Lost in Caol Ila: una sessione di quattro

Ogni giorno, quando apriamo il mobile dei sample per cercare ispirazione, ce n’è un mucchietto che ci guarda sconsolato, triste, gemendo e chiedendo pietà. Noi lo abbiamo sempre ignorato, perché – lo sapete anche voi – questi sample sono dei viziati, frignano frignano continuamente e compito di un buon blogger, nelle sue funzioni di educatore, è di non assecondarne troppo i capricci. Oggi però, sentito il composto silenzio che giungeva dalle retrovie, abbiamo deciso di essere magnanimi e optare per un premio: abbiamo tirato fuori un gruppo di quattro Caol Ila, tra i 5 e i 13 anni, di quattro imbottigliatori indipendenti diversi, e ce li beviamo, adesso, davanti a voi, senza vergogna. Come di consueto in questi casi, si va di impressioni, di sentenze, lasciamo in bozza le noiose recensioni lunghe.

Caol Ila 5 yo (2008/2014, Hepburn’s Choice, 46%)

Un concentrato di mare e di torba, sbattuto in faccia per quel che è: un concentrato di mare e di torba. Evidente la nuda gioventù, con lieviti ed agrumi, e note erbacee e di alga. In bocca è salatissimo! Per i duri e puri: 85/100.

Caol Ila 10 yo (1995, Douglas Laing’s Provenance, 46%)

Al naso si presenta molto trattenuto, timido, e al tempo stesso morbido e invitante, con crema pasticciera e una leggera marinità. Al palato perde la dolcezza, rimane solo un erbaceo zuccherino, un po’ slegato e amaricante. 75/100.

Caol Ila 11 yo (1996/2008, Hart Brothers, 46%)

Ancora leggermente diverso: la torba è più inorganica, da tubo di scappamento, e al palato diventa anche più dolce grazie a un maggiore apporto del barile (crema, vaniglia). Oleoso. Formaggio. Poca marinità, poco agrume – anche se in crescita costante. 86/100.

Caol Ila 13 yo (1990/2003, Gordon & MacPhail, 58,2%)

Il Caol Ila più completo del lotto. Pieno e saporito, di certo qui la gradazione aiuta; ottimo equilibrio tra marinità, torba forte e contributo della botte – cremoso, oleoso (proprio olio d’oliva), con vaniglia, clorofilla, forse una banana giovane, non verde, non troppo matura. Banana, insomma, dai. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quentin40 – Giovane1.

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Roma Whisky Festival: due chiacchiere con Pino Perrone

Quest’anno gli eventi ci hanno costretto a restare lontani da Roma proprio nel weekend del Whisky Festival: da bravi letterati conosciamo Emma Bovary e le storture che giungono quando sovrapponi la vita letta a quella vissuta, e dunque non speriamo con questo post di rivivere ex-post la kermesse capitolina. Almeno svolgiamo la nostra funzione di scribacchini, però, e chiediamo un resoconto al suo miglior testimonial: il Professor Pino Perrone. Ne condensiamo la loquela in una sintetica intervista: lo facciamo solo perché non siamo riusciti a registrare la telefonata e siamo costretti a divinare gli enigmatici appunti presi durante la chiacchierata.

Pino, andiamo subito al dunque: com’è andata?

Sulla carta sembrava che gli elementi fossero coalizzati per metterci i bastoni tra le ruote: le elezioni nazionali, innanzitutto, che alla fine si sono rivelate molto partecipate e che hanno da un lato richiamato al paesello natio i fuorisede delle università romane, dall’altro dissuaso molti non romani a venire; gli agenti atmosferici, che hanno portato neve in tutta Europa costringendo diversi ospiti internazionali a rimanere bloccati tra Londra e Edinburgo, e che hanno bloccato trasporti e spedizioni, facendoci rischiare di non ricevere per tempo il nostro imbottigliamento (e anzi, grazie a Diego Malaspina di Whiskyitaly per essersi fatto la trasferta in macchina a riempirsi l’auto di cartoni); il diluvio universale del sabato pomeriggio; la coincidenza di Napoli-Roma e Lazio-Juventus, lo stesso sabato… E insomma, posto che le avversità non sono state poche, è stato un vero successo, e lo dice un numero su tutti: siamo arrivati a 4300 presenze, crescendo del 15% rispetto alla scorsa edizione! Le aziende presenti sono rimaste molto soddisfatte dalla reazione del pubblico, non possiamo che esserlo anche noi.

Quali sono stati i punti di forza di questo Festival, e poi: come mai siete passati alla nuova denominazione, da Spirit of Scotland a RWF?

