Botti da orbi: Clynelish al cubo, tre pezzi da novanta

In spregio ad ogni umana fratellanza e ad ogni pietas, invece di cingere con amichevole braccio le spalle dei due Facili gravate dal peso degli anni e dei malanni, l’umile scrivente ha deciso di approfittare della loro assenza per malattia per darsi alla pazza gioia con l’amico Corrado. Il quale – fra le innumerevoli qualità – conta anche una generosità fuori dal comune. E fuori anche dal Politecnico, considerato che il luogo del ritrovo carbonaro è stato il covo dei Corbettas. Fuor di calembour, Corrado ha voluto condividere un ricco bottino, ovvero una schiscetta piena di samples di Clynelish. Sei magiche boccette direttamente dal tasting organizzato dal forum di singlemaltwhisky.it,  sei facce del dado, sei strade per salire all’olimpo di cera e mineralità della distilleria fu-Brora. Vediamo da quale sentiero si gode la vista migliore.

122051-bigClynelish Distillers edition (2018, OB, 46%)
Uh, che goduria olfattiva! Iniziamo subito con le considerazioni creative: può un whisky essere beverino al naso? E’ una sinestesia da pazzi pericolosi? Eppure è invitante come un negozio di giocattoli: apre sulle note liquorose, ma più che Oloroso seco, come dice l’etichetta, qui sembra di annusare il vin santo. Sfoggia una freschezza di aranciata che prelude al lato più cerealoso, diciamo i Frosties, a sottolineare la dolcezza. Uvetta, un che di cerino spento e poi, senza grandi avvisaglie, ecco sulla scena del sapone ai frutti rossi e del poutpourri. Angelo si lascia trasportare: profumo da donna di lusso…
Poi, svolti la curva del palato e… ti ritrovi in un altro mondo. Qui è molto affilato e l’alcol più evidente. Rimane la vinosità, ma ora sì più secca. Buccia di mela, nocciolo di pesca. Il legno rende tutto molto asciutto e poco gentile: spezie (chiodi di garofano, forse anice stellato) e polvere di caffè. Il finale è coerente, tendente all’amaro e alla mandorla. Buona persistenza, pizzico di sapidità finale.
Chiamate uno whischiatra, perché questo malto è un po’ scisso. Due vinosità differenti, due sensazioni differenti. Il voto tiene conto di questa carenza di equilibrio e purtroppo penalizza un whisky dall’olfatto eccellente ma che non rispetta le promesse. E a noi i bugiardi non piacciono granché: 83/100.

141010-bigClynelish 20 yo (1996/2016, casks 6410 e 6411, Signatory vintage, 46%)
Come la Panda rossa degli anni Ottanta, il Clynelish SV è uno di quei classici talmente diffusi che anche per sbaglio chiunque ci è incappato. Tra questi anche J&G, che hanno recensito una versione gemella, blend dei due barili precedenti, il 6408 e 6409: Carramba che sorpresa! Esauriti i convenevoli, subito è chiaro che è un altro sport: molto più rispondente ai canoni della distilleria (che poi, sono convenzioni, suvvia), apporto del legno minimo. Si apre con mela gialla, di quelle con la cera sopra a renderle lucidissime. Miele di erica, sventagliate di pera e banana, torta di mele con lo zucchero a velo (ma di quelle senza burro, che ti lasciano insoddisfatto, sospira Corrado con nostalgia). Whisky decisamente giallo! E infatti spunta una scorzetta di pompelmo, che con un profumo di pasta di pane (lievito, cereale), dà l’idea di un malto giovane, cosa che non è. Una voce dice: “Sembra un Glen Grant più minerale” e il paragone regge.
In bocca è omogeneo, stesso attacco di mela/pera. Poi però scende sovrappensiero verso il mare: ciottoli bagnati e asciugati, salinità, limone. Eccola, la mineralità rincorsa come la pietra filosofale! Di nuovo legno assente, compare giusto un che di frutta secca chiara, tipo macadamia. Nudo e costiero, nel finale si fa amarognolo (albedo del limone) e un filo di pepe bianco pulisce tutto.
Didattico e semplice, come quelle tavole per insegnare le lettere alle elementari: C di Clynelish, è lui. Certo, se proprio si deve trovare un difetto, da un vent’anni ci si aspetterebbe qualcosa in più, ma tanto ne abbiamo altri 4, quindi non ce la prendiamo. E dunque tra 84 e 85 scegliamo un 85/100.

clymdw1996Clynelish 20 yo Artist collective #1.3 (1996/2017, La maison du whisky, 48%)
Se l’Olimpo fosse a Cremona, si potrebbe camminare per km senza fare un metro di dislivello (e senza vedere a un passo per la nebbia). Invece è una montagna, quindi si sale, sia come grado che come pedigree. Ecco dunque un blend di due barili di sherry imbottigliato dalla Maison du whisky per la splendida serie Artist Collective. Qui le cose si fanno complesse, il naso è più criptico ma si capisce subito che sarà vera gloria. Si apre sulla marmellata di arance e mette sul tavolo un curioso e intrigante aroma di rabarbaro, quasi di vermut. E’ dolce/amaro, giocato tra bastoncino di liquirizia e fichi secchi. I frutti rossi non sono freschi, vengono in mente le bacche di goji disidratate e le scorze di arancia dragee. Lo sherry è profondo, umido, con foglie di tabacco e un’arancia rossa ipermatura.
In bocca dilagano cioccolato e caramello, perfino zabaione. Che cremeria!, direbbero i tizi che non trovavano Gigi nello spot. Fa capolino un’intrigante torbetta strana, levigata dal tempo: è la maschera che indossa la mineralità della casa, diciamo di grafite o polvere pirica. Un dubbio si fa strada: e se avessero usato botti ex Brora? Dovremmo contare gli anni, ma preferiamo lasciarci trasportare al secondo palato, dove il legno regala ancora liquirizia e un retrogusto di pepe. Prugne secche, anche!
Il finale è epico, prima il chinotto (prima il frutto, poi proprio la bibita); di nuovo rabarbaro, cacao amaro e una lunghezza che si stempera in un sorriso dalle labbra salate.
Eccellente, impegnativo, variegato. Non c’è la cerosità? Ce ne facciamo non una, ma due ragioni: 90/100.

