Roma Whisky Festival: due chiacchiere con Pino Perrone

Quest’anno gli eventi ci hanno costretto a restare lontani da Roma proprio nel weekend del Whisky Festival: da bravi letterati conosciamo Emma Bovary e le storture che giungono quando sovrapponi la vita letta a quella vissuta, e dunque non speriamo con questo post di rivivere ex-post la kermesse capitolina. Almeno svolgiamo la nostra funzione di scribacchini, però, e chiediamo un resoconto al suo miglior testimonial: il Professor Pino Perrone. Ne condensiamo la loquela in una sintetica intervista: lo facciamo solo perché non siamo riusciti a registrare la telefonata e siamo costretti a divinare gli enigmatici appunti presi durante la chiacchierata.

Pino, andiamo subito al dunque: com’è andata?

Sulla carta sembrava che gli elementi fossero coalizzati per metterci i bastoni tra le ruote: le elezioni nazionali, innanzitutto, che alla fine si sono rivelate molto partecipate e che hanno da un lato richiamato al paesello natio i fuorisede delle università romane, dall’altro dissuaso molti non romani a venire; gli agenti atmosferici, che hanno portato neve in tutta Europa costringendo diversi ospiti internazionali a rimanere bloccati tra Londra e Edinburgo, e che hanno bloccato trasporti e spedizioni, facendoci rischiare di non ricevere per tempo il nostro imbottigliamento (e anzi, grazie a Diego Malaspina di Whiskyitaly per essersi fatto la trasferta in macchina a riempirsi l’auto di cartoni); il diluvio universale del sabato pomeriggio; la coincidenza di Napoli-Roma e Lazio-Juventus, lo stesso sabato… E insomma, posto che le avversità non sono state poche, è stato un vero successo, e lo dice un numero su tutti: siamo arrivati a 4300 presenze, crescendo del 15% rispetto alla scorsa edizione! Le aziende presenti sono rimaste molto soddisfatte dalla reazione del pubblico, non possiamo che esserlo anche noi.

Quali sono stati i punti di forza di questo Festival, e poi: come mai siete passati alla nuova denominazione, da Spirit of Scotland a RWF?

Rispondo innanzitutto da quest’ultima questione: i whiskey irlandesi e americani sono sempre più protagonisti della rinascita del nostro distillato, soprattutto dietro ai banchi dei cocktail bar, e dunque sarebbe stato francamente riduttivo e un poco stridente restare imbrigliati nel nome SOS. Pur mantenendo la dicitura Roma Whisky Festival by Spirit of Scotland, abbiamo voluto slegarci dal riferimento alla Scozia, e al contempo darci un respiro più internazionale, più prestigioso, più autorevole. E dunque, senz’altro i whisky esteri sono stati grandi protagonisti: americani e irlandesi, come dicevamo, ma anche gli ormai celebri giapponesi… A tal proposito, la masterclass su Ichiro (di livello altissimo!) ha ricevuto meno adesioni di quella sul range base di Nikka: questa è la dimostrazione di un grande interesse, ma testimonia anche come a Roma ci sia ancora una fascinazione non strettamente legata alla qualità assoluta del prodotto, fatto che ci fa capire che il percorso intrapreso è quello giusto e che ci sono ancora tante prospettive di crescita, anche culturale. D’altro canto, il collector’s corner gestito da un raggiante Gaddoni ha riscosso un grande successo, quindi vuol dire che anche qui il pubblico inizia a richiedere qualità, imbottigliamenti rari, da collezione…

A proposito di Masterclass: ce n’erano di veramente interessanti, una su tutte quella di Diageo in cui è stato aperto addirittura un Brora! Un bilancio su questo aspetto?

