Botti da orbi – recensioni dal Whisky Revolution Festival

Torna la rubrica di assaggi a cura di Marco Zucchetti, eroe dei due mondi (quelli del giornalismo e del benessere, per i garibaldini già sul piede di guerra): questa volta, tocca a una selezione di assaggi dal Whisky Revolution Festival dello scorso settembre…

La vita è una scatola di samples, non sai mai quello che ti capita. Forse Forrest Gump preferiva i cioccolatini, ma sono problemi suoi. D’altronde lui era reduce dal Vietnam, noi invece dal Whisky Revolution Festival di Castelfranco Veneto. Dove, in un’isola di malto circondata da un mare di spritz, abbiamo fatto i whiskaioli, ovvero i fungaioli dello scotch. Ecco una selezione delle cose buone finite nel nostro cestino, rigorosamente senza un ordine. Perché dove c’è ordine, lì c’è pace e decoro. Ma entrambe le cose al momento non sono una priorità.

Tomatin 36 yo batch #4 (1981/2017, OB, 46%)

Re Lear a passeggio fra i Colli Euganei. Il pezzo forte della masterclass Tomatin – e forse la cosa più buona assaggiata al WRF – è stato questo whisky maestoso, che indossa la sua nobiltà con sicurezza e senza ostentarla. Discendente da tre barili ex bourbon ed ex Oloroso, è l’esempio di come Tomatin sia distilleria maratoneta, che dà il meglio sulle lunghissime distanze. E quando gli altri cadono stremati, lui ancora scatta brioso fra vivissimi aromi di papaya e melone, fragola e nespola. L’età non si chiede né alle signore né ai re e all’olfatto i 36 anni sono solo un ricordo. In bocca no, l’antichità ha un suo corpo possente. Così accanto a un sollucchero di pesche al forno e amarene sciroppate, sullo sfondo di una cremosità di cioccolato al latte che ti avvolge, ecco il legno. Balsamico, elegante, con un gran bel brio di pepe nero e chiodi di garofano che nulla toglie a una freschezza fuori sincrono con la carta d’identità. Tanti sono i monarchi sclerotici che il tempo ha ridotto a semplici lozioni di profumi prive di anima al palato. Qui invece di stantio non c’è nulla e il re è tutto tranne che nudo.

Magnificente. 92/100

Ancnoc 24 yo (2018, OB, 46%)

Il fatto che ancora non ci sia un Arbre Magique dedicato è uno scandalo. Perché guidare molestati da limone o pino silvestre quando si potrebbe farlo accarezzati da volute di brioche alla marmellata, zabaione e nocciola? Aromatico, aromaticissimo eppure fresco come un succo di frutta. Molto espressivo, anche se non complesso. È coerente qualunque faccia mostri: naso, palato, finale, è sempre fruttato, con note di pasticceria e di praline. Il legno – grassoccio, con un che di anice – fa capolino poco prima che il bicchiere si svuoti. Cuoio e fiori secchi impreziosiscono il quadro. Dunque cos’è quel senso di rammarico? Ahimé la gradazione, che se fosse più alta lo eleverebbe fra troni e dominazioni. Si ferma appena sotto, ma il paradiso è comunque assicurato.

Whisky da fiuto. 87/100

Bladnoch Bicentennial 29 yo (1988/2018, OB, 41,2%)

Sulla Settimana Enigmistica c’è l’enigma della Sfinge, lui è l’enigma del festival. Edizione ultraspeciale di rara opulenza (tanto oro si è visto solo per lo Zacapa Royal) per i duecento anni della rinata distilleria delle Lowlands. Duecento bottiglie, che in Rete si trovano a non meno di 5.700 euro l’una. Ma il denaro è lo sterco del diavolo, quindi qui se ne parlerà come se costasse 40 euro all’Esselunga. Al naso le note floreali ci sono (poutpourri), ma arrivano dopo un’anticamera di arancia e pesca, e dopo un corridoio di prugne secche, nocciole e vaniglia. In certe sniffate lo prenderesti pure per Armagnac, in altre la resina di abete la fa da padrona. In bocca invece ecco l’anima Lowlands, nonostante l’invecchiamento: lavanda, violetta, cola e cannella accanto alla dolcezza del malto. Il legno sgomita per mostrarsi (forse troppo?). Spuntano ricordi di quel cassetto con la biancheria della nonna terrorizzata dalle tarme, che un finale di legno e cacao confonde un po’. E dunque? Cattivo non è, il naso molto elegante, il finale persistente. Ma è come se la leggiadria dello spirito Bladnoch faticasse a respirare sotto il peso del tempo. Trilly Campanellino ha il tutù, non il paltò, anche se di cashmere.

