Caol Ila 18 yo ‘Unpeated’ (2017, OB, 59,8%)

Nel novero delle Special Release annuali di Diageo, regolarmente compare un Caol Ila ‘unpeated’: alcuni lo interpreteranno come un’aberrazione, come un mostro contronatura… Siccome però noi sappiamo bene che la natura è molto più aperta e stupefacente di qualsiasi opinione umana (tanto più di quelle basate sul concetto di “contronatura”), non abbiamo mai avuto preclusioni di sorta nei confronti di questo malto, che rappresenta la versione “Highland style” di Caol Ila – originariamente escogitata come soluzione per i blended, col tempo a Diageo si sono resi conto che non questi whisky non erano affatto male, e hanno deciso di imbottigliarli come single malt. Oggi assaggiamo il 18 anni messo sul mercato nell’autunno 2017, a grado pieno.

N: il primo impatto porta note molto burrose e cremoso. Ci vengono subito in mente panna cotta, zabaione e panettone. Forse forse… un panettone sporco di cenere? C’è infatti una piccola patina torbata, moooolto lievemente fumosina, con venature minerali molto piacevoli. Per il resto, appare un inno al cioccolato bianco, poi dispiega sentori fruttati, come mela e banana. Stecchette fresche di vaniglia in ogni dove, ma c’è anche una spezia ammiccante, da legno, che non definiamo con precisione. Con acqua, la dolcezza di pastafrolla e di vaniglia dilaga, e questo whisky (miracolo!) si fa pasticcino.

P: l’impatto è alcolicamente aggressivo, monolitico, tra biscotti al burro e una vaniglia sparata. Crema pasticcera con scorza di limone. Estremo, certo, ma poi come un vecchio amico torna sempre il chicco di cereale, intriso di un leggero fumo. Mandarancio, dicono dalla regia (un regista di quelli visionari). Con acqua, che consigliamo vivamente, arriva la frutta, tipo ananas, e la crema ti culla che è un piacere.

F: pasta frolla salata, ancora un filo di di fumo di torba. Pepe bianco e vaniglia. Molto lungo, intenso e persistente.

Bisogna riconoscere che l’apporto del barile non è affatto secondario: tutte le note di vaniglia, crema pasticciera, pasticcini, ecc. che abbiamo riscontrato ne sono chiari indicatori. Detto ciò, che ci volete fare?, secondo noi è proprio un ottimo whisky, molto piacevole, godibile, effettivamente alla cieca si potrebbe scambiare per un whisky delle Highlands con una leggera torbatura… Non c’è nulla di quella nudità del distillato che generalmente ci piace, ma ci piace lo stesso: 87/100. Per dire: su whiskyshop.it costa meno del 18 anni ‘normale’, che è a 43% e non è un’edizione limitata – ah beh, certo, però è ‘peated’…

Sottofondo musicale consigliato: Eve feat. Gwen Stefani – Let me blow your mind.

White Horse ‘Soffiantino Import’ (anni ‘70, OB, 43,5%)

Il canuto equino di White Horse Distillers è un simbolo iconico, che si trova su diverse bottiglie di single malt degli anni ’70: si pensi al Lagavulin 12, per citare il più celebre, o il coetaneo Glen Elgin, perfino una ceramica di Rosebank esibiva il cavallino bianco. Servirebbe un trattatello di storia dello scotch a cavallo tra Otto e Novecento per raccontare la vicenda di White Horse, cosa che eviteremo di fare (per i curiosi: ecco qui): noi oggi ci limitiamo a bere questo blended degli anni ’70, importato dall’azienda genovese Soffiantino e diventato vero oggetto di culto presso gli appassionati. All’interno c’è sicuramente del Lagavulin, ed è plausibile – dicunt – che all’interno della miscela vi sia perfino del leggendario Malt Mill. Noi non possiamo che ringraziare Simone, che ne ha trovata una bottiglia, l’ha aperta invece che rivenderla a caro prezzo e ha perfino deciso di portarcene un sample. Quanto siamo fortunati?!

