Glendronach 25 yo (1993/2018, Beija Flor & Silver Seal, 58,5%)

Glendronach è una distilleria che gli amanti del whisky invecchiato in barili che hanno contenuto sherry non possono non portare nel cuore. Dopo qualche peripezia e un periodo di chiusura, questa storica realtà basata nell’Aberdeenshire è stata portata nel giro di un decennio nell’Olimpo dei whisky scozzesi dal leggendario Billy Walker, e per questa ragione è stata di recente oggetto di un megadeal, grazie al quale Brown Forman (i proprietari di Jack Daniel’s giusto per capire la grandezza del gruppo) ha messo le manine sul gioiello delle Highlands. Ma sganciamoci per un attimo dai massimi sistemi e concentriamoci sull’hic et nunc, che possiende le rassicuranti forme di una sherry butt- precisamente la numero 657-, da cui dopo un quarto di secolo sono state ricavate ben 581 bottiglie (angel share bassino, eh?). Questa botte è stata selezionata dall’imbottigliatore italiano Silver Seal e da Beija Flor, l’importatore in esclusiva per il mercato italiano di Glendronach.

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N: inizia su note di salamoia e un qualcosa di aceto, o di sugo di carne. Poi si apre e vira su confettura ai frutti rossi e uva molto matura; ananas, rum, melassa; lucido per legno e spezie. Dopo un po’, esce la carta vecchia, codici, biblioteca. Perfino il porcino essiccato!

P: alcolico al primo impatto, ma sotto si agita di tutto – prugne, frutta rossa, marmellata di fragole, cioccolato, perfino del caffè amaro, ma è solo un attimo. Allappante a tratti, perchè il legno è molto presente e tende a contrastare la dolcezza.

F: amaricante e lungo, riassumiamo con la suggestione del caffè turco, intenso e saporito.

Buono, ma impegnativo, è una sfida continua, diremmo una lotta impari tra distillato e bevitore. Diciamo che gli amanti degli sherry monster resi ancora più estremi da una gradazione elevata, troveranno di che innamorarsi con questo barile, che ben illustra lo stato dell’arte in casa Glendronach: una distilleria in grado di sfornare con grande naturalezza barili di assoluta qualità. Finchè questo periodo di grazia dura, godiamone gente: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Alan Parsons Project – The Voice

Kilchoman 100% Islay (2017, OB, 50%)

Non è difficile capire che dietro a questo imbottigliamento in edizione limitata si celino ambizioni da prodotto artigianale. Molto meno semplice è passare dall’idea di marketing ai fatti, e a Kilchoman lo si fa così: si utilizza solo orzo cresciuto su Islay, coltivato direttamente da loro nei campi antistanti la distilleria, lo si lavora sui pavimenti di maltazione interni (dedicati interamente alla torbatura leggera, da 20 ppm, dell’orzo che serve a questo imbottigliamento), distillazione, invecchiamento (solo barili ex bourbon di primo riempimento) e imbottigliamento tutto in loco. Diciamo che almeno il consumo, per fortuna, non viene limitato alla sola Islay: hanno il buon cuore di mandare le poche bottiglie prodotte ogni anno con l’etichetta 100% Islay a spasso per il mondo. Questa è la settima release, tra poco uscirà l’ottava e grazie all’intercessione dell’importatore avremo la fortuna di presentarla in anteprima al prossimo Whisky Revolution a Castelfranco, all’interno di una degustazione memorabile: una verticale con tutte le otto release, una dopo l’altra…

187404-bigN: molto puntuto e rarefatto, delicato e al contempo di assertiva personalità. Si snoda tra un’aria di mare sferzante, intensa (sembra proprio di stare sul ferry, ad annusare gli spruzzi a pieni polmoni) e fiori di camomilla, zafferano, limone verde, lime… La pasticceria non si sente poi così tanto, ma in fondo son pur sempre botti first fill, e dunque ecco arrivare una vaniglia da pasticcino. Paiono esserci poi anche aghi di pino, eucalipto, a testimoniare un lato balsamico molto piacevole. Alghe riarse.

P: l’ingresso è potente, pieno, ancora con una sapidità marina conclamata e irrefutabile. Dietro a questa prima nota chiarissima, ecco che entra in gioco il barile, con dei sentori vanigliati, di crema pasticciera, di liquirizia perfino. Ha poi note erbacee, lievemente amaricanti, e poi zafferano e ancora un che di camomilla zuccherata. Evidente è il sapore di cereale, dolce e delizioso. Non abbiamo nominato la torba: si sente il fumo, ma poco tutto sommato.

