Botti da orbi – recensioni dal Whisky Revolution Festival

Torna la rubrica di assaggi a cura di Marco Zucchetti, eroe dei due mondi (quelli del giornalismo e del benessere, per i garibaldini già sul piede di guerra): questa volta, tocca a una selezione di assaggi dal Whisky Revolution Festival dello scorso settembre…

La vita è una scatola di samples, non sai mai quello che ti capita. Forse Forrest Gump preferiva i cioccolatini, ma sono problemi suoi. D’altronde lui era reduce dal Vietnam, noi invece dal Whisky Revolution Festival di Castelfranco Veneto. Dove, in un’isola di malto circondata da un mare di spritz, abbiamo fatto i whiskaioli, ovvero i fungaioli dello scotch. Ecco una selezione delle cose buone finite nel nostro cestino, rigorosamente senza un ordine. Perché dove c’è ordine, lì c’è pace e decoro. Ma entrambe le cose al momento non sono una priorità.

Tomatin 36 yo batch #4 (1981/2017, OB, 46%)

Re Lear a passeggio fra i Colli Euganei. Il pezzo forte della masterclass Tomatin – e forse la cosa più buona assaggiata al WRF – è stato questo whisky maestoso, che indossa la sua nobiltà con sicurezza e senza ostentarla. Discendente da tre barili ex bourbon ed ex Oloroso, è l’esempio di come Tomatin sia distilleria maratoneta, che dà il meglio sulle lunghissime distanze. E quando gli altri cadono stremati, lui ancora scatta brioso fra vivissimi aromi di papaya e melone, fragola e nespola. L’età non si chiede né alle signore né ai re e all’olfatto i 36 anni sono solo un ricordo. In bocca no, l’antichità ha un suo corpo possente. Così accanto a un sollucchero di pesche al forno e amarene sciroppate, sullo sfondo di una cremosità di cioccolato al latte che ti avvolge, ecco il legno. Balsamico, elegante, con un gran bel brio di pepe nero e chiodi di garofano che nulla toglie a una freschezza fuori sincrono con la carta d’identità. Tanti sono i monarchi sclerotici che il tempo ha ridotto a semplici lozioni di profumi prive di anima al palato. Qui invece di stantio non c’è nulla e il re è tutto tranne che nudo.

Magnificente. 92/100

Ancnoc 24 yo (2018, OB, 46%)

Il fatto che ancora non ci sia un Arbre Magique dedicato è uno scandalo. Perché guidare molestati da limone o pino silvestre quando si potrebbe farlo accarezzati da volute di brioche alla marmellata, zabaione e nocciola? Aromatico, aromaticissimo eppure fresco come un succo di frutta. Molto espressivo, anche se non complesso. È coerente qualunque faccia mostri: naso, palato, finale, è sempre fruttato, con note di pasticceria e di praline. Il legno – grassoccio, con un che di anice – fa capolino poco prima che il bicchiere si svuoti. Cuoio e fiori secchi impreziosiscono il quadro. Dunque cos’è quel senso di rammarico? Ahimé la gradazione, che se fosse più alta lo eleverebbe fra troni e dominazioni. Si ferma appena sotto, ma il paradiso è comunque assicurato.

Whisky da fiuto. 87/100

Bladnoch Bicentennial 29 yo (1988/2018, OB, 41,2%)

