Feis Ile 2018 Tasting #1 – Whisky Club Italia

IMG_4818Venerdì scorso abbiamo partecipato ad una degustazione davvero imperdibile: grazie a Whisky Club Italia e a Claudio Riva, giunto ormai al suo quindicesimo Feis Ile, abbiamo assaggiato sette imbottigliamenti proprio dal Feis Ile 2018, appena concluso. Qui il resoconto dei primi quattro dram, a domani per gli ultimi tre.

35051311_1924071064277876_1023718125155123200_nIl primo whisky assaggiato, in realtà, era questo Kilkerran di 8 anni, 1020 bottiglie da un paio di Recharred Sherry casks, imbottigliato per l’open day di Glengyle, a Campbeltown – l’evento che precede il festival di Islay.

Kilkerran 8 yo ‘Open Day’ (2018, OB, 58,4%)

Spettacolare. Nonostante un barile così attivo, lo sherry resta delicato, con note fruttate (fragola/lampone e mela rossa), e soprattutto perfettamente integrato con l’anima minerale e costiera (grafite, aria di mare, odore di porto) in evidenza. Eccezionale. Con acqua si apre e si scalda (accanto alla festa di frutta, sviluppa anche note di stalla, di pecora, secondo alcuni). 90/100

Seconda bottiglia aperta: un pezzo grosso del lotto di imbottigliamenti speciali, sua maestà Lagavulin! 18 anni, invecchiato in barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento ed ex-sherry, solo 6000 bottiglie e prezzo in asta già alle stelle.

35247235_1925225954162387_8466141973693071360_nLagavulin 18yo Feis Ile (2018, OB, 53,9%)

Ottimo: naso straripante, grasso (grasso di maiale, ma anche arachidi), piccoli frutti rossi, mela gialla, ostriche molluschi e fumo smoggoso. Borotalco. Il palato è molto più bruciato, se vogliamo più ‘banale’ rispetto al naso. Biscotti al burro. Toffee. Dolcezza marcata, poco mare. Finale bruciatissimo e poco altro. Con acqua esplode l’agrume (arancia), complessivamente migliora un po’, si apre al mentolato, diventa sempre più medicinale. Il solito, eccellente Laga. 89/100

Terzo tempo? No, terzo dram! Ecco l’Eretico: Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich. Miscela degli ultimi 5 barili rimasti dalle distillazioni del 2001, tra cui ex-bourbon ed “ex-french wine” (sic), di fatto è il più vecchio PC mai messo in commercio.

35198999_1926494890702160_6546022525564878848_nPort Charlotte ‘The Heretic’ (2001/2018, OB, 55,9%)

L’apporto delle botti ex-vino è abbastanza evidente (legno, frutti rossi, mirtilli). Torba ‘alta’ e pungente, salamoia, olive nere, una punta cremosa. Note mentolate. Agrume (lime/kumquat). Al palato il legno si sente tanto, poi inchiostro, agrumi e una cremosità veramente hardcore. Sale (ma non mare). A nostro gusto c’è un po’ troppo legno per essere un campionissimo, e pure è un dram molto godibile. 86/100

Non c’è tre senza quattro, si suol dire, no? Stavolta non è l’imbottigliamento per il festival, ritenuto non all’altezza, ma lo splendido 10 anni Cask Strength di Laphroaig. E Claudio se ne intende di Laphroaig, dunque…

35240548_1927903090561340_2836673315999842304_nLaphroaig 10 Cask Strength #10 (2018, OB, 58%)

Un Laph da manuale. Fumo, medicinale, lime, si sente tanto il profumo del cereale torbato dopo il giretto nel kiln. Tanta marinità: alga marcescente, suggerisce Claudio. Il palato esplode sulle stesse note, con una torba intensa e pneumatica (nel senso che sa di copertone!) infinita. Zenzero candito. Si chiude sulla liquirizia. Fumo aggressivo, molto persistente. Delizioso, semplice magari ma quintessenziale. 88/100

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – The Number of The Beast.

