Macallan Extravaganza – tre assaggi e Macallan ‘Estate’

Ieri pomeriggio due illustri rappresentanti del collettivo qui dedicato alla degustazione compulsiva di molti malti (Jacopo e Zucchetti) hanno partecipato alla presentazione del nuovo Macallan Estate – ci piace chiarire subito che non si tratta della prima bottiglia di una serie dedicata alle Quattro Stagioni di Vivaldi, deponete il sovranismo linguistico e sappiate che Estate in inglese si legge “Istèit” e vuol dire “tenuta”. L’imbottigliamento, dunque, è dedicato alla tenuta in cui sorge Macallan, e nella quale si coltiva anche dell’orzo, tutto destinato alla produzione di questa bottiglia.

Invitati da Velier, che non possiamo che ringraziare per l’ennesima puntata di “alcolismo pomeridiano in contesti esclusivi”, i nostri prodi bevitori hanno partecipato a una sobria degustazione di due drink e quattro malti. I cocktail, d’apertura e chiusura, preparati da Guglielmo Miriello e dallo staff del Ceresio 7, erano – onestamente – eccellenti: in particolar modo il primo, l’Easy Rider, ci ha veramente sedotto.

Nicola Riske, deliziosa Brand Ambassador di Macallan che già in passato avevamo avuto modo di conoscere e ascoltare, era presente a raccontarci alcuni imbottigliamenti della gamma ‘normale’, prima di passare al pezzo grosso, l’Estate (Istèit). Senza perdere altro tempo, ecco le nostre sobrie note di degustazione.

Macallan 12 yo ‘Double cask’ (2019, OB, 40%) 

N: molto dolce e pesante, carico. Caramello e sticky toffee pudding (siamo gente che ha visto il mondo, che credete). Caramelle alla banana. Marmellata di arancia, cioccolato all’arancia – l’agrume è molto presente. Nocciole, poi bordate di noce moscata, sentori chiari di lieviti e distillato (si sente tanto la gioventù, cosa che stupisce vista la presenza netta dei legni). P: oleoso, poi cannella, gianduia… Ancora caramello, ancora buccia d’arancia, poi pepe nero, pane tostato col cioccolato, un tocco di sale e (tremate) salsa di soia, infine legno e caffè. F: breve, dal dolciastro iniziale vira al secco con arancia, spezie e (tremate) angostura.

Nel complesso, ci è parso piuttosto sgraziato: al naso è enfatico, con gioventù esibita e dolcezza gonfiata. Il finale secco stona col resto, e la gradazione contribuisce a dargli una sensazione di anonimato un po’ deludente. Non male, intendiamoci, ma comunque non oltre gli 81/100.