Fiato corto. 85/100

st magdalene rare malts recensione

St. Magdalene 19 yo (1979/1998, OB, 63,8%)

Sabato scorso Angelo Corbetta, proprietario dell’Harp Pub Guinness, ha ospitato la seconda degustazione a tema Rare Malts, dopo la prima gloriosa dello scorso giugno, e ne ha affidato nuovamente la conduzione ai vostri amati Whisky e Facile. Ve lo dobbiamo spiegare noi che oggidì una degustazione di Rare Malts, imbottigliati tutti tra 1997 e 1999, è qualcosa di speciale, di unico? Chi altro vi aprirebbe, in Italia, bottiglie del genere? Per darvi l’idea della proporzione della cosa, oggi vi presentiamo il terzo RM aperto sabato: un St.Magdalene di 19 anni, distillato nel 1979 e imbottigliato nel 1998 alla gradazione mostruosa di 63,8% – alta gradazione peraltro tipica dei RM. La distilleria delle Lowlands, situata a Linlithgow, fu chiusa da Diageo nel 1983 assieme a tante altre, e in tal modo terminò la storia di un produttore attivo da metà ‘700 (anche se ufficialmente la licenza arriva solo negli anni ’90 del secolo). Oggi l’edificio, un tempo lebbrosario, poi convento e ospedale, infine distilleria, è stato trasformato in condominio, ma ancora campeggia la pagoda sul tetto, a ricordare gli antichi fasti. Piccolo bigino esaurito, via col bicchiere! Ci accompagnano della degustazione Marco Zucchetti e Corrado De Rosa: se avete problemi prendetevela con loro, ma occhio ché a differenza nostra sono dei veri e pericolosi ribaldi facinorosi.

st magdalene rare malts recensioneN: esaltante perché è in costante evoluzione, a ogni snasata cambia. Sa di sauna (legno e vapore). Profumo di bosco, silvestre (balsamico, erbacee, sottobosco, legno, foglie bagnate dalla pioggia). Molto complesso, ha note fruttate difficili da identificare, una sorta di uber-frutta fresca, mista, cotta, caramelizzata (a ruota libera ci vengono in mente cotognata, pesca matura, mela rossa, forse perfino accenni di fragola). Corrado dice “la pozione polisucco” di Harry Potter, ma non perché è un matto scollato dalla realtà (anche se forse lo è, clinicamente non escludiamo l’ipotesi): perché è frutta multiforme e cangiante, tipo una megamacedonia. Ha una nota ossidata, fantastica, che non sapremmo se definire cera a tutti gli effetti, o di cereale umido… È freschissimo, nonostante la complessità. E questa venatura che appare appena mineralina, quasi – tremiamo a dirlo – lievemente torbata… Candela spenta. Ah, che spettacolo.

P: oleoso e compattissimo, ancora con una vena minerale e terrosa molto sottile ma piacevolissima, e (lo dobbiamo scrivere subito) si chiude su una punta sapida; ancora uno schermo ceroso spaventoso. Ha una dolcezza d’uovo, tra zabaione, crema all’uovo… Quasi non c’è acidità, sviluppa una dolcezza fruttata molto compatta che muove quasi verso il tropicale (papaya?). Poca spezia. Con acqua, forse, si semplifica leggermente ma tende a spalancare ed esaltare la parte fruttata, sviluppando bene un’arancia dolce che prima restava appena accennata. Salamoia, torba vera.