Sulla Settimana Enigmistica c’è l’enigma della Sfinge, lui è l’enigma del festival. Edizione ultraspeciale di rara opulenza (tanto oro si è visto solo per lo Zacapa Royal) per i duecento anni della rinata distilleria delle Lowlands. Duecento bottiglie, che in Rete si trovano a non meno di 5.700 euro l’una. Ma il denaro è lo sterco del diavolo, quindi qui se ne parlerà come se costasse 40 euro all’Esselunga. Al naso le note floreali ci sono (poutpourri), ma arrivano dopo un’anticamera di arancia e pesca, e dopo un corridoio di prugne secche, nocciole e vaniglia. In certe sniffate lo prenderesti pure per Armagnac, in altre la resina di abete la fa da padrona. In bocca invece ecco l’anima Lowlands, nonostante l’invecchiamento: lavanda, violetta, cola e cannella accanto alla dolcezza del malto. Il legno sgomita per mostrarsi (forse troppo?). Spuntano ricordi di quel cassetto con la biancheria della nonna terrorizzata dalle tarme, che un finale di legno e cacao confonde un po’. E dunque? Cattivo non è, il naso molto elegante, il finale persistente. Ma è come se la leggiadria dello spirito Bladnoch faticasse a respirare sotto il peso del tempo. Trilly Campanellino ha il tutù, non il paltò, anche se di cashmere.

Fiato corto. 85/100

whisky benriach 21 yo

Benriach 21 yo (1994/2016, OB for Pellegrini, 54,2%)

Dovete scusarci, perché ogni tanto ci distraiamo davvero tanto e ci capita allora di perdere certe chicche, addirittura in esclusiva per il mercato italiano. Ad esempio due anni or sono Pellegrini, l’importatore italiano di Benriach, ha portato a casa l’imbottigliamento di due single cask: uno era questo 10 anni invecchiato in Porto, che ci era parso eccellente, l’altro il whisky di cui leggerete tra poco. Benriach, che appartiene a Brown Forman assieme a Glendronach e Glenglassaugh, è una distilleria molto prolifica in quanto a imbottigliamenti, ma poco si sa di come vanno le cose tra le sue mura, non avendo un visitor center e non essendo dunque visitabile facilmente. Ci sono insomma tutti i presupposti per qualche leggenda spaventosa sul mostro che nottetempo si aggira tra gli alambicchi di Benriach; intanto noi, più modestamente, assaggiamo questo 21 anni invecchiato in un refill hogshead.

whisky benriach 21 yoN: si presenta torbatino, ma di una torba sottile, pungente. Un che di pasta del dentista e di chiodi di garofano… Tanta gomma, anche gomma bruciata. La tela cerata (e perché non un Barbour?). Dopo di che arriva una bella frutta, variegata (quasi tropicale): mela rossa, albicocca, forse perfino melone.

P: urca, pieno e aggressivo, molto intenso – la botta iniziale è massiccia. Resta molto torbato, ancora con pasta del dentista e fumo. La dolcezza è nuovamente di frutta arancione (melone, di brutto). Una spruzzatina di peperoncino. L’agrume emerge nitido, soprattutto con acqua, e lo definiremmo d’imperio come lime: anzi, ci folgora il buon Zucchetti, oscuro manovratore di questa recensione, con la sua immagine di caramella al limone frizzante. Poi, anice e liquirizia, anzi: finocchietto.

F: lungo, un po’ monodimensionale, tutto spinto sulla torba: resta molto chimico e torbato, gomma bruciata.

Dovendo mettere in parole le emozioni forti che questo single cask sa dare, lo divideremmo sicuramente in due parti: il naso è molto piacevole, oltre che ricco di sfumature certo insolite, come il melone e la pasta del dentista. Il palato, pur mantenendo le stesse curiose sorprese, ha un “problema” di aggressività, con tutti i sapori sparati a mille a sbaragliare l’incolpevole cavo orale. Intendiamoci, complessivamente resta un ottimo dram, di cui consigliamo vivamente l’assaggio, ma se è un daily dram che cercate… state sbagliando tutto: 86/100. Grazie mille a Samuel per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Glenn Miller & His Orchestra – Moonlight Serenade

 

 

 

Puni ‘Vina’ (2018, OB, 43%)

La distilleria italiana Puni ha di recente sfornato due nuovi whisky, entrambi di 5 anni. Il primo, ambiziosamente chiamato Gold, si è giovato di un invecchiamento in barili ex bourbon, mentre il whisky di oggi ha riposato in botti di quercia europea che hanno contenuto Marsala. Ultimamente questa tipologia di affinamento si sta facendo sempre più largo nella mente dei guardiani delle cantine, accanto ad altri vini liquorosi come Porto e Sauternes; e proprio Puni, legando idealmente le estremità italiane, sembra avere un debole per i sentori tipici del vino siciliano, avendo già avuto modo di legarvi il proprio distillato, con risultati invero alterni, con Opus e Alba.

