Bunnahabhain 23 yo (1990/2013, Silver Seal, 46,8%)

Con la recensione di oggi inauguriamo un ciclo dedicato agli imbottigliatori indipendenti, una sorta di tributo a realtà, grandi o piccine che siano, protagoniste della storia del whisky in varie epoche: c’erano Gordon & Machail e Cadenhead’s a sostenere le distillerie tra i due conflitti mondiali, acquistando loro centinaia di botti;  durante la depressione dei consumi del whisky degli anni ’80, c’erano sempre gli indie a comprare barili da distillerie allora sconosciute come Caol Ila e Mortlach, e oggi famose proprio grazie al loro interesse. E ancora ci sono ai nostri giorni decine di imbottigliatori emergenti in tutto il mondo che ci danno la possibilità di scoprire il malto prodotto da distillerie senza un proprio core range ufficiale e altrimenti destinato tutto alla composizione dei blended. Iniziamo così oggi dallo storico marchio italiano Silver Seal, la cui fama è da tempo egregiamente sostenuta da Max Righi. Di questo Bunna sono state prodotte 72 bottiglie solamente e ne esistono poi 36 imbottigliate per il Bar Metro, quartier generale milanese di Giorgio D’Ambrosio, per cui immaginiamo non servano ulteriori aggettivi se il 14 di agosto vi siete ridotti a leggere una nostra recensione di whisky in riva al mare.

SINGLE-CASK-BUNNAHABHAIN-23YO-1990-SHERRY-SILVER-SEALN: il profilo è da sherry succoso, succosissimo. Cominciamo a scrivere la frutta rossa e il chinotto, tanto per non dimenticarcene: un tripudio di fragole, ciliegie, ma anche di un qualcosa di più ‘scuro’, la cola, il chinotto, o forse meglio il tamarindo fresco. Ogni tanto, solo a tratti, affiora una nota di resina; anche una leggera nota di aceto balsamico (fragole e aceto balsamico, come nel noto spot?). Una pastiglia Leone alla violetta, o forse una manciata di miste? Molto grasso, forse anche un po’ minerale: addirittura costiero, forse? Cioccolato, anzi: after-eight. Col tempo, diventa più caldo, tra note di Pan di Spagna, di brioche…

P: che piacere signori, che spettacolo, che discesa sulla fascia, che gol! Notevole intensità e alcol del tutto mansueto. Iniziamo ancora da una frutta rossa esuberante, succosa, fatta ancora di fragole e ciliegie; rispetto al naso, pare coerente ma ci aspettavamo una dolcezza più pronunciata, e invece man mano tende sempre più verso un leggero amarognolo: cioccolato fondente, una scorza d’arancia matura, perfino dei fondi di caffè.

F: persistente; sembra banale da dire, ma c’è ancora tanta frutta rossa e un prosieguo amaricante di fave di cacao. Nocciolo della ciliegia? Eureka!

Silver Seal ci ha abituato nel tempo a imbottigliamenti di livello alto, se non altissimo. Si ha sempre la sensazione che ogni whisky sia stato scelto con calma e senza nessun tipo di assillo o vincolo commerciale. Come più volte Max ha avuto modo di dire- qui anche in un’intervista che abbiamo pubblicato- Silver Seal è “un po’ come un bambino che hai in casa e con cui giochi”, una passione personale prima ancora che un impegno pubblico; ecco questo maestoso Bunnahabhain non fa eccezione e si dispiega ricco e intenso in ogni fase. Personalmente ci ha stupito un palato che promette fuochi d’artificio di dolcezza e poi invece ripiega su sentori più austeri, quasi amari, che per quelli che sono i nostri gusti non fanno decollare la nostra valutazione, ferma comunque a un goduriosissimo 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Moderat – A new error

Puni Sole batch 01 (2017, OB, 46%)

Dopo aver assaggiato i due Nero, edizioni speciali di Puni introdotte nel 2016, oggi mettiamo alla prova Sole, la ‘special release’ del 2017 (dispiace se la chiamiamo così?) – si tratta di una maturazione più tradizionale rispetto a quella in Pinot nero, ed è la prima volta che entrano dei barili ex-sherry in un imbottigliamento ufficiale della distilleria italiana, a quel che ci risulta. Due anni in bourbon e altri due in Pedro Ximenez, Sole è tributo al sole (ah!) che fa appassire le uve e al metodo solera usato nella maturazione dello sherry – fughe foniche, giochi linguistici e metafore ardite, eh.

