Ardbeg Drum (2019, OB, 46%)

Finalmente, eccoci arrivati al momento dell’atteso verdetto su Ardbeg Drum, l’edizione sedicente limitata del 2019 celebrativa dell’Ardbeg Day. Come ogni anno, l’azienda ha organizzato Open Day luculliani in giro per il mondo, e anche Milano ha visto la sua grande festa: una festa curiosamente caraibica, dato che – come senz’altro sapete tutti – Ardbeg ha deciso da qualche anno di spostare l’intera produzione in Jamaica. Pare che Mickey Heads sia un grande appassionato di reggae, e lo stesso Bill Lumsden pare abbia una liaison ormai pluriennale con le varietà più estreme di marijuana (come si poteva peraltro facilmente dedurre dalle ultime release di Ardbeg e Glenmorangie, cose che solo uno completamente strafatto poteva elaborare). Ok, forse non è proprio così, sta di fatto che questo Ardbeg dall’età mai dichiarata ha passato la sua vita (o parte della sua vita, manco questo ci è dato sapere) in barili che prima contenevano rum, e alla festa milanese c’erano ananas, papaye e fanciulle sudamericane poco vestite.

N: da subito spicca un agrumato ultra zuccherino, che chiama la freschezza esuberante del lime. Ed è un attimo immaginarsi il succo di canna, la menta, insomma il mojito. Banana verde. Sul lato isolano lo iodio non è del tutto smorzato, anzi. Torba moderata, molto fresca e “verde”. A tratti sembra già miscelato con zucchero e lime, tanto è leggero e fresco. Però, diciamola tutta, non è sbagliato.

P: in bocca però questa facilità spensierata si trasforma quasi in annacquamento, pur a 46%. Inoltre c’è tanta tanta dolcezza da zucchero bianco (new make?). Banane e limoni. Anche qui fumo e mare arrivano, ma in versione soft. Un’eco di Islay, eppure alla cieca non sarebbe poi impossibile esclamare: “Ardbeg!”.

F: dolce, dolce, dolce. Zucchero bruciato con la torba che insiste. Caramella allo zucchero fondente al limone.

Il paradosso di un Ardbeg con un finish pesante in rum che risulta abbastanza addomesticato è la sorpresa servita quest’anno dalla distilleria di LVMH. Ci spiazza, ci acciglia con la sua dolcezza spiccata ma non possiamo in fin dei conti bocciarlo: 85/100, resta a nostro gusto in linea con le ultime uscite annuali. Vale ancora una volta il discorso fatto tante volte anche in passato: assaggiandolo così non dispiace in assoluto, certo è qualcosa di profondamente diverso dall’Ardbeg che abbiamo conosciuto noi. Nuovamente, se fosse un entry-level da 40€ nessuno avrebbe nulla da ridire, e probabilmente uno che non ha mai assaggiato altri Ardbeg del passato non avrebbe nulla da eccepire, e si entusiasmerebbe. Noi ponderiamo senza raccapezzarci, ma in fin dei conti alla domanda “lo comprereste?” risponderemmo scuotendo la testa e scappando in Jamaica con Bill Lumsden, chiedendo una cartina.

Sottofondo musicale consigliato: Barrington Levy – Don’t Fuss nor Fight.

Annunci

Glenfiddich ‘Fire & Cane’ (2018, OB, 43%)

Glenfiddich, che anno dopo anno si contende con Glenlivet la palma di single malt più venduto al mondo, paga la sua stessa popolarità: gode di grande stima presso i bevitori occasionali mentre viene spesso snobbato dai nerd appassionati. Noi, come si conviene, stiamo democristianamente nel mezzo, ma confessiamo la nostra perplessità quando l’amico Corrado ci ha sottoposto questo “Fire & Cane“: un Glenfiddich senza età dichiarata, torbato e finito per tre mesi in barili di rum (hanno l’accortezza di dirci che si tratta “non di rum qualsiasi, ma di rum del Sud America”: grazie mille, eh). Con questa ricetta, cosa mai potrebbe andare storto? Beh, tutto.

N: piuttosto leggero ma molto aromatico, senz’altro molto meno peggio del previsto (del temuto). Dolce, aromatico, si sente nettamente la torba (un filo di fimo, diremmo anche olive nere in salamoia). Decisamente speziato, con cannella e chiodi di garofano. Col tempo, cresce il profumo di pastafrolla, anzi, vogliamo essere molto precisi: avete presente la crosticina di zucchero ai bordi della crostata di frutta?

P: estremamente estremo ma inaspettatamente inaspettato, ehm, no: inaspettatamente equilibrato. La torba è ancora più presente (fumo, braci), e qui al palato resta molto ruffiano e piacione anche se tutto sommato un po’ meno convincente. Si sente molto caramello. Ancora oliva nera, punte sapide e speziate (pepe nero). Caramelle all’arancia.

F: relativamente persistente ma non molto lungo, ancora dolcezza di rum (di rum e coca, vogliamo dirlo?) e un pit di fumo. Un rum e coca in cui qualcuno ha spento una sigaretta per errore, o per dolo. La parte peggiore.

A parte il finale, tutto sommato dimenticabile, questo è un whisky piacevole, ruffiano: parte della “Experimental Serie” di Glenfiddich, in effetti è assai distante dall’immagine che normalmente si ha del whisky della distilleria di Dufftown. Talvolta si dice che i whisky moderni sono “flavor-oriented”, ovvero sono ‘costruiti’ per ottenere un certo profilo: questo gioca in quel campionato lì, resta un whisky da battaglia ma ben fatto, e prezzato adeguatamente (meno di 50€). L’ipotesi è che se ne si mette una bottiglia sul tavolo mentre si gioca a carte, la bottiglia finirà prima della partita. 82/100 e grazie Corrado, non era una truffa come temevamo!

Sottofondo musicale consigliato: The Dandy Warhols – Bohemian Like You.