Macallan 15 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: fin da subito molto più elegante, con nocciole a iosa, mandarini, cioccolato bianco (il Ritter sport bianco col ripieno di frutta), crosta di pane… Lo sherry è più evidente ma resta molto pulito ed equilibrato; c’è anche un evidente e assai piacevole tocco floreale di acqua di rose. Solo dopo un po’ emergono le spezie e il legno. Bellissimo naso. P: un po’ deludente rispetto al naso, complice senz’altro una gradazione depotenziante. È piuttosto dolce, con cioccolato al latte e ananas in prima fila. Buccia di pompelmo, a confermare il ruolo che l’agrume ha nella palette aromatica di Macallan, e pepe bianco – ma nel complesso un po’ piatto. Vira al secco verso il finale. F: dolce, frutta mista (ananas) e ancora nocciola.
Ha un carattere differente dagli altri, e certamente dimostra un’eleganza superiore e apprezzabile. Il bilanciamento fra spezie, dolcezza e frutta è buono, soprattutto al naso: peccato, infatti, per la sensazione di un palato un po’ monocorde. Ciononostante, 85/100.
Macallan 18 yo ‘Triple cask’ (2019, OB, 40%)
N: ancora frutta secca molto esibita: la sensazione è di oleosità, poi noci e mandorle. Non manca un lato più compiutamente fruttato, al limite di un tropicale trattenuto ed elegante, con mango, ananas caramellato; poi cannella, tabacco, cioccolato e fichi secchi a go go – lo sherry è con noi. P: molto tropicale anche qui, poi tanta mela. Seguono a ruota le spezie (peperoncino e zenzero, a sottolineare la piccantezza). Cacao amaro e ancora frutta secca (mandorle). Poi il toffee cremoso e una nota di caramello, che richiama il croccante. F: mandarino, toffee, noce moscata e pepe.
Non è affatto un cattivo whisky, è nel complesso molto incentrato sulla frutta secca e il toffee. In franca onestà, ci pare un peccato che manchi di quel quid in grado di farlo emergere sui suoi coetanei 18enni, sempre più agguerriti. Tra le altre cose, anche se nella valutazione noi non teniamo mai conto del prezzo, questa è una boccia da 240€… 84/100.
Macallan ‘Estate’ (2019, OB, 43%)
N: improvvisamente una nota di All Stars sudate, di gomma umida e chiusa: ma non temete, il whisky è stato servito un pelo troppo freddo e occorre aspettare. Pian piano si passa al fieno umido e infine, miracolosamente, si apre. Quando succede, esce subito l’arancia (olio essenziale), poi spezie varie fra cui la cannella e curiosamente… il curry. Poi note più attese, come la banana, il mango, l’arancia matura e un tocco evidente di ciliegia/amarena. P: si apre con liquirizia e caramello, seguite da scorza di arancia e cacao amaro. Curiosa nota distinta di curry, che anche al naso aveva fatto capolino. Mela cotogna cotta, prima di un retrogusto speziato fra zenzero, pepe rosa e noce moscata. F: cacao amaro e cioccolato fondente, cacao amaro, castagna dolce.
Ha bisogno di parecchio tempo per aprirsi, occorrono il giusto distacco e la giusta pazienza. Quando succede, però, si scopre un whisky molto equilibrato e piuttosto energico, con note agrumate spiccate e una coerente cremosità cioccolatosa. 87/100.

Dream Whisky – un’intervista

Da qualche mese per l’Italia si muove una nuova realtà esplicitamente dedicata alla diffusione del verbo whiskofilo: si tratta di Dream Whisky, di cui abbiamo avuto modo di parlare in passato qui sul sito e anche sui nostri vari canali social (per i più distratti: qui c’è Instagram, qui Facebook). Un mesetto fa abbiamo incontrato Marco Maltagliati e Federico Mazzieri, i due ragazzi al timone di questo sogno, e in mezzo a una quantità a posteriori indefinibile di dram abbiamo realizzato questa intervista. Il grado etilico della serata ha compromesso la linearità della conversazione, e ci è voluto circa un mese per mettere insieme questa lunga intervista e per darle una struttura. Speriamo possa essere interessante e, soprattutto, intellegibile…

Ciao ragazzi, noi abbiamo già partecipato ad alcuni dei vostri eventi, degustazioni e cene, sappiamo come lavorate e cosa avete in testa. Avete voglia di spiegare chi siete e quali obiettivi avete anche ai nostri problematici lettori?

F: Dream è nata con l’idea avvicinare al whisky tutti quanti amano mangiare e bere bene, ma senza avere la pretesa o l’interesse di approfondire a un livello estremo. Quando Marco mi ha introdotto al mondo del whisky, facendomi innamorare di questo mondo, ci siamo chiesti se non fosse possibile far vivere la stessa esperienza a tutti… La sensazione è che in tanti siano come respinti dal whisky, anche per la cultura che ci sta dietro: noi vorremmo cercare di offrire un approccio più informale, per trattare seriamente il whisky, liberandolo però da tante di queste barriere. Noi cerchiamo di proporti la nostra selezione in un certo modo, puntando su quelle caratteristiche che a te, cui piace bere bene ma che non hai interesse o voglia di studiare il mondo del whisky, possono interessare e possono essere rilevanti e seducenti. Il whisky è emotività, è convivialità.

