Glen Garioch 21 yo (1965/1986, OB, 43%)

Quando abbiamo incrociato sui social la presentazione del progetto “Cheaper By The Dram” ci siamo subito tuffati a pesce, e abbiamo immediatamente mandato una mail. Di che si tratta? È presto detto: in un momento storico in cui lo scotch whisky sta letteralmente esplodendo, molte bottiglie eccellenti sono diventate pressoché inavvicinabili al grande pubblico di appassionati – il che è un paradosso, come sappiamo, perché certi whisky, fatti per essere bevuti, si sono trasformati in reliquie da osservare, conservare e rivendere, e proprio chi ha contribuito a creare il mito dello scotch (i bevitori) si sono ritrovati lontanissimi dall’oggetto della loro passione. CBTD parte proprio da questo assunto: it’s cheaper by the dram!, un whisky costa meno se si compra solo un sample. E dunque, due volte al mese CBTD mette a disposizione sul suo sito due nuovi sample di bottiglie importanti (andate a dare un’occhiata), in vendita a prezzi più che onesti, offrendo l’occasione unica di assaggiare bottiglie di fascia alta, o semplicemente malti rari. We believe that whisky is for drinking and our intention is to bring whisky back to the drinkers: come si fa a non amarli? Il sample che abbiamo ricevuto è di un malto leggendario: un Glen Garioch distillato nel 1965 e imbottigliato nel 1986, 21 anni per una bottiglia il cui valore è attorno ai 1500€. Mica male, eh?

N: annusato alla cieca, dato che di Glen Garioch di questi anni non ne abbiamo bevuti mai, diremmo ingenuamente (…) di trovarci davanti a un vecchio Clynelish, o a un Brora. Esibisce una torba gentilmente terrosa ed educata e al contempo affilata e avvolgente che fa gridare al miracolo… C’è tutta quella dimensione mineral-cerealosa di carta vecchia, di mobili di legno impolverati da anni, in parte di cera, e anche di amido da stireria, che davvero ci fa impazzire. Una punta di propoli. Dolcetti all’acqua di rose, o marmellata di rose: c’è infatti un che di floreale e zuccherino al contempo. Gelée al lampone, lamponi freschi? Tra le note più ‘normali’, ecco anche una fetta di mela gialla appena tagliata e delle note di cereali, di brioche integrale al miele. Incantevole, seducente come pochi.

P: sbabàm! Eccezionale. La parte più compiutamente ‘dolce’ tende a normalizzarsi, se di normalizzazione si può per cotanto whisky: miele, poi proprio il chicco d’orzo, quella dolcezza del cereale, zucchero di canna, un innocente sentore di amido zuccherino. Uva spina? Ancora brioche integrale al miele. Tutto è però bilanciato da una lieve nota amara, che tende verso la propoli. Ma una cosa, anzi, un mondo non vi abbiamo ancora detto: ed è quello della torba, dell’austerità, della mineralità. Qui compiutamente ceroso, con un fumo acre, come di sigaro distante, una scorza di limone sporca di cenere.

F: perfetto, lungo, sporco e pulito al contempo, con cenere, una torba setosa ed elegantissima, ancora amido a nastro. Ancora cereale torbato.

per dimostrarvi che è vero (cit.)

Dobbiamo essere davvero grati a Cheaper By The Dram per averci dato la possibilità di assaggiare un whisky del genere. Incantevole, un perfetto vecchierello, venato di note minerali e austere che complicano il profilo di una dolcezza “d’altri tempi”, restituendo l’immagine di un whisky incredibilmente complesso, screziato, pieno di sfumature e al contempo vellutato e piacevole. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Bizarre Love Triangle.

Big Peat ‘Christmas Edition’ (2019, Douglas Laing, 53,7%)

Douglas Laing, “Villico con barile, d’inverno”, torba su tela, 2019

Come ogni Natale che si rispetti, almeno dal 2011 in poi, Douglas Laing mette sul mercato un’edizione speciale di Big Peat, il blended malt torbato di casa che dice di contenere malto di Ardbeg, Caol Ila, Bowmore e… perfino un poco di Port Ellen – ma quanto poco, non sappiamo e non chiediamo. Noi colpevolmente non abbiamo mai recensito nulla di questa serie, né il Big Peat ‘normale’ né le edizioni speciali che di tanto in tanto compaiono sugli scaffali delle enoteche – rimediamo parzialmente assaggiando proprio la Christmas Edition 2019, che è imbottigliata a gradazione piena.

N: un Islayer fatto e finito, non privo di qualche nota peculiare. Abbiamo note di limone, ma non del frutto: quasi di foglie di limone, al massimo l’albedo. Ci sono note di lievito, di pasta di pane; c’è anche della pera acerba, molto giovane. Dobbiamo annotare una sensazione curiosa, sulle prime dominante, di würstel alla senape. La torba è presente ma non troppo aggressiva, un po’ ‘verde’, marina e bruciata: falò sulla spiaggia.

P: molto coerente, replica il naso ma con una dolcezza molto più proncunciata. Sparisce quella nota curiosa di würstel e senape, in qualche modo si normalizza: dolce, mela verde, lime… Molto amichevole, un perfetto whisky di Islay ruffiano. Fruit Joy al limone, nota molto evidente. Aloe. Il tutto su un tappetino di fumo, con una torba gentile che esce pian piano, senza prendere la scena.