Rispondo innanzitutto da quest’ultima questione: i whiskey irlandesi e americani sono sempre più protagonisti della rinascita del nostro distillato, soprattutto dietro ai banchi dei cocktail bar, e dunque sarebbe stato francamente riduttivo e un poco stridente restare imbrigliati nel nome SOS. Pur mantenendo la dicitura Roma Whisky Festival by Spirit of Scotland, abbiamo voluto slegarci dal riferimento alla Scozia, e al contempo darci un respiro più internazionale, più prestigioso, più autorevole. E dunque, senz’altro i whisky esteri sono stati grandi protagonisti: americani e irlandesi, come dicevamo, ma anche gli ormai celebri giapponesi… A tal proposito, la masterclass su Ichiro (di livello altissimo!) ha ricevuto meno adesioni di quella sul range base di Nikka: questa è la dimostrazione di un grande interesse, ma testimonia anche come a Roma ci sia ancora una fascinazione non strettamente legata alla qualità assoluta del prodotto, fatto che ci fa capire che il percorso intrapreso è quello giusto e che ci sono ancora tante prospettive di crescita, anche culturale. D’altro canto, il collector’s corner gestito da un raggiante Gaddoni ha riscosso un grande successo, quindi vuol dire che anche qui il pubblico inizia a richiedere qualità, imbottigliamenti rari, da collezione…

A proposito di Masterclass: ce n’erano di veramente interessanti, una su tutte quella di Diageo in cui è stato aperto addirittura un Brora! Un bilancio su questo aspetto?

Tieni conto che sul ventaglio di masterclass presenti, ben sei erano gratuite! Sono state un po’ ondivaghe, a dir la verità: alcune sono andate sold-out rapidamente, come quella di Diageo per cui ancora rosicate (ma siate sereni: era buono, ma non il migliore Brora di sempre), oppure quella di Glenfarclas, in cui abbiamo aperto un 21 e un 30 anni ‘normali’ affiancati a due Family cask della stessa età. Bene anche Bushmill’s, molto bene Nikka, come dicevo, anche grazie al prestigio di un relatore come Salvatore Mannino. Altre non sono state così popolate, come quella – peraltro molto interessante – sui single malt alla base di Ballantine’s…

Pino con sguardo malizioso sembra dirci che le dimensioni contano (foto da zero.eu)

Il format è migliorabile, secondo te? Alcuni hanno puntato il dito contro la presenza importante della miscelazione…

Questo punto secondo me è proprio sbagliato. La miscelazione di alta qualità è fondamentale in una fiera del genere, innanzitutto perché sono le stesse aziende a chiedercela, dato che costituisce un grimaldello eccezionale per arrivare a nuovi consumatori con più leggerezza. Per noi è importante, anche per svecchiare l’immagine del whisky presso un pubblico meno esperto, e i bar presenti hanno riscosso un successo evidente. In futuro non credo rinunceremo a questo aspetto… Piuttosto, possiamo migliorare il lato del food, e senz’altro l’anno venturo cercheremo di ampliare l’offerta portando più alternative a disposizione del cliente, soprattutto per quel che riguarda lo street food. Servirebbero spazi più ampi, certo, e la location del Salone delle Fontane, pur essendo splendida, comincia ad andare stretto alle nostre esigenze; ma non è detto che qualcosa non possa accadere anche in questo senso – come si suol dire, stay tuned. L’anno venturo puntiamo anche a un ulteriore aumento degli espositori, per cercare di coprire l’intero mondo del whisky, sia scozzese che non.

Prima accennavi all’imbottigliamento del festival, una tua selezione: un Kilchoman di 6 anni e mezzo in bourbon, da te ribattezzato “caos calmo”. Noi te ne abbiamo ordinata una bottiglia, oltretutto firmata dal grande Taneli (per i barbari tra voi che non lo conoscono, ha inciso con gli Impaled Nazarene capolavori come Finland Suomi Perkele): vuoi dirci qualcosa?

Ne ho scritto sul blog del festival, che purtroppo in questo momento è offline per dei problemi tecnici: ad ogni modo, è un imbottigliamento splendido!, mi ha ricordato certi Ardbeg degli anni ’70 per l’oleosità del cereale, evidente, raffinatissimo… Al naso appare vicino ad un 100% Islay per la delicatezza della torba, che invece esplode in tutta la sua forza al palato: il distillato è da orzo maltato a Port Ellen, dunque a 50 ppm, ma l’eleganza della distillazione ne ha molto ammorbidito il fumo. Quanto al nome, volevo rendere l’idea di un ossimoro, facendo proprio riferimento alla compresenza di brutalità ed eleganza, e mi è piaciuto farlo con questo riferimento cinematografico (mi sono cassato alcune idee letterarie che forse sarebbero state fin eccessive)… Forse anche per questo copywriting un po’ casuale il Kilchoman ha avuto grande successo, ne abbiamo venduto molto e tutti venivano a chiedere “che ce l’avete un Caos Calmo?”

