Macallan Edition N.1 (2015, OB, 48%)

50 sfumature di Macallan

Abbiate pazienza, non torneremo per l’ennesima volta a spiegare il concept dei “Macallan Pantone” (e non è una nostra battuta, è la vera verità), ovvero gli Edition in serie numerata fatti in collaborazione con l’Istituto Pantone: vi rimandiamo alle nostre già immortali parole vergate qui e qui, ad esempio – ma avevamo bevuto anche la N.2, qui. Oggi però la giornata è speciale, perché assaggiamo l’unico imbottigliamento davvero ‘raro’ della serie, ovvero il N.1: frutto della miscela di 130 barili ex-bourbon ed ex-sherry (quindi sì, dai, raro ma non troppo, calcolatrice alla mano…), è l’edizione più ricercata della serie, e quando ancora si trova in vendita online è abbondantemente oltre le 1000€. Ringraziamo dunque quel matto di Claudio Cantelmo (solo uno dei suoi mille pseudonimi, ma è giusto che resti nel mistero) per il sample, dato che lui una boccia ce l’aveva a casa, sì: e l’ha aperta.

N: molto appiccicoso, come naso, molto profondo. Toffee e cioccolato bianco, caffellatte zuccherato. Poco fruttato, troviamo solo qualche nota di confettura di fragola, ma di quelle un po’ troppo zuccherate e forse bruciacchiate. Pesche agli amaretti. Stiamo forse dimenticando l’agrume, anzi l’arancia: scorzetta impregnata?

P: molto buono, soddisfacente. Qui è più compiutamente fruttato, con pesca, tanta uvetta, mandorle e frutta secca, albicocche secche… Vira poi verso un qualcosa di più secco, che tende ad asciugare. Bitter all’arancia? Non possiamo non citare il malto, con biscotti digestive. Ha anche una cosa che ricorda una warehouse…

F: bello persistente, lungo e pieno. Molto cioccolato al latte e nocciola; più in disparte frutta rossa, uvetta e arancia.

Molto piacevole, ha il vestito dei Macallan ‘veri’, le spalle larghe e una bella complessità. Agrumi e cioccolato sono i sentori più decisivi di questo malto, e se la cosa può avere un senso per altri oltre a noi, è un invecchiamento in sherry prevalentemente ‘marrone’, non ‘rosso’: scusate, ci siamo fatti prendere dal clima pantonesco. Ma insomma, dai, ci è piaciuto, e gli diamo 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Black Pumas – Colors.

Macallan 12 yo (1988/2000, Caledonian Selection, 57,4%)

La serie Caledonian Selection, dell’imbottigliatore Liquid Gold, è stata spesso presente sugli impolverati scaffali delle enoteche italiane – ricordiamo bene la silhouette peculiare di questi decanter che ci guardavano tristi, magari nascosti e umiliati dietro a una bottiglia di Black & White… E colpevolmente le abbiamo sempre lasciate lì, nella loro tristezza. L’imbottigliatore ha chiuso i battenti nel 2005, a quel che ne sappiamo, e in tutta onestà non avevamo mai assaggiato nulla – prima di oggi!, dato che grazie ad Angus abbiamo messo le mani su un sample di un Macallan di 12 anni, single cask ex-sherry imbottigliato a grado pieno.

N: fin dall’inizio esibisce una bella complessità, tra frutti rossi, tiramisù, spremuta d’arancia zuccherata. C’è poi un lato più screziato, tra la sagrestia e un filo di zolfo. La sensazione generale, se ha senso per un Macallan in sherry, è di “umidità”: ricorda nitidamente le foglie umide calpestate in autunno.

P: l’alcol c’è ma non disturba troppo, e la cosa ci piace vista l’alta gradazione. Contribuisce anzi a formare un gusto pieno, caldo, dolce. Esplode su note sherrose, di mela rossa, arancia dolce e marmellata d’albicocche. Non mancano suggestioni di caramello, e soprattutto un sentore – sorprendente – di rosa canina.

F: indugia ancora su caramello, cioccolato e mela rossa (strudel?), ma poi dimostra grande intelligenza andando a chiudere con grande pulizia, senza abusi legnosi. Una piacevole nota di malto e noci ci culla.

Un Macallan giovane con tanta personalità: non ha quella pomposità un po’ compiaciuta di certi sacri Macallan, si mostra anzi curiosamente affilato, soprattutto al naso, e al palato esibisce l’apporto del barile senza negarsi un paio di staffilate inattese (rosa canina, davvero?). 88/100, se ne trovate su scaffali abbandonati… Salvateli. Grazie Angus!

Sottofondo musicale consigliato: Brockhampton – Boy Bye.