N: la prima nota, spiazzante, ricorda nitidamente la gomma, anzi: una boule dell’acqua calda. Fortunatamente va scomparendo man mano. Una nota evidente di brandy all’arancia (leggi: Grand Marnier), e in generale l’arancia sembra il sentore più evidente (caramella gommosa all’arancia). Ha una punta acetica che ci fa venire in mente l’aceto di more. Zuccherino, astrattamente.

P: attacca molto alcolico (proprio come sapore, non come intensità), poi si apre verso sentori più dolci: innanzitutto ancora aceto di more (e forse di mele), poi tanta albicocca disidratata. Castagnaccio (o biscotti di castagne). Un senso di legno muffito. Strano, molto strano…

F: non lungo, diviso tra castagna e albicocca secca.

Già assaggiando l’Alba avevamo riscontrato una certa acidità, marcata e totalizzante.In generale questo Vina ci pare abbastanza semplice e forse non proprio centratissimo. Ma soprattutto, al di là dell’ingenuità di un distillato che con invecchiamenti più robusti crediamo ci stupirà, registriamo il ripetersi di una nostra idiosincrasia verso le maturazioni piene in marsala. Non prendetela sul personale, il problema è tutto nostro: 72/100. Registriamo in chiusa un elemento solo positivo: come già il Gold, anche questo Vina costa un po’ meno rispetto alle precedenti release (siamo intorno alle 50€), e ci sembra in assoluto un ottimo segnale. PS: vi abbiamo mai raccontato del nostro reportage su Puni scritto per Rivista Studio? No? Eccolo qui.

Sottofondo musicale consigliato: davvero difficile resistere alla tentazione di piazzare una hit certo immortale di Jenny MarsalaFeuer.

 

Botti da orbi – “La degustazione del secolo”, pt. 1

Da oggi nasce una nuova rubrica sul blog, “Botti da orbi“, e una penna prestigiosa si aggiunge a whiskyfacile: come Serge Valentin ospita le recensioni di Angus MacRaild sul suo sito, noi siamo onorati di ospitare il sommo Marco Zucchetti, corrispondente italiano di scotchwhisky.com e vicedirettore di un importante quotidiano nazionale. Avrà spazio completamente libero, scriverà di whisky ma non solo, con recensioni e reportage… E per farvi capire di che pasta è fatto, oggi esordisce sulle pagine virtuali di whiskyfacile con un Rum di Barbados del 1780 ed un Saint James di fine ‘800. Grazie Zuc, da volare viaaaaaa!

Eravamo una trentina alla Degustazione del secolo. Che detto così fa un po’ ritrovo massonico e un po’ club Bilderberg, ma molto più divertente. Era giovedì 13 settembre ed eravamo a Londra. Che per l’occasione era perfino assolata per festeggiare l’evento. Giornalisti, esperti, distributori e blogger da una parte. Cinque rum dall’altra, a coprire quattro secoli, dal 1780 al 2018. Ad arbitrare Luca Gargano, lo stregone genovese di Velier. Che per lanciare i primi rum invecchiati prodotti da Hampden Estate e distribuiti appunto da Velier e Maison du Whisky ha pensato (bene) di aprire qualche bottigliuccia da nulla della sua collezione. Noi si era lì, nel posto giusto al momento giusto, per una di quelle congiunture astrali che ti farebbero quasi credere all’oroscopo. Questo è il resoconto più o meno puntuale di che cosa abbiamo assaggiato quella sera in cui avevamo tutti Saturno in congiunzione coi Caraibi, a partire dall’Harewood, il rum più vecchio al mondo.