41062_0N: ma tutta la complessità che subito ci travolge… la riavremo mai in prodotti di consumo come questo, addirittura un blend? Vivissimo e molto aperto, con note profonde e setose di cera, terra, cera d’api, ciottoli di mare; sentori ‘vecchi’ e minerali, come di vecchia carta, di mobili antichi; foglie di tè. Sicuramente c’è della torba, ma c’è anche molto altro: innanzitutto delle bordate maltose pulite, intense e oneste che gridano “whisky!” a tutta voce. Come se non bastasse, arriva anche tanta frutta, matura (soprattutto arancia, frutta gialla, albicocche ipermature). Una punta di rabarbaro qui e là.

P: rispetto al naso, resto un poco più nudo, meno esuberante: quel che va perdendosi è soprattutto la lussuriosa ricchezza della frutta – rimane tuttavia un profilo levigato, tutto giocato su orzo, ancora suggestioni minerali (ancora sassi, diremmo: siamo ghiotti di sassi, voi no?) e sapide; poi legno, frutta secca (nocciola) e ancora qualche miele leggermente amaro.

F: lungo, abbastanza persistente un po’ salato, poi note di agrumi, di cereali.

Sembra un vecchio Clynelish!, e sapete bene che per noi è un grande complimento… La valutazione numerica,  88/100, dipende dal fatto che ha un naso da 90 punti, mentre il palato appare forse un po’ debole, probabilmente fiaccato dalle offese del tempo. Il profilo resta però di primissima categoria, con quelle note ‘vecchie’, minerali e cerealose che in tutta onestà ci fanno girare la testa. Impagabile, grazie infinite a Simone per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: America – A horse with no name.

Miltonduff 9 yo (2018, Chorlton Whisky, 58,3%)

Das Wunderzeichenbuch, per intenderci: guardate l’etichetta qui sotto…

Continuiamo nella ricerca di gemme nascoste nello Speyside… Dobbiamo confessarlo: come scrive il nostro amato Marco Zucchetti, “anche l’occhio, come gli angeli, vuole la sua parte”, e noi in questo siamo delle persone semplici. Se troviamo una bottiglia con un’etichetta particolarmente bella, ci incuriosiamo e ci vien voglia di assaggiare… Da qualche tempo è arrivato sulle scene del whisky scozzese un piccolo imbottigliatore indipendente, con sede a Manchester: si chiama Chorlton Whisky e usa, come immagini per le proprie etichette, delle elaborazioni grafiche a partire da immagini tratte dal Das Wunderzeichenbuch, o Libro dei Miracoli, un manoscritto illustrato tedesco di metà del Cinquecento (per i feticisti: edito da Taschen in una bella edizione). Possiamo dirlo? Sono tra le etichette più belle che ci sia capitato di vedere negli ultimi anni! Sedotti da questo, abbiamo nel tempo comprato qualche bottiglia, e finalmente eccoci qui a recensire un Miltonduff di 9 anni maturato in botte bourbon per soli 9 anni.

N: sulle prime l’alcol tende a chiudere un po’, ma poi… arriva una vera esplosione agrumata, e se fossimo coraggiosi ci esporremmo dicendo a gran voce “kumquat”! Riconosciamo nitido un gran misto di frutta gialla (mela, albicocca), poi ecco un poco di vaniglia. Corn flakes (in crescita) e un qualcosa che ricorda il liquore all’arancia. Cocco.

P: in bocca l’impatto è esplosivo, e ancora questo Miltonduff si mostra tanto fruttato (di nuovo la coppia arancia e frutta gialla). Poi troviamo sentori attesi, come pastafrolla e (eresia!) panettone senza canditi. Davvero super, super burroso. Un tocco di anice.

F: piuttosto lungo, c’è ancora tanto burro e arriva inattesa un po’ di frutta secca.

