Glenmorangie ‘Allta’ (2019, OB, 51,2%)

Bill Lumsden e la responsabile marketing di Glenmorangie in riunione

Quando ci si approccia a Glenmorangie, bisogna soppesare bene gli elementi in gioco: da un lato, una distilleria storica, una solidità affermata e un’offerta di qualità, dall’altro la proprietà di LVMH, la volontà di porsi come un brand di lusso che diventa immediatamente respingente per gli appassionati (“ma come, ci avete traditi!”). Nel mezzo, c’è quel pazzo di Bill Lumsden che sperimenta come se non ci fosse un domani: fatta apposta per lasciarlo sbizzarrire c’è la serie Private Edition, e noi oggi assaggiamo proprio l’ultima release in questa serie tutta matta. Ecco Allta (gaelico per ‘selvaggio’), frutto di esperimenti con lieviti autoctoni e selvaggi, direttamente dai campi d’orzo vicini alla distilleria. Nessuna età dichiarata, gradazione a 51,2%.

N: “o famo strano”, deve aver detto Bill: e al naso si trova subito una prima, bizzarra nota di segatura e aceto bianco (o aceto di mele?), poi anche pasta del pane. Accanto, crostatina all’albicocca. Si ‘apre’ verso la pastafrolla cruda, poi troviamo un qualcosa che ci ricorda un cereale astratto e bagnato. C’è anche del limone, un che di buccia d’uva (buccia d’uva americana, dice qualcuno). Mela.

P: resta inusuale, ancora un po’ acido e dolciastro, di una dolcezza ‘lattosa’ e di mela… Latte, panna cotta, ancora pasta di pastafrolla, mollica di pane, panini al latte. E le spezie? C’è una spezia, sì, che però non sappiamo identificare: oh, d’altro canto mica ci pagate, eh! Assaggiate e trovatevela voi, se proprio dovete lamentarvi. Zucchero liquido e limone.

F: piuttosto lungo, con panna cotta e buccia di mela.

Molto strano, ribadiamo: e a fronte di un profilo non propriamente seducente e ruffiano (cosa che dovrebbe far ricredere i detrattori di Glenmo, speriamo), dobbiamo dire che forse la stranezza è la cosa che più apprezziamo fino in fondo… Non dimostra la gradazione ed è indubbiamente diverso dal resto della gamma e dalle precedenti release: questo ci piace, anche se non siamo sicuri che ne acquisteremmo a cartoni. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eugene McDaniels – Supermarket Blues.

Highland Park 17 yo ‘Full Volume’ (1999/2017, OB, 47,2%)

Da qualche tempo abbiamo fatto pace con Highland Park: un po’ nauseati dalle infinite serie pseudo-vichinghe, con prezzi sempre più alti e soddisfazione sempre più bassa, abbiamo iniziato a rivolgerci stabilmente agli imbottigliatori indipendenti, che in questi anni sono particolarmente ricchi di single casks di una innominabile distillerie delle Orcadi… Oggi diamo un’altra chance agli OB, e scegliamo un imbottigliamento inizialmente per il mercato americano e da qualche tempo sbarcato nel Vecchio Continente: Full Volume, maturato quasi 18 anni (vintage 1999, imbottigliato 2017) in barili ex-bourbon first fill. Se volete sapere di più, sul lato del (bellissimo) packaging c’è la fascetta che mettiamo qui a lato.

N: molto piacevole, si sente tanto il bourbon first fill e lo spirito HP resta forse un po’ in disparte. Quindi super cremoso, con crema pasticciera, gelato alla banana, buccia di mela, pasticcino alla frutta da cui è caduta la frutta. Succo d’ananas zuccherato. Un senso di frutta sudata, da marzapane. Resta viva una torbina leggera leggera, con un sentore minerale persistente molto piacevole.