1541Clynelish 2004 Expression (2004/2018, MaSam, 54%)
Toh, Zeus ci viene incontro. E chi se non Samaroli può fare le veci del padrone dell’Olimpo? Il sample arriva da una di quelle evocative ampolle della serie “From Silvano’s collection” e curate dalla moglie Maryse. Noi lo beviamo da un boccettino prosaico, ma confidiamo nella poesia liquida. Il colore assai pallido ci dice che le botti qui si sono sedute in platea ad applaudire l’evoluzione del distillato, e in effetti il naso è assai “sour”: ananas acerbo, limone e lime, note di fermentato. Sale poi una dolcezza zuccherina di uva spina e una mineralità non precisa, tra l’agrume e il sale: Citrosodina? Serve tempo, qui. Chi attende incapperà in una nota tropicale quasi da vecchio whisky, anche se qui non si parla di anziani. L’alcol non è evidente, ma forse tiene il guinzaglio ai profumi. Due gocce d’acqua migliorano il tutto e fanno emergere la candela spenta.
Un bisturi: affilato, pungente, pepe e peperoncino aprono la sarabanda. Poi è la frutta a dilagare (limone e pompelmo, ma anche macedonia matura e mela golden). Molto aromatico, miele millefiori. Si direbbe quasi balsamico. Alla dolcezza si contrappone la sapidità: cioccolato bianco con grani di sale, se la Lindt ci legge può brevettarlo. Nocciola. Con l’acqua si fa ancor più avvolgente, deliziosamente ceroso. Finale frizzante, limonoso e marino. Angelo estrae dai baffi il ricordo del sale turco al limone. Corrado oggi in vena di similitudini butta lì: un Ardbeg senza la torba. Molto austero, non nasconde gli spigoli e ne fa un vanto. Il naso inizialmente banale è solo il preludio a una grande esperienza degustativa, un sudoku infernale che è una gioia risolvere. 90/100, ma Angelo sarebbe stato più generoso.

60365-bigClynelish 10 yo (1995/2006, James McArthur, 58,9%)
Qui, al contrario del Samaroli, siamo contenti di avere il nostro boccettino, perché la bottiglia della serie The Way of Spirits, con la sua croce celtica sopra, è mesta come una di quelle cartoline con la scritta “Saluti da Gabicce mare”. Ci aspettiamo molto dal nostro N5, dato che i ragazzi del forum lo hanno messo al primo posto nel sestetto. Il primo naso è un po’ strano, tela cerata e un filo di zolfo. Di sicuro non nasconde i natali costieri, dato che fa capolino anche una nota di alghe riarse. L’alcol è ingombrante, ma non dà fastidio. Anche lo sherry sgomita, e accanto a una nota di pesca all’amaretto e arancia un po’ andata, spunta un netto accenno metallico, di rame. Pera e senape in grani, tipo mostarda.
Chi ha proditoriamente messo del cioccolato al latte nel nostro dram? Proprio Lindor, dolcezza e cremosità. Una sensazione che si ripete nella nota di miele di castagno e di lemon curd. Toffee setoso e un clamoroso sentore di marron glacé. Eppure rimane quel filo sulfureo mai sgradevole, ora accompagnato al pepe. Con l’acqua cala la dolcezza e sale il sale (!). Liquirizia salata. Splendido retrogusto di affumicato e quasi terroso.
Il finale è lungo e dolce, crema di marroni e cioccolato fondente, l’unica parte che con la diluizione perde un po’.
Beh, questo è giovane e incazzato, non c’è che dire. Decisamente tosto, fra tutti quello con meno compromessi e forse il più emozionante, come un ottovolante. Due di noi abbassano di nuovo la media, ma si resta comunque in quota: 88/100.

162340-bigClynelish 19 yo (1997/2017, Gordon and MacPhail, 55,5%)
Lo versiamo con la lacrimuccia che accompagna l’ultimo giorno di vacanza che chiude un grande viaggio. Un quasi ventenne (“19 anni e undici dodicesimi”) a grado pieno, imbottigliato per la serie “Germany at cask strength”: è quasi coetaneo del LMDW ma maturato in first fill American hogshead, quindi attendiamoci ricchezza. In attesa dei gioielli, ci accontentiamo di un cesto di frutta matura degno delle nature morte di Caravaggio: pesca, mela, melone, albicocca, ananas… Il tutto ricoperto da cera profumata e calda, a formare la tipica patina. Il legno non fa mancare il binomio vaniglia e miele, e invece del cocco di nuovo spunta la macadamia. Si fa sempre più tropicale col tempo, balena un che di fieno bagnato e poi esplode un burro fuso memorabile. Pandoro, sì, ma al triplo burro.
Pardon, quadruplo, perché continua in bocca. Ci mancava quell’oleosità che ha fatto grandi tanti Clynelish? Eccola servita! Le botti attive accentuano vaniglia e miele, ma potrebbero far poco se non supportate da un corpo quasi scultoreo: mela, banana e ananas maturo sul fronte frutta, cannoncini appena sfornati sul fronte pasticceria. In mezzo, noi, fortunati natanti sballottati dalle sensazioni. Un filo di sale, buccia di limone, un pizzico di zenzero e il naufragar ci è dolce… Finale fotocopia: crema, burro e sale. Avvolgente come un piumone.
Dopo tante asperità in questo viaggio, dopo whisky complessi e “pensati”, eccone uno rilassato, da bere più che da decodificare. Una intensità di sapori e una piacevolezza ammirevoli, quasi commoventi. Eppure questa relativa innocenza non sia scambiata per banalità. Questa è la terra promessa, dove scorrono latte e miele. Anzi è meglio, qui scorre burro fuso e miele, scusate se è poco. 90/100 anche se è un “whiskyfacile”.