Caol Ila 8 yo (1995/2003, Silver Seal, 55,9%)

“La settimana si apre sotto buoni auspici”, spiegato bene

La settimana si apre sotto buoni auspici: vogliamo dunque cavalcare l’onda dell’entusiasmo domenicale anche sul piano alcolico, ripescando un malto del passato, anche se prossimo. Se vi diciamo “Rino Mainardi”, a cosa pensate? Bravi, siete preparati: stiamo parlando proprio di Mr. Sestante e Silver Seal, uno dei più grandi selezionatori indipendenti di quella fase pionieristica che vedeva impavidi italiani girare per la Scozia in cerca di barili, quando ancora nessuno nel mondo si interessava al succo di malto. Prima di vendere l’azienda e il marchio a Max Righi, nel 2007, Rino aveva scritto pagine importanti nella storia del Single Malt in Italia e nel mondo: oggi gli rivolgiamo un pensiero assaggiando un Caol Ila 8 anni, distillato nel 1995 e imbottigliato quando ancora i derby di Milano erano delle semifinali di Champions League che finivano con il risultato sbagliato, oltretutto.

N: molto fresco e piacevole, con note balsamiche davvero spiccate. Pensiamo soprattutto a salvia, in parte anche aghi di pino. Ha una nota maltosa dolce davvero seducente: potremmo pensare a una brioche, e in effetti ci pensiamo. C’è una venatura minerale e quasi marina molto interessante: iodio, calce, si vola verso il talco. Uva bianca, marshmallow. Caffè al ginseng, anche un po’ di zafferano?

P: l’impatto alcolico si fa sentire con nettezza, ma altrettanto nette sono le note goduriose di cocco e marzapane. Molto zuccherino e dolce, di una dolcezza pungente e acuta: dire “zucchero bianco” forse non basta. Ananas? La torba si traduce in cenere, in un senso di bruciato un po’ affilato, per quel che vale una definizione del genere. Cereale affumicato (andate in distilleria e assaggiate!).

F: limone e cenere, cereale torbato e un po’ di dolcezza maltosa.

Elegante e affilato, fine e spigoloso al contempo: magari ad alcuni potrà sembrare un po’ ‘semplice’, con gli elementi tipici dei malti di Caol Ila tutti lì squadernati ed esibiti, e senza una vera, piena presenza del mare: ma è veramente – e semplicemente – buono, non ce n’è. Sarebbe il whisky perfetto per folgorare sulla via di Port Askaig anche il più feroce militante antitorbato. Chapeau. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lean Year – Come and See.

A Pittyvaich Night – 30.01.2020

La scorsa settimana una nutrita delegazione di whiskyfacile si è goduta una degustazione davvero speciale al Mulligan’s, organizzata da Diageo e dal Milano Whisky Festival, dedicata a una piccola gemma nascosta del panorama del Whisky Scozzese… Pittyvaich!, una delle distillerie dalla vita più breve che la storia conosca: aperta solo tra il 1974 e il 1993 a Dufftown, il cuore pulsante dello Speyside, Pittyvaich ha visto solo pochissimi imbottigliamenti sul mercato, tra cui spiccano ovviamente alcune Special Releases degli ultimi anni. Si poteva dunque mancare?

IMG_2126Pittyvaich 20 yo (1989/2009, OB, 57,5%)
N: subito elegante e con una dimensione erbacea deliziosa: fieno ed erbe aromatiche. Inizialmente timo, pian piano canfora. Il legno è quasi profumato, (legno di rosa?). L’alcol è molto ben integrato, splendida pulizia. C’è una nota di scorza d’arancia lasciata ad essiccare sulla stufa e una sensazione “arancione”: crostata di pesche. Rimanendo in pasticceria, anche torta paradiso. Con acqua aumenta sia la vaniglia sia la freschezza e finalmente eccola: la cera!
P: tagliente e citrico (limone). Anche piuttosto sapido. L’attacco è molto intenso, piacevolmente nervoso. Rimane la vaniglia, stavolta affiancata da menta piperita. Pungente e pepatino, pian piano si stempera in un legno leggermente amaro. Con acqua si scioglie un po’, si fa più morbido ma meno particolare.
F: nocciolino di limone, salatino e parecchio zenzero che prolunga il finale.

Pulitissimo, erbaceo e guizzante. Non è complesso, anzi a vedere i descrittori è piuttosto semplice, ma ha un carattere molto ben definito e una splendida intensità. 89/100

IMG_2125Pittyvaich 25 yo (1989/2015, OB, 49,9%)
N: più etereo rispetto al primo. Il primo naso è quasi vinilico, ma è un attimo. Poi si squaderna una serie di sentori dolci e fruttati, dalle mele cotte alla marmellata di arance. Qualcuno azzarda sia lo zampino di fantomatiche botti di sherry, ma essendo un refill bourbon hogshead, la notizia viene smentita. Di certo il malto (con delle mandorle) si sente. Con acqua cambia parecchio e spunta del lime, forse delle foglie di limone. Il bicchiere vuoto profuma di vaniglia.
P: qui il legno è più marcante, nonostante il corpo deliziosamente oleoso. Cacao amaro e chiodi di garofano, leggera astringenza. Pere cotte, succo di pesca a definire l’aspetto fruttato e dolce. Un che di crema pasticcera, ma di nuovo poi quel che resta è il malto, solido e rotondo.
F: leggermente amaro e secco, pepato e floreale (fiori di pesco). Con acqua un che di mandarino.