F: ancora gelée al limone, vaniglia e una punta di fumo (falò spento) e ancora un tocco di aloe.

Non complesso, con qualche guizzo, ma molto piacevole e gustoso. Il naso lascia presagire un profilo forse più complesso di quel che è, ma non si può negare che è veramente amichevole e simpatico, molto beverino: uno di quei whisky che puoi bere all’infinito, senza pensarci, e finire, senza rendertene conto. Ottimo per agevolare la peristalsi dopo il cenone, rivelerà proprietà eupeptiche inattese. 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Barry McGuire – Eve of destruction.

Benrinnes 10 yo (2008/2018, Claxton’s, 51,7%)

Claxton’s è un imbottigliatore indipendente che negli anni abbiamo imparato a conoscere grazie alle sue selezioni coraggiosamente importate in Italia dagli amici di Whiskyitaly – ne abbiamo a casa diversi sample, e ci dobbiamo scusare (con Diego ma non solo, con tutti quelli che ci omaggiano cose che non facciamo in tempo a bere per tempo) per il ritardo con cui pubblichiamo le nostre note… Ma d’altro canto, abbiate pazienza: prima o poi beviamo tutto. Garantito! Oggi assaggiamo un Benrinnes maturato in una botte ex-Bourbon, anche se un terzo di quella botte è stata spostata in una ex-sherry per un finish, e poi ritravasato nella botte bourbon. Una storia avventurosa e all’apparenza insensata, quest’oggi in onda sui nostri schermi.

N: chiudendo gli occhi pare di stare in Scozia, precisamente in una distilleria. Ci sono note di still room, di distillato giovane rampante, con tanto tanto cereale bagnato, caldo. Oliva verde. Giovane, a tratti comunica acidità, ma rimane comunque pulito, diretto, in definitiva gradevole. Arrivano anche note di mele rosse e scorza d’arancia.

P: ricomincia da dove l’avevamo lasciato. Esplodono le note agrumate affianco a vagonate di cereale nudo, sapido; è semplice ma saporito e con grande equilibrio. Al palato si esplicita una dolcezza che dal naso non avremmo dato per scontata, con mela zuccherina e zucchero a velo a far da collante.

F: di media durata e ancora molto centrato, tra sentori di miele, di biscotti ai cereali e di arancia. Siamo matti ma sentiamo perfino una lieve torbatura, un senso di cereale essiccato ricco di mineralità.

Un whisky che sa di whisky, guidato dal distillato nonostante i bizzarri cambi di botte: a noi questo stile piace, e ci sentiamo serenamente di dire che si tratta di un Benrinnes da bere ad ampie sorsate, senza menate, pensando solo per un istante a quanto siano bravi gli scozzesi a fare questa cosa qui che si chiama whisky. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Fvneral Fvkk – Alone With The Cross.

Bruichladdich 22 yo Black Art 03.1 (1989/2012, OB, 48,7%)

Non è la prima volta che riveliamo al mondo il nostro oscuro segreto: abbiamo un passato da metallari, gente pelosa, vestita di pelle, maleodorante, con una perniciosa passione per le birre calde e l’estetica para-satanista. Musicalmente continuiamo a praticare ed apprezzare, anche se la passione resta paludata e poco esibita: detto ciò, non abbiamo perso un certo gusto per quell’estetica lì… E quindi facilmente potrete capire che la serie Black Art di Bruichladdich ci sconfinferi quanto un assolo di Chuck Schuldiner, quanto un vocalizzo di Attila Csihar o un aereo guidato da Bruce Dickinson. Nero come il male, speriamo che il profumo non sia sulfureo come si conviene a un whisky demoniaco… Oggi assaggiamo la versione 03.1: si tratta di un 22 anni distillato nel 1989 e maturato in barili ex-bourbon ed ex-vino (quale, non si sa).

N: molto intenso e aromatico, l’apporto dei barili ex-vino regala suggestioni inusuali ma molto piacevoli. Pasta di mandorla, frutta di Martorana; pasticceria turca, baklava, con miele e quelle gelée di melograno incredibili. In generale c’è tanta frutta secca molto mielosa e carica. Dopo un po’, esce un po’ il legno, con del vino rosso fruttato e della vaniglia in crescita.

P: molto coerente, parte con note di Big Fruit alla mora, in generale diremmo di caramelle alla frutta, con un succo concentrato iper zuccherino e un po’ ‘artificiale’. Ancora dolci turchi al melograno. Pesche cotte col vino. Caramello. Anche qui, dopo un pochino sale il legno, con qualche punta speziata (forse chiodi di garofano?).

F: ancora spezie e succo di melograno. Molto zuccherino e vinoso. Tende all’astringente.

Probabilmente sarà divisivo, come l’eterna lotta tra i fan degli Iron Maiden e dei Metallica, come la polemica inesausta tra Burzum e il fu Euronymous, come la svolta progressive degli Opeth. E in effetti un po’ ha diviso anche noi: è senz’altro qualcosa di ‘diverso’, non è un malto spirit driven, Bruichladdich quasi scompare – e però il risultato non è affatto male. Da provare. Certo, non costasse 240€ uno lo proverebbe più agilmente… 85/100. Grazie a Samuel e a Dario per i sample: sì, siamo fortunati, ne abbiamo ricevuti due da due cari amici.

