“Whisky Revolution Festival” – Castelfranco Veneto, 22-24.09.2018

Il BLEND WhiskyBar di Castelfranco Veneto è stata una delle novità più gradite dell’anno ‘scolastico’ appena trascorso. Dopo l’inaugurazione dello scorso settembre, i ragazzi si sono affermati rapidamente come uno dei punti di riferimento italiani per la miscelazione a base whisky: alla base ci sono concetti molto forti e la chiara volontà di svecchiare l’immagine del single malt, aggiornandola alle esigenze comunicative contemporanee ma senza perdere accuratezza e serietà in fase di divulgazione culturale del prodotto. In un certo senso, sono i principi che ci hanno portato, anni fa, a creare questo blog, e dunque non possiamo che sentirci in profonda sintonia con loro…

Siamo dunque molto felici di poter annunciare il Whisky Revolution Festival, una fiera dedicata – ovviamente – al whisky, organizzata a Castelfranco proprio dagli amici del BLEND tra il 22 e il 24 settembre, presso l’Hotel Fior. Si tratta di una tipologia di fiera del tutto nuova, diversa sia dallo storico Milano Whisky Festival che dalla fiera romana Spirit of Scotland / Roma WF: sarà all’aperto, nell’enorme giardino di un albergo, ci saranno le classiche isole con degustazione dei vari espositori, ci sarà un’area didattica affidata alle sapienti mani e menti di WhiskyClub Italia; poi uno spazio-museo gestito da Max Righi, un’area ‘esclusiva’ con bottiglie di fascia alta in degustazione, abbinamenti con cibo, una zona del whisky bar con miscelazione, after party in loco, musica dal vivo, un’area lounge e un ristorante all’aperto, masterclass prestigiose, dibattiti… Il tutto all’insegna del benessere più sfrenato. Conoscendo il modo in cui lavorano i ragazzi e l’entusiasmo con cui tanti espositori hanno aderito immediatamente, sappiamo che sarà qualcosa di eccezionale.

Anche i blogger italiani saranno protagonisti: insieme agli amici Giuseppe, Federico, Sebastiano e Valentina organizzeremo degustazioni ‘guidate’ e cercheremo di coinvolgere il pubblico con attività “socialmente utili”. Noi avremo anche il piacere di tenere una masterclass davvero eccezionale: una verticale con tutti e 7 le edizioni del Kilchoman 100% Islay e, in anteprima italiana (anzi: mondiale, galattica, universale!), anche con l’ottava release! Un’occasione davvero unica per assaggiare l’espressione più autentica della distilleria più artigianale di Islay.

Naturalmente vi terremo aggiornati sulle evoluzioni, intanto ovviamente vi raccomandiamo di dare un’occhiata al sito, appena messo online, e di seguire il BLEND e il WRF sui vari canali social (a partire dalle loro pagine facebook, qui e qui). Ci vediamo là!

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BenRiach 10 yo (2005/2015, OB for Pellegrini, 58,9%)

Pellegrini è importatore di Adelphi e di BenRiach, e ormai tre anni fa ha imbottigliato due single cask della distilleria di Longmorn, all’epoca di proprietà di Billy Walker: per distrazione non ce n’eravamo accorti, ma per fortuna a emendare quest’onta ci ha pensato l’amico Samuel Cesana, collaboratore di Whisky Club Italia da qualche mese entrato a lavorare in Pellegrini, che ci ha portato alcuni campioni da provare. Noi, siccome in fondo siamo delle brutte persone, mettiamo subito il naso su quello che, sulla carta, temiamo di più: un 10 anni di maturazione di Porto. Sapete quanta paura ci faccia questa carta d’identità…

N: urca, che strano! Molto intenso e molto particolare, a tratti pare ricordare la dolcezza intensa di un bourbon (noce di Pecan, banana spappolata), e pure sembra molto più raffinato. Innanzitutto non si sente la pungenza vinosa e la legnosità sbracata di molti invecchiamenti in Porto, e questa per noi è già una buona notizia, lo sapete; non ha nemmeno i cliché organolettici del Porto, che esibisce quasi sempre una nota di marmellata di fragola, e anzi ha un profilo per noi assolutamente unico. Procediamo sparsamente, e quindi: uvetta intensa e intensissima, poi torrone morbido, quasi un po’ disciolto; malaga; cioccolato al latte e uvetta; un che di tuorlo d’uovo, anzi meglio: zabaione; caramello; cocco. Solo dopo un po’ vien fuori una nota un po’ speziata, ma sempre in abbinata a una dolcezza di fondo: viene in mente il panforte.