Senti, abbiamo notato che rispetto al passato hai provato a introdurre Cognac e Armagnac anche a un pubblico di integralisti del malto come quello dei whiskofili: com’è andata?

Questa era una sfida cui tenevo molto, non so dire ancora se possiamo considerarla vinta ma di certo è un tasto su cui andremo avanti a spingere. Non bisogna dimenticare che prima della strage di vitigni portata dall’epidemia di Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento il Cognac era il vero re dei distillati… Abbiamo voluto provare a proporli anche al pubblico degli appassionati di whisky, cercando di superare la tradizionale rivalità che contrappone i due mondi: erano presenti 20 brand tra Cognac e Armagnac divisi su 9 stand, in una sala dedicata ma per nulla isolata, dato che costituiva una tappa obbligatoria per chi partecipava alle masterclass… Alcune tra le cose più interessanti che ho assaggiato erano proprio in questa sala: in particolare c’era un Armagnac del Domaine Laguille veramente splendido. Consiglio a tutti di dare una chance a questo distillato, stupirà anche i più tenaci difensori dell’acquavite di cereale!

Hai menzionato un’imbottigliamento che ti è piaciuto, a questo punto in chiusura devi dirci quali sono stati gli highlights, quali gli assaggi che ti hanno convinto di più.

Allora, d’obbligo il riferimento a questo Armagnac del 1992 di Laguille, spettacolare; ottimo anche un Cognac ‘through the grapevine’ di Francois Voyer, cask #88, molto complesso, così come piacevolissimo era il Vaudon VSOP. Lo Yellow Spot mi ha sorpreso tra gli irlandesi, molto equilibrato, e tra gli americani invece una menzione va senz’altro a Ocean di Jefferson’s, un progetto folle, con le botti che maturano per alcuni anni (!) su una barca, in giro per il mondo… Stando sugli scotch, buonissimo il blend di Diageo, il Collectivum XXVII, e ovviamente di alta qualità il Lagavulin 12 del 2017. Nello Speyside, invece, oltre al Glenfarclas del 1986 (Family Cask #2447), ho apprezzato il single cask di Glenlivet ‘Meiklour’. Insomma, dai, non sono riuscito ad assaggiare tutto ma qualche cosina interessante ve l’ho tirata fuori…

Spirit of Scotland, tra pochissimo

Riceviamo dagli organizzatori la richiesta di dar conto dell’imminente Spirit of Scotland, e siccome agli accrediti gratuiti proprio non sappiamo rinunciare, ecco qui – anche se siamo abbastanza convinti che nessuno dei nostri millemila contatti ne fosse all’oscuro… Anche quest’anno noi ci godremo la sortita romana dispersi tra il pubblico, e dunque coglieremo l’occasione di assaggiare qualcosa e di scambiare chiacchiere con i soliti noti, primo tra tutti – ovviamente – l’amico Professor Pino Perrone, uomo nato lo stesso giorno di Goethe. A giudicare dal comunicato stampa, l’attenzione verso la miscelazione sembra essere cresciuta ancor di più rispetto all’anno scorso, prendendosi praticamente tutto lo spazio – è il mercato, bellezza, noi supportiamo tutto quel che serve a diffondere il verbo e nel dubbio ci beviamo un Rob Roy.

Roma, 4 e 5 marzo 2017
c/o Salone delle Fontane all’Eur
(Via Ciro il Grande, 10)

Sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival: appuntamento per appassionati, neofiti e professionisti del whisky con eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet e tanto altro

Si tiene a Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo 2017, presso il Salone delle Fontane all’Eur (via Ciro il Grande, 10) la sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, il più importante festival di settore italiano. Programma completo al link www.spiritofscotland.it

locandina-spirit-of-scotland-rome-whisky-festival-2017-1Imperdibile appuntamento per tutti coloro che vivono il mondo del whisky, Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è un evento ricco di eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati ad esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. Il tutto con la direzione artistica di Andrea Fofi, affiancato dai due whisky consultants, Pino Perrone e la scozzese Rachel Rennie. La scorsa edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival ha attratto oltre 4mila visitatori, appassionati e neofiti e riunito operatori ed esperti nazionali e internazionali, con oltre 200 brand presenti, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 guests internazionali del settore presenti.