Quello che ci ha convinto meno della serata, perché il meno definito e definibile. Anche qui non c’è una infinita gamma di suggestioni, ma quel che c’è è piacevole. Ben fatto, ma il rischio è di confonderlo fra molti altri simili. 86/100 – ci conforta sapere che il giudizio coincide con quello formulato anni fa, bravi.

IMG_2124Pittyvaich 28 yo (1989/2018, OB, 52,9%)
N: fruttato! Mele Stark, melone e soprattutto pasticcino alla frutta. C’è anche ananas maturo e un tocco di eucalipto, a sottolineare quella freschezza che in varie forme tutti i whisky di stasera mostrano. Crema pasticcera, mandorle: una dolcezza quasi da bourbon? Col tempo si alza una sensazione di cassetti chiusi, segno del tempo. Con acqua ecco il limone (candito).
P: caldo e frizzantino, l’alcol si sente. I pasticcini del naso? Sono ancora qui, soprattutto quelli al mandarino e all’ananas. Voluttuosamente burroso e confortevole (note di burro di cacao). L’erbaceo qui è sotto traccia e balena soltanto in un secondo momento. Sedano? Tocco di cocco essiccato. Con acqua si sfarina, don’t do this at home!
F: noci brasiliane e agrumi.

Di tutti, è il più bourbonoso e fruttato, sembra un distillato di pasticceria. Il finale è un po’ semplice e – come già detto – pecca un po’ di crisi di identità, nel senso che in generale è ben equilibrato ma nulla spicca in maniera netta. 87/100.

IMG_2123Pittyvaich 29 yo (1989/2019, OB, 51,4%)
N: si cambia sport, e subito la sensazione è di un naso meno espressivo, più difficile e chiuso. Si apre con un che di sulfureo, un ricordo di zolfanello. Aria di cantina, profumo di foglie autunnali lasciate lì. Suggestioni scure, dal cioccolato al miele di castagno: è denso, lavorato, non c’è la freschezza della frutta fresca, al massimo pere disidratate o strudel (la cannella gioca una buona parte). Lo sherry qui non si nasconde, senza però esagerare.
P: la dolcezza e il lato deliziosamente sulfureo vanno a braccetto. Arancia quasi ammuffita e un senso di marsala, a sottolineare l’apporto dei barili ex PX. Rimane scuro e umido: carruba, foglie di té infuso, miele (di castagno, di tiglio, ad ogni modo un miele non dolcissimo). Caffelatte zuccherato e caramello, noci che testimoniano la sua età ormai veneranda.
F: liquirizia! Arancia dolce e sticky. Fa salivare.

Il più complicato dei quattro, unisce il tocco sulfureo dello sherry alla tavolozza dei colori. Il che dà un’extra profondità ma toglie un po’ la freschezza erbacea a cui ci eravamo abituati con gli altri tre whisky. Non è mai stucchevole, ma la dolcezza rimane onnipresente in ogni fase. 88/100.

Westport 15 yo (2004/2019, Wilson & Morgan, 57,8%)

Westport è uno di quei nomi ricorrenti nel mondo degli imbottigliamenti indipendenti, cui però curiosamente non corrisponde nessuna distilleria: e quale sarà il segreto? Beh, come già avevamo scritto pochi giorni fa a proposito di Wardhead, si tratta di un malto “teaspooned”: in questo caso è Glenmorangie, con l’aggiunta di una goccina di un altro single malt (tempo fa si diceva fosse Glen Moray, ma ora che non fa più aprte del medesimo gruppo, chissà). Invecchiato per 15 anni in botte ex-sherry, il butt #900050, è stato imbottigliato da Wilson & Morgan.

wilson-morgan-westport-15-anni-sherry-wood-1531000-s506N: molto strano, parte un po’ chiuso e ‘sporco’, poco Glenmorangie a dirla tutta: c’è una nota di porta di legno umida con chiodi arrugginiti. Vi piace questa suggestione? C’è un sentore al limite del sulfureo, diciamo di ‘freschino’, di acqua termale. Legno macerato. Non mancano note di boero, di cioccolato; carruba e ciliegia sotto spirito.

P: molto aggressivo, l’impatto dell’alcol è innegabile. La suggestione che chiude i giochi è: cioccolato sulfureo. Anzi: un boero avvolto nel lardo di porco. C’è grasso di maiale, c’è ancora zolfo; c’è cioccolato, ci sono ancora ciliegie sotto spirito e uvetta. Dopo un po’ si ripulisce, e la parte sulfurea si sposta verso l’arancia troppo matura, anzi: l’arancia calda, in cottura, quando si fa la marmellata. Un po’ di spezie invernali, tra cannella e chiodi di garofano. Polvere di caffè? 

F: ancora una punta sulfurea, poi tanto zabaione. Polvere da sparo e liquirizia.