P: come era facile attendersi, resta davvero estremo: esplosivo, bizzarro e con bombe all’idrogeno di sapore. Diciamo un’eresia se ci sembra un bourbon finito in Porto?! La vinosità è infatti viva e vibrante, con il Porto evidente e integrato, con note di composta d’uva dolce – vinosità però innestata in una costellazione di richiami gustativi che ricordano quasi un bourbon, ancora con noce di Pecan e legno speziato; e poi ancora vaniglia, uvetta e cioccolato bianco; caramello. L’acqua sembra ‘seccare’ un po’ quella cremosità, pare anzi esaltare la componente legnosa – per questo quando lo assaggeremo di nuovo ne faremo a meno.

F: lunghissimo e persistente, ancora uvetta, uva nera e frutta secca grassa.

Grazie a Samuel, finalmente abbiamo trovato uno scotch invecchiato in Porto davvero buono. Incredibile! Siamo sinceri, il profilo è molto particolare: è molto carico, c’è tanto barile e la dolcezza da legno è molto intensa – al contempo però il contributo del Porto è armonico, si integra alla perfezione e, nel tripudio zuccherino, risulta quasi sfumato. Complimenti a Pellegrini per la selezione! 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.

Glencadam 17yo (2015, OB, 46%)

Torniamo a visitare Glencadam, distilleria con sede a Brechin di proprietà di Angus Dundee: si tratta di un produttore dal piglio molto poco sexy, con bottiglie dal look obsoleto – cosa che a noi, si sa, piace tanto. Generalmente il whisky di Glencadam è molto piacevole e fruttato, grazie anche, si dice, alla peculiare forma degli alambicchi con i lyne arms angolati all’insù, cosa che favorisce il reflusso. Oggi assaggiamo un’edizione limitata dal ricco range della distilleria, il 17 anni finito in barili di Porto. Sapete come la pensiamo sul Porto nella maturazione del whisky, ma abbiamo stima di Glencadam e non partiamo prevenuti.

IMG_1322_5N: l’apporto del Porto (riusciremo mai a evitare questo giochino di parole veramente pessimo? forse no) non si nasconde, con grandi note di marmellata di fragole; mantiene però una sua grande eleganza anche maltosa, con note di marzapane, di pane nero tostato, un sentore di brioche; e ci pare di trovare, ad equilibrare questi descrittori così zuccherini, perfino una venatura minerale, conferendo freschezza. Angelo Corbetta, che beve con noi, insiste sulla mela rossa.

P: l’attacco è fin da subito molto zuccheroso, con ancora note di marmellata di frutta e di croissant ultra-burroso. Molta vaniglia. Una nota vinosa piena, robusta, molto persistente; insistono poi note maltose dal distillato, e sicuramente i sentori di cereale sono ben fusi all’interno di questo universo di dolcezza – cosa non scontata con il Porto.

F: lungo, persistente, ancora molto dolce, richiudendosi con la frutta secca e un po’ di malto.

Chiariamoci subito: dolce, è dolce. E però nel complesso ci appare migliore della media dei finish in Porto, con i barili certamente presenti ma senza essere del tutto prevaricanti sugli aromi del distillato. Equilibrato, dunque, e piacevole: 86/100, anche se certo non costa poco…

Sottofondo musicale consigliato: Masayoshi Takanaka – Sexy Dance.

