BenRiach 10 yo (2019, OB, 43%)

Da qualche tempo BenRiach, distilleria storica dello Speyside da un paio d’anni passata al gruppo Brown Forman dopo il rilancio per mano di Billy Walker, ha aggiunto sul suo sito l’autodefinizione di “progressive Speyside distillery“, che riprende chiaramente quella di Bruichladdich (progressive hebridean distillery…). Sembra infatti che Robert Fripp sia stato invitato a dirigere la distilleria, e che abbia deciso di sottoporre i barili in maturazione a ore e ore di scale atonali e poliritmie deliranti. Così ci pare di aver capito, eh, magari sbagliamo…

bnrob.10yov4N: che piacevolezza. Torta Paradiso, mela golden e pera. Perfino un po’ di gelato all’ananas. Il bourbon cask prende l’iniziativa e come un nonno buono ci porta in pasticceria a sollazzarci con pasticcini alla banana, crema pasticcera e vaniglia. Non complicato ma gradevole.

P: ricco, fruttato e cremosino. Di certo coerente con il naso, perché ancora l’immagine è quella del pasticcino alla frutta. Torta di mele, ananas, vaniglia e pasta frolla, a indicare una certa burrosità accennata. C’è anche un tocco di liquirizia dolce Haribo.

F: crema, limone, vaniglia.

Un Bignami di un entry level dello Speyside in bourbon. Ha tutti i descrittori da manuale, dalla frutta gialla alla vaniglia alla pasticceria, e senz’altro si propone come un buon daily dram. Il limite se si vuole è che non stupisce proprio mai, non c’è una nota fuori dallo spartito, non c’è improvvisazione. Il che lo rende ottimo per una bevuta sicura e confortevole, ma forse un po’ limitato per chi cerca novità ed emozioni. Ad ogni modo, per il whisky che è, good job: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Robert Fripp String Quintet – Hope.

Hazelburn 10 yo ‘Cage Sample’ (2009/2019, OB, 59,7%)

di cosa parliamo quando parliamo di “cage bottles” (foto pijata dar webbe)

Chi va a Campbeltown in cerca di emozioni, sa che le troverà solo in una delle tre distillerie della città, o nelle sede del più antico imbottigliatore indipendente di Scozia – per carità, un paio di pub, certo, ma per il resto finita lì. Ma i pellegrini che si spingono fino all’estremità del Kintyre sanno che ne vale comunque la pena: tra le preziosità locali che si possono scovare nei luoghi più segreti della distilleria di Springbank, ad esempio, ci sono senz’altro le “bottiglie della gabbia”, ovvero le “cage bottles”. In distilleria, o meglio nel Cadenhead Shop che sta a pochi metri dalla distilleria, c’è infatti una vera e propria gabbia, riempita di tanto in tanto con sample di botti di Springbank, Longrow o Hazelburn, di età e tipologie varie – sample da 70 cl, tra l’altro, e come potete ben capire il tesoro è ghiotto. Oggi assaggiamo proprio un esemplare di questa specie: si tratta di un Hazelburn, Fresh Bourbon Barrel, rotation 10, distillato il 9 marzo 2009 e imbottigliato l’11 settembre 2019, naturalmente a gradazione piena.

quella a sx!

N: sicuramente ha bisogno di un po’ di tempo, il primo impatto non nasconde neppure un mezzo punto di gradazione. Dopo un po’, rivela la sua duplice anima: da un lato le lusinghe della botte, con una pastafrolla burrosa e zuccherina, un pasticcino alla crema e alla frutta gialla, un sacco aperto di zucchero a velo… Dopo un po’ la frutta gialla si fa sempre più matura, più carica. Gelato alla banana. Dall’altro, un sentore più screziato e spigoloso, erbaceo, che rivela l’anima di Campbeltown, con erba fresca, magari un praticello dopo una fresca pioggia; insalata iceberg. C’è anche quella punta sporca, minerale e cerosa, che è una delle cose che preferiamo degli Hazelburn.