La sesta edizione 2017 presenterà masterclass di brand quali Isla of Jura, Dalmore e Wemyss Malt. Tra gli ospiti del mondo della miscelazione, che terranno un seminario, figurano Erick Lorincz, Head Bartender dell’American bar del Savoy Hotel di Londra; Filippo Sisti, barman di Carlo Cracco e bartender internazionale; Fabio Bacchi, bartender, bar manager e fondatore ed editore del magazine specialistico BarTales e i bartenders dell’Oriole cocktail Bar di Londra, capitanato da Luca Cinalli e Gabriele Manfredi. Altro seminario previsto, Mezcal Vs Whiskey(y), che vedrà in una sorta di scontro a quattro rispettivamente Roberto Artusio e Cristian Bugiada dell’Agaveria La Punta da una parte e Antonio Parlapiano del Jerry Thomas e Pino Perrone, whisky consulting del Festival dall’altra. All’interno del Festival nella giornata di sabato 4 marzo si terrà la Balan & Partners Mixology Contest, torneo ad eliminazione diretta in cui 8 bartender selezionati da una Giuria di eccezione, tra coloro che avranno inviato la propria candidatura, si contenderanno il titolo a suon di cocktails. Gli 8 bartender si sfideranno proponendo delle preparazioni realizzate utilizzando distillati presenti a Portafoglio Balan combinandoli con ingredienti di loro gradimento. Primo Premio di mille euro al primo classificato.

pino-perroneTra i cocktail bar dell’area mixology che presenzieranno: Jerry Thomas Project; Argot; Freni & Frizioni; Madeleine; Propaganda e Litro. All’interno del salone sarà allestito uno spazio dedicato alle bottiglie vintage e rare portate da un collezionista e amatore del settore che ha lavorato anche a Londra per Whisky Auction. In occasione del Festival verrà presentato come ogni anno il nuovo imbottigliamento ufficiale in serie limitata, di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, che sarà naturalmente in vendita presso lo shop. Non solo drink al festival: è prevista anche un’area gourmet e degli abbinamenti con il whisky, dalle ostriche al salmone scozzese, dal cioccolato all’haggis, con la ricostruzione di un vero e proprio pub in stile scozzese con tanto di spine. Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival nasce nel 2012 grazie alla passione per gli eventi di uno dei due fondatori, Andrea Fofi e per quella del whisky da parte dell’altra, Rachel Rennie ma soprattutto per la mancanza a Roma di un evento sul mondo del distillato. Oggi la compagine è allargata con l’arrivo di Pino Perrone, Emiliano Capobianco e Andrea Franco e la manifestazione è cresciuta in modo esponenziale, al punto tale da poter essere annoverata tra i Festival internazionali di maggior rilievo.

La sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è realizzata grazie alle partnership di: Visit Scotland (Ente del Turismo Scozzese) – Partner Istituzionali Italia / Scozia; Italian Chamber of Commerce for UK – Partner Istituzionale; Glencairn Glass – Glass Official Partner; Tiuk Travel – Travel Agency Partner.

Biglietto:
Intero: 10 euro – da diritto al bicchiere serigrafato del Festival, alla racchetta porta bicchiere e alla Guida
Ridotto: 7 euro – per accompagnatori che non bevono o per i bambini sopra i 12 anni e non prevede le upgrades del biglietto intero.
Le degustazioni saranno a pagamento e il sistema sarà quello dei gettoni del valore di 1 euro ciascuno. Il prezzo di ciascuna degustazione sarà a discrezione di ciascun espositore.

Per informazioni:
www.spiritofscotland.it
info@spiritofscotland.it
tel. 06 50081251

 

Aberlour Antique (circa 2000, OB, 43%)

Ormai chi ci legge sa che Aberlour è una delle distillerie dello Speyside che maggiormente apprezziamo per la sua costanza nel tempo, per la qualità media, sempre alta, dei suoi imbottigliamenti, per la generale solidità del distillato – e cortesemente non veniteci a dire che questa è una sinestesia, eh! Ad ogni modo: Pino Perrone, indiscusso guru del whisky ed enciclopedia ambulante, sacerdote del tempio romano di Whisky & Co, grande appassionato di musica, collezionista bibliofilo e amministratore delegato del suo cane Octomore, dicevamo: Pino Perrone ci ha omaggiato, ormai più d’un anno fa, di un sample di Aberlour “Antique”, un NAS messo sul mercato dei duty free a inizio 2000. Noi, ringraziando Pino, mettiamo naso e fauci sul bicchiere.