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Sei mesi fa abbiamo compiuto quello che è senz’altro un passo piccolo per l’umanità, ma per whiskyfacile è grandissimo: organizzando il Freak Show abbiamo aperto al mondo del sottoprodotto caraibico (citazione da attribuirsi rigorosamente al sommo Terziotti), cioè al rum. Il punto di partenza è stata la constatazione di come l’assenza di un disciplinare per il rum sia un problema per la percezione dell’intera categoria: facendola più semplice di come è, se è tutto permesso chi lavora bene non ha modo di distinguersi da chi lavora male, perché in etichetta è rum il primo ed è rum il secondo – per intenderci, proprio la rigidità del disciplinare dello scotch whisky ne ha permesso la crescita e l’affermazione. Consci del problema, alcuni distillatori di rum hanno deciso di provare a cambiare le cose: in particolare, Luca Gargano di Velier (proprietario di Rhum Rhum a Marie Galante, oltreché ovviamente importatore in Italia) e Richard Seale di Foursquare Distillery, su Barbados,  hanno deciso di lanciare una nuova proposta per un disciplinare del rum modellata proprio su quello del whisky scozzese, su cui potete leggere qualche impressione qui, qui e qui. Ora, stimolati dalla riflessione abbiamo voluto aprire proprio un Foursquare “Triptych”, un single blended rum (cioè un rum di singola distilleria ma frutto di miscela di distillato da pot still e da column still), miscela di barili di tre annate (2004, 2005, 2007) e di tre tipologie diverse (bourbon, madeira, quercia americana vergine) selezionato e imbottigliato da Velier due anni fa. Ah, non dimentichiamo che la maturazione è avvenuta alle Barbados. Presenta diffusamente distilleria e imbottigliamento il buon Steven.

N: incredibilmente aperto e accogliente pur se a 56%, da subito – da profani quali siamo – ci sembra predominante l’apporto dei legni rispetto al distillato in sé. Al di là di una nota vinilica, molto evidente e frequente in questo tipo di distillato, il bouquet aromatico si dipana poi su note di caramello, di miele; c’è una componente molto fruttata, che ci regala l’epifania delle pesche sciroppate. Biscotti cannella e zenzero, a dimostrare la presenza di spezie molto strutturate. Non si dimentichi la scorza d’arancia (o l’arancia candita). Un che di chimico, insondabile e sfuggente alla nostra parola, che forse definiremmo Coccoina.

P: anche qui i 56% sono in sordina, e lasciano spazio a un rum davvero pieno e soddisfacente: esplode in bombe di sapore ‘appiccicose’, dal caramello alla frutta sciroppata. Forse un che di barretta con caramello e arachidi? Burroso, grasso. Ciliegie sotto spirito. Si fa ancora più evidente un lato tostato e speziato di grande complessità: abbiamo ancora cannella (dolcetti alla cannella, o i chewing-gum alla cannella che c’erano in commercio anni fa…) e chiodi di garofano. Come dimenticare però l’agrume?, soprattutto chinotto, arancia rossa. Tende all’amarino, dopo un po’.

F: si riverbera a lungo, tra una dolcezza intensa e un che di amaricante, con tante spezie. Nel finale del finale, a sorpresa, un che di curiosamente catramoso e di cherosene, tipo – ma solo “tipo”.

Non vogliamo dare voti numerici ai rum, lo sapete, perché siamo gente di straordinaria umiltà e ineguagliata coscienza: ma se volete la nostra opinione, e se siete su questo sito forse vi interessa, beh: ci piace veramente tanto tanto. Molto buono, complesso, con molti strati aromatici portati dai barili, certamente attivi, ma anche con piacevolissime emersioni del distillato, uno dei più interessanti attualmente prodotti. Insomma, trattasi di un rum sicuramente costruito, ma costruito bene bene. Bravo Richard, bravo Luca. Qui le opinioni di Serge, che un voto lo dà e ci trova d’accordo, e del grasso pirata, il nostro punto di riferimento in materia di distillato caraibico. Esaurito dovunque, aspettatevi di comprarlo in asta a un prezzo decisamente più alto di quello d’uscita.

Sottofondo musicale consigliato: Kamasi Washington – Street Fighter Mas.