 

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Port Charlotte 2007 CC:01 (2016, OB, 57,8%)

Direttamente dalla degustazione “Botte da orbi”, organizzata a novembre dall’amico Corrado nel covo chiamato La Corte dei Miracoli, ecco arrivare una delle ultime bizzarie di casa Bruichladdich: otto anni di invecchiamento esclusivamente in barili ex-cognac – e peraltro, vista la stretta francese sulle denominazioni (a quanto apprendevamo in una visita in distilleria a maggio, non si potrà più dichiarare ex-Sauternes su un’etichetta di whisky, così come già non si poteva scrivere ex-Champagne) chissà se questa indicazione potrà essere vergata in etichetta ancora a lungo…

N: molto espressivo a dispetto della gradazione alta, e molto persuasivo. Il primissimo sentore è senz’altro quello del mare, dell’aria sferzante, dello iodio. Poi un velo di bacon caldo e croccante; ci troviamo anche della mela rossa. Non è però un whisky ‘dolce’ o zuccherino, intendiamoci: paradossalmente appare secco, tagliente. A sfregio di ogni forma di autocontrollo e in barba al pudore, vogliamo svelare la nota che riteniamo essere predominante: il chutney all’arancia. Forse un che di zucchero bruciato, di caramello?, di carruba?, anche se senza mai diventare eccessivo. E la torba? Beh, la torba è industriale, è da tubo di scappamento, da smog. Buono, davvero molto equilibrato.

P: che sorpresa. Il lato agrumato, e di arancia in particolar modo, riesce ad essere predominante pur senza prevaricare: ecco dunque un lato iper zuccherino, vinoso, di arancia caramellata (esiste? sì), di marmellata d’arancia bruciacchiata, di carruba, di castagna bollita. Un sentore di malaga, di zuppa inglese. Poi, il mare: tanto mare, acqua salata, alghe amare. La torba sembra molto ‘organica’, contadina, quasi con note farmy, carica, e pure ancora ‘smoggosa’. Ancora molto buono.

F: lungo, persistente, tutto spalmato su un tappeto di castagne e arancia, con fumo acre e aria di mare.

Whiskyitaly definisce questo whisky ‘provocatorio’, e in effetti non ha tutti i torti: e pure, al contempo, diremmo che la provocazione è riuscita. Non è forse una di quelle bottiglie che ti bevi in una sera, un bicchiere dopo l’altro, perché ha un che di pesante, di molto carico: e pure è anche vario, pare alternare le sue anime ad ogni assaggio. In fin dei conti, ci convince decisamente, e – dobbiamo ammettere i nostri pregiudizi – ci ha proprio stupito: 87/100. Grazie Corrado!

Sottofondo musicale consigliato: Puscifer – The Remedy.

Degustazione “Botte da Orbi” @La Corte dei Miracoli (8.11.2017)

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L’8 novembre 2017 sarà una data da ricordare, perché segna il giorno esatto in cui abbiamo scoperto un nuovo covo di whiskofili a Milano. A due passi dai Navigli, precisamente nella sede dell’associazione culturale La Corte dei Miracoli, il duo di appassionati di whisky composto da Corrado De Rosa e Alessandro Vigorelli Porro, ha infatti da poco iniziato a cimentarsi in serate a tema: beh, degustazioni di whisky, per l’appunto. L’approccio è molto conviviale, a partire dal proposito subito esplicitato di puntare al pareggio di bilancio e arricchire unicamente la bottigliera del locale con le bottiglie (eventualmente) sopravvissute alla serata. Noi abbiamo trovato uno zoccolo duro di amici e frequentatori dell’associazione che si affacciavano curiosi al mondo del distillato di malto. Insomma, un contesto informale dove tutti stavano sullo stesso piano, impegnati a snocciolare suggestioni a tutto spiano sui malti in assaggio, nel frattempo prodigandosi a demolire la credibilità dei prodi relatori, a loro volta all’unisono protesi all’autodemolizione alcolica della propria integrità fisica e morale. “Beh, capolavoro!”, direbbe qualcuno – e così diciamo noi.IMG-20171108-WA0032
Ma si diceva dell’8 novembre: la degustazione Botte da orbi era a tema wood finish, ovvero imbottigliamenti con maturazioni piene o parziali avvenute in botti “anomale” rispetto alla consueta dicotomia ex-bourbon / ex-sherry cask. Di tre whisky su quattro abbiamo steso le nostre note di degustazione in formato ridotto, per venire incontro una volta tanto ai fautori del “piccolo è bello”. Che – diciamocelo – in tempi di sistema-Paese, di globalizzazione e di maxi fusioni tra conglomerate cinesi, non se la passano tanto bene. Eh?