P: l’ingresso è molto piacevole e d’impatto, per così dire: stante una dolcezza che rimane molto evidente, con altra crema pasticcera e pastafrolla burrosa e vaniglia, verso il finale cresce l’identità dell’Highland Park, con torba fumosina (fumosinina, diciamo) e cereale cerealoso e terra minerale, con una sapidità in aumento e pure pepe nero. Ancora fruttato, essenzialmente diciamo “mela gialla”.

F: salato, torbatino leggero e minerale (roccia calda bagnata, dice Angelo), con la mela gialla che ritorna alla fine del finale.

86/100: costa poco per gli standard degli Highland Park ufficiali (se pensate che il 18 anni ‘normale’ costa 140€… questo si trova anche sotto le 100), e soprattutto è proprio buono. Certo, non si può negare come l’apporto dei barili first-fill trattenga un po’ lo spirito più selvatico della distilleria di Kirkwall, ma a noi, in fondo, checcefrega?

Sottofondo musicale consigliato: obbligato, visto il packaging, è Manowar – Blow Your Speakers.

Clynelish 22 yo (1995/2018, Signatory Vintage, 54,2%)

whiskyfragile e il suo consulente finanziario

La nostra spia in Baviera è un pazzo scatenato, uno che venderebbe pure sua madre per avere una collezione completa di tutti i Lagavulin esistenti, uno che per i suoi rovelli e i suoi tormenti prima di comprare una bottiglia (nel senso di: ogni bottiglia che vorrebbe comprare) è stato soprannominato “whiskyfragile“, uno che… no, forse meglio far calare la scure della censura su quel che potremmo raccontare di lui. Comunque, oltre ad essere un pazzo scriteriato, il buon Davide è anche un caro amico, e di tanto in tanto ci sottopone alcuni assaggi di quelle bottiglie che riescono a vincere il reality show dei suoi dubbi pre-acquisto: è proprio grazie a lui che abbiamo messo le mani su un grasso sample di un Clynelish di 22 anni, single cask ex-refill Sherry imbottigliato a gradazione piena da Signatory Vintage per due impronunciabili mercanti di whisky della terra dei bratwurst e di Jurgen Klinsmann. A celebrare questa unione, la bottiglia si chiama “Friendship Bottling”, esibisce una stretta di mano in etichetta e insomma, siamo in Germania, che pretendete?

N: ogni volta che annusiamo un Clynelish è come se tornassimo a casa: la prima nota di cera, seducente, a tratti farmy e con risvolti da stoppino, trascende rapidamente in un profumo di candela alla fragola appena spenta. L’apporto dello sherry è evidente, crepe suzette, confettura di fragola, liquore all’arancia; pastafrolla bruciacchiata con le mele, mirtilli rossi. La fragola è in crescita costante, sale sempre di più con la sua dolcezza zuccherina. Fiori di ibisco. Delizioso.

P: fantastico, analcolico, con fiammate di sapore continue, esplosive, devastanti. È molto dolce e compatto, con una frutta rossa assolutamente protagonista: fragola, marmellata di fragole e lamponi, ancora crostata bruciacchiata… Note agrumate, intense, con scorza d’arancia essiccata; poi cannella, spezie. E come dimenticare l’esplosività della cera, dello stoppino di candela? Impossibile. Miele di castagno.

F: lunghissimo, appiccicoso e avvolgente, con marmellata di fragole bruciacchiata, scorza d’arancia, miele di castagno e ancora cera.

Poche storie: Clynelish è oro puro. Questo è un whisky carichissimo, come piace ai nostri amici crucchi, notoriamente amanti degli sherry monster… Sorprendente è che si trattasse di un refill-sherry, assaggiandolo avremmo scommesso facile su un first-fill. L’anima di Clynelish è evidente, con la sua cera, i suoi stoppini, le sue candele, e proprio nell’abbinamento tra quest’anima e un barile certo di buona qualità sta la magia: 90/100. Grazie mille Davide, era un capolavoro: tanti cuori e tanti delfini, tutti per te.

Sottofondo musicale consigliato: Ragana – Wash away.