tutte le foto sono di Velier

HAREWOOD 1780 (Barbados, 69°)

Ci sono rum da spiaggia, da discoteca, da caminetto. E poi ci sono rarissimi rum da museo, come questo. Al mondo non ne esistono di più vecchi, è la Stele di Rosetta dei distillati di canna. E come ogni reperto archeologico è prezioso (secondo Sukhinder Singh di whiskyexchange.com oggi vale almeno 50mila sterline a bottiglia) e va maneggiato con cura. Quindi prima di cominciare a flirtare col bicchiere, è buona creanza fare almeno le presentazioni. Il rum fu distillato nelle Barbados nel 1780, l’anno in cui il grande uragano nei Caraibi fece 22mila morti. Nel frattempo, con grande pragmatismo, Henry Lascelles, conte di Harewood, spediva i suoi barili in Inghilterra. Le oltre duecento bottiglie ottenute finirono nelle cantine della Harewood House, vicino a Leeds. Fra una caccia alla volpe e una partita di schiavi da rivendere, il tempo per sorseggiarlo era poco e i nobili non si avventarono su quelle bottiglie con troppa foga. Poi, il rum passò di moda e pian piano tutti le dimenticarono. Fino al 2011, quando l’ultimo erede le ritrovò durante un inventario un po’ come quando sul fondo dei cassetti rispuntano quelle t-shirt che pensavamo di aver perso in vacanza. Erano totalmente incrostate di ragnatele e polvere, ma i registri (e le analisi di Christie’s) non mentono mai: erano rum (alcuni light e alcuni dark) del 1780. Scoperto il tesoro, i conti hanno messo all’asta le 28 bottiglie superstiti e destinato il ricavato a una fondazione di Charity caraibica, riequilibrando il karma di secoli di colonialismo. Bel gesto. L’ultimo lotto di 16 pezzi è stato venduto nel 2014 a 8.482 sterline la bottiglia, penny più penny meno. Quattro sono finite nella ciclopica collezione di Luca Gargano. Una di queste, di rum chiaro, è la venerabile signora di cui si sta parlando. Che ci perdonerà per averne indelicatamente rivelato l’età.

Ora, con gli spiriti così nobili si è sempre in soggezione. Ogni gesto è ponderato, il bicchiere sembra fragile come un Uovo Fabergé e anche sul panel di degustatori più caciarone cala un silenzio irreale. Ci si prepara come penitenti a sniffare la polvere dei secoli, la sacra aria stantia delle cripte e delle biblioteche. Poi arriva il rum. Ed è come se il defunto arrivasse al suo funerale per dire a tutti di star su col morale, che non è mica morto nessuno.

Di uno scintillante color oro, non ha per nulla l’aria del rudere liquido plurisecolare. A pensarci bene è naturale: quel rum ha passato 236 anni in bottiglia, ma non più di 18-24 mesi in botte. Logico dunque che sia ancora chiaro. Quel che sfida la fisica e la chimica è invece la freschezza, che ti soffia in faccia dal bicchiere. Al naso si apre con esteri fini ma vibranti, succo di ananas, banana, una suggestione di aceto di mele. E cambia, si sgranchisce, riprende dimestichezza con l’atmosfera per troppo tempo proibita dalla gabbia di vetro e sughero. La parte vegetale, come di fieno, è inebriante. È la canna da zucchero al suo più alto grado di purezza, prima della modernità. Note che si trovano ormai solo in certi Clairin atavici di Haiti. Poi gli esteri si assopiscono, fa capolino della noce moscata, un’equilibrata frizzantezza come di gazzosa e dopo un’ora dal bicchiere montano volute di fiori, cera d’api e albicocca. Il fatto è che tutta questa complessità è quasi del tutto primaria: il legno è stato praticamente a guardare mentre il distillato di canna faceva il lavoro. In bocca seconda sorpresa: la potenza. I quasi 70 gradi ci sono ancora e sono magnificamente integrati in un sorso vellutato. Più secco che dolce, la noce moscata è di nuovo la testa di ponte, la polena del vascello pirata. Dietro, a remare, sensazioni di frutta secca (noccioli di pesca) e un curioso tocco sapido che lascia poi la scena a un finale non lunghissimo ma piacevole, “spiritoso” in ogni possibile senso. Di fatto, è come se un adolescente fosse entrato in una camera di crioconservazione. Nulla è cambiato, non una ruga è spuntata da prima della Rivoluzione francese. Non è un rum, è un documento da consultare. Di sicuro la lezione di Storia più piacevole della storia. Leggenda. 95/100