Il primo impatto sembrava un po’ sgradevole, dopo un po’ si ripulisce leggermente e non sembra così disastroso come all’inizio si poteva temere. Resta, a nostro gusto, un po’ troppo poco ‘Glenmorangie’ e un po’ troppo ‘sherroso’, e di uno sherry che alla fine non ci persuade fino in fondo – ma abbiamo amici che adorano questo stile, quindi dategli un assaggio, non siate timidi. 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Joan as a Police Woman – Holy City.

Glen Garioch 21 yo (1965/1986, OB, 43%)

Quando abbiamo incrociato sui social la presentazione del progetto “Cheaper By The Dram” ci siamo subito tuffati a pesce, e abbiamo immediatamente mandato una mail. Di che si tratta? È presto detto: in un momento storico in cui lo scotch whisky sta letteralmente esplodendo, molte bottiglie eccellenti sono diventate pressoché inavvicinabili al grande pubblico di appassionati – il che è un paradosso, come sappiamo, perché certi whisky, fatti per essere bevuti, si sono trasformati in reliquie da osservare, conservare e rivendere, e proprio chi ha contribuito a creare il mito dello scotch (i bevitori) si sono ritrovati lontanissimi dall’oggetto della loro passione. CBTD parte proprio da questo assunto: it’s cheaper by the dram!, un whisky costa meno se si compra solo un sample. E dunque, due volte al mese CBTD mette a disposizione sul suo sito due nuovi sample di bottiglie importanti (andate a dare un’occhiata), in vendita a prezzi più che onesti, offrendo l’occasione unica di assaggiare bottiglie di fascia alta, o semplicemente malti rari. We believe that whisky is for drinking and our intention is to bring whisky back to the drinkers: come si fa a non amarli? Il sample che abbiamo ricevuto è di un malto leggendario: un Glen Garioch distillato nel 1965 e imbottigliato nel 1986, 21 anni per una bottiglia il cui valore è attorno ai 1500€. Mica male, eh?

N: annusato alla cieca, dato che di Glen Garioch di questi anni non ne abbiamo bevuti mai, diremmo ingenuamente (…) di trovarci davanti a un vecchio Clynelish, o a un Brora. Esibisce una torba gentilmente terrosa ed educata e al contempo affilata e avvolgente che fa gridare al miracolo… C’è tutta quella dimensione mineral-cerealosa di carta vecchia, di mobili di legno impolverati da anni, in parte di cera, e anche di amido da stireria, che davvero ci fa impazzire. Una punta di propoli. Dolcetti all’acqua di rose, o marmellata di rose: c’è infatti un che di floreale e zuccherino al contempo. Gelée al lampone, lamponi freschi? Tra le note più ‘normali’, ecco anche una fetta di mela gialla appena tagliata e delle note di cereali, di brioche integrale al miele. Incantevole, seducente come pochi.

P: sbabàm! Eccezionale. La parte più compiutamente ‘dolce’ tende a normalizzarsi, se di normalizzazione si può per cotanto whisky: miele, poi proprio il chicco d’orzo, quella dolcezza del cereale, zucchero di canna, un innocente sentore di amido zuccherino. Uva spina? Ancora brioche integrale al miele. Tutto è però bilanciato da una lieve nota amara, che tende verso la propoli. Ma una cosa, anzi, un mondo non vi abbiamo ancora detto: ed è quello della torba, dell’austerità, della mineralità. Qui compiutamente ceroso, con un fumo acre, come di sigaro distante, una scorza di limone sporca di cenere.

F: perfetto, lungo, sporco e pulito al contempo, con cenere, una torba setosa ed elegantissima, ancora amido a nastro. Ancora cereale torbato.

per dimostrarvi che è vero (cit.)

Dobbiamo essere davvero grati a Cheaper By The Dram per averci dato la possibilità di assaggiare un whisky del genere. Incantevole, un perfetto vecchierello, venato di note minerali e austere che complicano il profilo di una dolcezza “d’altri tempi”, restituendo l’immagine di un whisky incredibilmente complesso, screziato, pieno di sfumature e al contempo vellutato e piacevole. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Bizarre Love Triangle.

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Benrinnes 10 yo (2008/2018, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere grazie alle sue selezioni coraggiosamente importate in Italia dagli amici di Whiskyitaly – ne abbiamo a casa diversi sample, e ci dobbiamo scusare (con Diego ma non solo, con tutti quelli che ci omaggiano cose che non facciamo in tempo a bere per tempo) per il ritardo con cui pubblichiamo le nostre note… Ma d’altro canto, abbiate pazienza: prima o poi beviamo tutto. Garantito! Oggi assaggiamo un Benrinnes maturato in una botte ex-Bourbon, anche se un terzo di quella botte è stata spostata in una ex-sherry per un finish, e poi ritravasato nella botte bourbon. Una storia avventurosa e all’apparenza insensata, quest’oggi in onda sui nostri schermi.

N: chiudendo gli occhi pare di stare in Scozia, precisamente in una distilleria. Ci sono note di still room, di distillato giovane rampante, con tanto tanto cereale bagnato, caldo. Oliva verde. Giovane, a tratti comunica acidità, ma rimane comunque pulito, diretto, in definitiva gradevole. Arrivano anche note di mele rosse e scorza d’arancia.