Daftmill 2006 Winter Release (2018, OB, 46%)

Alla fine del 2017 è finalmente comparsa in commercio la prima bottiglia di Daftmill, microdistilleria iper-artigianale delle Lowlands. I fratelli Ian e Francis Cuthbert, sesta generazione di coltivatori di orzo destinato alla maltazione e dunque alla produzione di whisky, solo nel 2003 hanno deciso di imbarcarsi nel magico mondo della distillazione: pensate che producono solamente 20.000 litri annui!, e solo in due momenti diversi dell’anno, estate e inverno – cioè quando non sono troppo impegnati nella semina e nella raccolta. Naturalmente, viste le quantità, non hanno una distribuzione globale, vendono qualcosa solo tramite Berry Bros & Rudd e per ora hanno messo sul mercato solo tre imbottigliamenti, che già hanno raggiunto prezzi importanti sul mercato secondario. Grazie all’amico Giuseppe Bezza, uno dei pochi che è riuscito a comprare una bottiglia e ha addirittura avuto il coraggio di aprirla, abbiamo potuto assaggiare uno dei due imbottigliamenti della Winter Release vintage 2006 (casks #080-085), distillato il 16 dicembre 2006 e imbottigliato nel 2018.

N: fresco, aperto, con una nota di cereale bella poderosa: ed è un cereale bello ‘vegetale’, verde, foglioso, con tante sfumature minerali, con anche solide note di distillato (pane, crosta di pane, pudding) – il tutto corroborato e reso ben strutturato da sempre fresche note di frutta esuberante. Pasticcino all’albicocca. Le mele, appena affettate, sono protagoniste del lato fruttato, assieme a un’incredibile nota di mandarino, deliziosa. Possiamo dimenticare fiori freschi? Fiori freschi soffocanti, quasi. In realtà, il grande eroe di questa prima fase è proprio lei: la freschezza. Biscotti ai cereali. Mooolto interessante, delicato ma intenso al contempo.

P: veramente eccellente, l’alcol non è pervenuto. Si sente molto l’apporto del fresh bourbon: esplosione di vaniglia, di butterscotch, di biscotti al burro, shortbread… Ma il legno non la fa mai fuori dal vasino, perché tutta questa esuberanza viene mitigata e levigata da un rinnovato senso di freschezza, ancora molto floreale e cerealosa. Ancora mandarino, ancora biscotti ai cereali, mele fresche, fieno. Eccellente e gustoso.

F: lungo, molto buono, tra panna cotta, fiori freschi, mele fresche, scorza di limone.

Cavolo, che bomba, sembra un Rosebank! Complimenti ai fratelli Cuthbert: sono stati molto bravi a creare uno stile che appare profondamente lowlander, in un momento in cui – non stiamo qui a spiegarvelo, siete già svegli da soli – la divisione per zone appare come una curiosa e bizzarra approssimazione commerciale. Pulito, complesso, floreale, fresco, agrumato, con in evidenza il sapore del cereale… Se questo è un 12 anni ‘qualsiasi’, non sappiamo cosa potrà riservarci il futuro! Di certo, non appena avremo il piacere di tornare in Scozia, questa sarà una tappa immancabile. 88/100, e forse siamo pure stati bassi. Grazie infinite Giuseppe!

Sottofondo musicale consigliato: Nirvana – Frances Farmer Will Have Her Revenge on Seattle.

Mortlach 11 yo (2006/2017, Kik Bar Bologna, 51,4%)

