Botti da orbi – “La degustazione del secolo”, pt. 1

Da oggi nasce una nuova rubrica sul blog, “Botti da orbi“, e una penna prestigiosa si aggiunge a whiskyfacile: come Serge Valentin ospita le recensioni di Angus MacRaild sul suo sito, noi siamo onorati di ospitare il sommo Marco Zucchetti, corrispondente italiano di scotchwhisky.com e vicedirettore di un importante quotidiano nazionale. Avrà spazio completamente libero, scriverà di whisky ma non solo, con recensioni e reportage… E per farvi capire di che pasta è fatto, oggi esordisce sulle pagine virtuali di whiskyfacile con un Rum di Barbados del 1780 ed un Saint James di fine ‘800. Grazie Zuc, da volare viaaaaaa!

Eravamo una trentina alla Degustazione del secolo. Che detto così fa un po’ ritrovo massonico e un po’ club Bilderberg, ma molto più divertente. Era giovedì 13 settembre ed eravamo a Londra. Che per l’occasione era perfino assolata per festeggiare l’evento. Giornalisti, esperti, distributori e blogger da una parte. Cinque rum dall’altra, a coprire quattro secoli, dal 1780 al 2018. Ad arbitrare Luca Gargano, lo stregone genovese di Velier. Che per lanciare i primi rum invecchiati prodotti da Hampden Estate e distribuiti appunto da Velier e Maison du Whisky ha pensato (bene) di aprire qualche bottigliuccia da nulla della sua collezione. Noi si era lì, nel posto giusto al momento giusto, per una di quelle congiunture astrali che ti farebbero quasi credere all’oroscopo. Questo è il resoconto più o meno puntuale di che cosa abbiamo assaggiato quella sera in cui avevamo tutti Saturno in congiunzione coi Caraibi, a partire dall’Harewood, il rum più vecchio al mondo.

tutte le foto sono di Velier

HAREWOOD 1780 (Barbados, 69°)

Ci sono rum da spiaggia, da discoteca, da caminetto. E poi ci sono rarissimi rum da museo, come questo. Al mondo non ne esistono di più vecchi, è la Stele di Rosetta dei distillati di canna. E come ogni reperto archeologico è prezioso (secondo Sukhinder Singh di whiskyexchange.com oggi vale almeno 50mila sterline a bottiglia) e va maneggiato con cura. Quindi prima di cominciare a flirtare col bicchiere, è buona creanza fare almeno le presentazioni. Il rum fu distillato nelle Barbados nel 1780, l’anno in cui il grande uragano nei Caraibi fece 22mila morti. Nel frattempo, con grande pragmatismo, Henry Lascelles, conte di Harewood, spediva i suoi barili in Inghilterra. Le oltre duecento bottiglie ottenute finirono nelle cantine della Harewood House, vicino a Leeds. Fra una caccia alla volpe e una partita di schiavi da rivendere, il tempo per sorseggiarlo era poco e i nobili non si avventarono su quelle bottiglie con troppa foga. Poi, il rum passò di moda e pian piano tutti le dimenticarono. Fino al 2011, quando l’ultimo erede le ritrovò durante un inventario un po’ come quando sul fondo dei cassetti rispuntano quelle t-shirt che pensavamo di aver perso in vacanza. Erano totalmente incrostate di ragnatele e polvere, ma i registri (e le analisi di Christie’s) non mentono mai: erano rum (alcuni light e alcuni dark) del 1780. Scoperto il tesoro, i conti hanno messo all’asta le 28 bottiglie superstiti e destinato il ricavato a una fondazione di Charity caraibica, riequilibrando il karma di secoli di colonialismo. Bel gesto. L’ultimo lotto di 16 pezzi è stato venduto nel 2014 a 8.482 sterline la bottiglia, penny più penny meno. Quattro sono finite nella ciclopica collezione di Luca Gargano. Una di queste, di rum chiaro, è la venerabile signora di cui si sta parlando. Che ci perdonerà per averne indelicatamente rivelato l’età.

Ora, con gli spiriti così nobili si è sempre in soggezione. Ogni gesto è ponderato, il bicchiere sembra fragile come un Uovo Fabergé e anche sul panel di degustatori più caciarone cala un silenzio irreale. Ci si prepara come penitenti a sniffare la polvere dei secoli, la sacra aria stantia delle cripte e delle biblioteche. Poi arriva il rum. Ed è come se il defunto arrivasse al suo funerale per dire a tutti di star su col morale, che non è mica morto nessuno.