F: candela spenta, cera, un cereale caldo e fruttato infinito… Non lunghissimo ma intenso, ha una vampata di frutta e poi si richiude sul cereale e sulla mineralità torbata.

Ottimo, spaventoso, spettacolare; elegante, oleoso, profumato, minerale e lussuriosamente fruttato. Oggi tendiamo ad associare alle Lowlands solo dei whisky un po’ sciapi, tendenzialmente debolini, ma se diamo un’occhiata al passato ci rendiamo conto che la nostra è una deformazione prospettica: Rosebank, St. Magdalene, Littlemill… Tutti produttori con grande personalità. Se pensiamo che questa bottiglia non si trova in commercio a meno di 1000€, ci rendiamo conto ancora una volta che poterlo assaggiare sabato scorso (e riassaggiare ieri sera per la recensione, ehm) è stato un privilegio assoluto, e non possiamo assegnare meno di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – It’s All Grey.

Aberfeldy 2001 ‘Hand-Filled’ #21444 (2017, OB, 55,5%)

Solo qualche mese fa abbiamo visitato per la prima volta Aberfeldy, distilleria al cuore del gruppo (e del blended) Dewar’s: oltre a un ottimo panino col salmone affumicato accompagnato da una zuppa di lenticchie, abbiamo apprezzato in modo particolare l’offerta di single cask esclusivi per il visitor center. Ce ne sono sempre almeno due, uno in bourbon ed uno in sherry, e hanno un rapporto qualità prezzo… dimenticabile, tant’è che appunto noi ce ne siamo dimenticati. L’onorabilità di Aberfeldy non sarà intaccata dalla nostra distrazione, vero? Quel che però ricordiamo nitidamente è che al rientro ci siamo trovati in tasca un campione del cask #21444, barile ex-bourbon first-fill di 16 anni.

N: domina senz’altro il barile, anche se sulle prime il profilo pare un po’ chiuso, come nascosto da una gradazione piuttosto aggressiva. Basta un poco di pazienza, però, e questo Aberfeldy si apre e rivela note di cioccolato bianco, vaniglia, cocco, banana matura e pasta di mandorle. Una punta di canfora, balsamica, come di eucalipto. Toffee chiaro. Con acqua, diventa più espressivo, un po’ più fruttato (mela), con qualche zaffatina erbacea, come di fieno caldo.

P: molto convincente, molto standard, molto legno. Dunque idem come sopra: l’epitome della dolcezza da barile, con ancora banana, cocco, vaniglia, frutta gialla come se un domani non dovesse arrivare mai – e forse non arriverà, chi lo sa. Emerge una nota speziata intensa, quasi pepata. Una venatura di arancia (forse scorza?) a screziare il profilo, con ancora punte erbacee che fanno capolino solo con aggiunta di acqua.

F: media lunghezza, con note ancora di barile e punte erbacee un po’ più evidenti.

Un distillato ‘con le palle’, sostiene scotchwhisky.com, e noi onestamente non sappiamo dargli torto, per lo meno per quel che è stata la nostra esperienza con i barili disponibili per l’assaggio e l’imbottigliamento in distilleria. Qui il legno, come detto, non è certo impercettibile, ma nel complesso ci pare che la ‘ciccia’ del distillato resti bene evidente, con un palato molto grasso, pieno, vellutato – una menzione per le note erbacee, che come delle marmotte coraggiose mettono la testa fuori dalla tana con sempre maggior convinzione nel corso dell’assaggio. 87/100: un whisky relativamente ‘standard’, intendiamoci, ma proprio molto buono, godibilissimo.

Sottofondo musicale consigliato: Bowland – Get Busy.

Tamdhu 29 yo ‘Cars’ (Moon Import, 43%)

Ancora una volta dobbiamo ringraziare un amico, Luca Bellia, per averci donato un campione di un imbottigliamento che rappresenta degnamente la storia del single malt italiano: si tratta infatti di un Tamdhu di 29 anni selezionato e imbottigliato negli anni ’90 da Moon Import, azienda dietro cui si cela il grande Pepi Mongiardino, nella celebre serie “Cars”. Moon Import, lo diciamo per inciso, è entrato nella storia anche per la qualità di etichette davvero incantevoli. Non perdiamo altro tempo, gettiamoci a capofitto sul bicchiere!

