The Rock Island Parade

Douglas Laing ha lanciato ormai da qualche anno una serie di blended malts (i vecchi “vatted”: miscela di whisky di orzo maltato di diverse distillerie) dedicati agli stili delle diverse regioni di produzione dello scotch: abbiamo detto tante volte che parlare delle zone lascia il tempo che trova, ma tant’è, gli stereotipi aiutano a incasellare, e questo, almeno in certe fasi, non è cosa brutta. Oggi, grazie alla gentilezza dell’imbottigliatore, assaggiamo a confronto tre Rock Island: tre blended malt delle isole di Scozia, con whisky da Islay, Orkney, Arran e Jura miscelati insieme. Uno è il NAS standard, poi il 10 anni e infine un 21 anni. Poche info, se non che è tutto non colorato e non filtrato a freddo – buono a sapersi, no?

Rock Island (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: isolano e fresco, si mostra onesto e giovane: si sente il new make, quasi, con lieviti e note erbacee. Un mix tra il metallico, il formaggioso e una torba leggera, minerale, poco affumicato. Limone candito, forse un filo di polvere da sparo, a testimoniare una lievissima punta sulfurea. Un po’ di vaniglia.

P: che piacevolezza! Molto dolce, ma di una dolcezza zuccherina pura, da distillato, non da barile (anche se una quota di vaniglietta c’è), Zucchetti ci fulmina con la sua sapienza dicendo “melone bianco”; acqua di mare; piuttosto torbato, più fumoso. Ancora decisamente erbaceo.

F: lungo, persistente, erbaceo (anzi: proprio insalata Iceberg). Fumosino, torbatuccio.

85/100. Piacevole, molto godibile, si lascia bere con facilità e al contempo ha evidente un’anima isolana, austera anche se dolce. Chi ben comincia è a metà dell’opera, se non ricordiamo male…

Rock Island 10 yo (2019, Douglas Laing, 46%)

N: è simile al NAS, in un certo senso, ma un po’ più greve. Ancora torbatino. La nota di formaggio torna, un po’ più strana: diventa carta del formaggio, con un senso di umido che sembra un po’ sbagliato, a dirla tutta. Dopo un po’, tutto ciò passa, e resta un profilo comunque ‘strano’, con carrube, note metalliche, intense, di rame. Pera. A naso, e volendo essere inutilmente cattivi, c’è un sacco di Jura…

P: più pulito del naso, ma decisamente meno affascinante del NAS. Ha una dolcezza monolitica, zuccherina e molto semplice, con un po’ di mousse di pera a variare lo zucchero liquido. Una punta metallica, ancora, poca torba. Mah.

F: non lunghissimo, pera cremosa. Vegetale, ancora.

78/100. Meh. Dopo l’ottimo avvio, questa pare una mezza battuta d’arresto: più semplice del primo, certo molto particolare ma – a nostro giudizio – un po’ ‘sbagliato’, con note metalliche non ben integrate. Più semplice del NAS.

Rock Island 21 yo (2019, Douglas Laing, 46,8%)

N: molto erbaceo, con salvia, menta secca, infusi… La torba è più bruciata qui, ricorda erbe bruciate, ma anche un falò. Ci sono note di liquirizia, miele di eucalipto. Ancora formaggio, qui più pieno, più stagionato: avete presente quelle tomette affinate nel fieno? Ecco.

P: ancora molto molto erbaceo, camomilla lasciata lì, genziana, ancora salvia… Erbe aromatiche a go go. Poi come dimenticare il fumo, il bruciato: fieno bruciato. Ancora note di toma, dolce e sapida al contempo. bella stagionata: nota che torna anche al finale con intensità. Bergamotto e pepe nero. Una parte acida da frutta tropicale, appena suggerita.

F: molto sapido, molto intenso. Lungo, avvolgente, con erbe bruciate e formaggio dolce.

87/100. Oh, bene. Molto buono, con una sua notevole acidità e note legnose e amarognole molto setose, anzi vellutate. Il nostro preferito dei tre.

Chi dice che i NAS sono il male assoluto? Chi dice che i blended sono il male assoluto? Ottimo trio, si tratta di whisky prezzati in modo ragionevole (dal primo al terzo, andiamo dai 40 ai 90 pounds sul mercato inglese) e ben congegnati: oltretutto si rivelano piuttosto diversi l’uno dall’altro, cosa che decisamente apprezziamo.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash – Rock Island Line.