Ogni tanto, di fronte a imbottigliamenti del genere, ingenuamente ci vien da chiederci: ma di botti così, in Scozia, quante ce ne saranno? Migliaia, probabilmente: il profilo è relativamente ‘standard’, ti offre tutto quel che ti puoi aspettare da un whisky dello Speyside, giovane, in botte bourbon a primo riempimento. Non è un whisky ‘particolare’, dunque, ma… avercene! I barili ci sono, ma bisogna saperli scegliere e avere l’intuizione di imbottigliarli. Veramente piacevolissimo, intenso, l’alcol a dispetto del grado non è eccessivo: un whisky da bere, e tra una parola e l’altra la bottiglia finisce in un attimo. Tra l’altro, ci sentiamo di dire, costa proprio poco (poco meno di 50 euro) e il godimento è davvero tanto: 87/100. Grazie a David per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Buena Vista Social Club – Candela.

Glen Keith 1988 (2018, Càrn Mòr, 42,5%)

Con l’aiuto dei prodi Morrison & MacKay, proprietari del marchio indipendente Càrn Mòr, torniamo a “celebrare il barile” di whisky con un Glen Keith di quasi 30 anni, maturato in un singolo barile ex-bourbon e imbottigliato quasi al pelo, alla gradazione piena di 42,5%. La serie si chiama appunto “Celebration of the Cask”, ma noi vogliamo dirvi le nostre due stupidaggini sulla distilleria: fondata nel 1957, è sempre stata una vacca da traino per i blended di casa Chivas (Chivas, appunto, 100 Pipers…), e ha visto un solo imbottigliamento ufficiale in passato come single malt. Chiusa per una decina d’anni, ha riaperto nel 2013. Embè?, direte voi a ragione: meglio bere (siamo affiancati dal sommo Marco Zucchetti e da Angelo Corbetta).

N: su due piedi lo definiremmo un mostro d’eleganza. Sicuramente tropicale (ananas maturo) e floreale (gardenia, tuberosa), si distingue poi per una super patina minerale di paraffina che tutto avvolge e ci sconvolge. In aggiunta ha tutto un lato verde fresco, di cereali e sentori balsamici (Zucchetti ha l’ardire di suggerire… la Brooklyn alla clorofilla, a testimoniare la zuccherinità). A margine un cenno di pasticceria e pasta di mandorle.

P: vive di stadi molto diversi e tutti esaltanti. Inizia oleoso, pesante e avvolgente. Sembra di sentire una viscosità da ricotta (eh? ma l’abbiamo scritto davvero? boh…); si passa poi alla fase balsamica, agrumata e fresca; infine, quasi non più attesa, inizia l’età dell’oro della frutta tropicale (maracuja), persistente e ricca.

F: lungo, con tanta frutta, tipo una bavarese e a suo modo pulito, erbaceo e maltoso.

Davvero buono, buono e buono. Ultra-complesso, come si richiede a un trentenne, stupisce anche e soprattutto per l’intensità, che con soli 42,5% poteva restare trattenuta: e invece è un muro di sapore, esplosivo a suo modo. La conferma che Glen Keith, superata una certa età, diventa un tripudio fruttato ed erbaceo, minerale ed oleoso. Ma shhh, non ditelo a Chivas… 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Massive Attack – Spying Glass.

The Glover 18yo (2018, Adelphi, 49,2%)

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un altro Glover, che non c’entra niente con questo whisky

Inauguriamo l’anno, dopo giorni e giorni di postumi da Calendario Avventato, con un imbottigliamento speciale, dotato anche di un suo valore politico, se vogliamo. Assaggiamo “The Glover”, un blended malt di 18 anni di Adelphi, imbottigliatore che ci ha abituato a grandi cose in passato… Dedicata al baffuto Thomas Blake Glover, soprannominato “il Samurai Scozzese”, pioniere del multiculturalismo alcolico e degli scambi anglo-giapponesi, questa serie prevede miscele tra whisky di malto scozzesi e asiatici (niente di nuovo, vero?, ma almeno qui hanno la decenza di scriverlo in etichetta). In questo caso, le aspettative sono particolarmente alte perché si tratta di un blend di Longmorn, Glen Garioch e… Hanyu!, storico produttore giapponese ormai chiuso, dalle cui ceneri è nata la magnifica Chichibu – ma questa è un’altra storia. Beviamo affiancati dai prodi Corrado e Angelo.

