Botti da orbi – Non si esce vivi dagli anni ’80 @ Winetip Milano

Ok, ci sono sempre più turisti dal Qatar o dall’Ontario in coda al Cenacolo. Benissimo, fiorisce l’industria del design e le vendite degli sgabelli in plexiglass vanno alla grande. Che gioia, un palazzo coperto da una giungla di begonie è stato eletto grattacielo più fico del mondo. Tutto da brividi. Però quel che davvero fa di Milano l’ombelico della piacevolezza è che in certi periodi dell’anno puoi inciampare in una degustazione di distillati praticamente ogni sera. Un plus di qualità della vita che – capite bene – fa sembrare il Pil pro-capite come un dettaglio trascurabile.
IMG_0377Nel nutrito arsenale di tentazioni che mettono alla prova i proverbialmente ascetici milanesi, verso la fine di novembre, è spuntata una serata dal titolo fantasy: “Whisky fantastici e dove trovarli”. Appuntamento nel Castello di Hogwarts alias la sede di via Morbelli di Winetip, rivenditore di vini con la bellezza di 3mila etichette e 80mila bottiglie. A fare gli onori di casa un Harry Potter più buongustaio, ovvero Martial Hernandez, l’uomo che ha trasformato l’azienda in punto di riferimento anche per i distillati. Nei bicchieri, cinque whisky distillati o imbottigliati fra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Praticamente un revival della Disco music in chiave di malto.

Martial è un francese del sud di origine spagnola che – nella sua lunga carriera di sommelier e maitre di sala – è finito in Italia e ci si è trovato a suo agio come un’ostrica in Bretagna. Tant’è che ha messo su famiglia e ormai da anni cerca, compra e rivende spiriti, un mestiere che se la gioca con il guardiano degli atolli come lavoro più bello del mondo. Girovagando per cantine, aste online e mercato parallelo, ha messo su un plotone di bottiglie mica male e vale la pena andare a dare un’occhiata (anche nel magazzino del tesoro…) per farsi un’idea di cosa si può trovare da lui.
Ad ogni modo, il gaudente Martial ha pensato che nell’accogliente cantina di Winetip un ciclo di degustazioni ci sarebbe stato a pennello. Così si è inventato un format unico nel suo genere, a suo modo geniale come l’acqua calda (o come il cognac, va…): bere i whisky mentre si sbranano formaggi erborinati, petto d’anatra affumicato, speck e altre godurie palatali. Come dite, così le note degustative vengono compromesse? Ma scusate, voi Beethoven lo ascoltate cercando di decifrare le semi-tone? Al mare in Sardegna vi tuffate per ponderare la salinità dell’acqua? No, lo fate perché vi rilassa e vi piace. E allora zitti e mosca: Stilton, cioccolato fondente, uno champagnino 100% Meunier e poche pippe mentali, si salpa.

glenlivet-unblended-12yo-75cl-43-seagram-import_IM175483Glenlivet 12 yo Seagram Italia (inizio anni ’80, OB, 43%)

O tempora o mores, uno Speysider d’antan che Seagram importava in Italia proprio mentre in tv trionfava il Drive In. Ha un naso da Tempo delle Mele: non perché sappia di strudel, ma perché è un inno alla dolcezza: un sac-à-poche di crema nelle narici, i cannoncini di Panarello, brioche all’albicocca. La frutta esulta come Tardelli al Mundial ’82: mela gialla, banana, ananas. Spuntano anche un tocco floreale di zagara, della cera figlia del tempo e un’impressionante aria di pandoro. Che però in bocca imita la carrozza di Cenerentola e ritorna zucca. La cremosità si dissolve come il trucco pesante dopo una notte a ballare, rimane un palato secco, giocato fra mandorla, arancia essiccata e pepe bianco. Emerge tutto il cereale, ma in un senso un po’ cheap, come di vodka. Ok, bestemmia torna indietro: come di vodka, ma buona. Totalmente bifronte, sembra un caso da manuale per spiegare l’assoluto e arbitrario strapotere del tempo sul malto: può amplificarne la frutta e la cera e il naso assurge in Paradiso; ma può anche dichiarare il liberi tutti e precipitare il palato in purgatorio. La media è un 83/100.