arran cask sauternes finish 2017Arran The Sauternes Cask Finish (2017, OB, 50%): 50 gradi e non sentirli. Dà subito una sensazione di cremosità (torta al limone). Marshmallow e miele. Poi si appalesa la frutta (albicocca, banana) ma anche un poco di legno tostato. In bocca si sente maggiormente l’alcol e purtroppo cresce anche un senso di gioventù, a base di legna fresca. Ancora frutta gialla, banana e vaniglia. Nel finale, ancora legno tostato. Pure troppo, diciamo. Questo Arran ti dà delle gioie nella fasi iniziali e poi via via va smarrendosi, ma si rimane su un dignitoso 82/100.

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Balvenie 14 yo ‘Old Caribbean Cask’ (2015, OB, 43%). E via di mela grattugiata farinosa e molto matura, con un profilo certo dolce ma non eccessivo. Legno di sandalo, mandorle e burro cacao. Ma resiste anche quella bel sentore di malto caldo di Balvenie. In bocca è a suo modo raffinato, con note di pesche, mele e miele. Frutta secca. In generale è tanto dolce, ma si ferma un attimo prima del troppo che stroppia: 84/100.

Teeling-Stout-Cask-Small-BatchTeeling Stout Cask Finish (2017, OB, 46%). Ebbene sì, trattasi di finish in botti che hanno contenuto birra prodotta dal birrificio “200 Fathoms Imperial Stout”. Non vorremmo dare l’idea di essere essere prevenuti, ma è a tratti imbarazzante: olio d’oliva, con note erbacee di foglia d’insalata e molto distillato nudo sugli scudi. Sciacquatura di piatti (alla pera). Caffè. La birra si sente, purtroppo: 74/100.

Il quarto whisky era un Port Charlotte 8 anni ufficiale, anni completamente trascorsi in una botte ex cognac. Ci è sembrato da subito molto interessante e che per questo meritasse un assaggio più meditato; così ce lo siamo portati a casa e prossimamente saremo ben lieti di tornarci. Intanto corre voce che la prossima serata alla Corte dei miracoli sarà dominata dai whisky indiani… Stay tuned!

Sottofondo musicale consigliato: Queen – The Miracle

Port Charlotte ‘Islay Barley’ (2016, OB, 50%)

Quando si parla di Bruichladdich, si parla di una delle distillerie più innovative del panorama dello scotch whisky contemporaneo. Port Charlotte è la versione torbata di Bruichladdich, e oggi assaggiamo uno dei membri stabili del suo core range, cioè “Islay Barley”: come recita orgogliosamente il sito ufficiale, “harvested in September 2008 from the farms at Coull, Kynagarry, Island, Rockside, Starchmill & Sunderland, peated to 40 PPM, then distilled in December of the same year, this is a whisky of flawless provenance. A true Ileach”. Prima di darvi le nostre opinioni sotto forma di parole e numeri, vi ricordiamo l’appuntamento più entusiasmante dell’estate whiskofile: l’11 luglio prossimo, grazie all’intervento di Branca (importatore e distributore italiano del marchio), presso l’Harp Pub Guinness a Milano assisteremo ad una degustazione davvero notevole… Noi ovviamente ci saremo, ci piace pensare che ritroveremo tanti amici di malto