N: davvero tutto molto esuberante anche se a suo modo delicato. Dimostra una bella maturità per l’età che ha. Anzitutto pare che venga accidentalmente versato un bel barattolo di miele nel naso, poi tante pesche, albicocche, vaniglia e crema pasticcera. Come da tasting notes ufficiali della distilleria, troviamo un bel lato agrumato a base di scorza d’arancia. Piacione, piacente,piace.

P: anche in bocca una sensazione di miele liquido lega tutto il palato. Fresco e agrumato (biscotto all’arancia) con in più generose note di mele e pesche. Invero, molto semplice e diretto, ma senza veri difetti e anzi con qualche evidente pregio. Tipo quella sensazione dì pasticcino pastafrolla e crema… mmm!

F: di media durata. Richiami alla botte con frutta secca: noce e mandorla.

La qualità è indubbiamente alta: rispetto ad altri imbottigliamenti è più ‘normale’ come profilo, con il cereale meno evidente, meno nudo se confrontato al Nova – meno speziato del Nero, certo più ‘centrato’, a nostro gusto, rispetto all’Alba, con cui condivide un concept virato su una sobria dolcezza. Non bisogna aspettare una complessità travolgente, ma se cercate un buon whisky dolce, pieno e diretto, questo Sole fa per voi. Bravi ragazzi, e grazie a Julia per il sample! 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mink DeVille – Spanish Stroll.

Ardbeg ‘Kelpie’ (2017, OB, 46%)

Come ogni anno dal 2012, Ardbeg ha messo sul mercato a inizio giugno un’edizione speciale, rendendo l’Open Day di distilleria al Feis Ile un evento globale – l’Ardbeg Day, appunto. A ‘sto giro ci siamo persi lo sfarzoso evento di presentazione, ma sappiamo che è stato molto apprezzato: complimenti a Moet perché, per quanto ad occhi di molti sia una baracconata superflua rispetto al prodotto (rilassatevi, ragazzi), è pur sempre un pomeriggio di bevute gratis per tutti. La release 2017 è “Kelpie”, trattasi di whisky d’età non dichiarata maturato in barili di quercia vergine dell’Adighezia, regione russa non lontana dal Mar Nero. Corriamo a degustare perché sì, insomma, ci siamo capiti.

N: il naso è immediatamente accogliente, e squaderna stereotipi da Ardbeg in una versione semplificata, se vogliamo: tra le diverse anime, felicemente fuse assieme, iniziamo dal lato zuccherino, tutto di vaniglia, zucchero, succo di mela, una leggera crema pasticcera. Questa ‘dolcezza’ è bella appiccicosa, pesante (barretta cereali e miele?, forse un cenno di strudel). Poi, la marinità di Ardbeg, evocata fin dal disegno, è presente con tanta aria salmastra e alghe, ma non si prende mai la scena principale. Tutto ciò è racchiuso in una nuvola di fumo, che ci ricorda il tabasco affumicato (esiste, sì: Chipotle Pepper Sauce) e il bacon, anch’esso affumicato.

P: conferma da subito una dolcezza facile ma non semplice (eh?), nel senso che non è il ‘solito’ Ardbeg moderno vaniglia+limone+Islay… Come al naso, infatti, ha una dolcezza più densa e appiccicosa, tra caramello, ancora mele, miele cristallizzato (qua si ride, ragazzi); e soprattutto non c’è traccia di agrume. Poi certo le caratteristiche isolane sono ben presenti, forse con meno marinità ma, in compenso, un’esplosione di fumo di torba in crescita costante. Fa capolino anche un senso di medicinale…

F: molto lungo e persistente, perdura all’infinito un senso di braci, di falò, di grasso maiale sulla brace; e poi ancora il medicinale…

Un Ardbeg ‘arancione’, decisamente godibile, privo della quota agrumata che tanto ci piace dello stile di casa e carico di tanta dolcezza grazie al legno vergine che, si sa, esagera sempre. Al palato esplode la torba, che al finale addirittura sembra poterti risucchiare in un gorgo senza fine… Poi il giorno dopo ti svegli e pensi che anche per quest’anno Ardbeg ha messo sul mercato una special release non male: 86/100. Che poi sia così speciale da giustificare il prezzo: mah, ma fa caldo e non faremo la morale a nessuno. Qui tutti gli altri Ardbeg che abbiamo bevuto finora, comprese tutte le ultime release annuali.