Il Kik Bar di Bologna è una vera e propria istituzione del whisky emiliano: attivo fin dal 1967, grazie all’energia e alla passione di Bruno Benassi è diventato un punto di riferimento per tutti i whiskofili. Piccola storia personale: quando uno di noi studiava a Bologna, grazie a un cenno su un numero di Whisky Magazine incontrato un po’ per caso abbiamo scoperto dell’esistenza del Kik Bar, e proprio lì, grazie alla guida di Bruno, abbiamo assaggiato il nostro primo Octomore, abbiamo comprato il nostro primo whisky distillato negli anni ’70 (una mignon di Scapa del 1979, non fatevi strane idee), abbiamo scoperto gli imbottigliatori indipendenti. Solo qualche dozzina di mesi dopo abbiamo deciso di aprire il blog. Ecco, il 2017 è stato un anno importante per il Kik Bar: Bruno ha festeggiato i 60 anni di lavoro, i 50 anni di matrimonio e il Kik ha raggiunto, anche lui, i 50 anni di attività. Per celebrare, Bruno ha imbottigliato tre whisky: oggi assaggiamo un Mortlach di 11 anni, imbottigliato a gradazione piena, che reca in etichetta il Nettuno – che chiunque abbia trascorso almeno un pomeriggio a Bologna dovrebbe riconoscere.

N: un Mortlach apparentemente non estremo, ma comunque ‘molto carataristico’ (cit.). Note sulfuree, che qui più che meaty sembrano muovere verso il formaggio (l’umami del parmigiano, se ci intendete). Fichi e datteri secchi, croccante di mandorle e albicocca disidratata. Mele rosse caramellata, e altra frutta rossa… Frutta vecchia, un po’ ‘sudata’, da whisky vecchio. Eccellente, al naso si intuisce un’ottima interazione tra distillato e barile.

P: tutto bello legato, come un cotechino col filo tirato. L’ingresso è ancora sul sulfureo, con sentori metallici, di rame. Non si sbrodola addosso, conserva una sua affilatura pur avendo un bel corpo e una bella intensità. Tende all’astringente. Arancia tarocco matura e piena, pesche all’amaretto. Zucchero caramellizzato (ma solo la crosticina), cioccolato al latte.

F: abbastanza lungo, spezie calde del legno, caramello bruciacchiato e buccia d’arancia (magari bruciata pure lei).

Davvero ottimo: Mortlach è una distilleria rognosa, che produce un whisky molto corposo e particolare, ma che non sempre i bevitori sanno apprezzare. Questo undicenne è un eccellente esempio dello stile di casa, non puzzone come sa essere talvolta ma molto equilibrato, paradossalmente bilanciato, e con una personalità vigorosa che non può essere taciuta – un po’ come quella di Bruno, che vogliamo ringraziare per il sample. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lucio Dalla – L’ultima luna.

Tomatin 23 yo (1966/1990, Signatory Vintage, 46%)

Oggi, 27 marzo, è il vero International Whisky Day, secondo la volontà del grande Micheal Jackson – no, burloni, non il cantante appassionato di auto-sbiancamento, antidepressivi e infanti, bensì il celebre scrittore di birra e whisky. Ci piace celebrare l’occasione con un sample speciale, donatoci dal magico GPP, ovvero un Tomatin del 1966, imbottigliato da Signatory Vintage ormai 29 anni fa. Non è un single cask, ma sono quattro: i barili 9250 – 9253. Siamo fortunati ad avere amici del genere, o no?!

N: il naso è di quelli suadenti, complessi e delicati che solo i whisky del passato riescono ad avere. E allora ecco una patina intensa di carta vecchia e polverosa, di sala manoscritti in biblioteca (questa è per pochi, andate di più in biblioteca!) e candela spenta (forse un poco di torba, perfino). Da non dimenticare però è anche quel che si agita lì dietro: ricca la frutta nera (ribes e mora), poi prugne secche, melograno e un gran sentore di mele. A fare da collante, una seducente nota di pasticceria turca.

P: con ogni probabilità, nel corso degli anni ha perso qualcosa nella gradazione, e la sensazione tattile al palato ne risente un poco. C’è anche una leggera nota metallica, come di rame, ma resta in onda lo spettacolo di un intero frutteto che si infrange sul palato (buccia di mela rossa, pompelmo rosa, fragola). Molto ‘vecchio stile’, con robuste botte di malto e ancora una sensazione di stoppino. Tè lasciato in infusione a lungo.

F: vien fuori un pizzico di amarino, anche se si mantiene su livelli di piacevolezza importanti. Carruba e farina di castagna.