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Old Perth Cask Strength #1 (2016, Morrison&Mackay, 59,7%)

Dopo il Black Bull ‘Kyloe’ abbiamo voluto mettere alla prova un altro blended di un imbottigliatore indipendente: tocca al primo batch di Old Perth ‘Cask Strength’, selezionato e assemblato da Morrison & Mackay – quelli di Carn Mor, per intenderci. Non sappiamo nulla della composizione, dunque sospendiamo le illazioni prima ancora di formularle e testiamo. L’etichetta, particolarmente brutta, ci piace: di solito, segnala gente che punta alla sostanza.

N: magari appare un po’ chiuso all’inizio, ma presto inizia a dispiegare aromi molto intensi, molto rotondi a dispetto della contundenza iniziale. Miele millefiori (miele Ambrosoli, dice Angelo), biscotti al burro Walker’s, banana e cioccolato bianco (ancora Galak). Scorzetta di limone, un poco di canditi. Frutta bianca.

P: il palato attacca un po’ diverso, sembra più nudo di quanto non lasciasse intendere il naso. Limone, molto limone; poi cereale, proprio il chicco; note di riso soffiato, non troppo dolce. L’aggiunta di acqua lo apre, regala una maggiore dolcezza, con vaniglia compiuta e ancora biscotti al burro.

F: gallette di riso, orzo e limone. Abbastanza lungo e persistente.

Molto buono, equilibrato, resta pulito e piacevole, intenso e non banale, anche se a suo modo resta semplice: ma una semplicità che diremmo honestà. Non smarmellato, non legnoso, molto equilibrato: un whisky che sa di whisky. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Peter Gabriel – Intruder.

Black Bull Kyloe (2018, Duncan Taylor, 50%)

Ciao, sono Kyloe! Com’è umano lei…

Molti imbottigliatori indipendenti stanno riscoprendo, in questi ultimi anni, la nobile arte del blended: facile selezionare un single cask buono, lo annusi, ti piace, lo imbottigli, taaac. Tutt’altro problema è mescolare barili diversi: devi trovare equilibrio tra gli ingredienti, e soprattutto – come abbiamo scoperto noi stessi facendo alcune degustazioni dedicate proprio al blending grazie a Chivas – la miscela regala esiti inaspettati, ogni ingrediente cambia anche rispetto alle tue aspettative. Ma insomma, noi mica lo facciamo di mestiere, giusto? Torniamo dalla parte giusta del bancone e assaggiamo Black Bull “Kyloe”, blended di Duncan Taylor: che è un po’ come chiamare un blended “Alano Nero Chihuahua”, dato che Kyloe è il gaelico per la mucca pelosa tipica delle Highlands. Basta ciance, ché qua stiamo esagerando.

N: fresco, profumato, con tanto limone, ma anche con note più complesse, minerali, perfino con note di gesso. Potrebbe tendere verso un profilo semplice e giovincello, ma in realtà mantiene un che di intrigante, vagamente fruttato e con sentori di cereali, di pudding. Pera e fiori, nel contesto di un profilo discreto.

P: si apre ancora sulle note abbondanti dell’agrume, con tonalità dolci però: il che ci fa vagheggiare il cedro. La gradazione, dall’alto del suo volume alcolico a 50%, è davvero ben nascosta. Molto zuccherino, con una classica pera in evidenza! Per il resto però non ha moltissimo da offrire, al di là di un sentore di cereale, di panino al burro.

F: medio-corto, con spruzzate di limonata zuccherata e pera.

Bisogna riconoscergli una sua franchezza da onesto blended giovane, a suo modo timido, come solo una vacca pelosa delle Highlands sa essere: 80/100. Senza infamie e senza lodi, lo giudichiamo sì piacevole, ma se dobbiamo fare una previsione non rimarrà impresso nella nostra mente a lungo.

Sottofondo musicale consigliato: Danit Treubig – Guacamayo.

