Laphroaig 12 yo (ceramica, anni ’70, OB, 43%)

Giorgio D’Ambrosio e Franco DiLillo hanno da sempre il banchetto più speciale al Milano Whisky Festival: farcito di bottiglie storiche, offre l’occasione per assaggiare prodotti del passato, da collezione, altrimenti inavvicinabili dalla maggior parte dei comuni mortali. Oggi assaggiamo un Laphroaig 12 anni imbottigliato – anzi, inceramicato – negli anni ’70 per il mercato italiano grazie all’intervento di Bonfanti (in etichetta curiosamente – e chissà quanto avvertitamente – anglicizzato in Bonfant, per i più attenti). La distillazione è presumibilmente di inizio anni ’60 e anni ’50, dunque sappiamo di avvicinarci a un pezzo di storia.

N: non abbiamo mai – mai! – annusato un Laphroaig del genere. Molto aperto e avvolgente, delicatissimo e di grandissima personalità; c’è qualcosa che ci lascia subito di stucco, noi che negli anni ’70 eravamo a mala pena un’ipotesi scherzosa da parte dei nostri genitori. C’è una nota balsamica, di eucalipto, anzi: di canfora!, unita indissolubilmente a frutti neri (more, mirtilli e confettura di mirtilli e succo di mirtilli!, ma pure un’escrescenza di fragola…) – per questa incredibile fusione di mondi lontani, ricorda anche certe caramelle balsamiche alle erbe (tipo certe Ricola…). Anche una nota medicinale molto forte: garze, poi mercurocromo, pasta del dentista, sembra a tratti di sentire l’odore delle medicazioni, in ospedale. Un pit di liquirizia, ma quella gommosa – pare di aprire un pacco di Haribo; una suggestione di carruba. La torba, come la intendiamo noialtri oggidì, si lascia appena intuire, molto setosa e velata. Un po’ di iodio, una leggera brezza marina fa capolino di tanto in tanto. Spettacolare.

P: alcuni aspetti del naso tornano in maniera altrettanto sorprendente, e di nuovo riescono a stupire: ancora molto balsamico (sempre eucalipto), ci fa tornare in mente la suggestione di quelle caramelle Elah a menta e liquirizia, ma è una nota intensa e delicata al contempo; il tutto risulta legato da una frutta rossa, anzi nera, davvero profonda, continuamente cangiante (more e mirtilli, talora più acidi, talora più dolci e succosi). C’è un che di latte, anche, anzi piuttosto: panna. Ancora molto legno e liquirizia, con suggestioni di castagne bollite; forse un po’ meno medicinale che al naso, ma di certo la torba s’avanza con potenti note di cenere, legna arsa e grasso di maiale carbonizzato. Al di là dei descrittori, comunque, quel che davvero ci piacerebbe comunicarvi è l’estrema e compatta setosità del tutto, la morbidezza, la delicatezza quasi.

F: lunghissimo e intenso, si parte con quella nota di Elah a menta e liquirizia, dolce e zuccherina, e poi si prosegue a lungo con quel nitido senso di grasso di maiale bruciato e fumo, di braci ancora accese.

Ah, una volta erano così i Laphroaig? Non potevate dircelo prima? Cosa abbiamo fatto di male per meritarci il 10 anni di oggi? Ancora una volta, siamo schiacciati dall’esperienza: pensare che un whisky del genere, così diverso da quanto siamo abituati ad assaggiare, fosse la norma – beh, è stupefacente. Vengono in mente le parole di Marco Malvestio, giovane poeta, studioso di letteratura, con cui tempo fa chiudeva un articolo dedicato al vino (a noi basta sostituire “whisky” a “vino”): “il whisky cambia attraverso il tempo, sia in termini di processi produttivi (che spesso, come tutte le cose, subiscono l’influenza della moda), sia in termini di singole bottiglie. Anche per questo non esistono due whisky uguali, e ogni bottiglia ha la propria storia personale: ogni bottiglia, dunque, è irripetibile. Stando così le cose, mi sembra chiaro che portare la nostra attenzione al whisky significa davvero, più di ogni altra cosa, riflettere sulla fragilità della vita e del nostro essere nel mondo, sull’irripetibilità e dunque sulla preziosità di ogni momento della nostra esistenza, e sulla varietà imprevedibile e inestimabile delle combinazioni casuali che generano le nostre esistenze individuali”. 94/100.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Warm beer, cold women.