ablob-non4N: un dram double face, che unisce un bel lato sfacciatamente beverino e succoso a qualcosa di più profondo ed elegante. Spieghiamoci: da una parte infatti abbiamo invitanti pesche mature, marmellata alle fragole, mele rosse e più in generale una sensazione di zucchero e noccioline caramellate che avercene; e ancora confetto, miele, pasta di mandorle. D’altra parte tuttavia sembra tener fede al suo nome – Antique – regalando note di fichi e datteri secchi, vecchia carta (ma senza un briciolo di senso di umidità), spezie profumate (avete mai annusato la carta aromatica d’Eritrea?). Levigato e classy.

P: dopo un naso così carico, le aspettative sono alte. Da subito si ripropone quella sensazione fruttata molto facile a base di pesche, mele e frutta rossa unitamente a una bella nota di cereale. Rispetto al naso però emergono nuove suggestioni, con tanto legno tostato, cioccolato fondente e frutta secca. Tè in infusione.

F: ancora tanto legno e quei mieli un po’ amari. Abbastanza lungo.

Partiamo dal voto, 86/100, per un whisky magnificamente ‘normale’ (di quelli che, come diciamo noi, “sanno di whisky”), mai tentato dalle chimere dell’avanguardia più sperticata, privo di guizzi ma soprattutto privo di difetti: insomma, un whisky ben radicato nella tradizione di casa, un malto fatto come solo Aberlour sa forgiarli, oggi come ieri. Sapevamo già con la serie degli a’bunadh che la distilleria ci sa fare anche con i NAS, ma ci piace averne ulteriore conferma con questo imbottigliamento di una quindicina d’anni fa. Daje.

Sottofondo musicale consigliato: Marijata – I walk alone.

Highland Park 18 yo (1996/2015, Malts of Scotland per Spirit of Scotland, 56,8%)

Oggi torniamo indietro nel tempo, ma solo di qualche settimana: magicamente ci ritroviamo all’Eur, nelle sale dello Spirit of Scotland… Assaggiamo due tra gli imbottigliamenti ‘nuovi’ più apprezzati dal pubblico durante la kermesse romana, entrambi due Highland Park: per primato d’ospitalità, si inizia con il ‘padrone di casa’, ovvero un single cask (#MoS 15004) imbottigliato dall’imbottigliatore tedesco Malts of Scotland (di cui già avevamo conosciuto qualche chicca) per lo stesso festival romano. Sospettiamo ci sia lo zampino di Max Righi, dato che è lui che importa per l’Italia i prodotti di MoS e che, grazie al tempio Whisky&Co, ha messo più d’una radice nell’Urbe…

Schermata 2015-04-27 alle 14.48.05N: mostruosamente ben strutturato e con un’evoluzione che ne rivela a poco a poco la complessità. Il primo impatto è magnificamente costiero, con note di salamoia, di arbusti verdi, di erica; poi di torba vegetale, con un velo di fumo, crescente col tempo; e soprattutto rimane costante una nota incantevole di burro fresco. Pian piano, poi, si abbatte sui nostri sensi un’altrettanto poderosa ondata zuccherina, dal marzapane (e che marzapane!) alla confettura d’agrume, fino all’albicocca e al miele, il tutto integratissimo col resto e perfettamente bilanciato. Vaniglia, cioccolato bianco. Top. Ma a riannusarlo ancora c’è banana verde, poi una cosa tropicale, poi quasi zucchero filato…

P: boom! All’inizio l’attacco esplosivo – ma elegante al contempo – pare sancire la prevalenza di un carattere orgogliosamente orientato al distillato, con una torba dura, un’indomita brezza costiera e minerale, con anche un pit di cera; anzi, notiamo anche un fil di fumo in aumento. E invece San Gennaro Single Cask fa il miracolo, squadernando pure una batteria di bombette fruttate (c’è chi dice banana, chi cocco, di sicuro albicocca disidratata) A completare lo show, cereali, noce moscata e una spruzzata di pepe. E il limone? Sì, c’è pure lui; solo non si vedono i due liocorni.

F: ancora perfetta armonia tra le complesse identità: cera e torba e fumo (di candela) e marzapane e banana e cereali.

Aspettiamo di assaggiare il secondo HP per fare un commento vagamente strutturato: adesso vogliamo solo annusare il bicchiere vuoto, e nel dramma del rimpianto singhiozziamo un 93/100. Grande Spirit of Scotland, e grande Pino Perrone: quest’anno avete scelto un imbottigliamento con cui ‘vincere facile’!

