Hazelburn 10 yo (2007/2018, OB for Beija-Flor, 55,4%)

Torniamo a Campbeltown per una piccola e inattesa sorpresa, presentata in Italia la settimana scorsa a una degustazione presso Le Bon Bock Shop a Roma: l’importatore italiano Beija-Flor ha avuto la possibilità di mettere le mani su un single cask di Hazelburn, la versione non torbata (anche se…) e a tripla distillazione di Springbank. Non è una roba da poco, se consideriamo che sono usciti pochissimi imbottigliamenti del genere – contiamo meno di una ventina di single casks mai messi sul mercato, per intenderci. La scelta è caduta su un malto invecchiato 10 anni in un barile ex-Sauternes a secondo riempimento: non si tratta di un finish ma di una piena maturazione… Tempo fa avevamo assaggiato con piacere una release ‘standard’, anche se limitata, di Hazelburn ex-bourbon poi passato in Sauternes e ci era piaciuto molto: vediamo come si comporta questo, considerando che una maturazione così lunga in un barile ex-vino non è sempre foriera di buone novelle.

N: i sentori vinosi e gli aromi tipici dei Sauternes sono qui incredibilmente vividi – e ci mancherebbe, dopo dieci anni di botte, anche se refill! Qui, piuttosto che parlare di riuscita integrazione tra distillato e botte, si potrebbe quasi parlare di una trasfigurazione, di nascita di una nuova creatura, un “whiskernes” probabilmente. Abbiamo quindi una esuberante e avvolgente nota di miele, assieme ad una composta di albicocca davvero invitante. Pesche cotte, anche un più distante sentore di amaretto. C’è questo senso di frutta zuccherina/zuccherata, molto ricco, anche se non appare eccessivo: questo tripudio è temperato e mitigato da quello che ci sembra di riconoscere come sentore di ‘aria di Campbeltown’: leggera aria salmastra, con un cerino spento che aleggia, a ‘sporcare’ felicemente la rotondità complessiva. Legno di cedro e scorza d’arancia.

P: l’ingresso è delicato, con poca evidenza dell’alcol, e poi procede compatto, diritto per la sua strada. Denso, ti lascia le pareti della bocca avvolte. È veramente buono: hai una nota dolce in avvio, coerente col naso, fatta di marmellata di albicocca, tanto tanto miele, pesche cotte. A sorpresa, mentre il whisky indugia sulla lingua, esplode una nota di frutta tropicale mista (ci viene in mente proprio il succo) che lascia attoniti, incapaci di proferir parola – anche perché si ha la bocca piena, vabbè. E poi subito un altro plot-twist: il marchio di fabbrica di Campbeltown è particolarmente marcato, tra note di salamoia, minerali, ancora il cerino, una torba leggera ma non così tanto (ci sovviene un fil di fumo).

F: …filo di fumo che qui si manifesta definitivamente, impastato con note zuccherine e intensamente fruttate – forse per l’eternità.

Partiamo da un aneddoto: tempo fa abbiamo partecipato ad una degustazione alla cieca organizzata dall’amico Corrado De Rosa, e se da un lato siamo stati bravissimi azzeccando tre delle cinque referenze, dall’altro abbiamo toppato proprio a Campbeltown, confondendo un vecchio Hazelburn 12 anni con uno Springbank 15… Questo la dice lunga sulla nostra credibilità, certo, ma dice anche qualcosa sul rispetto dei comparti stagni a Springbank: Hazelburn, se pure formalmente non dovrebbe avere traccia di torba, in realtà ha sempre una venatura minerale, torbata appunto, che può essere di volta in volta più o meno pronunciata e che spariglia le carte della pulizia. Qui questa componente è più che presente con note minerali, di mare e di fiammiferi, e svolge la funzione fondamentale di equilibrare un whisky che altrimenti sarebbe stato sbilanciato sul versante della dolcezza vinosa, con tutto il corredo di sentori tipici della botte ex-Sauternes. Una nota curiosa: il fatto di essere refill ha ammorbidito il tripudio di albicocca, soprattutto al palato, trasferendo le frutta su terreni tropicali. Confessiamo: partivamo prevenuti, ma siamo stati costretti a ricrederci: 90/100, per un whisky pieno, solido, complesso e di grande bevibilità. Oh se vi capita uno Springbank cattivo, per favore giratecelo, almeno lo recensiamo!

Sottofondo musicale consigliato: Alina Engibaryan – I’ll be around.