Highland Park 10 yo ‘Viking Scars’ (2019, OB, 40%)

Restiamo sulle Orcadi per tornare, per una volta, al core range di Highland Park: come sapete, siccome sulle Isole sono presenti resti di insediamenti vichinghi, il dipartimento di marketing del gruppo Edrington deve aver pensato – ormai un po’ di anni fa – che fosse una splendida idea usare questa eredità per caratterizzare packaging e comunicazione di Highland Park. La cosa a noi piaceva; piace ancora in realtà, diciamo che forse ne stanno un po’ abusando, ed è diventato un po’ stucchevole. Per fortuna che il whisky è sempre molto buono, come dimostrano sempre gli imbottigliamenti indipendenti: oggi proviamo il 10 anni ‘Viking Scars‘, uno dei 15 imbottigliamenti entry-level in un core range sterminato e indominabile.

N: molto Highland Park, in senso positivo. Parte molto aromatico, con note ‘dolci’ di vaniglia, cioccolato bianco, mela gialla, biscotti al burro… Poi pian piano si apre decisa una prima nota minerale ed erbacea, diciamo di clorofilla e di distillato giovane, e poi scorzetta d’arancia (olio essenziale di?), insieme ad un tripudio di quella torba sottile tipica di HP: un lieve fumo, acre, piuttosto minerale, in crescita.

P: setoso e burroso, ci piace molto. La bassa gradazione lo rende pressoché analcolico, e resta un succo di orzo torbato aromatizzato alla vaniglia. Meno fruttato del naso, la fanno da padrone aromi di corn flake, biscotti al burro, burro fuso, poi fumo acre, un po’ di cenere. Si chiude su una bella sapidità…

F: …che prosegue al finale, accanto a un mantello di torba e burro. Molto buono.

Se dobbiamo trovare una pecca, al palato è fin troppo beverino: ne apri una bottiglia e la finisci senza aver neppure scelto quale nuova serie iniziare su Netflix. Diciamo che, nel complesso, abbiamo trovato problemi maggiori… Il naso promette più di quanto poi il palato mantenga, ma alla fine della fiera il voto sarà 85/100 (buono eh, ma vista da qui forse Serge ha esagerato).

Sottofondo musicale consigliato: per dimostrare che per noi i Vichinghi sono roba seria, ecco Windir – Arntor, A Warrior.

Macduff 32 yo (1980/2012, Laida Weg, 48,3%)

Torniamo a parlare di Laida Weg, un albergo/resort visionario in fondo alla Val Sesia, ormai purtroppo chiuso da qualche anno… O meglio, torniamo a parlare del suo ex-proprietario, Flavio Tognon: grande appassionato di whisky e collezionista, all’epoca decise di dotare il nuovo hotel di un whisky bar che potesse fare invidia ai migliori alberghi d’Europa. Per raggiungere l’obiettivo, Tognon fece anche qualche imbottigliamento, in passato ne abbiamo già assaggiato qualcuno: oggi mettiamo il naso su un Macduff di 32 anni, distillato nel 1980 e imbottigliato nel 2012 a grado pieno. Grazie ad Alessandro che ci ha portato il sample, ormai tanto tempo fa…

N: volevate l’eleganza di un buon distillato lasciato per decenni in un buon barile? Eccola. È compattissimo, tutti gli aromi sono fusi assieme alla perfezione e sezionarli per una degustazione pare quasi un delitto. Subito c’è una tropicalità intensa e delicata al contempo, affinata: note di papaya (di succo di papaya), poi frutta molto matura. Una patina lieve di cera. Caramelle Rossana: il ripieno, però, tiene a sottolineare Corrado. Un sentore di limone. Punte erbacee, quasi mentolate, ci viene in mente il tè earl grey. Biscotti burrosi, latte e miele. Bouquet di fiori secchi. Fantastico.

P: al tavolo si sono sprecate le peggiori imprecazioni, tipiche del giubilo più sfrenato. Esplode una centrale nucleare di frutta tropicale, dimensione che si prende tutta la scena. È succosissimo, poco cremoso, con una devastazione di papaya, maracuja, goyaba, ananas… Biscotti al burro, tè freddo zuccherato, agrumi (bergamotto e un velo di albedo). Ancora floreale, diciamo convinti “gelsomino”. Ancora, fantastico.