Sottofondo musicale consigliato: The National – Graceless.

Tutti i percorsi portano a Roma!

Siamo pronti, siamo carichi; anche quest’anno come dei barbari caleremo su Roma per lo Spirit of Scotland, il festival del whisky daa Capitale. Come dodici mesi fa, e come già agli splendidi festival milanesi, Beija Flor ci ha chiesto di preparare dei percorsi di degustazione ad hoc pescando liberamente nel suo portfolio – dei terzetti da proporre poi in mescita  con la formula del “paghi due bevi tre”. Come vedete dall’immagine qui sotto, ci sono percorsi di introduzione alle diverse anime dello scotch, ci sono selezioni di whisky a seconda delle zone di produzione, del tipo di invecchiamento, altri con prodotti di ‘fascia alta’ per i palati più esigenti… Insomma, ce n’è per tutti i gusti!

In ogni caso, terzetti o no, noi saremo al festival: se volete passare per un saluto, una chiacchiera, un dram in compagnia, noi siamo lì!

Schermata 2015-03-06 alle 11.21.44

Littlemill 21 yo (1992/2014, High Spirits for Spirit of Scotland, 48%)

Proseguiamo il nostro filotto di Littlemill, questa volta chiamando in causa un imbottigliamento molto atteso, presentato in anteprima allo Spirit of Scotland di quest’anno: si tratta infatti della seconda bottiglia celebrativa del Festival romano, dopo il Benrinnes del 2013. La selezione è stata affidata anche quest’anno al mattatore Pino Perrone, tra gli organizzatori del SOS, grande connaisseur e grandissimo divulgatore. E qualche goccia dall’alambicco della sua canoscenza, Pino ce la distilla qui, proprio in riferimento alla storia di questo imbottigliamento. Noi, più prosaicamente, ce lo siamo bevuti emanando qua e là grugniti in segno d’apprezzamento.

bottiglia-spiritN: ecco a voi Littlemill, come mamma l’ha fatto: in questo naso si pavoneggia il malto di distilleria (ormai, avendone assaggiati diversi, abbiamo imparato a riconoscere il nocciolo della casa), perché qui c’è veramente un gran concerto di note maltate, erbose, vegetali. Sembra di passeggiare in una distilleria… con in mano una brioche all’albicocca! Burro fresco. E poi ancora scorza d’agrumi (pompelmo, arancia), una lieve vaniglia, un po’ di pasta di mandorla. Anche plumcake, yogurt. Insomma, si possono intercettare tutti aromi molto delicati, per un naso certo molto signorile.

P: un po’ alcolico, tuttavia mantiene quanto di buono proposto al naso, dimostrando tra l’altro grande coerenza. Ancora prevale il malto, col suo portato erbaceo, affiancato in un panorama di discreta intensità, da note di zucchero di canna e suggestioni di una frutta assai contratta (frutta gialla acerba). Resiste l’agrume e spuntano puntine di zenzero candito. Poi, in un attimo, tutto si ripulisce e ci si saluta con un malto pulito pulito…

F: …che domina incontrastato un finale di media lunghezza, con sconfinamenti erbacei, delicatamente tendenti all’amaro.

Arrivati al terzo Littlemill, lo spirito della distilleria ci appare sempre più chiaro, così come chiare ci appaiono le differenze che le singole botti sanno sviluppare nel tempo: qui, si tratta di un malto veramente ‘nudo’, sobrio e composto, ma non dimentico di quelle note fruttate, mai sfacciate, che sanno far godere gli appassionati. Noi appassionati siamo e dunque apprezziamo: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom ZeO Amor é Velho.

Springbank 15 yo (anni ’70/’80, ‘pear shape’, 46%)

Roma, Roma, Romaaaa… No, per quanto Gervinho ci abbia sedotti con la sua fronte ammaliante, per quanto a ogni sgroppata di Maicon ci prenda il magone, e per quanto al fantacalcio le sorti di uno di noi dipendano da Ljiajc e Destro, non siamo diventati tifosi della Maggica: è che tra poco più d’un mese torna lo Spirit of Scotland, il festival del whisky di Roma. Noi naturalmente ci saremo (che domande sono?, è ovvio! nelle prossime settimane vi sveleremo quel che bolle in pentola…), anche perché dobbiamo abbracciare, baciare e spupazzare Pino Perrone, uno degli organizzatori del festival nonché proprietario dell’Emporio del Gusto. E perché mai? Beh, perché al nostro ultimo incontro ci ha omaggiato di una chicca… Uno Springbank 15 di fine anni ’70 / inizio ’80, di quelli nella bottiglia ‘a pera’: tempo fa avevamo assaggiato, grazie alla Betty, il 21 anni della stessa serie, vediamo come se la cava il fratellino minore.