Di uno scintillante color oro, non ha per nulla l’aria del rudere liquido plurisecolare. A pensarci bene è naturale: quel rum ha passato 236 anni in bottiglia, ma non più di 18-24 mesi in botte. Logico dunque che sia ancora chiaro. Quel che sfida la fisica e la chimica è invece la freschezza, che ti soffia in faccia dal bicchiere. Al naso si apre con esteri fini ma vibranti, succo di ananas, banana, una suggestione di aceto di mele. E cambia, si sgranchisce, riprende dimestichezza con l’atmosfera per troppo tempo proibita dalla gabbia di vetro e sughero. La parte vegetale, come di fieno, è inebriante. È la canna da zucchero al suo più alto grado di purezza, prima della modernità. Note che si trovano ormai solo in certi Clairin atavici di Haiti. Poi gli esteri si assopiscono, fa capolino della noce moscata, un’equilibrata frizzantezza come di gazzosa e dopo un’ora dal bicchiere montano volute di fiori, cera d’api e albicocca. Il fatto è che tutta questa complessità è quasi del tutto primaria: il legno è stato praticamente a guardare mentre il distillato di canna faceva il lavoro. In bocca seconda sorpresa: la potenza. I quasi 70 gradi ci sono ancora e sono magnificamente integrati in un sorso vellutato. Più secco che dolce, la noce moscata è di nuovo la testa di ponte, la polena del vascello pirata. Dietro, a remare, sensazioni di frutta secca (noccioli di pesca) e un curioso tocco sapido che lascia poi la scena a un finale non lunghissimo ma piacevole, “spiritoso” in ogni possibile senso. Di fatto, è come se un adolescente fosse entrato in una camera di crioconservazione. Nulla è cambiato, non una ruga è spuntata da prima della Rivoluzione francese. Non è un rum, è un documento da consultare. Di sicuro la lezione di Storia più piacevole della storia. Leggenda. 95/100

SAINT JAMES 1885 (Martinica, 47°, imbottigliato 1952)

Gargano lo ha scoperto in fondo ai magazzini nel 1991. Prodotto curiosamente da succo di canna “cotto” (una specie di riduzione per renderlo più denso), ha anche rischiato di finire distrutto. Ma per fortuna si è salvato e possiamo raccontarlo.

Mostruosamente oscuro, di un mogano spesso, più caffè turco che Coca Cola. Il caffè è il filo conduttore anche all’olfatto. Polvere di caffè per la precisione. Non c’è certezza su quanto sia stato in botte, pare comunque la bellezza di 67. Forse qualcuno meno, ma il legno ha conquistato senza pietà il suo spazio vitale come nemmeno a Risiko con la Kamchatka.

È tostato, note di prugne secche e cacao amaro, a cui si affianca un evidente tocco più acido, fra il rancio e l’aceto balsamico. Col passare dei minuti anche tamarindo. Ecco, qui si sente il tempo, che ne smussa anche il grado alcolico. In bocca l’antichità ti si appiccica alle gengive: liquirizia, cioccolato fondente, tannini piccanti e retrogusto amaro di caramello bruciato. Rimane il guizzo acidulo, che però viene trascinato via da un finale coerente di fondi di caffè, cioccolato al peperoncino e spezie.

Nessuno chiede a Sean Connery di recitare la parte del bimbominkia, quindi non chiedete la beverinità a questo ponderoso colosso oscuro. Vetusto. 90/100

Foursquare ‘Triptych’ (2016, Velier, 56%)

Sei mesi fa abbiamo compiuto quello che è senz’altro un passo piccolo per l’umanità, ma per whiskyfacile è grandissimo: organizzando il Freak Show abbiamo aperto al mondo del sottoprodotto caraibico (citazione da attribuirsi rigorosamente al sommo Terziotti), cioè al rum. Il punto di partenza è stata la constatazione di come l’assenza di un disciplinare per il rum sia un problema per la percezione dell’intera categoria: facendola più semplice di come è, se è tutto permesso chi lavora bene non ha modo di distinguersi da chi lavora male, perché in etichetta è rum il primo ed è rum il secondo – per intenderci, proprio la rigidità del disciplinare dello scotch whisky ne ha permesso la crescita e l’affermazione. Consci del problema, alcuni distillatori di rum hanno deciso di provare a cambiare le cose: in particolare, Luca Gargano di Velier (proprietario di Rhum Rhum a Marie Galante, oltreché ovviamente importatore in Italia) e Richard Seale di Foursquare Distillery, su Barbados,  hanno deciso di lanciare una nuova proposta per un disciplinare del rum modellata proprio su quello del whisky scozzese, su cui potete leggere qualche impressione qui, qui e qui. Ora, stimolati dalla riflessione abbiamo voluto aprire proprio un Foursquare “Triptych”, un single blended rum (cioè un rum di singola distilleria ma frutto di miscela di distillato da pot still e da column still), miscela di barili di tre annate (2004, 2005, 2007) e di tre tipologie diverse (bourbon, madeira, quercia americana vergine) selezionato e imbottigliato da Velier due anni fa. Ah, non dimentichiamo che la maturazione è avvenuta alle Barbados. Presenta diffusamente distilleria e imbottigliamento il buon Steven.

