Scapa 16 yo (1993/2010, OB, 60,9%)

Tra le gemme sottovalutate del mercato sono senz’altro da annoverare gli imbottigliamenti che Pernod riserva alla sola vendita nelle distillerie di proprietà: la “cask strength edition” con cui ci confrontiamo oggi è uno Scapa del 1993, imbottigliato a grado pieno nel 2010. Il senso di questi imbottigliamenti è proprio il rendere disponibili come single malt, cask strength, espressioni di distillerie magari meno conosciute ma di sicura qualità: Scapa ad esempio, la seconda distilleria delle Orcadi, non ha nel suo core range una versione a grado pieno, e dunque ci avviciniamo all’assaggio con curiosità. Grazie a Claudio Riva per il sample.

N: a pieno grado è un’esplosione monodimensionale del legno: una vaniglia, burrosa, monolitica, e pure in mille declinazioni – torta paradiso, ciambellone, pastafrolla, oppure pan di Spagna e pure pandoro; tantissimo marzapane; una quantità di mela gialla inestimabile. Una buccia di limone fa capolino, e con lei un più intenso zenzero fresco. Semplice ma di una intensità travolgente. L’acqua apre un poco su un legno più caldo, e aumenta le sfumature – sempre rimanendo in pasticceria, chiariamoci.

P: la gradazione così elevata si sente tutta, ti infiamma il palato. Giunti i pompieri, in estrema coerenza col naso esplode il forno del pasticcere: torta di mele, torta paradiso, pastafrolla, zucchero a velo, pan di Spagna. Rispetto al naso, si affaccia più convinta una frutta gialla matura (mela soprattutto) e pure del cocco esuberante. Ancora è il legno a dare la linea.

F: la gradazione elevata favorisce un finale molto persistente, anche se senza grosse sorprese rispetto al copione già visto sopra.

Partendo dal finale, proprio in questa piena prevedibilità stanno croce e delizia di questo whisky: tanta personalità da mettere in mostra, certo, ma poi, alla fine, è proprio necessario essere qualcuno, come diceva il conte Mascetti? Non sapendo rispondere all’esistenzial quesito, affibbiamo il nostro arbitrio fatto numero: 86/100 – in fondo ci è piaciuto molto.

Sottofondo musicale consigliato: Jesse Harris – Slow Down.

Annunci

Rosebank 27 yo (1975/2002, Douglas Laing ‘OMC’, 50%)

Di ieri è la notizia della riapertura imminente di Rosebank per mano di Ian Macleod (già proprietario di Glengoyne, Tamdhu – per adesso, per chiarire bene lo spirito, l’AD si fa fotografare con bicchiere pieno e bottiglia di Rosebank Flora e Fauna ben chiusa e sigillata: non la metafora migliore per introdurre la cosa, no?). Nei prossimi giorni arriveranno i nostri due centesimi sulla questione, intanto però ci è venuta voglia di assaggiare com’era il whisky di Rosebank, per vedere sostanzialmente “se ne valeva la pena”. Troviamo nel nostro armadietto un sample di Rosebank del 1975, nientemeno, un barile ex-sherry imbottigliato nel 2002 da Douglas Laing: come guanto di sfida al futuro può andar bene?

Schermata 2017-09-27 alle 20.02.57N: oh, da quanto tempo non mettevamo il naso su un Rosebank! Il primo impatto ci fa gridare al miracolo: è letteralmente un tripudio di frutta, fresca, deliziosa e succosa. C’è la frutta rossa innanzitutto, con tanta ciliegia, poi fragola concentratissima come se fosse un’iperfragola (anche confettura di iperfragola); mele gialle, fresche ma anche mele cotte al forno; albicocche disidratate. E la pasticceria: c’è un profumo di impasto per torte, di fagottini alla mela con crema, di pasticcini di frutta. Scorzetta d’agrume, poi, insieme ad una dimensione più minerale e maltosa… che, a dirla tutta, è forse la cosa che più ti colpisce quando annusi questo whisky: c’è infatti quella patina di cera, di mobili antichi (ci viene in mente un vecchio cassettino delle spezie…), che – se ci leggete, lo sapete – a noi fa impazzire, e che è solo dei whisky così vecchi.

