Speyburn 10 yo (2018, OB, 40%)

Mica sempre si posson bere single cask di distillerie chiuse, o no? Oggi mettiamo alla prova un entry-level dello Speyside da una distilleria davvero poco nota e dal nome davvero poco originale: Speyburn 10 anni, bottiglia con design accattivante e… Mah, poco altro da dire per la verità, se non che talvolta la distilleria ama definirsi come “la più fotografata di Scozia” – bisogna sempre inventarsi un qualche primato, o no?

N: ha una parte di gioventù evidente e onesta, diretta: si sente il fermentato, il malto, i lieviti, un po’ di yogurt, a tratti un po’ al limite. Queso aspetto è però corroborato da un gradevole sottofondo di mela gialla, miele, qualche sentore piacevolmente floreale. Semplice semplice, facile facile.

P: moderno nella sua sfacciata semplicità, con una dimensione alcolica un po’ pungente – non ha tanto spessore ed è monodimensionale. Ciò detto, come descrittori ricorda miele, frutta gialla (mela), ancora maltoso ed erbaceo; un poco di marzapane vien fuori col tempo. Pungente a 40%, l’essere filtrato a freddo lo fa un po’ soffrire.

F: medio breve, erbaceo e maltoso e con un sapore di alcol.

Un buon entry level per chi desidera conoscere le basi dello Speyside moderno, per chi desidera un whisky rassicurante e inoffensivo, che sappia di whisky e di erbetta. 77/100, se però ci chiedete se valga la pena di comprare questo al posto di un Glen Grant 5 anni, beh: costa comunque tre volte tanto, quindi no.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Boring.

Annunci

The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Kilchoman ‘Sauternes Finish’ (2012/2017, OB, Distillery Shop Exclusive, 58%)

A Kilchoman sono mesi di grandi cambiamenti e di grandi lavori: la produzione sta raddoppiando, gli alambicchi stanno per diventare quattro, sono stati costruiti un nuovo malting floor e un nuovo kiln, già attivi, c’è una nuova warehouse… Insomma, si lavora e si fatica: noi abbiamo fatto da poco un salto sull’isola per verificare lo stato dell’arte, e tra una domanda e un assaggio ne abbiamo approfittato per fare acquisti. Come in ogni visitor centre che si rispetti, anche Kilchoman ha in vendita un single cask in esclusiva per i turisti e gli appassionati che si spingono fino a questo luogo remoto: in questo momento c’è il barile 209/2012, un whisky distillato nell’aprile 2012 (con orzo di Port Ellen, dunque a 50ppm) e messo in bottiglia nel settembre 2017 dopo un passaggio di quattro mesi in una botte ex-Sauternes. Un paio d’anni fa, Kilchoman aveva già messo sul mercato un’edizione limitata maturata in Sauternes, anche se in quel caso si trattava di una full maturation e non un finish.

N: a quasi 60%, la presenza dell’alcol è pari a quella di contenuti nella campagna elettorale appena conclusa. Il passaggio finale in Sauternes è molto evidente, con note vinose, di marshmallow, di confettura di albicocca. Poi tanto tanto zafferano, un senso di fiori freschi, perfino. Mela gialla, fresca, appena tagliata. Come dimenticare la vaniglia calda? La torba è piuttosto morbida, complessivamente, fumosa e acre, pungente: terra bagnata. Non c’è marinità. Con acqua, questo lato, già relativamente tenue, diventa meno intensamente fumoso, si apre su note legnose e tostate.

P: qui la botta alcolica c’è tutta, almeno al primo sorso. Innanzitutto la torba qui è molto aggressiva, i 50ppm si sentono tutti, con note di catrame, di smog, di fumo forte, di legno bruciato. Un lato dolce paradossalmente delicato, con ancora zafferano e mela gialla. Resta viva la vinosità, poi un paio di note di vaniglia. L’acqua ammorbidisce.

F: lascia un senso di amarognolo, oltre ad un bruciato molto intenso e forte.

Molto piacevole, incoerente tra naso e palato per quel che riguarda la presenza della torba: se nella prima fase appariva tutto sommato ammorbidita dal passaggio in Sauternes (e, certo, dalla gradazione), in bocca si rivela esplosiva, aggressiva, molto poco addomesticata. Le note date dal barile di vino sono equilibrate e contenute, confermando la nostra impressione per cui torba e Sauternes spesso funzionano bene – non faranno faville, non saranno indimenticabili, ma fanno il loro sporco lavoro portando a casa la pagnotta. E dunque sia 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: At The Gates – To Drink From The Night Itself.