Glen Cawdor 16 yo (1968/1984, Samaroli, 43%)

Il banchetto di Giorgio D’Ambrosio, al Milano Whisky Festival, è come lo specchio di Alice: uno è stanco del logorio della vita moderna, fa un salto da Giorgio ed entra nel Paese delle Meraviglie del passato. Dove fra uno Stregatto e un Cappellaio Matto spuntano cose come questa bottiglia, che per il 99% dei visitatori, Orbi compresi, è misteriosa come la scrittura dei Sumeri. Glen Cawdor fu una distilleria di Nairn, sulla costa a poche miglia di Inverness. Però fu demolita nel 1930, il che aumenta la suspence. In realtà Samaroli scelse questo nome per un single malt proveniente dall’altra sponda della Scozia. Chi dice Caol Ila, chi Springbank, di certo talora c’erano imbottigliati whisky dello Speyside… Insomma, nessuno (di noi, almeno) lo sa. Si sa che fu distillato nel 1968, invecchiato 16 anni e prodotto in 360 bottiglie. Stop.

glencawdorN: annusarlo è come ritrovarsi circondati da gente in cilindro e monocolo, ti fa sentire in un’altra epoca. La paraffina tutto ricopre in uno strato ceroso e aromatico. C’è del grasso, anche se mai sgradevole, e una nota come di ottone e metallo unto davvero singolare. Poi è come se si spalancasse un forziere e ne uscissero cascate di frutta gialla: banana, ananas maturo, mele e soprattutto limone candito. Un naso retrò.

P: il grado basso (e forse il tempo) lo rendono bevibilissimo, al limite dell’inoffensivo. Un broccato morbido di frutta tropicale, arazzi di crema e cioccolato bianco, tappeti di caffelatte zuccherato e noce moscata. Ancora ananas, in un palato voluttuoso che all’energia preferisce una somma, consapevole placidità.

F: finisce dopo poco, in una cremosità vanigliata dove compare un’eco di legno.

Ha l’opulenza pigra di certe stanze reali, in grado di cullarti tra stucchi e sofà. Peccato che il tempo e il basso grado lo rendano meno guizzante dal palato in poi. Curiosamente ha poco di costiero, sicuramente di isolano. A ben vedere, però, un quid degli Springbank d’antan, soprattutto nelle note grasse del naso, potrebbe esserci. Gloriose vestigia di un passato eroico, che siate custodite nell’Olimpo dei malti: 89/100

Sottonfondo musicale consigliato: Robin Trower – Bridge of Sighs.

Botti da orbi – Non si esce vivi dagli anni ’80 @ Winetip Milano

Ok, ci sono sempre più turisti dal Qatar o dall’Ontario in coda al Cenacolo. Benissimo, fiorisce l’industria del design e le vendite degli sgabelli in plexiglass vanno alla grande. Che gioia, un palazzo coperto da una giungla di begonie è stato eletto grattacielo più fico del mondo. Tutto da brividi. Però quel che davvero fa di Milano l’ombelico della piacevolezza è che in certi periodi dell’anno puoi inciampare in una degustazione di distillati praticamente ogni sera. Un plus di qualità della vita che – capite bene – fa sembrare il Pil pro-capite come un dettaglio trascurabile.
IMG_0377Nel nutrito arsenale di tentazioni che mettono alla prova i proverbialmente ascetici milanesi, verso la fine di novembre, è spuntata una serata dal titolo fantasy: “Whisky fantastici e dove trovarli”. Appuntamento nel Castello di Hogwarts alias la sede di via Morbelli di Winetip, rivenditore di vini con la bellezza di 3mila etichette e 80mila bottiglie. A fare gli onori di casa un Harry Potter più buongustaio, ovvero Martial Hernandez, l’uomo che ha trasformato l’azienda in punto di riferimento anche per i distillati. Nei bicchieri, cinque whisky distillati o imbottigliati fra la fine degli anni ’70 e inizio ’80. Praticamente un revival della Disco music in chiave di malto.

Martial è un francese del sud di origine spagnola che – nella sua lunga carriera di sommelier e maitre di sala – è finito in Italia e ci si è trovato a suo agio come un’ostrica in Bretagna. Tant’è che ha messo su famiglia e ormai da anni cerca, compra e rivende spiriti, un mestiere che se la gioca con il guardiano degli atolli come lavoro più bello del mondo. Girovagando per cantine, aste online e mercato parallelo, ha messo su un plotone di bottiglie mica male e vale la pena andare a dare un’occhiata (anche nel magazzino del tesoro…) per farsi un’idea di cosa si può trovare da lui.
Ad ogni modo, il gaudente Martial ha pensato che nell’accogliente cantina di Winetip un ciclo di degustazioni ci sarebbe stato a pennello. Così si è inventato un format unico nel suo genere, a suo modo geniale come l’acqua calda (o come il cognac, va…): bere i whisky mentre si sbranano formaggi erborinati, petto d’anatra affumicato, speck e altre godurie palatali. Come dite, così le note degustative vengono compromesse? Ma scusate, voi Beethoven lo ascoltate cercando di decifrare le semi-tone? Al mare in Sardegna vi tuffate per ponderare la salinità dell’acqua? No, lo fate perché vi rilassa e vi piace. E allora zitti e mosca: Stilton, cioccolato fondente, uno champagnino 100% Meunier e poche pippe mentali, si salpa.

glenlivet-unblended-12yo-75cl-43-seagram-import_IM175483Glenlivet 12 yo Seagram Italia (inizio anni ’80, OB, 43%)

O tempora o mores, uno Speysider d’antan che Seagram importava in Italia proprio mentre in tv trionfava il Drive In. Ha un naso da Tempo delle Mele: non perché sappia di strudel, ma perché è un inno alla dolcezza: un sac-à-poche di crema nelle narici, i cannoncini di Panarello, brioche all’albicocca. La frutta esulta come Tardelli al Mundial ’82: mela gialla, banana, ananas. Spuntano anche un tocco floreale di zagara, della cera figlia del tempo e un’impressionante aria di pandoro. Che però in bocca imita la carrozza di Cenerentola e ritorna zucca. La cremosità si dissolve come il trucco pesante dopo una notte a ballare, rimane un palato secco, giocato fra mandorla, arancia essiccata e pepe bianco. Emerge tutto il cereale, ma in un senso un po’ cheap, come di vodka. Ok, bestemmia torna indietro: come di vodka, ma buona. Totalmente bifronte, sembra un caso da manuale per spiegare l’assoluto e arbitrario strapotere del tempo sul malto: può amplificarne la frutta e la cera e il naso assurge in Paradiso; ma può anche dichiarare il liberi tutti e precipitare il palato in purgatorio. La media è un 83/100.

