Gillon’s Real Mountain Dew (inizio ‘900, 45,3%)

l’abbiamo preso veramente!

Al Milano Whisky Festival del 2017, Franco Dilillo ha aperto una bottiglia molto particolare: un blended databile tra il 1890 e il 1910. Tremano i polsi solo a scriverlo, figurarsi a berlo… Real Mountain Dew era il nome di un blend imbottigliato da Gillon’s, una compagnia allora proprietaria della distilleria Glenury Royal (anch’essa oggi una sorta di mito, avendo chiuso nel 1985), che poi si è fusa intorno al 1910 con Ainslie & Heilbron Distillers, proprietari per un certo periodo di Clynelish. Nel mare incerto e burrascoso dell’Internet c’è qua e là chi sussurra che questo blended possa contenere del whisky distillato nella mitica distilleria di Brora, ma davvero la certezza non è cosa che ci sentiamo di esigere quando parliamo di un reperto archeologico come questo Real Mountain Dew. Ci accostiamo con le orecchie basse basse al bicchiere, sperando che il tempo non abbia messo a tacere per sempre le qualità del distillato.

gillon_mountain_dew_1890sN: sicuramente non si lascia più di tanto ammaestrare, anche a distanza di un secolo. Prevalgono note sporche e spigolose, di terra, petrolio, materiale plastico (tipo cellophane) – diremmo note da impianto chimico. E signori, questa è la torba! Anche una nota iodata, a perfezionare un profilo sottile, affilato. Per il resto, evidente una nota di erba fresca, e pare quasi di scorgere un po’ di orzo nudo e crudo. Biscotti al burro e zucchero liquido. Si dimostra anche un po’ ‘stracciato’ dagli anni con un sentore di dopobarba.

P: dopo l’ultima impressione del naso, temevamo il peggio. E invece è sorprendemente solido: semplice, ma ancora ben strutturato e di buona persistenza. È tutto basato su una leggera zuccherosità da cereale (ricorda proprio il chicco d’orzo maltato che si addenta in distilleria) e un senso evidente di torbatura: si va dalla terra a un filo di fumo (a dire il vero anche più d’un filo).

F: molto vegetale: insalata iceberg, cereale, fumoso e iper-minerale (un senso di ciottolo).

Non si sente tanto la quota di grano, e di certo troviamo un sacco di torba, cosa che rende questo blended molto istruttivo, oltre che terribilmente affascinante. Sicuramente è giovane e ‘semplice’, e per gli standard produttivi di adesso può apparire fin troppo ingenuo e spigoloso, fin troppo franco, se vogliamo. Niente frutta, infatti, e con un apporto apparentemente minimo dei barili. Ha il grande merito di essersi conservato ancora abbastanza vivo in oltre cent’anni di permanenza in vetro, per dare a noi la possibilità di sfogliare questo rarissimo bigino di storia – dando sostanza a quel che spesso si legge sulle caratteristiche dello Scotch che fu. 82/100 tecnici, 95 emozionali.

Sottofondo musicale consigliato: Chet BakerAlmost blue

st magdalene rare malts recensione

St. Magdalene 19 yo (1979/1998, OB, 63,8%)

Sabato scorso Angelo Corbetta, proprietario dell’Harp Pub Guinness, ha ospitato la seconda degustazione a tema Rare Malts, dopo la prima gloriosa dello scorso giugno, e ne ha affidato nuovamente la conduzione ai vostri amati Whisky e Facile. Ve lo dobbiamo spiegare noi che oggidì una degustazione di Rare Malts, imbottigliati tutti tra 1997 e 1999, è qualcosa di speciale, di unico? Chi altro vi aprirebbe, in Italia, bottiglie del genere? Per darvi l’idea della proporzione della cosa, oggi vi presentiamo il terzo RM aperto sabato: un St.Magdalene di 19 anni, distillato nel 1979 e imbottigliato nel 1998 alla gradazione mostruosa di 63,8% – alta gradazione peraltro tipica dei RM. La distilleria delle Lowlands, situata a Linlithgow, fu chiusa da Diageo nel 1983 assieme a tante altre, e in tal modo terminò la storia di un produttore attivo da metà ‘700 (anche se ufficialmente la licenza arriva solo negli anni ’90 del secolo). Oggi l’edificio, un tempo lebbrosario, poi convento e ospedale, infine distilleria, è stato trasformato in condominio, ma ancora campeggia la pagoda sul tetto, a ricordare gli antichi fasti. Piccolo bigino esaurito, via col bicchiere! Ci accompagnano della degustazione Marco Zucchetti e Corrado De Rosa: se avete problemi prendetevela con loro, ma occhio ché a differenza nostra sono dei veri e pericolosi ribaldi facinorosi.