N: la gradazione alcolica non è pervenuta; un cereale molto caldo, tanta salsedine (ma proprio tanta, c’è il mare che scorre in questa bottiglia!) e un senso di bruciato che ci ricorda immediatamente le castagne, il profumo delle caldarroste. Col tempo il lato più ‘dolce’ pare definirsi meglio e variegarsi, soprattutto verso note fruttate: ci pare di sentire, accanto all’agrumato intenso (bam: bergamotto!), una frutta gialla matura, un qualcosa di pienamente tropicale, forse un kiwi gold? C’è pure della banale vaniglia. Dopo un po’, l’acre della torba abbinato al fruttato regala una suggestione di borotalco.

P: esplosivo e pieno, davvero esuberante. C’è una bella fusione di elementi marini (acqua salata, ma anche la fune del porto…) ed elementi ampiamente balsamici (borotalco ancora). Poi si scatena anche una bella dolcezza vanigliata e cremosa (con nette venature agrumate: una crema al limone?), con anche decise note di corn flakes, di fiocchi di cereale. Ci sentiamo di condividere con l’estensore delle note ufficiali la suggestione di pepe.

F: resta a lungo il bruciato, ma complessivamente è una torba decisamente più inorganica (pneumatici, porto inquinato).

Molto buono, pulito e raffinato, di grande eleganza: l’ennesima conferma che Jim McEwan, per gli anni che ha prestato servizio in Bruichladdich, lavorava benissimo. Peccato solo che, in un certo senso, siano altri a raccogliere i frutti di quell’impostazione, ma questo fa parte del magico mistero che è l’industria del whisky. Veramente godibile, con un buon rapporto qualità/prezzo (costa 70/80€): complimenti a Bruichladdich! 87/100, ci vediamo la settimana prossima!

Sottofondo musicale consigliato: Islay – Bruichladdich.

Lochindaal 7 yo (2009/2016, High Spirits, 46%)

Nadi Fiori, aka Freddy Flowers, è uso comprare botti di Port Charlotte, il torbato di Bruichladdich, e noi lo sappiamo bene grazie agli acquisti e imbottigliamenti fatti a sei mani, insieme a Giorgio D’Ambrosio e a Franco DiLillo (ad esempio, questo o questo). Qui, almeno a livello di imbottigliamento per quel che ne sappiamo, fa per conto suo e decide di scrivere in etichetta Lochindaal, perché Lochindaal è il golfo su cui si affacciano i vicini villaggi di Bruichladdich e Port Charlotte. Sarà Bruichladdich? Sarà Port Charlotte? L’etichetta cambia stile rispetto alle ultime selezioni di “High Spirits”, ammicca al passato ma – possiamo dirlo? – graficamente non ci fa proprio impazzire: ma in fondo checcefrega dell’etichetta, noi vogliamo bere, gli sguardi li destiniamo alle fanciulle.

lochindaal-7-y-oN: se potevamo avere dei dubbi sul fatto che si trattasse di Laddie o di Port Charlotte, beh, basta poggiare il naso sul bicchiere per confermare che sì, è proprio Port Charlotte. La prima suggestione, contundente e immersiva, è proprio di aria di mare, di sferzante brezza salata. Davvero uno shock! Anche la torba è molto viva, sporca e ‘chimica’ come il gasolio. Affianco si agita un lato fruttato bardato di cedro candito (e in generale di agrumi canditi, non sottilizziamo), di banana verde; un che di vaniglia, certo, ma abbastanza trattenuta e delicata. Chiudiamo con un lato balsamico, di bosco di conifere, quasi esondante sul medicinale (medicine per la tosse, ca va sans dire!).