F: delicato eppure lungo e persistente, tutto giocato sulla dicotomia mare e crema.

Anni addietro avevamo avuto modo di storcere i nostri ingombranti nasoni di fronte all’inaugural release della serie 100% Islay. A distanza di 7 anni ci vien da dire “ne è passata di acqua sotto ai ponti…”. Quello che all’epoca ci era sembrato un distillato tanto giovane, sui 3 anni, sballottato da botti impazienti di dar personalità, oggi è diventato un imbottigliamento di grandi profondità ed equilibrio, pur rimanendo un whisky relativamente giovane (questo del 2017 è un vintage 2010). Come i più accorti avevano previsto, Kilchoman ha impiegato poco per affermarsi come eccellente distilleria su Islay, e i lavori di espansione, con tanto di nuovo malting floor, sono forse il coronamento del percorso iniziato nel 2005. Intanto a questo 100% Islay diamo un bel 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robyn Adele Anderson – Lullaby of Birdland (Ella Fitzgeral cover)

Glengoyne 20 yo (1996/2016, First Editions, 60,4%)

First Editions è una delle tante etichette del famoso imbottigliatore indipendente scozzese. Si tratta di imbottigliamenti a grado pieno, non filtrati e senza aggiunta di coloranti. Le premesse sono ottime, dunque. Curiosamente di questo ventennale Glengoyne ne esistono solo 83 bottiglie, dettaglio che potrebbe far pensare a un uso parziale del liquido contenuto della botte. Ma noi siamo gente semplice, non ci facciamo troppe domande: vediamo un Glengoyne invecchiato in una botte ex sherry e siamo felici!

glengoyne-20-year-old-1996-cask-12825-the-first-edition-hunter-laing-whiskyN: la coltre alcolica è molto fitta, è ostico avvicinarsi sulle prime. Per ora si distinguono le forme dell’uvetta, della brioche all’albicocca, della nocciola e di un’essenza di arancia; per il resto poco espressivo, ma è la gradazione a chiudere. Con acqua, si confermano le note di prima, ma restano più affrontabili, più gradevoli, percepibili a pieno. Poi anche miele liquido, dolce; il profumo del legno caldo al sole. Ancora iper-burroso, con sentori di pandoro, di pasta di mandorle, di glassa della colomba (oggi ci vengono in mente dolci festivi, che ci volete fare).

P: anche qui, a grado pieno è un po’ ostico, l’alcol brucia e copre il dipanarsi dei sentori: resta il burro caldo, la pastafrolla e un che di sciroppo d’acero, forse; zucchero liquido, brioche e ancora arancia dolce. L’acqua concede lo stesso cambiamento del naso, in un vero festival della coerenza: quanto già detto quindi, ma più amplificato e piacevole. Ancora burroso, anche in questa fase.

F: lungo e intenso, molto persistente, con tanta frutta secca burrosa (nocciola e mandorle). Una punta erbacea.

Per una volta la gradazione alta è penalizzante, va a chiudere un profilo che una volta dispiegato si rivela piuttosto gradevole anche se abbastanza ordinario – consideriamo anche i vent’anni di invecchiamento. Buono ma ‘banale’, senza guizzi: vien da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio, per una volta, imbottigliarlo a grado ridotto (sì, lo sappiamo, non ci riconosciamo più neanche noi): 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: John Lee Hooker – Wednesday Evenin’ Blues

Kilkerran 8 yo (2017, OB, 56,2%)

37. barili kilkerranEsattamente un anno fa, poco prima del Milano Whisky Festival, ci trovavamo a presentare il Kilkerran 12 anni, prima espressione stabile del core range della sorellina di Springbank – ad oggi, quella recensione è risultata la più vista sul sito nel corso degli ultimi mesi, e quell’imbottigliamento si è affermato a livello globale come una dellemigliori sorprese del 2016, un whisky dalla complessità straordinaria se si considera la fascia di prezzo in cui si posiziona. Per quest’anno Glengyle non offre nuove release autunnali, ma – attenzione attenzione – al nostro consueto banchetto avremo aperta una chicca, una bottiglia ormai oggetto delle mire dei collezionisti, che giunge dai tempi (non così lontani, in effetti) in cui Kilkerran era un marchio come un altro, con tutto da dimostrare. Su questo sveleremo di più domani, ma intanto ‘accontentiamoci’ di recensire l’edizione limitata primaverile, un 8 anni a grado pieno maturato in barili ex-bourbon, abbondantemente esaurita nel giro di poche settimane.