216572-bigLinkwood 10 yo “On the road serie” (1984/1995, Signatory vintage per Velier, 40%)

Nel 1995 la Velier – storico marchio di importatori genovesi – lanciò la serie “On the road”: 4 single cask di Signatory realizzati in 1.200 esemplari con etichette firmate dallo scenografo e illustratore Emanuele Luzzati. A noi tocca in sorte un bel Linkwood.
La differenza di naso rispetto al Glenlivet è netta, come passare da un Mirò a un Morandi (non Gianni). Il primo impatto è molto oleoso e delicato e nessuno si azzardi a dire che è colpa del petto d’anatra, che qui si è veri professionisti e ci si sfascia di mangime sì, ma con juicio. No, è che il naso è proprio recalcitrante, ha bisogno di tempo per superare la timidezza. Pian piano, come palla di neve che si fa valanga, guadagna vivacità sul lato fruttato e vira sull’esotico. Dall’albicocca e dalla mela (tanta!) passa a un mango frizzantino. Da qualche parte un filo di fumo, ma stavolta forse la suggestione è davvero colpa dello speck. Al palato paga un po’ dazio al grado loffio, ma sembra subito un capolavoro di equilibrismo che al confronto Roberto Bolle è un ubriaco sciancato: elegante, abbina malto dolce a una piacevole nota di arachide tostata che fa salivare. Di nuovo un filo di fumo, il legno c’è e parla la lingua del pepe. Succo di pompelmo e miele di acacia riassumono il bilanciamento che perdura nel finale, dove fa capolino un tocco sapido. Somiglia al “Nome della Rosa”, si può leggere come si vuole e resta sempre piacevole: sia come malto di grande bevibilità levigato e rotondo, sia come single cask ben sfaccettato e arricchito dall’esperienza. 87/100.

pdt__macallan_12yo_43__70cl_giovinetti_imp_6736_1Macallan 12 yo Giovinetti (anni ’80, OB, 43%)

Coup de théatre al cospetto del più atteso ospite di vetro della serata: chi sa dire se questa bottiglia è vera? Macallan Giovinetti di inizio anni ’80, fratello maggiore del famoso 7 anni creato per il mercato italiano. Però qualcosa all’ispettore Martial non tornava, quando gli era stata proposta. La bottiglia è sicuramente Macallan, l’etichetta probabilmente: ma siamo sicuri che sia proprio un 12 anni? Nel brusio degli astanti parte il consulto globale, ma l’unica voce che si alza competente è quella di Giorgio D’Ambrosio, che di Macallan ne ha maneggiato un esercito. E l’uomo dal Bar Metro ha detto sì: etichetta valida come il gol di Muntari, è la carta Fabriano che Macallan ha sempre usato. L’è Macallan. E l’è anca bùn.
Sticky toffee pudding appena avvicini le narici, ad aprire un bouquet compatto e tipico del tempo: fichi secchi, cioccolato al latte, marmellata di prugne e lamponi. La frutta è ponderosa e appiccicosa, datteri e pesche al forno, anche ciliegie sotto spirito. Pian piano dallo strato emergono resti di un naso più composito, come vestigia ben conservate: scatola del tabacco, poutpourri e crema di marroni a cucchiaiate. In bocca rimane la stessa sensazione di marmellata (di fichi) che dilaga e impasta tutto. Rispetto al naso il cioccolato si fa fondente, la frutta vira al tropicale maturo e compaiono delle note speziate/erbacee di cumino e rosmarino, seguite da un tocco acido di chinotto. Pienissimo e intenso, sciabola un finale lungo di crostata ai frutti rossi bruciata con un po’ di zenzero. Si dice che i vecchi Macallan siano un po’ tutti uguali. Di sicuro sono (quasi) tutti buoni e questo non fa eccezione. La capacità di avvolgere e colare su tutto è spia del fatto che qui dentro qualche barile vecchiotto c’era. E la magnifica sensazione di avere la bocca praticamente drageé di Macallan non è per nulla brutta. 90/100

IMG_0476_1Orkney 11 yo – Fragments of Scotland serie (1977/1988, Samaroli, 50%)

