“Scotch Missed”: a tasting in Croatia

Cask End di un Brora 1972: serve altro?

Sabato scorso una nutrita delegazione di Whiskyfacile (cioè: Jacopo) ha attraversato ben due confini pur di partecipare alla degustazione SCOTCH MISSED a Motovun, in Croazia, organizzata dal grandissimo Tomislav Ruszkowski. Non è un blog di turismo, quindi vi saranno risparmiate le avventure del viaggio, tra maiali arrosto e spiagge di nudisti (a dispetto delle apparenze: le due cose non coincidono). La degustazione ha avuto luogo nella bellissima cornice del Roxanich Wine & Heritage Hotel, piccolo santuario di alcune passioni di Mladen Rozanić, imprenditore croato che da una decina d’anni ha deciso di trasformarsi anche in winemaker: i suoi vini, rigorosamente naturali e biodinamici, hanno diviso i partecipanti, ma chi scrive – pur nella sua conclamata ignoranza in materia – si è innamorato dei macerati. Ad ogni modo, il tema della degustazione era appunto “lo scotch che non c’è più“, e dunque bottiglie di distillerie chiuse, o di distillerie aperte ma con un passato problematico. Abbiamo preso appunti solo su 5 dei 7 assaggi: i due mancanti sono tornati in sample a Milano, e in questi giorni pubblicheremo delle recensioni più esaustive.

Glen Flagler ‘Rare All-Scotch Malt’ (anni ’70, 40%): Glen Flagler era il single malt prodotto dai pot still dentro a Garnheath, distilleria di grano del gruppo Inver House, nel periodo tra il 1965 e il 1985. Roba molto rara, se cercate su whiskybase ve ne renderete conto. Un sacco di pera al naso (mousse di pera), mela verde, scorza d’agrume, cereale; come spesso accade con whisky così vecchi, cambia molto, muove verso le scorze di frutti tropicali, diventa sempre più fruttato e lievemente ceroso (la solita, splendida storia della patinina minerale). Piuttosto floreale. Il palato è dolce, di una dolcezza fruttata intensa, ancora mela verde e pere. Finale breve e easy. 83/100.

Littlemill 16 yo (1991/2008, Douglas Laing, 50%): non c’è bisogno di introdurre una delle nostre distillerie preferite di sempre, vero? Questo è un refill Hogshead della serie Old Malt Cask di Douglas Laing. Inizia con una nota di colla vinilica, inaspettata, ma pian piano sale una dimensione fruttata spettacolare (mela verde, tropical acidi maracuja mango), foglie di foglie, legno nuovo. Unsexy ma sexy, se si capisce cosa intendiamo. Cera. Il palato è totale, tropicale ed erbaceo, esplosivo, ancora cera, finisce sulla clorofilla e con sentori amari, spettacolare. Pasta di mandorle. Peccato per un naso un pelo troppo poco espressivo, altrimenti avremmo volato ancora più in alto. 89/100.

Rosebank 14 yo (1990/2005, Chieftain’s, 46%): anche in questo caso, presentare Rosebank appare quasi imbarazzante. Fin dalle prima note del naso, sembra molto particolare, con un profilo inusuale per un Rosebank, almeno per come l’abbiamo sempre conosciuto. Nel panorama delicato e fruttato, con le consuete note erbace pronunciate, c’è infatti una lieve nota sulfurea, che al palato diventa ancora più evidente. Nel complesso, oltre a ciò, è dolce, con vaniglia, frutta fresca (mele fragole pesche) e una venatura minerale. Una punta di caramella all’anice. Non ci persuade fino in fondo, ma resta una testimonianza per noi ‘nuova’ di una distilleria di culto. 84/100.

Imperial 19 yo (1995/2015, Signatory, 46%): ultimamente ci capita sempre più spesso di assaggiare degli ottimi Imperial, non sappiamo se dipenda dal fatto che sta raggiungendo età sempre maggiori, e magari questo giova al distillato, oppure dal fatto che semplicemente ce ne siamo accorti solo ora. Ad ogni modo, questa è stata la vera sorpresa della serata: veramente ‘cccezzionale, fruttato (abbiamo frutta gialla, mela, pesche) e con uno strato ceroso/maltoso davvero incantevole. Il malto è molto presente, brioche appena sfornate, pastafrolla calda, burro caldo, miele. Venature minerali. Una menzione al corpo del palato, di alto livello anche se a grado ridotto. Lo vogliamo premiare: 90/100.