P: veramente esplosivo, anche se ancora l’alcol non si fa desiderare. Ancora deflagra una frutta gialla devastante, che qui ci appare fatta di ananas e banana: banana bread, molto zuccherino. Anche piuttosto agrumato (pompelmo rosa, dolce). Resta molto cremoso, con crema pasticciera e pasticcino alla frutta, e ancora iper minerale e cerealoso e piovoso. La nota di tela cerata è deliziosa. L’acqua toglie un poco di tropicalità, ma va a esaltare la nota più cremosa.

F: molto lungo e persistente, con tantissima tutto fatto di quel cereale torbato che in un whisky non torbato proprio non si dovrebbe trovare. Scorza di pompelmo.

Non ci stancheremo mai di dire che anche se Hazelburn è la versione meno celebrata di Springbank, di certo non è priva di fascino – e questa resta una fortuna per gli appassionati, perché è un whisky eccezionale disponibile generalmente a prezzi ottimi, anche sul mercato secondario. Senz’acqua è esplosivo, ma francamente a tratti contundente, con acqua diventa cremosissimo e più che bevibile – a tazze. Delizioso. 88/100. Grazie a Davide Ansalone e a Lars Berens per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Cage The Elephant – Spiderhead.

Auchentosan 26 yo (1991, Claxton’s, 54,1%)

Torniamo a vagolare nei magazzini di Claxton’s, e ci imbattiamo in un barile ex-sherry di Auchentoshan, distillato nel 1991, esattamente dieci giorni dopo che l’Azerbaijan aveva dichiarato la sua indipendenza dall’Unione Sovietica. Sarà forse una coincidenza? Beh, noi non crediamo proprio. Riuscirà il whisky di una delle pochissime distillerie rimaste a praticare la tripla distillazione in Scozia a rendere onore alla baffuta fierezza dei nostri amici azeri, o crollerà piuttosto a terra come una statua di Lenin abbattuta dai manifestanti?

N: arriva molto ricco, con note decise di croccante alla nocciola e caramello. C’è una dimensione fruttata, certo zuccherina, tra la mela rossa glassata e il chinotto. Un profilo scuro, molto virato sulla botte. Anche note di chiodi di garofano e prugna. Il distillato non è pervenuto, e nel complesso, a giudicare dalla freschezza, non pare dimostrare i suoi 26 anni.

P: l’alcol è molto ben integrato, arriva forte il legno, tra liquirizia, frutta secca e caramello. Prugne e uvetta bruciacchiata del panettone (c’è chi sbrocca e dice: trecce all’uvetta del panettiere!). È vivo, con una certa spiccata acidità.

F: finale medio lungo, discretamente elegante e rotondo con una bel legno piacevole.

Claxton’s ci ha abituato a whisky mai cafoni, equilibrati e centrati. Qui il barile, complice forse un distillato non così di personalità, fallisce l’obiettivo di entusiasmare, perché con 26 anni sulle spalle ci si aspetta un poco di complessità in più. Diciamo che da solo forse non avrebbe avuto la forza di abbattere il regime in Azerbaijan, ecco – gli mancano i baffi. Ad ogni modo, sia chiaro: resta una bevuta piacevole e stiamo comunque parlando di uno dei migliori Auchentoshan mai assaggiati, almeno nella nostra limitata esperienza: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: U2 – Desire.

Glenglassaugh ‘Octaves’ Classic batch #2 (2018, OB, 44%)

Hey, we’ve been there!