N: incredibilmente aperto e accogliente pur se a 56%, da subito – da profani quali siamo – ci sembra predominante l’apporto dei legni rispetto al distillato in sé. Al di là di una nota vinilica, molto evidente e frequente in questo tipo di distillato, il bouquet aromatico si dipana poi su note di caramello, di miele; c’è una componente molto fruttata, che ci regala l’epifania delle pesche sciroppate. Biscotti cannella e zenzero, a dimostrare la presenza di spezie molto strutturate. Non si dimentichi la scorza d’arancia (o l’arancia candita). Un che di chimico, insondabile e sfuggente alla nostra parola, che forse definiremmo Coccoina.

P: anche qui i 56% sono in sordina, e lasciano spazio a un rum davvero pieno e soddisfacente: esplode in bombe di sapore ‘appiccicose’, dal caramello alla frutta sciroppata. Forse un che di barretta con caramello e arachidi? Burroso, grasso. Ciliegie sotto spirito. Si fa ancora più evidente un lato tostato e speziato di grande complessità: abbiamo ancora cannella (dolcetti alla cannella, o i chewing-gum alla cannella che c’erano in commercio anni fa…) e chiodi di garofano. Come dimenticare però l’agrume?, soprattutto chinotto, arancia rossa. Tende all’amarino, dopo un po’.

F: si riverbera a lungo, tra una dolcezza intensa e un che di amaricante, con tante spezie. Nel finale del finale, a sorpresa, un che di curiosamente catramoso e di cherosene, tipo – ma solo “tipo”.

Non vogliamo dare voti numerici ai rum, lo sapete, perché siamo gente di straordinaria umiltà e ineguagliata coscienza: ma se volete la nostra opinione, e se siete su questo sito forse vi interessa, beh: ci piace veramente tanto tanto. Molto buono, complesso, con molti strati aromatici portati dai barili, certamente attivi, ma anche con piacevolissime emersioni del distillato, uno dei più interessanti attualmente prodotti. Insomma, trattasi di un rum sicuramente costruito, ma costruito bene bene. Bravo Richard, bravo Luca. Qui le opinioni di Serge, che un voto lo dà e ci trova d’accordo, e del grasso pirata, il nostro punto di riferimento in materia di distillato caraibico. Esaurito dovunque, aspettatevi di comprarlo in asta a un prezzo decisamente più alto di quello d’uscita.

Sottofondo musicale consigliato: Kamasi Washington – Street Fighter Mas.

Enmore 2002 (2014, Silver Seal, 55%)

Continuiamo il ciclo sugli indie con un secondo imbottigliamento di Silver Seal. Da qualche anno il rum sta incontrando un interesse sempre maggiore, anche a livello collezionistico, e di tanto in tanto ci sembra doveroso, oltre che interessante e per noi didattico, andare un po’ off topic. Senza contare che il caldo agostano di questi giorni ispira facilmente una gita dalle parti delle Americhe. Ci viene dunque magistralmente in soccorso Silver Seal. che imbottiglia spesso e volentieri rum invecchiati sul suolo scozzese, e questo Enmore, non fa eccezione. Si tratta di una distilleria della Guyana mitica e oramai chiusa dal 1993, ma il cui alambicco Coffey in legno (!) è ancora in funzione presso la Diamond Distillery. Quella della Diamond e dei suoi alambicchi storici recuperati qua e là lungo il fiume Demerara è una storia molto affascinante, che vi racconta molto bene qui Francesco Mattonetti de Lo Spirito dei Tempi. Noi intanto soppesiamo il bicchiere di rum.

ob_ea3445_dsc-7718N: molto, molto fruttato: melone maturo alla grande, uvetta, banana matura e spappolata, cocco. C’è poi un lato zuccherino anch’esso molto intenso, tra toffee, melassa… Una lieve nota chimico-plasticosa, vinilica, che identifichiamo con il “sacchetto di plastica” che ormai non è più. L’effetto, come spesso ci accade di rilevare con questi Demerara, è di una frutta ‘fermentata’, troppo matura ma non ancora completamente andata. Accenni speziati (cannella).