Sottofondo musicale consigliato: Slayer – Black Magic.

Botti da Orbi – Guida intergalattica al whisky da regalare

Dicembre, andiamo. È tempo di regalare.
Ora in terra di Scozia i miei distillatori
lascian gli alambicchi e van verso il Natale:
scendono nelle enoteche stanche
che ricche sono come caveau di banche.

In pieno spirito dannunziano ci avviciniamo a quell’impresa ansiogena che è la scelta dei regali, un golgota di decisioni travagliate e pomeriggi di shopping compulsivo che rovina la salute oltre che l’umore.
I consigli su pigiami di flanella, pandori+spumante a 7,90 euro e mutande di pizzo viola li troverete su CianfrusagliaFacile, se esiste. Noi qui prendiamo a cuore le paturnie dei whiskofili che commissionano a Babbo Natale bottiglie per amici e parenti. Il che – lungi dall’essere facile come il cicchetto di Fred Buscaglione – nasconde parecchie insidie.
Ecco dunque in extremis la guida al whisky perfetto da regalare in 10 comode dispense.

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Tracce di liquido seminale sul Glencairn?

1. La raccolta di informazioni, o “Fase CSI”
Sapete che il destinatario del vostro regalo apprezza il whisky. Ora, se non volete fare proprio gli imbruttiti e chiedere “oh, che whisky ti piace?”, tramutando la magia del natale in una mesta dazione di bottiglie commissionate poetica come un rutto, dovrete cercare degli indizi. Prima di tutto: torbato o no? La risposta è semplice: se ogni tanto parlando con lui/lei avete avuto la sensazione che il suo alito inquinasse più di un diesel Euro3, allora è sì. Poi, ci sono dei piccoli trucchi per scoprire qualcosa in più. Grado pieno o diluito? Potete provare a versare a tradimento dell’acqua ragia nel suo gin tonic. Se comincerà a tossire sputando e inveendo contro divinità sparse, probabilmente non ama i cask strength. Se non muoverà un sopracciglio e commenterà “mmm, che botaniche complesse, si avverte nitida la cassia!”, allora o è menomato (nel cervello e nel gusto), oppure adora le gradazioni alte. Secco o dolce? Beh, tendenzialmente si capisce dalle abitudini alimentari: mai visto nessuno che si stordisse di merendine e gelati e limoncelli e poi pretendesse whisky austeri. Ex-bourbon o ex-sherry? Qui è complicato. Bisognerebbe corrompere il lavasecco e farsi dare le sue camicie: il whiskofilo tende a sbrodolarsi ogni tanto, e gli sherried macchiano di più…
Fuor di scherzo, occorre un minimo conoscere i gusti di whisky del vostro Regalato esattamente come per ogni altro regalo. Magari non come l’abbigliamento, ma qualche info va raccolta, quindi fate ballare l’occhio quando andate a casa sua o quando uscite insieme, così da capire cosa beve.

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Richard Paterson prima della carriera in Dalmore

2. L’identikit del Regalato: collezionista, sperimentatore seriale o bevitore standard?
I profili degli appassionati non sono tutti uguali. Dovete sapere cosa quella persona farà della vostra bottiglia (stiamo parlando di utilizzi ortodossi e legali, non fatevi strane idee). Il regalo al collezionista è a coefficiente di difficoltà 10+, perché tendenzialmente questi personaggi hanno tutto, a volte anche bottiglie che le distillerie non sanno di aver prodotto. Qui, o chiedete esplicitamente, o siete collezionisti anche voi e sapete tutti i suoi averi a memoria come la formazione del Milan contro la Steaua Bucarest, oppure è impossibile. Difficilino anche il profilo del Regalato che è sempre in cerca di qualcosa che non ha ancora assaggiato. Costui è enciclopedico, cataloga le cose che ha sorseggiato con maniacalità inquietante e sublima l’ansia di controllo cercando di categorizzare il mondo. Se beccate una bottiglia che non ha mai assaggiato, vi si affezionerà colmo di riconoscimento come un Labrador, ma tenete in considerazione l’ipotesi che abbia assaggiato anche il single cask dell’ultima distilleria clandestina del Bhutan e che probabilmente il whisky che avete scelto già lo ha bevuto e scansionato ai raggi X. Se invece parliamo del bevitore standard, di fatto trattasi di persona semi-normale, che le bottiglie le apre e le beve e che qualsiasi cosa arrivi a casa è benvenuta, porti aperti senza discriminazioni di provenienza, età e religione. Regalare qualcosa a loro è quasi un piacere.

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Non fermarti alla zona Chinotto, oltre la corsia bibite c’è un mondo

3. Le basi: il whisky “zero sbatti”
Bisogna sempre valutare quanto vogliamo dannarci l’anima e quanta orchite siamo disposti a sopportare. Il grado zero è il whisky facile da beccare e conosciuto. E’ l’equivalente della mancetta della nonna, la bottiglia sicura e anti-stress. L’esempio da manuale è il Lagavulin 16: un classicone che si trova in ogni Esselunga. Vai con la moglie a comprare uova, prosciutto e crackers di soia e ti cade nel carrello. Può andar bene anche il Talisker 10, o il Laphroaig 10 per i torbati mentali. Massima economia di sforzo e tempo. Non ci spendi un secondo di pensiero e sai che andrà bene. Certo, se il Regalato ne sa qualcosa, magari apprezzerà, ma sgamerà che vi siete impegnati così così.