Dopo qualche anno di assenza dalle nostre pagine, torniamo a mettere piede a Glenglassaugh, sfortunata distilleria delle Highlands parte del gruppo BenRiach (gruppo di recente passato dalle mani di Billy Walker a quelle di Brown-Forman, colosso americano dell’alcol). Perché sfortunata? Beh, povera, è rimasta chiusa tra il 1986 e il 2008 – cosa che spiega perché il suo core range è diviso tra vecchioni e giovincelli, senza vie di mezzo. E poi diciamocelo francamente, del gruppo BenRiach lei è certo la meno amata dagli appassionati, se vogliamo proprio dirlo così, è un po’ la sfigatina del trio – ed è un peccato, però. Quando noi l’abbiamo visitata, tre anni fa, ci era piaciuto molto il contrasto tra il luogo, particolarmente ameno, e la struttura nuova della distilleria, molto… come dire… cementosa: guardate il profilo del tetto, sembra l’icona della fabbrica che si trova sui cartelli stradali! Ad ogni modo abbiamo tra le mani un sample del secondo batch di Octaves, versione Classic ovvero non torbata: messo in commercio nel 2018, è frutto della turbo-maturazione in barili piccoli (octaves, appunto, da 65 litri) ex-Bourbon ed ex-Sherry, sia Pedro Ximenez che Amontillado, ed è uno dei primi imbottigliamenti che indossano il cappello di Rachel Barrie. Ci aspettiamo un legno assai attivo, n’est-ce pas?

N: molto accattivante, fresco e fragrante. Ha una vivacità aromatica quasi da bibita, fra aranciata e EstaThè al limone. C’è anche un che di pasticceria maltosa, con croissant all’albicocca e pan brioche caldo. Lo sherry non si nasconde, lasciando una scia vinosa ma mai pesante o stucchevole. Mirtilli rossi disidratati!, è la folgorazione; ma poi ci sovviene anche la pralina al cioccolato con latte e caffè.

P. che botta di intensità! Non molto coerente con la freschezza del naso a dire il vero, ma senza dubbio di impatto. Corpo vigorosissimo per i 44%. Qui gli octave fanno sentire tutta la loro presenza: attacco molto dolce, poi tannini a go go, caffè, christmas pudding (chiodi garofano, scorze arancia e cannella). Caramello fuso e marmellata di mirtilli rossi. A bilanciare parzialmente questo muro di dolcezza, arriva una sensazione ossidata che vira al secco, probabilmente frutto dell’Amontillado.

F. meno spiccatamente zuccherino, si asciuga un po’. Caramello, arancia, sherry secco. Con acqua aranciata.

Una cosa va detta: è fatto bene. Può essere giovincello, può essere sfaccaito, può essere anche un po’ eccessivo, ma il risultato funziona alla grande. Il mix di botti crea un whisky carico ma molto espressivo, che unisce un olfatto fresco a un palato più tannico, ma comunque ben bilanciato dallo sherry secco. Non te ne finisci una bottiglia in un attimo, però non è neanche di quei malti che dopo il primo sorso metti via ogni altra voglia. A occhio, anzi a naso, la manina di Billy Walker (re indiscusso del cask management Scozzese) ancora un poco si sente. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Weirdos – We Got The Neutron Bomb.

Auchroisk 27 yo (1991/2019, Valinch & Mallet, 48,7%)

Abbiamo la sgradevole sensazione di aver già pubblicato questa recensione in passato: ma siccome il sito non ne serba traccia, beh, evidentemente ci sbagliamo. Dunque avviciniamoci a questo ventisettenne Auchroisk di Valinch & Mallet come se non lo conoscessimo già, come se non ne ricordassimo nitidamente le sfumature, il passaggio tra naso e palato, le sensazioni che lascia al finale… In realtà, anche questa è una menzogna: l’abbiamo bevuto tempo fa, la bozza era rimasta in canna e ci sembrava solo di averla già pubblicata. Insomma, che pasticcio, che pasticciotto. Mah.

N: molto, molto interessante. Parte su note maltose, di crosta di pane… Non si dimentichi l’arancia, e neppure la marmellatina di pesche, molto intense. Se dicessimo: pane tostato con marmellata di pesca, vi piacerebbe? Poi una venatura metallica, con punte leggere di rame, di ottone. Ci pare anche piuttosto erbaceo, diremmo con sicumera: artemisia. E questa punta leggermente formaggiosa, da dove viene? Avete presente certe caciottelle al timo? No? Peggio per voi. Dopo un po’, arriva una bella nota vanigliata, che diremmo di pandoro – pandoro impolverato.