P: ricomincia da dove l’avevamo lasciato. Esplodono le note agrumate affianco a vagonate di cereale nudo, sapido; è semplice ma saporito e con grande equilibrio. Al palato si esplicita una dolcezza che dal naso non avremmo dato per scontata, con mela zuccherina e zucchero a velo a far da collante.

F: di media durata e ancora molto centrato, tra sentori di miele, di biscotti ai cereali e di arancia. Siamo matti ma sentiamo perfino una lieve torbatura, un senso di cereale essiccato ricco di mineralità.

Un whisky che sa di whisky, guidato dal distillato nonostante i bizzarri cambi di botte: a noi questo stile piace, e ci sentiamo serenamente di dire che si tratta di un Benrinnes da bere ad ampie sorsate, senza menate, pensando solo per un istante a quanto siano bravi gli scozzesi a fare questa cosa qui che si chiama whisky. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fvneral Fvkk – Alone With The Cross.

Bruichladdich 22 yo Black Art 03.1 (1989/2012, OB, 48,7%)

Non è la prima volta che riveliamo al mondo il nostro oscuro segreto: abbiamo un passato da metallari, gente pelosa, vestita di pelle, maleodorante, con una perniciosa passione per le birre calde e l’estetica para-satanista. Musicalmente continuiamo a praticare ed apprezzare, anche se la passione resta paludata e poco esibita: detto ciò, non abbiamo perso un certo gusto per quell’estetica lì… E quindi facilmente potrete capire che la serie Black Art di Bruichladdich ci sconfinferi quanto un assolo di Chuck Schuldiner, quanto un vocalizzo di Attila Csihar o un aereo guidato da Bruce Dickinson. Nero come il male, speriamo che il profumo non sia sulfureo come si conviene a un whisky demoniaco… Oggi assaggiamo la versione 03.1: si tratta di un 22 anni distillato nel 1989 e maturato in barili ex-bourbon ed ex-vino (quale, non si sa).

N: molto intenso e aromatico, l’apporto dei barili ex-vino regala suggestioni inusuali ma molto piacevoli. Pasta di mandorla, frutta di Martorana; pasticceria turca, baklava, con miele e quelle gelée di melograno incredibili. In generale c’è tanta frutta secca molto mielosa e carica. Dopo un po’, esce un po’ il legno, con del vino rosso fruttato e della vaniglia in crescita.

P: molto coerente, parte con note di Big Fruit alla mora, in generale diremmo di caramelle alla frutta, con un succo concentrato iper zuccherino e un po’ ‘artificiale’. Ancora dolci turchi al melograno. Pesche cotte col vino. Caramello. Anche qui, dopo un pochino sale il legno, con qualche punta speziata (forse chiodi di garofano?).

F: ancora spezie e succo di melograno. Molto zuccherino e vinoso. Tende all’astringente.

Probabilmente sarà divisivo, come l’eterna lotta tra i fan degli Iron Maiden e dei Metallica, come la polemica inesausta tra Burzum e il fu Euronymous, come la svolta progressive degli Opeth. E in effetti un po’ ha diviso anche noi: è senz’altro qualcosa di ‘diverso’, non è un malto spirit driven, Bruichladdich quasi scompare – e però il risultato non è affatto male. Da provare. Certo, non costasse 240€ uno lo proverebbe più agilmente… 85/100. Grazie a Samuel e a Dario per i sample: sì, siamo fortunati, ne abbiamo ricevuti due da due cari amici.

Sottofondo musicale consigliato: Slayer – Black Magic.

Botti da Orbi – Guida intergalattica al whisky da regalare

Dicembre, andiamo. È tempo di regalare.
Ora in terra di Scozia i miei distillatori
lascian gli alambicchi e van verso il Natale:
scendono nelle enoteche stanche
che ricche sono come caveau di banche.

In pieno spirito dannunziano ci avviciniamo a quell’impresa ansiogena che è la scelta dei regali, un golgota di decisioni travagliate e pomeriggi di shopping compulsivo che rovina la salute oltre che l’umore.
I consigli su pigiami di flanella, pandori+spumante a 7,90 euro e mutande di pizzo viola li troverete su CianfrusagliaFacile, se esiste. Noi qui prendiamo a cuore le paturnie dei whiskofili che commissionano a Babbo Natale bottiglie per amici e parenti. Il che – lungi dall’essere facile come il cicchetto di Fred Buscaglione – nasconde parecchie insidie.
Ecco dunque in extremis la guida al whisky perfetto da regalare in 10 comode dispense.

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Tracce di liquido seminale sul Glencairn?

