The Speyside Files #4: Glen Moray

img_3843-1.jpgChiudiamo i conti con le sentenze dallo Speyside, e lo facciamo con una menzione d’onore per Glen Moray, una distilleria poco conosciuta e pochissimo celebrata: anzi, ad essere onesti potremmo serenamente dire che gode di una cattiva fama. Ed è un peccato, perché se pure possiamo concordare che probabilmente non sarà un Glen Moray il miglior whisky della nostra vita, di certo nel delirio che ha colto lo Speyside GM è una delle pochissime case produttrici ad aver tenuto i piedi per terra – e cosa più importante, ad aver tenuto dei prezzi decorosi. Ci permettiamo qui una piccola tirata: è mai possibile che i single cask distillery only non costino quasi mai meno di 80/90 sterline?, anche quando abbiamo di fronte dei giovanissimi… Nella nostra irrilevante opinione, tali imbottigliamenti dovrebbero essere un premio per i visitatori che si spingono fino alla distilleria, e dovrebbero avere un prezzo adeguato – anche considerando che, senza voler fare i conti in tasca a nessuno, alla distilleria quella bottiglia costa poco più di zero. Dunque menzione d’onore per Glen Moray, si diceva, perché i due imbottigliamenti esclusivi per la distilleria – due 12 anni – costavano entrambi 50 pounds. Amen.

IMG_3844 1Glen Moray 25 yo ‘Port Finish’ (1988/2013, OB, 43%)

Molto morbido e facile, non troppo saporoso e forse un po’ debolino al palato, quanto a intensità. Vaniglia e legno dalla botte bourbon, note fruttatine dal Porto (confettura di prugna, frutti rossi disidratati). Sentori biscottosi (biscotti al malto) e perfino leggermente ‘spirity’. Gradevole ma un po’ depotenziato, come se avesse sempre il freno a mano tirato. 83/100

Glen Moray 2006 Chardonnay Cask ‘distillery exclusive’ (2018, OB, 59,5%)

Intrigante e smaccatamente dolcino: legno speziato, biscotti di malto e di castagne, vaniglia, fudge. Sentori di biscotti allo zenzero e noci: netta la presenza di frutta secca e di spezie. L’acqua tende ad amplificare il lato più dolce, ammorbidendo per contro l’esuberanza speziata. Particolare, molto piacevole, decisamente si merita le 50 sterline che chiedono: honestaaaaaa!!!! 85/100

Sottofondo musicale consigliato: Baustelle – Veronica, N.2.

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Arran 15 yo Douglas of Drumlanrig (1997/2013, 46%)

Oggi andiamo a pescare direttamente dalla capiente saccoccia dei Laing, gloriosa dinastia scozzese di imbottigliatori indipendenti e blenders. La serie Douglas of Drumlanrig non gode della fama di altre più fortunate ‘saghe’ quali “Old Malt Cask” e “Old and Rare”, ma insomma noi ci certo non ci formalizziamo, anche di fronte a un single cask che ha vissuto un’extra maturazione in un port puncheon; sono esperimenti che a volte dovrebbero sfociare direttamente nel penale, ma Arran è distilleria che più volte ha attirato le nostre lodi per il fatto di essere un distillato riconoscibile (certo, se lo assaggiassimo alla cieca le cose si farebbero più complicate e la peculiarità arrenesca andrebbe forse a farsi benedire, ma chi mai si premurerebbe di apparecchiarci una trappola tanto crudele?). Dati contrastanti quindi, un’unica ratio la ritroveremo come al solito nel bicchiere…

Isle_of_Arran_15YO_-_Douglas_of_Drumlanrig_-_whisky_singapore_grandeN: molto aperto e odoroso. Per essere un 15 anni sa ancora tanto di distillato, con una forte componente di cereale inzuppato nel latte caldo. Sopra, un po’ scollate da questa base maltosa, si agitano zaffate zuccherine, in odor di finish aggressivo di Porto, che ricordano pesche sciroppate,  sciroppo di zucchero. Vaniglia e poi immancabile è quella nota agrumata tipica di Arran, con la scorzetta d’arancia. A tratti percepiamo una suggestione inquietante di cimice schiacciata, un che di vegetale andato storto. Speriamo nel palato…

P: da manuale. Un manuale su come non fare i finish, però: c’è ancora una nota cerealosa ed erbacea di distillato, per la verità molto alcolica, ma il peggio è che risulta totalmente slegata dall’ondata dolciastra-legnosa che arriva un attimo dopo. Le suggestioni sono quelle tipiche del Porto, con una vinosità zuccherosa, sciroppata; di uvetta e ancora di pesche. I sapori sono anche intensi, ma la sensazione non ha molto di piacevole.