P: che bel corpo, masticabile, cremoso, per niente esausto. La prima impressione è di un malto molto più fruttato che non al naso. Pesche e albicocche (secche) colpiscono il palato, poi mela cotta, forse anche un sentore di prugna secca. Non è una frutta fresca, è una frutta processata – dice chi se ne intende. C’è una parte evidente di cioccolato, che combinata con la freschezza erbacea e mentolata ci fa pensare, inevitabilmente, agli After Eight.

F: stupisce una nota salina inattesa; anche qui arrivano sentori erbacei, lievemente amaricanti, che completano un profilo veramente delizioso.

Ci sono sentori che tendono verso la decadenza, ma bisogna riconoscere che i selezionatori sono stati bravi e l’hanno acchiappato per i capelli, prima che scollinasse: e bene hanno fatto, perché questo è davvero un gran bel whisky, molto elegante. Il bottoncino del voto si incastra a 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Prince – Mary Don’t You Weep (Piano version).

Caol Ila 8 yo (2011/2019, Lady of the Glen, 57%)

Da qualche tempo si aggira per le valli scozzesi una Signora, secondo alcuni molto elegante e raffinata, secondo altri una carampana sdentata e deforme, che vagando nella notte si intrufola nei magazzini delle distillerie e sottrae quelli di suo maggior gusto. C’è poi un tizio, Gregor Hannah, che deve aver stretto un patto con la Signora della Valle (che sarà una mezza strega ma è pur sempre china sul fatturato) per acquistare direttamente da lei il frutto delle sue razzie notturne. Gregor imbottiglia poi, pagando dazio all’oscura fornitrice, al nome di “Lady of The Glen”, la Signora della Valle. Oggi testiamo una di queste selezioni, ovvero un Caol Ila giovincello, di soli 8 anni, che ha trascorso l’ultima parte della sua maturazione in un barile ex-Amarone – non sappiamo il produttore del vino, sappiamo quello del legno, ovvero Veneta Botti, un bottaio del veronese. Si assaggi!

N: molto curioso e interessante: sa di banana e inchiostro. Potremmo chiuderla qui, perché la banana è davvero totalizzante, ma solo per voi vogliamo impegnarci a fondo: e dunque mela rossa, sciroppo per la tosse, una torba particolarmente chimica, industriale per essere Caol Ila – ma sappiamo che spesso i torbati in vino rosso vanno in questa direzione.

P: pizzica un po’ l’alcol, ma è saporito e interessante, con note di… banana, naturalmente, ma anche tante caramelle gelee alla frutta nera (fruit joy alle more), bello salatino, poi ancora una torba molto cenerosa e chimica, plastica bruciata. Caramelle alla violetta, un cenno. La vinosità dell’Amarone è laterale, ma contribuisce a questo senso di profonda plasticosità del lato affumicato.

F: molto bruciato, ancora inchiostro e caramelle alle more. Fresco anche, mentolato.

Interessante, saporito, molto curioso, il vino non sovrasta e anzi pare esaltare la parte più ‘sporca’ e più spigolosa della torba. In generale non amiamo i finish in barili ex-vino, e non sarà questo l’imbottigliamento che ci fa ribaltare completamente il tavolo delle nostre convinzioni – ma non possiamo che riconoscergli le sue qualità: 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Kyuss – Hurricane.