adelphi-the-glover-18yoN: la gradazione non passa inavvertita, con l’alcol che qui e là tira degli schiaffetti. Molto aperto e aromatico, con un lato morbido, diciamo “dolce”, con brioche, frutta secca (nocciola, anacardi?), anche un senso di panettone; poi tanta mela rossa, uvetta… C’è poi un lato speziato, tra il sandalo e un che di legno vecchio e crema di marroni. Pout pourri. Dopo un po’ con acqua diventa più grasso…

P: molto piacevole, anche qui l’alcol tende un poco a emergere di primo acchito. Saporito, con un corpo non esplosivo. C’è un che di profumoso, di scoordinato (non inteso negativamente), con un che di legno di sandalo. Poi si sente la quota che diremmo di sherry, tra frutta secca, una timida ciliegia, ancora mela, panettone… Un che di granatina, non dolce però (Angelo assicura che esiste e noi ci crediamo). Con acqua, anche il palato diventa più armonico, molto più fruttato, a ingrossare il profilo di cui sopra.

F: non intensissimo ma lungo, soprattutto su uvetta, buccia di mela rossa e frutta secca.

schermata 2019-01-04 alle 11.49.32Siccome il buon baffuto Glover ha contribuito alla fondazione di Mitsubishi, non possiamo non commentare così: Mitsubishi, mi stupisci! Magari, a voler proprio trovare un limite, non te lo tracanni ‘come se niente fosse’: è molto complesso ed è un vero e proprio malto da degustazione. Consigliamo acqua, ne abbiamo aggiunta non poca e questo ha regalato un’evoluzione strepitosa, nei risultati e nel percorso: il nostro suggerimento, se riuscite a mettere le mani su una di queste bottiglie, è di prendervi del tempo, di godervelo piano piano, perché merita di essere trattato con riguardo. Solo così potrà dispiegare tutta la sua magia: 89/100. Grazie al nostro micino pelosino Samuel per il campione!

Sottofondo musicale consigliato: Television – Mars.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 14

Il “Calendario Avventato” al giorno n.14 ci regala Kilchoman Port Matured 2018. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #14

Già dal colore ci parla di sé. È un oro rosa che suggerisce un invecchiamento in qualche botte non convenzionale: la sfumatura rosina ci porta a… Porto? La fragola in confettura c’è, se proprio dovessimo azzardare… E poi, poi, poi, la torba, che è potente, sferzante, ad alto tasso di ppm. In generale un whisky umido, con sensazioni di frutta troppo matura. Melograno lasciato lì, arancia rossa. In bocca ha una presenza importante con torba bruciata e liquirizia. Qua e là schizzi e spruzzi iodati. Tutto molto compresso e di una dolcezza straripante. Tanta arancia, zucchero bruciato, geleé alla fragola. Il finale a sorpresa rimane un po’ corto.

In tutta onestà, ma lo sapete già se ci leggete, noi non amiamo questi profili: torba e Porto (perché ci scommettiamo, è un invecchiamento in Porto) non sempre si sposano bene, e anche quando lo fanno a noi non convincono mai appieno. Detto ciò, non c’è niente di male a fare anche whisky del genere, ampliano l’universo del possibile: e questo è ben fatto, rimane con un suo paradossale equilibrio che, in ogni caso, non ci fa salire sopra agli 83/100. Ma è un problema nostro, you know.

Whisky Revolution “calendario avventato” – Day 13

Il “Calendario Avventato” al giorno n.13 ci regala Kilkerran 8 yo Cask Strength. Tenete conto che l’abbiamo assaggiato blind, alla cieca, e la sua identità ci è stata rivelata solo stamattina, pochi istanti prima di pubblicare questo post. Abbiate pietà di noi.

Whisky #13

Che bel profilo terroso e minerale, la torba leggera pennella un velo che va e viene. Ah, il fascino del vedo non vedo. Lascia presagire una bella sapidità. Il lato fruttato è di frutta bianca fresca e zuccherina (mela, pera, melone bianco). Vaniglia il giusto e un bel chicco d’orzo. In bocca è pazzesco l’impatto salato, davvero sferzante. Pulito, maltoso, con un bel corpo esplosivo e avvolgente. Arriva poi una dolcezza burrosa quasi da ganache bianca, cioccolato bianco, ancora vaniglia. La torba si fa leggera e insiste sul terroso. Zenzero e pepe bianco. Un whisky senza difetti e con tanti pregi: personalità, spigoli da scotch vero.