Sottofondo musicale consigliato: Rino Gaetano – Nel letto di Lucia.

Monkey Shoulder (2010 circa, OB, 40%)

Eccoci alle prese con il blend di casa Grant’s, ovviamente prodotto a partire dalle distillerie di proprietà del gruppo dello Speyside: Glenfiddich, Balvenie e Kininvie finiscono qui dentro, oltre a una discreta quota di grain whisky. Il rinvenimento di questo campione, una mignon originale da 5 cl, è per noi motivo di ricordi molto cari; ci fu infatti donato al termine del nostro soggiorno a Dufftown dalla vecchina- fiera e combattiva ottuagenaria di casata Macdonald- che ci forniva a buon prezzo letto e una robustissima scottish breakfast proprio nell’amena capitale del whisky. Siccome in quei giorni il succo di malto non mancava, conservammo gelosamente il regalo in attesa di tempi duri, che per fortuna non sono mai arrivati. E così a distanza di qualche annetto tramutiamo i ricordi di quel viaggio in una recensione.

N: un blended che sa di blended. Naso molto facilone e annusabile, senza intrusioni dell’alcol, tutto giocato su una rotondità piacevole: nocciola, banana, porridge, cereali, scorzetta d’arancia, miele. E vaniglia, forse crema pasticciera, certo uvetta…

P: un po’ debole al palato, non sappiamo se il campione ha perso qualcosa per via della lunga permanenza in casa della vecchina di Dufftown o se è solo la gradazione bassa a tradire. C’è una dolcezza davvero molto astratta (e non sempre convincentissima), simile alle caramelle alla violetta; e poi miele, toffee e cereali a piacimento. Ancora un tocco di frutta secca (nocciola).

F: lunghino, tutto tra la frutta secca e un senso erbaceo cerealoso.

Questa spalla di scimmia, nome che deriva dalle robuste spalle degli ormai quasi estinti spalatori di malto del malting floor, è un blend complessivamente dignitoso, forse un po’ costoso (siamo sui 30€) rispetto alla complessità, alla consistenza al palato e ai piaceri che offre. Peccato, diciamo, perché le premesse c’erano tutte, potendo contare su una ricetta che contiene un whisky eccellente come quello prodotto a Balvenie. Noi ci fermiamo a 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Alberto Radius – Giù

un capolavoro del grande Radius con questo incipit:

Al momento giusto
so che la risposta
quasi sempre il whisky me la dà
e c’ho preso gusto
mi ubriaco presto
mando in culo il resto, la realtà

Arran Smuggler’s Serie vol.1 ‘The Illicit Stills’ (2015, OB, 56,4%)

Nell’autunno 2015 Arran ha lanciato Smuggler’s, una serie limitata a tema distillazione illegale, con bottiglie eclettiche e confezioni ambiziose: un falso libro, decorato come un grafico millennial probabilmente si immagina un libro dell’Ottocento, nasconde al suo interno una bottiglia, ta-dà! Pochi giorni fa è uscito in Italia il terzo capitolo, che a quel che ci risulta è già esaurito; noi siamo rimasti indietro, e affrontiamo oggi la prima versione, ‘The Illicit Still’s. Non è data conoscere l’età, ma c’è dell’Arran torbato (a diversi gradi di torbatura, a dirla tutta), c’è dell’Arran invecchiato in Porto, insomma: c’è una ricetta complessa, c’è un concept forte a livello di marketing, vediamo se il teatro regge alla prova del bicchiere.

arran-malt-smugglers-edition-2015-copyN: sia come sia la ricetta, al naso questo alambicco illegale regala note molto fresche di un distillato giovane, con una venatura torbata che proprio non le manda a dire. E quindi notiamo tanto burro fresco, tanto cereale (diremmo: porridge), anche canditi; forse addirittura latte. Tanto, tantissimo limone. Zucchero a velo. Al contempo emerge una nota ‘dolce’ un po’ più calda, diremmo di marmellata, forse confettura d’agrumi? E poi, la torba: un leggero affumicato che ricorda molto, anche se da lontano, la scamorza – affumicata, ovviamente.

P: il primo impatto è tutto sul limone, sembra di addentare un limone leggermente affumicato e con dello zucchero a velo sopra. Agghiacciante? Non come sembra, a dir la verità. Note ancora burrose, o di panna cotta; una piccola vetta fumosa, quasi pirica, risultante dall’abbinamento tra una torba bella vivace e l’eco della dolcezza da Porto. Per il resto, un senso di vaniglia astratto, e tanta gioventù.