P: come al naso, colpisce fin dall’attacco una marinità davvero sopra le righe, esplosiva: esibisce una sapidità veramente estrema. In grande coerenza, si conferma una dolcezza austera e ‘vegetale’, tra il cedro candito e un senso di  zucchero bianco ‘annacquato’ (avete mai bevuto da bambini dell’acqua poco zuccherata?) – la botte, che pareva poco attiva già al naso, conferma l’impressione. Ancora un che di mentolato e balsamico. Infine, ecco ancora una torba cenerosa e bruciata, che sul finale…

F: …si prende la scena, accompagnata da un senso di ‘vegetale’ salato davvero peculiare. Lascia le labbra salate.

Decisamente buono, ci piacciono sempre i malti di Islay quando sono ‘nudi’, quando parlano con la propria voce e non con quella della botte. Pur essendo relativamente semplice, è fatto di una semplicità di cui è difficile stancarsi, trattenuta e cesellata: in una parola, una bevuta spensieratamente fresca e giovane – e tutti sanno quanto ci piacciano le cose (o le cosce?) giovani. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jamiroquai che cambia stile con il nuovo singolo Automation.

Octomore 07.2 / 208 (2015, OB, 58,5%)

Nel giorno in cui un nostro amico napoletano si sposa e in cui l’Inter diventa cinese, noi (peraltro reduci dall’addio al celibato del nostro compagno di banco al liceo: e non è un plurale improprio, avevamo un banco ‘da tre’) non possiamo che affogare lo sgomento con qualcosa di estremo: assaggiamo dunque la versione 07.2 di Octomore, la metamorfosi più hardcore tra i torbati di Bruichladdich. Quel 208 nel nome dell’imbottigliamento sta per ppm, quindi vuol dire che è (inutilmente?) torbatissimo – in passato ne abbiamo assaggiati diversi, anche se sul sito è rimasta traccia del solo Comus, e spesso abbiamo registrato come gli eccessi della torba fossero bilanciati da altri eccessi, generalmente della botte… Chissà se quest’ultimo tentativo (5 anni, finito in virgin oak) ci saprà meglio sedurre.

Schermata 2016-06-01 alle 23.56.04N: a 58 gradi e con 208 ppm di torbatura, beh: ci si può pure aspettare una certa ostica chiusura, come primo impatto… E infatti, le prime snasate vanno a sfracellarsi contro un muro che ricorda tanto, a volerlo rappresentare con un’immagine decisamente non necessaria, un pasticcino alla frutta, con la crema pasticciera e, al posto della fragola, un’oliva in salamoia… A parte le nostre stralunate visioni, questo Octo si presenta fin da subito come marinissimo, tra sale e spuma di mare; poi uno smog quasi opprimente, una torba dura e acre; accanto a questo, una punta vinosa e leggermente acidina al limite dell’inchiostro (ci sembra davvero nitido, ma senza la contezza del finish in Syrah, l’avremmo mai percepito? Ah, il demone dell’intelletto…). C’è poi una ‘dolcezza’, appena in seconda fila ma ben presente, che ricorda certi bourbon… Un qualcosa che ricorda il mais, i pop corn?

P: il primo è come entrare sul ring nella finale per il titolo pesi massimi WBO e prendere un pugno in faccia, per errore. Fin da subito, nell’intensità generale, spicca una nota di legno devastante, piena però di sfumature e sfaccettature diverse: liquirizia, anche dolce; inchiostro amaro e allappamenti vinosi a profusione. Tutto intorno, ma sarebbe meglio dire ‘dal di dentro’, il mare, spumoso e in tempesta, che si abbatte con violenza su quel legno; salamoia. La torba sa di smog, proprio, di tubo di scappamento, di plastica bruciata, chimica; se si unisce il tutto, resta un senso di propoli francamente inatteso. L’acqua rende la dolcezza più convenzionale, tra miele delicato, crema pasticciera e vaniglia. Anche un lato balsamico (conifere a go go) molto intenso.

F: leggi il palato e troverai le risposte che cerchi.

Un’ovvietà, forse, con una bestia da quasi sessanta gradi: l’acqua lo rende senza dubbio più approcciabile, più morbido, più – in confidenza – gradevole. Resta tuttavia un whisky estremo, che dividerà: la destra dalla sinistra, i romanisti dai laziali, i fan di Pacciani da quelli di Padre Pio. Noi, cerchiobottisti navigati, lo apprezzeremo senza amarlo: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dj 2p feat. Ensi – Don Dada.

