Kilchoman ‘Caos Calmo’ (2011/2018, OB for RWF, 58,6%)

Questa ve la dobbiamo raccontare. Sapete che abbiamo un passato (e sprazzi di presente) da devoti del dio metallo, e condividiamo questa perversione con molti appassionati di whisky, tra cui l’insospettabile Pino Perrone – che non ha bisogno di presentazioni, vero? Dunque, tempo fa scopriamo che uno dei clienti fissi di Whisky&Co, splendida whiskyteca romana, è Taneli Jarva, tatuatore finlandese e soprattutto leggendario bassista dei Sentenced (degli sfigatoni mezzi romantici, che infatti Taneli ha abbandonato perché troppo melodici) e… degli Impaled Nazarene!, delicatissima band di metal estremo che ha deliziato le platee mondiali con album quali Tol Cormpt Norz Norz (autodefinitosi come “Exclusively Industrial Cyber Punk Sado Metal”) o Finland Suomi Perkele – gente con l’attitudine che ci piace, dei pazzi squilibrati, privi di alcuna morale apparente, con un gusto perverso per le bottiglie di whisky spaccate sulle proprie teste, un’infatuazione non sappiamo quanto goliardica verso il nazionalsocialismo, appassionati di rutti e Satana e birre nei parcheggi, insomma: dei simpaticoni. Qualcuno ha giustamente proposto Mika Luttinen come candidato al Nobel per la Letteratura – dev’essere per questo che hanno smesso di assegnarlo, chissà. All’ultimo Roma Whisky Festival, Pino ha presentato come imbottigliamento del festival un single cask di Kilchoman (da lui stesso ridefinito “Caos Calmo” in uno struggente e lirico pezzo sul blog del festival, purtroppo ora divorato dalle sacche di Google e da scellerate decisioni di web manager), e noi gli abbiamo chiesto di tenercene una bottiglia da parte: presente lo stesso Taneli al festival, non abbiamo resistito al fascino dell’autografo – la bottiglia perderà valore collezionistico, ma checcefrega, tanto la dobbiamo bere. Qui sopra, un’istantanea per eternare il momento storico dell’autografo. Rimandiamo ad altro momento le chiacchiere sul bellissimo tatuaggio che Pino si è fatto fare da Taneli e assaggiamo il Kilchoman, con grandi aspettative.

N: la gradazione forse chiude un po’, ma di certo non copre il diffondersi degli aromi. Spicca fin da subito un sentore nitido agrumato, di lime. Una nota contratta fruttata, forse oltre il limite del tropicale, prelude a una nota cremosa e vanigliata dal barile (effetto: crema al limone?). All’improvviso: una folgorazione di nachos con formaggio fuso e peperoncini dolci – ma forse è solo l’annunciarsi di Islay, tra sentori timidamente iodati e una torba bella generosa e cinerea.

P: l’attacco è ancora su un agrume elegantissimo e tagliente, che di nuovo ci ricorda il lime. Intenso ed esplosivo, dopo questo primo sentore scoppia il barile, con note di liquirizia, vaniglia, legno e fruttini dolci. Tante note bruciate, di torba cenerosa, dura, da braci appena spente. Borotalco. Una nota salina, appena accennata…

F:…accompagna verso il finale, tutto sulla cenere e sul legno bruciato, con ancora venature di agrume.

Le aspettative sono confermate per il barile 471/2011. Grande equilibrio, tutto giocato sulla virulenza del fumo, particolarmente scuro e denso in questo single cask, e una deliziosa e delicata acidità agrumata. L’apporto del barile, ex-bourbon first fill, si sente tutto, ma senza risultare stucchevole come talvolta può accadere. Equilibrio, intensità e grande soddisfazione finale sono i requisiti per appiccicare un 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Impaled Nazarene – Mortification / Blood Red Razor Blade.

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Roma Whisky Festival: due chiacchiere con Pino Perrone

Quest’anno gli eventi ci hanno costretto a restare lontani da Roma proprio nel weekend del Whisky Festival: da bravi letterati conosciamo Emma Bovary e le storture che giungono quando sovrapponi la vita letta a quella vissuta, e dunque non speriamo con questo post di rivivere ex-post la kermesse capitolina. Almeno svolgiamo la nostra funzione di scribacchini, però, e chiediamo un resoconto al suo miglior testimonial: il Professor Pino Perrone. Ne condensiamo la loquela in una sintetica intervista: lo facciamo solo perché non siamo riusciti a registrare la telefonata e siamo costretti a divinare gli enigmatici appunti presi durante la chiacchierata.