216572-bigLinkwood 10 yo “On the road serie” (1984/1995, Signatory vintage per Velier, 40%)

Nel 1995 la Velier – storico marchio di importatori genovesi – lanciò la serie “On the road”: 4 single cask di Signatory realizzati in 1.200 esemplari con etichette firmate dallo scenografo e illustratore Emanuele Luzzati. A noi tocca in sorte un bel Linkwood.
La differenza di naso rispetto al Glenlivet è netta, come passare da un Mirò a un Morandi (non Gianni). Il primo impatto è molto oleoso e delicato e nessuno si azzardi a dire che è colpa del petto d’anatra, che qui si è veri professionisti e ci si sfascia di mangime sì, ma con juicio. No, è che il naso è proprio recalcitrante, ha bisogno di tempo per superare la timidezza. Pian piano, come palla di neve che si fa valanga, guadagna vivacità sul lato fruttato e vira sull’esotico. Dall’albicocca e dalla mela (tanta!) passa a un mango frizzantino. Da qualche parte un filo di fumo, ma stavolta forse la suggestione è davvero colpa dello speck. Al palato paga un po’ dazio al grado loffio, ma sembra subito un capolavoro di equilibrismo che al confronto Roberto Bolle è un ubriaco sciancato: elegante, abbina malto dolce a una piacevole nota di arachide tostata che fa salivare. Di nuovo un filo di fumo, il legno c’è e parla la lingua del pepe. Succo di pompelmo e miele di acacia riassumono il bilanciamento che perdura nel finale, dove fa capolino un tocco sapido. Somiglia al “Nome della Rosa”, si può leggere come si vuole e resta sempre piacevole: sia come malto di grande bevibilità levigato e rotondo, sia come single cask ben sfaccettato e arricchito dall’esperienza. 87/100.

pdt__macallan_12yo_43__70cl_giovinetti_imp_6736_1Macallan 12 yo Giovinetti (anni ’80, OB, 43%)

Coup de théatre al cospetto del più atteso ospite di vetro della serata: chi sa dire se questa bottiglia è vera? Macallan Giovinetti di inizio anni ’80, fratello maggiore del famoso 7 anni creato per il mercato italiano. Però qualcosa all’ispettore Martial non tornava, quando gli era stata proposta. La bottiglia è sicuramente Macallan, l’etichetta probabilmente: ma siamo sicuri che sia proprio un 12 anni? Nel brusio degli astanti parte il consulto globale, ma l’unica voce che si alza competente è quella di Giorgio D’Ambrosio, che di Macallan ne ha maneggiato un esercito. E l’uomo dal Bar Metro ha detto sì: etichetta valida come il gol di Muntari, è la carta Fabriano che Macallan ha sempre usato. L’è Macallan. E l’è anca bùn.
Sticky toffee pudding appena avvicini le narici, ad aprire un bouquet compatto e tipico del tempo: fichi secchi, cioccolato al latte, marmellata di prugne e lamponi. La frutta è ponderosa e appiccicosa, datteri e pesche al forno, anche ciliegie sotto spirito. Pian piano dallo strato emergono resti di un naso più composito, come vestigia ben conservate: scatola del tabacco, poutpourri e crema di marroni a cucchiaiate. In bocca rimane la stessa sensazione di marmellata (di fichi) che dilaga e impasta tutto. Rispetto al naso il cioccolato si fa fondente, la frutta vira al tropicale maturo e compaiono delle note speziate/erbacee di cumino e rosmarino, seguite da un tocco acido di chinotto. Pienissimo e intenso, sciabola un finale lungo di crostata ai frutti rossi bruciata con un po’ di zenzero. Si dice che i vecchi Macallan siano un po’ tutti uguali. Di sicuro sono (quasi) tutti buoni e questo non fa eccezione. La capacità di avvolgere e colare su tutto è spia del fatto che qui dentro qualche barile vecchiotto c’era. E la magnifica sensazione di avere la bocca praticamente drageé di Macallan non è per nulla brutta. 90/100

IMG_0476_1Orkney 11 yo – Fragments of Scotland serie (1977/1988, Samaroli, 50%)

Samaroli e Highland Park sono tre parole che nella stessa frase scatenano il demone, come i versi al contrario nelle canzoni dei Black Sabbath. Formalmente la distilleria non è dichiarata, ma questa bottiglia rappresenta le Isole Orcadi nella serie di imbottigliamenti di Duthie dedicata da Samaroli nel 1988 ai “Frammenti di Scozia”, e dato che nell’arcipelago le distillerie sono due, gli avventori come Fantozzi furono colti da un leggerissimo sospetto… Così, mentre il distillato si ossigena, per un attimo ci si ferma a pensare all’essenza di questa serata: bottiglie nate per essere di largo consumo quando i calciatori avevano ancora i numeri dall’1 all’11 e c’erano in tv i cartoni dei Masters, che ora sono gioielli perduti, roba che in asta va a centinaia di euro.
Superato il momento malinconico per la clessidra delle nostre esistenze che si svuota inesorabile, torniamo concentrati sul whisky. L’impatto è bello sporchino, originalissimo. Cheddar affumicato, qualcosa di umido tra il fieno e il cordame bagnato. Ha un carattere forte, forse divisivo, ma sa quel che vuol dire. C’è del cuoio, magari bagnato anch’esso, e una vivace pennellata di carrube, sotto cui sta quieto un mare di malto e miele d’erica. Il carattere diventa esuberanza in bocca: una bomba a orologeria masticabile, ancora centrata su carrube e cioccolato fondente. La torba c’è pur senza essere contundente, ben sposata a miele di castagno e una intensa cera di quelle mineraline. In cauda salis, trade mark delle distillerie isolane che permane nel finale, mirabile, tra cola e Lindt fondente. Maleducato e cafone come il punk, ma quanta determinazione e quanta maestria in questo whisky di nerboruta tracotanza. 91/100.