Kilchoman ‘Sauternes Finish’ (2012/2017, OB, Distillery Shop Exclusive, 58%)

A Kilchoman sono mesi di grandi cambiamenti e di grandi lavori: la produzione sta raddoppiando, gli alambicchi stanno per diventare quattro, sono stati costruiti un nuovo malting floor e un nuovo kiln, già attivi, c’è una nuova warehouse… Insomma, si lavora e si fatica: noi abbiamo fatto da poco un salto sull’isola per verificare lo stato dell’arte, e tra una domanda e un assaggio ne abbiamo approfittato per fare acquisti. Come in ogni visitor centre che si rispetti, anche Kilchoman ha in vendita un single cask in esclusiva per i turisti e gli appassionati che si spingono fino a questo luogo remoto: in questo momento c’è il barile 209/2012, un whisky distillato nell’aprile 2012 (con orzo di Port Ellen, dunque a 50ppm) e messo in bottiglia nel settembre 2017 dopo un passaggio di quattro mesi in una botte ex-Sauternes. Un paio d’anni fa, Kilchoman aveva già messo sul mercato un’edizione limitata maturata in Sauternes, anche se in quel caso si trattava di una full maturation e non un finish.

N: a quasi 60%, la presenza dell’alcol è pari a quella di contenuti nella campagna elettorale appena conclusa. Il passaggio finale in Sauternes è molto evidente, con note vinose, di marshmallow, di confettura di albicocca. Poi tanto tanto zafferano, un senso di fiori freschi, perfino. Mela gialla, fresca, appena tagliata. Come dimenticare la vaniglia calda? La torba è piuttosto morbida, complessivamente, fumosa e acre, pungente: terra bagnata. Non c’è marinità. Con acqua, questo lato, già relativamente tenue, diventa meno intensamente fumoso, si apre su note legnose e tostate.

P: qui la botta alcolica c’è tutta, almeno al primo sorso. Innanzitutto la torba qui è molto aggressiva, i 50ppm si sentono tutti, con note di catrame, di smog, di fumo forte, di legno bruciato. Un lato dolce paradossalmente delicato, con ancora zafferano e mela gialla. Resta viva la vinosità, poi un paio di note di vaniglia. L’acqua ammorbidisce.

F: lascia un senso di amarognolo, oltre ad un bruciato molto intenso e forte.

Molto piacevole, incoerente tra naso e palato per quel che riguarda la presenza della torba: se nella prima fase appariva tutto sommato ammorbidita dal passaggio in Sauternes (e, certo, dalla gradazione), in bocca si rivela esplosiva, aggressiva, molto poco addomesticata. Le note date dal barile di vino sono equilibrate e contenute, confermando la nostra impressione per cui torba e Sauternes spesso funzionano bene – non faranno faville, non saranno indimenticabili, ma fanno il loro sporco lavoro portando a casa la pagnotta. E dunque sia 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: At The Gates – To Drink From The Night Itself.

Kilchoman Sauternes Cask Matured (2016, OB, 50%)

La giovincella farm distillery di Islay in questi anni ha cavalcato agilmente attraverso i suoi primi anni di vita, con uno stile inconfondibile e selvaggio. Da qualche tempo in distilleria hanno cominciato a sperimentare invecchiando il torbatissimo distillato in botti – per così dire – non convenzionali. I più accorti ricorderanno un imbottigliamento full maturation in Porto, mentre il 2016 ci regala un’altra uscita, limitata a 6000 mila bottiglie, con un invecchiamento di oltre 5 anni in barili ex Chateau d’Yquem, una pregiata qualità di Sauternes francese.

kilchomansauternesrealN: cereali glassati, liquore all’arancia, una bella crostata d’albicocche dall’impasto burroso appena sfornata. Già da qui si capisce che è un whisky fatto non di sfumature, ma di solide certezze. Se poi aggiungiamo il carico da novanta della distilleria (torba e tanto fumo smoggoso, quasi chimico) ecco servito un naso estremo, dove l’apporto robusto delle botti ex Sauternes si infrange sul distillato cazzuto di Kilchoman.

P: corpo pieno. L’albicocca si prende ancora la scena, in mezzo al burro e in mezzo al miele. Resina, eucalipto e una gradevole suggestione di noccioline salate e caramello (ricordate lo Snickers?). Inchiostro. Il fumo sembra- incredibile a dirsi- un poco interdetto dal muro di Sauternes.

F: un’opinione quest’ultima corroborata dal finale, non lunghissimo, in cui rimane solo un sottile e intrigante fumighino acido di torba e un’altrettanto sottile dolcezza liquorosa.