Laphroaig ‘Lp8’ (1998/2017, Elements of Islay, 53,5%)

Stimolati dal Laphroaig bevuto ieri, ne cerchiamo un altro che possa essere in qualche modo avvicinabile: dopo una ricerca scientifica, dopo quindici tabelle excel con millesettecento variabili incrociate, abbiamo deciso di bendare il gatto e scegliere il primo sample cui si fosse avvicinato. Il gatto sa, il gatto è infallibile: il gatto infatti ha scelto un Laphroaig di quasi vent’anni, maturato in barili ex-sherry, imbottigliato da Speciality Drinks nella serie incantevole e medicinale “Elements of Islay“, siglato Lp8. Bando alle fregnacce, si beva, diamine!

N: il profilo è ancora una volta inusuale, anche se molto diverso dal Laphroaig di ieri, ed è piegato ai desiderata del cask: fava tonka e radice di Ginseng sono le prime note che ci vengono in mente. Poi, una profonda dolcezza da datteri e arance rosse, il tutto davvero molto zuccherino e appiccicoso. Legno tostato e torba medicinale a fare da contorno, senza però sovrastare alcunché, anzi.

P: che esplosione di sapore! C’è una sensazione molto cremosa, come di pralina, di caramello, mentre una certa acidità vinosa (ricorda proprio uno sherry, anche se forse più un Pedro Ximenez che un Oloroso; ma anche arance rosse, ancora) esce fuori vibrante e mantiene il whisky vivo in bocca. La torba è molto impattante, con tanto legno bruciato. Mare e medicine di Laphroaig non pervenute.

F: lungherrimo, sapido e bruciato con una dolcezza caramellata di fondo.

Un esperimento riuscito e d’impatto: abbiamo ormai capito che le botti ex-sherry tendono un po’ a snaturare la violenza selvaggia di Laphroaig, ma d’altro canto ne cavano fuori una nuova creatura strana, che ci piace. Anche se forse, a essere sinceri, tutta questa dolcezza, tutto questo carico, alla lunga rischiano di stufare un po’ – ma si sa, dipende dal tempo, dall’umore… Quindi uscite e regalatecene una bottiglia. Adesso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fu Manchu – Slow Ride.

Laphroaig 17 yo (1987/2005, Douglas Laing, 50%)

Qualcuno qui ha bevuto più di noi, eh?

Qualche mese fa abbiamo assaggiato un single cask ex-sherry di Laphroaig del 1987, selezionato e imbottigliato da Douglas Laing dopo 18 anni: oggi facciamo… quasi lo stesso, però si tratta di un barile differente. È un 17 anni, ed è il DL1710 – per gli amanti dei Gronchi Rosa, questo imbottigliamento è celebre (boh, non sapremmo: lo è davvero?) perché esibisce in etichetta un bellissimo errore, per cui si tratta di… un Laphraoig. D’altro canto che fosse difficile da scrivere l’abbiamo sempre saputo, in più se hai preparato l’etichetta dopo aver fatto degli assaggi direttamente dal barile, beh, un errorino ci sta. Ti perdoniamo, Douglas.

N: come sempre coi Laphroaig indipendenti, abbiamo a che fare con un profilo pazzesco, con note molto evidenti e tutto sommato inusuali di erbe amare (a ruota libera ci lasciamo suggestionare: quindi timo, ma pure rabarbaro, genziana e canfora). La torba è a suo modo gentile, dolce, e ricorda la carne di porco glassata e cotta sul barbecue. C’è anche un che di limone a dare ulteriore freschezza. Molto interessante, sbilanciato ma bilanciato in un certo senso.

P: l’alcol è assente, dev’essere rimasto tutto nel sangue di chi ha scritto l’etichetta. Dolce e fresco, praticamente mentolato. È ancora erbaceo, molto setoso e la torba segue questa falsariga, simulando l’erba bruciata. Poca, pochissima marinità. Non è uno sherry pesante, tutt’altro: resta fresco, con una bella mela rossa croccante e pesca tabacchiera. Un filo di sale, a dire il vero.

F: va avanti sciropposo e tanto dolce. Si ferma un attimo prima di apparire stucchevole. Fumo lungo (fumo piano, fumo solo pakistano, direbbero alcuni rimastoni con gli occhi arrossati), ma discreto.