Schermata 2014-02-07 alle 20.23.00N: apertissimo e veramente, veramente intenso e generoso: non è aperto, è spalancato! Si viene letteralmente travolti da un orgasmico tripudio di frutta varia e intensissima (mela, una pera fresca e matura, davvero da panico; frutta gialla). Sul serio, l’intensità è tale che quasi ogni suggestione pare centrare il bersaglio: anche tropicana à gogo, da ananas a maracuja, a cocco… Poi un che di cremoso, non invadente (crema alle pere); un po’ di agrume maturo, ma non è l’unico trademark di casa: c’è infatti poi una intensa nota di cera che aggiunge una sfaccettatura di austera complessità, integrandosi meravigliosamente con la dolcezza fruttata di prima. Se diciamo “candela aromatizzata alla fragola” si offende qualcuno? Molto complesso; sicuramente alcuni potrebbero riscontrarvi una punta minerale, e più in generale con note maltate superbe; forse anche erbe aromatiche da cucina. 

P: attacca ancora orgogliosamente esuberante con note fruttate tropicali (maracuja) e agrumate (arancia), queste in crescita netta rispetto al naso. Poi tende a ‘normalizzarsi’, indugiando in note sfuggenti, delicate ma piacevoli, di malto, di cereali, di muesli, che regalano punte amarognole, minerali ed erbacee al contempo. E infine il cerchio si chiude, ancora su frutta cremosa (pera!) e…

F: … si ripercuote al finale con anche una preziosissima nota fumosa, come di camino spento, affogata in chili di chicchi di malto. Ancora cocco, frutta.

Se dovessimo sparare un hashtag al volo (ma perché mai?), sarebbe #senzadifetti. Oppure #nasodacento? Bah, non sappiamo, in fondo pare un esercizio di stile (e d’uno stile discutibile, pure) quanto meno sterile… Di certo c’è che questo whisky ci ha fatto impazzire: straordinaria intensità di aromi al naso, veramente privo di difetti e semplicemente ammirevole: il palato ci riporta sulla terra, in qualche modo, restando fantastico ma senza raggiungere le vette assolute dell’olfattiva. Il nostro giudizio sarà un epicureo 92/100. Grazie, Pino, che regalo!

Sottofondo musicale consigliato: Blixa Bargeld & Teho TehardoCome up and see me.

Chichibu ‘Chibidaru single cask’ (2009/2012, OB for La Maison du Whisky, cask #286, 61,9%)

Un tipo molto Akuto, foto dal blog Nonjatta

Un tipo molto Akuto, foto dal blog Nonjatta

Come accennato qualche giorno fa, la defunta distilleria Hanyu ha una giovane erede, ovvero Chichibu: vi consigliamo la lettura di questo breve reportage del blog Nonjatta, prezioso strumento quando si tratta di whisky e Giappone. La Chichibu è attiva dal 2008, e – oltre alla consueta, maniacale attenzione per materie prime e strumenti tecnici – pare che il clima della regione di Saitama, a nord ovest di Tokyo, sia particolarmente propizio per la maturazione del whisky: tant’è che malti pure così giovani (al massimo 4 anni) riescono ad avere una personalità notevole, si dice. E beh, assaggiamo e vediamo se è vero: oggi eccoci alle prese con un single cask imbottigliato per La Maison du Whisky, con la particolarità che si tratta di una botte piccola (tipo quarter cask), ovvero ‘Chibidaru’; lo assaggiamo per gentile concessione di Pino Perrone, che ha portato questa bottiglia come graditissimo omaggio alla degustazione di due settimane fa.

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N: onestamente non abbiamo annusato spesso malti così giovani, e quando l’abbiamo fatto, beh, la gioventù ‘estrema’ era bella presente e vibrante; qui probabilmente, ad annusare blind, non sapremmo riconoscere l’età. La gradazione non rovina affatto l’esperienza: si apre man mano un bouquet fruttato e cremosissimo (budino alla vaniglia!!!, poi albicocche sciroppate, ma anche un senso più ampio di ‘macedonia’ estiva), con crescenti note di pesca e pasta di mandorle. Notevolissimo, con punte perfino floreali e di toffee; suggestioni sempre più nitide tra l’agrumato e il minerale, riassumibili con “scorza d’arancia” (davvero nitida!). Crema alla nocciola, e a tratti anche punte speziate e balsamiche/mentolate. Con acqua, la scorza d’agrume si fa più nitida (anche limone), cresce ancora la cremosità; si distinguono tracce di zenzero e aumenta molto una sensazione di legna appena tagliata. Un naso fresco e splendido.