P: una calda esplosione di cioccolato fondente, anzi: di frutta rossa (tantissima!, amarene e uvetta) pucciata nel cioccolato fondente. Poi una nota intensa di rabarbaro, o forse di caramella al rabarbaro, con una suggestione speziata ed erbacea (al limite del mentolato). Zucchero bruciato. Regge splendidamenta l’acqua, liberando note dolci-acide che ci ricordano i dolcetti giapponesi di riso, i Mochi (quelli al fagiolo rosso?).

F: prosegue quel senso di rabarbaro, molto vegetale ed erbaceo anche qui; poi uvetta e melassa. Non ci sono storiei: spesso i rum al finale… sanno di rum!

Spesso quando beviamo rum cerchiamo la particolarità in modo da ampliare il nostro spettro degustativo; qui la nostra esigenza resta forse in parte frustrata, perché siamo di fronte a un distillato per molti versi standard, ma di certo la qualità è quella di un ottimo Demerara dall’invecchiamento ultradecennale, con ricche note dolci che non sfumano nello stucchevole, con un eccellente equilibrio tra canna da zucchero e legni. Nel mare magnum del web c’è chi, come il puntualissimo sito thefatrumpirate.com, mette in dubbio che si tratti di un single cask, ma questa per noi turisti del rum è davvero questione di lana caprina, che lasciamo volentieri sbrogliare a ben altre eminenze. Come sempre, per riguardo verso la nostra ignoranza in materia, non diamo voto, ma l’assaggio ci è piaciuto e consigliamo caldamente di provarlo.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicio Capossela – L’oceano Oilalà

Caroni 19 yo (1997/2016, Valinch & Mallet, 51,8%)

Non facciamo outing solo oggi: il rum ormai ci piace davvero, e nel nostro orizzonte degustativo (?) inizia davvero ad essere una Malternativa… Una delle distillerie più in voga è Caroni, di Trinidad & Tobago, chiusa nel 2003 e riscoperta grazie al lavoro archeologico di Luca Gargano, mastermind di Velier (qui qualche cenno storico). La classica distilleria abbandonata, i classici barili dimenticati in un magazzino… ed è subito mito. Oggi assaggiamo un single cask (n. 100 del 1997) di sole 300 bottiglie selezionate e imbottigliate da Valinch&Mallet, marchio giovane e italianissimo che abbiamo imparato essere molto, molto affidabile.

N: fa subito intendere di essere molto strutturato. Nello specifico ci pare di intuire una doppia anima: da una parte tutta una serie di note sporche molto particolari, come pellicola di plastica, gomma, canfora, succo di pomodoro; dall’altra una bella squadernata di dolcezza cremosa, dalla frutta molto matura (banana, melone, mango) alla noce di pecan, fino a tabacco da pipa aromatizzato e albicocche disidratate. Un pizzico di cannella. Che naso ricco!

P: la violenza alcolica è notevole, sicuramente da gestire. In generale ripropone la stessa esuberante dolcezza del naso (ancora tanto melone maturo e noce di pecan), accompagnata da una sottile nota inquinata, tipo gasolio (quasi a ricordare certa torba di Islay!). Le mitiche cicche Brooklin alla cannella. Il tutto è qui però come ricompreso in un’aura più ampia, che definiremo stentoriamente con una parola: propoli.

F: lascia la bocca piacevolmente secca, anche se a lungo assalita da ritorni fruttati davvero gradevoli.

Come potete immaginare la nostra esperienza di degustatori di Caroni è molto limitata. Possiamo però dire che il naso ci è parso perfetto, intrigante ed equilibrato, ed anche il palato, esplosivo e molto espressivo, ha il solo limite di non incontrare il nostro gusto fino in fondo; e peccato non avere un altro Caroni da bergli affianco perché si sa, “reason is in comparison”. Alla fine per noi ha l’unico difetto di non essere un whisky… Insomma, eccellente selezione di Fabio e Davide!

Sottofondo musicale consigliato: Natalie Merchant – Carnival.

