima liquirizia, un po’ di banana… Cremoso, c’è sicuramente del toffee, ancora della mela, fumo ceneroso. Pare più ‘bruciato’ che ‘torbato’, per quel che vale un’affermazione del genere.

F: piuttosto lungo, anche se non troppo intenso.

Buono, piacevole, molto morbido – un whisky fatto per essere bevuto senza pensieri, senza troppe menate… Certo, l’Ardbeg che ci piace è molto più affilato, ma non stiamo a lamentarci troppo: d’altro canto il Ten degli ultimi anni è risalito sensibilmente come qualità, presto ne recensiremo un esemplare. Intanto, a questo An Oa appiccichiamo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Brunori Sas – Al di là dell’amore.

Yoichi NAS (2018, OB, 45%)

Yoichi è una delle distillerie più antiche (1934) del Giappone e sicuramente tra quelle che più hanno contribuito ad alimentare l’interesse attorno ai whisky del Sol Levante. A un bel momento succede però che la casa madre Nikka rimanga coi magazzini mezzi vuoti e decida di rimediare demolendo il core range della distilleria e rilanciando con un più pratico whisky senza età dichiarata. Noi non ci scandalizziamo di certo, anche perché abbiamo appena bevuto un altro NAS in edizione limitata di Yoichi, e non era niente male. Assaggiamo dunque, e scordammoce o’ passato, come si dice.

nikka-yoichi-nasN: non nascondiamoci, la gioventù del distillato si sente, netta, con note di cereale, quel senso di ‘acidità’ da lieviti, un po’ di canditi… Ma non appare un difetto in questo contesto, perché tutto è molto piacevole: il cereale domina la scena, con briosche, biscotti al malto, un poco di miele e un mero cenno di cera. Poi si sente “quella cosa lì” che ci fa impazzire di whisky scozzesi come Springbank e Highland Park: quella torba lieve, molto marina, che non sembra fumo ma sembra terra bagnata, al massimo un qualcosa come il cerino spento. Molto piacevole.

P: piuttosto coerente, però qui la componente torbata e marina si prende ancora più spazio: la dolcezza resta quasi in disparte, ancora di gioventù e di cereali (crosta di pane, canditi, una spruzzata di miele). Il resto è mare, salamoia, oliva nera, con una venatura torbata, qui più fumosina che non al naso, davvero gradevole. Semplice ma complesso, se ci intendiamo – e se non ci intendiamo, beh, assaggiatevelo da soli!

F: di media durata, persistente, con un biscotto digestive pucciato in acqua di mare, con un’oliva affumicata sopra. Detta così suona proprio male, ma abbiate fiducia.

85/100 è il nostro voto per un whisky da bere generosamente, sincero e giovane, ma non privo di spunti da campione vero. Yoichi rimane un attore di primo piano e l’impressione è che lo rimarrà ovunque le sorti del mercato giapponese lo porteranno. Si trova attorno ai 70 euro, non poco ma oggigiorno siamo su cifre ancora ragionevoli.

Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande, Miley Cyrus, Lana Del Rey – Don’t call me angel

Knockando 1979 (1994, OB, 43%)

Pare brutto dirlo così, ma ce ne eravamo dimenticati, tipo quando vai in vacanza

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Quel maschio alfa di Charlie

e riparti dall’Autogrill lasciando la moglie alla toilette ebbro della tua Rustichella. Ecco, noi ci eravamo dimenticati del “Poggio scuro”. Questo significa Knockando in gaelico e indica una collinetta su cui quel virile sex symbol di Bonnie Prince Charlie fece tappa nel 1745 prima della battaglia di Culloden che segnò la fine della rivoluzione giacobita. Ad ogni modo, sul poggio dal 1898 si erge fiera l’omonima distilleria, che dopo un vortice di passaggi di proprietà oggi è nel portafoglio Diageo. La produzione è contenuta (1,4 milioni di litri l’anno) e per il 90% finisce nel blended J&B Rare. Curiosità: è una delle rare distillerie dello Speyside (e di Scozia) a imbottigliare per annata. Noi, nel tentativo di recuperare gli anni persi senza assaggiarne, oggi ci dedichiamo a un vintage 1979, che dopo 15 anni di invecchiamento la Justerini & Brooks allora proprietaria del marchio ha imbottigliato nel 1994 a 43 gradi. Bonnie Prince Charlie, facci compagnia!