Samaroli e Highland Park sono tre parole che nella stessa frase scatenano il demone, come i versi al contrario nelle canzoni dei Black Sabbath. Formalmente la distilleria non è dichiarata, ma questa bottiglia rappresenta le Isole Orcadi nella serie di imbottigliamenti di Duthie dedicata da Samaroli nel 1988 ai “Frammenti di Scozia”, e dato che nell’arcipelago le distillerie sono due, gli avventori come Fantozzi furono colti da un leggerissimo sospetto… Così, mentre il distillato si ossigena, per un attimo ci si ferma a pensare all’essenza di questa serata: bottiglie nate per essere di largo consumo quando i calciatori avevano ancora i numeri dall’1 all’11 e c’erano in tv i cartoni dei Masters, che ora sono gioielli perduti, roba che in asta va a centinaia di euro.
Superato il momento malinconico per la clessidra delle nostre esistenze che si svuota inesorabile, torniamo concentrati sul whisky. L’impatto è bello sporchino, originalissimo. Cheddar affumicato, qualcosa di umido tra il fieno e il cordame bagnato. Ha un carattere forte, forse divisivo, ma sa quel che vuol dire. C’è del cuoio, magari bagnato anch’esso, e una vivace pennellata di carrube, sotto cui sta quieto un mare di malto e miele d’erica. Il carattere diventa esuberanza in bocca: una bomba a orologeria masticabile, ancora centrata su carrube e cioccolato fondente. La torba c’è pur senza essere contundente, ben sposata a miele di castagno e una intensa cera di quelle mineraline. In cauda salis, trade mark delle distillerie isolane che permane nel finale, mirabile, tra cola e Lindt fondente. Maleducato e cafone come il punk, ma quanta determinazione e quanta maestria in questo whisky di nerboruta tracotanza. 91/100.

69446-bigGlen Mhor 10 yo (1978, Intertrade, 65.3%)

Con il marchio Intertrade, fondato nel 1984, Nadi Fiori diede forma alla sua lunga amicizia con George Urquhart, patron di Gordon & MacPhail. E mai connubio fu più dilettevole per gli appassionati, dato che da quel momento gli italiani iniziarono a trovare in ristoranti ed enoteche di classe dei single malt praticamente sconosciuti fino a quel momento e non di rado imbottigliati a grado pieno, pienissimo, praticamente a livelli di supernova interstellare. Esattamente il caso di questo Glen Mhor, un titano da 65 gradi.
Sono pochi i whisky di questa distilleria disponibili in giro a prezzi umani, quindi la platea si fa silenziosa e curiosa per cercare di coglierne il carattere. Salvo accorgersi subito che è un bel rompicapo.
Assaggiato in batteria, nelle gozzoviglie, pareva che l’alcol funzionasse come quelle maschere con occhiali e baffi finti che travisano i connotati, come metterebbero a verbale gli appuntati dei carabinieri. Al naso, inizialmente, non si va oltre un senso di frutta (mele verdi, ananas, limone), vaniglia e salvia. Al netto di un tocco pungente quasi da sottaceto, non è aggressivo, non è napalm nelle narici. Ci si aspettava addirittura qualcosa di più violento, ma resta il fatto che è quasi soffocato. Sicché il saggio assaggiatore usa il vecchio trucchetto del “metti in sample e porta a casa”. E fa la cosa giusta, perché riprovato con calma e  (molto) tempo, beh, ha il suo perché.
A quelli che sanno aspettare, come dice la pubblicità della Guinness, squaderna una ricchezza minerale da propoli vecchio stile, con una nota “off” ma intrigante di rame e (pare incredibile) salsa di acciughe accennata. Il tutto prima di un’esplosione di pandoro e crema. Altro che diesel, è una littorina a carbone, prende velocità dopo decine di km, ma poi non la fermi più. Ah, giusto per restare in tema littorina: il bicchiere vuoto sussurra qualcosa di torbatino.
Anche in bocca l’alcol fa un po’ l’hooligan in un negozio di pizzi e merletti. Nocciole tostate, cereale e un sincero apporto di legno caldo. Miele e malto e una cremosità che con una gradazione umana sarebbe ancor più avvolgente. L’acqua lo migliora, aumentando il senso di burro sciolto e miele, ma estrae anche un’acidità curiosa, succo di limone in cui è caduta accidentalmente della cenere. E una mentina, toh. Finale tra crema di vaniglia, miele di eucalipto e frizzante zenzero candito (dopo l’aggiunta di acqua).
Philip Hills lo ha definito a “truly great postprandial whisky” e di sicuro ha doti eupeptiche non comuni. Però la sensazione è che questo Tyrannosaurus Rex abbia un potenziale ancor superiore e che la bardatura di alcol eccessiva lo limiti un po’ nello slancio. Tra parentesi, c’è da chiedere perdono per la lunghezza, ma davvero va sul podio dei whisky più difficili da decifrare: 86/100, media fra gli 84 iniziali e l’88 potenziale.