F: lungo, persistente, ecco ancora frutta tropicale, ancora agrumi, shortbread…

È vellutato, lievissimo, succoso, con l’intensità del grado pieno e la bevibilità di un succhino da bere all’intervallo alle scuole medie. Straordinario, eccellente, vale ogni centesimo possibile (online si trova a un prezzo altino, a dir la verità, ma tant’è). 94/100. Delizioso, di whisky del genere ne berremmo a tazze, a colazione, a pranzo, a merenda. Magnifico.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Passionfruit.

mortlach 16 yo

Mortlach 16 yo (2019, OB, 43,4%)

Un cerchio che si chiude dopo una lunghissima curva: la nostra prima recensione fu proprio un Mortlach 16 yo Flora & Fauna, a quel tempo l’unico imbottigliamento ufficiale di una distilleria della scuderia Diageo che infatti aveva sempre operato nell’ombra, fornendo col suo distillato ricco di personalità una corposa base per i blended whisky. Poi, dopo l’uscita dal porto nebbioso dei blended grazie a tanti ottimi imbottigliamenti indie che avevano svelato il carattere davvero particolare della distilleria di Dufftown, all’improvviso la follia: nel 2014 Diageo decide d’emblée di premiurizzare il marchio e lancia quattro imbottigliamenti da mezzo litro dai 60 euro del NAS ai 600 euro del 25 yo. Li mortè!, direbbero i più accorti, e infatti la serie pare non sia andata benissimo, visto che già a metà 2018 arriva la marcia indietro, con l’uscita di un nuovo core range, dal volto sicuramente “più umano, più vero”: un 12, un 16 e un 20 anni generosamente immessi in vetri da 70 cl e prezzati da 50 a 200 euro circa. Sul 16 yo di oggi abbiamo assistito tra l’altro a una curiosa diatriba sull’altalenante qualità dei vari batch, per cui rimandiamo alla recensione di whiskynotes. Chi si appassionasse alla vicenda, sappia che quello nel nostro bicchiere è il batch L8283DM002.

mortlach 16 yoN: molto aperto, piacevole, ricco e di una paradossale freschezza ‘pesante’. Molti agrumi in evidenza, soprattutto arancia, scorza di arancia rossa, perfino un po’ di marmellata. Fichi, molto intensi e dolci, profumati (anche qui, c’è pure marmellata di fichi); anche pesche (siamo monotoni se diciamo confettura di pesche?). Ananas sciroppato. Un poco di cuoio, di pelle. Tabacco fruttato da narghilè. Sotto tutto, ecco una robusta nota di malto, di cereale.

P: l’ingresso sembra debole, ma è solo un’impressione perché diventa avvolgente e molto intenso. Ancora caldo e fruttato, fruttatissimo, tutto sul giallo/arancione: la principale nota è ancora di fichi, in ogni forma, poi c’è un bell’agrume (arancia, scorza lievemente amara), mango molto maturo. E poi… dimenticate le note sulfuree e carnose di Mortlach, fate spazio a una robusta nota di malto cerealoso, dolce, caldo ma leggermente ‘polveroso’. Legno, magari un pochino di aghi di pino.

F: lungo, intenso, molto coerente, ancora con fichi e malto e arancia. Miele. Eccellente, con mille riverberi di sapore.

Il collo delle bottiglie di questa serie Distiller’s Dram titola “anche simpaticamente” (doveroso tributo al grande Maurizio Mosca) “The beast of Duffotwn”, un vezzoso nomignolo che Mortlach si è guadagnata grazie a un new make spirit molto robusto, con una peculiare nota carnosa e sulfurea e potremmo dire unica nel panorama degli scotch whisky. Ecco per questo 16 anni invece dimenticatevi brodi di carne, soffritti, ragù e immaginate un whisky molto elegante, che pur essendo fruttato e zuccherino, resta incredibilmente equilibrato, educato per essere appunto un Mortlach. E tra i suoi pregi sicuramente ci sono anche una pienezza e una ricchezza nella bevuta che di rado si incontrano a gradazioni così basse. Tutto ciò non può che farci gioire e assegnare un 88/100, che a dire il vero sorprende un poco anche noi medesimi. Se vi ha incuriosito, il prezzo è intorno agli 80 euro.

Sottofondo musicale: Milt BucknerThe Beast

Teaninich 23 yo ‘Rare Malts’ (1973/1997, OB, 57,1%)

Qualche mese fa si è concluso il ciclo di degustazioni dell’Harp Pub dedicato alla serie dei Rare Malts di Diageo – ciclo di degustazioni francamente storico (chi altro apre 12 Rare Malts, al giorno d’oggi, in Italia, per condividerli con appassionati? ditecelo, chi?) e che abbiamo avuto il privilegio di tenere, come ‘relatori’. Qualche sample ci è rimasto ancora in bacheca, è il caso di ridurre questa imponente presenza, non credete? Dunque eccoci alle prese con un Teaninich del 1973 (quando c**** ci ricapita di assaggiare un Teaninich del 1973!?, spiegatecelo!), imbottigliato del 1997.