Lagavulin 16 yo ‘Feis Ile 2017’ (2017, OB, 56,1%)

Novelli Zapotec e Marlin, abbiamo creato una macchina del tempo che ci ha riportati al Feis Ile del 2017: assaggiato con temperata soddisfazione il Bunnahabhain ventenne in Virgin Oak, ora ci spostiamo dall’altra parte dell’isola, mettendoci pazientemente in coda fuori da Lagavulin… Naturalmente, quando si parla di Open day di Lagavulin 2017 non si può non ricordare l’immagine qui sopra, un pezzo di italianità imperitura impresso a caldo nella mente di ciascuno di noi. Detto ciò, passiamo al whisky: si tratta di un sedicenne finito in barili di Moscatel, imbottigliato a grado pieno, non colorato non filtrato. Moscatel, già.

N: si sente, delicato ma netto, l’apporto del Moscatel, con note delicate di ciliegie, di uvetta, di torta calda, pasta frolla con uvetta forse. Liquirizia e caramello. Per il resto, è un eccellente Lagavulin ‘normale’, con torba tagliente, acre, odore di porto, di pesce e salamoia, di fumo di sigaro, di cenere; poi ha note agrumate, di arancia amara, magari essiccata.

P: molto presente e ‘grasso’ in bocca. Il primo impatto è ancora sulla dolcezza, con note di pasticceria (sul momento ci viene in mente un buon cannoncino ripieno di crema), di uva passa, di kranz. Ancora caramello, liquirizia dolce. Poi esplode la torba, ancora cenerosa e marina. Che bella sapidità, a tratti incontenibile.

F: sale e uvette sotto spirito. Cenere e crema. Molto lungo…

Molto buono e abbastanza complesso, come quasi sempre accade con Lagavulin: ci è piaciuta molto questa dolcezza compatta ma screziata, da caramello salato e pasticceria, con il lato più sharp di Lagavulin che resta indomito e non addomesticabile. Non il migliore dei Laga possibili, forse, ma di certo una bevuta che lascia tanta soddisfazione: a noi, almeno, forse non al pescatore di Islay che ci ha insultato quando abbiamo scelto di spendere 18 soldi per ordinarlo al pub di Port Ellen, al grido di “ma come fai a bere quella roba, ti brucia nello stomaco, puzza di fumo, il whisky dev’essere morbido, tipo White&Mackay” – tutto questo, naturalmente, in un inglese gutturale pressoché incomprensibile, e dopo una sessione di Tennent’s sicuramente serrata, a giudicare da fiato e viso rubizzo. A dimostrare il nostro spirito libero e l’autonomo pensiero, non ci lasciamo influenzare dal villico e stampiamo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: P.F.M. – Oniro.

Bunnahabhain 20 yo ‘American Oak’ (1997/2017, OB Feis Ile 2017, 52,2%)

Già che eravamo a Bunnahabhain ci siamo detti: perché non assaggiare anche uno degli imbottigliamenti del Feis Ile del 2017, visto che ne è avanzato qualche campione per la vendita? Scriviamo “uno dei” perché Bunna l’anno scorso ha realizzato ben due imbottigliamenti, un torbato di 14 anni in botte di Porto ed un ventenne non torbato che ha trascorso la giovinezza in un barile ex-bourbon e poi, fatta la maturità, si è iscritto a un master di quercia americana vergine, per venire poi acclamato dottore proprio al Festival più torbato del mondo nel giugno 2017. Noi assaggiamo quest’ultimo.

N: un naso scuro, profondo, in cui l’alcol pare straordinariamente morbido e impercettibile. Molto scuro, dicevamo, con note di noce di Pecan, di agrumi scuri – ci viene in mente una scorzetta d’arancia candita e pucciata nel cioccolato fondente, ma anche una scorza macerata nell’alcol. Suggestioni speziate ondivaghe (chiodi di garofano) e a tratti una curiosa nota lieve di sedano. Un forte sentore tostato, di vaniglia, ma anche di toffee, di noce di Pecan – insomma, ricorda per certi aspetti un bourbon. Ma qualche suggestione di piccoli frutti rossi, forse di ciliegia sotto spirito. Molto nitida una sensazione complessiva di legno di castagno.