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GlenDronach 8 yo ‘The Hielan’ (2017, OB, 46%)

Ormai da tempo la comunità whiskofila è tristemente orfana del GlenDronach 8 ‘Octarine’, uno dei migliori imbottigliamenti degli ultimi dieci anni per rapporto qualità/prezzo – all’epoca costava 35€, talora perfino meno. Dopo un paio di anni, quell’espressione è stata sostituita dal coetaneo ‘The Hielan’, anch’esso frutto di una miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry (voi sapete, combo inusuale per la distilleria che fa della sherry maturation uno dei proprio capisaldi) ma, dicunt, con quota ancor maggiore di ex-bourbon. Pressoché ignorato all’ultimo Milano Whisky Festival, assaggiamolo almeno noi.

N: effettivamente, appare da subito diverso rispetto al vecchio Octarine: non tanto perché si senta di più l’apporto del bourbon, quanto perché è inusualmente nudo: i sentori più evidenti sono infatti quelli della fermentazione, dei lieviti, di malto in macerazione, yogurt o latte rappreso, canditi, una lieve acidità agrumata (limone, scorzetta d’arancia). Purea di pere, mela verde, sentori erbacei (prato bagnato dopo la pioggia: sapete, siamo dei romantici). Solo con un po’ di tempo emergono note più rotonde, tra uvetta, un che di caramello, suggestioni di frutta secca (nocciola, mandorle pelate). Biscotti al burro. Giovane, nudo, e però per nulla esile come talora accade, bensì molto pieno. Un poco di zenzero, pure?

P: lo scenario è simile al naso, anche se in tutta onestà qui va facendosi un po’ più ‘scuro’. Confermiamo comunque come il corpo sia molto pieno, molto grasso, avvolgente ma beverino. Un tripudio cerealizio in prima battuta, con biscotti integrali di malto, corn flakes non zuccherati, ancora lieviti (aò, se capissimo qualcosa pure di birra lo diremmo meglio, ma: sa di birra cruda – ok, adesso biasimateci, maledetti integralisti); semini del limone. Lievemente più dolce di quanto il naso non dicesse, con un mero cenno di vaniglia, di latte condensato e di caramello e poi pera, nocciola, mandorla.

F: lungo e persistente, scisso tra il prolungarsi di una certa acidità e una dolcezza qui calda, con note di legna, di nocciola, di uvetta.

Un whisky didattico, e per questo prezioso: a Serge piace molto perché lo trova nudo, onesto e pieno, e queste sono tutte doti che non possiamo non riconoscergli – detto ciò, non ci sembra un whisky semplicissimo, né particolarmente accattivante per un profano data la sua integralistica nudità. Piuttosto, forse, un piacevole divertissement per whiskofili già un po’ esperti. Avvertiti i naviganti, a noi è piaciuto e assegneremo un 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Edwinn Starr – War.

Blair Athol 28 yo (1988/2016, Antique Lions of Spirits, 51,2%)

The-Birds-Single-Malt-Whisky-Bottles-IIHIHDa circa un anno è sceso in campo un nuovo imbottigliatore indipendente, anche se così nuovo, a ben vedere, non è: Max Righi (Silver Seal, Whisky Antique) e Diego Sandrin (Lion’s Whisky) si sono uniti a Jens Drewitz di Sansibar per creare un marchio che – con ogni evidenza – vuole essere un tributo alle selezioni degli anni ’80 di Pepi Mongiardino (Moon Import). La serie ‘Birds’, che vedete ritratta nella sua interezza qui a fianco, riprende evidentemente l’omonima serie di Moon Import, la cui foto abbiamo messo più in basso. Un fil rouge che unisce diverse eccellenze italiane della selezione di single malt, da una fase pionieristica ed eroica, ormai diventata mito, ed una contemporanea, attenta alla qualità, all’estetica, e con i piedi ben piantati nell’eccellenza.

blair-athol-28-year-old-antique-lions-of-spirits_700-pN: ah, che tripudio di cereale… e solo chi ha presente come possa essere un whisky che affina il proprio spirito in quasi trent’anni può intendere. Delicato e intenso al contempo, pervasivo e caldo, non ruffiano ma neppure spigoloso: si parte da sentori di cereali caldi, perfino di pasta integrale calda, di brioche, di ovomaltina, di biscotti integrali. Un cenno, appena presente, di brodo di carne – ma appunto è solo una suggestione minerale e sulfurea momentanea, che arriva in disparte e poi scompare, poi torna… Delizioso. Nocciola, note di croccante al miele e sesamo. Col tempo, e con dunque pazienza, mostra anche un lato di frutta cotta (mele, pere, prugne), ed anche un lato fruttato un po’ più acidino, tropicale, che ci fa venire in mente la carambola.