Tieni conto che sul ventaglio di masterclass presenti, ben sei erano gratuite! Sono state un po’ ondivaghe, a dir la verità: alcune sono andate sold-out rapidamente, come quella di Diageo per cui ancora rosicate (ma siate sereni: era buono, ma non il migliore Brora di sempre), oppure quella di Glenfarclas, in cui abbiamo aperto un 21 e un 30 anni ‘normali’ affiancati a due Family cask della stessa età. Bene anche Bushmill’s, molto bene Nikka, come dicevo, anche grazie al prestigio di un relatore come Salvatore Mannino. Altre non sono state così popolate, come quella – peraltro molto interessante – sui single malt alla base di Ballantine’s…

Pino con sguardo malizioso sembra dirci che le dimensioni contano (foto da zero.eu)

Il format è migliorabile, secondo te? Alcuni hanno puntato il dito contro la presenza importante della miscelazione…

Questo punto secondo me è proprio sbagliato. La miscelazione di alta qualità è fondamentale in una fiera del genere, innanzitutto perché sono le stesse aziende a chiedercela, dato che costituisce un grimaldello eccezionale per arrivare a nuovi consumatori con più leggerezza. Per noi è importante, anche per svecchiare l’immagine del whisky presso un pubblico meno esperto, e i bar presenti hanno riscosso un successo evidente. In futuro non credo rinunceremo a questo aspetto… Piuttosto, possiamo migliorare il lato del food, e senz’altro l’anno venturo cercheremo di ampliare l’offerta portando più alternative a disposizione del cliente, soprattutto per quel che riguarda lo street food. Servirebbero spazi più ampi, certo, e la location del Salone delle Fontane, pur essendo splendida, comincia ad andare stretto alle nostre esigenze; ma non è detto che qualcosa non possa accadere anche in questo senso – come si suol dire, stay tuned. L’anno venturo puntiamo anche a un ulteriore aumento degli espositori, per cercare di coprire l’intero mondo del whisky, sia scozzese che non.

Prima accennavi all’imbottigliamento del festival, una tua selezione: un Kilchoman di 6 anni e mezzo in bourbon, da te ribattezzato “caos calmo”. Noi te ne abbiamo ordinata una bottiglia, oltretutto firmata dal grande Taneli (per i barbari tra voi che non lo conoscono, ha inciso con gli Impaled Nazarene capolavori come Finland Suomi Perkele): vuoi dirci qualcosa?

Ne ho scritto sul blog del festival, che purtroppo in questo momento è offline per dei problemi tecnici: ad ogni modo, è un imbottigliamento splendido!, mi ha ricordato certi Ardbeg degli anni ’70 per l’oleosità del cereale, evidente, raffinatissimo… Al naso appare vicino ad un 100% Islay per la delicatezza della torba, che invece esplode in tutta la sua forza al palato: il distillato è da orzo maltato a Port Ellen, dunque a 50 ppm, ma l’eleganza della distillazione ne ha molto ammorbidito il fumo. Quanto al nome, volevo rendere l’idea di un ossimoro, facendo proprio riferimento alla compresenza di brutalità ed eleganza, e mi è piaciuto farlo con questo riferimento cinematografico (mi sono cassato alcune idee letterarie che forse sarebbero state fin eccessive)… Forse anche per questo copywriting un po’ casuale il Kilchoman ha avuto grande successo, ne abbiamo venduto molto e tutti venivano a chiedere “che ce l’avete un Caos Calmo?”

Senti, abbiamo notato che rispetto al passato hai provato a introdurre Cognac e Armagnac anche a un pubblico di integralisti del malto come quello dei whiskofili: com’è andata?

Questa era una sfida cui tenevo molto, non so dire ancora se possiamo considerarla vinta ma di certo è un tasto su cui andremo avanti a spingere. Non bisogna dimenticare che prima della strage di vitigni portata dall’epidemia di Fillossera nella seconda metà dell’Ottocento il Cognac era il vero re dei distillati… Abbiamo voluto provare a proporli anche al pubblico degli appassionati di whisky, cercando di superare la tradizionale rivalità che contrappone i due mondi: erano presenti 20 brand tra Cognac e Armagnac divisi su 9 stand, in una sala dedicata ma per nulla isolata, dato che costituiva una tappa obbligatoria per chi partecipava alle masterclass… Alcune tra le cose più interessanti che ho assaggiato erano proprio in questa sala: in particolare c’era un Armagnac del Domaine Laguille veramente splendido. Consiglio a tutti di dare una chance a questo distillato, stupirà anche i più tenaci difensori dell’acquavite di cereale!

Hai menzionato un’imbottigliamento che ti è piaciuto, a questo punto in chiusura devi dirci quali sono stati gli highlights, quali gli assaggi che ti hanno convinto di più.