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Ebenezer Scrooge si concede un dram

4. Il whisky “per favore dà piccola moneta per te no è niente per me è la vita”
Prima che qualcuno si offenda, ci siamo passati tutti e ancora ogni tanto lo facciamo. La situazione “devo fare un pensiero a Tizio ma non voglio spendere tanto perché mi regala sempre miserie orrende” legittima il ricorso a bottiglie che ben incarnano il lumpenproletariat del whisky. Se il budget è ristretto, dunque, si possono scegliere cosine con una loro dignità etico-estetica. Innanzitutto i whiskey americani: se ne trovano di potabili a 20 eurini, tipo Buffalo Trace bourbon o Jim Beam rye. Poi i blended. Qui serve essere un po’ scafati, però. Ce ne sono alcuni che dovrebbero essere considerati fuorilegge, quelli nell’ultimo ripiano del supermercato con nomi finto scozzesi che sono un insulto all’intelligenza e prezzi che sono un insulto al buonsenso (3,90 euro neanche per certe bibite si spendono). Poi ci sono i marchi più famosi. Senza addentrarsi nelle specifiche, il consiglio è puntare su quelle bottiglie che hanno uno status un filo più alto: Chivas Regal 12, per esempio, se non vi fa paura poter sembrare dei relitti degli anni ’80. O anche Jameson, che nella sua semplicità ha estimatori negli irlando-fissati. Magari Dewar’s, meno conosciuto e meno legato a pregiudizi. Se proprio proprio, un Johnnie Walker Red Label, che non gli si può dire niente: se ne vende una cassa al secondo… Magari evitare Vat69, Ballantine’s o J&B, che hanno una nomea troppo, troppo cheap.

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Chi più spende meno spende

5. Il whisky “poca spesa tanta resa”
Se la vostra Finanziaria di Natale vi consente di alzare un po’ il budget, cominciano ad aprirsi le magnifiche et infinite vie della fantasia. Senza che sia necessario vendere i reni sul dark web, ci sono una serie di bottiglie che uniscono un buon rapporto qualità-prezzo e un’aura un po’ hipster. Un esempio è Benromach, con il suo stile sporchino pochissimo mainstream che ti ammalia e conquista. Un’altra sicurezza sono gli imbottigliamenti più giovani di Wilson & Morgan (i più vecchiotti ormai valgono la rata di un mutuo). I Beathan – Glenturret torbati – o gli Haddock – Loch Lomond in incognito – sono interessanti sia perché sfoggiano un gusto iper-deciso, sia perché incuriosiscono tutti. E d’altronde il whiskofilo discende più di tutti dagli scimpanzè, curioso come una scimmia oltre ogni proverbio. Ci sono anche alcuni cask strength di distillerie nobili con cui potete fare un figurone a prezzi accessibili: il Nadurra Glenlivet o l’Aberlour A’Bunadh, per esempio. Oppure il nuovo core range di Arran o ancora i Glencadam giovani, poco rinomati ma di grande pulizia. Insomma, se volete stare intorno ai 50 euro si trova di tutto. In questo caso, magari andrebbe fatto un saltino in enoteca, giusto per interrogare con il water-boarding il vostro rivenditore di fiducia, facendogli confessare sotto tortura quali sono i veri affari. P.S. non sottovalutate i vatted malt, ce ne sono di spettacolari, ma la paranoia del single malt li penalizza ingiustamente. Uno su tutti: Old Perth 13, mix di Highland Park e Macallan. Sperate che Babbo Natale non lo scopra, altrimenti lo scola lui.

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Un’immagine tratta da un rito massonico dei whiskofili

6. Il whisky feticcio
Nel mare magnum dello Scotch, ci sono delle distillerie che raccolgono comunità di adepti in fissa paragonabili a certe sette che richiedono sacrifici umani. Sono tendenzialmente case conosciute ma non estensive, di preferenza connesse a una forte identità o regionale o artigianale. Quelli che seguono questo credo, in fondo, si stimano l’un l’altro e tendono ad apprezzare le distillerie della stessa famiglia, quindi non è necessario beccare esattamente l’idolo in questione. Facciamo un esempio: Kilchoman ormai se fondasse un chiesa avrebbe più fedeli di parecchie confessioni più illustri e antiche. Piace l’idea che sia minuscola, autarchica, artigianale; piace la bottiglia, il fatto che sia isolata, il Davide contro i Golia. Parallelamente, tanti cultori apprezzano anche Kilkerran: altrettanto sperimentale, piccola, isolana a livelli di salmastro indicibili e fuori dal circuito delle multinazionali. Stessa cosa per Glenfarclas, una delle poche distillerie di famiglia dove ancora si scalda l’alambicco a fuoco diretto. I politeisti del whisky handcrafted sono fatti così: beccate un malto con dietro una storia di coraggiosa impresa e loro vi seguiranno in capo al dram.