P: il palato è semplicemente splendido, ed è inaspettato, onestamente: bisogna sezionare per descrivere, ma si sappia che tutti i sentori che snoccioleremo arrivano tutti insieme, senza prevaricazioni dell’uno sull’altro, e tutti con eguale grazia esplosiva. C’è innanzitutto un velo di cera d’api, delizioso, con anche un pizzico di nota di carne, lievissimamente sulfurea (con acqua questo lato aumenta un poco, restando sempre integrato e piacevole). È bello oleoso, masticabile; poi abbiamo frutta cotta, ma anche frutta gialla fresca (pesca e albicocca, ma anche nespole e melone). Ancora si affaccia un che di tropicale/acido tipo ananas. Cereali: fiocchi d’avena e brioche integrale, mandorle, pinoli. L’acqua libera il lato acido/fruttato e si apre su un cesto di nespole e meloni.

IMG_6818_6F: all’inizio c’è una nota fruttata incredibile, intensissima e freschissima, pare un nettare – ma poi, come in un sogno dopo il primo snooze della sveglia, scompare e ci si risveglia in un tappeto di cereale, ancora increduli ma soddisfatti.

Buonissimo e difficile, ci sembra un single cask per veri appassionati, per palati avvezzi alle spigolose bellezze dell’acquavite di cereali: c’è un lato fruttato e acidino veramente buono, con quella matura raffinatezza che deriva solo dal paziente invecchiamento, in una botte in grado di non marcare in eccesso – e al contempo ci sono venature sporchine, a cavallo del confine del Sulfureo, davvero deliziose. Il nostro giudizio, in fin dei conti, è di 91/100, caldamente consigliato.

Sottofondo musicale consigliato: Jerry Garcia – Bird Song.

Octomore 07.1 / 208 (2015, OB, 59,5%)

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Lo scorso luglio siamo stati gentilmente invitati dalla F.lli Branca ad una degustazione guidata di Bruichladdich, di cui da circa un anno è diventata azienda distributrice – finalmente!, da anni lamentavamo l’assenza di Laddie dagli scaffali. Ne diamo conto solo ora, a ridosso del Milano Whisky Festival, perché farlo in mezzo all’estate sarebbe stato iniquo per la qualità del lavoro fatto, e ci piaceva dargli una più giusta collocazione. La storia di Bruichladdich, di proprietà di Remy dal 2012, è l’esempio perfetto di come una distilleria poco in salute possa, grazie a investimenti oculati e a un distillery manager abile come Jim McEwan, ritagliarsi uno spazio importante nel mondo dello scotch fino a diventare un brand iconico. Se si esclude la fase del maltaggio, si tratta di una distilleria sostanzialmente artigianale, in cui buona parte della filiera produttiva avviene in casa, con i barili che non si spostano da Islay per l’invecchiamento. Si ricordano esperimenti di collaborazioni con singoli argicoltori per l’approvvigionamento di orzo e imbottigliamenti ‘single farm’, per tutte e tre le espressioni di distilleria: in ordine di torbatura, Bruichladdich, Port Charlotte e Octomore. Il (bellissimo) libretto promozionale confezionato da Branca recita “la nostra filosofia è radicata nei concetti di terroir, provenienza e tracciabilità”: non possiamo che rimandare al sito ufficiale per lasciare voi, ventisei lettori, approfondire le molte questioni sollevabili – noi siamo gente da bicchieri, non da parole, e dunque dedichiamoci all’Octomore 07.1, imbottigliato nel 2015 e ora presente stabilmente nel core range distribuito in Italia. Al solito, si tratta del whisky fatto con l’orzo “più torbato al mondo”, coltivato in Scozia ma non su Islay, e anche se sappiamo tutti che conta la torbatura del distillato e non quella dell’orzo, saremmo scorretti a non riportare i dichiarati 208 ppm; edizione limitata, cinque anni di invecchiamento in quercia americana, via con l’assaggio.

octob.05yov10N: non si può non iniziare dalla torba, che – come dire – è abbastanza presente… C’è proprio cenere, tantissima, con cenni di smog, più che di fumo di brace. Il lato marino è ben sviluppato, con forse una nota di salamoia, di olive; qualche ubriaco al tavolo dice “succo di pomodoro”, ma lo ignoreremo per pudore. Poi, la dolcezza, come sempre esile e semplice, quasi una uber-dolcezza astratta: zucchero liquido, un poco di vaniglia. Si sente anche, a volerlo sentire, il fiocco di cereale. Leggera nota di limone. Non sgradevole, non eccessivo, c’è però come un senso di deja-vu… Con acqua, forse cresce il fumo e svela pure una nota di aghi di pino.