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

Highland Park 10 yo ‘Viking Scars’ (2019, OB, 40%)

Restiamo sulle Orcadi per tornare, per una volta, al core range di Highland Park: come sapete, siccome sulle Isole sono presenti resti di insediamenti vichinghi, il dipartimento di marketing del gruppo Edrington deve aver pensato – ormai un po’ di anni fa – che fosse una splendida idea usare questa eredità per caratterizzare packaging e comunicazione di Highland Park. La cosa a noi piaceva; piace ancora in realtà, diciamo che forse ne stanno un po’ abusando, ed è diventato un po’ stucchevole. Per fortuna che il whisky è sempre molto buono, come dimostrano sempre gli imbottigliamenti indipendenti: oggi proviamo il 10 anni ‘Viking Scars‘, uno dei 15 imbottigliamenti entry-level in un core range sterminato e indominabile.

N: molto Highland Park, in senso positivo. Parte molto aromatico, con note ‘dolci’ di vaniglia, cioccolato bianco, mela gialla, biscotti al burro… Poi pian piano si apre decisa una prima nota minerale ed erbacea, diciamo di clorofilla e di distillato giovane, e poi scorzetta d’arancia (olio essenziale di?), insieme ad un tripudio di quella torba sottile tipica di HP: un lieve fumo, acre, piuttosto minerale, in crescita.

P: setoso e burroso, ci piace molto. La bassa gradazione lo rende pressoché analcolico, e resta un succo di orzo torbato aromatizzato alla vaniglia. Meno fruttato del naso, la fanno da padrone aromi di corn flake, biscotti al burro, burro fuso, poi fumo acre, un po’ di cenere. Si chiude su una bella sapidità…

F: …che prosegue al finale, accanto a un mantello di torba e burro. Molto buono.

Se dobbiamo trovare una pecca, al palato è fin troppo beverino: ne apri una bottiglia e la finisci senza aver neppure scelto quale nuova serie iniziare su Netflix. Diciamo che, nel complesso, abbiamo trovato problemi maggiori… Il naso promette più di quanto poi il palato mantenga, ma alla fine della fiera il voto sarà 85/100 (buono eh, ma vista da qui forse Serge ha esagerato).

Sottofondo musicale consigliato: per dimostrare che per noi i Vichinghi sono roba seria, ecco Windir – Arntor, A Warrior.

Highland Park 1995 (2018, Carn Mor, 54%)

La scorsa settimana si è chiusa con un Highland Park non dichiarato: oggi invece ripartiamo con un HP che non si vergogna della sua identità, perché lui è fatto così, e sono gli altri a doverlo accettare per come è. Noi condividiamo la sua battaglia, e alziamo i calici tra strilli di giubilo. 22 anni in un hogshead ex-sherry, gradazione piena: bene così.

N: questo è un naso da top player, non c’è verso. La prima suggestione è di candela alla fragola appena spenta, e riassume quasi tutto: la torba, leggera, fumosina ma delicatamente austera, con stoppino; la frutta, esuberante ma delicata anch’essa, fragola, mela gialla, albicocca matura. Note di cera, a spandere una patina incantevole su un profilo arricchito anche da note erbacee, di foglie, forse timo? Eccellente.

P: monumentale, un mix perfettamente integrato tra frutta rossa e torba. Lamponi e mirtilli dolci danzano un ballo perfetto con un poco di fumo, una coltre di cera deliziosa… Mamma mia, ne berremmo a secchiate. Ha anche una nota leggermente erbacea, cenni di erbe aromatiche mediterranee. E vi stupiamo se diciamo che riusciamo a sentire il sapore del chicco di cereale dolce?

F: lungo, intenso; lunghissimo, intensissimo anzi. Ancora torba austera, fragola, lamponi… Candela appena spenta. Che delizia.