Tra gli invecchiamenti non convenzionali, quelli in Sauternes sono sicuramente quelli che preferiamo: conferiscono rotondità, aggiungono piacevolezza spesso senza scassinare il distillato. E anche questa edizione limitata di Kilchoman si presenta come esperimento riuscito, con il consueto apporto vinoso (l’albicocca regna) a danzare con la torba massiccia: la danza è però in stile Techno Viking, e l’effetto, per quanto intensissimo e molto piacevole, è davvero monolitico… Per questo il giudizio sarà di 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: All About That Bass – Postmodern Jukebox 

Piove whisky vol. III

C’abbiamo preso gusto e ci divertiamo anche oggi a smitragliare una  raffica di sentenze al limite del buon senso. Complice la giornata uggiosa, facciamo volentieri piovere all’unisono malto e pioggia…

Glen Avon 15 yo (2009, Gordon & Macphail, 57,3%)

I single cask della Glenfarclas spesso regalano emozioni. Qui abbiamo un bel sherry monster. 89/100

grnob.12yov4
Glendronach 12 yo “Original” (2010, OB, 43%)

Forse il miglior whisky “base” tra quelli full sherried: puro godimento a buon mercato, intorno ai 35 euro.85/100

Glen Grant 13 yo (2009, Duthies, 46%)

Cos’avete fatto al mio Glen Grant? Michele…   Micheleee! Purtroppo Cadenhead’s ha abbandonato la serie Duthies, che spesso regalava imbottigliamenti di buona qualità a prezzi onesti. Ma non in questo caso: 77/100

Glenmorangie “Nectar d’Or” (2010, OB, Sauternes finish, 46%)

Il più raffinato esperimento di wine finishing dell’esuberante distilleria.Un malto da pochette. 84/100

Balblair 1975 (2012, 2nd release, 46%)blbob.1975v1

Un bel Balblair: tanta frutta, tanta mineralità e il suo bel malto in evidenza. Che eleganza questa distilleria. 87/100

GlenDronach 12 yo ‘Sauternes cask finish’ (2015, OB, 46%)

Acchiappate una delle distillerie più quotate di Scozia, una di quelle che meglio lavorano con le botti ex-sherry… Prendete un po’ di whisky invecchiato in queste botti per quasi 12 anni, e poi mettetelo tutto in altre botti, che però avevano contenuto in precedenza del Sauternes: fate tutto ciò, e avrete in mano una bottiglia del nuovo GlenDronach 12 anni Sauternes cask finish, versione (con etichetta in stile Milka) che sostituisce il precedente 14 anni. Lo assaggiamo con curiosità.

grnob.12yov22N: aperto e abbastanza caldo… Oltre ad una zuccherosità molto marcata, fatta di zucchero filato, crema, vaniglia e pasta di mandorle, c’è poi una frutta più discreta, tra albicocche disidratate, pere caramellate e buccia di mandarino. Miele; croissant all’albicocca; tanta frutta secca, ed un senso di legnosità. In questo bailamme, trova spazio anche un buon profumo di malto, di cereale, caldo.

P: corpo bello masticabile. Parte un po’ debole, ma poi attacca una gran botta di sapore – pur rimanendo sostanzialmente piatto e poco sfaccettato. Si nota un grumo zuccherino, una gran dolcezza di zucchero liquido, miele e brioche all’albicocca. Questo blocco non è però cremoso, come avremmo atteso ed auspicato fin dal naso, ma anzi è tutto secco, pungente; arrivano inoltre vere bordate di legno, francamente un po’ eccessive…

F: …che nel finale diventano assolutamente eccessive, con una nota alcolica un po’ slegata decisamente inattesa in questa fase. Attorno, un astratto alone dolciastro.

Un whisky finito in Sauternes, per definizione, deve essere “costruito”, deve svelare l’apporto delle botti elette a ultimo utero per il distillato: qui ciò accade, e se al naso le promesse sono seducenti, tra palato e finale il sogno si infrange contro la più prevedibile delle pareti, quella del legno. Onestamente: capiamo tutto, ma se fossimo GlenDronach non ci sogneremmo mai di fare un’operazione del genere. Non siamo GlenDronach, però, e dunque abbiamo torto: il nostro risentimento per l’impossibilità di incidere sul reale e la nostra insoddisfazione per un malto un po’ troppo dolce e legnoso si racchiudono in un 78/100.

Sottofondo musicale consigliato: Moostroo – Il prezzo del maiale. Grande band!

Hazelburn 8 yo ‘Sauternes Wood’ (2002/2011, OB, 55,9%)

Errabondi come siamo tra le terre di Scozia, oggi torniamo in quella che fu la capitale del whisky, vale a dire Campbeltown: come sapete, la Springbank Distillery ha tre diverse versioni (questa, questa e quest’altra); come sapete, la Springbank Distillery ama sperimentare con botti e legni e finish di vario genere, spesso – come dire – eterodossi. Questo Hazelburn è la versione a tripla distillazione, e dopo 5 anni in botti refill-bourbon ha trascorso tre anni in botti che contennero Sauternes. Sarà vera gloria? Annusiamo… Il colore è ramato.