P: in ingresso soprattutto si registra un apporto di legno molto corposo, un po’ astringente e particolarmente speziato: chiodi di garofano, un velo di pepe bianco. Per lo stesso motivo, ci pare, esibisce anche un lato mentolato davvero indisciplinato. Per il resto si conferma una frutta tra l’arancia molto carica. Con acqua, si accentuano gli spigoli amari (con anche un po’ di noce moscata). Anche crema di castagne.

F: la crema di marroni perdura infinita, poi un senso di tostato e speziato.

Ci pare buono, per carità, anche se il contributo del legno è a nostro gusto fin troppo invasivo, come purtroppo spesso vediamo accadere quando entra in azione un barile di legno vergine: l’effetto è di un whisky molto carico, con tante spezie sia al naso che al palato e un’astringenza un po’ eccessiva che – nel nostro quadernetto degli assaggi – lo trattiene dalla gloria imperitura cui eravamo già disposti a consegnarlo. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Teho Tehardo & Blixa Bargeld – A Quiet Life.

Bunnahabhain 18 yo (2017, OB, 46,3%)

IMG_1720

come si fa a non amare Bunna?

Bunnahabhain è una delle nostre distillerie del cuore, su Islay: tradizionalmente responsabile di whisky non torbato, rivelando così un passato incentrato sulla produzione di materiale da blended, è collocata in una delle zone più suggestive dell’isola. A pochi chilometri da Port Askaig, la strada che vi giunge – che passa pure di fronte alla nascitura Ardnahoe – è di una bellezza mozzafiato, tra laghi, torbiere, pecore, fagiani e continui saliscendi. Oggi assaggiamo il 18 anni di distilleria, difficile da reperire in Italia visto che – per ragioni legate al portfolio della proprietà – non ha ancora trovato un distributore ufficiale sul patrio suolo. Pensate che cuore!, siamo andati fino in Scozia per prenderne un campione, e questo solo per voi. SOLO PER VOI!

bunob.18yov2N: molto aperto e aromatico, rotondo. Brioche al burro, croissant all’albicocca, ma anche quelle sfogline al burro vicentine; tante note agrumate, marmellata di arancia amara. Si promette appiccicoso, con note dense di miele, di caramello; cremoso, da pasticcino alla fragola. Cioccolato fondente. Frutta varia, molto matura e quasi cotta: mele rosse, prugne. Un vago senso di aria di mare. Biscotti speziati di Natale.

P: innanzitutto, è bello pieno, con un corpo molto appiccicoso, denso. Piuttosto coerente, squaderna una arancia calda, densa, ‘marmellatosa’. Stecchetta di cannella. Ha una patina minerale e iodata, forse rivelando una leggera torbatura, che dona complessità all’esperienza. Dimentichiamo di menzionare un dolcetto burroso, che ancora diremmo brioscia.

F: medio-lungo, persistente, con scorzetta d’arancia, un lato mineral-torbato e qualcosa di dolce e burroso.

86/100, buono, soddisfacente, molto classico, rotondo e con un’adeguata complessità. La quota di barili ex-sherry, sia a primo riempimento che refill, è piuttosto evidente, così come la ‘ciccia’ di un distillato che esce dagli alambicchi più grandi e grossi dell’isola. A nostra opinione, forse preferiamo il 12 anni, che è un poco più ‘fresco’ e costa la metà. Tra i pochi ad averlo in stock, segnaliamo gli amici di Whiskyitaly.

Sottofondo musicale consigliato: Five Finger Death Punch – Wrong Side of Heaven.

Connemara ‘peated original’ (2017, OB, 40%)

Tra gli addetti ai lavori e non è oramai opinione diffusa che il whiskey irlandese, a lungo bistrattato durante il Secolo Breve, si appresti a prendersi una saporitissima rivincita nei confronti del whisky scozzese. Sono molte le aperture recenti di nuove distillerie e ancora di più sono i nuovi marchi, che si alimentano tramite l’acquisto di botti dalle distillerie storiche. Tra queste, anche se non proprio dalla storia secolare, figura Cooley, fondata nel 1987 e autrice dietro le quinte di ottimi singoli barili, acquistati e imbottigliati da realtà indipendenti più o meno famose. Cooley, che nel 2012 è stata acquistata da jim Beam, ha inoltre da tempo creato una linea di whiskey torbati, a partire dal qui presente Nas ‘original’. Questo malto è nato per sparigliare alcuni dei clichè più consolidati dell’industria del whiskey irlandese: è infatti torbato e distillato non tre, ma due volte. Ci sono tutte le premesse per una sapida recensione.

connemara-peated-single-maltN: schietto e semplice: impasto del pane, tanto limone; biscotti ai cereali (quelli al malto e miele, ad essere precisi); e poi la torba, che si sente bene, intensa anche se delicata, con un po’ di liquirizia e lontano legno bruciato. Un’indistinta aura floreale, soooo irish!