aa4167N: come da copione, troviamo un profilo unico: tanto minerale, tanta cera, tanta marinità. Simile al 12 anni ma più tagliente, più acuto, con una quota di ‘umidità’ in meno, se vogliamo. Note di shortbread (i biscotti al burro scozzesi, bestie ignoranti!) a condensare in un’immagine la parte più ‘dolcina’, e un pelo di burro fresco. Mela verde. Il lato vegetale ed erbaceo è molto raffinato, con anche una punta balsamica, di eucaliptolo o di menta piperita. Ha in evidenza una piacevole nota di lievito, o meglio, diciamo, di impasto per pane. Con acqua, trionfa l’hallmark (?) della mela verde.

P: di corpo agile, c’è una dolcezza semplice e immediata (vaniglia, zucchero a velo), ma certo non pacchiana, anzi contrappuntata da cereale, da una torba in netta crescita (qui diventa non solo terra umida, ma proprio fumo) e un senso sottile di cereali e lieviti. Poi certo ancora mela verde e zesta di limone. Il lato minerale si fa facilmente marino, sapido e fumigoso, con note di alghe. L’acqua spalanca le porte ancora alla mela verde e poi, soprattutto, a un sapore di mare veramente impressionante.

F: lungo e persisitente, incredibilmente pulito pur se pulito, chiaramente, non è: braci spente, cera, semino di limone.

Come sempre davanti a Kilkerran, non si possono non apprezzare l’unicità del profilo, certamente, e la solidità con cui questo profilo aromatico è perseguito: ci siamo innamorati dello scotch whisky per le sue imperfezioni, per i suoi spigoli, e qui ne troviamo in quantità. Apparente incoerenza sulla carta, straordinaria coerenza nel bicchiere… per un whisky di soli 8 anni! Detto ciò, a nostro giudizio il 12 anni a 46% resta imbattibile (o per lo meno imbattuto) per complessità e per la paradossale, sfumata delicatezza delle sue ruvide screziature, qui tutte presenti ma meno elegantemente bilanciate. Resta la qualità, e non si scenda numericamente sotto a 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – How it Gonna End.

Ben Nevis 17 yo (1998/2015, Valinch & Mallet, 58,6%)

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Ciao, sono Quintiliano!

Carissimi, oggi una bella lezione di retorica: l’anadiplosi (o reduplicatio, per chi preferisce menarsela deppiù) è quella figura retorica in cui l’ultima parte di un segmento sintattico viene ripetuto all’inizio del segmento sintattico successivo: insomma, una o più parole che stanno alla fine di una frase, o di una strofa se si tratta di poesia, sono ripetute all’inizio della frase o della strofa successiva. Questa settimana vi daremo sul blog una dimostrazione pratica dell’anadiplosi, in un senso però – come dire – ampio: oggi, ultima recensione della settimana sarà un Ben Nevis in sherry di un imbottigliatore indipendente italiano, la prossima settimana la prima sarà ancora un Ben Nevis indipendente itaiano. Bello, eh? Capìta l’anadiplosi? Eh? Siamo a corto di idee per i cappelli introduttivi? Forse sì, ma checcifrega! Ad ogni modo, Ben Nevis (distilleria alle pendici del Ben Nevis, la collinozza più alta di Scozia, che dunque viene creduta montagna – sì, feticisti della Scozia, insultateci pure adesso, non abbiamo paura di voi!) è distilleria di proprietà giapponese (Nikka), proprietà che l’ha riaperta negli anni ’90 dopo un decennio di silenzio. Il distillato di BN è tipicamente ‘dirty’, sporco, caratterizzato da note sulfuree e ferrose; forse questo dipende dal fatto che, almeno fino a pochi anni fa, BN era la sola distilleria con Benromach ad utilizzare un lievito particolare (brewer’s yeast) generalmente amato dai birrai e non dai distillatori. Questo è un single cask ex-sherry selezionato da Valinch & Mallet, marchio italiano che abbiamo imparato ad apprezzare in questi ultimi mesi.

Schermata 2016-01-22 alle 11.06.10N: per essere a quasi 60%, si lascia avvicinare senza offendere; ben più appuntito e spigoloso è il contenuto… La nota ‘sporca’ e sulfurea di Ben Nevis è qui portata all’estremo, con suggestioni vivide di bacon crudo, burro fresco, cuoio; poi un che di lievemente ruginoso, oltre alle solite arance rosse stramature (per non dire marce). Liquore all’arancia. Via via che il naso si abitua, si fanno strada pan di Spagna pucciato nel liquore, zuppa inglese, uvetta; anche confettura di fragola, in piacevole crescita. Un fievole rabarbaro, a tratti. L’acqua ammorbidisce molto il lato sulfureo e, per così dire, addolcisce, lasciando emergere belle note di mou (anzi: di mou alla liquirizia, non temiamo di dire la marca, Elah).