N: che profilo d’altri tempi… Oleoso, erbaceo, a tratti anche un po’ ‘sbagliato’, se ci concedete l’eresia, con note di distillato spigoloso, al limite del sulfureo che tira schiaffi. Incenso. Note di propoli, di cereale macerato, di olio d’oliva; poi perfino un ricordo di amaro centerbe, di artemisia fresca, di una bustina di tè al bergamotto lasciata lì a raffreddare. A regalare a questo naso una dimensione ulteriore è anche una nota fruttata, zuccherina e lievemente acida, da frutta gialla: prugna gialla anzi.

P: molto particolare, ancora austero, erbaceo, oleoso, minerale… ma con un’esuberanza fruttata davvero godibile. Una nota di propoli, ancora erbe tipo artemisia, ancora agrumi (limone; e anzi, di nuovo un senso di Earl Grey). Cereale oleoso. Poi però ci sono sentori fruttati, intensissimi: addirittura ananas, ci sentiamo di dire con sicurezza.

F: lungo, più sbilanciato sulla dolcezza di ananas; in seconda battuta torna una punta erbacea, da erba aromatica, che ricomplica.

Una testimonianza di uno stile che oggidì è davvero raro: distilleria poco nota, mix di barili lasciati liberi di invecchiare con calma in barili non troppo aggressivi… La ricetta perfetta. Mamma mia: può avere dei difetti magari, ma è unico, seriamente. 89/100. Grazie pikkolo Ancielo Corbetta, tanto amore per te.

Sottofondo musicale consigliato: Johnny Cash & Bob Dylan – Wanted Man.

Glen Keith 23 yo (1993/2016, Kingsbury, 53,7%)

Glen Keith è una di quelle distillerie poco celebri, poco note, vittima del loro essere muli da lavoro per grandi marchi di blended whisky: in questo caso, Glen Keith porta acqua (-vite) al mulino di Chivas, parte della grande galassia Pernod Ricard. Per fortuna che ci sono gli indipendenti a dare lustro a questi lavoratori: oggi assaggiamo un single cask di Kingsbury, imbottigliato nel 2016.

N: un profilo dolce e fresco, molto piacevole: torta al limone, anzi torta Paradiso. Agrumato, con mandarino o cedro, forse. Ha anche una sua austerità, vegetale e oleosa: foglie, ma anche olio di semi di lino, dice Zucchetti indossando una camicia di lino – dimostrando dunque di essere uno che se ne intende davvero. Lemongrass. Anche il legno compare, fresco, senza però disturbare. Un ciccinino di cera, quasi.

P: molto piacevole, che buono! Resistono le note oleose e agrumate, tra olio di mandorla e limone, ma esplode inatteso un lato fruttato eccezionale: un pit di banana, soprattutto però ananas e pesca bianca. La sua cremosità rimane educata, e tende a chiudersi verso una vena amara (nocciolo di limone?). Molto molto buono.

F: lungo, molto coerente, fruttato e burroso, si chiude con una smandorlata definitiva.

Quante volte abbiamo detto che le distillerie meno conosciute sanno spesso regalare chicche imdimenticabili? Tante, ma mai abbastanza, dato che ci troviamo a ripeterlo anche oggi. Ah no, aspetta: forse è solo che siamo noiosi e l’età inizia a renderci ancora più ripetitivi, come quegli anziani che raccontano sedici volte di fila lo stesso aneddoto. Ma insomma: questo Glen Keith è semplicemente delizioso, fresco, profondo, oleoso e fruttatissimo. Ne berremmo a pinte. 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Earth, Wind and Fire – September.

Mortlach 25 yo (1993/2018, Adelphi, 56%)

Samuel che spala torba, miagolando

Siamo delle persone semplici: vediamo un single cask di Mortlach di 25 anni e non capiamo più niente. Fortuna vuole che ci sia giunto in omaggio un grasso sample di (indovinate un po’) un single cask di Mortlach di 25 anni imbottigliato da Adelphi l’anno scorso: e in questo caso, si scrive “fortuna” ma si legge “Samuel“. Miagolando di giubilo, non spendiamo parole superflue e passiamo ai fatti.