P: la magia torna anche in questa fase, con una complessità e un’intensità veramente da urlo. Torta di mele gialle, una frutta rossa addirittura in crescita rispetto al naso (ancora fragole e ciliegie) a formare un profilo sì fruttato, ma allo stesso tempo molto ‘pesante’, molto piazzato, molto vecchio: legno speziato, tanta, tantissima cera, ancora un ricordo di legno impolverato, perfino un filo metallico, senza risultare un’off-note. Tamarindo, cioccolato, un poco di miele (di quelli non troppo dolci), scorza d’arancia rossa. Una punta di tabacco da sigaro? Una venatura di legnetti di liquirizia? Sì, a tutto. Spettacolare.

F: se il palato aveva la dicotomia frutta / cera a contendersi la gloria, senza però alternarsi, ma restando in scena assieme, qui le due componenti restano, con uguale intensità, ma in successione: prima un’esplosione fruttata clamorosa, poi, davvero all’infinito, una cera minerale da spavento.

Come c**** abbiamo fatto a tenere questo sample per degli anni nel nostro mobiletto? Come, eh? Ce lo sapete dire voi, senza insultarci magari? Un whisky francamente straordinario, intenso, complesso, esaltante: 94/100. Amici di Ian Macleod, questo è il benchmark: utilizzate bene l’eredità che avete comprato con il marchio, per favore. Dai. Per favore. La bottiglia vendita presso Lions’s Whisky a quasi 700€…

Sottofondo musicale consigliato: GraveyardHisingen Blues.

Caol Ila 20 yo (1996/2016, Kingsbury, 56,9%)

Qualche mese fa siamo passati a trovare Max Righi nel suo nuovo tempio di Formigine, Whisky Antique – tra gli assaggi che ci ha pregato di portare a casa nei nostri sample (credeteci: ci ha quasi costretto, noi non avremmo mai voluto, noi, per carità!) oltre a diverse espressioni di Silver Seal c’era questo Caol Ila di vent’anni imbottigliato da Kingsbury, compagnia che spaccia whisky dal 1989 ed è ora di proprietà giapponese. Si tratta di un single cask non colorato, non filtrato a freddo – pare che nella maturazione sia intervenuto un barile ex-rum… Curioso, no?

_DSC3655N: molto piacevole – e d’altro canto la qualità media di Caol Ila è talmente solida… Consistency fatta distilleria! Partiamo dal lato meno isolano, cioè quello zuccherino: innanzitutto un senso di dolcezza da torta paradiso (e dunque pan di Spagna, limone, crema di vaniglia), ma anche un qualcosa di più profondo, che riassumiamo col nostro amato Ciambellone, magari appena uscito dal forno. Uvetta macerata nell’alcol? Poi, c’è una bella torba morbida e un po’ iodata, con del fumo di legna ardente (braci accese). Il tutto è percorso da una venatura delicata ma molto decisa balsamica: di eucalipto, di pineta.

P: che impatto, che coerenza! Ripartiamo dal balsamico e dall’eucalipto, elementi ben presenti fin dal primo sorsino. Ritorna anche una bella dolcezza, ancor più pronunciata e appiccicosa di quanto non apparisse al naso: ancora ciambellone e ancora torta paradiso (con la sua quota di limonosità), riconosciamo anche del caramello e – forse – del miele. La buccia di mela lasciata ad aromatizzare e inumidire il tabacco da pipa… Datteri, a pacchetti. Strepitoso il sapore di braci, di legno, di fumo intenso. L’acqua è graditissima ospite, il profilo resta il medesimo ma più ‘succoso’, con un po’ meno spigoli. E se dicessimo pesca molto matura?

F: molto fumoso e acre, lungo lunghissimo e intensissimo; falò, ancora un tappeto di dolcezza, qui un po’ più astratta (zucchero liquido e toffee?, datteri di nuovo).

Come potrebbe Max darci un consiglio sbagliato? E infatti, è un Caol Ila elegante, di personalità, in cui l’influsso del rum è francamente impercettibile, non fosse forse per una dolcezza al palato un poco più evidente del solito: e pure questa dolcezza non prevarica mai le altre componenti, dal balsamico al fumoso. Equilibrato e godibile, 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Turritopsis Dohrnii.