P: errata corrige, al palato i gradi si fanno sentire tutti, dal primo all’ultimo. È uno tsunami di ‘sporcizia’, con in grande evidenza ancora il sulfureo, l’arancia troppo matura, il cuoio, ancora la carne (porco, bacon). Poi, oltre a ciò, un che di pesche caramellate, di zuppa inglese, ancora di rabarbaro. La frutta rossa rimane appena suggerita, e di nuovo sotto forma di confettura bruciacchiata di fragole, contribuendo a formare l’idea di un profilo molto greve e pesante. Verso il finale, tabacco, un sacco. Anche qui, l’acqua ‘pulisce’ parzialmente quelle forti note sulfuree, e rende più strutturata e pervasiva la dolcezza: oltre a quanto detto prima, ancora la suggestione di toffee alla liquirizia e – udite udite – la goiaba. Si fa anche più tannico e leggermente allappante.

F: tabacco ancora, con anche qualche cosa di fumoso; molto lungo, infinito anzi, con note di goiaba, carruba e toffee alla liquirizia.

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Amenità

L’acqua è essenziale per permettere a questo Ben Nevis di dispiegare tutte le sue potenzialità, anche attutendo le incendiarie note alcoliche del palato; detto ciò, rappresenta uno stile ben preciso – noi non siamo esperti di abbinamenti con sigari, ma questo è proprio il tipo di malto che ci dicono essere perfetto per la bisogna (come certi Glen Scotia, ad esempio). Se vi piacciono i sapori forti, se non temete le note sulfuree e una dolcezza profonda e greve, vi farà impazzire; noi restiamo intimiditi dalla violenza e ci fermiamo a un rispettoso 85/100. Estremo.

Sottofondo musicale consigliato: Prodigy – Smack my bitch up.

Dallas Dhu 34 yo (1980/2014, Gordon & Macphail, 43%)

Oltre al già leggendario Glen Grant 52 anni, il postino ci ha portato altri tre sample dalle cantine di Gordon & MacPhail: uno che fin da subito ci ha particolarmente attirato è stato questo Dallas Dhu di 34 anni, e ci ha attirato perché ancora risuona nella nostra memoria la voce di Andrea Giannone, una delle menti del Milano Whisky Festival, che ci magnificava le doti di una distilleria chiusa come altre più celebri ma, rispetto a quelle, decisamente sottovalutata. Pochi sono i Dallas Dhu in cui ci si imbatte, e per questo gioiamo davvero: un single cask ex-refill sherry (ma il colore è paglierino chiaro chiaro!) di 34 anni, messo in bottiglia a 43%.

ddug!m1980v1N: apertissimo e molto intenso, con alcol inesistente. Se già il colore risultava inatesso, al naso forse nessuno indovinerebbe la botte in sherry e tanto meno l’invecchiamento monstre: si presenta infatti ancora molto ‘fresco’, con poderose note di malto in distilleria (mashtun ma anche warehouse) e anche richiami molto erbacei, come foglie fresche e menta. A questa maltosità si legano anche suggestioni minerali e vagamente cerose. Poi però non si può tralasciare una gran quantità di frutta bella profumata. Pesche sciroppate, mele, albicocche e banane secche. Miele e cioccolato bianco, a rendere il tutto ancora più goloso. Infine aromi di legno impregnato.

P: ancora molto pieno e sull’attacco splendidamente minerale, ceroso e mentolato. Poi, mentre il malto non arretra di un millimetro, si fanno avanti anche note zuccherine di mela, zucchero bianco, pane dolce al latte. Si mantiene comunque su una dolcezza molto trattenuta e gradevole, costantemente venata di suggestioni erbacee e vagamente legnose e speziate (pepe bianco).

F: si richiude elegantemente su mele, malto, menta e foglie fresche. Molto minerale.

Saremo stringati. I pregi: un’intensità veramente straordinaria a questa gradazione e un naso davvero particolare e raffinato. I difetti: non ne ha per davvero, forse un limite è che al palato a ogni sorso si fa sempre più vegetale e mentolato, perdendo forse quell’equilibrio d’aromi della parte olfattiva. In totale, un gran bel whisky da 89/100 a un prezzo per portafogli all’ingrasso ma che, visto il mercato, pare quasi economico (300 euro).

