Botti da orbi – Sanremo, serata 2: Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, OB, 57,8%)

[seconda serata di Sanremo, secondo malto con cui consolarsi: ecco la salvifica rubrica di Marco Zucchetti]

Longrow 14 yo sherry cask matured (2003/2018, refill Oloroso sherry, 57,8%)

Può un whisky essere punk? Certo, basta fare tutto il contrario di quel che il gusto imperante vuole. Questo Longrow è esattamente così, come quando i Placebo nel 2001 salirono sul palco dell’Ariston suonando una canzone inneggiante alla ketamina, sfasciando la chitarra su un amplificatore e facendo il dito medio al pubblico. Ecco, qui i gestacci sono olfattivi. Come definire altrimenti note che recitano: radicchio stufato, maiale alla senape di Digione, uvetta, frutti rossi, resina e foglie umide di tabacco? Un mostro di sherry e uno sherry mostruoso, sporco e cattivo come da pedigree degli Springbank torbati. In bocca è torrido, con le stesse tre componenti: sulfureo e carnoso (barbecue e fiammifero), dolcezza (torta al caramello, miele di castagno e marmellata di more) e un che di speziato, tra la buccia di mela rossa e il Pu’er, tè nero cinese fermentato. Finale più secco, con parecchio cioccolato fondente e torba salata.

Divisivo al massimo, o lo si odia come Ruben, o lo si ama come noi, che ancora quando facciamo le pulizie la domenica mattina in pantofole mettiamo i Nofx e gli Ash. Fuor di metafora, è un malto estremo, straziato dalle sue tensioni opposte, lancinante eppure divertente. 87/100.

Sottofondo sanremese consigliato: Afterhours – Il paese è reale.

Springbank 1998 (2015, Malts of Scotland, 49,2%)

Malts of Scotland, imbottigliatore indipendente tedesco, da diversi anni seleziona barili e pian piano ha acquisito sempre più credito presso gli appassionati in giro per il mondo. In Italia è importato da Max Righi, che al Milano Whisky Festival dell’anno scorso ci ha fatto omaggio di un sample di questo Springbank di circa 16 anni: distillato nel 1998, è rimasto in un barile ex-sherry fino al 2015. Dopo quasi un anno, è giunto il momento di berlo.

N: sporchino come solo certi Springbank sanno essere. La prima dimensione che incontriamo è quella di un lato lievemente torbato e molto costiero (guscio di mollusco, scoglio), con note di terra umida, pepe, un lieve fumo di cerino. Dopo un po’ si apre su un lato più morbido e succoso, anche se molto sottile e trattenuto: ci viene subito in mente la mela rossa, poi una crostata alle mele… Ha una punta erbacea (se diciamo genziana ci insultate? e se diciamo bustina di valeriana? ma insomma, cosa dobbiamo dire per farci insultare?!); fieno.

P: complessivamente più ‘dolce’, meno spigoloso: il filo di fumo è sempre più sottile, e il lato costiero e minerale è qui una semplice sfumatura di un profilo apparentemente più rotondo. Ancora mela e crostata di mele, vagamente cremoso. La verità è che la dolcezza è soprattutto di cereale (fieno). Un fil di ferro ciucciato (l’avrete appeso un quadro in casa, prima o poi, no?). L’acqua semplifica, spostando la bilancia sul versante dell’austerità, rendendolo molto oleoso, erbaceo e marino.

F: riecco la patina di cera e di fumo, di quella torba spigolosa e trattenuta di Springbank, e tanto fieno caldo.

Complesso nella sua semplicità, ha una sua bella evoluzione: all’inizio il naso sembrava preferibile, ma poi il palato con l’aggiunta di acqua dimostra di sapersi evolvere nella direzione di un’austerità propria dei malti di Campbeltown. Buono, un po’ squilibrato e spigoloso; volendo usare una metafora musicale, non è una sinfonia, è un accordo – ma su uno spartito ben composto. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Struts – Could Have Been Me.

Bowmore 3.187 (1997, SMWS, 57,2%)

schermata-2016-09-09-alle-13-00-25La Scotch Malt Whisky Society (per gli amici, SMWS) è una vera e propria istituzione nel mondo dell’alcolismo consapevole: senza perder tempo in formular parole che qualcuno ha senz’altro già scritto a proposito della sua storia, qui ci limiteremo a sottolineare un aspetto che ha particolarmente colpito noi, gonzi disadattati appassionati delle stupidaggini. Tutte le bottiglie non hanno la distilleria dichiarata in etichetta, né l’invecchiamento, né il tipo di botte: uno schiaffo alla trasparenza, forse?, di quelli che farebbero infuriare ogni secondino lettore del Fatto quotidiano (Honestaaaa!!11!1!! Trasparenzah!!!1!!)? Manco per sogno!, perché queste informazioni sono tutte reperibili sul sito: in etichetta campeggia un codice numerico (in questo caso: 3.187), in cui il primo numero corrisponde alla distilleria ed il secondo all’imbottigliamento specifico. E in più, ogni imbottigliamento si caratterizza per un aforisma in grado di alludere alle caratteristiche aromatiche del whisky: in questo caso, abbiamo a che fare con l’evocativa definizione “russian camphor and caramel”. Dobbiamo ringraziare per l’omaggio Davide Romano di Valinch&Mallet, che proprio davanti a questa bottiglia ha trovato la decisiva illuminazione. Ora, di che si tratta? Di un Bowmore di 14 anni, invecchiato in una singola botte ex-sherry refill, distillato il 25 settembre del 1997.