N: poggi il naso ed è subito gran cestone di mele gialle, belle mature e profumate. Basterebbe già solo questa suggestione di rara intensità a decretare il successo di questo single cask. E invece aggiungiamoci anche pasta frolla bella burrosa, crostata alle fragole. È soprattutto un whisky dall’incredibile esuberanza fruttata, ma non disdegna nemmeno qualche fuga immaginifica nei territori del miele, della cera d’api e del favo di miele. Nocciole e mandorle. Solo dopo un po’ si distinguono bene note di malto caldo, che virano talora su una venatura metallica, tipo rame, che riconosciamo come un classico di casa Tamdhu.

P: bello godibile, intenso a dispetto della gradazione. Inizia proseguendo il sentore del miele, della cera e della frutta secca, per poi sfoderare un lato erbaceo che, al naso, restava curiosamente inavvertito – ecco dunque il cereale, con anche note erbacee evolute, tipo erbe aromatiche. Anche un che di vagamente metallico. Si chiude di nuovo sulla crostata, sulla mela gialla, sul burro caldo.

F: lungo e persistente, perdura a lungo la frutta secca, cui pare poggiarsi un’impalcatura esile di frutta e cereale caldo.

Anche se in assoluto non è forse il più complesso dei whisky, bisogna dire che è veramente, veramente buono: elegante, raffinato, squaderna tutta la qualità unica dei barili cui vien lasciato il tempo di dialogare con calma con il distillato. Incredibile l’intensità, vista la gradazione bassa, che ha comunque retto alla perfezione a distanza di anni dall’imbottigliamento. Qualche anno fa capitava di trovare qualche bottiglia della serie Cars in giro per le enoteche a prezzi bassi: purtroppo non crediamo accadano più certi miracoli, ma in caso la vediate, accaparratevela. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Thom Yorke – Suspirium.

Talisker 2008 (2016, First Edition, 57,1%)

Sogno di ogni nerd del whisky che si rispetti sarebbe il poter seguire passo passo la maturazione del proprio single malt preferito: da quando, neonato, esce dall’alambicco a gradazioni stellari, fino ad ogni anno di evoluzione in barile (anzi: l’ideale sarebbe avere barili diversi, no?). Non potendo farlo davvero, almeno finché non ci regalate i soldi per comprarci un barile, ci accontentiamo di godere di uno dei trend degli imbottigliatori indipendenti degli ultimi anni: compaiono sempre più spesso, da almeno tre / quattro anni, barili di whisky molto giovane, che in tempi di vacche magre sarebbe stato tenuto lì in warehouse a maturare. Oggi è il turno di un single cask di Talisker di soli 8 anni: non che la maggior parte dei Talisker in commercio sia granché più vecchio, intendiamoci, ma qui – dato il colore, dato lo stile degli imbottigliamenti ‘First Editions’ – ci aspettiamo un distillato eccellente lasciato nudo e crudo davanti ai nostri occhi. Avremo ragione?

N: la gradazione scompare agli occhi delle narici (ehm, come?), svelando un panorama aperto e brumoso. Molto erbaceo, con il distillato giovane in primissimo piano: erbe aromatiche, ci vengono in mente la melissa, il timo, salvia e rosmarino… Qualcosa di balsamico, anche. Poi una punta di limone, anzi caramelle dure al limone, o nocciolo di limone. Molto ‘verde’. Poi non dimentichiamo la mineralità, evidente e gradevolissima, con note di sassi bagnati, di scogli, di sottobosco dopo la pioggia. E la marinità, e la torba? Ci sono, ci sono, molto leggeri, non invasivi, ma evidenti (tanto iodio e un lieve fumo acre).

P: che impatto! Molto pieno, avvolgente e tagliente allo stesso tempo, a la Talisker… Si parte con un impatto intenso, con pepe bianco e nero, ancora un fumo acre di torba e un bel po’ di acqua di mare (ti lascia le labbra salate). Balsamico, con eucalipto; buono buono. Salatino, non pescioso, e bruciacchiato (cenere). Fieno nitido, come suggerisce il sommo Zucchetti che degusta con noi. Una dolcezza astratta da zucchero liquido, tutta dal distillato e non dal barile.