1. La raccolta di informazioni, o “Fase CSI”
Sapete che il destinatario del vostro regalo apprezza il whisky. Ora, se non volete fare proprio gli imbruttiti e chiedere “oh, che whisky ti piace?”, tramutando la magia del natale in una mesta dazione di bottiglie commissionate poetica come un rutto, dovrete cercare degli indizi. Prima di tutto: torbato o no? La risposta è semplice: se ogni tanto parlando con lui/lei avete avuto la sensazione che il suo alito inquinasse più di un diesel Euro3, allora è sì. Poi, ci sono dei piccoli trucchi per scoprire qualcosa in più. Grado pieno o diluito? Potete provare a versare a tradimento dell’acqua ragia nel suo gin tonic. Se comincerà a tossire sputando e inveendo contro divinità sparse, probabilmente non ama i cask strength. Se non muoverà un sopracciglio e commenterà “mmm, che botaniche complesse, si avverte nitida la cassia!”, allora o è menomato (nel cervello e nel gusto), oppure adora le gradazioni alte. Secco o dolce? Beh, tendenzialmente si capisce dalle abitudini alimentari: mai visto nessuno che si stordisse di merendine e gelati e limoncelli e poi pretendesse whisky austeri. Ex-bourbon o ex-sherry? Qui è complicato. Bisognerebbe corrompere il lavasecco e farsi dare le sue camicie: il whiskofilo tende a sbrodolarsi ogni tanto, e gli sherried macchiano di più…
Fuor di scherzo, occorre un minimo conoscere i gusti di whisky del vostro Regalato esattamente come per ogni altro regalo. Magari non come l’abbigliamento, ma qualche info va raccolta, quindi fate ballare l’occhio quando andate a casa sua o quando uscite insieme, così da capire cosa beve.

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Richard Paterson prima della carriera in Dalmore

2. L’identikit del Regalato: collezionista, sperimentatore seriale o bevitore standard?
I profili degli appassionati non sono tutti uguali. Dovete sapere cosa quella persona farà della vostra bottiglia (stiamo parlando di utilizzi ortodossi e legali, non fatevi strane idee). Il regalo al collezionista è a coefficiente di difficoltà 10+, perché tendenzialmente questi personaggi hanno tutto, a volte anche bottiglie che le distillerie non sanno di aver prodotto. Qui, o chiedete esplicitamente, o siete collezionisti anche voi e sapete tutti i suoi averi a memoria come la formazione del Milan contro la Steaua Bucarest, oppure è impossibile. Difficilino anche il profilo del Regalato che è sempre in cerca di qualcosa che non ha ancora assaggiato. Costui è enciclopedico, cataloga le cose che ha sorseggiato con maniacalità inquietante e sublima l’ansia di controllo cercando di categorizzare il mondo. Se beccate una bottiglia che non ha mai assaggiato, vi si affezionerà colmo di riconoscimento come un Labrador, ma tenete in considerazione l’ipotesi che abbia assaggiato anche il single cask dell’ultima distilleria clandestina del Bhutan e che probabilmente il whisky che avete scelto già lo ha bevuto e scansionato ai raggi X. Se invece parliamo del bevitore standard, di fatto trattasi di persona semi-normale, che le bottiglie le apre e le beve e che qualsiasi cosa arrivi a casa è benvenuta, porti aperti senza discriminazioni di provenienza, età e religione. Regalare qualcosa a loro è quasi un piacere.

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Non fermarti alla zona Chinotto, oltre la corsia bibite c’è un mondo

3. Le basi: il whisky “zero sbatti”
Bisogna sempre valutare quanto vogliamo dannarci l’anima e quanta orchite siamo disposti a sopportare. Il grado zero è il whisky facile da beccare e conosciuto. E’ l’equivalente della mancetta della nonna, la bottiglia sicura e anti-stress. L’esempio da manuale è il Lagavulin 16: un classicone che si trova in ogni Esselunga. Vai con la moglie a comprare uova, prosciutto e crackers di soia e ti cade nel carrello. Può andar bene anche il Talisker 10, o il Laphroaig 10 per i torbati mentali. Massima economia di sforzo e tempo. Non ci spendi un secondo di pensiero e sai che andrà bene. Certo, se il Regalato ne sa qualcosa, magari apprezzerà, ma sgamerà che vi siete impegnati così così.

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Ebenezer Scrooge si concede un dram

4. Il whisky “per favore dà piccola moneta per te no è niente per me è la vita”
Prima che qualcuno si offenda, ci siamo passati tutti e ancora ogni tanto lo facciamo. La situazione “devo fare un pensiero a Tizio ma non voglio spendere tanto perché mi regala sempre miserie orrende” legittima il ricorso a bottiglie che ben incarnano il lumpenproletariat del whisky. Se il budget è ristretto, dunque, si possono scegliere cosine con una loro dignità etico-estetica. Innanzitutto i whiskey americani: se ne trovano di potabili a 20 eurini, tipo Buffalo Trace bourbon o Jim Beam rye. Poi i blended. Qui serve essere un po’ scafati, però. Ce ne sono alcuni che dovrebbero essere considerati fuorilegge, quelli nell’ultimo ripiano del supermercato con nomi finto scozzesi che sono un insulto all’intelligenza e prezzi che sono un insulto al buonsenso (3,90 euro neanche per certe bibite si spendono). Poi ci sono i marchi più famosi. Senza addentrarsi nelle specifiche, il consiglio è puntare su quelle bottiglie che hanno uno status un filo più alto: Chivas Regal 12, per esempio, se non vi fa paura poter sembrare dei relitti degli anni ’80. O anche Jameson, che nella sua semplicità ha estimatori negli irlando-fissati. Magari Dewar’s, meno conosciuto e meno legato a pregiudizi. Se proprio proprio, un Johnnie Walker Red Label, che non gli si può dire niente: se ne vende una cassa al secondo… Magari evitare Vat69, Ballantine’s o J&B, che hanno una nomea troppo, troppo cheap.