Carsebridge 42 yo (1973/2015, Hunter Laing ‘Sovereign’, 48,9%)

Quante volte può capitare di assaggiare un single cask di 42 anni di una distilleria di grain whisky chiusa da oltre trenta? Non sapremmo, ma – ve lo possiamo garantire – a noi sta capitando proprio adesso. Grazie a Matteo Zampini (e a Fabio, ça va sans dire) per il sample.

N: sapete bene che siamo degli uomini di mondo, e dunque certo non vi stupirete se il primo descrittore che ci viene in mente di fronte a cotanto naso è “fruta pinha” (scommettiamo che il Gerva la conosce!). Molto zuccherino e denso, con crema di vaniglia al limone, noce di Pecan; c’è anche una nota curiosa – ma non così tanto, per un grain – di colla per legno. Molta pera, anche una barretta di Galak; un filo di orzata. Non possiamo definirlo un “mostro di complessità”, ma il naso promette bene.

P: l’alcol non esiste, l’attacco è pulitissimo e molto fresco: cosa che ci stupisce, e a dirla tutta il palato colpisce positivamente. Cioccolato bianco e una bella bananona matura, intensissimi; ancora la nostra amata ‘fruta pinha’, zuccherina e grassa, burrosa. Un budino alla vaniglia. Una nota fresca di succo d’ananas (più zuccherino dell’ananas vero e proprio). A confermare un lato vegetale, ‘verde’ e fresco, troviamo note di sedano (che nella nostra perversa esperienza è nota tipica dei Rye).

F: di media durata, non di esplosiva intensità, molto pulito; a dominare è il gelato alla banana…

Ottimo whisky, che conferma come nella maggior parte dei casi i grain reggano magnificamente invecchiamenti molto importanti – o girando la questione, dimostra come nella maggior parte dei casi i grain richiedano invecchiamenti molto importanti per acquisire armonia. Questo single cask non potrà non piacere, con la sua pienezza sbarazzina: 42 anni e non sentirli, decisamente. 88/100, che clamore!

Sottofondo musicale consigliato: Klaus Nomi – After the Fall.

Laphroaig 19 yo ‘Pagoda’ (1995/2014, I Love Laphroaig, 57,8%)

Quando si assaggia un Laphroaig e si vuol fare un confronto, non si può non scegliere una selezione dell’uomo che in Italia rappresenta l’amore massimo per quella distilleria: Claudio Riva. Prima di imbarcarsi nel magnifico e ambizioso progetto Whisky Club Italia, Claudio era presidente e animatore del club I Love Laphroaig – a quei tempi eroici si devono alcune sue selezioni memorabili, di cui serbiamo memoria digitale anche su questo blog (ad esempio questo, o questo). Quinto e ultimo della serie dedicata allo stile di Laphroaig e ai suoi simboli è La Pagoda, presentato al Milano Whisky Festival del 2014 ed esaurito non molto tempo dopo (qui il link, con scheda). Single cask di 19 anni, distillato nel 1995, barile ex-bourbon ma presumibilmente – leggiamo Claudio – di secondo o terzo riempimento. Apriamo le danze.

141112_laphroaig_lapagodaN: pieno, intenso, armonico. Rispetto al 10 anni la torba è più chiusa, sia per l’età che per la gradazione alta che ‘spegne’ un po’ i fumi torbosi. Meno medicinale del 10. Poi un cuore di dolcezza (fatta di dolciumi burrosi, brioche di brutto, alla marmellata, poi impasto per torte, crostata, crema). Fruttato, con note della polpa di pesca gialla; tanta mela gialla, anche, molto matura (vengono in mente le pesche con gli amaretti). Aghi di pino. Poi una grossa marinità, quasi di pesce, senz’altro di ostriche – non è ‘solo’ aria di mare. Con acqua, diventa decisamente più zuccherino, ed anche il fumo si riprende un poco di spazio.

P: piuttosto coerente col naso… esplosivo: il primissimo impatto è molto giocato sul dolce, tra pasticceria, torte burrose, crema pasticcera, ancora pesche e mele gialle molto mature (frutta grattugiata in purea, se l’avete presente). Pepe bianco, in gran quantità, verso il finale. Tabacco dolce da pipa. Di nuovo il fumo resta in disparte, con una torba tagliente che si prende solo qualche momento di gloria.