P: anche al palato, fanno a pugni tra di loro una dolcezza mostruosa e pure monodimensionale, fatta anche qui di Kellog’s Frosties e vaniglia, zucchero liquido, e una fumera cenerosa esorbitante. Che c’è d’altro? Solo una fettina di limone dimenticata nel posacenere. Sotto alla coltre di cenere, pare qui e là di sentire il sapore di un distillato giovane giovane, con canditi cerealosi (eh?) e lieviti. Insomma, sostanzialmente paro paro al naso, di straordinaria coerenza ma, forse, di poca sorpresa… Con acqua, pare un po’ più screziato, perde un po’ di quella snervante semplicità che ostenta in purezza, svelando anche una nota di emmenthal.

F: paradossalmente pulito, con la torba, del grano, una nota mentolata…

Ogni volta che si assaggia Octomore ci si trova a chiedersi: ma è davvero il whisky più torbato al mondo? In effetti, complici il grado pieno e i fenoli percepibili perduti durante la distillazione, sembra un whisky meno ‘estremo’ di quanto non voglia sembrare dal di fuori; ciò che emerge, soprattutto in questa edizione, sono la gioventù, che ci piace, la carica dolce dei legni e una torbatura fumosa e cenerosa certo molto spiccata. E però, al contempo, non si può non notare la relativa semplicità di questo whisky, fatta di due dimensioni opposte e granitiche, per cui nella nostra valutazione ci arrestiamo a un convinto 84/100. Sappiamo che molti ‘leccapadelle’ impazziscono per Octomore, e ne comprendiamo le ragioni: noi però tendiamo a preferire le espressioni più docili, ma è una mera questione di gusti. Grazie a Fabrizio Gulì per l’invito e i campioni!

Sottofondo musicale consigliato: Carcass – Corporal Jigsore Quandary.

Treacle Chest (2017, Wemyss, 46%)

Wemyss è un imbottigliatore indipendente che da qualche anno – a onor del vero, prima di altri – ha deciso di investire commercialmente su concept whisky, su miscele di barili selezionati in base ad un profilo aromatico preciso e imbottigliati spesso senza età dichiarata e con un nome relativamente esotico, teso a esplicitare il concept di cui sopra. La scorsa settimana abbiamo avuto il piacere di partecipare ad una degustazione su Twitter, organizzata da The Whisky Wire, in cui abbiamo assaggiato assieme a tanti altri squilibrati sparsi per il globo tre espressioni di Wemyss: Treacle Chest, che recensiamo oggi, è un blended malt (quello che una volta si chiamava vatted, ovvero miscela di soli malti, no grano) di whisky delle Highlands maturato in 14 sherry casks. Assaggiamo, non prima di aver notato che hey!, hanno cambiato packaging!

N: uvetta, buccia di arancia e albicocca e papaya disidratata. Poca frutta rosa, piuttosto declinato sulla tarte tatin e caramello – piuttosto sticky. Uno sherry di quelly ‘secchi’, legnosetti e non troppo succosi. Carruba, con quella dolcezza paradossale di fave di cacao. Fonda di caffè. Sporchino, con note lievemente gommose e sulfuree. Un che di tabacco da sigaro. Note di rum, secondo molti partecipanti al tasting.

P: decisamente sviluppa la dolcezza di uvetta e toffee; appiccisoso ancora, con zucchero di canna, ma con quella venatura sporca (ruggine), qui compitamente gommosa; c’è anche una nota di cardamomo inaspettata e intensa. Si fa mentolato con il tempo. Speziato, ma speziato in modo pesante… Più decisamente meaty (prosciutto cotto andato a male) e con note piacevoli di tabacco.

F: lungo e dolce, ancora zucchero di canna, uvetta, rum – grasso e yummy.