bowmore-1997-2012-smws-sherryN: scandalosamente succoso, come solo sanno essere certi Bowmore in sherry… Il nettare è a base di frutti rossi e neri (spicca la mora) ma soprattutto di quella frutta tropicale mista che tanto amiamo (se dovessimo dirne uno, obbligati da un plotone di esecuzione, diremmo “mango”. Moriremmo, forse). L’affumicatura è assai lieve, ma in compenso la torba è di quelle pesantemente terrose, minerali: dà corpo a un whisky che di personalità già ne avrebbe da vendere. Della coppia del titolo, non si può negare la presenza di caramello, cui aggiungeremmo note di arachidi tostate. È anche piuttosto marino, con note di sale indiscutibili. L’acqua spalanca ogni descrittore e gli aggiunge una dimensione quasi floreale…

P: in imbocco deflagra, letteralmente, travolgendo tutto e tutti con fiammate di intensità devastante. Risulta tutto molto potente e compatto, compresso, quasi contratto se vogliamo: ancora tanto mango e caramello, ancora ondate di mare ed una torba persino potente per lo stile di Bowmore (catrame). Con acqua, oltre a diventare più mansueto e di una gradevolezza assoluta, lascia che si apra anche un lato agrumato, proprio di arancia rossa dolce e matura. Caramello salato (a mo’ di felicissimo connubio tra Islay e sherry).

F: lungo e persistente, sale un filo di fumo, di cenere, di legno spento. Cioccolato amaro, ancora una dolcezza che dal tropicale diventa proprio solo caramello. Sale.

Un whisky semplicemente buono, strabuono, magnifico, fantastico: un eccellente esordio sulle nostre pagine per la Scotch Malt Whisky Society: tutto il merito è di Davide, che non possiamo che ringraziare, colmi di gioia. 92/100. Ah, ma la SMWS esiste, in Italia? Ecco, questa è proprio un’altra storia…

Sottofondo musicale consigliato: Nick Cave & The Bad Seeds – Rings of Saturn.

Glendronach 1990/2001 (Cadenhead’s, 57,9%)

Il primo malto del Tasting Facile di sabato pomeriggio era un single cask di Glendronach, imbottigliato nel 2001, quando la distilleria era chiusa (è rimasta silent tra il 1998 e il 2005). Si tratta di una singola botte refill-sherry, e – lo anticipiamo già – è stata la bottiglia meno apprezzata dai presenti: facile da prevedere, forse, vista la qualità del parterre…!

a0ni1iNiCFK6zgs1V-LOZnjy8bvkMT9wDHc7wvwFiVgN: nonostante la gradazione, non si nasconde, restando bello aromatico e svelando una certa maturità: il grande accordo tra botte e distillato trova un primo risultato in una pienezza più matura del previsto. Questo connubio unisce tante diverse sfumature di frutta, mai ruffiane: da note di frutta cotta (mela/prugna) a suggestioni eteree di frutti rossi (anzi: more, confettura di fragole); perfino arancia candita. Il malto, zuccherino e brioscioso, si accompagna a piacevolissime note di warehouse, di legno di botte, che ci pare a tratti dare note leggermente sporchine e tabaccose.

P: semplice ma intenso, ha la peculiarità di colpire in modo regolare, compatto, senza fiammate di sapore. Come al naso, attacca sullo zuccherino deciso e pesante, ma non eccessivo: qui le suggestioni sono di pesca sciroppata, zucchero di canna e caramello; ci pare di sentire frutta rossa un po’ in disparte, e invece ancora note di malto e legno, che ci rappresentiamo con una bella frutta secca (nocciola). Purtroppo sono presenti, avulsi da tutto ciò, anche pesanti ritorni alcolici che rovinano un quadretto altrimenti piacevole. L’acqua, da sconsigliarsi, sembra accentuare l’alcol e qualche sua connotazione vagamente metallica.

F: buccettina della mandorla. Amaro e maltosissimo.

Diciamolo senza scrupoli di sorta: il problema di questo Glendronach è il palato, lì l’alcol resta slegato dal resto, si sente molto più che al naso e l’acqua, invece di migliorare la situazione, la peggiora. Detto ciò, siamo di fronte a un whisky discreto, didattico, con un distillato più maturo della sua età grazie all’educato apporto di una botte per niente eccessiva, certo di buona qualità. Da annusare, soprattutto: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: Mogwai – Hardcore will never die, but you will.