F: come se non bastasse emerge una nota amara di legno davvero disturbante, tra sentori di alcol troppo grezzo e sciroppi alla frutta.

Uno dei whisky più catastrofici della nostra esperienza di degustazione, in un climax discendente da naso a finale. Qui non si tratta di non apprezzare i sentori tipici del Porto (che, comunque, non ci fa impazzire: deve accadere un miracolo perché un whisky in Porto ci risulti dignitoso), si tratta che ha proprio troppi aspetti sgradevoli e sballati: 69/100.

Sottofondo musicale consigliato: Maruego – Cioccolata feat. Caneda

 

Clynelish 1995 ‘Port finish ‘(2010, Wilson & Morgan, 46%)

Dopo il Tobermory controverso di venerdì scorso, abbiamo deciso di assaggiare un’altra espressione selezionata e imbottigliata dal prode Wilson & Morgan, italianissimo spacciatore di malti e rum; generalmente ci ha sempre abituato molto bene, e dunque restare con l’amaro in bocca per quel Tobermory proprio non ci piaceva… Proviamo dunque una bottiglia potenzialmente controversa: vale a dire un Clynelish, cioè distilleria che amiamo tanto e che tipicamente produce un distillato perfetto anche quando è più nudo; dicevamo un Clynelish però finito in botti ex-Porto. Quel che si dice dei wine-finish ormai si sa, e si sa anche che 1. i finish in Porto possono essere tragicomici 2. l’unico altro Clynelish finito in vino che abbiamo assaggiato era buono, sì, ma non buonissimo… Come si comporterà questo amico? (noterella: la foto è del Clynelish 1995/2010 sherry finish, non Port finish… ma quella giusta non l’abbiamo trovata, ahinoi!)

106550419.clynelish-sherry-finish-1995-2010-wilson-morgan-0-7-l-46N: spicca la nota vinosa e un po’ stucchevole del Porto, che abbiamo imparato a riconoscere in note di caramelle gelée, di marmellata di fragole… Ma sotto, si muove indomito un distillato che conferma la qualità della distilleria: ecco l’anima lievemente torbata, vegetale, mielosa, si sente perfino il minerale! E questa nota quasi di fumo, è vera o ce la stiamo sognando? Il malto c’è, in versione apparentemente ancora giovincella (molto cerealoso). Erba fresca. Una bella spruzzata agrumata (fiori d’arancio). Non semplice né straordinariamente complesso, ma proprio piacevole.

P: masticabile e pieno. Non è un palato travolgente, né procede a fiammate, resta anzi costante e omogeneo, di buona intensità. Idem come al naso, con anche begli accenni di cera e un fumo un po’ più evidente, anche se garbatissimo. Poi note di miele, di toffee, poi di malto e ancora erbacee; il tutto è ben fuso assieme a quel dolciastro (a tratti sciropposo, se ci intendiamo: e se non ci intendiamo, beh, intendiamoci) vinoso, tra gelée alla fragola e marmellatone. Che bel bilanciamento. Una nota cioccolatosa, mentre l’agrume retrocede un po’.

F: non lunghissimo, ma che eleganza: si richiude sul vegetale, sul malto, e sul cioccolato amaro. Ancora cera e torba fanno un gradito ritorno sulle scene del nostro cavo orale. Emersioni dolciastre, soprattutto dopo un po’… Ma è il Porto, bellezza!

Poche cose, ma chiare: equilibrato, dolce ma non troppo; il vino non si fa pregare e si sente bene in evidenza, ma senza diventare preponderante e senza coprire eccessivamente l’anima del distillato (l’unico appunto è che forse pare più giovane della sua età…), che anzi pare bella squadernata. Si può squadernare un’anima? Forse no, ma a noi checcefrega? 86/100 è il giudizio, e segnaliamo che costava attorno alle 45 euro.

Sottofondo musicale consigliato:Lianne La Havas – Elusive