Allora, d’obbligo il riferimento a questo Armagnac del 1992 di Laguille, spettacolare; ottimo anche un Cognac ‘through the grapevine’ di Francois Voyer, cask #88, molto complesso, così come piacevolissimo era il Vaudon VSOP. Lo Yellow Spot mi ha sorpreso tra gli irlandesi, molto equilibrato, e tra gli americani invece una menzione va senz’altro a Ocean di Jefferson’s, un progetto folle, con le botti che maturano per alcuni anni (!) su una barca, in giro per il mondo… Stando sugli scotch, buonissimo il blend di Diageo, il Collectivum XXVII, e ovviamente di alta qualità il Lagavulin 12 del 2017. Nello Speyside, invece, oltre al Glenfarclas del 1986 (Family Cask #2447), ho apprezzato il single cask di Glenlivet ‘Meiklour’. Insomma, dai, non sono riuscito ad assaggiare tutto ma qualche cosina interessante ve l’ho tirata fuori…

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Spirit of Scotland, tra pochissimo

Riceviamo dagli organizzatori la richiesta di dar conto dell’imminente Spirit of Scotland, e siccome agli accrediti gratuiti proprio non sappiamo rinunciare, ecco qui – anche se siamo abbastanza convinti che nessuno dei nostri millemila contatti ne fosse all’oscuro… Anche quest’anno noi ci godremo la sortita romana dispersi tra il pubblico, e dunque coglieremo l’occasione di assaggiare qualcosa e di scambiare chiacchiere con i soliti noti, primo tra tutti – ovviamente – l’amico Professor Pino Perrone, uomo nato lo stesso giorno di Goethe. A giudicare dal comunicato stampa, l’attenzione verso la miscelazione sembra essere cresciuta ancor di più rispetto all’anno scorso, prendendosi praticamente tutto lo spazio – è il mercato, bellezza, noi supportiamo tutto quel che serve a diffondere il verbo e nel dubbio ci beviamo un Rob Roy.

Roma, 4 e 5 marzo 2017
c/o Salone delle Fontane all’Eur
(Via Ciro il Grande, 10)

Sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival: appuntamento per appassionati, neofiti e professionisti del whisky con eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, ospiti internazionali, cocktail bar, tornei tra bartender, area gourmet e tanto altro

Si tiene a Roma, sabato 4 e domenica 5 marzo 2017, presso il Salone delle Fontane all’Eur (via Ciro il Grande, 10) la sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, il più importante festival di settore italiano. Programma completo al link www.spiritofscotland.it

locandina-spirit-of-scotland-rome-whisky-festival-2017-1Imperdibile appuntamento per tutti coloro che vivono il mondo del whisky, Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è un evento ricco di eventi, degustazioni, masterclass, seminari sulla mixology, incontri affidati ad esperti del settore con l’obiettivo di creare appuntamenti ad alto contenuto di “single malt”. Il tutto con la direzione artistica di Andrea Fofi, affiancato dai due whisky consultants, Pino Perrone e la scozzese Rachel Rennie. La scorsa edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival ha attratto oltre 4mila visitatori, appassionati e neofiti e riunito operatori ed esperti nazionali e internazionali, con oltre 200 brand presenti, 10 masterclass, 5 seminari mixology e 10 guests internazionali del settore presenti.

La sesta edizione 2017 presenterà masterclass di brand quali Isla of Jura, Dalmore e Wemyss Malt. Tra gli ospiti del mondo della miscelazione, che terranno un seminario, figurano Erick Lorincz, Head Bartender dell’American bar del Savoy Hotel di Londra; Filippo Sisti, barman di Carlo Cracco e bartender internazionale; Fabio Bacchi, bartender, bar manager e fondatore ed editore del magazine specialistico BarTales e i bartenders dell’Oriole cocktail Bar di Londra, capitanato da Luca Cinalli e Gabriele Manfredi. Altro seminario previsto, Mezcal Vs Whiskey(y), che vedrà in una sorta di scontro a quattro rispettivamente Roberto Artusio e Cristian Bugiada dell’Agaveria La Punta da una parte e Antonio Parlapiano del Jerry Thomas e Pino Perrone, whisky consulting del Festival dall’altra. All’interno del Festival nella giornata di sabato 4 marzo si terrà la Balan & Partners Mixology Contest, torneo ad eliminazione diretta in cui 8 bartender selezionati da una Giuria di eccezione, tra coloro che avranno inviato la propria candidatura, si contenderanno il titolo a suon di cocktails. Gli 8 bartender si sfideranno proponendo delle preparazioni realizzate utilizzando distillati presenti a Portafoglio Balan combinandoli con ingredienti di loro gradimento. Primo Premio di mille euro al primo classificato.