P: impressionante! Attacco intensissimo, vere fiammate di sapore; coerente col naso, alterna in primo piano albicocca e crema di vaniglia, con di volta in volta escursioni verso pesche, note tropicali, pasta di mandorle. Mele gialle mature. Eccellente. Punte di canditi (agrumi) e lievi fiammatine mentolate. Dolce, nocciola, cioccolato al latte. L’acqua tende ad appiattire un po’, aumentando suggestioni di limone zuccherato e zenzero.

F: mele gialle, intensissime, e vaniglia. Non lunghissimo e con punte lievemente erbacee (tipo tisane balsamiche lasciate in infusione a lungo).

Andrea e Pino

Andrea e Pino

Una vera sorpresa: fresco e fiammeggiante, gode di un naso veramente incantevole. L’acqua curiosamente tende ad appiattire un poco, soprattutto al palato (che se si fosse ‘aperto’ ulteriormente – a nostro gusto – avrebbe portato questo malto a livelli di eccellenza assoluta), ma non si può star troppo a sottilizzare davanti a un whisky così buono ad un’età così bassa. Chapeau a Ichiro Akuto, appassionato boss della Chichibu, e kudos a Pino; lunedì chiudiamo le nostre japanese sessions con la versione torbata di Chichibu, ma per ora a questo “chibidaru” assegneremo un pieno 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Don CaballeroStupid Puma.

Clynelish 12 yo (1998, Hart Brothers per “Tre Archi”, 46%)

Pino Perrone!

Pino Perrone!

Oggi è l’International Whisky Day (ne parlano, tra gli altri, Serge qui e Andrea qui), in memoria del grande Micheal Jackson. Serge celebra con sette Macallan tra il 1940 e il 1958; possiamo sottrarci a una sfida? Sì, decisamente, perderemmo; quindi proseguiamo buonini buonini con lo sfoltimento dei nostri sample, e assaggiamo un giovane Clynelish imbottigliato da Hart Brothers per Tre Archi, un distributore italiano del novarese. Distillato nel 1998 e invecchiato per dodici anni nella botte #16357, questo Clynelish è ridotto a 46% e – a nostro gusto – ha un’etichetta molto bella. Non possiamo che ringraziare per questo assaggio (e non solo) il gentilissimo Pino Perrone, appassionato gestore dell’Emporio del Gusto di Roma e tra gli organizzatori dello Spirit of Scotland.

fotoN: oltre a note di cera e salamoia (caratteri ‘minerali’ tipici della distilleria), c’è subito una leggerissima nota quasi di ‘dado’ che sulle prime ci sorprende, ma che – va detto – svanisce dopo pochi istanti d’aria; ce la siamo sognata? Buon impatto, con una delicata e deliziosa ‘dolcezza’: succo di limone, vaniglia, panna cotta… Poi pasta di mandorle e note fruttate (uva bianca, banana ancora un po’ indietro). Si sente l’aroma di malto, oltre a un che di vegetale (erba fresca, ma anche anice) che pare svelare ulteriormente la giovane età e la ‘pulizia’ di una maturazione certo poco invasiva. Semplice ma fresco e gradevole. Dopo un po’, pare di scorgere anche una lievissima affumicatura.

P: cera, cera, cera! Molto oleoso, in costante dialettica con una dolcezza cremosa molto intensa. Particolare, sembra voler esplodere in frutta gialla e vaniglia ma poi rimane come addomesticato, dominato da note deliziose di marzapane e soprattutto di mela verde; ancora la materia prima si prende il suo spazio, con tracce di orzata che pian piano rivelano note leggermente amare e ancora ‘vegetali’.

F: amarino, vegetale, non lunghissimo ma davvero molto pulito; spiccano una leggera nota affumciata e, soprattutto, una splendida nota di succo di mela che si rivela molto persistente.

Un giovane Clynelish rispettato dalla botte, questa è la sintesi: non è certo molto complesso, ma la giovane età non è affogata dalla botte, che anzi pare molto discreta e mantiene il distillato ‘nudo’, rendendolo però proprio per questo molto interessante. Didattico, in un certo senso, e a chi adora i Clynelish – vi abbiamo già detto che noi… sì, l’abbiamo già detto – non può non far piacere: e infatti, ci piace, e il gioco dei voti si chiude su un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aloe Blacc, con una cover di Femme Fatale dei Velvet Underground.