Port Charlotte ‘PC12’ (2014, OB, 58,7%)

Accanto all’imbottigliamento per D’Ambrosio-DiLillo-Fiori abbiamo assaggiato Port Charlotte ‘PC12’: edizione speciale per i duty free e primo dodicenne ufficiale di distilleria [edit: no, non è un dodici anni, non fidatevi di whiskybase!], è stato rilasciato sul mercato nel 2014, appena dopo il passaggio di consegne di Bruichladdich, appunto, dalla cordata-Reynier al colosso Remy. Impronunciabile il nome gaelico (Oileanach Furachail), che per quel che ci riguarda potrebbe voler dire qualsiasi cosa: non ne approfondiremo le pieghe semantiche per pigrizia, profondo disinteresse ed un malposto senso del pudore. Il colore è ramato.

PCH_PC12_700MLN: la gradazione scompare e il whisky è davvero molto accessibile: come l’altro, questo esibisce la sua spiccata marinità senza pudori, con un grande mare, grandi alghe, grande sale. A differenza di quell’altro, però, questo ha note molto particolari, decisamente ‘organiche’: prosciutto cotto, perfino salsa di pomodoro (o il gazpacho?), il tutto affiancato curiosamente da una dolcezza molto marcata in senso sherried con malaga, zuppa inglese (ovvio il cenno a uvetta e vini liquorosi). Un che di liquirizia ed anche un’arancia rossa. Volendo astrarre e congelare il tutto ad una drastica, ingiusta e in fondo impropria reductio ad unum: dopobarba. Lucido da scarpe. Ah, il fumo, il fumo! L’affumicatura è un po’ chimica, smoggosa.

P: soprattutto in ingresso rimane ancora bello marino e con peculiari note organiche; poi però arrivano alla carica le suggestioni liquorose (conoscendo le abitudini di casa, immaginiamo botti ex-sherry ma non solo) che squadernano una teoria di note di arancia e marmellata d’arancia, frutti rossi, fragola, amarene, uvetta; fichi secchi. Insomma, un’ode allo sherry cask veicolata attraverso 58 gradi di violenza alcolica e torbata. Mica male, per quello che dovrebbe essere il primo 12 anni del core range… L’acqua rende il tutto più accessibile, più dolce: ma certo non meno intenso… Mandorle dolci.

F: lungo; curiosamente non secca la bocca come ci saremmo aspettati, anzi la frutta rossa si fa succosa assieme all’onnipresente fumo di torba (di smog, gomma bruciata devastante, cenere).

Decade la marinità al finale, peccato; e a nostro gusto peccato anche per un naso un po’ troppo ‘organico’, rispetto ad un palato francamente incantevole. Nel complesso, ci pare senz’altro buono, molto buono, ma forse un po’ troppo carico, un po’ troppo ‘dolce’… Un po’ troppo, e basta; la qualità è però molto alta, quindi 87/100 è il minimo.

Sottofondo musicale consigliato: Pantera – Walk.

Port Charlotte 6 yo (2008/2015, High Spirits for D’Ambrosio-DiLillo-Fiori, 46%)

Schermata 2016-05-05 alle 23.08.00Ricordate lo splendido Port Charlotte in sherry imbottigliato da D’Ambrosio, Di Lillo e Nadi Fiori qualche anno fa? Il trio ha replicato l’anno scorso, questa volta con un single cask ex-bourbon di 6 anni: 216 bottiglie ripartite per tre, fanno 72 bottiglie a testa – ogni versione ‘personale’ è segnalata dalla retroetichetta, firmata di volta in volta da uno solo dei tre amici. Ne mettiamo una copia (presa da whiskybase, grazie al lavoro di catalogazione di Glen Maur) a firma D’Ambrosio, in cui si può leggere una storia interessante, che vi spiegherà perché con questa etichetta c’è anche un’altra versione, a 50%…