Elegante e coerente con le sue radici di whisky d’antan, in grado di mostrare tutta l’intensità fruttata di Tomatin e quelle straordinarie note ‘setose’ di cera e cantina polverosa, che – lo sapete bene – per noi sono garanzia di salivazione aumentata e sbrodolamenti vari, e che si trovano solo nei malti del passato. Provate a negare l’evoluzione in bottiglia, provateci, dai! La risolviamo fuori, eh?, con le mani! Se solo avesse avuto un palato un poco più vivo, saremmo volati via ben oltre le soglie di 89/100. Grazie infinite a GPP, promettiamo di ricambiare degnamente appena avremo occasione.

Sottofondo musicale consigliato: The Honeydrippers – Sea of Love.

Botti da orbi – due Ben Nevis di Malty Spirits

[Questa settimana abbiamo sottoposto a Marco Zucchetti due sample di un neonato imbottigliatore tedesco, Malty Spirits, ricevuti dal nostro agente segreto a Monaco. Interessante esercizio per il barbuto scribacchino: si tratta di due Ben Nevis coetanei, maturati entrambi in sherry, uno Fino e l’altro Oloroso]

Ben Nevis 22 yo (1996/2018, Malty Spirits, Fino sherry cask #435, 57,2%)

N: parte oleoso e agrumato. Olio essenziale di limone, cedro e olio di semi di sesamo. Fieno e pane fragrante, che pian piano diventano biscotto. Il cereale è bello compatto. C’è una frutta gialla piuttosto dolce (ananas maturo, albicocca e pear drops) e della frutta secca, più che altro nocciola. L’alcol si sente, ma non dà fastidio. Qualcosa di piacevolmente floreale come zagara e pian piano la carta d’identità si fa sentire: legno e zenzero in polvere. Albedo di agrume. Con acqua sembra gelato alla vaniglia.

P: molto caldo, grandissima dolcezza di fetta biscottata in ingresso. L’agrume ancora protagonista, ma è succoso e zuccherato (succo di pompelmo?). L’alto grado porta con sé alta zuccherinità: miele, zucchero d’orzo e mela golden. Rispetto all’olfatto spezie più sugli scudi, con pepe bianco e zenzero. Non è secco ma asciutto sì, non concede nulla alla cremosità. Retrogusto di mandorla molto nitido. Con acqua si fa più beverino ma non cambia granché. Al massimo spunta un che di amaro ed erbaceo nel tripudio di dolcezza. Aloe?

F: coerente, dolce, caramella alla mela, un che di salvia, cedro.

Molto solido, è come se non si concedesse troppe divagazioni: tutto quello che è eccentrico rispetto al binomio agrume/cereale fa capolino e poi subito torna nei ranghi. L’alto grado si sente (soprattutto al palato) ma non è mai sgraziato. Ha un cereale protagonista come altri Ben Nevis in Bourbon, ma una ricchezza di suggestioni collaterali di frutta secca e spezie che ne accrescono la profondità e ne attenuano la secchezza. È whiskoso ma non banale. 87/100

Ben Nevis 22 yo (1996/2018, Malty Spirits, Oloroso sherry butt #829, 51,2%)

N: sherry fruttato, più sul versante acidulo che su quello scuro. Uvetta, ribes e mora e una nota vagamente di vomito o acetica. Indubbiamente vinoso, ricorda i frutti del caffè non tostati. Poi si fa largo un’anima curiosa di erbe officinali: mirto e rabarbaro Zucca, karkadé super-infuso. Piuttosto pungente. C’è anche una frutta più matura e umida, tra l’arancia rossa e la buccia di pesca quasi andata. La cannella aumenta col passare dei minuti. Il bicchiere vuoto è sciroppo di amarena puro.

P:. legnosetto, il primo impatto è sull’astringente. La dolcezza c’è (uvetta, zucchero di canna), ma anche qui nessuna cremosità. Mirtillo rosso, vinoso. Non propriamente cioccolatoso, più arancia essiccata dragee. Liquirizia e chiodi di garofano. Mancano del tutto le note sporche di carne, cuoio o tabacco.