Semplicemente eccezionale: Highland Park al suo meglio. Quando un whisky leggermente torbato incontra un barile ex-sherry, il risultato può essere disastroso: non in questo caso però, con eleganza, raffinatezza, bilanciamento tra spigoli e amenità, facilità di bevuta e complessità aromatica. Tutto quel che ci piace è qui: 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Depeche Mode – Freelove.

Mystery Orkney 2006 (2019, Signatory Vintage for Die Whiskybotschaft, 64,8%)

Nel tripudio di Highland Park non dichiarati che da qualche tempo stanno invadendo il mercato degli imbottigliatori indipendenti, tempo fa abbiamo adocchiato (e comprato) questo Mystery Orkney 2006/2019, un single cask ex-sherry refill imbottigliato da Signatory per Die Whiskybotshaft, negozio e locale tedesco. La gradazione mostruosa ci ricorda che sì, è cask strength.

N: ti schiaffeggia senza aspettare di presentarsi con un uno-due di cerino spento, rame, zolfo, torbina fumigante. Dopo un po’ si agita sotto una nota di frutta supermatura, arancia quasi andata, albicocca matura, cioccolato, mon cheri… L’acqua, tanta acqua, lo rende più dolce, più aperto, con note decisamente più fruttate, ancora mele cotte e arancia.

P: al primo sorso sei steso, al secondo l’alcol continua a sentirsi, ma resta più aperto e complessivamente godibile. Torba minerale, ancora note sulfuree e minerali. Più fruttato, con frutta cotta, ancora arancia rossa troppo matura. Ciliegia sotto spirito. Molto speziato, cannella. L’acqua apre, rende l’esperienza più godibile, ma il profilo resta il medesimo: sulfureo, metallico e ramato, molto sporco, con uno sfondo di frutta cotta e cannella.

F: sulfureo ancora, lungo, legno caldo allappante e note amare, speziate, cioccolato fondente, frutta rossa e arancia amara. Ma soprattutto sulfureo.

Ora, noi amiamo il grado pieno, per carità: ma a questa gradazione l’impatto non è solo sull’esperienza (al palato devastante), è disturbante complessivamente – a maggior ragione su un profilo del genere, contundente e spigoloso e sporco come pochi. L’aggiunta di acqua è dunque essenziale: e pure, comunque, la componente sulfurea è fin troppo aggressiva per i nostri gusti da donnicciole, dunque ci fermiamo a 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Massimo Pericolo – Amici.

Highland Park 17 yo ‘Full Volume’ (1999/2017, OB, 47,2%)

Da qualche tempo abbiamo fatto pace con Highland Park: un po’ nauseati dalle infinite serie pseudo-vichinghe, con prezzi sempre più alti e soddisfazione sempre più bassa, abbiamo iniziato a rivolgerci stabilmente agli imbottigliatori indipendenti, che in questi anni sono particolarmente ricchi di single casks di una innominabile distillerie delle Orcadi… Oggi diamo un’altra chance agli OB, e scegliamo un imbottigliamento inizialmente per il mercato americano e da qualche tempo sbarcato nel Vecchio Continente: Full Volume, maturato quasi 18 anni (vintage 1999, imbottigliato 2017) in barili ex-bourbon first fill. Se volete sapere di più, sul lato del (bellissimo) packaging c’è la fascetta che mettiamo qui a lato.

N: molto piacevole, si sente tanto il bourbon first fill e lo spirito HP resta forse un po’ in disparte. Quindi super cremoso, con crema pasticciera, gelato alla banana, buccia di mela, pasticcino alla frutta da cui è caduta la frutta. Succo d’ananas zuccherato. Un senso di frutta sudata, da marzapane. Resta viva una torbina leggera leggera, con un sentore minerale persistente molto piacevole.

P: l’ingresso è molto piacevole e d’impatto, per così dire: stante una dolcezza che rimane molto evidente, con altra crema pasticcera e pastafrolla burrosa e vaniglia, verso il finale cresce l’identità dell’Highland Park, con torba fumosina (fumosinina, diciamo) e cereale cerealoso e terra minerale, con una sapidità in aumento e pure pepe nero. Ancora fruttato, essenzialmente diciamo “mela gialla”.

F: salato, torbatino leggero e minerale (roccia calda bagnata, dice Angelo), con la mela gialla che ritorna alla fine del finale.