Assaggiandolo così alla cieca, ci orienteremmo verso quei sentori tipici dei whisky di Campbeltown… Uno di noi si è messo a collezionare Kilkerran, e scommetterebbe i suoi due centesimi proprio sull’amata microdistilleria: l’altro conferma, ed entrambi siamo concordi nel puntare sull’edizione 8 anni Cask Strength, vista l’evidenza dell’alcol (se fosse a grado ridotto, sarebbe un problema). Nel non volerci sbilanciare troppo, rosi dal dubbio della cantonata, ci sentiamo di dare un 88/100.

Ardmore 8 yo (2008, Claxton’s, 55,1%)

Continuiamo a seguire gli imbottigliamenti di Claxton’s, indipendente importato dagli amici di Whiskyitaly che già in passato ci ha regalato grandi gioie. Sotto con questo Ardmore del 2008, dunque, maturato per otto anni in un barile ex-bourbon: prima di aprire il sample, qualcosa (nello specifico: Google) ci dice che si tratta di uno dei tanti Ardmore heavily peated in circolazione di questi tempi. L’importatore, d’altro canto, ci segnala che la botte responsabile dell’invecchiamento di questo malto ha in passato ospitato whisky torbato di Islay.

N: decisamente aperto nonostante la gradazione. Saremo dei criminali eretici e cialtroni, ma al primo impatto ci ricorda nitidamente un mezcal! Innanzitutto, è molto vegetale e spirity, con note di cereale in ammollo, di pudding; davvero erbaceo e vivace, con promesse di una dolcezza zuccherina da distillato bianco. D’altro canto, la torba è molto fumosa e acre, tagliente e pungente, con perfino suggestioni di… qualcosa di cucinato, di organico, non sapremmo: uno di noi si fa fulminare dalla suggestione di rognone trifolato, ma non ci metteremmo mai la mano sul fuoco.

P: che impatto! Inizia molto dolce, con in primo piano note di liquirizia, di miele di castagno; ha anche una dolcezza di distillato, molto zuccherina e ‘astratta’. Per contro, immediatamente dopo sfodera un fumo di torba poderoso, chimico, inorganico, quasi medicinale, davvero estremo. Molto riuscito, ma non per deboli di cuore.

F: perdura all’infinito il fumo, intenso e aggressivo, appena screziato da una dolcezza di chicco di cereale (se avete mai assaggiato un chicco di malto torbato, ecco: quella cosa lì).

Un whisky che vive di passioni intense, e che quasi sempre riesce a rimanere in equilibrio sopra il precipizio; anche se a dirla tutta pecca un po’ di semplicità, e soprattutto al palato pare, a tratti, un po’ troppo dolce. Saremmo curiosi di farci un drink, siccome siamo degli edonisti senza senso. 85/100.

Caol Ila 13 yo (2004/2018, Gordon&MacPhail, 45%)

Siamo pigri quest’oggi, e ci limitiamo al compitino: ecco le nostre non richieste opinioni su un Caol Ila di 13 anni, maturato per i primi dieci in botti ex-bourbon e poi finiti in Hermitage (un pregiato vino della valle del Rodano). Imbottigliato a 45%, è parte della nuova versione della storica serie Connoisseur’s Choice di Gordon & MacPhail, che da qualche mese ha goduto di un restyling: e le bottiglie, diciamolo francamente, sono proprio molto belle. Ma ci accontentiamo forse dell’involucro? Non sia mai!