Per citare non sapremmo più quale talent show, “all’inizio era un NO”: pian piano, però, si svela e grazie ad un po’ di tempo ed aria appare decisamente più complesso, integrato ed equilibrato, pur con quel lato meaty e di cardamomo mai domo – che deve piacere, è ovviamente divisivo. 85\100, meglio di quel che sembra: considerando che costa circa 55/60€, non possiamo non raccomandarne almeno un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Mayhem – I Am Thy Labyrinth.

Macallan-Glenlivet 25 yo (1950/1975, Gordon&MacPhail, 43%)

Ci stiamo lentamente avvicinando al Milano Whisky Festival: come sempre, accanto ai banchetti degli importatori e distributori, degli imbottigliatori e degli appassionati, c’è uno stand che proprio non si può perdere di vista: quello di Giorgio D’Ambrosio e Franco Dilillo, due tra i maggiori collezionisti al mondo. Per darvi un’idea delle bottiglie che si possono trovare, oggi vi presentiamo uno dei campioni che ci siamo portati a casa l’anno scorso… Un Macallan 25 anni di Gordon & MacPhail, distillato nel 1950 e imbottigliato nel 1975, importato in Italia da Pinerolo. Serve dire altro?

N: chapeau, e dovremmo chiudere qui il naso. Siamo accolti da quella coltre di polverosa umidità che solo nei distillati così attempati sappiamo riscontrare: dunque una straordinaria cera, la cera d’api, un vecchio cassetto di legno… C’è una nota di ‘chiesa’, peculiarissima, davvero setosa. Vecchi mobili in legno: c’è proprio profumo di legno vecchio in cantina, forse perfino con una lieve nota di resina. Se dovessimo attribuirgli un colore, sarebbe un arancione intensissimo: ha note di albicocca disidratata, di una brioche gonfia di marmellata di frutti di bosco, fragole, molta arancia (che col tempo diventa sempre più buccia d’arancia), chips di mele. E perché non fichi secchi? E perché non un miele millefiori?

P: forse ha lasciato qualcosina in intensità a quei quarant’anni di invecchiamento in bottiglia; ripropone comunque in maniera più che persuasiva quel binomio del naso tra note setose e ‘antiche’ e rimandi a una grande frutta matura. Partiamo da quest’ultima dimensione: miele senz’altro, ancora molta arancia (marmellata e scorzetta), mele rosse, confettura di albicocca. D’altra parte, ecco tornare un legno impolverato, quello splendido senso di umidità, di cera. Se dicessimo di sentirci una leggera nota sapida, anzi proprio salata, ci prendereste per matti?

F: un leggero fumino, un che di tostato (o, chissà, proprio di torbato: è un fumino acre…) perdura un senso ancora di legno, malto, miele, frutta gialla, perfino qualcosa di più ‘grasso’, tipo toffee.

Assaggiare certe chicche di un tempo in cui non eravamo neppure nati vuol dire confrontarsi con la leggenda, con il mito, con bottiglie che in asta vanno ben oltre le mille euro… Questo Macallan non fa eccezione, e il naso è un’esperienza assolutamente unica: certo rimane la sensazione che gli oltre quarant’anni in vetro abbiano sottratto un po’ di gradazione e di intensità, soprattutto al palato. A un naso da (molto) oltre 90 punti, dunque, segue un palato meno straordinario, e ci fermeremo per questo a un deferente 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Yes – Starship Troopers.

Balmenach 14 yo 48.85 (2002/2016, SMWS, 58,3%)

Il secondo whisky della SMWS assaggiato con Andrea e Davide è stato questo Balmenach di 14 anni, anch’esso uscito da un barile ex-bourbon a primo riempimento – con grande gioia delle nostre velleità enciclopediche, è il primo Balmenach che recensiamo sul sito. Gaudeamus.

N: decisamente più chiuso e più austero dell’Aberlour, è però piuttosto complesso e composito. Note curiose, leggermente balsamiche, di menta, di latte e menta, forse (ci viene in mente l’after eight). Anche un che di agrumato, tra la scorza di limone e – forse – un mandarino… Dietro si agita un lato più normalmente ‘dolce’, tra pastafrolla, vaniglia… L’acqua “normalizza”.