86/100: costa poco per gli standard degli Highland Park ufficiali (se pensate che il 18 anni ‘normale’ costa 140€… questo si trova anche sotto le 100), e soprattutto è proprio buono. Certo, non si può negare come l’apporto dei barili first-fill trattenga un po’ lo spirito più selvatico della distilleria di Kirkwall, ma a noi, in fondo, checcefrega?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, visto il packaging, è Manowar – Blow Your Speakers.

Orkney 17 yo (2000/2017, North Star, 55,2%)

Una delle poche gioie che questi tempi oscuri e tetri regalano a noialtri peones dell’acquavite di cereali sono i frequenti Highland Park ‘nascosti’: HP non concede a cuor leggero agli imbottigliatori indipendenti la possibilità di dichiarare il nome sull’etichetta, e così bisogna arrangiarsi con nomi esotici. In questo caso, lo sforzo fatto da North Star è stato minimo, ma bisogna riconoscergli un certo gusto per il didascalico, che tutto sommato ci piace: Orkney, punto e basta. 17 anni di invecchiamento, di cui una quota incerta in un barile ex-Pedro Ximenez, varietà di sherry molto dolce – come sapete, d’altro canto.

N: molto aperto, inalcolico anche se a oltre 55%. Pungentino, le prime note che colpiscono sono di inchiostro (Angelo, che è un tipo preciso, riconosce anche la marca: Pelikan, possibilmente di colore rosso) e lievemente sulfuree, anche se svaniscono entrambe un po’ in fretta. Per il resto, il PX tende a prendere un po’ di scena, il lato costiero resta timido ma presente. Note di mele, confettura di pesche, cannella. Zucchero bruciato, tipo brûlé (crema catalana).

P: che bell’impatto! L’alcol qui è più presente. Mettendo per un attimo da parte la dolcezza, la componente torbata e marina di HP rimane un poco trattenuta (anche se la sapidità marina c’è), e resta soprattutto un senso sulfureo di arancia rossa marcia. Molto molto dolce, il PX copre tanto: iperzuccherino, note di mela cotta, di zucchero caldo, bruciacchiato. Ancora confettura di pesca melba. Una suggestione riassuntiva: caramello salato.

F: stupisce la spiccata salinità (lascia labbra salate), con torba fumosina e soprattutto una coltre di mela caramellata zuccherina estrema.

Non si fraintendano le prime parole che stiamo per scrivere: è un whisky stucchevole, con uno spiccato senso di ‘artificiale’… L’intervento del PX è a nostro gusto un po’ eccessivo, lascia una patina di caramello appiccicoso su un distillato tagliente e corposo come quello di HP. Insomma, bene ma non benissimo: quel che manca, a nostro parere, è un po’ di equilibrio, ma sappiamo che altri impazziranno, dunque suggeriamo di assaggiare: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: PJ Harvey – C’mon Billy.

Inganess Bay 18 yo (2000/2018, Maltbarn, 52,7%)

Già qualche mese fa segnalavamo il tripudio di Highland Park non dichiarati (eddai, dalle Orcadi, un malto sconosciuto… mica può essere Scapa, no?, eddai) che stanno invadendo il mercato tramite il prode lavoro degli imbottigliatori indipendenti. Oggi ne assaggiamo uno, per la gioia di grandi e piccini, selezionato da Maltbarn, selezionatore crucco: ce lo ha portato un amico al Milano Whisky Festival, vorremmo poterlo ringraziare ma (siamo delle persone orribili) nel turbine del lavoro non ci ricordiamo chi fosse – ci scrivi per dichiararti, così possiamo ringraziarti per bene? [EDIT: siamo dei bruciati, ma non vogliamo nasconderlo: e dunque grazie infinite a Fabio!, valente collega blogger dalla penna sopraffina]

N: aperto, profumato e piacevole, anche se stranamente sporco, tra note di grasso di prosciutto e formaggio. Molto nette delle note di fieno. Non arriva a squadernare aromi compiutamente sulfurei, ma resta sempre presente una puzzetta molto simile… Troviamo poi una terrosità opprimente, che schiaccia il naso e non fa uscire il resto. C’è chi dice muffa. Nonostante le apparenze, però, trova un suo equilibrio asimmetrico e paradossale, austero e isolano.