69446-bigGlen Mhor 10 yo (1978, Intertrade, 65.3%)

Con il marchio Intertrade, fondato nel 1984, Nadi Fiori diede forma alla sua lunga amicizia con George Urquhart, patron di Gordon & MacPhail. E mai connubio fu più dilettevole per gli appassionati, dato che da quel momento gli italiani iniziarono a trovare in ristoranti ed enoteche di classe dei single malt praticamente sconosciuti fino a quel momento e non di rado imbottigliati a grado pieno, pienissimo, praticamente a livelli di supernova interstellare. Esattamente il caso di questo Glen Mhor, un titano da 65 gradi.
Sono pochi i whisky di questa distilleria disponibili in giro a prezzi umani, quindi la platea si fa silenziosa e curiosa per cercare di coglierne il carattere. Salvo accorgersi subito che è un bel rompicapo.
Assaggiato in batteria, nelle gozzoviglie, pareva che l’alcol funzionasse come quelle maschere con occhiali e baffi finti che travisano i connotati, come metterebbero a verbale gli appuntati dei carabinieri. Al naso, inizialmente, non si va oltre un senso di frutta (mele verdi, ananas, limone), vaniglia e salvia. Al netto di un tocco pungente quasi da sottaceto, non è aggressivo, non è napalm nelle narici. Ci si aspettava addirittura qualcosa di più violento, ma resta il fatto che è quasi soffocato. Sicché il saggio assaggiatore usa il vecchio trucchetto del “metti in sample e porta a casa”. E fa la cosa giusta, perché riprovato con calma e  (molto) tempo, beh, ha il suo perché.
A quelli che sanno aspettare, come dice la pubblicità della Guinness, squaderna una ricchezza minerale da propoli vecchio stile, con una nota “off” ma intrigante di rame e (pare incredibile) salsa di acciughe accennata. Il tutto prima di un’esplosione di pandoro e crema. Altro che diesel, è una littorina a carbone, prende velocità dopo decine di km, ma poi non la fermi più. Ah, giusto per restare in tema littorina: il bicchiere vuoto sussurra qualcosa di torbatino.
Anche in bocca l’alcol fa un po’ l’hooligan in un negozio di pizzi e merletti. Nocciole tostate, cereale e un sincero apporto di legno caldo. Miele e malto e una cremosità che con una gradazione umana sarebbe ancor più avvolgente. L’acqua lo migliora, aumentando il senso di burro sciolto e miele, ma estrae anche un’acidità curiosa, succo di limone in cui è caduta accidentalmente della cenere. E una mentina, toh. Finale tra crema di vaniglia, miele di eucalipto e frizzante zenzero candito (dopo l’aggiunta di acqua).
Philip Hills lo ha definito a “truly great postprandial whisky” e di sicuro ha doti eupeptiche non comuni. Però la sensazione è che questo Tyrannosaurus Rex abbia un potenziale ancor superiore e che la bardatura di alcol eccessiva lo limiti un po’ nello slancio. Tra parentesi, c’è da chiedere perdono per la lunghezza, ma davvero va sul podio dei whisky più difficili da decifrare: 86/100, media fra gli 84 iniziali e l’88 potenziale.

Springbank 1965 ‘Flowers’ (1990, Samaroli, 46%)

A fine ottobre abbiamo compiuto quattro anni, come blog: eravamo dei ragazzetti alle primissime armi, ci orientavamo appena nel mondo del whisky e tentavamo l’avventura di aprire il primo blog di recensioni di single malt in italiano. Oggi non ci perderemo in altre parole autocelebrative, ma festeggiamo l’evento con un sample che da mesi teniamo lì, in serbo per le serate importanti: si tratta di uno Springbank del 1965 selezionato e imbottigliato nel 1990 da Samaroli nella serie ‘Flowers’. Voi sapete che dire Springbank e Samaroli nella stessa frase evoca scenari idilliaci, al limite della mitologia: noi dobbiamo ringraziare Glen Maur dello storico whiskyclub Gluglu, che in una serata di primavera ci ha omaggiato con un campione di questo malto, altrimenti pressoché introvabile (solo 480 bottiglie messe sul mercato, ormai 25 anni fa). Una postilla, questa autoreferenziale (piccolo spazio pubblicità): domani inizia il Milano Whisky Festival, noi ci saremo e avremo in degustazione molti dei nuovi imbottigliamenti di Springbank. Chissà che gli antichi fasti non possano rivivere anche oggidì…

ws0184627-51_IM193563N: la straordinaria compattezza, immediatamente percepibile, fa subito capire che ci si trova davanti a un naso ‘difficile’, in continua evoluzione, che ti metterà alla prova per scindere le varie anime e verbalizzarle in descrittori. Certi di perdere la sfida, iniziamo a rilevare l’apertura e la totale assenza di note alcoliche; poi ci viene in mente una gran mix di frutta: pesche, succose; mele, uvette e prugne cotte; arance (anche un po’ di arancia rossa troppo matura, a donare profondità minerale). Si distingue poi un malto-Springbank poderoso, con le sue nuances ‘sporche’, minerali e cerose: quindi una nota lieve ‘meaty’, di dado di carne; candela spenta, cera. Note floreali, anche di fiori recisi. Toffee, biscotti al burro; plumcake!, ed anche un qualcosa di tarte tatin; torta di carote. E si ripete, almeno in parte, la magia di quel 21 anni ‘Archibald Mitchell’, grazie ad uno schermo maltoso d’antan, anche se in un contesto di maggiore freschezza complessiva.