Ardbeg ‘Grooves’ (2018, OB, 46%)

È quel momento dell’anno in cui l’afa inizia a inumidire la nostra volontà; in cui gli studenti dei licei preparano uova e farina per l’ultimo giorno, fregandosene dell’ultima interrogazione, ché tanto ormai il destino è segnato; in cui le ragazze indossano pantaloncini sempre più corti, e la freschezza delle gambe stordisce i passanti; in cui le prime sirene di calciomercato iniziano a occupare le testate nazionali, e già si attende la prima pantera avvistata in Abruzzo; in cui i supermercati sparano aria condizionata a cannone costringendoti a tenere in macchina un maglioncino leggero, ma il mal di gola è lì, dietro il banco della frutta; in cui il banco della frutta inizia a rivolgere agli avventori aromi suadenti, di pesche succose e albicocche dorate; insomma, è quel momento dell’anno in cui Ardbeg rilascia la sua edizione limitata annuale. Quest’anno tocca al “Grooves“, con una storiella di marketing basata sulla Summer of Love, Peat ‘n’ Love, hippy… di cui onestamente ci sfugge la ragione – ma è colpa nostra!, è che leggere certi comunicati stampa ci fa così fatica… Si tratta del solito NAS (whisky senza età dichiarata), invecchiato – pare – in barili ex-vino (quale vino? boh) pesantemente abbrustoliti all’interno, per rendere il legno molto attivo, e pretende di essere un’edizione limitata, che però casualmente si troverà stabile sugli scaffali fino all’anno venturo, almeno. Storiella entusiasmante, vero?, e che neppure il sito ufficiale si disturba a spiegare molto di più (parla solo di “our grooviest casks”, fate voi). L’abbiamo assaggiato all’Ardbeg Day di sabato scorso, ne abbiamo prelevato un campione e riassaggiato con calma a casa: eccolo.

N: molto aromatico, aperto e piacevole – ha evidente una nota di freschezza agrumata (lime e cedro), ma a farla da padrona è una fitta coltre di sensazioni zuccherine, caramellate e bruciacchiate (zucchero di canna, dolcetti con miele e cannella; e come dimenticarsi una mela rossa caramellata?; brioche industriale con zucchero e mele, se avete presente la Melizia dell’autogrill…). Ah, ma non ci possiamo certo dimenticare l’isola: una torba fumosa, intensa anche se non devastante, e poi un’aria di mare, iodata, davvero molto piacevole.

P: in attacco ripropone subito con convinzione il binomio zucchero bruciacchiato / torba catramosa, qui con catramatura crescente (un senso di copertone bruciato – come dite, “avete mai assaggiato un copertone bruciato?” Fatevi i fatti vostri, impertinenti, noi mangiamo quel che ci pare); il sorso conserva una certa agilità, grazie anche qui a note agrumate e sapide davvero sugli scudi. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: proprio mentre ci si aspetta il passaggio dalla compattezza all’esplosività, quest’Ardbeg sembra quasi svanire, anzitutto a livello tattile – si fa infatti velocemente ‘acquoso’, e si avvia rapidamente verso…

F: …un epilogo di dolcezza un po’ indefinita, semplice e non proprio entusiasmante. Ancora copertone bruciato e sale, questi sì molto persistenti.

Come l’anno scorsooooo… e come l’anno primaaaa…. ci troviamo a commentare un prodotto più che dignitoso, onesto anche se un po’ spinto verso la dolcezza – e d’altro canto, l’uso spinto dei legni non può che portare a questi risultati, e va bene così. Resta il consueto imbarazzo nella valutazione: accettabile in assoluto, piacerà moltissimo ai neofiti, non potrà invece soddisfare appieno palati più educati – e pure, costa 125€. 85/100 dunque, ma resta il fatto che con la stessa cifra ci compriamo tre Ardbeg Ten, due Corryvreckan, due Uigeadail – o uno Uigeadail e un Corryvreckan, insomma dai, ci siamo capiti.

Sottofondo musicale consigliato: Cream – Sunshine of your love.

Speyburn 10 yo (2018, OB, 40%)

Mica sempre si posson bere single cask di distillerie chiuse, o no? Oggi mettiamo alla prova un entry-level dello Speyside da una distilleria davvero poco nota e dal nome davvero poco originale: Speyburn 10 anni, bottiglia con design accattivante e… Mah, poco altro da dire per la verità, se non che talvolta la distilleria ama definirsi come “la più fotografata di Scozia” – bisogna sempre inventarsi un qualche primato, o no?