Pino, andiamo subito al dunque: com’è andata?

Sulla carta sembrava che gli elementi fossero coalizzati per metterci i bastoni tra le ruote: le elezioni nazionali, innanzitutto, che alla fine si sono rivelate molto partecipate e che hanno da un lato richiamato al paesello natio i fuorisede delle università romane, dall’altro dissuaso molti non romani a venire; gli agenti atmosferici, che hanno portato neve in tutta Europa costringendo diversi ospiti internazionali a rimanere bloccati tra Londra e Edinburgo, e che hanno bloccato trasporti e spedizioni, facendoci rischiare di non ricevere per tempo il nostro imbottigliamento (e anzi, grazie a Diego Malaspina di Whiskyitaly per essersi fatto la trasferta in macchina a riempirsi l’auto di cartoni); il diluvio universale del sabato pomeriggio; la coincidenza di Napoli-Roma e Lazio-Juventus, lo stesso sabato… E insomma, posto che le avversità non sono state poche, è stato un vero successo, e lo dice un numero su tutti: siamo arrivati a 4300 presenze, crescendo del 15% rispetto alla scorsa edizione! Le aziende presenti sono rimaste molto soddisfatte dalla reazione del pubblico, non possiamo che esserlo anche noi.

Quali sono stati i punti di forza di questo Festival, e poi: come mai siete passati alla nuova denominazione, da Spirit of Scotland a RWF?

Rispondo innanzitutto da quest’ultima questione: i whiskey irlandesi e americani sono sempre più protagonisti della rinascita del nostro distillato, soprattutto dietro ai banchi dei cocktail bar, e dunque sarebbe stato francamente riduttivo e un poco stridente restare imbrigliati nel nome SOS. Pur mantenendo la dicitura Roma Whisky Festival by Spirit of Scotland, abbiamo voluto slegarci dal riferimento alla Scozia, e al contempo darci un respiro più internazionale, più prestigioso, più autorevole. E dunque, senz’altro i whisky esteri sono stati grandi protagonisti: americani e irlandesi, come dicevamo, ma anche gli ormai celebri giapponesi… A tal proposito, la masterclass su Ichiro (di livello altissimo!) ha ricevuto meno adesioni di quella sul range base di Nikka: questa è la dimostrazione di un grande interesse, ma testimonia anche come a Roma ci sia ancora una fascinazione non strettamente legata alla qualità assoluta del prodotto, fatto che ci fa capire che il percorso intrapreso è quello giusto e che ci sono ancora tante prospettive di crescita, anche culturale. D’altro canto, il collector’s corner gestito da un raggiante Gaddoni ha riscosso un grande successo, quindi vuol dire che anche qui il pubblico inizia a richiedere qualità, imbottigliamenti rari, da collezione…

A proposito di Masterclass: ce n’erano di veramente interessanti, una su tutte quella di Diageo in cui è stato aperto addirittura un Brora! Un bilancio su questo aspetto?

Tieni conto che sul ventaglio di masterclass presenti, ben sei erano gratuite! Sono state un po’ ondivaghe, a dir la verità: alcune sono andate sold-out rapidamente, come quella di Diageo per cui ancora rosicate (ma siate sereni: era buono, ma non il migliore Brora di sempre), oppure quella di Glenfarclas, in cui abbiamo aperto un 21 e un 30 anni ‘normali’ affiancati a due Family cask della stessa età. Bene anche Bushmill’s, molto bene Nikka, come dicevo, anche grazie al prestigio di un relatore come Salvatore Mannino. Altre non sono state così popolate, come quella – peraltro molto interessante – sui single malt alla base di Ballantine’s…

Pino con sguardo malizioso sembra dirci che le dimensioni contano (foto da zero.eu)

Il format è migliorabile, secondo te? Alcuni hanno puntato il dito contro la presenza importante della miscelazione…