P: l’eleganza e l’austera raffinatezza sono incredibili. L’attacco mostra in primo piano la cera, una nota minerale, lievemente fumosa, di carta antica; ed anche una sfumatura floreale, sempre crescente, che poi si trasfigura in una bomba fruttata davvero stupefacente. Ancora c’è frutta varia, fresca ma forse soprattutto cotta (ancora mele e prugne, ancora pesche); confettura d’albicocca. Una punta d’eucalipto, ai margini; e, se non ci inganniamo, riconosciamo anche una punta sapida, salina. Dolciumi, anche, nuovamente tra plumcake e biscotti al burro. Il percorso si richiude su delle note lievemente torbate…

F:…che qui al finale si rivelano in tutta la loro minerale evidenza, accompagnando assieme ad una cera delicatissima le splendide note di frutta cotta, di frutta gialla (albicocca); e ancora, sarà la suggestione data dalla serie?, delle note floreali incantevoli.

Che queste bottiglie abbiano fatto la storia e oggi siano in vendita a prezzi stratosferici, beh, non ci può proprio stupire: siamo di fronte a un magnifico esempio di equilibrio e complessità, con fiori, frutta, fumo, cera, sale, brodo, dolci… Tutto perfettamente fuso assieme, con una freschezza che non può che conquistare palati abituati ai whisky moderni. Springbank si conferma tra le distillerie meglio in grado di preservare il proprio carattere negli anni (alcune di queste note sono ancora percepibili nei whisky odierni), e la selezione di Samaroli ne esalta la mitologica qualità: 94/100 è il voto, per intenderci. Grazie infinite a Glen Maur per un dono davvero senza tempo.

Sottofondo musicale consigliato: R.E.M. – So. Central Rain.

Macallan 1989 (2003, Samaroli, cask #8274, 45%)

Questa per noi sarà la settimana di Macallan. Assaggeremo tre espressioni di età non così distanti, imbottigliate da selezionatori indipendenti; tutti e tre invecchiati in botti ex-sherry. Si inizia con Samaroli: eccoci alle prese con un single cask (sherry puncheon #8274) distillato nel 1989 e messo in bottiglia quattordici anni dopo. Il colore è paglierino, strano! Sarà sherry fino?

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N: molto delicato e aromatico, anche se di certo non ci sono quegli aromi che sei portato ad attenderti da un Macallan in sherry. Molto pulito, senza deviazioni profonde verso la frutta rossa (veramente molto tenue, appena allusa) o spigoli speziati. Domina incontrastata la frutta fresca mele e pere, una maltosità frizzante ancora molto imberbe; delicatamente profumato, floreale. Zenzero candito. Mela mela mela. Olio di mandorle.

P: molto approciabile, zero alcol. Rispetto al naso si fa più autorevole, mettendo in evidenza una maltosità più calda e biscottosa e note lituorose più profonde (risalita di frutti rossi, fragola dolce). Si confermano mele alla grande, ma più ‘grevi’: mele cotte, caramellate, con cioccolato. Pasta di mandorle e una nota di caffè particolarissima. Cambia non poco rispetto al naso.

F: tarte tatin e caramello. Lungo. Ancora malto, ancora un pelo di caffè.

Un whisky inaspettato: molto particolare, come detto più volte non corrisponde a quel che ci si attende da un Macallan ex-sherry, e proprio per questo è esperienza assai istruttiva. Complice la riconoscibilità di uno stile Samaroli (sobrietà complessiva), sorprende sì, ma in positivo. 85/100 è il nostro giudizio. Grazie a Giulio per il sample.
Sottofondo musicale consigliato: Filippo Tirincanti – She smiles.

Samaroli ‘No Age’ (cuvée 2011, 45%)

Non c’è bisogno di presentare Samaroli, vero? Val forse la pena, però, di spendere due parole per l’imbottigliamento che assaggiamo oggi, ovvero il No Age, edizione 2011: si tratta di un vatting di diverse botti di distillerie differenti (ovviamente) di età variabile tra i 10 e i 40 anni, assemblate per ritrovare sapori unici e particolari, in aperta opposizione alla più volte denunciata standardizzazione dei prodotti. Questa è la grande scommessa del Samaroli degli ultimi anni: e siccome (ce lo insegna la storia) Samaroli si rivela sempre essere più avanti degli altri, probabilmente anche in questo caso ci ha azzeccato… Basti pensare ad un progetto simile di grande fortuna, anche commerciale, come la Compass Box di John Glazer. Ad ogni modo, noi, formati alla scuola della filosofia del linguaggio novecentesca, sappiamo che le parole sono approssimazioni inesatte, e dunque non fidandoci del mezzo linguistico preferiamo mettere il naso sul bicchiere e il whisky nello stomaco, e poi valutiamo. Il colore, intanto, è ambrato.

31927N: grande compattezza, che ti investe poco a poco: bisogna avere pazienza, lasciarsi suggestionare con calma e rispetto. Patina torbosa, quasi vegetale, sentori umidi, di ‘stireria’, e una punta di cera d’api: queste note ‘sporche’, ormai lo sapete, a noi fanno impazzire. La suddetta patina si poggia su una ‘dolcezza’ pronunciata ma elegante, che ricorda melassa, carruba, chinotto, tarte tatin; tè al bergamotto. Fondi di cappuccino zuccherato, una punta di rabarbaro, liquirizia. Frutta in compote, sorpattutto rossa (fragola e mela, perfino mirtillo). Che bellezza.