F: lungo e persistente, limonoso e fumoso; e poi, ancora panna cotta. Pane.

Il primo capitolo della serie ha una grande potenza agrumata, che esplode in tutta la sua virulenza al palato; e si sente che la torba è tosta, non è un semplice dettaglio verbale, ma vera sostanza. E pure, al di là del mero, sterile elenco di descrittori e al di là di una bevuta piacevole, il profilo complessivo resta un filo esile, senza profondità se vogliamo, e per quel che ci riguarda non rende giustizia a una distilleria che ha dimostrato di avere uno stile preciso e di nostro gusto. Detto ciò, siccome non sapremmo dire se a leggere queste parole si comprende fino in fondo l’emozione che pervade i nostri cuori, diamo i numeri: 82/100. Ciao.

Sottofondo musicale consigliato: Kiasmos – Looped.

Deanston ‘Virgin Oak’ (2016, OB, 46,3%)

Una delle ultime release di una distilleria decisamente poco celebrata ma cui noi siamo molto affezionati, memori di una sosta inattesa nel nostro primo viaggio scozzese. Si tratta di un NAS, senza età dichiarata, maturato in bourbon e finito per qualche mese in barili di quercia vergine. Eccolo qui.

N: abbastanza alcolico per essere a 46%; profilo semplice, certo di una bella gioventù, e incentrato senza troppi fronzoli sul “cereale bagnato”, che nel nostro lessico personale vuol dire che sa di porridge. Non reca tracce eccessive del suo invecchiamento finale in botti vergini, con una leggera vaniglia e note di legno fresco (note proprio di segatura). Per il resto, è un po’ speziatino con tanto zenzero candito e un tocco di cannella, e col tempo cresce anche una timida frutta gialla (chips di mele, diremmo); agrumi vari (buccia d’arancia).

P: nuovamente un alcol un po’ sopra le righe. Si amplifica il lato, per così dire, della gioventù (lieviti, tanto porridge ancora), ed anche quello del legno (frutta secca, nocciole, mandorle e legna fresca). La dolcezza è un po’ vaga (caramella, oppure: fanta), contrappuntata da un’acidità forse un po’ troppo sparagnina per i nostri gusti e soprattutto slegata dal profilo complessivo (yogurt). Ancora spezie strane (cannella e noce moscata).

F: frutta secca, porridge e noce moscata.

Ci dispiace penalizzare Deanston, perché è una distilleria cui siamo immotivatamente affezionati, come abbiamo già dichiarato in avvio: e però questo whisky è francamente modesto, semplice e dolciastro – divertente da un certo punto di vista, dato che è a suo modo inusuale, ma non ne berremmo un secondo bicchiere. Poi oh, è una questione di gusti, ma noi ci fermiamo a 76/100.

Sottofondo musicale consigliato: SOHN – Hard Liquor.

‘Hedonism’ (2016, Compass Box, 43%)

Quando si parla di un prodotto Compass Box, non si può tacere il concept interessantissimo che sta dietro al progetto: in parole poverissime, ché fa caldo e poi la ggente si annoia, è un’azienda che 1) fa solo blend, ma di qualità alta, e occhio perché fare un blended buono è molto più difficile che selezionare un barile buono (sembra una boutade ma non lo è, amici cari) 2) vuole a tutti i costi spiegarti nel dettaglio come li fa, questi blend, perché giustamente ritiene di farli molto bene e con criterio, e questo criterio te lo vuole squadernare. Bravissimi, non c’è che dire, e se volete approfondire partite da qui. Anche di fronte a Hedonism, blended grain whisky, viviamo una bellissima storia di trasparenza: non vi sveliamo niente dei nomi e delle età dei tre elementi che lo compongono, perché CB chiede di non farlo, ma… qui trovate il link per chiederglielo da voi, fatelo perché son proprio bravi a rispondere.

N: il primissimo impatto è un po’ alcolico, anche se poi, per farsi perdonare, ti fa subito omaggio di tutti i suoi cotillons… Dunque banana matura, succo di pera, noce di Pecan, vaniglia; siamo ovviamente in territori molto ‘grainy’ e al contempo molto bourbonosi, ma sappiamo che sotto diversi aspetti aromatici i due insiemi si intersecano. Ci piace segnalare la suggestione di ciambellone; anche il latte condensato mette la firma sul tabellino. Una leggera nota di solvente, di lucido per legno, in progressiva attenuazione.