SAINT JAMES 1885 (Martinica, 47°, imbottigliato 1952)

Gargano lo ha scoperto in fondo ai magazzini nel 1991. Prodotto curiosamente da succo di canna “cotto” (una specie di riduzione per renderlo più denso), ha anche rischiato di finire distrutto. Ma per fortuna si è salvato e possiamo raccontarlo.

Mostruosamente oscuro, di un mogano spesso, più caffè turco che Coca Cola. Il caffè è il filo conduttore anche all’olfatto. Polvere di caffè per la precisione. Non c’è certezza su quanto sia stato in botte, pare comunque la bellezza di 67. Forse qualcuno meno, ma il legno ha conquistato senza pietà il suo spazio vitale come nemmeno a Risiko con la Kamchatka.

È tostato, note di prugne secche e cacao amaro, a cui si affianca un evidente tocco più acido, fra il rancio e l’aceto balsamico. Col passare dei minuti anche tamarindo. Ecco, qui si sente il tempo, che ne smussa anche il grado alcolico. In bocca l’antichità ti si appiccica alle gengive: liquirizia, cioccolato fondente, tannini piccanti e retrogusto amaro di caramello bruciato. Rimane il guizzo acidulo, che però viene trascinato via da un finale coerente di fondi di caffè, cioccolato al peperoncino e spezie.

Nessuno chiede a Sean Connery di recitare la parte del bimbominkia, quindi non chiedete la beverinità a questo ponderoso colosso oscuro. Vetusto. 90/100

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Abomination ‘The Sayers of the Law’ (2017, Lost Spirits, 54%)

Oggi assaggiamo un whisky che rappresenta un caso nel mondo dei distillati, avendo scatenato aspre contese tra fautori della tradizione e arditi sostenitori delle tecniche di produzione pionieristiche. L’Abomination è prodotto a Los Angeles dalla Lost Spirits Distillery, una sorta di surrele parco divertimenti che cela una distilleria di whisky e rum perfettamente funzionante. Tra le tante stramberie, quella sicuramente più scandalosa è l’assenza di botti per l’invecchiamento, compito che viene invece assolto (o quantomeno replicato) grazie a un “reattore” inventato e brevettato (e ora anche venduto ad altre distillerie) dallo scienziato Bryan Davis. Per farla breve si sottopone dapprima il new make a un’infusione con pezzetti di doghe, per poi bombardare il liquido con la luce di lampade alogene ad alta intensità (???), che hanno il compito di armonizzare il super brodo di distillato e legno. E voilà!, nel giro di qualche giorno abbiamo un whisky tranquillamente scambiabile con uno scotch di 10-15 anni, ma che in realtà in etichetta è dichiarato solo come ‘malto’ per commercializzarlo anche in aree che impongono i 3 anni minimi di maturazione. Nello specifico l’Abomination ha come base un whisky di Islay di 18 mesi con torbatura elevata (45-55 ppm), che viene poi attenzionato dal solerte reattore. Il colore è mostruoso.