P: si affaccia gentile sul palato, passa quasi inosservato, ma man mano che la bocca si lascia avvolgere dimostra una grandissima personalità. Anche qui prevalgono le note più ‘da whisky vecchio’: favolose note ‘umide’, di cera d’api, di rabarbaro, zucchero bruciato. Tutto ciò contribuisce a una sensazione di poca dolcezza, senza però scadere nell’amaro vero e proprio: un sapore sospeso, in splendido equilibrio. Frutta cotta (mele e prugne); anche marmellata di fragola. Liquirizia e caffè.

F: medio-lungo ma molto intenso, replica il palato con grande coerenza, in un fade graduato e piacevolissimo, di grande eleganza.

Che dire? Una splendida certezza. Samaroli ci convince appieno con questo imbottigliamento, che nasconde dietro di sé tutti i misteri dell’arte del blending. Alcune caratteristiche di questo No Age sono tipiche di whisky molto invecchiati, ma riscontriamo anche segnali di distillati giovani, magari assuefatti a botti molto aggressive: insomma, i legni si sentono (qualcuno direbbe, storcendo il nasino, che è un whisky costruito: e in effetti sì, è proprio il senso dell’operazione, quindi rimettete pure dritto quel nasino), ma la cosa non ci disturba affatto, anzi! Stupisce poi l’assenza di fiammate di sapore, ma una pacata compostezza, piena però di intensità. Basta parole, largo ai numeri: 91/100, a presto.

Sottofondo musicale consigliato: Herbert von Karajan dirige la Filarmonica di Berlino nella Sinfonia n.3 di Brahms, op.90 – III. Poco allegretto. Sì, ce la meniamo.

Glen Moray 1992/2009 (Samaroli ‘Glen Cawdor’, 45%)

Abbiamo ancora nel naso il profumo di quell’ottimo Mortlach selezionato da Samaroli… Assaggiamo allora un altro imbottigliamento del medesimo storico marchio italiano: dalla serie Glen Cawdor (lodevolissima scelta: bottiglie da 50cl, per contenere i costi: lo fa anche il tedesco Malts of Scotland, chissà che non seguano altri…) ecco un Glen Moray di 17 anni e messo in vetro alla gradazione ridotta di 45%, comme d’habitude per Samaroli.

glen-moray-samaroliN: al primo affondo, l’alcol è pungente e il profilo aromatico sembra molto delicato. Trasmette un senso di fresca gioventù: note di malto, di fieno, di legno, di fiori freschi, di susine acerbe… Esce però anche un lato più ‘adulto’ e zuccherino, con belle note fruttate di pere, mele rosse e con crescenti suggestioni di miele (solo dopo un po’, un accenno di vaniglia). Leggeta nota di liquore agli agrumi (mandarino, ci pare).

P: bel corpo, buona presenza in bocca. Il sapore è molto uniforme, ma piuttosto intenso: un bel malto pulito, mieloso e agrumato, ‘sporcato’ solo da una tenue nota amarognola di erba e legno (frutta secca delicata). Beverino assai, con anche una spruzzata di mandarino e un pizzicore piccantino, ma un pelo troppo alcolico, vista la delicatezza del tutto; e semplice, certo.

F: asciutto e vegetale, vira presto su un malto amaro, erbaceo e sulla frutta secca. Ancora pepatino.

Il naso è molto godibile, non un mostro di complessità ma piacevole e promettente: gli ammiccamenti cedono però al palato e al finale, rivelando un whisky francamente un po’ troppo ‘normale’. Altre bottiglie della selezione Samaroli di questi anni hanno caratteristiche simili, probabilmente siamo noi che non sappiamo sintonizzarci su quello che in fondo è uno stile, una scelta precisa: nel merito, però, non sappiamo salire sopra a 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: SiaChandelier

Mortlach 1988 (2006, Samaroli ‘Coilltean’, 45%)

Alcuni amici, freschi reduci da un viaggio scozzese, ci raccontavano di come i lavori di ampliamento e ammodernamento di Mortlach, storica distilleria di Dufftown, procedano a pieno regime: con tanto di vecchietti affianco alle transenne che considerano amaramente e ad alta voce quanto gli operatori del settore edilizio non siano più efficienti come un tempo. Illuminati da tale visione, decidiamo anche noi di rimpiangere il passato, e alla disperata ricerca di un approdo sicuro riscopriamo nel nostro armadietto un sample di Mortlach selezionato da Silvano Samaroli: si tratta di una botte ex-sherry fino, che per diciotto anni (1988/2006) avrà provato ad incidere su un distillato tipicamente scontroso. Il colore è dorato chiaro.

glenburgie-speyside-sherry-wood-1988N: c’è una nota peculiarissima di Mortlach, con il suo distillato bello sporco: non nell’accezione di brodo di carne, ma in questo caso, forse, l’interazione con lo sherry fino porta aromi sulfurei, di polvere da sparo, rame, quasi smog (non è affumicato, eh). Insomma, se fosse tutto qui sarebbe un inferno: invece, col passare dei minuti la nebbia si dirada e c’è un cambio di rotta deciso. C’è una gradevole nota liquorosa, di vino Passito, che poi evolve in clamorose suggestioni di confettura di fragola, di mandarini dolci… Perfino una suggestione a metà tra il floreale e il sapone (come suggeriscono le note ufficiali, ma è interpretazione dissimile di una stessa nota). Poteva sembrare normale, ma non lo è: molto complesso e cangiante (c’è anche uno po’ di toffee, ma anche un che di zenzero, quasi di Schweppes).

P: pare davvero coerente col naso, ne replica perfettamente le varie fasi: attacca sul ferroso sulfureo di Mortlach, si apre a confetture varie, con una dolcezza ben evidente, ma questa volta più imperniata sull’agrume. Arancia dolce, mandarino. Biscotti ai cereali. Davvero coerente, proprio buono. Ancora una nota di Passito, meno intensa.

F: lungo, intenso e avvolgente. Un che di sulfureo, poi un tripudio dolce, tra frutta secca, agrumi, con una punta minerale a tenere tutto assieme.