Come l’etichetta avrebbe dovuto farci immaginare, si tratta di un Laphroaig atipico (non è medicinale né particolarmente marino): ma resta un piccolo capolavoro d’equilibrio tra alcol, erba, dolcezza e torba. Consigliato, se lo trovate ancora in asta da qualche parte. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Eagles of Death Metal – Careless Whisper.

Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Botti da Orbi – Palindrome date – Mystic Whisky Tasting

[Questo articolo è un inception di rubriche: noi ospitiamo una rubrica di Marco Zucchetti che ospita un articolo di Corrado De Rosa, nostro amico e sodale che si è goduto una degustazione da panico organizzata dal forum singlemaltwhisky.it. Impegni pregressi ci hanno impedito di partecipare, ma non potevamo non darne conto… Grazie, Corrado! E se vi venisse il dubbio che non è una persona seria, beh, tacete di fronte a questa evidenza: annota anche il colore. Un gigante!]

roba forte

Con gli amici del Forum singlemaltwhisky.it, nella data più unica del secolo, ci siamo trovati a interpretare, come il mistico che si affaccia allo studio delle intrecciate combinazioni della kabbalah, cinque whisky unici. E nell’assurdità di una data complessa come un labirinto, sappiamo che troveremo tanti tratti che uniranno il percorso, come un anello infinito, e altrettanto infinite differenze e specificità. Ma non abbiamo paura. Qui, un resoconto che – excusatio non petita – nonostante l’impegno dello scriba che le ha appuntate, non potrà riferire alcune delle estroflessioni più estreme rese dal consesso riunito (per buon costume) e neppure esaurire quello che un mistico moderno come Valentino Zagatti ha scritto e affermato: il whisky costruisce ponti, crea amicizia.

02

Daftmill 2008 summer release (2019, OB, 1st fill bourbon cask, 46%)

C: giallo paglierino

N: ci troviamo in un campo di fiori nei mesi caldi di primavera, tra margherite e camomilla. Poi il profumo ci porta verso territori più conosciuti, bacca di vaniglia e crema al limone. Continuando l’interpretazione dei segni, c’è una nota olfattiva molto simile a quella dei bourbon, un sentore di polline e di cedro.

P: la sfida è attendere qualche secondo, e lasciar sfumare una punta di alcol che inizialmente si affaccia. Dopo, si confermano le suggestioni del miele e dei fiori. Il palato risulta molto più viscoso del previsto, è godibile e importante. Sfuma verso le note della frutta gialla: albicocche e pesce gialle non mature; i più arditi si gettano in un “mango un po’ acerbo”. Scaldando il bicchiere  e lasciandolo maturare, un po’ di cioccolato al latte.

Finale: media durata, sulle note del cocco e del pepe, a conferma delle suggestioni conferite dalle sei first fill bourbon cask impiegate per questo prodotto.

85/100 il verdetto dello scriba.

02

Auchentoshan 12 anni ‘Soffiantino import’ (43%, OB, fine anni ’80)

C: ramato e denso

N: noce moscata e chiodi di garofano, che bella presenza delle vecchie botti ex sherry! Spezie e vino, come un vin brulee meno dolce e più complesso. Si decifrano, nel roteare delle sfere e dei bicchieri cielesti, note sugose, quasi d’arrosto (“brasato con carote: no visto la luce!”). Da altre voci si sente parlare di funghi secchi.

P: forse qui si sente la leggerezza della tripla distillazione, e la gradazione poco spiccata, ma è solo un attimo. Subentrano subito note  di profumo, pout purry, poi erbe (un saggio tra i saggi dice: “Jagermeister”), poi ancora qualcosa di sporco, tipo zolfo e uova. Che percezione allucinogena! Non tutto inquadrato, ma tutto davvero interessante.

F: medio – lungo, su note di mobile antico laccato, spezie, vinosità.