N: ha una parte di gioventù evidente e onesta, diretta: si sente il fermentato, il malto, i lieviti, un po’ di yogurt, a tratti un po’ al limite. Queso aspetto è però corroborato da un gradevole sottofondo di mela gialla, miele, qualche sentore piacevolmente floreale. Semplice semplice, facile facile.

P: moderno nella sua sfacciata semplicità, con una dimensione alcolica un po’ pungente – non ha tanto spessore ed è monodimensionale. Ciò detto, come descrittori ricorda miele, frutta gialla (mela), ancora maltoso ed erbaceo; un poco di marzapane vien fuori col tempo. Pungente a 40%, l’essere filtrato a freddo lo fa un po’ soffrire.

F: medio breve, erbaceo e maltoso e con un sapore di alcol.

Un buon entry level per chi desidera conoscere le basi dello Speyside moderno, per chi desidera un whisky rassicurante e inoffensivo, che sappia di whisky e di erbetta. 77/100, se però ci chiedete se valga la pena di comprare questo al posto di un Glen Grant 5 anni, beh: costa comunque tre volte tanto, quindi no.

Sottofondo musicale consigliato: Billie Eilish – Boring.

The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Kilchoman ‘Sauternes Finish’ (2012/2017, OB, Distillery Shop Exclusive, 58%)

A Kilchoman sono mesi di grandi cambiamenti e di grandi lavori: la produzione sta raddoppiando, gli alambicchi stanno per diventare quattro, sono stati costruiti un nuovo malting floor e un nuovo kiln, già attivi, c’è una nuova warehouse… Insomma, si lavora e si fatica: noi abbiamo fatto da poco un salto sull’isola per verificare lo stato dell’arte, e tra una domanda e un assaggio ne abbiamo approfittato per fare acquisti. Come in ogni visitor centre che si rispetti, anche Kilchoman ha in vendita un single cask in esclusiva per i turisti e gli appassionati che si spingono fino a questo luogo remoto: in questo momento c’è il barile 209/2012, un whisky distillato nell’aprile 2012 (con orzo di Port Ellen, dunque a 50ppm) e messo in bottiglia nel settembre 2017 dopo un passaggio di quattro mesi in una botte ex-Sauternes. Un paio d’anni fa, Kilchoman aveva già messo sul mercato un’edizione limitata maturata in Sauternes, anche se in quel caso si trattava di una full maturation e non un finish.

N: a quasi 60%, la presenza dell’alcol è pari a quella di contenuti nella campagna elettorale appena conclusa. Il passaggio finale in Sauternes è molto evidente, con note vinose, di marshmallow, di confettura di albicocca. Poi tanto tanto zafferano, un senso di fiori freschi, perfino. Mela gialla, fresca, appena tagliata. Come dimenticare la vaniglia calda? La torba è piuttosto morbida, complessivamente, fumosa e acre, pungente: terra bagnata. Non c’è marinità. Con acqua, questo lato, già relativamente tenue, diventa meno intensamente fumoso, si apre su note legnose e tostate.

P: qui la botta alcolica c’è tutta, almeno al primo sorso. Innanzitutto la torba qui è molto aggressiva, i 50ppm si sentono tutti, con note di catrame, di smog, di fumo forte, di legno bruciato. Un lato dolce paradossalmente delicato, con ancora zafferano e mela gialla. Resta viva la vinosità, poi un paio di note di vaniglia. L’acqua ammorbidisce.

F: lascia un senso di amarognolo, oltre ad un bruciato molto intenso e forte.

Molto piacevole, incoerente tra naso e palato per quel che riguarda la presenza della torba: se nella prima fase appariva tutto sommato ammorbidita dal passaggio in Sauternes (e, certo, dalla gradazione), in bocca si rivela esplosiva, aggressiva, molto poco addomesticata. Le note date dal barile di vino sono equilibrate e contenute, confermando la nostra impressione per cui torba e Sauternes spesso funzionano bene – non faranno faville, non saranno indimenticabili, ma fanno il loro sporco lavoro portando a casa la pagnotta. E dunque sia 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: At The Gates – To Drink From The Night Itself.