Ardmore 21 yo (1979/2001, Douglas Laing, 50%): il distillato di Ardmore è molto spigoloso, “rognosetto” lo definirebbe qualcuno, e se si lascia in un barile poco attivo i risultati sanno essere sorprendenti. Questo è appunto il caso: 21 anni in barile hanno portato a un’evoluzione che non può non lasciare sedotti. Il naso offre un profilo torbato leggero, piuttosto sporchino e minerale (olio, perfino del gesso), per noi buonissimo. Intensa anche la frutta, tutta su pere e pesche: lato che torna vivo anche al palato, subordinato però a una torba delicata e al cerino, allo stoppino di candela. Finale lungo e affilato. Davvero buono: 90/100.

Vorremmo ringraziare ancora una volta Tomislav per l’invito a questa degustazione davvero unica, e Mladen per la grande ospitalità in un luogo così bello: e ne approfittiamo per ringraziare gli amici croati e gli italiani, Gpp e Dameris, Luca e Maura, Claudio, Anna, Davide e Daniela, Michele, con cui abbiamo condiviso passeggiate, consigli sloveni sbagliati, calamari pigri e cotenne di maiale fumanti. Prossimamente le recensioni di Millburn (!) e Ardbeg.

Sottofondo musicale consigliato: Brad Mehldau – O Ephraim.

Annunci

Blair Athol 22 yo (1995/2017, Old Malt Cask, 50%)

Ci accostiamo oggi a un single cask (per la precisione il numero HL 14455) di una distilleria che ci ha abituato a prodotti spesso non banali, che tra l’altro invecchia il suo distillato soprattutto in barili che hanno contenuto sherry (questo ad esempio è un refill butt). L’imbottigliatore è Hunter Laing, che ha pazientato 22 lunghi anni prima di rendere questo whisky parte della serie Old Malt Cask, che si distingue per il non filtraggio a freddo e per la gradazione fissa a 50%, una scelta quest’ultima fatta “per mantenere una certa bevibilità”, si legge sul sito della compagnia. E allora andiamo di bevuta!

blair-athol-22-year-old-1995-old-malt-cask_1N: si apre subito con note da sherry moderno, con frutti rossi carnosi, gelée alla mora; poi frollini (magari proprio frollini coi frutti rossi), tuorlo d’uovo. Pane all’uvetta e arancia bionda, bella succosa, di quelle da spremere. Il malto riesce ad emergere, pulito ma non troppo: ci sembra di sentire una nota di sugo d’arrosto, di carota cotta, che rende il tutto molto vario e appagante.

P: molto scattante, rispetto al naso perde la quota di frutta rossa, per concedere ancora più spazio ad un profilo più fresco e ‘arancione’ – ha richiami ancora di arancia bionda, brioche all’albicocca, ancora biscotti e uvetta di Corinto. Biscotti all’arancia.

F: lungo e intenso, ancora tutto giocato tra il rosso dell’uovo e l’arancia, in ogni sua forma.

Buono, bello, e bravo. Sicuramente è un whisky di cui sarebbe appropriato possedere una bottiglia, per berlo a piacimento e senza lesinare il sorso. Forse per avere più di 20 anni esibisce una freschezza a tratti perfino ingenua e semplice, ma che bella semplicità, signori. Noi lo promuoviamo con un 87/100, anche considerando un prezzo d’uscita ragionevole, attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: JINJER – Pisces (Live Session)

Rosebank 27 yo (1975/2002, Douglas Laing ‘OMC’, 50%)

Di ieri è la notizia della riapertura imminente di Rosebank per mano di Ian Macleod (già proprietario di Glengoyne, Tamdhu – per adesso, per chiarire bene lo spirito, l’AD si fa fotografare con bicchiere pieno e bottiglia di Rosebank Flora e Fauna ben chiusa e sigillata: non la metafora migliore per introdurre la cosa, no?). Nei prossimi giorni arriveranno i nostri due centesimi sulla questione, intanto però ci è venuta voglia di assaggiare com’era il whisky di Rosebank, per vedere sostanzialmente “se ne valeva la pena”. Troviamo nel nostro armadietto un sample di Rosebank del 1975, nientemeno, un barile ex-sherry imbottigliato nel 2002 da Douglas Laing: come guanto di sfida al futuro può andar bene?