F: lungo, lungo e pulito. Erbaceo, marino e ceneroso – o cinereo, fate voi.

87/100. È tutto distillato, e deve piacere quell’erbaceo lì – a noi piace, di brutto, ma sappiamo che è un sapore che può respingere anche i whiskofili più affezionati. Semplice forse, ma di una semplicità complessa e strutturata che ha solo Talisker: dalla nostra specola marginale speriamo francamente che Diageo colga il suggerimento di questi imbottigliamenti e provi a mettere sul mercato imbottigliamenti meno carichi…

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Permian: The Great Dying.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Braeval 18 yo (1997/2016, First Editions, 54,8%)

Dall’ennesima serie di qualche membro della famiglia Laing, le cui vicende ricordano pericolosamente la trama di una telenovela sudamericana, peschiamo con curiosità questo single cask di Braeval (aka Braes of Glenlivet). È inusuale trovarlo imbottigliato, dato che serve per lo più come carne da macello per l’industria del blending, e infatti è il primissimo Braeval che compare sul nostro autorevolissimo sito: per questo ringraziamo i Laing ma soprattutto l’Ermoli che ce ne ha donato un campione e ci tuffiamo a bomba nella degustazione.

N: incredibilmente aperto ed espressivo a fronte di una gradazione importante. L’apertura porta essenzialmente ad un aranceto: arancia in ogni forma e immagine, partendo da una bella arancia gialla appena tagliata, poi arancia candita (per un attimo ci eravamo immaginati un panettone), una bella sorsata di Fanta, pasticcino con la fettina di arancia (ci sono anche un po’ di pastafrolla e di crema pasticcera, uniche sopravvissute allo tsunami agrumato). Molto fresco e aromatico, anche se – sia chiaro – se non vi piace l’arancia son cazzi amari. Unica deviazione dal tema: un sentore di ananas, pieno e ‘sudato’. Con acqua, si apre anche su mele e pere cotte.

P: pieno ed esplosivo, con bombette fruttate in deflagrazione. Paro paro al naso, non sapremmo cosa aggiungere oltre a pastafrolla, crema pasticciera, arancia in ogni forma e ananas. Proviamo ad aggiungere acqua per variare, e in effetti funziona – se retrocede la parte più esuberante di ananas, tornano un po’ note diversamente fruttate, poi cioccolato bianco e qualche cereale (volete una suggestione che vi farà commuovere? Sì, la volete: biancorì).

F: sulla falsariga di quanto detto fino ad ora: pulito e non lunghissimo,

Monodimensionale, in fondo, ma quella dimensione è bellissima: talvolta, davanti a single cask del genere, ci troviamo a chiederci “ma quanti ce ne saranno di barili simili, nello Speyside?”. A quel punto, con espressione interrogativa sul volto, non possiamo che invidiare chi nello Speyside ci sta tutto il tempo: beati loro. Buono buono, 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Duran Duran – Ordinary World.

Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.

“Whisky Revolution Festival” – Castelfranco Veneto, 22-24.09.2018

Il BLEND WhiskyBar di Castelfranco Veneto è stata una delle novità più gradite dell’anno ‘scolastico’ appena trascorso. Dopo l’inaugurazione dello scorso settembre, i ragazzi si sono affermati rapidamente come uno dei punti di riferimento italiani per la miscelazione a base whisky: alla base ci sono concetti molto forti e la chiara volontà di svecchiare l’immagine del single malt, aggiornandola alle esigenze comunicative contemporanee ma senza perdere accuratezza e serietà in fase di divulgazione culturale del prodotto. In un certo senso, sono i principi che ci hanno portato, anni fa, a creare questo blog, e dunque non possiamo che sentirci in profonda sintonia con loro…