pino-perroneTra i cocktail bar dell’area mixology che presenzieranno: Jerry Thomas Project; Argot; Freni & Frizioni; Madeleine; Propaganda e Litro. All’interno del salone sarà allestito uno spazio dedicato alle bottiglie vintage e rare portate da un collezionista e amatore del settore che ha lavorato anche a Londra per Whisky Auction. In occasione del Festival verrà presentato come ogni anno il nuovo imbottigliamento ufficiale in serie limitata, di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival, che sarà naturalmente in vendita presso lo shop. Non solo drink al festival: è prevista anche un’area gourmet e degli abbinamenti con il whisky, dalle ostriche al salmone scozzese, dal cioccolato all’haggis, con la ricostruzione di un vero e proprio pub in stile scozzese con tanto di spine. Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival nasce nel 2012 grazie alla passione per gli eventi di uno dei due fondatori, Andrea Fofi e per quella del whisky da parte dell’altra, Rachel Rennie ma soprattutto per la mancanza a Roma di un evento sul mondo del distillato. Oggi la compagine è allargata con l’arrivo di Pino Perrone, Emiliano Capobianco e Andrea Franco e la manifestazione è cresciuta in modo esponenziale, al punto tale da poter essere annoverata tra i Festival internazionali di maggior rilievo.

La sesta edizione di Spirit of Scotland – Rome Whisky Festival è realizzata grazie alle partnership di: Visit Scotland (Ente del Turismo Scozzese) – Partner Istituzionali Italia / Scozia; Italian Chamber of Commerce for UK – Partner Istituzionale; Glencairn Glass – Glass Official Partner; Tiuk Travel – Travel Agency Partner.

Biglietto:
Intero: 10 euro – da diritto al bicchiere serigrafato del Festival, alla racchetta porta bicchiere e alla Guida
Ridotto: 7 euro – per accompagnatori che non bevono o per i bambini sopra i 12 anni e non prevede le upgrades del biglietto intero.
Le degustazioni saranno a pagamento e il sistema sarà quello dei gettoni del valore di 1 euro ciascuno. Il prezzo di ciascuna degustazione sarà a discrezione di ciascun espositore.

Per informazioni:
www.spiritofscotland.it
info@spiritofscotland.it
tel. 06 50081251

 

“Japan Fashioned” – Banana Republic, Roma

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Quest’anno lo Spirit of Scotland ha dedicato un intero salone alla miscelazione, invitando alcuni dei migliori locali di Roma e Milano e abbinando ad ognuno del whisky, soprattutto single malt. I barman hanno così creato cocktail appositamente per la manifestazione, inducendo non solo la sete di quanti volevano semplicemente bere un drink per spezzare le bevute impegnative del whisky liscio (c’era pure quest’anno chi si è “impegnato” davvero tanto nella sala principale), ma anche incuriosendo i connoisseur del whisky di malto: assaggiare un Old Fashioned o un Rob Roy con Highland Park o Benromach non è cosa di tutti i giorni, insomma. E quindi pollice alzato per questa bella novità rispetto al panorama italiano.

Schermata 2016-03-11 alle 14.42.42Tra i corner siamo stati attirati dallo spazio del Banana Republic, locale di culto sulla piazza romana e attivo oramai da 23 anni, che divideva lo spazio col milanese Casa Mia di Teo Stafforini. Il locale vede dietro al bancone praticamente dalla sua fondazione uno dei nomi più stimati del bartending italiano, Paolo Sanna, che a festival terminato abbiamo seguito nella tana del Banana e che senza pietà ha continuato a darci da bere, preparandoci una sua personale versione in salsa orientale dell’Old fashioned. Ecco ingredienti e spiegazione di Paolo:

Ingredienti

  • Nikka Blended
  • Umeshu Choya
  • Alpestre
  • Zucchero alla vaniglia

FullSizeRender(2)Come base alcolica ho usato il Nikka Blended, che mi dà quella pienezza di aromi, sapori e di corpo tipica dei whisky giapponesi. E proprio per richiamare la morbidezza di Nikka inizio la preparazione sciogliendo due spoon di zucchero aromatizzato alla vaniglia. Lo prepariamo direttamente noi qui al Banana sbriciolando 4 stecche per ogni chilo di zucchero e facendolo
riposare per una settimana. Per sciogliere lo zucchero, andiamo direttamente a pescare nella tradizione giapponese, utilizzando uno spoon di Umeshu della marca Choya, un liquore agrodolce a base di una varietà orientale di prugne, macerate ancora acerbe. A differenza di molti altri liquori conserva una bella acidità e va a bilanciare molto bene questo Old Fashioned. Al posto dell’Angostura uso poi l’Alpestre (uno spoon scarso), amaricante e con 34 erbe montane. Alla fine si aggiungono Nikka e ghiaccio a piacere con tre stir e scorza di limone finale, spargendone gli oli essenziali. Bisogna sempre avere presente che l’Old Fashioned consiste semplicemente nell’aromatizzazione di un whisky, quindi è importante scegliere un malto già con una buona personalità e poi dosare gli altri ingredienti per completare senza coprire, ingredienti che dovranno essere anche in grado di sopportare la diluizione portata dal ghiaccio durante la bevuta.  

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Ardbeg 17 yo (1998/2015, Malts of Scotland for whisky & co, 58,4%)

Al festival del whisky romano dello scorso anno Max Righi ha voluto stupire tutti. L’attivissimo proprietario del marchio Silver Seal, nonché uno dei maggiori collezionisti italiani di whisky, inaugurava assieme a PPP (non Pier Paolo Pasolini bensì il Professore Pino Perrone), il nuovo tempio del whisky d’aa capitale proprio in quei giorni, e cosa ti combina per l’occasione? Nientepopodimeno che due single cask di Ardbeg alle soglie della maggiore età, uno in bourbon e l’altro in sherry; per non far dispiacere a nessuno. Si tratta di una selezione di Malts of Scotland  (con in etichetta il logo whisky&co), che in questi anni ci ha abituato a standard molto alti. Ma via, partiamo con il barile ex bourbon, che ha un colore davvero molto carico e preannuncia un whisky altrettanto corposo…

Schermata 2015-08-31 alle 13.56.43N: …e in effetti è così fin dalla prima snasata. Incredibilmente aperto nonostante la gradazione, si lascia sondare senza ritrosia. Colpisce fin da subito un lato balsamico; si passeggia in un bosco di conifere, umido dopo la pioggia (eucalipto, aghi di pino e resina). Intensissima poi la zuccherosità: cioccolato al latte, zucchero di canna e toffee; i biscotti cuore di mela! Castagne bollite nel latte e zafferano. Una mega banana matura!!! Insomma, tanta roba (come diremmo se fossimo del tutto alieni dal vocabolario italiano e dalle sue magie). E nemmeno siamo arrivati ai tratti isolani: c’è poi infatti una marinità molto pronunciata da capogiro; e la torba, acre e vegetale, fumosa e accompagnata da note di pepe, chiodi di garofano. E che bontà questo legno caldo e rassicurante…

P: come si poteva immaginare dal naso, in bocca è un massacro sensoriale: le papille sono assediate da un esercito di cristalli di zucchero, bombardate da casse di arance candite e caramellate, trucidate da una colata di caramello. Questo tripudio trova paradossalmente un equilibrio con un eccesso di forza uguale, ma opposta nella natura: l’oceano in fumo…super sapido e speziato, marino assai e con un fumo quasi chimico, bruciacchiato che annichilisce l’umano sentire. Ancora mele (cotte?) e con aggiunta di acqua si attenua la violenza, rendendolo più sensato e francamente godurioso. Torna qui quel lato mentolato e balsamico, mentre tutto si arrotonda e senza cambiare si armonizza. Emergono legno, cioccolato e pepe.

F: Quei finali senza fine che sembrano quasi dei palati. Fuoco spento e labbra salate, pepe. Eupeptico.