Lo scriba appunta che alcuni difetti non pregiudicano l’identità del distillato e della selezione: 87/100 è la conclusione.

2

Springbank 15 yo Rum wood (2019, OB, 51%)

C: oro chiaro

N: un po’ di solvente e di mare danno il LA all’olfatto di un whisky complesso: soave e sporco allo stesso tempo. L’immagine che sovviene è quella (tristemente ricorrente in tema di battaglie ambientali) dello scarico di scorie chimiche nel mare: mineralità, iodio, e qualche zaffata “artificiale” e mentolata, di medicina. Prosegue sulla frutta bianca (uva, pesca), e poi odore di tartare di carne cruda. Infine, tanto per rimanere nella metafora ambientale, petrolio balsamico. Stupisce l’assenza di alcol.

P: succoso, tropicale, salato. C’è solo un ricordo di rum bianco agricolo, ma nulla di più sul versante della botte. Superata la paura che genera il pregiudizio, si apre un mondo complesso, di naftalina, terra, papaya, eucalipto: fruttato, balsamico e minerale allo stesso tempo. Come possa tutto questo folle ansamble essere comunque dolce e bevibile, è un mistero che i mistici scozzesi del Kentyre conservano gelosamente.

F: medio, fresco, costruito sulle endiadi: con un gioco di mele, miele, menta ed eucalipto.

Lo scriba appunta con foga: spettacolare e inaspettato: la botte è poco attiva! 90/100.

0

Springbank 10 yo ‘Local Barley’ (2019, OB, 56,2%)

C: dorato

N: più tradizionale del precedente, ma non per questo banale. Mineralità, note dolci e vanigliate che giustificano la prevalenza di ex bourbon cask (77%). Poi distese di frutta bianca, gialla e tropicale, lievemente affumicate da un ricordo di torba di terra. Sale un filo di fumo dal bicchiere, e già alcuni urlano all’ascensione. Ma il whisky è vivo, e continua a cambiare sotto i nostri occhi: lievito madre e cereali, che forse prima avevamo dimenticato, tornano in primo piano aiutati da una stilla d’acqua.

P: mineralissimo e tropicalissimo: mela cotta, quelle torte del centroamerica con zucchero di canna e mango, poi terra, ciottoli, cereali dell’hotel quando si parte per un lungo viaggio. Alcuni notano delle note erbacee, di fieno secco, che probabilmente costituiscono il gioco di luci e ombre di questa bottiglia: è complesso, gustoso, ma giovane.

F: e il viaggio è spettacolare, finisce con un soffio di fumo e un ricordo di terra umida.

Lo scriba, emozionato, verga sul quaderno solo un numero: 91/100.

20

Lagavulin 12 yo (2019, OB, 56,5%)

C: giallo paglierino

N: impossibile non riconoscerlo: classico fumo di Lagavulin. La partita sembra giocata semplice e vincente: mela, pera e torba. Ma i nostri occhi hanno visto la luce, non si lasciano fermare alle prime impressioni. Cereale (chicco) bruciato, falò spento, muschio fresco, sapone, tutto coperto da una coltre di fumo di torba di mare. Peperoni verdi fritti e schizzi di acqua di mare.

P: meno classico del naso: la percezione è meno grassa e intensa del classico Lagavulin 16, molto più secco e pungente, affilato. Salato, potente e bilanciato, tra dolcezza di zucchero liquido e l’immancabile fumo che ci insegue, come in una paranoia di Lost. Ritorna la pera affumicata, ritorna la suggestione costiera del sale addolcito dallo zucchero vanigliato, che si trasforma in gelato torbato al caramello salato.

F: non termina dolce, la torba ha il sopravvento, e dura a lungo, con richiami acidi e potenti.

Lo scriba ricorda solo la sensazione che la gemma sia lucente, ma non rara o unica: un lavoro ben fatto, ma non irripetibile. Forse è ubriaco? 88/100.