F: Spesso le persone sono vincolate a un’immagine che hanno del whisky: portandole alle nostre degustazioni, queste scoprono un approccio diverso. Innanzitutto non bevi sei whisky, ne bevi due, e di quei due te ne bevi quanto ne vuoi tu, te lo porti a casa e te lo puoi ribere quando vuoi. Sei sempre tu che hai il controllo di quel che bevi, e contestualizzando quella bevuta all’interno di un’esperienza più ampia vai a perdere quel velo di autorevolezza e riverenza – in fondo: quelle barriere – che sempre suscita il whisky, anzi vai a godere di tutta quella piacevolezza che in potenza porta con sé un dram. Pensate all’abbinamento con il cibo…  Noi vogliamo fare arrivare a chiunque, all’appassionato, all’esperto ma anche al neofita, la qualità: quello è il valore.

Ok, quindi in realtà voi non volete lavorare solo con i neofiti, anzi: le vostre serate sono divertenti per tutti, e noi possiamo testimoniarlo…

M: Noi vogliamo rivolgerci anche a chi il whisky lo ama! Dream non ha l’ambizione di spiegare il whisky, ma di farlo vivere e condividere. Tutti possono spiegare il whisky, in Dream: è una chiacchierata! Attenzione però: nelle nostre degustazioni non è che manchino le informazioni, non è un puro cazzeggio. Il whisky va condiviso, ma va spiegato un minimo: secondo noi, per il pubblico cui ci rivolgiamo, non va scolarizzato, non va trasformato in una lezione frontale fitta di tecnicismi. Se incanali il whisky in una struttura fissa, didattica, lo vincoli, gli togli un potenziale emotivo, che è però anche e soprattutto commerciale.

F: Quando vuoi apprezzare un prodotto, più ti avvicini, più lo approcci in maniera tecnica, più rischi di togliergli l’anima – il nostro punto di equilibrio è cercare di portare una parte di cultura, ma senza appesantirla, provando a bilanciare quelle tre/quattro chicche che tu partecipante alle degu di Dream di porti a casa, con una componente esperienziale ed emotiva. Perché se ti faccio vivere una bella esperienza e nel mezzo ti offro qualche concetto, tu lo porti a casa: altrimenti uscirai pensando “quanto è difficile questo mondo”.

Questo tipo di approccio ci piace, anche perché, pur essendo dei nerd e degli iper-appassionati, ci rendiamo conto che anche nel percorso di un nerd del whisky si arriva a una fase in cui si sacralizza il prodotto, la bottiglia, ma poi si scollina, e si riscopre il piacere del puro piacere… Si apprezzano i blended, si apprezza la bevuta facile, si apprezza la convivialità pura e semplice. E questa è una caratteristica che è ovviamente più contagiosa!

F: In warehouseda Cadenhead, Mark Watt ci diceva: “io imbottiglio quando mi piace, non seguo schemi e non inseguo la perfezione, perché uno si rende conto della perfezione solo quando la si è persa, solo quando la curva è discendente”. Questa è una cosa che ci ha aperto gli occhi: a cosa bisogna dare peso quando si parla di whisky? A sé stessi, al proprio gusto, alla propria esperienza.

M: È in questo senso che Dream si approccia anche all’appassionato che vuole vivere una serata diversa con il whisky. Alle nostre degustazioni sono venuti in tanti, novizi e no, perché sono delle serate piacevoli: te le godi. Alcuni ci hanno perfino detto “abbiamo preferito bere un whisky ‘normale’ qui che non bere il sesto o il settimo single cask in una degustazione tradizionale”. Noi ti facciamo semplicemente assaggiare il prodotto, e tu diventi il protagonista, perché non ti diciamo cos’è: te lo godi, te lo annusi, lo assaggi, e sostanzialmente te lo vivi. L’assaggio alla cieca da questo punto di vista è fondamentale. Ripeto: bisogna riuscire a godersi l’esperienza del bere il whisky, senza barriere.