N: molto piacevole, nonostante la vinosità sia certo evidente… Corrado ci regala una suggestione definitiva: ricorda il sugo dell’arrosto di maiale fatto con vino rosso (con note di carote, di bacon, di braci, di grasso). In effetti l’apporto del legno è evidente, ma non va a sovrastare del tutto il “profumo di whisky”, se vogliamo. Arancia rossa, forse perfino in macerazione. Risotto alla milanese (c’è una zafferanata…)

P: la presenza del vino è immediatamente percepibile soprattutto perché allappa. Detto ciò, è molto dolciastro: accanto alla torba e al suo fumo intenso (di brace, poco acre) si sviluppano note di caramello, di prugna cotta. Una nota di inchiostro e ancora arrosto. Un che di sulfureo…

F: lungo, intenso nella torba bruciata e nella frutta cotta. Sentori sulfurei.

Sapete che quando troviamo torbati con passaggi in barili ex-vino ci si drizzano subito le antenne della diffidenza e partiamo consapevolmente prevenuti. E dunque, non nascondendo i nostri pregiudizi, diciamo che poteva essere una tragedia e invece è ‘solo’ un esperimento un po’ freak, comunque da provare… Come si sarà capito dalla recensione, non è un whisky morbido, docile, fatto di tinte sfumate: è anzi un mostro di sapori intensi, decisi, spinti in ogni direzione, sia verso la dolcezza allappante del legno sia verso le braci e la torba. Insomma, se non possiamo dirci pienamente sedotti, certo apprezziamo l’estro e la volontà di non fare prigionieri, e spariamo un convinto 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: David Bowie – Yassassin.

Port Charlotte 2011 ‘Islay Barley’ (2018, OB, 50%)

là dove si distilla quel che stiamo bevendo

Come senz’altro sapete, la “distilleria progressiva delle Ebridi” – aka Bruichladdich – produce una versione torbata, messa in circolazione al nome di Port Charlotte. Negli ultimi anni, seguendo l’impulso dato dal precedente proprietario Mark Reynier, a Bruichladdich hanno deciso di puntare forte sul terroir, sull’approvvigionamento locale dell’orzo, sulla maturazione in loco – e sulla trasparenza totale nel rivelare quel che si trova nel bicchiere. Per questa ragione, consultando il sito di Bruichladdich si trova ogni informazione possibile su questo Port Charlotte ‘Islay Barley’: distillato nel 2011 con varietà di orzo Oxbridge e Publican coltivati presso le fattorie Dunlossit, Kilchiaran e Sunderland, ovviamente ad Islay, è invecchiato sull’isola in una miscela di botti composta per il 75% da ex-bourbon first-fill e per il restante 25% da barili ex-vino (Syrah e Figero) a secondo riempimento. Grazie ragazzi, ma anche meno, no? Diremmo “imbottigliato nel 2018 a 50%”, ma visto l’aspetto delle nuove bottiglie di PC forse sarebbe meglio scrivere “messo in bussolotti di vetro”.

N: subito l’aria di mare che sferza il borgo di Port Charlotte esce dal bicchiere: alghe riarse e pesce essiccato. Piuttosto nudo, con una torbina fumosa e catramosa neanche così hardcore come ci si aspetterebbe dai 40ppm dichiarati. Sarà la seduzione dell’inverno che galoppa vicino, ma ci vengono in mente nitidi sandalo e verbena. Poca cremosità, anzi un mero sentore di vaniglia. Cedro, e limonata zuccherata.

P: qui una dolcezza zuccherina diventa più facilmente riconoscibile, appoggiata su un tappetone torbato molto intenso (proprio fumo, cenere, ancora catrame). Aria di mare ancora, e alghe: la componente costiera è decisamente caratterizzante. Tè nero. Emerge un po’ di vinosità, che al naso non avremmo riconosciuto. Buono.

F: ancora alghe, con una prima dolcezza mielosa e appiccicosa. Lungo, marino.

Forse confusi da tutte le informazioni che vengono fornite dagli amici di Bruichladdich, abbiamo affrontato questo Port Charlotte aspettandoci una complessità quasi insostenibile per le nostre umili facoltà, e in realtà la sensazione è di una relativa semplicità: intendiamoci, questo whisky è buono e piacevole, sferzante e soddisfacente, con una torba marina e catramosa in evoluzione. Gli manca forse un tocco di magia… Svolto il compitino, ma svolto alla grandissima: 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Porcupine Tree – Anesthetize.