F: qui sì che cenere e cera e mare si prendono lo spazio, ma senza toglierne ad una pesca incredibile, intensissima. Anche un poco di pera, un semplice velo.

Un bel ricordo di un’età che non c’è più, un’età in cui potevi trovare un onesto e glorioso Laphroaig di quasi vent’anni a un prezzo ragionevole – ed erano solo tre anni fa! Claudio a voce lo presentava come un buon whisky, ma certo non il più complesso delle sue selezioni; noi non possiamo confrontarli uno affianco all’altro, ma su questo possiamo esclamare: che qualità, e che intensità!, e possiamo serenamente “perdonare” (wtf???) un lato isolano meno esuberante rispetto ad altri imbottigliamenti più wild90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jethro Tull – Life is a long song.

Benromach ‘Chateau Cissac’ 2009 (2017, OB, 45%)

Compare del Triple Distilled nel mondo delle nuove uscite di Benromach è il terzo esemplare della serie “Wood Finish”: dopo un finish in Sassicaia (che abbiamo recensito qui) ed uno in Hermitage, ecco tornare in pista per 25 mesi d’affinamento il barile di Chateau Cissac – stimato e celebrato vino rosso francese, della zona di Bordeaux, a dominante Cabernet Sauvignon. Non è una novità la nostra diffidenza verso i finish in vino rosso, oltretutto per i torbati; né d’altro canto è novità la nostra stima per Benromach, dunque via, avanti!

chateau 2017 heroN: ehi cosa abbiamo qua? Sulle prime è contundente e balsamico, funghi, formaggi stagionati (?!). C’è un lato medicinale della torba, tipo colluttorio. Davvero strano, avrete intuito. Poi prende aria e si apre un po’ la frutta rossa (mirtilli), con un impatto vinoso che non lascia indifferenti. Longrow, anyone? Prugne secche e caramelle alla frutta. Scorza di arancia che ci ricorda giusto giusto quel quid minerale che in Benromach non manca mai. E la vaniglia arriva pian pianino…

P: saporito e molto vinoso, quasi pastoso. La vaniglia delle botti ex-bourbon first-fill (circa sei anni prima del passaggio in vino), nascosta al naso, si propone qui con grande convinzione.  E l’impressione è che la magia torba+vino+vaniglia sia riuscita solo a metà. Da dove viene questa leggera off-note di polvere da sparo? Rimane medicinale, con tanta torba minerale. Crostata di mirtilli e prugne cotte.

F: rimane astringente, robustamente torbato e con stecchette di vaniglia e miele.

Dobbiamo chiudere confermando entrambi i nostri pregiudizi iniziali: l’anima di Benromach è evidente, imperturbabile di fronte alle ‘offese’ del vino; e per contro queste offese sono molto nette, e certo potranno soddisfare appieno solamente i veri appassionati dell’abbinamento torbato e barile di vino rosso. Noi non possiamo dirci sconfinferati, ma neppure insoddisfatti, dato che comunque questo ci ha convinto più del finish in Sassicaia: 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: The contortionist – Clairvoyant.

Benromach ‘Triple Distilled’ (2009/2017, OB, 50%)

Fino a quando, Benromach, dovremo tessere le tue lodi? Probabilmente fino a quando continuerai a lavorare in questo modo… Piccola realtà indipendente (la proprietà, per chi si fosse distratto, è in mano allo storico imbottigliatore Gordon & MacPhail), rinnovata con l’esplicito intento di creare whisky old-style, Benromach delizia costantemente il nostro palato con un malto generalmente di grande personalità, con note torbate che suonano su frequenze veramente inusuali nel panorama dell’acquavite di malto – tant’è che spesso ci è capitato di riconoscere punti in comune con Springbank, e voi sapete bene quanto questo per noi sia uno dei migliori complimenti possibili. Oggi, grazie all’intercessione di Steve Rush e di Twitter, presentiamo le tasting notes della versione nuova di pacca: Triple Distilled, un whiskettino di otto anni appunto a tripla distillazione, alla moda degli irlandesi.

benromach-triple-distilledN: 50 gradi e non sentirli, molto pulito e fruttato, cerealoso e tanta pera. Fresco, campo di fiori e zenzero a pacchi. Mandorle, sia l’olio che il marzapane. Bella vaniglia e crema pasticcera con generosa aggiunta di scorza di limone. E poi escono alla grande le “soft and subtle mineral notes”, come da nostro immortale tweet (e il concetto di immortalità su Twitter è pari a cinque secondi). Note di lavanderia e un lieve sentore di affumicato, così Benromach, così vecchio stile.