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Chi più spende meno spende

5. Il whisky “poca spesa tanta resa”
Se la vostra Finanziaria di Natale vi consente di alzare un po’ il budget, cominciano ad aprirsi le magnifiche et infinite vie della fantasia. Senza che sia necessario vendere i reni sul dark web, ci sono una serie di bottiglie che uniscono un buon rapporto qualità-prezzo e un’aura un po’ hipster. Un esempio è Benromach, con il suo stile sporchino pochissimo mainstream che ti ammalia e conquista. Un’altra sicurezza sono gli imbottigliamenti più giovani di Wilson & Morgan (i più vecchiotti ormai valgono la rata di un mutuo). I Beathan – Glenturret torbati – o gli Haddock – Loch Lomond in incognito – sono interessanti sia perché sfoggiano un gusto iper-deciso, sia perché incuriosiscono tutti. E d’altronde il whiskofilo discende più di tutti dagli scimpanzè, curioso come una scimmia oltre ogni proverbio. Ci sono anche alcuni cask strength di distillerie nobili con cui potete fare un figurone a prezzi accessibili: il Nadurra Glenlivet o l’Aberlour A’Bunadh, per esempio. Oppure il nuovo core range di Arran o ancora i Glencadam giovani, poco rinomati ma di grande pulizia. Insomma, se volete stare intorno ai 50 euro si trova di tutto. In questo caso, magari andrebbe fatto un saltino in enoteca, giusto per interrogare con il water-boarding il vostro rivenditore di fiducia, facendogli confessare sotto tortura quali sono i veri affari. P.S. non sottovalutate i vatted malt, ce ne sono di spettacolari, ma la paranoia del single malt li penalizza ingiustamente. Uno su tutti: Old Perth 13, mix di Highland Park e Macallan. Sperate che Babbo Natale non lo scopra, altrimenti lo scola lui.

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Un’immagine tratta da un rito massonico dei whiskofili

6. Il whisky feticcio
Nel mare magnum dello Scotch, ci sono delle distillerie che raccolgono comunità di adepti in fissa paragonabili a certe sette che richiedono sacrifici umani. Sono tendenzialmente case conosciute ma non estensive, di preferenza connesse a una forte identità o regionale o artigianale. Quelli che seguono questo credo, in fondo, si stimano l’un l’altro e tendono ad apprezzare le distillerie della stessa famiglia, quindi non è necessario beccare esattamente l’idolo in questione. Facciamo un esempio: Kilchoman ormai se fondasse un chiesa avrebbe più fedeli di parecchie confessioni più illustri e antiche. Piace l’idea che sia minuscola, autarchica, artigianale; piace la bottiglia, il fatto che sia isolata, il Davide contro i Golia. Parallelamente, tanti cultori apprezzano anche Kilkerran: altrettanto sperimentale, piccola, isolana a livelli di salmastro indicibili e fuori dal circuito delle multinazionali. Stessa cosa per Glenfarclas, una delle poche distillerie di famiglia dove ancora si scalda l’alambicco a fuoco diretto. I politeisti del whisky handcrafted sono fatti così: beccate un malto con dietro una storia di coraggiosa impresa e loro vi seguiranno in capo al dram.

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Il whisky del vicino è sempre più buono

7. Il whisky fusion, ovvero multiculturalismo vs presepe
Così come c’è sempre quello che si fa regalare pashmine, set per il sushi e statuine di giraffe in ebano perché avverte il peso insostenibile del Natale consumistico occidentale, ci sono anche quelli che bramano di trovare whisky intercontinentali sotto l’albero. Considerando che ormai – con gli occhi a dollaro come Zio Paperone – praticamente chiunque si è messo a distillare fiutando il business, non è difficile pescare proposte esotiche. Ma qui la fregatio non petita, fregatio manifesta è dietro l’angolo. Per esempio, informatevi bene sui rinomati giapponesi, perché non tutto quel che finisce in -uchi, -awa, ecc e sfoggia delicati ideogrammi su etichette in carta di riso è davvero whisky del Sol Levante. Tante bottiglie sono blended di whisky di cereale canadese e malto scozzese. Se volete un giappo fatto e finito, non avventuratevi oltre le Colonne d’Ercole dei marchi più noti. Non è originalissimo, ma per estetica, qualità e prezzo il Nikka from the Barrel è difficilmente battibile. In Asia, andando oltre l’ormai conosciuto Kavalan, meritano una chance gli Omar della Nantou distillery di Taiwan. Se Shiva non si offende, lasceremmo un gradino sotto gli indiani Amrut e Paul John. Poi, se siete ancora più estremi, ci sono l’Oamaruvian dalla Nuova Zelanda, l’Hellyers road dalla Tasmania, il Teerenpeli dalla Finlandia… Ma qui è un altro sport, state regalando un’idea più di un whisky. Ci sta, ma sappiate che se regalate il Floki perderete un amico.

