Bowmore 19 yo (1997/2017, Adelphi, 56,8%)

La gente che sa cosa fare della propria esistenza in questi giorni non è in Italia (e incredibilmente non vogliamo fare allusioni politiche), ma in Scozia; e non in un angolo qualsiasi della terra di Alex Ferguson e Sean Connery, vicino a un castello qualsiasi, accanto a un Loch qualsiasi, sorseggiando una birra qualsiasi e sgagnando un panino al bacon qualsiasi. No: la gente che sa cosa fare della propria esistenza in questi giorni è su Islay, perché c’è il Feis Ile! In mancanza dell’originale, noi che notoriamente siamo delle banderuole al vento del destino e che dunque decisamente non siamo su Islay, proviamo a sentirci vicini agli amici che fanno bagordi lassù: e dunque oggi ci beviamo un bel single cask di Bowmore, un barile ex-sherry a secondo riempimento (cask #2412) – il colore è molto scuro, se non l’avessimo saputo avremmo scommesso su un first-fill. Ringraziamo Samuel Cesana, gattone di Pellegrini, per il campione.

N: urca, com’è carico! La prima cosa che ci suggestiona sono le costine glassate all’americana, oltre a un senso di barbecue, di carne affumicata con salsa barbecue. C’è anche quella nota fruttata ‘alta’, da Bowmore in sherry, con more e mirtilli molto dolci e freschi. Viene in mente un che di pasticceria turca, da gelatina al melograno… Cuoio. La torba si sente molto, mescolandosi con questo legno così carico: l’effetto è di un legno bruciacchiato. L’acqua aumenta la quota di barbecue. Foglia di tabacco, ci illumina Zucchetti.

P: l’imbocco è punchy, ma è soprattutto molto dolce: marmellata di mora. Poi liquirizia pura, tanta liquirizia, legno, molto tanto troppo tannino. Resta molto bruciato, molto intenso, molto appiccicoso. Attimi fruttati, ma è questione di istanti. Zucchero bruciato, marmellata bruciata ai lati della torta dimenticata in forno. Vegetale e bruciatissimo, con una nota di inchiostro anche, forse tempera, dice Angelo. Tende pesantemente verso l’amaricante man mano che ci si avvia al finale (caffè, astringente, rabarbaro). Caldarrosta. Con acqua, è meno contratto e migliora, diventando più dolce, più morbido.

F: molto lungo, persistente, con note di fogliame (foglia di tabacco). Resta amaro e umido, con una vaga frutta nera molto lunga.

Bevuto a grado pieno appare piuttosto ostico: il naso è molto ‘sporco’, con sensazioni di barbecue che non troviamo spesso nei Bowmore in sherry, mentre il palato è molto poco fruttato e dominano note amare e bruciate. Con acqua diventa un’altra cosa, decisamente, e guadagna in piacevolezza soprattutto al palato: nel complesso, assegnamo un 87/100 ‘con riserva’, sperando di trovare un altro campione e di poterlo riassaggiare con più acqua. Capito?, Samuel, stiamo parlando con te.

Sottofondo musicale consigliato: In Flames – Behind Space ’99.

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BenRiach 10 yo (2005/2015, OB for Pellegrini, 58,9%)

Pellegrini è importatore di Adelphi e di BenRiach, e ormai tre anni fa ha imbottigliato due single cask della distilleria di Longmorn, all’epoca di proprietà di Billy Walker: per distrazione non ce n’eravamo accorti, ma per fortuna a emendare quest’onta ci ha pensato l’amico Samuel Cesana, collaboratore di Whisky Club Italia da qualche mese entrato a lavorare in Pellegrini, che ci ha portato alcuni campioni da provare. Noi, siccome in fondo siamo delle brutte persone, mettiamo subito il naso su quello che, sulla carta, temiamo di più: un 10 anni di maturazione di Porto. Sapete quanta paura ci faccia questa carta d’identità…

N: urca, che strano! Molto intenso e molto particolare, a tratti pare ricordare la dolcezza intensa di un bourbon (noce di Pecan, banana spappolata), e pure sembra molto più raffinato. Innanzitutto non si sente la pungenza vinosa e la legnosità sbracata di molti invecchiamenti in Porto, e questa per noi è già una buona notizia, lo sapete; non ha nemmeno i cliché organolettici del Porto, che esibisce quasi sempre una nota di marmellata di fragola, e anzi ha un profilo per noi assolutamente unico. Procediamo sparsamente, e quindi: uvetta intensa e intensissima, poi torrone morbido, quasi un po’ disciolto; malaga; cioccolato al latte e uvetta; un che di tuorlo d’uovo, anzi meglio: zabaione; caramello; cocco. Solo dopo un po’ vien fuori una nota un po’ speziata, ma sempre in abbinata a una dolcezza di fondo: viene in mente il panforte.

P: come era facile attendersi, resta davvero estremo: esplosivo, bizzarro e con bombe all’idrogeno di sapore. Diciamo un’eresia se ci sembra un bourbon finito in Porto?! La vinosità è infatti viva e vibrante, con il Porto evidente e integrato, con note di composta d’uva dolce – vinosità però innestata in una costellazione di richiami gustativi che ricordano quasi un bourbon, ancora con noce di Pecan e legno speziato; e poi ancora vaniglia, uvetta e cioccolato bianco; caramello. L’acqua sembra ‘seccare’ un po’ quella cremosità, pare anzi esaltare la componente legnosa – per questo quando lo assaggeremo di nuovo ne faremo a meno.

F: lunghissimo e persistente, ancora uvetta, uva nera e frutta secca grassa.

Grazie a Samuel, finalmente abbiamo trovato uno scotch invecchiato in Porto davvero buono. Incredibile! Siamo sinceri, il profilo è molto particolare: è molto carico, c’è tanto barile e la dolcezza da legno è molto intensa – al contempo però il contributo del Porto è armonico, si integra alla perfezione e, nel tripudio zuccherino, risulta quasi sfumato. Complimenti a Pellegrini per la selezione! 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fela Kuti – Water no get enemy.