P: ricco ricco ricco. Ma anche molto sottile. Torta paradiso e torta alla crema eppure ben bilanciato da un lato più fresco e innocente. E quindi ancora zenzero, cereali del mattino nel latte, pere croccanti. Torna quel lato minerale accattivante e siamo in pace col mondo. Torba gentile, alla Kilkerran diremmo. Semplice e complesso allo stesso tempo.

F: resiste un leggero fumo di torba, con burro fresco e crema. Nice!

Ma quanto lavora bene Benromach! I paragoni che ci vengono in mente sono tutti di livello, ci ricorda certi Clynelish, ma con meno cera, certi Kilkerran anche senza marinità, perfino certi Springbank… Insomma, con questo Triple Distilled abbiamo conferma che Benromach è una delle nostre distillerie da top 5. Quest’imbottigliamento, infatti, è probabilmente un poco più semplice di altri membri del core range, con una quota dell’oleosità tipica di altri Benromach sacrificata all’altare della tripla distillazione; ma di certo è comunque abbastanza complesso, ed è godurioso, molto godurioso: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Liberato – Gaiola portafortuna.

Old Ballantruan (2016, OB, 50%)

Tempo fa abbiamo assaggiato Old Ballantruan 10 anni, versione torbata di Tomintoul – the gentle dram dal cuore dello Speyside. Non era andata malissimo, ma a dirla tutta non conserviamo un ricordo indelebile della qualità di quel whisky: rinfreschiamoci dunque la memoria con il fratellino senza età dichiarata. A differenza del decenne, questo Old Ballantruan conserva la ‘vecchia’ grafica, che è infinitamente preferibile alla nuova – ma si sa, de gustibus

N: come già nell’altro Old Ballantruan, la torba è molto chimica, densa, tutta sullo smog. C’è poi, molto caratterizzante, il lato di lieviti e canditi, a dimostrazione della giovane età. Troviamo perfino una nota metallica, quasi di rame. Dobbiamo dire che il degustatore distratto potrebbe facilmente pensare di avere sotto al naso un pacco di Amica Chips alla paprika: quell’amore/odio che tutti abbiamo provato negli aperitivi più disperati. Per il resto, vaniglia e arancia (arancia candita) accompagnano verso l’assaggio. Albicocca disidratata.

P: il corpo è masticabile, con una buona intensità. Qui diventa molto simile al 10 anni, facendosi quasi sovrapponibile. Come quello, ci troviamo una torba greve, da tubo di scappamento, ed una vaniglia agrumata. Un senso astratto di caramello. Il suo dramma però è che troppo si sentono i lieviti, troppo le imperfezioni (non tecniche quanto di ‘opportunità’, se ci intendiamo) per essere davvero convincente.

F: lungo, persistente, cerealoso; perfettamente diviso tra vaniglia e fumo.

Non possiamo certo nascondere una certa idiosincrasia con Tomintoul e i suoi imbottigliamenti ufficiali: ormai ne abbiamo recensiti un po’, e in tutti riscontriamo un sostanziale difetto di personalità. Anche in questo Old Ballantruan non riusciamo a riconoscere un dram pienamente soddisfacente, e anzi – ma si sarà capito leggendo la recensione – proprio non possiamo dircene convinti nonostante qualche guizzo. 77/100 dunque, e speriamo che il prossimo Tomintoul ci sappia far rimangiare le nostre parole.

Sottofondo musicale consigliato: modernariato anni ’90, con L7 – This ain’t the summer of love.

Auchentoshan 12 yo (2016, OB, 40%)

Auchentoshan è una delle quattro distillerie attualmente attive nelle Lowlands: assieme a Glenkinchie, Aisla Bay e Bladnoch, Auchentoshan tiene alto il vessillo delle terre basse scozzesi che avvolgono Edimburgo e Glasgow. La tripla distillazione, velleità che tradizionalmente era di pertinenza appunto lowlander ma che ora ha perso di appeal presso i più, resta vanto della distilleria. Non abbiamo mai recensito il 12 anni, entry-level per il core range con età dichiarata: tappiamo la lacuna adesso summo cum gaudio.

auchentoshan-12-years-oldN: nota alcolica presente ma non demoralizziamoci. Anzitutto vi propiniamo un’immagine complessiva: la frutta di marzapane laccata. Ha infatti delle note zuccherine mandorlate un po’ plastificate. Il contesto è abbastanza piatto, ma si riconoscono anche dei leggeri sentori di corn flakes zuccherati (il profumo della busta appena aperta!), miele e qualcosa che assomiglia alla marmellata di fragole.