Mortlach 1993/2018 Adelphi

N: mancano tutte le note più sporche della Bestia di Dufftown, e dunque niente zolfo o brodo di carne, almeno all’inizio. Iper fruttato, si sente immediatamente il forte contributo del barile: mon cheri, frutta rossa sotto spirito e cioccolato, marmellata di fragola. Crema di marroni e marmellata di arancia. Mela rossa. Sentori di crostata di mele?, brioche alla mela, strudel (ma senza cannella).

P: esplosivo, molto intenso, ancora molto fruttato: frutta rossa, marmellata di fragola, succo di mela… Ancora tanto agrumato, arancia. Arriva poi quella nota che ci dice “Mortlach”, ed è una nota di brodo di carne – niente zolfo però. Riduzione di anatra all’arancia. Polvere di caffè, qualche spezia del legno, foglie di tabacco. Biscotti allo zenzero e cannella (qui sì), verso il finale…

F: ed è subito Ikea sotto Natale, con il biscotto cannella e zenzero che conduce pian piano alla frutta esuberante del palato (arancia e mela).

La nostra semplicità, dichiarata in avvio, trova conferma nella goduria della bevuta. È un Mortlach in una versione molto ‘pulita’, senza note sulfuree troppo marcate e con solo una noticina di brodo di carne al palato a ricordarci che la Bestia di Dufftown è carnivora… Pulito, si diceva, ma con una personalità che neppure Pogba al suo primo anno in Italia. 90/100, e grazie infinite al nostro miciolone Samuel: dai che manca poco, tra poco possiamo tornare a brindare insieme.

Sottofondo musicale consigliato: dal Machete Mixtape Vol.4, Gang!

Bruichladdich 16 yo (2002/2018, Claxton’s, 61,2%)

la still room di Bruichladdich a febbraio 2018

Claxton’s, imbottigliatore indipendente importato in Italia dai prodi ragazzi di Whisky Italy, soprattutto negli ultimi tempi ci ha abituato a pezzi di grande qualità, alcuni dei quali abbiamo raccontato anche su questo umile blog. Grazie al sample generosamente mandatoci da Diego Malaspina, oggi assaggiamo un Bruichladdich di 16 anni invecchiato in un Puncheon ex-sherry (capacità di circa 500 litri) e imbottigliato a grado pieno nel 2018. Recentemente i Laddie in sherry sono piuttosto rari, e dunque affrontiamo questo sample con curiosità.

Bruichladdich 16 yo (2002/2018, Clanxton’s, 61,2%)

N: impressionante come sia aperto e piacevole, pur con una gradazione così alta. Lo sherry è evidente, con arancia rossa, toffee, ciliegia succosa, cioccolato al latte, marmellata rossa… Poi emerge anche l’anima di Bruichladdich, con una torba leggera leggera e soprattutto un che di vegetale, diciamo di pastone, di mangime per maiali, una lontana marinità e un che di sulfureo appena accennato. L’acqua addolcisce, con note di praline e di zucchero bruciato.

P: anche qui resta clamorosamente bevibile a dispetto del grado. L’impatto è di una frutta rossa massacrante, tra marmellata di fragola e ciliegia. C’è qualcosa di iperzuccherino, diremmo forse caramello bruciato. Arancia amara. Cacao amaro (lievemente astringente), poi molto speziato, con noce moscata e soprattutto chiodi di garofano. Verso il finale si apre una torba sulfurea e marina…

F: qui decede la dolcezza, vien fuori la torba, netta, fumosa e affumicata (sa di salmone arrostito affumicato). Lascia la bocca asciutta, e – soprattutto a bicchiere vuoto – lascia a bocca asciutta.

Ma che bellezza, ma che stranezza. Stupisce la delicatezza dell’alcol, nonostante un volume abbastanza massiccio; l’impatto del barile è evidente, con tanta frutta e con tante note speziate, a tratti – soprattutto al palato – appena al di qua della sottile linea rossa del soverchiante. E però il naso rivela le note tipiche del distillato, erbacee e sottilmente torbate. Non si può non premiarlo: 87/100. Non costa poco, ma regala molte soddisfazioni, e Whisky Italy lo vende qui.

Sottofondo musicale consigliato: Temples – Hot Motion.