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Il whisky del vicino è sempre più buono

7. Il whisky fusion, ovvero multiculturalismo vs presepe
Così come c’è sempre quello che si fa regalare pashmine, set per il sushi e statuine di giraffe in ebano perché avverte il peso insostenibile del Natale consumistico occidentale, ci sono anche quelli che bramano di trovare whisky intercontinentali sotto l’albero. Considerando che ormai – con gli occhi a dollaro come Zio Paperone – praticamente chiunque si è messo a distillare fiutando il business, non è difficile pescare proposte esotiche. Ma qui la fregatio non petita, fregatio manifesta è dietro l’angolo. Per esempio, informatevi bene sui rinomati giapponesi, perché non tutto quel che finisce in -uchi, -awa, ecc e sfoggia delicati ideogrammi su etichette in carta di riso è davvero whisky del Sol Levante. Tante bottiglie sono blended di whisky di cereale canadese e malto scozzese. Se volete un giappo fatto e finito, non avventuratevi oltre le Colonne d’Ercole dei marchi più noti. Non è originalissimo, ma per estetica, qualità e prezzo il Nikka from the Barrel è difficilmente battibile. In Asia, andando oltre l’ormai conosciuto Kavalan, meritano una chance gli Omar della Nantou distillery di Taiwan. Se Shiva non si offende, lasceremmo un gradino sotto gli indiani Amrut e Paul John. Poi, se siete ancora più estremi, ci sono l’Oamaruvian dalla Nuova Zelanda, l’Hellyers road dalla Tasmania, il Teerenpeli dalla Finlandia… Ma qui è un altro sport, state regalando un’idea più di un whisky. Ci sta, ma sappiate che se regalate il Floki perderete un amico.

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Quando la ricerca di novità raggiunge l’abominio: Fishky!

8. La whiskycca, ovvero il whisky chicca
Una delle gioie maggiori del Natale è precipitarsi a dire, mentre il Regalato si ingarbuglia fra nastri e carta, “scommettochequestononl’haimaiassaggiatovero?”. E’ di fatto l’Ultima Thule, terra mitica a cui tende chiunque abbia a cuore il suo ruolo di Regalatore. Se siete fra questi, la vostra caccia deve partire per tempo. Utile sarebbe andare a un Whisky Festival o a qualche manifestazione (a Milano è facile, in Provincia meno) e dare un’occhiata. Ci saranno le ultime novità (le Special Release Diageo mica per caso escono in autunno, eh. A proposito, il Talisker 15 e il Lagavulin 12 su tutti) e i guizzi eccentrici di cui non avete mai sentito parlare. Serve un po’ di gusto per la notizia: tutti parlano del whisky bretone? Un giretto sul sito di Armorik, un’oretta a una degustazione ed ecco spuntare il Dervenn e il Triagoz, quercia e torba bretone. Oppure il Mackmyra Vinterglöd affinato in botti di vin brulé.
Questo per chi cerca l’estrema sperimentazione, l’avanguardia pura, la “Merda d’artista” si potrebbe dire nel caso di certe distillerie site fra la Svizzera e la Germania di cui non si faranno i nomi. Ma si possono trovare delle chicche anche in Scozia e senza per forza cercare whisky invecchiati in barili di aringhe sottosale (esiste, è il Fishky di stupidcask.de). Il consiglio è stare sugli imbottigliatori indipendenti, che fanno metà del lavoro per voi, ovvero cercano roba buona sconosciuta. Qui avete due scelte: o distillerie extra-note ma con invecchiamenti inconsueti (di Caol Ila ottimi ce n’è a vagonate), o distillerie inconsuete. Cadenhead’s ne offre parecchie, da Balmenach a Glen Scotia, da Glenburgie a Benrinnes; un’altra etichetta (di norma più costosa perché sceglie whisky assai maturi) è Càrn Mòr, coi suoi Imperial, Bunnahabhain e Clynelish. Altrimenti potete andare sugli sherried estremi di Valinch & Mallet, che in quanto a carattere e unicità non scherzano. Il whisky che sa di pop corn il Regalato non lo avrà mai nemmeno immaginato.

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Arte o visione distorta al sesto dram?

9. Il whisky maravilla
Qualcuno ancora non bada a spese e ci tiene a stupire. Sono i regalatori-Vamp, che quando arriva Natale ti squadernano davanti “pensierini” che costano come il welfare di un medio Stato dell’Africa australe. Se siete fra questi benemeriti, prima di tutto conosciamoci meglio e diventiamo amici, che sai mai che il Natale prossimo vi ricordiate del vostro nuovo conoscente… In seconda battuta, ragioniamo su come volete stupire il vostro regalato. Un’idea è quella di puntare su edizioni speciali ad alto tasso di spettacolarità. D’accordo, spesso è pura questione di marketing, come il portiere che si tuffa per i fotografi anche se la palla rotola in porta alla moviola. Però l’unicità è esclusiva, l’unicità è un articolo che lascia a bocca aperta. Un esempio buono è il Macallan Limited edition n.5, uscito da poco e bel mix fra marchio rinomato ed esclusività. Oppure la nuova release di Johnnie Walker Blue Label Rare sides of Scotland, dove la bottiglia è così bella che potreste scolarvela e poi regalarla anche vuota e fareste comunque bella figura. Se proprio i soldi vi puzzano, ci sono anche imbottigliamenti dove le paillettes non mancano: il Glenfiddich 23 Grand cru con finish in botti di cuvee di Champagne, un Highland Park a età definita (per esempio il Light o il Dark), un Glenmorangie 25 dove – stando alla quantità di oro sfoggiata – la confezione sembra trafugata da una gioielleria o da un video di rapper. Se invece il Regalato è sì un esteta, ma rifugge il lusso chiassoso, esistono comunque bottiglie eleganti che faranno bella mostra di sé in libreria, fra un De Chirico e una scultura di Pomodoro. Puni per esempio ha un design notevole, sono i Philip Stark del whisky. Le bottiglie pop di That Whisky Boutique-y funzionano per gli amanti dei fumetti, anche se i prezzi sono da GASP! e GULP! Quelle di Chorlton, con le etichette tratte da un manoscritto tedesco rinascimentale, sono le più belle in circolazione. E diciamocelo: se il regalo è anche bello da vedere non si fa peccato.