P: corpo debole, molto etereo. Piacevole, più dolce e fruttato del naso: ha note di carambola perfino, poi di mela gialla. Vaniglia. Ancora cereali. Ancora torba, non brutale ma presente. Sa di zucchero bianco, di sciroppo di zucchero.

F: slegati alcol (l’effetto è quello di un profumo vecchio) e una torba a metà tra il plasticoso e il legno bruciato. Dolcezza astratta, forse la parte meno convincente.

La nostra valutazione si ferma un po’ a sorpresa (e già immaginiamo i lettori sbigottiti) a 78/100. Al naso tutto sembra far pensare a un whisky senza pretese ma piacevole, irlandesemente easy. Tuttavia al palato e al finale si perde tra un corpo insufficiente e qualche smagliatura alcolica di troppo. D’altra parte è pur sempre vero che questo insolito irlandese torbato varcherà la soglia di casa vostra se sarete disposti a spendere circa 35 euro, il che lo rende comunque un prodottino dal buon rapporto qualità/prezzo, coi tempi che corrono.

Sottofondo musicale consigliato: The Cranberries – Linger

Bladnoch 25 yo ‘Talia’ (2017, OB, 48,4%)

Una delle molte novità del 2017 whiskoso è stato il ritorno in pompa magna di Bladnoch, storica, e storicamente tormentata, distilleria delle Lowlands: dopo un paio d’anni di chiusura seguiti alla sfortunata parentesi della proprietà-Armstrong, è David Prior, magnate australiano dello yogurt, a comprare la distilleria, ricreare un core range, ristrutturare e ricostruire gli edifici e – insomma – far ripartire Bladnoch. La produzione è ricominciata da poco, mentre i lavori per un visitor centre sono attualmente ancora in corso: non potendo andare a visitarla, ne visitiamo l’imbottigliamento top del core range, celebrativo del duecentesimo anniversario della distilleria, ovvero il 25 anni ‘Talia’ – c’è un passaggio di qualche tempo in barili ex-Porto, cosa che, vista così, un po’ ci fa alzare le antenne.

N: sicuramente molto ricco, molto espressivo, con frutta di molteplici varietà in evidenza: mele a profusione, di ogni tonalità cromatica (mele caramellate, anche?); marmellata di fragole; melone maturo; una decisa nota di agrume e di arancia anch’essa zuccherina, ma un po’ ‘industriale’ se ci intendete – tipo le caramelle dure all’arancia, ecco, ma pure quelle al limone. Biscotti di pastafrolla; anche brioche, ai frutti rossi. Ananas e cedro canditi. Tanta frutta e tanto zucchero, insomma, e comunque più zuccherino che fruttato: un naso certo non adatto ai diabetici. Stupisce la freschezza, con solo qualche accenno di legno, di tabacco da pipa aromatizzato anche dopo oltre 25 anni di maturazione.

P: ancora molto fruttato, ancora molto zuccherino, con un attacco fresco e intenso, che pare raccontare di un distillato molto delicato – d’altra parte però, con un senso di legnosità crescente rispetto al naso, a tratti amaricante (dell’amaro che ci ricorda le noci, forse le pellicine delle mandorle… la frutta secca insomma). Prosegue questa dicotomia dolce/acido, con prugna, agrumi canditi e tantissime fragole; e poi la mela, di nuovo straripante.

F: piuttosto persistente, lungo, tutto giocato su un balletto di fragole e arance, con qualche bella intromissione di frutta secca.

Siamo partiti un po’ prevenuti, ammettiamo: perché un passaggio in Porto per un venticinquenne? Per la verità, fortunatamente, l’apporto del Porto (scusate, non resistiamo mai) è molto morbido e temperato, non totalizzante, e il whisky resta gradevole, profondo e pure molto fresco: 88/100. Certo è un po’ costoso ma è davvero molto piacevole – semplice forse, ma la vigorosa slinguazzata di Porto è data con insospettabile criterio e maestria. La bottiglia e la presentazione, poi, sono veramente eccezionali.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.