F: più lungo dell’altro e dolce: uvetta, sciroppo di amarena, aranciata.

Sherry decisamente evidente, interrompe il regno del cereale. È uno sherry prevalentemente fruttato e mantiene una grande acidità per tutta l’esperienza di bevuta. Manca un po’ di sfaccettature, si limita a fare il suo compitino. Per carità, lo fa bene ed è molto bevibile e soprattutto il finale – anche se un filo sbilanciato sul dolce – lo rende un bel dram. Però per essere uno sherry di 22 anni è un po’ scolastico. 86/100

Benromach 2008 (2016, OB for Meregalli, 61%)

stiamo ancora aspettando il World Press Photo per questo scatto

Non sono molto comuni i single cask di Benromach, la distilleria di proprietà di Gordon & MacPhail cui vogliamo tanto, tanto bene: il distributore italiano, Meregalli, è riuscito nell’impresa di portarsene a casa uno alla fine del 2016, noi abbiamo avuto bisogno di due anni e mezzo per riprenderci dalla notizia ed ora, finalmente, lo assaggiamo. Non è vero, siamo solo molto lenti. Si tratta di un barile ex-bourbon a primo riempimento, invecchiato 8 anni e imbottigliato alla gradazione contundente di 61%.

N: decisamente molto alcol. Eccolo che esordisce su dei sentori di polvere da sparo/ardesia e di pancetta, molto sporco. Si sentono note di frutta bianca, di zucchero a velo e vaniglia, ma questa patina dolce è come schiacciata da sentori vegetali, come di clorofilla, o di cartone, carta. Nudo, distillatoso, molto alcolico, e con emersioni di vaniglia qui e là. Mah.

P: alcolicissimo, tanto aggressivo. Poi molto torbato, di una torba chimica; ancora poi quella sensazione vegetale, di cartone o di erba un po’ secca, poi una zuccherinità estrema e però pura – appunto, zucchero bianco intensissimo. L’acqua è necessaria: la torba resta intensissima e chimica, e la dolcezza esplode sulla vaniglia – ma niente di più, come sentore.

F: torba, smog, fumo e pane, con una spruzzata di vaniglia.

Il distillato di Benromach, spigoloso e pieno di personalità, si conferma essere una brutta bestia, difficile da addomesticare. Non possiamo dire che questa bevuta sia compiutamente ‘piacevole’, anzi è piuttosto ostica, soprattutto per una gradazione che si fa sentire fin troppo. Con acqua – ribadiamo, necessaria come il lieto fine in una commedia hollywoodiana – diventa piacevole, ma un po’ semplice e immaturo, se dobbiamo dirla tutta. Non sarà un mezzo passo falso a scalfire il nostro amore per Benromach, comunque: si sappia. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bluvertigo – Cieli neri.

Ledaig 18 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory, cent’anni fa

Ledaig è la versione torbata di Tobermory, distilleria dell’Isola di Mull: come abbiamo avuto modo di raccontare tante volte, è un produttore storico che da quando ci siamo affacciati al mondo del whisky, una decina d’anni fa, era tra le peggio quotate in circolazione. “Il whisky che puzza” era la definizione più benevola. Negli anni fortunatamente le cose sono cambiate, e anche i più agguerriti detrattori si sono dovuti arrendere all’evidenza, anche grazie al contributo dei tanti imbottigliatori indipendenti che hanno saputo selezionare barili eccellenti: e se addirittura Serge l’ha definita ‘la nuova Ardbeg’, beh, un motivo dovrà pur esserci. Assaggiamo oggi il 18 anni ufficiale, finito in barili ex-sherry Oloroso.