P: da subito cambiano le carte in tavola, ma da queste carte nasce la magia. Scordatevi la frutta, tranne forse un poco di limone, e prendete a piene mani terra torbosa, pepe bianco, cera e un cereale profondamente zuccherino, raffinatissimo. Non c’è troppo da descrivere, ma rimane la potenza di un nettare compattissimo, esplosivo, eppure sottilmente affilato.

F: strano a dirlo ma in bocca rimane un senso diffuso di “stireria” (ve lo ricorderete pure voi il profumo di amido da stireria, no?). Crosta di pane.

Un whisky nudo e crudo, un distillato eccellente offerto da Maltbarn nella sua integra mineralità, non intaccata da legni aggressivi e anzi esaltata dal paziente e quieto lavoro della botte. La conferma che, quando non viene smarmellata con una patina vichinga e con legni svilenti, Highland Park è una delle distillerie più straordinarie di Scozia: una piacevolezza da volare via, fino a Kirkwall. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: il vichingo ce lo mettiamo noi, ed è sotto la forma dei Thyrfing – Going Berserk. Il pezzo è invecchiato male, ma che ci vogliamo fare: erano dei pionieri.

Orkney 10 yo (2007/2018, Claxton’s, 63%)

Abbiamo accennato ieri, sulla nostra fantastica pagina Facebook, al fatto che negli ultimi mesi sono spuntati in giro dei misteriosi barili di single malt distillato sulle Orcadi… Ora noi sappiamo bene che tra Scapa e Highland Park, le due distillerie orcadiane, l’unica ad avere la puzzetta sotto al naso è senz’altro la seconda, che ci tiene tanto al controllo del proprio brand e vuole che questo resti esclusivamente legato a drakkar, pantheon norreno, gente pelosa barbuta sporca e tendenzialmente molto violenta – con una particolare predilezione per la violenza gratuita, son vichinghi d’altro canto, si sa. Questa è una buona notizia per noi: un single cask di Highland Park “non dichiarato” costa meno di uno in cui il nome della distilleria campeggi in etichetta, e dunque… compriamo compriamo! Oggi peschiamo tra le tante release messe sul mercato recentemente, e peschiamo un “Orkney malt” di 10 anni selezionato da Claxton’s, timido imbottigliatore indipendente inglese importato dai prodi ragazzi di Whiskyitaly; si tratta di una botte ex-bourbon, con gradazione intatta a 63%.

orkney-10yo-claxtonsN: pazzesca l’apertura a dispetto della gradazione… Molto Hp, con note di fumo di torba leggero, ma ben presente, con un lato iodato, costiero piuttosto spiccato; ha pure una bellissima acidità, agrumata (proprio limone), e delle note di distillato giovane che a noi piacciono molto – quindi pasta della pizza, lievito, pane. Con acqua si esaltano entrambi i lati, tra lo zucchero a velo e un lieve fumo di torba marino, in pieno stile Hp.

P: senz’acqua, molto, molto buono. Certo, l’intensità dell’alcol è ineludibile, ma ha una dolcezza piena, vanigliata, di pastafrolla e di cereale (proprio la dolcezza del chicco) veramente piacevole; poi un angolino di torba minerale e fumosina. L’acqua apre ed esalta l’intensità, la vaniglia resta piacevole e presente, e si spalanca però la porta su una palude, piena di terra bagnata, umida, fango, sale, fumo di torba. Zucchero a velo.

F: lungo. Infinito, buonissimo come sopra. Ancora pane.

A furia di stigmatizzare le scelte di marketing della casa madre, uno rischia di perdere di vista il prodotto, nascosto sotto le pastoie della comunicazione e dell’aggressività sul mercato. Highland Park produce un distillato che è una roba da rotolarsi nel fango dalla gioia, come dei maialetti contenti di vivere; e se magari attraverso gli imbottigliamenti ufficiali diventa un po’ più difficile del passato mettere a fuoco questa qualità eccelsa, lodiamo gli indipendenti che ce lo ricordano. 88/100, ma qualcuno avrebbe voluto perfino alzare ulteriormente il voto: costa circa 60€, noi ne prendiamo due bottiglie, così, nel dubbio.

Sottofondo musicale consigliato: Lumidee – Never leave you.