Siamo dunque molto felici di poter annunciare il Whisky Revolution Festival, una fiera dedicata – ovviamente – al whisky, organizzata a Castelfranco proprio dagli amici del BLEND tra il 22 e il 24 settembre, presso l’Hotel Fior. Si tratta di una tipologia di fiera del tutto nuova, diversa sia dallo storico Milano Whisky Festival che dalla fiera romana Spirit of Scotland / Roma WF: sarà all’aperto, nell’enorme giardino di un albergo, ci saranno le classiche isole con degustazione dei vari espositori, ci sarà un’area didattica affidata alle sapienti mani e menti di WhiskyClub Italia; poi uno spazio-museo gestito da Max Righi, un’area ‘esclusiva’ con bottiglie di fascia alta in degustazione, abbinamenti con cibo, una zona del whisky bar con miscelazione, after party in loco, musica dal vivo, un’area lounge e un ristorante all’aperto, masterclass prestigiose, dibattiti… Il tutto all’insegna del benessere più sfrenato. Conoscendo il modo in cui lavorano i ragazzi e l’entusiasmo con cui tanti espositori hanno aderito immediatamente, sappiamo che sarà qualcosa di eccezionale.

Anche i blogger italiani saranno protagonisti: insieme agli amici Giuseppe, Federico, Sebastiano e Valentina organizzeremo degustazioni ‘guidate’ e cercheremo di coinvolgere il pubblico con attività “socialmente utili”. Noi avremo anche il piacere di tenere una masterclass davvero eccezionale: una verticale con tutti e 7 le edizioni del Kilchoman 100% Islay e, in anteprima italiana (anzi: mondiale, galattica, universale!), anche con l’ottava release! Un’occasione davvero unica per assaggiare l’espressione più autentica della distilleria più artigianale di Islay.

Naturalmente vi terremo aggiornati sulle evoluzioni, intanto ovviamente vi raccomandiamo di dare un’occhiata al sito, appena messo online, e di seguire il BLEND e il WRF sui vari canali social (a partire dalle loro pagine facebook, qui e qui). Ci vediamo là!

Glencadam 17yo (2015, OB, 46%)

Torniamo a visitare Glencadam, distilleria con sede a Brechin di proprietà di Angus Dundee: si tratta di un produttore dal piglio molto poco sexy, con bottiglie dal look obsoleto – cosa che a noi, si sa, piace tanto. Generalmente il whisky di Glencadam è molto piacevole e fruttato, grazie anche, si dice, alla peculiare forma degli alambicchi con i lyne arms angolati all’insù, cosa che favorisce il reflusso. Oggi assaggiamo un’edizione limitata dal ricco range della distilleria, il 17 anni finito in barili di Porto. Sapete come la pensiamo sul Porto nella maturazione del whisky, ma abbiamo stima di Glencadam e non partiamo prevenuti.

IMG_1322_5N: l’apporto del Porto (riusciremo mai a evitare questo giochino di parole veramente pessimo? forse no) non si nasconde, con grandi note di marmellata di fragole; mantiene però una sua grande eleganza anche maltosa, con note di marzapane, di pane nero tostato, un sentore di brioche; e ci pare di trovare, ad equilibrare questi descrittori così zuccherini, perfino una venatura minerale, conferendo freschezza. Angelo Corbetta, che beve con noi, insiste sulla mela rossa.

P: l’attacco è fin da subito molto zuccheroso, con ancora note di marmellata di frutta e di croissant ultra-burroso. Molta vaniglia. Una nota vinosa piena, robusta, molto persistente; insistono poi note maltose dal distillato, e sicuramente i sentori di cereale sono ben fusi all’interno di questo universo di dolcezza – cosa non scontata con il Porto.

F: lungo, persistente, ancora molto dolce, richiudendosi con la frutta secca e un po’ di malto.

Chiariamoci subito: dolce, è dolce. E però nel complesso ci appare migliore della media dei finish in Porto, con i barili certamente presenti ma senza essere del tutto prevaricanti sugli aromi del distillato. Equilibrato, dunque, e piacevole: 86/100, anche se certo non costa poco…

Sottofondo musicale consigliato: Masayoshi Takanaka – Sexy Dance.