N: ci aspettavamo un profilo un po’ sporco, e in effetti lo troviamo, molto complesso e variato: note di polvere da sparo, stivali di gomma, ma anche arancia appena muffita, formaggio Shropshire con l’uvetta di corinto affogata (grazie Lorenzo!), taleggio. È grasso e sporco, con torba appiccicosa e salsa barbecue. Detto questo… ragazzi che whisky! Dopo un poco arriva pure un senso di liquore amaro morbido, cioccolato al latte, lampone.

P: qui il percorso sembra essere opposto, e la prima suggestione è… l’epifania di una grigliata di frutta! Tanta arancia rossa e gelée alla frutta (c’è un senso di dolcezza fruttata quasi astratto, quasi artificiale), poi la ‘sporcizia’ prende il sopravvento tra pancetta, caldarroste, torba bella organica e ancora taleggio.

F: lungo lungo lungo, emergono marmellate di frutti rossi e neri. Mirtillo intriso di torba e pancetta, fumo a gogo. Speciale, praticamente unico.

Sentiremo parlare molto del core range di Ledaig: che bello vedere una distilleria che si risolleva e punta dritto verso l’Olimpo dei Malti. Complesso, inusuale, soddisfacente, in grado di pungolare i sensi con continue suggestioni inaspettate… Un profilo francamente unico, che sta lì a dimostrarci che il single malt scotch whisky è un mondo fantastico: con tre ingredienti, più o meno uguali per tutti, ciascuno riesce a fare cose diversissime. Ah, che bello. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Soundgarden – Spoonman.

Botti da orbi – Piove Wilson & Morgan

[Marco Zucchetti è andato fino a Treviso per poterci raccontare sei whisky di Wilson & Morgan. Dev’essere stato molto difficile Zuc, ti siamo vicini.]

Non dev’essere facile dipingere con il Caol Ila. Dare una pennellata di Tobermory, stendere il Glen Grant ad ampie campiture e poi firmare l’opera d’arte: «Wilson & Morgan». Eppure chi ha la fortuna di capitare a Treviso e di incrociare Fabio Rossi in una delle (rare) giornate in cui non è incessantemente in giro per il mondo a cercare barili o a firmare contratti, potrebbe rendersi conto che il suo lavoro di imbottigliatore è esattamente questo. Disegnare con i malti, imprimere il suo stile sui whisky che sceglie e che gli sono valsi più o meno un bancale di medaglie. Lui – po’ imprenditore, un po’ catalogatore ossessivo e un po’ artista – nella sala degustazione nella sede di Rossi&Rossi si muove come nel suo atelier. In quattro ore di chiacchierata circondati a 360° da campioni di botte etichettati, si fa fatica a tenere il conto degli aneddoti sui difetti atavici degli scozzesi o dei ricordi di quando si poteva comprare dello Springbank del ’69 senza in cambio dover vendere un rene e l’anima. Non un’intervista, ma una vita raccontata in forma liquida, dai Port Ellen del ’92 agli House Malt e alla serie decanter di oggi. Ecco perché la carrellata che segue non è solo una serie di recensioncine dei suoi imbottigliamenti fra quelli non ancora indagati su questo sito, ma una specie di biografia in dram. Piove Wilson & Morgan, lasciate chiuso l’ombrello e porgete i bicchieri.

Ardmore 2009/2018 (Wilson & Morgan, 46%)

Whisky dilettevole, senza pretese di complessità ma preciso. Naso “verde”, con un fumo quasi balsamico (verbena) che ricorda certi mezcal, di cui ha anche un che di formaggioso in attacco. Note piacevoli di stireria, lime e cereale torbato. Il bicchiere vuoto profuma di pompelmo. In bocca si fa bruciacchiato e zuccherino, ananas candito, vaniglia e liquirizia pura. Finale coerente di media lunghezza, gelée al limone. Nudo nudello, immediato e scattante. 85/100

Bunnahabhain 15 yo (2002/2018, Wilson & Morgan, Marsala finish, 53,1%)