lost-spirits-abomination-embed-1N: la gradazione resta tutto sommato in disparte, e pare molto aperto e aromatico. Intenso ovviamente, e tanto ‘scuro’, pastoso. Fa un po’ impressione che, a elencarli, i descrittori sono relativamente ‘normali’: zucchero bruciato, frutta rossonera molto intensa (marmellata di frutti di bosco industriale, in quantità industriale; ma anche quella che rimane bruciacchiata ai bordi della crostata); tanto tamarindo; un sacco di arancia rossa dolce molto carica, molto scura. Poi, dopo questo muro, eccone un altro, fatto di torba: salsa bbq, bacon, fumo acre di torba, aggressivo – c’è perfino un che di ‘salato’, forse non proprio mare ma sale in grani. Strano.

P: strano anche qui, ed estremo di certo. Parte con una botta dolce, tutta di un legno ipercarico, e ti aggredisce con sentori solo apparentemente dolci: marmellata di more e lampone, zucchero di canna, ma poi soprattutto salsa barbecue ancora, bacon, grasso di maiale, tanto sale… E subito dopo, però, allappa molto e poi quasi svanisce, curiosamente, e svanisce proprio la struttura del whisky, se ci intendete: a livello di sentori, resta ancora un fumo acre, intenso e salino, con una puntina balsamica.

F: sembra di masticare del sale, e restano il diesel e la carbonella; al contempo, proprio qui riaffiora decisamente la gioventù, il sapore canditoso e lievitoso del new-make, salino e torbato, di una bella distilleria della costa meridionale di Islay.

Per una volta ci sentiamo di citare integralmente, in inglese, le parole di Angus su whiskyfun.com, perché davvero non sapremmo dire meglio la sensazione che si prova: “I feel these products only serve to highlight the importance of proper maturation. Remember, maturation is not only extractive and additive. It is also, and most importantly for longer aged whiskies, interactive. Technology may well replicated the addition of wood sugars, lignins, compounds and the like in a matter of days. But it cannot currently be a substitute for the slow enmeshment of distillate character and cask properties with the enigmatic nourishment of the dawdling – sometimes decades long – oxidative process with the air in the cask“. Intendiamoci, non è sgradevole, non è una bevuta orrenda: ci è capitato di bere tanto peggio; e però è impressionante come quel poster di sentori legnosi appiccicato sul muro del distillato si stacchi e scompaia a metà del palato, lasciando vedere tutti i buchi che ci sono nel muro. Ora, affrontiamo i nostri demoni numerici: il voto. Dobbiamo essere onesti: non lo compreremmo, ha degli evidenti difetti, ma se l’avessimo bevuto alla cieca probabilmente non l’avremmo stroncato, pur riconoscendone i limiti – non vogliamo cadere nella trappola del giudizio morale, e dunque incidiamo nella pietra un sincero 80/100. Costa attorno ai 60 euro.

ps: grazie per l’assaggio a Claudio Riva, che alla Lost Spirtis Distillery ha avuto il coraggio di andarci per davvero, per poi definirla “l’esperienza più follemente simile al tour di Willi Wonka che si possa fare nel nostro mondo reale”. Qui il suo resoconto dettagliato della visita.

Sottofondo musicale consigliato: Grotesque Disfigurement – Human abomination.

Glendronach 25 yo (1993/2018, Beija Flor & Silver Seal, 58,5%)

Glendronach è una distilleria che gli amanti del whisky invecchiato in barili che hanno contenuto sherry non possono non portare nel cuore. Dopo qualche peripezia e un periodo di chiusura, questa storica realtà basata nell’Aberdeenshire è stata portata nel giro di un decennio nell’Olimpo dei whisky scozzesi dal leggendario Billy Walker, e per questa ragione è stata di recente oggetto di un megadeal, grazie al quale Brown Forman (i proprietari di Jack Daniel’s giusto per capire la grandezza del gruppo) ha messo le manine sul gioiello delle Highlands. Ma sganciamoci per un attimo dai massimi sistemi e concentriamoci sull’hic et nunc, che possiende le rassicuranti forme di una sherry butt- precisamente la numero 657-, da cui dopo un quarto di secolo sono state ricavate ben 581 bottiglie (angel share bassino, eh?). Questa botte è stata selezionata dall’imbottigliatore italiano Silver Seal e da Beija Flor, l’importatore in esclusiva per il mercato italiano di Glendronach.