F: In Scozia, il nostro approccio è un fatto. Il whisky va goduto. Citavamo prima le degustazioni in Warehouse da Cadenhead, o da Duncan Taylor: lì ti aprono un barile, manco ti dicono cos’è, e tu sei sedotto, sei preso dalla magia, l’età, la gradazione, la distilleria… Diventano un dettaglio, in quel momento non contano niente. E a questo punto, portare le persone in Scozia è il passo naturale.

Dovete divertirvi tanto a preparare queste degustazioni, però… Diteci giusto un paio di cose per far capire cosa uno si può aspettare venendo da voi.

F: Le nostre degustazioni hanno sempre degli abbinamenti, talvolta saranno quasi delle cene con degustazione, e saranno interattive fino in fondo: vogliamo che chi partecipa si diverta, e sia protagonista. Vi faccio un esempio: nella serata sul Gusto, di fianco a un whisky c’era una tartare di salmone neutra con quattro condimenti diversi: abbinando, scegliendo il condimento, ti potevi rendere conto di come cambiava la stessa percezione del whisky… Nella serata sull’Alcol, c’erano olii essenziali naturali che potevi ritrovare in un dram, e noi ti facevamo vivere l’esperienza del creatore di profumi. Così ti avvicini a quello che l’alcol fa dentro a una botte di whisky, e intanto ti porti a casa una boccetta di profumo per ambienti.

M: Voi avete appena partecipato ad una cena da Enjoy, Artigiani del Bere, in Porta Romana a Milano, che è diventata la nostra sede (e qui nasce una collaborazione che ci porterà molto lontano, ma aspettiamo a svelare tutti i dettagli): in quella cena, concepita un po’ al contrario, partendo dal dolce, voi siete stati bendati per assaggiare un favo di miele; vi siete preparati il drink di benvenuto, spezzando voi il ghiaccio e regolandovi le dosi secondo il vostro gusto; avete staccato voi i pezzi di parmigiano, vi siete confrontati, avete abbinato lo stesso whisky a frutta e a tè, a ostriche e a formaggio, vi siete goduti appieno un’esperienza guidata – ma i protagonisti siete stati voi, sempre voi, anche giocando con il whisky che avevate davanti e con il cibo che man mano arrivava.

Vi abbiamo interrotto prima quando stavate per parlarci dei viaggi: fatelo ora, o tacete per sempre.

M: Il viaggio è toccare con mano quel che si trova nel bicchiere, lasciando da parte il peso anche psicologico della bottiglia. Gli scozzesi vivono il whisky come noi viviamo il vino, è una questione culturale, e per comprenderlo appieno bisogna andare in Scozia, bisogna viverla. Se porti una persona in Scozia, le fai vivere quest’esperienza di contestualizzazione del whisky che poi va ad assaggiare, le cambi completamente la percezione. Il viaggio non è un tour di cinque sei distillerie: vai anche in distilleria, ma innanzitutto ti godi la Scozia al 100%, attraversando il territorio, conoscendo le persone, e traendo da tutte queste dimensioni il massimo.

F: Noi vogliamo dare la stessa importanza che diamo al whisky anche alla Scozia stessa, e alle persone. Noi studiamo tutto, ogni sosta, ogni tappa, cercando di toccare i luoghi nascosti e più emozionanti… E le persone! Noi ti facciamo parlare con Fergus, del cooperage di Duncan Taylor, un ragazzo di 20 anni che ogni giorno fa 14 botti, le smonta, le riassembla e le tosta all’interno: come 100 anni fa!, e dentro al magazzino c’è un profumo di bourbon, di legno… Perché usa le doghe rovinate per riscaldarsi, e queste spandono un profumo incredibile… Quando tu conosci una persone del genere, lo vedi nel suo habitat, lo vedi lavorare: ecco allora comprendi tanto del fascino di questo mondo.

Questo per ciò che riguarda il cliente finale, il privato. Il vostro progetto però ha anche una dimensione b2b, dedicata alle aziende, giusto?