HAZOB.2002N: la gradazione non si nasconde, ma l’effetto complessivo è di un naso caldo, aperto, invitante… A dispetto dei tre anni in Sauternes, non è ‘vinoso’, ma la botte offre comunque spezie (chiodi di garofano, poi avete presenti i biscotti natalizi con zenzero e cannella?) e frutta disidratata (albicocca come se non ci fosse un domani, poi prugne, cocco…). Marmellata d’arancia e un po’ di mela… a completare un naso che, come vedete, è davvero molto fruttato e caldo. Rispetto al 12 anni del core range, forse il finishing così marcante copre un po’ le note ‘carnose’ di Springbank, che comunque un po’ rimangono.

P: in attacco domina un legno speziato, per nulla discreto, che ci pare senz’altro il secondo dei due utilizzati… Si svela però anche l’animo della distilleria, con un malto inquieto, tra suggestioni leggermente metalliche e ‘carnose’. Poi un dolceamaro (caramello) malto fruttato (albicocca, confettura), con esuberanti agrumi (arancia uber alles). Brioche. Consigliamo due gocce d’acqua, arrotondano e aggiungono calore.

F: brioscioso e torbato (?); tanta albicocca, ancora.

Certamente è un whisky molto esposto all’oscillazione del gusto personale – e a noi, incidentalmente, piace – e sicuramente dalla personalità impegnativa, tutto costruito sull’animo caratteristico del malto Springbank e legni francesi improntati alla grandeur, davvero molto marcanti. Insomma, un whisky costruito, che a qualcuno (come a Serge, ad esempio) non piacerà troppo; ma noi non crediamo che la ‘costruzione’ di un whisky sia un malus di per sé, e 86/100 ci pare il giudizio più appropriato.

Sottofondo musicale consigliato: Black Sabbath – Orchid.

Octomore 5 yo 04.2 Comus (2012, OB, 61,6%)

Dopo tanti giorni di silenzio, rieccoci: nel nostro viaggio in Scozia abbiamo accuratamente evitato Islay, per ‘studiare’ bene i whisky non torbati. Proprio per questa ragione abbiamo deciso di ricominciare con il più torbato di tutti (167 ppm): si tratta di Comus, l’ultima release di Octomore, versione super-peaty della Bruichladdich. Il malto è invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in botti di Chateau d’Yquem, un vino Sauternes particolarmente pregiato. Il colore è paglierino / dorato chiaro.

N: subito profumato, rimane molto aperto, sfacciato, a dispetto di ppm e gradazione: infatti, le botti di bourbon picchiano con tanta vaniglia (e anche un po’ di cocco). Inoltre, la dolcezza si giova di un finish che prima di aprire il sample ci lasciava un po’ perplessi…: tanto tanto miele, poca vinosità, e in fin dei conti un buon odore di Sauternes. Lato fruttato: molto limone, malto giovane (albicocca), fieno. Ma comunque: non doveva essere il più torbato al mondo? L’affumicatura è presente ma gentile; si intuiscono note marine, ma sono solo intuizioni. Tempo e acqua aprono a una vaniglia profonda, note zuccherine. Non c’è legno, né spezie o frutti particolarmente intensi. Stereotypical peaty Islay.

P: ottimo corpo, ma se non vi piace il Sauternes passate la mano. L’affinamento ha conferito un sapore forte, deciso… di Sauternes, coprendo il resto (persino la torbatura da record). Miele, arance; anche con acqua, il vino domina. Non c’è molto altro, ma quel che c’è è bello intenso. Comunque un buon esperimento; l’acqua esalta le componenti torbate. Un filo acidino verso il finale.

F: è il momento in cui il lato isolano si fa più esplicito, e i fenoli invadono il campo. Bello torbato, affumicato (cenere, alghe secche). Punte salate. Miele. Molto persistente.

Un esperimento grazioso, diciamo; le diverse anime di questo malto convivono abbastanza bene, anche se soprattutto al palato l’affinamento in Chateau d’Yquem ci pare un po’ invadente. Al finale, comunque, Islay si riprende ciò che le spetta. Il nostro giudizio sarà dunque di 85/100, mentre Ruben è più indulgente e la pensa così. Qui sotto, Jim McEwan assaggia la sua creatura.

Sottofondo musicale consigliato: Jefferson AirplaneWhite Rabbit.