Lagavulin 10 yo (2019, OB, 43%)

Quest’estate Lagavulin ha lanciato un nuovo imbottigliamento esclusivo per il travel retail (cioè, te lo compri solo in aereoporto): si tratta di un 10 anni, testimone dell’amore di Lagavulin per gli invecchiamenti pari. C’è un 8, c’è il 12, c’è il 16… A questo punto nella sequenza manca un 14 anni, ce lo aspettiamo entro un paio d’anni – figurati Diageo, è stato un piacere darti questo suggerimento. Ci avviciniamo a questo Lagavulin con biforcute e contrastanti aspettative: da una parte, come fai ad essere deluso da un Laga?, dall’altra, come fai ad aspettarti qualcosa di buono dal travel retail? Sia come sia, questo è frutto del matrimonio tra barili ex-bourbon a primo e secondo riempimento e botti “newly charred and rejuvenated” – cioè legni attivi. Vediamo.

N: uh, com’è timido. Ci aggredisce immediatamente una sorprendente nota di marmellata di limone, molto profumata. Ci sono poi barrette di cereali (quelle che ti rimanevano appiccicate ai denti a scuola), forse con un po’ di cioccolato. Note di clorofilla, anzi: di cicche alla clorofilla, cioè una clorofilla zuccherata e un po’ mentolata, per essere meno evocativi. Dopo un po’, la torba che all’inizio appariva in disparte si fa strada tra i sentori, e arriva, Lagavulinosa, grassa e piacevolmente fumosa, con qualche sentore bello marino e iodato.

P: non ce n’è, Lagavulin non lo abbatti manco se ti sforzi. Qui l’ingresso è un po’ acquoso, la diluizione è massiccia e azzopperebbe ogni whisky… ma non Lagavulin. Dopo il primo sconcerto, esplode sia la parte dolce (forse un po’ eccessiva) tutta su miele e ancora barrette ai cereali; sia quella mentolata e balsamica, con Vicks Vaporub; sia quella torbata, fumosa, acre e cerealosa. Una sola punta di sapidità, senza mai essere troppo marino.

F: perdura il cereale affumicato, molto a lungo. Mele cotte, frutta secca.

Parliamo chiaramente: non è il migliore dei Lagavulin possibili, patisce un po’ di ruffianeria e di eccessiva facilità, soprattutto al palato, ma è un ottimo entry level – certo, costa più o meno quanto il 16 anni (poco più di 50€), ma pur sempre la metà del 12, no? Davvero, la considerazione è sempre la stessa, fatta mille altre volte: ci sono distillati che resistono a ogni avversità, e quello di Lagavulin, si sa, è parte del gruppo. 86/100. Insomma, la prossima volta che tornate da un viaggio e vi siete dimenticati di prendere un souvenir per quel vostro amico che colleziona magneti da frigo, ecco, prendetevi un Laga 10 e beveteci su. Grazie davvero a Egidio per il sample.

Sottofondo musicale consigliato: Pearl Jam – Angel.

Old Pulteney 12 yo ‘The Maritime Malt’ (2019, OB, 40%)

Vai a visitare l’amena Old Pulteney e la prima cosa cui pensi è “che festa!”

Old Pulteney, la seconda distilleria più a Nord delle Highlands scozzesi (ehm) dopo Wolfburn, ha da qualche tempo rifatto completamente il packaging del suo core range – come si fa di consueto in questi casi, ha tolto qualcosa, introdotto qualcos’altro, e insomma, niente di nuovo sotto la pioggia scozzese. Oggi assaggiamo Old Pulteney 12 anni, versione base della rinnovata gamma del ‘Maritime Malt’ – ah, rifatto il packaging, certo, ma la bottiglia ha sempre quella forma lì, con il collo che ricorda certi oggetti atti a dare piacere, diciamo. Vabbè.

N: abbiamo a che fare con un malto educato e abbastanza timido, sulle prime. Esibisce note ordinarie di vaniglia, limonata, orzo, pera e banana. Purea di banana? Crema alle pere? C’è poi una freschezza mentolata, portata ai nostri nasi da una piacevole brezza marina. Nail polish e mandorle, con qualche sfumatura erbacea (c’è chi pensa addirittura al prezzemolo).

P: l’ingresso è un po’ deboluccio e piatto, a voler essere franchi, e qui sembra un po’ troppo nudo – c’è tantissimo cereale, si sente tanto il distillato, ma senza una grande armonia. Molta pera, orzo, frutta candita – la parte cerealosa spinge un po’ sul pedale dell’erbaceo. C’è dell’agrume, in realtà non si tratta tanto di limone quanto piuttosto di pompelmo.

F: abbastanza corto, ancora piuttosto limonoso e con un cereale elegante. Una qualche sapidità vien fuori, qui. Mandorla.