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Quando la ricerca di novità raggiunge l’abominio: Fishky!

8. La whiskycca, ovvero il whisky chicca
Una delle gioie maggiori del Natale è precipitarsi a dire, mentre il Regalato si ingarbuglia fra nastri e carta, “scommettochequestononl’haimaiassaggiatovero?”. E’ di fatto l’Ultima Thule, terra mitica a cui tende chiunque abbia a cuore il suo ruolo di Regalatore. Se siete fra questi, la vostra caccia deve partire per tempo. Utile sarebbe andare a un Whisky Festival o a qualche manifestazione (a Milano è facile, in Provincia meno) e dare un’occhiata. Ci saranno le ultime novità (le Special Release Diageo mica per caso escono in autunno, eh. A proposito, il Talisker 15 e il Lagavulin 12 su tutti) e i guizzi eccentrici di cui non avete mai sentito parlare. Serve un po’ di gusto per la notizia: tutti parlano del whisky bretone? Un giretto sul sito di Armorik, un’oretta a una degustazione ed ecco spuntare il Dervenn e il Triagoz, quercia e torba bretone. Oppure il Mackmyra Vinterglöd affinato in botti di vin brulé.
Questo per chi cerca l’estrema sperimentazione, l’avanguardia pura, la “Merda d’artista” si potrebbe dire nel caso di certe distillerie site fra la Svizzera e la Germania di cui non si faranno i nomi. Ma si possono trovare delle chicche anche in Scozia e senza per forza cercare whisky invecchiati in barili di aringhe sottosale (esiste, è il Fishky di stupidcask.de). Il consiglio è stare sugli imbottigliatori indipendenti, che fanno metà del lavoro per voi, ovvero cercano roba buona sconosciuta. Qui avete due scelte: o distillerie extra-note ma con invecchiamenti inconsueti (di Caol Ila ottimi ce n’è a vagonate), o distillerie inconsuete. Cadenhead’s ne offre parecchie, da Balmenach a Glen Scotia, da Glenburgie a Benrinnes; un’altra etichetta (di norma più costosa perché sceglie whisky assai maturi) è Càrn Mòr, coi suoi Imperial, Bunnahabhain e Clynelish. Altrimenti potete andare sugli sherried estremi di Valinch & Mallet, che in quanto a carattere e unicità non scherzano. Il whisky che sa di pop corn il Regalato non lo avrà mai nemmeno immaginato.

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Arte o visione distorta al sesto dram?

9. Il whisky maravilla
Qualcuno ancora non bada a spese e ci tiene a stupire. Sono i regalatori-Vamp, che quando arriva Natale ti squadernano davanti “pensierini” che costano come il welfare di un medio Stato dell’Africa australe. Se siete fra questi benemeriti, prima di tutto conosciamoci meglio e diventiamo amici, che sai mai che il Natale prossimo vi ricordiate del vostro nuovo conoscente… In seconda battuta, ragioniamo su come volete stupire il vostro regalato. Un’idea è quella di puntare su edizioni speciali ad alto tasso di spettacolarità. D’accordo, spesso è pura questione di marketing, come il portiere che si tuffa per i fotografi anche se la palla rotola in porta alla moviola. Però l’unicità è esclusiva, l’unicità è un articolo che lascia a bocca aperta. Un esempio buono è il Macallan Limited edition n.5, uscito da poco e bel mix fra marchio rinomato ed esclusività. Oppure la nuova release di Johnnie Walker Blue Label Rare sides of Scotland, dove la bottiglia è così bella che potreste scolarvela e poi regalarla anche vuota e fareste comunque bella figura. Se proprio i soldi vi puzzano, ci sono anche imbottigliamenti dove le paillettes non mancano: il Glenfiddich 23 Grand cru con finish in botti di cuvee di Champagne, un Highland Park a età definita (per esempio il Light o il Dark), un Glenmorangie 25 dove – stando alla quantità di oro sfoggiata – la confezione sembra trafugata da una gioielleria o da un video di rapper. Se invece il Regalato è sì un esteta, ma rifugge il lusso chiassoso, esistono comunque bottiglie eleganti che faranno bella mostra di sé in libreria, fra un De Chirico e una scultura di Pomodoro. Puni per esempio ha un design notevole, sono i Philip Stark del whisky. Le bottiglie pop di That Whisky Boutique-y funzionano per gli amanti dei fumetti, anche se i prezzi sono da GASP! e GULP! Quelle di Chorlton, con le etichette tratte da un manoscritto tedesco rinascimentale, sono le più belle in circolazione. E diciamocelo: se il regalo è anche bello da vedere non si fa peccato.