Demerara 23 yo Uitvlugt (1992/2016, Silver Seal, 50%)

A dispetto del disinteresse che nel nostro pubblico suscita il rum, noi da bravi satanisti perseveriamo nell’errore e restiamo nell’area del Demerara con l’alambicco di Uitvlugt, nella Guyana, conservato anch’esso presso la Diamond (se non andiamo errati: con ‘sti alambicchi della Guyana non si capisce nulla); forti dell’ubiquità concessaci dalla lingua italiana, restiamo pure nel modenese con la selezione del sempre ottimo Max Righi, aka Mr Silver Seal. 23 anni di riposo per finire in vetro l’anno scorso. Alla grande.

silver-seal-uitvlugt-demerara-rum-23-years-old-1992-gb-50-vol-07-l-jpgN: se può aver senso paragonarlo al Diamond appena bevuto, rispetto a quello qui l’invecchiamento quasi doppio certo non passa inosservato. C’è infatti una forte impronta del legno a dare struttura e una ‘dolcezza’ più profonda e calda, anche se simile come descrittori: frutta gialla (pesche sciroppate), burro, brioche all’albicocca, vaniglia. Di tanto in tanto riaffiora la canna da zucchero, assieme ad un lato balsamico ben integrato (un velo di sciroppo d’eucalipto), con in coda delle emersioni minerali veramente dense (Serge arriva a parlare di ostriche e catrame, noi ci fermiamo prima).

P: rispetto al naso si attua una piccolissima rivoluzione, soprattutto come proporzioni: emerge infatti con ancor maggiore chiarezza quella mineralità davvero stuzzicante, con suggestioni sparse di paraffina, chiodi di garofano, olive nere, liquirizia salata e aghi di pino. Una punta pepata. Il lato più dolce è invece denso e grasso, con frutta secca burrosa (noce di Pecan, di brutto) e ancora un mix di vaniglia e pesche sciroppate. Ancora buccia di lime.

F: ancora noce di Pecan, olive nere, liquirizia salata. Lungo e persistente.

Se ci era piaciuto il primo Demerara, quest’altro impronunciabile non può che piacerci ancor di più: stupefacente è quel lato minerale, appena presente al naso e invece esplosivo al palato, che letteralmente ci sconfinfera. Di nuovo: promosso a pienissimi voti, molto vicino al nostro gusto: Serge e Giuseppe danno entrambi 91/100, hanno senz’altro le loro buone ragioni.

Sottofondo musicale consigliato: Black Sabbath – Killing yourself to live.

Demerara 12 yo Guyana Diamond (2003/2016, Silver Seal, 46%)

Torniamo a bere rum dopo un bel po’, perché bisogna conoscere il proprio nemico, no? Attingiamo dal bacino dei Demerara e ci abbandoniamo all’alambicco di Diamond, distilleria della Guyana: qui sono conservati gli alambicchi di Enmore, Port Mourant e Versailles, ma quello cui facciamo riferimento per il rum di oggi è un Coffey Still a due colonne originario proprio di Diamond. Per informazioni decisamente più accurate, date pure un’occhiata a questo bel reportage. La selezione è del grande Max Righi, che nel tempo ci ha abituato a imbottigliamenti di livello sempre alto: questo è un 12 anni messo in vetro l’anno scorso a grado ridotto a 46%.

demerara-diamond-12-y-o-1993-2016-silver-seal-e1470911913305N: abbastanza alcolico a dispetto del grado ridotto; ha un lato ‘dolce’ molto grasso, di caramella mou, pesca sciroppata, vaniglia, impasto della pastafrolla, un po’ di burro… Accanto a questo lato golosone, c’è tutta una dimensione più spigolosa, tra la vinavil, la gomma, il sedano e potenti influssi balsamici (diremmo eucalipto, o un anice zucceratoo). Suggestioni astratte di agrume e di qualcosa di floreale (sembriamo dei maniaci se citiamo il profumo delle pastiglie Leone miste? forse sì).

P: rispetto al naso, si fa più fruttato, con note di pesca bianca molto matura e – qui paghiamo dazio al caro Bevitore Raffinato – di melone. Ancora abbastanza giovane da ricordare il rum ‘bianco’, si sente ancora molto la materia prima, la canna da zucchero, assieme ad una bella agrumatura da lime (proprio la buccia masticata…). Resta un tappeto di eucalipto e anice, con in più qualche suggestione vegetal-vinilica, per quel che può significare.

F: buono, lungo e persistente, pare un mix di melone e lime balsamici. Eh?

Beh, 12 anni di botte ma il distillato si sente ancora tanto… Complessivamente ci è piaciuto molto, è delicato ma con una sua bella personalità – noi di rum ne capiamo poco ovviamente e lo sapete, ma nel nostro piccolo dobbiamo dichiarare la nostra piena approvazione. Non diamo voti, ma da pedanti maestrini ci limitiamo a un promosso/rimandato/bocciato, e in questo caso la promozione è strameritata.

Sottofondo musicale consigliato: Caraibi e diamanti, cosa se non Rihanna – Diamonds?