F: Noi abbiamo un’ambizione difficile da realizzare, lo sappiamo, che però è quella di avvicinarci sempre di più al mondo della ristorazione, perché quello è l’unico anello mancante per chiudere il cerchio. Per ora però noi vogliamo fare consulenze e formazione ai distributori, agli agenti e ai locali, che spesso per le stesse ragioni di cui sopra (troppa complessità) possono incontrare delle difficoltà col whisky perché in qualche modo ne sono tenuti distanti.

M: La passione è condivisione, ed è contagiosa per necessità. Tu pensa a un addetto del settore che ti porta questo approccio, che ti porta questa passionalità nel lavorare su un prodotto… Bisogna saperlo trasmettere, perdere dei freni inibitori e lavorare solo sulla passione: questo renderà il tuo lavoro migliore, più contagioso. Più siamo e meglio è: ciascuno di noi porta il valore aggiunto che è la propria passione, e questo è un valore, anche per la stessa industria e per il mercato del whisky italiano, che a dispetto delle sue competenze è ritenuto marginale dalle aziende. Noi vogliamo cercare di aiutare il whisky a uscire dai suoi limiti…

F: Un’ultima cosa, cui teniamo molto. Noi collaboriamo con le aziende, ovviamente, ma siamo sempre noi a scegliere i prodotti all’interno del portfolio di un’azienda, non facciamo e non faremo mai delle marchette. La nostra credibilità si costruisce anche su questo.

Va bene ragazzi, chiudiamo con l’ultimo progettino di cui ci dovete parlare…

F: Noi vogliamo diventare un punto di riferimento: selezionare il prodotto e di renderlo accessibile a un pubblico che sia il più vasto possibile, guadagnandoci nel tempo la credibilità per farlo. E questo vale sia per i privati, sia per i locali, per le aziende… Faremo degli imbottigliamenti, ad esempio, ma su questo per adesso non possiamo svelare niente… Vogliamo aprire il mondo dei distillati di altissima qualità (e non necessariamente whisky, ma anche mezcal, distillati di frutta, rum: ne vedrete delle belle) ad un grande pubblico. Mossi dalla passione, vogliamo unire la parte più pura della ricerca e della passione per la qualità ad una proposta più semplice, più diretta.

M: La selezione non è legata alla distilleria, all’invecchiamento, all’età, alla tipologia… A noi interessa proporre dei profili, delle diverse filosofie, una qualità di un certo tipo, ma che siano valutabili semplicemente dal bicchiere. Dream a settembre uscirà con tre single cask. Buoni eh!, perché sono buoni, ma sarà un approccio diverso al single cask, non vogliamo svelare troppo… Il valore aggiunto è l’unicità del barile, non è la distilleria, o il barile: dentro al barile c’è tutto, la storia dell’orzo, delle persone, degli alambicchi, dei luoghi.

Ma non è un approccio antistorico?, in fondo questo è il mondo dell’iper specializzazione…

F: Sì, ma uno che assaggia per la prima volta un single cask si emoziona non tanto perché quello è il barile n° XY della distilleria GlenQualcosa, ma perché è un singolo barile! Uno solo, unico e irripetibile, con i suoi pregi e con i suoi difetti! Noi vogliamo far concentrare il nostro pubblico sulle componenti meno tecniche di un single cask, ma sulla vera magia che gli sta dietro. Poi ovviamente ti spieghiamo in etichetta di cosa di tratta, chi l’ha distillato, cos’aveva contenuto il barile… Ma non è quella la cosa più importante.

M: Tu ti approcci a una bottiglia di whisky solo in base al tuo gusto, perché in etichetta ti mostriamo un profilo, in un modo evocativo, ed è il tuo gusto che orienta la scelta. Lascia perdere le 5/6 distillerie più note… Tolte queste, a un bevitore ‘normale’ il nome di una distilleria dice poco o niente. Glengurbie o Miltonduff o Glendullan o Glentauchers?, solo un matto come siamo noi può fare distinzioni in base al nome. Noi vogliamo giocare su altre cose, perché sul lato tecnico, didattico e ‘nerd’, ci sono già tanti che lo fanno molto meglio di come lo sapremmo fare noi, pensa a Whisky Club, al Milano Whisky Festival, anche alle degustazioni che fate voi… Non potremmo neanche metterci in competizione.