Questo Ardbeg ci sembra la trovata più adatta a un’inaugurazione, simile a una tavola imbandita d’ogni qualsivoglia leccornia oppure a una sparacchiata di fuochi d’artificio. E proprio in questa sua esuberanza starebbe a sorpresa anche un possibile punto debole. Dopo un naso fantastico, infatti, il palato in purezza è quasi inaccessibile da tanto trabocca di sapore. Non parleremmo di stucchevolezza, piuttosto d’insufficienza dei nostri mezzi per comprenderlo appieno. Insomma, caro barile di Ardbeg non è colpa tua, ma di chi ci ha creato a sua immagine e somiglianza e non aveva previsto a che punto poteva arrivare la fantasia. Detto ancora più in soldoni, con acqua diventa fantastico e si becca un 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Antonello VendittiQuanto sei bella Roma

Tutti i percorsi portano a Roma!

Siamo pronti, siamo carichi; anche quest’anno come dei barbari caleremo su Roma per lo Spirit of Scotland, il festival del whisky daa Capitale. Come dodici mesi fa, e come già agli splendidi festival milanesi, Beija Flor ci ha chiesto di preparare dei percorsi di degustazione ad hoc pescando liberamente nel suo portfolio – dei terzetti da proporre poi in mescita  con la formula del “paghi due bevi tre”. Come vedete dall’immagine qui sotto, ci sono percorsi di introduzione alle diverse anime dello scotch, ci sono selezioni di whisky a seconda delle zone di produzione, del tipo di invecchiamento, altri con prodotti di ‘fascia alta’ per i palati più esigenti… Insomma, ce n’è per tutti i gusti!

In ogni caso, terzetti o no, noi saremo al festival: se volete passare per un saluto, una chiacchiera, un dram in compagnia, noi siamo lì!

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Caol Ila 16 yo ‘Le Bon Bock & Friends’ (1996/2012, LeBonBock, 46%)

Silenti per qualche giorno, torniamo assaggiando un torbatino di mezza età selezionato dagli amici di Le Bon Bock, storico pub e negozio romano, vero tempio del whisky sotto ar Cuppolone. Ogni anno i ragazzi di LBB propongono nuovi imbottigliamenti, cui noi riusciamo ad accedere allo Spirit of Scotland: oggi assaporiamo la medaglia d’argento al premio Whisky e Lode dell’anno scorso, ovvero un Caol Ila di 16 anni, dal colore chiarissimo. Prima di affondare il naso, segnaliamo che l’edizione di quest’anno del premio ha un risvolto benefico, quindi se siete a Roma… fateci un salto!

Schermata 2014-02-22 alle 12.11.44N: aaah… Sapore di casa! Il profilo è proprio quello di un Caol Ila: una gentile affumicatura apre le danze sobriamente, con un bel lato torbato, minerale e marino, iodato: torba vegetale, sì, ma composta, senza eccedere in ‘asperità’. Poi, accanto a questo lato, compare la dolcezza, con note di vaniglia e crema pasticciera (ci viene in mente la torta paradiso, con quelle suggestioni di limone…), liquirizia. Cedro candito, marzapane.

P: in ingresso prosegue la linea della sobrietà, senza mai però diventare scialbo. Rispetto al naso, aumenta l’affumicatura (braci spente) e compare un sentore d’inchiostro spesso riscontrabile nei Caol Ila. Poi, verso il finale, ha un felice scatto d’intensità, con una bella botta avvolgente di vaniglia ed elementi ancora erbacei e vegetali (torba, sì, ma pure un po’ di malto).

F: non troppo lungo, ma molto ‘ceneroso’, e con un colpo di reni della torba. Lieve lieve, con una punta di vaniglia.

Il naso è senz’altro particolare, con qualcosa da dire: è un Caol Ila che pende verso l’austerità, con una torba marina e vegetale in primissimo piano; in bocca in qualche modo si ‘normalizza’, adeguandosi perfettamente al Caol Ila più tipico che possiate immaginare: quindi, resta proprio buono, come del resto accade a molti single cask della distilleria di Port Askaig. 85/100 è tutto suo. Bravi ragazzi, bella scelta!

Sottofondo musicale consigliato: CynicKindly Bent to Free Us, dall’omonimo nuovo album appena uscito.