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N: inizia su note di salamoia e un qualcosa di aceto, o di sugo di carne. Poi si apre e vira su confettura ai frutti rossi e uva molto matura; ananas, rum, melassa; lucido per legno e spezie. Dopo un po’, esce la carta vecchia, codici, biblioteca. Perfino il porcino essiccato!

P: alcolico al primo impatto, ma sotto si agita di tutto – prugne, frutta rossa, marmellata di fragole, cioccolato, perfino del caffè amaro, ma è solo un attimo. Allappante a tratti, perchè il legno è molto presente e tende a contrastare la dolcezza.

F: amaricante e lungo, riassumiamo con la suggestione del caffè turco, intenso e saporito.

Buono, ma impegnativo, è una sfida continua, diremmo una lotta impari tra distillato e bevitore. Diciamo che gli amanti degli sherry monster resi ancora più estremi da una gradazione elevata, troveranno di che innamorarsi con questo barile, che ben illustra lo stato dell’arte in casa Glendronach: una distilleria in grado di sfornare con grande naturalezza barili di assoluta qualità. Finchè questo periodo di grazia dura, godiamone gente: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Alan Parsons Project – The Voice

Kilchoman 100% Islay (2017, OB, 50%)

Non è difficile capire che dietro a questo imbottigliamento in edizione limitata si celino ambizioni da prodotto artigianale. Molto meno semplice è passare dall’idea di marketing ai fatti, e a Kilchoman lo si fa così: si utilizza solo orzo cresciuto su Islay, coltivato direttamente da loro nei campi antistanti la distilleria, lo si lavora sui pavimenti di maltazione interni (dedicati interamente alla torbatura leggera, da 20 ppm, dell’orzo che serve a questo imbottigliamento), distillazione, invecchiamento (solo barili ex bourbon di primo riempimento) e imbottigliamento tutto in loco. Diciamo che almeno il consumo, per fortuna, non viene limitato alla sola Islay: hanno il buon cuore di mandare le poche bottiglie prodotte ogni anno con l’etichetta 100% Islay a spasso per il mondo. Questa è la settima release, tra poco uscirà l’ottava e grazie all’intercessione dell’importatore avremo la fortuna di presentarla in anteprima al prossimo Whisky Revolution a Castelfranco, all’interno di una degustazione memorabile: una verticale con tutte le otto release, una dopo l’altra…

187404-bigN: molto puntuto e rarefatto, delicato e al contempo di assertiva personalità. Si snoda tra un’aria di mare sferzante, intensa (sembra proprio di stare sul ferry, ad annusare gli spruzzi a pieni polmoni) e fiori di camomilla, zafferano, limone verde, lime… La pasticceria non si sente poi così tanto, ma in fondo son pur sempre botti first fill, e dunque ecco arrivare una vaniglia da pasticcino. Paiono esserci poi anche aghi di pino, eucalipto, a testimoniare un lato balsamico molto piacevole. Alghe riarse.

P: l’ingresso è potente, pieno, ancora con una sapidità marina conclamata e irrefutabile. Dietro a questa prima nota chiarissima, ecco che entra in gioco il barile, con dei sentori vanigliati, di crema pasticciera, di liquirizia perfino. Ha poi note erbacee, lievemente amaricanti, e poi zafferano e ancora un che di camomilla zuccherata. Evidente è il sapore di cereale, dolce e delizioso. Non abbiamo nominato la torba: si sente il fumo, ma poco tutto sommato.