E su questa mezza sviolinata, meglio chiudere. In bocca al lupo ragazzi!

Botti da orbi – “La degustazione del secolo”, pt. 1

Da oggi nasce una nuova rubrica sul blog, “Botti da orbi“, e una penna prestigiosa si aggiunge a whiskyfacile: come Serge Valentin ospita le recensioni di Angus MacRaild sul suo sito, noi siamo onorati di ospitare il sommo Marco Zucchetti, corrispondente italiano di scotchwhisky.com e vicedirettore di un importante quotidiano nazionale. Avrà spazio completamente libero, scriverà di whisky ma non solo, con recensioni e reportage… E per farvi capire di che pasta è fatto, oggi esordisce sulle pagine virtuali di whiskyfacile con un Rum di Barbados del 1780 ed un Saint James di fine ‘800. Grazie Zuc, da volare viaaaaaa!

Eravamo una trentina alla Degustazione del secolo. Che detto così fa un po’ ritrovo massonico e un po’ club Bilderberg, ma molto più divertente. Era giovedì 13 settembre ed eravamo a Londra. Che per l’occasione era perfino assolata per festeggiare l’evento. Giornalisti, esperti, distributori e blogger da una parte. Cinque rum dall’altra, a coprire quattro secoli, dal 1780 al 2018. Ad arbitrare Luca Gargano, lo stregone genovese di Velier. Che per lanciare i primi rum invecchiati prodotti da Hampden Estate e distribuiti appunto da Velier e Maison du Whisky ha pensato (bene) di aprire qualche bottigliuccia da nulla della sua collezione. Noi si era lì, nel posto giusto al momento giusto, per una di quelle congiunture astrali che ti farebbero quasi credere all’oroscopo. Questo è il resoconto più o meno puntuale di che cosa abbiamo assaggiato quella sera in cui avevamo tutti Saturno in congiunzione coi Caraibi, a partire dall’Harewood, il rum più vecchio al mondo.

tutte le foto sono di Velier

HAREWOOD 1780 (Barbados, 69°)

Ci sono rum da spiaggia, da discoteca, da caminetto. E poi ci sono rarissimi rum da museo, come questo. Al mondo non ne esistono di più vecchi, è la Stele di Rosetta dei distillati di canna. E come ogni reperto archeologico è prezioso (secondo Sukhinder Singh di whiskyexchange.com oggi vale almeno 50mila sterline a bottiglia) e va maneggiato con cura. Quindi prima di cominciare a flirtare col bicchiere, è buona creanza fare almeno le presentazioni. Il rum fu distillato nelle Barbados nel 1780, l’anno in cui il grande uragano nei Caraibi fece 22mila morti. Nel frattempo, con grande pragmatismo, Henry Lascelles, conte di Harewood, spediva i suoi barili in Inghilterra. Le oltre duecento bottiglie ottenute finirono nelle cantine della Harewood House, vicino a Leeds. Fra una caccia alla volpe e una partita di schiavi da rivendere, il tempo per sorseggiarlo era poco e i nobili non si avventarono su quelle bottiglie con troppa foga. Poi, il rum passò di moda e pian piano tutti le dimenticarono. Fino al 2011, quando l’ultimo erede le ritrovò durante un inventario un po’ come quando sul fondo dei cassetti rispuntano quelle t-shirt che pensavamo di aver perso in vacanza. Erano totalmente incrostate di ragnatele e polvere, ma i registri (e le analisi di Christie’s) non mentono mai: erano rum (alcuni light e alcuni dark) del 1780. Scoperto il tesoro, i conti hanno messo all’asta le 28 bottiglie superstiti e destinato il ricavato a una fondazione di Charity caraibica, riequilibrando il karma di secoli di colonialismo. Bel gesto. L’ultimo lotto di 16 pezzi è stato venduto nel 2014 a 8.482 sterline la bottiglia, penny più penny meno. Quattro sono finite nella ciclopica collezione di Luca Gargano. Una di queste, di rum chiaro, è la venerabile signora di cui si sta parlando. Che ci perdonerà per averne indelicatamente rivelato l’età.