Esile e semplice, con una sua pur timida personalità. Piacevole ma nulla di travolgente, e onestamente speravamo in note marine molto più spiccate – ma d’altro canto se l’hanno chiamato Maritime Malt hanno sicuramente le loro ragioni che noi non cogliamo, peggio per noi. 81/100. Poi questa cosa di voler imbottigliare a 40%…

Sottofondo musicale consigliato: Robert Wyatt – Sea song.

Tobermory 12 yo (2019, OB, 46,3%)

Tobermory ha appena ripreso a produrre, a luglio, dopo qualche mese di pausa di riflessione – ha celebrato il lieto evento ricostruendo il suo core range, che vede questo 12 anni sostituire lo storico (e discusso) 10 anni. Branca, storica azienda col suo cuore pulsante a Milano, ha acquisito da poco la distribuzione di alcuni marchi del gruppo Distell (dopo Bunnahabhain, già circolante da circa un anno), e ha omaggiato il nostro Marco Zucchetti di una bottiglia del 12 anni: oggi lo assaggiamo tutti insieme.

N: molto elegante e delicata, mostra subito una prima patina floreale e lievemente minerale davvero piacevole… Tanto agrume, con arancia in evidenza (e dopo un po’… Orangina!). Però non pensiate a una delicatezza che porta all’anonimato, anzi, pare profondo e vivido: ci sono note più zuccherine e fruttate molto piacevoli e profonde, di brioche all’albicocca, pastafrolla, pesche al forno, talvolta con sentori quasi – quasi – tropicali (vago mango). Cioccolato bianco. Zucchetti rileva anche una leggera nota sporchina e lievemente salina, ma si sa, lui ha un naso da record.

P: buon corpo oleoso, bell’ingresso, con una sensazione di gusto molto pieno. C’è un velo lievissimo e passeggero di mineralità sassosa che porta a una certa complessità e profondità. La componente fruttata qui è devastante, sempre di colore giallo: pesche e albicocche (anche secche), ancora mango maturo e godurioso, forse perfino ananas. Ancora pastafrolla, con una dolcezza burrosa.

F: lungo e pieno, aranciato e fruttato… Qualche sentore minerale, anche qui appena accennato, e con una lieve lieve punta sporchina, come di rame.

Molto piacevole, molto educato e rotondo, rispetto all’immagine che spesso si ha di Tobermory – e a ragione. In questo caso siamo di fronte a un malto di introduzione davvero seducente, certo non è un mostro marino di complessità ma d’altro canto noi siamo usciti in mare per una piccola traversata, non per andare a caccia di kraken – e dunque restiamo decisamente soddisfatti. 86/100, per essere un entry level è una ottima sorpresa.

Sottofondo musicale consigliato: Echo & The Bunnymen – The Killing Moon.

Highland Park 18 yo ‘Viking Pride’ (2019, OB, 46%)

Sono quasi dieci anni che non recensiamo un Highland Park 18, e questo proprio non va bene, decisamente. Un grande classico, da tutti (da noi per primi) celebrato per terra e per mare, così tipico dello stile più elegante della distilleria di Kirkwall, vittima di qualche lamentela da parte di tutti (noi per primi) per l’impennata del suo prezzo negli ultimi anni. Ancora ricordiamo di quando riuscivamo a portarcene a casa una bottiglia a meno di 70€, ora ci vuole più o meno il doppio – dev’essere perché ora si chiama ‘Viking Pride‘. Miscela di barili ex-bourbon ed ex-sherry, deve la sua peculiare torbatura leggera ad un mix particolare di orzo: quello maltato nel proprio malting floor, heavily peated, e quello acquistato all’esterno, non torbato.

N: molto buono, accogliente come lo ricordavamo. Riesce nel miracolo di esser fresco e ‘appiccicoso’ allo stesso tempo: spiccano note ‘arancioni’ di agrumi dolci e zuccherati (canditi? marmellata di arancia?), pesca sciroppata, uvetta, poi liquirizia e un po’ di caramello salato, miele di acacia. C’è una nota di cerealino lievementissimamente torbato croccante, con una lieve salinità, davvero deliziosa.

P: eccezionale, esplosivo anche se ha un corpo molto affilato, e molto più Highland Park del naso: esce la torba gentile, una punta oleosa più grassa, cera, paraffina, un po’ di pane bruciato. Molto minerale. C’è un sentore di Barbour. Non si pensi che però sia ‘solo’ affilato, è anche molto ben dolce e fruttato. Toffee salato. Cioccolato, liquirizia, un po’ di cuoio, brioscina. Frutta sciroppata ancora, pesche e uvetta. Carruba salata.

F: lungo, molto persistente, è una torta fruttata (crostata di mele e uvetta, anzi: strudel) ricoperta di erica e polvere di cereale torbato, minerale.

Eccellente: il naso è seducente e si rimarrebbe ad ammirarlo per ore, anche il palato è ottimo ma forse forse per la gloria assoluta gli manca un po’ di compattezza, ha un ingresso un pelo watery, un po’ esile – ma a sua difesa, anche con un corpo così sottile riempie il palato e lo stuzzica con mille suggestioni. 89/100, confermiamo tutto il nostro amore per questo Highland Park.

Sottofondo musicale consigliato: Pink Floyd – Sheep.