Schermata 2016-05-05 alle 23.07.20N: beh, si intuisce immediatamente la stoffa del campione. Esibisce fin da subito una massiccia marinità pulviscolare (wtf?!), come quando sul molo il vento ti sbatte nelle narici aria e acqua di mare… Alghe. Una intensa mineralità torbosa accompagna il mare, con fortissime evidenze di lana bagnata. Molto nudo e tagliente, sembra di rotolarsi su un prato di erba falciata, appena dopo la pioggia. Oltre a un senso di limone ancora molto vegetale e pungente (lemongrass, o il bianco del limone), si riesce a scorgere appena una velata nota ‘dolce’ di borotalco, diciamo. La gioventù si evince anche da un fumo veramente ficcante ed acre, tutto su cenere e motore diesel. In crescita note di erbe aromatiche (rosmarino?), magari abbrustolite sul fuoco… Solo il tempo (diciamo una mezz’ora) lascia uscire note di caramelle di zucchero.

P: ottimo il corpo, anche a 46%: oleoso e masticabile com’è, spara bordate di sapore che neppure Roberto Carlos quando ancora era magro. Rispetto al naso, spicca una dolcezza più marcata (anche se certo non ruffiana), tutta tra vaniglia e liquirizia. Per il resto, il profilo è molto coerente, con una chiara sapidità, note ancora erbacee, di erbe aromatiche; cresce un’affumicatura bella ‘sporca’, da tubo di scappamento, da plastica fusa più che da braci. Poi, più nette sono note medicinali (quasi di garza).

F: qui il mare è predominante, un’ondata travolge gli ultimi lacerti di dolcezza vanigliata: tutto il resto è fumo. Plastica bruciata.

Non ha molto senso perdersi in troppi giri di parole, e sappiamo che Giorgio, che speriamo ci legga, sarebbe perfettamente d’accordo: è buono, anche a 46% ha un’intensità impressionante. Come al solito in questi casi apprezziamo l’austerità, la ‘serietà’ di un whisky godibilissimo ma nudo, severo, tutto incentrato sul lato più wild di Port Charlotte, senza concessioni a botti troppo marcanti: 88/100 è il verdetto, speriamo di riuscire a riassaggiarlo presto!

Sottofondo musicale consigliato: Send Medicine – Who am I feeling?

Port Charlotte ‘PC9’ (2009, OB, 59,2%)

Da tempo non facciamo una sosta su Islay… Ravanando nel nostro parco-sample, ci siamo resi conto di avere, nascosti sotto una coltre di polvere, con le etichette smangiate, con lo sguardo sofferente di due cuccioli di labrador dimenticati fuori dal supermercato… due sample (già!, non bastava l’affronto dell’oblio, doveva essere anche duplice!) di PC9, una versione limitatissima di Port Charlotte, il torbato di casa Bruichladdich: si tratta di una tiratura di 6000 bottiglie, solo invecchiamento ex-bourbon, imbottigliata nel 2009. Come sapete, ogni anno dal 2006 sono state messe sul mercato diverse edizioni limitate a numerazione progressiva (PC5, PC6, PC7, PC8, PC9…), fino ad arrivare al recente PC12, che assaggeremo a breve; la qualità è sempre stata molto alta, quindi altrettanto alte sono le nostre aspettative.

pclob.non1N: la gradazione monstre non è un problema, si snasa che è un piacere. Uno dei Port Charlotte più marini che abbiamo mai incontrato: brillano proprio le note salmastre, di spuma, di sale incrostato; poi la torba, solo in parte fumosa (anche se… il fumo c’è, intenso e acre, sia chiaro, ma tra due titani pare vincere il minerale); poi, ecco le conifere, gli aghi di pino; e poi la vernice… Il lato fruttato ricorda il succo pera e limone, mentre non c’è traccia di vaniglia se non dopo un bel po’ d’aria.