P: prosegue quel profilo di cui sopra, con qualche nota anche vagamente floreale; poi i grandi classici di uno speysider in bourbon, con vaniglia, cereale, agrumi, frutta gialla… e poi degli spigoli di timidezza. Ancora qualcosa di latte e mentolato. Pepe bianco. L’acqua in questa fase amplia un po’ questo lato di panna e menta (o caramelle Elah a menta e liquirizia), strano.

F: come la fine del palato (panna e menta), con tanto fruttato in crescita.

Un barile ex-bourbon first fill piuttosto peculiare, con note floreali, erbacee e balsamiche più spiccate – e più caratterizzanti – di quanto non ci attendessimo, seppure forse non perfettamente integrate e coerenti con il profilo generale. Nel complesso è senz’altro un buon whisky, anche se per il nostro gusto rimane fin troppo timido e trattenuto. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – Malinconia d’ottobre.

Aberlour 9 yo 54.44 (2007/2016, SMWS, 59,2%)

Andrea, mastermind del The Monkey Whisky Club milanese, ci ha coinvolto nell’assaggio di tre imbottigliamenti della storica Scotch Malt Whisky Society: naturalmente noi non ci siamo tirati indietro, e forti del nostro proverbiale spirito di sacrificio abbiamo affrontato la sfida, portandoci dietro il grandissimo Davide Ansalone, approfittando della sua presenza sul suolo italico. Il primo assaggio è della distilleria 54 – che nella tabella di conversione della Society corrisponde ad Aberlour, celebre distilleria dello Speyside caratterizzata generalmente da invecchiamenti in sherry. Questo però è un single cask ex-bourbon first fill, quindi con gioia procediamo alla bevuta.

foto dal profilo instagram @mokeywhiskyclub

N: oh, finalmente un Aberlour in bourbon! Un bel profilo rotondo, con in partenza una nota fruttata molto piacevole (ananas, frutta gialla) tra un cereale caldo e “croccante”, miele, un bel croissant alla marmellata o un bel biscottone di pasticceria; a proposito, pasticceria marocchina/mediorientale (baklava, come insegna il sommo Ansalone forte dei suoi trascorsi nei peggiori bordelli di Costantinopoli), poi vaniglia e crema pasticcera. Fiori d’arancio, come sfumatura; e qualcosa di agrumato.

P: che spettacolo, che impatto a meno di dieci anni… Tantissima frutta gialla (una pera mostruosa, mela e ancora ananas, aprendo a una dimensione più compiutamente tropicale), ancora miele e vaniglia e crema pasticcera; impasto per torte (pastafrolla). L’acqua paradossalmente svela un po’ la gioventù, con note di lieviti e di canditi che emergono qui e là.

F: ancora tanto miele e tanta pera; rimane pulito e dolce, tra la mandorla, il cocco, un senso di tostato…

Capolavoro di pulizia maltata ed esplosione fruttata, questo single cask ex-bourbon conferma la qualità del distillato prodotto ad Aberlour, anche se con ogni evidenza l’apporto del barile a primo riempimento è decisivo nel limare la gioventù e nel donare al profilo complessivo un’intensità ruffiana: 86/100 è il verdetto per un whisky proprio, proprio buono.

Sottofondo musicale consigliato: El Pasador – Amada mio amore mio.

Scapa 16 yo (1993/2010, OB, 60,9%)

Tra le gemme sottovalutate del mercato sono senz’altro da annoverare gli imbottigliamenti che Pernod riserva alla sola vendita nelle distillerie di proprietà: la “cask strength edition” con cui ci confrontiamo oggi è uno Scapa del 1993, imbottigliato a grado pieno nel 2010. Il senso di questi imbottigliamenti è proprio il rendere disponibili come single malt, cask strength, espressioni di distillerie magari meno conosciute ma di sicura qualità: Scapa ad esempio, la seconda distilleria delle Orcadi, non ha nel suo core range una versione a grado pieno, e dunque ci avviciniamo all’assaggio con curiosità. Grazie a Claudio Riva per il sample.

N: a pieno grado è un’esplosione monodimensionale del legno: una vaniglia, burrosa, monolitica, e pure in mille declinazioni – torta paradiso, ciambellone, pastafrolla, oppure pan di Spagna e pure pandoro; tantissimo marzapane; una quantità di mela gialla inestimabile. Una buccia di limone fa capolino, e con lei un più intenso zenzero fresco. Semplice ma di una intensità travolgente. L’acqua apre un poco su un legno più caldo, e aumenta le sfumature – sempre rimanendo in pasticceria, chiariamoci.