F: delicato eppure lungo e persistente, tutto giocato sulla dicotomia mare e crema.

Anni addietro avevamo avuto modo di storcere i nostri ingombranti nasoni di fronte all’inaugural release della serie 100% Islay. A distanza di 7 anni ci vien da dire “ne è passata di acqua sotto ai ponti…”. Quello che all’epoca ci era sembrato un distillato tanto giovane, sui 3 anni, sballottato da botti impazienti di dar personalità, oggi è diventato un imbottigliamento di grandi profondità ed equilibrio, pur rimanendo un whisky relativamente giovane (questo del 2017 è un vintage 2010). Come i più accorti avevano previsto, Kilchoman ha impiegato poco per affermarsi come eccellente distilleria su Islay, e i lavori di espansione, con tanto di nuovo malting floor, sono forse il coronamento del percorso iniziato nel 2005. Intanto a questo 100% Islay diamo un bel 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robyn Adele Anderson – Lullaby of Birdland (Ella Fitzgeral cover)

Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

Springbank 14 yo ‘Bourbon cask’ (2002/2017, OB, 55,8%)

A ottobre del 2017 i ragazzacci di Springbank hanno lasciato gradevolmente sorpresi i fan della distilleria rilasciando questo imbottigliamento in edizione limitata (9000), caratterizzato da una scelta dei legni di invecchiamento abbastanza particolare per gli standard della distilleria. Sono stati infatti utilizzati solo barili ex bourbon, sia di primo riempimento che di successivi riutilizzi. La scelta è inusuale perché anche per la versione entry level, il 10 anni, la ricetta prevede una miscela di barili ex bourbon ed ex sherry, ed è dunque un fatto che per assaggiare un imbottigliamento forgiato dai legni impregnati del solo distillato d’Oltreoceano ci si debba perlopiù affidare a single cask, che però sfortunatamente sono davvero poco inflazionati – e quando escono in commercio, spariscono in mezz’ora. Così la curiosità monta a dismisura, la salivazione aumenta, la pressione sale: siamo determinati ad andare fino in fondo.

sept17-springbank14_1N: la tipologia d’invecchiamento appare subito evidente, con note folgoranti di gelato alla banana (quello sullo stecco della nostra infanzia). Molto ricco, con vaniglia, torta paradiso, crema pasticciera; anche una nota burrosa e zuccherina, diciamo da budino alla vaniglia. A tratti sembra di sentire burro fresco – ma forse è solo il preludio a quelle zaffate che escono qua e là di aria di mare, di iodio, di sentori minerali tanto cari alla distilleria. Non il più complesso degli Springbank, ma che qualità… L’aggiunta dell’acqua apre il lato più duro, restituendo note di humidor di sigari, di tabacco da pipa, di legno speziato.

P: semplice ma concreto. Di nuovo il percorso inizia con la dolcezza gialla e cremosa del bourbon, con crema pasticciera e banana e vaniglia; poi si apre sull’austerità di Campbeltown, con il mare e un principio di torbatura minerale, molto terrosa e sapida, per poi buttare lì delle bellissime note di tabacco da pipa, con spezie.

F: lungo, persistente, la dolcezza rimane ma lascia presto spazio a un senso di sigaro spento, di tabacco da pipa aromatizzato.

Durante la recensione non abbiamo fatto cenno alla gradazione, il che è già di per sé un valore. Non possiamo che ribadire quanto già scritto sopra: buono, buonissimo come quasi sempre accade con Springbank, meno sfumato e screziato di altre espressioni ma comunque con in primo piano le caratteristiche minerali e marine tipiche del distillato di Campbeltown. 87/100 ci pare il giusto compromesso; tuttora si trova in commercio a circa 100€.

Sottofondo musicale consigliato: Bonobo – Kerala.