Questo punto secondo me è proprio sbagliato. La miscelazione di alta qualità è fondamentale in una fiera del genere, innanzitutto perché sono le stesse aziende a chiedercela, dato che costituisce un grimaldello eccezionale per arrivare a nuovi consumatori con più leggerezza. Per noi è importante, anche per svecchiare l’immagine del whisky presso un pubblico meno esperto, e i bar presenti hanno riscosso un successo evidente. In futuro non credo rinunceremo a questo aspetto… Piuttosto, possiamo migliorare il lato del food, e senz’altro l’anno venturo cercheremo di ampliare l’offerta portando più alternative a disposizione del cliente, soprattutto per quel che riguarda lo street food. Servirebbero spazi più ampi, certo, e la location del Salone delle Fontane, pur essendo splendida, comincia ad andare stretto alle nostre esigenze; ma non è detto che qualcosa non possa accadere anche in questo senso – come si suol dire, stay tuned. L’anno venturo puntiamo anche a un ulteriore aumento degli espositori, per cercare di coprire l’intero mondo del whisky, sia scozzese che non.

Prima accennavi all’imbottigliamento del festival, una tua selezione: un Kilchoman di 6 anni e mezzo in bourbon, da te ribattezzato “caos calmo”. Noi te ne abbiamo ordinata una bottiglia, oltretutto firmata dal grande Taneli (per i barbari tra voi che non lo conoscono, ha inciso con gli Impaled Nazarene capolavori come Finland Suomi Perkele): vuoi dirci qualcosa?

Ne ho scritto sul blog del festival, che purtroppo in questo momento è offline per dei problemi tecnici: ad ogni modo, è un imbottigliamento splendido!, mi ha ricordato certi Ardbeg degli anni ’70 per l’oleosità del cereale, evidente, raffinatissimo… Al naso appare vicino ad un 100% Islay per la delicatezza della torba, che invece esplode in tutta la sua forza al palato: il distillato è da orzo maltato a Port Ellen, dunque a 50 ppm, ma l’eleganza della distillazione ne ha molto ammorbidito il fumo. Quanto al nome, volevo rendere l’idea di un ossimoro, facendo proprio riferimento alla compresenza di brutalità ed eleganza, e mi è piaciuto farlo con questo riferimento cinematografico (mi sono cassato alcune idee letterarie che forse sarebbero state fin eccessive)… Forse anche per questo copywriting un po’ casuale il Kilchoman ha avuto grande successo, ne abbiamo venduto molto e tutti venivano a chiedere “che ce l’avete un Caos Calmo?”

Senti, abbiamo notato che rispetto al passato hai provato a introdurre Cognac e Armagnac anche a un pubblico di integralisti del malto come quello dei whiskofili: com’è andata?

Questa era una sfida cui tenevo molto, non so dire ancora se possiamo considerarla vinta ma di certo è un tasto su cui andremo avanti a spingere. Non bisogna dimenticare che prima della strage di vitigni portata dall’epidemia di Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento il Cognac era il vero re dei distillati… Abbiamo voluto provare a proporli anche al pubblico degli appassionati di whisky, cercando di superare la tradizionale rivalità che contrappone i due mondi: erano presenti 20 brand tra Cognac e Armagnac divisi su 9 stand, in una sala dedicata ma per nulla isolata, dato che costituiva una tappa obbligatoria per chi partecipava alle masterclass… Alcune tra le cose più interessanti che ho assaggiato erano proprio in questa sala: in particolare c’era un Armagnac del Domaine Laguille veramente splendido. Consiglio a tutti di dare una chance a questo distillato, stupirà anche i più tenaci difensori dell’acquavite di cereale!

Hai menzionato un’imbottigliamento che ti è piaciuto, a questo punto in chiusura devi dirci quali sono stati gli highlights, quali gli assaggi che ti hanno convinto di più.

Allora, d’obbligo il riferimento a questo Armagnac del 1992 di Laguille, spettacolare; ottimo anche un Cognac ‘through the grapevine’ di Francois Voyer, cask #88, molto complesso, così come piacevolissimo era il Vaudon VSOP. Lo Yellow Spot mi ha sorpreso tra gli irlandesi, molto equilibrato, e tra gli americani invece una menzione va senz’altro a Ocean di Jefferson’s, un progetto folle, con le botti che maturano per alcuni anni (!) su una barca, in giro per il mondo… Stando sugli scotch, buonissimo il blend di Diageo, il Collectivum XXVII, e ovviamente di alta qualità il Lagavulin 12 del 2017. Nello Speyside, invece, oltre al Glenfarclas del 1986 (Family Cask #2447), ho apprezzato il single cask di Glenlivet ‘Meiklour’. Insomma, dai, non sono riuscito ad assaggiare tutto ma qualche cosina interessante ve l’ho tirata fuori…