st magdalene rare malts recensioneN: esaltante perché è in costante evoluzione, a ogni snasata cambia. Sa di sauna (legno e vapore). Profumo di bosco, silvestre (balsamico, erbacee, sottobosco, legno, foglie bagnate dalla pioggia). Molto complesso, ha note fruttate difficili da identificare, una sorta di uber-frutta fresca, mista, cotta, caramelizzata (a ruota libera ci vengono in mente cotognata, pesca matura, mela rossa, forse perfino accenni di fragola). Corrado dice “la pozione polisucco” di Harry Potter, ma non perché è un matto scollato dalla realtà (anche se forse lo è, clinicamente non escludiamo l’ipotesi): perché è frutta multiforme e cangiante, tipo una megamacedonia. Ha una nota ossidata, fantastica, che non sapremmo se definire cera a tutti gli effetti, o di cereale umido… È freschissimo, nonostante la complessità. E questa venatura che appare appena mineralina, quasi – tremiamo a dirlo – lievemente torbata… Candela spenta. Ah, che spettacolo.

P: oleoso e compattissimo, ancora con una vena minerale e terrosa molto sottile ma piacevolissima, e (lo dobbiamo scrivere subito) si chiude su una punta sapida; ancora uno schermo ceroso spaventoso. Ha una dolcezza d’uovo, tra zabaione, crema all’uovo… Quasi non c’è acidità, sviluppa una dolcezza fruttata molto compatta che muove quasi verso il tropicale (papaya?). Poca spezia. Con acqua, forse, si semplifica leggermente ma tende a spalancare ed esaltare la parte fruttata, sviluppando bene un’arancia dolce che prima restava appena accennata. Salamoia, torba vera.

F: candela spenta, cera, un cereale caldo e fruttato infinito… Non lunghissimo ma intenso, ha una vampata di frutta e poi si richiude sul cereale e sulla mineralità torbata.

Ottimo, spaventoso, spettacolare; elegante, oleoso, profumato, minerale e lussuriosamente fruttato. Oggi tendiamo ad associare alle Lowlands solo dei whisky un po’ sciapi, tendenzialmente debolini, ma se diamo un’occhiata al passato ci rendiamo conto che la nostra è una deformazione prospettica: Rosebank, St. Magdalene, Littlemill… Tutti produttori con grande personalità. Se pensiamo che questa bottiglia non si trova in commercio a meno di 1000€, ci rendiamo conto ancora una volta che poterlo assaggiare sabato scorso (e riassaggiare ieri sera per la recensione, ehm) è stato un privilegio assoluto, e non possiamo assegnare meno di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – It’s All Grey.

‘Single Islay Malt’ 10 yo (1994/2004, Gordon & MacPhail per Giorgio D’Ambrosio, 40%)

Confessiamo: ci siamo distratti con il vino, è vero, e abbiamo bucato la recensione del lunedì. Per farci perdonare, ripartiamo con un pezzo di storia, una vera perla direttamente da un passato recente che, visto oggi, potrebbe apparire remoto: assaggiamo un ‘Single Islay Malt’ di 10 anni, selezionato da Giorgio D’Ambrosio nel 2004 e imbottigliato da Gordon & MacPhail. Si dice essere Ardbeg, e (a giudicare da qualche prezzo visto online), fino a sei/sette anni fa si poteva comprare a meno di 30€, oggi mettete nel portafogli.

N: molto piacevole, aperto e morbido: forse con incoerenza ci piace iniziare dal lato fruttato, molto pieno, molto guidato dal distillato: senz’altro una bella mela, poi procede a larghe falcate verso una dimensione tropicale, fatta di ananas, di kiwi gold, di lime, talora perfino ci pare di trovare del mango. C’è pure una suggestione di vaniglia, certo, ma decisamente trattenuta; poi ecco l’acidità dell’agrume, soprattutto del limone. Appare piuttosto marino, iodato, mentre non troviamo sentori medicinali. La torba è molto robusta, bruciata: ci ricorda le braci di un falò sulla spiaggia.

P: i 40%, forse, non gli rendono pienamente giustizia: ma da un corpo non possente partono comunque energici fendenti a base di una magica miscela di frutta mista, fumo, cenere e acqua marina. Confermiamo lime e kiwi dal naso, e poi ecco l’uva bianca; acqua di mare, si diceva, e un che di zucchero liquido. Un tizzone di legno ardente (o come immaginiamo debba essere il sapore del), braci e tanta tanta cenere.

F: lungo e persistente, ancora legno bruciato e sale. Un sentore d’uva bianca perdura anche qui.

88/100, davvero buono, buonissimo: sappiamo che quando si tratta di selezionare il barile giusto, Giorgio non sbaglia mira, e questa è l’ennesima conferma. Ci direte che siamo venali, ma a pensare che un whisky del genere – di consumo, da bere, non da mettere sullo scaffale per lucrarci due palanche – costava così poco non sappiamo impedirci di versare una lacrimuccia. Grazie a Giorgio per il sample, naturalmente, ma soprattutto grazie per la selezione!

Sottofondo musicale consigliato: Ghali – Cara Italia.