Schermata 2017-09-27 alle 20.02.57N: oh, da quanto tempo non mettevamo il naso su un Rosebank! Il primo impatto ci fa gridare al miracolo: è letteralmente un tripudio di frutta, fresca, deliziosa e succosa. C’è la frutta rossa innanzitutto, con tanta ciliegia, poi fragola concentratissima come se fosse un’iperfragola (anche confettura di iperfragola); mele gialle, fresche ma anche mele cotte al forno; albicocche disidratate. E la pasticceria: c’è un profumo di impasto per torte, di fagottini alla mela con crema, di pasticcini di frutta. Scorzetta d’agrume, poi, insieme ad una dimensione più minerale e maltosa… che, a dirla tutta, è forse la cosa che più ti colpisce quando annusi questo whisky: c’è infatti quella patina di cera, di mobili antichi (ci viene in mente un vecchio cassettino delle spezie…), che – se ci leggete, lo sapete – a noi fa impazzire, e che è solo dei whisky così vecchi.

P: la magia torna anche in questa fase, con una complessità e un’intensità veramente da urlo. Torta di mele gialle, una frutta rossa addirittura in crescita rispetto al naso (ancora fragole e ciliegie) a formare un profilo sì fruttato, ma allo stesso tempo molto ‘pesante’, molto piazzato, molto vecchio: legno speziato, tanta, tantissima cera, ancora un ricordo di legno impolverato, perfino un filo metallico, senza risultare un’off-note. Tamarindo, cioccolato, un poco di miele (di quelli non troppo dolci), scorza d’arancia rossa. Una punta di tabacco da sigaro? Una venatura di legnetti di liquirizia? Sì, a tutto. Spettacolare.

F: se il palato aveva la dicotomia frutta / cera a contendersi la gloria, senza però alternarsi, ma restando in scena assieme, qui le due componenti restano, con uguale intensità, ma in successione: prima un’esplosione fruttata clamorosa, poi, davvero all’infinito, una cera minerale da spavento.

Come c**** abbiamo fatto a tenere questo sample per degli anni nel nostro mobiletto? Come, eh? Ce lo sapete dire voi, senza insultarci magari? Un whisky francamente straordinario, intenso, complesso, esaltante: 94/100. Amici di Ian Macleod, questo è il benchmark: utilizzate bene l’eredità che avete comprato con il marchio, per favore. Dai. Per favore. La bottiglia vendita presso Lions’s Whisky a quasi 700€…

Sottofondo musicale consigliato: GraveyardHisingen Blues.

Ospitaletto Whisky Festival pt.4 – Ardbeg 10 yo (1993/2003, Douglas Laing OMC, 50%)

Dopo la piccola escursione culinaria (che ricetta! che video! che fighetti!), torniamo a occuparci dell’Ospitaletto Whisky Festival di sabato scorso: molto atteso (e sponsorizzato da GP, ospite dell’evento e noto feticista della distilleria) era questo Ardbeg di 10 anni, distillato nel 1993 e imbottigliato nel 2004 da Douglas Laing nella prestigiosa serie Old Malt Cask. Durante il tasting, sono stati avanzati dei dubbi sul tipo di botte, a causa di lievi note sulfuree al naso… Refill sherry o bourbon? Approfondiremo.

Schermata 2013-02-28 a 14.49.55N: molto Ardbeg… Ci sono forti note medicinali, si sente una torba intensa e molto ‘vegetale’, minerale, con una punta affumicata che si fa sempre più scoppiettante con il tempo. Vaniglia e cocco (e questo ci ha indirizzato verso una botte ex-bourbon), molto cremoso e ‘rotondo’, con note di fieno gradevolissime. Qua e là fa capolino una lieve nota sulfurea (Dameris è stata più esplicita e ha parlato di “cacca di mucca”) che ha instillato il dubbio… Sarà mica ex-sherry? Io, onestamente, l’ho percepita solo a tratti e molto debole. P: come al naso, grande coerenza; forse perfino più cremoso (gelato alla vaniglia, crema al toffee), poi note di liquirizia e di un limone che conferisce quella classica nota agrumata tipica di Ardbeg. Liquirizia. Il lato affumicato e torbato pende verso il fumo di un camino acceso. F: non lunghissimo: braci spente, iodio. Ancora liquirizia.

Come ha scritto Davide, un Ardbeg normale, senza infamia e senza lode: la qualità è alta ma così come mancano veri difetti, dobbiamo ammettere che non c’è neppure quella magia che talvolta ci fa perdere la testa per gli Ardbeg indipendenti. Il voto sarà dunque di 86/100, e l’interpretazione complessiva non è molto distante da quella di Serge.

Sottofondo musicale consigliato: The OffspringPay the Man.