Ora, con gli spiriti così nobili si è sempre in soggezione. Ogni gesto è ponderato, il bicchiere sembra fragile come un Uovo Fabergé e anche sul panel di degustatori più caciarone cala un silenzio irreale. Ci si prepara come penitenti a sniffare la polvere dei secoli, la sacra aria stantia delle cripte e delle biblioteche. Poi arriva il rum. Ed è come se il defunto arrivasse al suo funerale per dire a tutti di star su col morale, che non è mica morto nessuno.

Di uno scintillante color oro, non ha per nulla l’aria del rudere liquido plurisecolare. A pensarci bene è naturale: quel rum ha passato 236 anni in bottiglia, ma non più di 18-24 mesi in botte. Logico dunque che sia ancora chiaro. Quel che sfida la fisica e la chimica è invece la freschezza, che ti soffia in faccia dal bicchiere. Al naso si apre con esteri fini ma vibranti, succo di ananas, banana, una suggestione di aceto di mele. E cambia, si sgranchisce, riprende dimestichezza con l’atmosfera per troppo tempo proibita dalla gabbia di vetro e sughero. La parte vegetale, come di fieno, è inebriante. È la canna da zucchero al suo più alto grado di purezza, prima della modernità. Note che si trovano ormai solo in certi Clairin atavici di Haiti. Poi gli esteri si assopiscono, fa capolino della noce moscata, un’equilibrata frizzantezza come di gazzosa e dopo un’ora dal bicchiere montano volute di fiori, cera d’api e albicocca. Il fatto è che tutta questa complessità è quasi del tutto primaria: il legno è stato praticamente a guardare mentre il distillato di canna faceva il lavoro. In bocca seconda sorpresa: la potenza. I quasi 70 gradi ci sono ancora e sono magnificamente integrati in un sorso vellutato. Più secco che dolce, la noce moscata è di nuovo la testa di ponte, la polena del vascello pirata. Dietro, a remare, sensazioni di frutta secca (noccioli di pesca) e un curioso tocco sapido che lascia poi la scena a un finale non lunghissimo ma piacevole, “spiritoso” in ogni possibile senso. Di fatto, è come se un adolescente fosse entrato in una camera di crioconservazione. Nulla è cambiato, non una ruga è spuntata da prima della Rivoluzione francese. Non è un rum, è un documento da consultare. Di sicuro la lezione di Storia più piacevole della storia. Leggenda. 95/100

SAINT JAMES 1885 (Martinica, 47°, imbottigliato 1952)

Gargano lo ha scoperto in fondo ai magazzini nel 1991. Prodotto curiosamente da succo di canna “cotto” (una specie di riduzione per renderlo più denso), ha anche rischiato di finire distrutto. Ma per fortuna si è salvato e possiamo raccontarlo.

Mostruosamente oscuro, di un mogano spesso, più caffè turco che Coca Cola. Il caffè è il filo conduttore anche all’olfatto. Polvere di caffè per la precisione. Non c’è certezza su quanto sia stato in botte, pare comunque la bellezza di 67. Forse qualcuno meno, ma il legno ha conquistato senza pietà il suo spazio vitale come nemmeno a Risiko con la Kamchatka.

È tostato, note di prugne secche e cacao amaro, a cui si affianca un evidente tocco più acido, fra il rancio e l’aceto balsamico. Col passare dei minuti anche tamarindo. Ecco, qui si sente il tempo, che ne smussa anche il grado alcolico. In bocca l’antichità ti si appiccica alle gengive: liquirizia, cioccolato fondente, tannini piccanti e retrogusto amaro di caramello bruciato. Rimane il guizzo acidulo, che però viene trascinato via da un finale coerente di fondi di caffè, cioccolato al peperoncino e spezie.