Il marsala tanto dà e tanto toglie. Qui marca il territorio della vinosità con sentori di mou e tabacco. Crema all’uovo, mela, brioche al miele e tanta frutta secca (arachidi). C’è pure qualcosa di “sporco”, il malto Bunna si sente poco. In bocca è coerente, caldo e oleoso e giocato fra dolce e amaro, forse troppo alcolico. Di nuovo cremosino, con caramello salato e tarte tatin di pere, zabaione, cioccolato fondente e caffelatte. Finale dolce, uvetta, pepe e poco salino per la distilleria. Variazione creativa (e divisiva) sul tema. 83/100

Ledaig 25 yo (1993/2018, Wilson & Morgan, 51%)

Dici Ledaig e ti aspetti un safari tra le suggestioni sensoriali più laide, invece ti ritrovi un whisky dal portamento distinto. Aromatico e balsamico, si apre con verbena e rosa bianca, addirittura tè alla menta. C’è la frutta – mela, susine mature e arancia – e qualcosa di marino, ma tutto è delicato. Un’idea di malto umido fa capolino e subito svanisce. Il palato è tutto del cereale, in versione oleosa: nocciola, olio di semi di lino. Grande mineralità e un retrogusto di provola affumicata bilanciano la dolcezza mielata. Poi si fa secco, il legno alza la voce e chiude una bevuta masticabile con zenzero e cacao. Olfatto primaverile e gusto muscolare: ostico da capire, ma godurioso. 86/100

Laphroaig 20 yo (1998/2018, Wilson & Morgan, PX finish, 54,6%)

Woah, direbbero gli Apache di Tex. Ha l’intensità di un bisonte che carica. Olfatto da grigliata: costine di maiale glassate, caramello, braci. C’è melassa, c’è bacon, sale il colesterolo ad annusare. L’altra metà del mondo è la frutta del PX, lamponi e fragole, orsetti gommosi. Il lato medicinale arriva dopo, misto a cuoio bagnato, dado e chiodi di garofano. Arance bruciacchiate, anche. In bocca è molto old style, frutta matura di ogni tipo e quasi floreale. La torba prende un sentiero costiero sporco di catrame piuttosto parallelo. Il legno però la sovrasta, con un mix secco/amaro: caffè tostato, liquirizia e genziana. Finale sul braciere, caldarroste e sale. Lo hanno messo in decanter, ma resta un guerriero feroce e (troppo?) anarchico, con picchi opposti di umami, dolcezza e amarezza. Moderati sarete voi. 85/100

Caol Ila 18 yo (1995/2013, Wilson & Morgan, Oloroso sherry butt, 58,6%)

Botte gemella di questa, con un grado in più ma piuttosto simile. Prima snasata: Iodosan! Che riassume l’alto grado, la marinità esplosiva e forti accenti balsamici/erbacei. Poi c’è una torba pungente, perfetta la metafora del peschereccio e della gomma bruciata. Pesce affumicato, tabacco, cuoio conciato e cioccolatini After Eight chiudono un gran naso. In bocca è da duri ma espressivo: vinoso, arancia candita, torta di noci pecan e caramello bruciato. La dolcezza di zucchero flambé c’è, ma non esonda. Braci, legno, sale e resina tengono testa. Tutto si ricompone nel finale, dove nell’intenso fumo di arrosto spunta del timo. Miracoloso. 90/100

Glen Grant 25 yo (1992/2018, Wilson & Morgan, Oloroso sherry finish, 51%)

Royal wedding fra malto Speyside e sherry Oloroso. Nel naso c’è tutto: crema all’uovo, noci, eucalipto. Sherry floreale e note di pasticceria: strudel, uvetta drageé e amarene. Spunta la cola, fanno capolino i datteri, perfino un filo di fumo. Al palato è più preciso e scuro, con intriganti dettagli eretici: zabaione, cuoio e aceto balsamico. Il malto non si nasconde, assume le sembianze del pane ai cereali. Ma è un cereale complesso, incorniciato da resina, lavanda, caffè e cioccolato. Lungo il finale, tra pesca al forno, gianduia e pepe. Lussureggiante opulenza barocca, giù il cappello. 91/100