Esperimento perfettamente riuscito. Questo Mortlach è infatti molto levigato, l’alcol è docile, ma non per questo il dram è privo di intensità, anzi! Il suo maggior pregio è proprio il bilanciamento perfetto tra tutte le diverse componenti: 89/100, con complimenti a Silvano Samaroli per la selezione, è il nostro voto, ed il leggere le note e le valutazione di Serge ci ricorda di come la soggettività e il gusto personale abbiano un ruolo chiave nel teatrino della degustazione.

Sottofondo musicale consigliato: Vanessa de Mata & Ben Harper – Boa sorte.

Clynelish 1995 (2010, Samaroli ‘Glen Cawdor’, 45%)

Mancano oramai due settimane al Milano Whisky Festival e leggendo l’elenco degli espositori spicca tra le novità più importanti e gradite la presenza dell’imbottigliatore indipendente Samaroli. Per festeggiare i 45 anni di attività di Silvano, Antonio Bleve terrà tra l’altro una masterclass di alto livello; noi non potremo esserci e cerchiamo oggi conforto nei rassicuranti oblii generati dai fumi dell’alcol, più precisamente quelli di un Clynelish della serie Glen Cawdor, la linea di malti Samaroli imbottigliati in graziose bottiglie da 50 centilitri.

28756N: l’alcol si fa sentire un poco, ma siamo nel bel mezzo del mondo Samaroli: dram gentile, molto ‘naked’, vicino al distillato puro (frutta candita, grapposo, vino bianco, lieviti, malto e sentori erbacei). NItida poi una nota di mela verde. La botte di bourbon è assai discreta, con yogurt alla banana, susine gialle. Di cera, caratteristica distintiva della distilleria, non ce n’è tantissima, mentre forti sono le suggestioni minerali. Leggermente torbato.

P: anche al palato è uno splendido Clynelish nudo. C’è tutta la frutta gialla del naso ma molto in disparte. Il palcoscenico se lo prende il distillato- vino bianco e canditi- con un ingresso in bocca molto intenso. Ancora grandi note minerali, sapide e torbate, queste ultime in aumento rispetto al naso. Una suggestione di cera persiste, mentre il grande sconfitto è il legno. Infine, cioccolato amaro. Al di là dei sapori che abbiamo colto, va detto che l’intensità e la qualità complessiva dell’esperienza gustativa sono su livelli eccellenti.

F: poco dolce ed erbaceo. Cioccolato amaro. Ancora molto fedele al distillato; pulito e di media durata.

Ci siamo abituati ad apprezzare l’eleganza e la gentilezza degli imbottigliamenti di Samaroli, spesso contraddistinti da una riduzione dell’alcol in fase d’imbottigliamento a 45 gradi e dalla scelta di single cask non troppo attivi. In questo Clynelish di medio invecchiamento però questa caratteristica è associata- lo ripetiamo- a una pienezza e incisività sia all’olfatto che al palato che francamente ci hanno sorpreso. Insomma, se lo trovate al Festival, assaggiatelo e se non vi piace lamentatevi pure con noi! Intanto, da grigi burocrati del Single Malt, quantifichiamo in 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: non vi piace la musica brasiliana che inseriamo di tanto in tanto. Beccatevi Bruno LauziLa tartaruga

Glen Grant 1970 (2001, Samaroli, cask #1043, 45%)

Se siete delle persone per bene sapete che – a dispetto della percezione comune – Glen Grant è un malto che sa sedurre gli esperti; e, soprattutto, i Glen Grant di prima del primo aumento degli alambicchi (vale a dire, prima del 1973) sono particolarmente ambiti dai più esigenti connaisseurs del globo terracqueo. Siccome noi ce la meniamo un sacco, assaggiamo oggi un single cask (ex-sherry Oloroso) del 1970, di proprietà di Antonio Bleve, invecchiato per trentuno anni prima che Samaroli (o chi per lui) decidesse che sì, era arrivato il momento giusto per finire in bottiglia. Il colore è ramato scuro.

Schermata 2013-08-27 alle 16.44.06N: bello aperto e profondo, offre subito una sensazione di grande complessità. Ci stupisce una lieve nota ‘carnosa’/sulfurea ben integrata, però, con una trafila di dolcezze: mon cheri, frutta rossa sotto spirito, albicocche moooolto mature, cola, tamarindo in gran quantità. Resta un profilo ‘sporco’, di certo non dolciastro, con note di cuoio, vecchie scatole di legno, olive nere. Anche cannella e rabarbaro, a tratti. Di grande intensità, delicato e multiforme. Richiami di arancia candita e zucchero di canna. Cioccolato fuso; zucchero bruciato. Buonissimo.

P: un attacco sussurrato, con netta prevalenza di frutti rossi, in un contesto apparentemente ‘rarefatto’. Note ancora di tamarindo, di chinotto; particolare, decisamente, anche se è delicato, con escursioni tropicali; mix di frutta secca, avete presente? Cannella, liquirizia. Note erbacee, che donano vivacità: eucalipto. Cioccolato amaro (fave di cacao, meglio) e legno, verso il finale si fa leggermente allappante, con anche tracce, mai eccessive, di propoli e rabarbaro…

F: ciliegia e legno. Molto asciutto, ma lungo e persistente. Cannella, liquirizia, ancora chinotto.

Che maestro, questo Glen Grant… Messo in bottiglia all’ultimo momento utile, secondo noi (la sensazione è che le note erbacee/di propoli siano lì lì per prendersi tutto il palato, ma ancora un avamposto fruttato resiste), questo single cask ci affascina, ci offre in un bicchiere quel mondo perduto di ‘vecchi sherry’ di cui tanto sentiamo parlare i nostri amici vecc… ehm, esperti. Complimenti a Bleve e Samaroli, dunque, per la seleziona di una botte davvero di qualità molto alta. Costa quasi 500 euro, v’avvertiamo, siamo in piena zona luxury premium top dassògno etc.; ma ignorando questo dettaglio (e ricordando anzi che questa bottiglia era in degustazione gratuita per gli amici del forum lo scorso aprile…!) non possiamo dare meno di 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: John GrantGlacier.