Nessuno chiede a Sean Connery di recitare la parte del bimbominkia, quindi non chiedete la beverinità a questo ponderoso colosso oscuro. Vetusto. 90/100

Ardbeg ‘Grooves’ (2018, OB, 46%)

È quel momento dell’anno in cui l’afa inizia a inumidire la nostra volontà; in cui gli studenti dei licei preparano uova e farina per l’ultimo giorno, fregandosene dell’ultima interrogazione, ché tanto ormai il destino è segnato; in cui le ragazze indossano pantaloncini sempre più corti, e la freschezza delle gambe stordisce i passanti; in cui le prime sirene di calciomercato iniziano a occupare le testate nazionali, e già si attende la prima pantera avvistata in Abruzzo; in cui i supermercati sparano aria condizionata a cannone costringendoti a tenere in macchina un maglioncino leggero, ma il mal di gola è lì, dietro il banco della frutta; in cui il banco della frutta inizia a rivolgere agli avventori aromi suadenti, di pesche succose e albicocche dorate; insomma, è quel momento dell’anno in cui Ardbeg rilascia la sua edizione limitata annuale. Quest’anno tocca al “Grooves“, con una storiella di marketing basata sulla Summer of Love, Peat ‘n’ Love, hippy… di cui onestamente ci sfugge la ragione – ma è colpa nostra!, è che leggere certi comunicati stampa ci fa così fatica… Si tratta del solito NAS (whisky senza età dichiarata), invecchiato – pare – in barili ex-vino (quale vino? boh) pesantemente abbrustoliti all’interno, per rendere il legno molto attivo, e pretende di essere un’edizione limitata, che però casualmente si troverà stabile sugli scaffali fino all’anno venturo, almeno. Storiella entusiasmante, vero?, e che neppure il sito ufficiale si disturba a spiegare molto di più (parla solo di “our grooviest casks”, fate voi). L’abbiamo assaggiato all’Ardbeg Day di sabato scorso, ne abbiamo prelevato un campione e riassaggiato con calma a casa: eccolo.

N: molto aromatico, aperto e piacevole – ha evidente una nota di freschezza agrumata (lime e cedro), ma a farla da padrona è una fitta coltre di sensazioni zuccherine, caramellate e bruciacchiate (zucchero di canna, dolcetti con miele e cannella; e come dimenticarsi una mela rossa caramellata?; brioche industriale con zucchero e mele, se avete presente la Melizia dell’autogrill…). Ah, ma non ci possiamo certo dimenticare l’isola: una torba fumosa, intensa anche se non devastante, e poi un’aria di mare, iodata, davvero molto piacevole.

P: in attacco ripropone subito con convinzione il binomio zucchero bruciacchiato / torba catramosa, qui con catramatura crescente (un senso di copertone bruciato – come dite, “avete mai assaggiato un copertone bruciato?” Fatevi i fatti vostri, impertinenti, noi mangiamo quel che ci pare); il sorso conserva una certa agilità, grazie anche qui a note agrumate e sapide davvero sugli scudi. Ma la sorpresa è dietro l’angolo: proprio mentre ci si aspetta il passaggio dalla compattezza all’esplosività, quest’Ardbeg sembra quasi svanire, anzitutto a livello tattile – si fa infatti velocemente ‘acquoso’, e si avvia rapidamente verso…

F: …un epilogo di dolcezza un po’ indefinita, semplice e non proprio entusiasmante. Ancora copertone bruciato e sale, questi sì molto persistenti.

Come l’anno scorsooooo… e come l’anno primaaaa…. ci troviamo a commentare un prodotto più che dignitoso, onesto anche se un po’ spinto verso la dolcezza – e d’altro canto, l’uso spinto dei legni non può che portare a questi risultati, e va bene così. Resta il consueto imbarazzo nella valutazione: accettabile in assoluto, piacerà moltissimo ai neofiti, non potrà invece soddisfare appieno palati più educati – e pure, costa 125€. 85/100 dunque, ma resta il fatto che con la stessa cifra ci compriamo tre Ardbeg Ten, due Corryvreckan, due Uigeadail – o uno Uigeadail e un Corryvreckan, insomma dai, ci siamo capiti.

Sottofondo musicale consigliato: Cream – Sunshine of your love.