P: molto beverino, è anche molto dolce, come ci si poteva aspettare: dunque ancora le suggestioni riscontrate al naso, soprattutto latte condensato, panna cotta, noce di Pecan, banana; tanto zucchero filato, o forse il marshmellow. C’è anche un qualcosa di vagamente balsamico ed erbaceo (che ci ricorda un rye), non sapremmo dire bene cosa: forse una caramella balsamica al miele, di quelle molto dolci?

F: persistente, non lunghissimo, ancora tutto su riverberi di dolcezza cremosa – panna cotta in primo piano.

Molto piacevole da bere, offre un bell’esempio di come anche il grain whisky possa essere un prodotto competitivo di per sé e non necessariamente come taglio per i più nobili whisky di malto. “Hedonism” comunque resta a parer nostro un prodotto semplice, non indimenticabile – e ciononostante ci piace: 82/100. Buon finesettimana.

Sottofondo musicale consigliato: Thegiornalisti – Riccione.

Arran 20 yo (1996/2016, OB for Silver Seal, 51,2%)

Qualche tempo fa abbiamo assaggiato con grande soddisfazione una delle ultime selezioni di Max Righi e della sua Silver Seal, ovvero un Arran in sherry di 16 anni. Contestualmente, Max aveva imbottigliato anche un ventenne, ancora singolo barile ex-sherry, distillato nel 1996, ovvero nel secondo anno di attività della distilleria stessa; se permettete, è giunta l’ora di assaggiare anche lui.

N: si mostra fin dalle primissime battute molto compatto, di una compattezza ricca e ‘golosona’: barretta cereali e miele, caramello, burro caldo e uvetta (ci coglie a tradimento la suggestione dei panini al latte con l’uvetta). Ha poi delle note fruttate al limite del tropicale: avete presente l’ananas quando è molto, troppo maturo? Pan di Spagna. Mela gialla, anch’essa molto matura. Il profilo dopo vent’anni di barile si impreziosisce anche d’un legno bello caldo, con richiami di frutta secca (nocciola) e di qualche suggestione speziata.

P: molto coerente con il naso, ne replica le suggestioni con una certa fedeltà. Quindi: brioche alla marmellata, un po’ ‘cerealosa’ se vogliamo. Mele e miele, miele e mele: esiste un dolce a base di questi due allitteranti suggestioni? Biscotti al burro. Un whisky che ti dà quel che ti promette, ma tutto con l’acceleratore pigiato: grande intensità. Cioccolato bianco. Mix di frutta cotta, uvetta prugne e un velo di cannella; di nuovo frutta secca, sulla nocciola. Il legno cresce col tempo.

F: lungo, tutto sul malto burroso, sul miele, sui biscotti, sulla nocciola. C’è anche un leggero senso di tostato…

87/100, buono ed elegante, molto raffinato, molto Arran con quelle note così tipiche di burro caldo, di frutta cotta. Molto buono dunque, ed esempio di come fin da subito in distilleria avessero le idee chiare sul percorso da compiere – se dovessimo scegliere un acquisto tra i due recenti imbottigliamenti per Silver Seal, per un soffio prenderemmo il 16 anni.

Sottofondo musicale consigliato: Avion Travel – Sentimento.

Yamazaki 12 yo (circa 2013?, OB, 43%)

Questa è una boccia storica: di fatto è la prima ‘giapponesata’ ad essere stata commercializzata in modo massiccio nel decadente mondo occidentale, e per questo si è guadagnata uno status di tutto rispetto nel panorama del malto. Pioniere insomma, un po’ come Alexi Lalas nel Padova del 1995. Ora – o tempora o mores – anche questo Y12 è stato fagocitato dal mercato matto e disperatissimo, e sostituito da almeno un anno e mezzo da un più snello Yamazaki senza età dichiarata. Ringraziamo Alessandro, il vero brand ambassador del whisky nipponico in Italia, per il copioso sample.

N: un filo pungente, ci stupisce per dei profumi di legno fresco, appena tagliato, molto presenti fin dall’inizio. Al fianco c’è poi un’anima più decisamente fruttata, sulla mela gialla e in generale frutta ‘astratta’, tipo cesto di frutta o macedonia, forse un filino di arancia leggera. Si apre progressivamente su note più cremose, di vaniglia e crema pasticcera. Miele. Confettura di albicocca.