N: che solidità. Un naso monolitico, abbastanza aromatico, con note fruttate evidenti (è tutta frutta gialla, soprattutto mela) e una torta di mele appena sfornata dalla nonna. Segue una ricca teoria di frutta secca, che ci ricorda i biscotti di noci e le castagne: ci folgora l’immagine dei cookies, con mandorle e gocce di cioccolato al latte. Una certa maltosità whiskosa netta e franca chiude il cerchio.

P: molto accogliente e coerente rispetto all’olfatto, con note di cioccolato bianco, di toffee, di biscotti alla frutta secca. È molto più cremoso di quanto il naso lasciasse presagire, ma mantiene la struttura inscalfibile del classico d’altri tempi. Liquirizia dolce a dare un piccolo twist. Poi torna la nostra amica mela, a forma di mela – inaspettatamente, eh?

F: non lunghissimo, molto maltoso, ancora biscotti alle noci e cioccolato al latte.

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Talvolta nevica in Scozia, sapete?

Un whisky che sa di whisky, ben fatto: e per fortuna! Tutta una generazione si è “formata” su bottiglie così, dove il cereale era l’unica divinità accettata. Qui si prende tutta la scena come in un one man show, lasciando le briciole alle comparse. 85/100, tutto al posto giusto ma senza quei guizzi che regalerebbero una complessità extra.

sottofondo musicale consigliato: Deftones – Change (in the house of flies)

Balvenie 15 yo ‘Single Barrel’ (2017, OB, 47,8%)

Ciao, sono Balvenie. E voi chi c**** siete?

Balvenie è una delle nostre distillerie del cuore: uno dei sette pilastri di Dufftown, uno dei whisky più rappresentativi dello stile ‘tradizionale’ (meglio: dello stereotipo dello stile tradizionale) dello Speyside, un whisky che difficilmente riuscirete a trovare deludente. L’enorme offerta ufficiale di Balvenie è nobilitata da diverse release di single cask: edizione standard, ma sempre diversa, spicca questo 15 anni ‘Single Barrel’ in sherry Oloroso. Oggi assaggiamo un barile imbottigliato nel 2017, ovvero il cask #11272, imbottigliato a 47,8%. Il colore, che colpevolmente citiamo di rado, è un rubino rubizzo rubacuori.

N: un barile ex-sherry molto scuro, schiacciante, polveroso… La prima patina è quasi di bacon, di certo di cuoio, cioccolato molto fondente, un po’ di polvere da sparo, tanto tabacco, spezie come cannella. Succo ai frutti rossi (quello artificiale, da supermercato), molto tamarindo. Come sempre espressivo, anche se scuro. More intense, frutta nera.

P: molto buono. Parte su note di liquirizia, alkermes, zuppa inglese, poi esplode una grande rotondità succosa, bilanciata da note di tannini molto equilibrate. La rotondità succosa è di more, succo di mirtilli, uva americana (l’acido dell’acino), ancora fave di cacao. Scompare il lato più sporco del naso, e va bene così.

F: molto lungo, godibilissimo, cioccolato fondente, amarene.

Molto buono, semplicemente, tutto quello che si può desiderare da un barile ex-sherry, il tutto supportato da un distillato sempre grasso e pieno, che non cede troppo spazio al legno. Equilibrio eccellente. Uno dei due però un po’ frigna, e dice che non è abbastanza Balvenie – ma solo perché era distratto da una fanciulla nel tavolo a fianco, cretedeci. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: FKA Twigs – Cellophane.