P: molto aggressivo, ancora attacca sull’acqua di mare, intensissima, come concentrata; e poi torba, acre, violenta e cenerosa. Al fianco cresce una dolcezza più smaccata che al naso, ma meno fruttata: borotalco, limone, vaniglia (legna bruciata). Un pit di menta, perfino un velo di peperoncino. Zolfo (di fiammifero), e un che di balsamico.

F: plastica bruciata, zucchero a velo, sale. Ancora zolfo e fiammifero. Lunghissimo e intensissimo.

Diverso dalle altre release ufficiali di PC, ma non per questo meno convincente: anzi, con il lieve sbilanciamento verso il lato più austero e marino, il distillato rivela una capacità di modularsi a seconda delle esigenze… Ma siccome dietro a queste distillazioni, a queste selezioni e a questi imbottigliamenti c’è il genio di Jim McEwan, beh: non c’era da dubitarne. 88/100 il giudizio, alla grande.

Sottofondo musicale consigliato: Maribou State – Steal.

Port Charlotte Valinch ‘Prediction’ (2003/2012, OB, 63,5% – 50 cl)

Squagliandoci sotto al sole, abbiamo pensato che il modo migliore per finire al pronto soccorso fosse tracannarsi un bel torbatone a più di 60 gradi: non abbiamo tutti i torti, vero? Assaggiamo un Port Charlotte della serie ‘Valinch’, ovvero le edizioni limitate (e ricercatissime in asta) di Bruichladdich; nello specifico, ecco la versione Prediction, che in qualche modo voleva anticipare l’uscita del PC10. Si tratta di un whisky maturato in bourbon per nove anni e finito per sei mesi in botti di Chateau Latour, che per chi non lo sapesse è uno di quei vini francesi costosissimi (e che si tratti di una cialtronata colossale, proprio roba da francesi, si capisce dando un’occhiata al sito [ndr: francesi, stiamo a scherza’, suvvia]).

33083-largeN: 63° e non sentirli: apertissimo. Port Charlotte, ciao, sei tu: rispetto ad altri OB assaggiati, ancora più giovani, questo – almeno cask strength, e forse per il finish – risulta più naked, nel senso che pare decisamente meno ‘cremoso’. Spiccano note di salsa BBQ; è piuttosto vegetale e marino, per ora sembra che il vino non abbia ‘arrotondato’ né coperto (ebbràvo Jim). Note di salamoia, di torba, di eucalipto. Dicevamo meno cremoso, sì, ma col tempo emergono note bourbonesque (whiskyfacile: creiamo neologismi dal 1983). Buccia di limone. Vediamo con acqua… Agrume più nitido; la componente vinosa è più intellegibile. Anche spezie più distinte (chiodi di garofano).

P: 63° e sentirli tutti. Presenta la solita mostruosa intensità di Port Charlotte, a partire da un tappetone di torba e affumicatura acre; però ci pare forse eccedere in rudezza, perché queste note non sono mitigate da una spiccata dolcezza, ma anzi restano punte vegetali, di inchiostro (dev’essere il vino), oltre a una legnosità davvero hardcore. Liquirizia; ancora note mentolate. Ancora, il vino pare seccare più che arrotondare. L’acqua allevia l’impatto alcolico: è più vanigliato e zuccherino, ma non cambia radicalmente.

F: fieno e torba e inchiostro e acqua di mare. Lungo e molto persistente.

Ci eravamo abituati a giovani Port Charlotte in grado di mascherare la propria età: a questo non riesce lo stesso miracolo, anche se la straordinaria intensità lo salva da una bocciatura. In ogni caso, non ci pare di grande complessità né particolarmente entusiasmante; insomma, non è il PC che ci sconfinfera, ed anzi forse è il primo a non persuaderci del tutto, ma il suo 84/100 se lo guadagna con merito. Si trova attorno ai 200 euro, ma okkio: la bottiglia è da 50 cl.

Sottofondo musicale consigliato: Marilyn MansonThe Beautiful People.