P: c’è un po’ quel profilo fresco e poco impegnativo del naso, tra vaniglia, miele, una frutta fresca in macedonia un po’ indistinta, dell’uvetta, e una sensazione di legno e tanta frutta secca, soprattutto nocciola. C’è anche un che di speziato, magari cannella. C’è tutto, anche abbastanza bilanciato, ma nulla spicca davvero: e l’intensità non propriamente esplosiva non aiuta.

F: abbastanza lungo, giocato soprattutto sulla frutta secca.

Fa il suo, intendiamoci: è un entry-level e come tale si comporta, con tutta la morbidezza che si conviene. Forse avevamo aspettative troppo alte, di certo ci siamo rimasti un po’ male per un profilo certo molto giapponese ma come ‘depotenziato’, con poco grip. Il prodotto c’è, è buono, per carità: non è forse il nostro dram ideale, diciamo. Siamo diventati dei fighetti? Nel dubbio, 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Apparat – Limelight 

 

Lagavulin 12 yo (anni ’80, OB, ‘Montenegro import’, 43%)

Dopo poco più di una settimana dalla degustazione “Classic Malts da sogno”, assaggiamo qualche campione che ci siamo portati a casa. Iniziamo dalla fine, ovvero dall’ultimo whisky assaggiato: si tratta di una bottiglia storica, Lagavulin 12 anni ‘White Horse’ Montenegro Import per il mercato italiano. Si tratta dell’imbottigliamento ufficiale di Lagavulin che occupa gli scaffali per tutta la prima metà degli anni ’80, venuto dopo il 12 anni con etichetta bianca e subito prima dell’istituzione del 16 anni, nel 1987. Il pavimento di maltazione ha chiuso nel 1974 a Lagavulin, dunque con ogni probabilità si tratta di un malto ancora prodotto in maniera tradizionale. Basta parole, avanti la storia.

IMG_8079_4N: straordinario, apertissimo e intensissimo. La cosa che ci sbalordisce a primissimo impatto è la frutta, una frutta rossa succosa e in composta: ciliegia, incredibile (avete presente la confettura di ciliegia?); more, anche qui sia fresche che in marmellata. Sentori del genere li avevamo trovati solo nel Bowmore Bicentenary, il che è tutto dire.  Arancia candita, molto carica di zucchero, e forse un cenno di zenzero (sempre candito). Spostandoci lentamente verso sentori più duri, passiamo su un tappeto di castagne arrosto, per poi finire su cuoio, tabacchi e vecchi mobili in legno. Infine, il dolce approdo sulle coste di Islay: appena un velo di catrame, di terra bruciata, bacon (o barbecue spento, col grasso di maiale che ancora cola…), qualcosa di più iodato anche, ma lontano: non aria di mare tout court, corda bagnata dall’acqua, forse. Appena un accenno di eucalipto. Non è brutale, anzi: è elegantissimo, invitante e succoso…

P: ugualmente intenso e complesso, anche se con importanti variazioni sul tema. Innanzitutto, l’isolanità si prende decisamente più spazio: è più salato, più pescioso, più bruciato (proprio legno bruciato), con una torba attiva, tra la cenere e un forte senso medicinale… Eccessivo? Neanche per idea, conserva una miracolosa eleganza che va coltivando con suggestioni di carruba, caffè, cuoio. Il lato dolce esibisce meno frutti di bosco (anche se le more sono innegabili, anche in caramella: avete presenti le fruit joy?), poi c’è il caramello salato, e poi un senso incantevole di bordo di crostata leggermente bruciato… E poi anche il chinotto, o il tamarindo…

F: lunghissimo, la torba (molto naturale, viva, cenerosa e acre) perdura all’infinito. Castagne bruciate ancora, anche arancia zuccherata… A dire la verità torna un po’ tutto qual che avevamo riconosciuto al palato (tranne forse la salinità, qui in disparte), ed è una cosa che ci sorprende – piacevolmente.

Non basteranno gli aggettivi, forse, ma la cosa che sempre ci lascia a bocca aperta quando assaggiamo prodotti del genere è che questo era un imbottigliamento base, normale, non una costosissima special release, un single cask particolarmente memorabile o altro. No, era “il Lagavulin”, e basta. Spaventosa beverinità, sesquipedale intensità, complessità da urlo: ma è possibile riconoscere una frutta del genere, così fresca, così vivace, così succosa, accanto ad una torba pesante ma delicata al contempo? Capolavoro. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Captain Beefheart – Electricity.