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Frescura – Non serve a niente

 

Glen Grant 52 yo (1956/2008, Gordon&MacPhail, 40%)

Nel 1956 i carri armati sovietici entravano in Ungheria tarpandone la rivolta, provocando il disilluso sdegno di quanti riponevano speranze nell’utopia comunista; nel 1956 Elvis Presley entrava per la prima volta nelle classifiche di vendita americane, e poco dopo scandalizzava i puritani Stati Uniti con movimenti pelvici in diretta televisiva; nel 1956 Nasser nazionalizzava il canale di Suez, aprendo una crisi epocale, che avrebbe messo in luce i limiti della NATO e cambiato i rapporti di forza internazionali; nel 1956 l’Inghilterra aboliva la pena di morte; nel 1956, a Rothes, Speyside, nella distilleria Glen Grant venivano riempite, tra le tante, due botti ex-sherry appena arrivate, belle fresche, a primo riempimento. Quelle due botti sarebbero rimaste a riposare per 52 anni, fino a quando, nel 2008, l’imbottigliatore Gordon & MacPhail decise che era tempo di svegliarne il distillato racchiuso, per la gioia dei più. Tra questi “più”, inaspettatamente ci siamo anche noi: abbiamo infatti avuto il piacere di ricevere un sample di questo Glen Grant, dalla serie “Rare Vintage” – G&M ha da anni la licenza per imbottigliare botti di diverse distillerie con etichette particolari, che in passato costituivano di fatto degli imbottigliamenti ‘ufficiali’, con partnership tra imbottigliatore e distilleria: queste etichette hanno fatto la storia, e ogni collezionista o appassionato le conosce bene. Oggi queste etichette sono ancora usate da G&M, a dimostrazione del rapporto di fiducia che lega il marchio all’industria dello scotch. Detto ciò, assaggiamo.

ggtg!m1956N: fermi tutti! Se avvistate la brigata “antimaltoporn” evocata da Serge nei momenti più concitati delle sue degustazioni, mandatecela subito qui. Gli aromi si dispiegano con picchi  d’intensità che abbiamo sentito davvero di rado. Per quanto riguarda il solo lato fruttato, troviamo quella stessa vivacità sfrontata e fresca che ci aveva stregato nel Bowmore Bicentenary: frutta rossa e nera a pacchi (succo e cioccolato ai frutti di bosco), gelée alla ciliegia e uva nera. Fichi freschi, e vira quasi sul tropicale. Poi a espandere uno spettro già largo, arrivano chinotto, tamarindo e uvetta; una scatola da tabacco da pipa, cuoio, vecchia carta e mobili di legno d’una volta. Incantevoli sono infine i richiami erbacei e mentolati. Anche del sedano? Ebbene sì.

P: un gran bel corpo e zero alcolicità, pare più un nettare che un superalcolico. Comprensibilmente qui emerge di più il mezzo secolo in botte, e si va un po’ a perdere quella frutta rossa/nera succosa del naso; frutta che comunque è presente nel ricco banchetto, tra ciliegie, uva e lamponi. La portata principale è il legno, con ricchi tannini astringenti sì, ma senza eccessi. Ci vengono in mente ancora il tabacco da pipa, foglie di menta, ma anche sciroppo d’acero, liquirizia in legnetti e rabarbaro. Cioccolato fondente. Il tutto vive di un equilibrio precario ma grandioso, basterebbe un passo per crollare ma la magia sta tutta qui.

F: rimane un legno immenso, quasi con un leggero filo di fumo. Freschezza mentolata, ciliegie, chinotto e caramelle al rabarbaro. Cioccolato amaro.

Le botti, indifferenti alla storia, sono rimaste a dormicchiare per mezzo secolo, e il peso di questa indifferenza si percepisce tutto, nel bicchiere. Il naso è qualcosa di spettacolare, la freschezza dello sherry impressiona, rivelando una complessità davvero inusitata, almeno per noi che non frequentiamo spesso invecchiamenti di questa portata; il palato resta un pelo indietro, con il legno che ovviamente guadagna qualcosa, anche se non diventa mai eccessivo, ed anzi mostra una pienezza e una qualità inaspettata: e lasciano stupefatti la potenza e l’intensità di un nettare imbottigliato a soli 40%. Questo whisky ci è piaciuto tantissimo: in calce a questa esperienza, scriviamo un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elvis Presley – Hound dog.