P: la gradazione così elevata si sente tutta, ti infiamma il palato. Giunti i pompieri, in estrema coerenza col naso esplode il forno del pasticcere: torta di mele, torta paradiso, pastafrolla, zucchero a velo, pan di Spagna. Rispetto al naso, si affaccia più convinta una frutta gialla matura (mela soprattutto) e pure del cocco esuberante. Ancora è il legno a dare la linea.

F: la gradazione elevata favorisce un finale molto persistente, anche se senza grosse sorprese rispetto al copione già visto sopra.

Partendo dal finale, proprio in questa piena prevedibilità stanno croce e delizia di questo whisky: tanta personalità da mettere in mostra, certo, ma poi, alla fine, è proprio necessario essere qualcuno, come diceva il conte Mascetti? Non sapendo rispondere all’esistenzial quesito, affibbiamo il nostro arbitrio fatto numero: 86/100 – in fondo ci è piaciuto molto.

Sottofondo musicale consigliato: Jesse Harris – Slow Down.

Rosebank 27 yo (1975/2002, Douglas Laing ‘OMC’, 50%)

Di ieri è la notizia della riapertura imminente di Rosebank per mano di Ian Macleod (già proprietario di Glengoyne, Tamdhu – per adesso, per chiarire bene lo spirito, l’AD si fa fotografare con bicchiere pieno e bottiglia di Rosebank Flora e Fauna ben chiusa e sigillata: non la metafora migliore per introdurre la cosa, no?). Nei prossimi giorni arriveranno i nostri due centesimi sulla questione, intanto però ci è venuta voglia di assaggiare com’era il whisky di Rosebank, per vedere sostanzialmente “se ne valeva la pena”. Troviamo nel nostro armadietto un sample di Rosebank del 1975, nientemeno, un barile ex-sherry imbottigliato nel 2002 da Douglas Laing: come guanto di sfida al futuro può andar bene?

Schermata 2017-09-27 alle 20.02.57N: oh, da quanto tempo non mettevamo il naso su un Rosebank! Il primo impatto ci fa gridare al miracolo: è letteralmente un tripudio di frutta, fresca, deliziosa e succosa. C’è la frutta rossa innanzitutto, con tanta ciliegia, poi fragola concentratissima come se fosse un’iperfragola (anche confettura di iperfragola); mele gialle, fresche ma anche mele cotte al forno; albicocche disidratate. E la pasticceria: c’è un profumo di impasto per torte, di fagottini alla mela con crema, di pasticcini di frutta. Scorzetta d’agrume, poi, insieme ad una dimensione più minerale e maltosa… che, a dirla tutta, è forse la cosa che più ti colpisce quando annusi questo whisky: c’è infatti quella patina di cera, di mobili antichi (ci viene in mente un vecchio cassettino delle spezie…), che – se ci leggete, lo sapete – a noi fa impazzire, e che è solo dei whisky così vecchi.

P: la magia torna anche in questa fase, con una complessità e un’intensità veramente da urlo. Torta di mele gialle, una frutta rossa addirittura in crescita rispetto al naso (ancora fragole e ciliegie) a formare un profilo sì fruttato, ma allo stesso tempo molto ‘pesante’, molto piazzato, molto vecchio: legno speziato, tanta, tantissima cera, ancora un ricordo di legno impolverato, perfino un filo metallico, senza risultare un’off-note. Tamarindo, cioccolato, un poco di miele (di quelli non troppo dolci), scorza d’arancia rossa. Una punta di tabacco da sigaro? Una venatura di legnetti di liquirizia? Sì, a tutto. Spettacolare.

F: se il palato aveva la dicotomia frutta / cera a contendersi la gloria, senza però alternarsi, ma restando in scena assieme, qui le due componenti restano, con uguale intensità, ma in successione: prima un’esplosione fruttata clamorosa, poi, davvero all’infinito, una cera minerale da spavento.

Come c**** abbiamo fatto a tenere questo sample per degli anni nel nostro mobiletto? Come, eh? Ce lo sapete dire voi, senza insultarci magari? Un whisky francamente straordinario, intenso, complesso, esaltante: 94/100. Amici di Ian Macleod, questo è il benchmark: utilizzate bene l’eredità che avete comprato con il marchio, per favore. Dai. Per favore. La bottiglia vendita presso Lions’s Whisky a quasi 700€…

Sottofondo musicale consigliato: GraveyardHisingen Blues.