P: insisteremo con arroganza sulla debolezza del corpo: non c’è quel kick (direbbero gli esperti, la ‘botta’ di sapore diremmo noi con fisico da sollevatori di Johnny Walker Red Label). Va bene imbottigliare a 40 gradi, ma così è troppo debole. Per gli infiniti casi dell’universo Serge dice più o meno il contrario in merito. Parlando di descrittori la fanno da padroni miele, tantissimo caramello e frutta secca (mandorle e noci). C’è un lato agrumato, ma un po’ sballato e contundente.

F: finale più che discutibile, con sensazione alcolica dimenticabile. Ancora caramello e frutta secca, se proprio dobbiamo sottilizzare.

Nel tirare le somme di questo assaggio, si potrebbe giocare la carta stereotipata dei whisky leggeri e beverini, quasi timidi, delle Lowlands: poi però arriva un asso pigliatutto, che racconta di un whisky certo semplice ma non del tutto convincente, certo non catastrofico ma con qualche difettuccio piuttosto evidente qua e là. 76/100. Costa una quarantina di euro, per chi si cura della banalità della pecunia.

Sottofondo musicale consigliato: Testament – The Pale King.

Puni Nova #02 vs Puni Nova #03 (2016 e 2017, OB, 43%)

Nova è uno dei due imbottigliamenti ‘base’ di Puni, distilleria altoatesina di cui non sappiamo stancarci di lodare il lavoro. Grazie alla consueta gentilezza dello staff, e di Julia in particolare, abbiamo ricevuto campioni del Batch #02, edizione 2016, e del batch #03, uscito nel corso dell’estate 2017. Trattasi di un (anzi, due) tre anni: miscele di quercia europea ed americana. Facciamo per comodità una sola recensione in confronto, come già provato per le due versioni di Puni Nero, ma, d’altro canto, reason is in comparison.

N: pur avendo la medesima età dichiarata, il batch #02 si presenta subito leggermente più ricco di sentori di lieviti, canditi, mash tun, e con una componente alcolica più leggermente avvertibile. Volendo riassumere in una figura unica, la differenza (se pure, attenzione!, di sfumature si tratta) è quella che passa tra una pera matura e una pera acerba… Per il resto, i punti comuni sono tanti: la morbida vaniglia, la buccia di banana verde, una mandorla fresca, olii essenziali di limone; un leggero pan di Spagna. Col tempo e l’ossigeno, in entrambi cresce la vaniglia, quasi la crema pasticcera.

P: come già accaduto per il batch #001, il batch #02 esibisce in pieno un’austerità singolare (pane, cereale, erba fresca), giocando le sue carte su un nonsoché di secco e amarognolo che sorprende; il batch #03, tuttavia, come già al naso ci appare leggermente più equilibrato e forse più di nostro gusto, risultando maggiormente equilibrato. Aumenta infatti una certa consistenza cremosa e fruttata: frutta gialla, forse financo banana. Volendo riassumerli entrambi, comunque vaniglia, cereali e pera, lieviti e (semino di) limone; la buccia di mandorla, amara.

F: per entrambi il finale è componente pregevole, con una bocca che resta pulita, intensi sentori di frutta secca oleosa (mandorla, noce) e l’evidenza dell’apporto del bourbon.

Veniamo alle considerazioni finali. Innanzitutto, chiariamo che la consistenza è notevole, le differenze (necessarie quando si imposta un imbottigliamento in batch) sono davvero minime, sfumature, e il profilo è effettivamente molto molto simile. A voler dire la nostra, comunque, 02 si prende 80/100, 03 si prende 81/100, ci sembra più cremoso, più ‘maturo’, anche se proprio di poco.

Sottofondo musicale consigliato: Angel Canales – Dos Gardenias.