Botti da orbi: Milano Whisky Festival medley

[Marco Zucchetti, rapace come solo un reporter d’assalto sa essere, è stato al Milano Whisky Festival: è anche tornato per raccontarcelo, quindi siamogli tutti profondamente grati, per cortesia]

La sensazione, domenica sera scorsa, una volta che il triplice fischio aveva chiuso il weekend del Marriott, era quella che ogni tifoso ha provato almeno una volta nella vita, tornando a casa dallo stadio dopo una vittoria: la soddisfazione dell’esserci stati.
La 14esima edizione del Milano Whisky Festival è volata via così, una finale vinta da tutti che ha lasciato parecchi sorrisi sui volti e parecchie scorie sui fegati dei 5400 visitatori. Due sale, trenta masterclass e degustazioni, +10% di ingressi, un omaggio da brividi a Giorgio D’Ambrosio e soprattutto un entusiasmo generale che non si vedeva dalla prima puntata di Colpo Grosso. Ma i momenti sono come le Special Release Diageo: se non sei lesto a coglierli passano e ciao. Dunque qui non si farà un riassunto del festival, perché chi c’era sa, e chi non c’era paga pegno: rimorsi, amarezza e vodka & Red Bull per almeno dodici mesi per espiare la colpa.
Non si redigerà neppure un The Best of, perché si farebbe torto a tanti e poi parecchie chicche arriveranno in recensione nelle prossime settimane su queste Facili pagine…
Orbene, queste Botti da Orbi dunque cosa saranno? Cose a caso? Assaggi saggi? Whisky per fiaschi? Cicchetti Zucchetti? Tutto questo, ovvero un medley senza pretese tra meraviglie, curiosità, capolavori e delizie che in qualche modo hanno lasciato il segno e che ricorderemo. E che sarà difficile riassaggiare.

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PORT CHARLOTTE 15 yo (2019, Chorlton, 54,9%)
Compagno di avventure del già citato Ben Nevis 23 dello stesso imbottigliatore, questo single cask di Bruichladdich torbato è stato fra i più ricercati al Festival, complice un anonimo che lo suggeriva a chiunque con l’insistenza di un Testimone di Geova…
Il fatto è che torbati col turbo come questo ce ne sono pochi. Il naso è impressionante, parte con le aringhe affumicate, i “kippers” che in Scozia ti propinano pure a colazione. La marinità è acre, fra il diesel dei pescherecci e il creosoto, le alghe e il cuoio bagnato. Poi col tempo si fa più aromatico e bifronte: da un lato cioccolato extra fondente e liquirizia, dall’altro erbe fresche che prendono il sopravvento (timo, salvia e menta). C’è perfino della lavanda, come se qualcuno si fosse perso fra Provenza e Islay.
Al palato è una bella sventola di sensazioni estreme. La liquirizia pura ti colpisce, il catrame e il legno bruciato ti stendono, il cioccolato fondente e le caldarroste ti resuscitano. Sei in balia degli elementi, nell’ottovolante di dolcezza e oleosità (nocciole e noci brasiliane) che si alternano sotto questo piccante e acre fumo di torba bruciata.
L’accoppiata peperoncino/braci prosegue nel finale, con liquirizia salata e goduriose caldarroste di nuovo.
Possente e completo, non cede niente alla comfort. Però ti lascia felicemente senza fiato, con le farfalle nello stomaco come dopo una cotta. E ti senti leggero davanti a tanta forza della natura. 91/100

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TEELING SINGLE MALT 24 yo (1991/2016, OB, 46%)
Stava lì, discreto nella sua modestia, un po’ discosto dai suoi chiassosi e colorati simili. Una bottiglia quadrata, austera come un dignitario prussiano. Si dà però il caso che – in semi-incognito – in quella bottiglia ci fosse il “Best single malt of the world” ai World Whisky Awards 2019, il primo Irish a vincere il premio e forse il più nobile e venerabile Irish in commercio: un Teeling distillato nel 1991 e imbottigliato nel 2016, dopo 20 anni passati in bourbon cask e 4 in Sauternes.
Teeling è di norma di una gentilezza irresistibile e anche qui non si tradisce. Solo che l’età porta in prima linea gli aromi più oleosi, tra le noci pecan e un tocco di cerino. È l’anticamera di classe a un naso elegantemente fruttato e assai dolce (gioie e dolori del Sauternes…): albicocche, pesche e pere sciroppate. Compare perfino un lieve fumo, anche se di torba non pare essercene.
In bocca è inaspettatamente frizzante: ha la vivacità di una cedrata o di un vino moscato e giuriamo che ancora non abbiamo iniziato con le libagioni di Natale. C’è anche del mandarino fresco. L’impatto è leggero, il legno ha cesellato ma non stravolto il distillato, imprimendo al massimo un retrogusto di liquirizia e pepe bianco. Curioso un tocco quasi metallico, di rame.
Il finale è forse la cartina tornasole delle differenze fra Irish e Scotch, perché rimane medio, fruttato e giocato sulle erbe dolci, un poco inferiore al resto. È l’unico difetto, in fondo. Perché per il resto questo Teeling forse non sarà il migliore del mondo, ma di sicuro sfoggia grazia e piacevolezza. 87/100

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TOBERMORY 23 yo Tokaij finish (1996/2019, Wilson & Morgan, 58,7%)
Come l’anno scorso (e come l’anno prima), il banchetto di Wilson & Morgan al Festival somiglia alle bacheche dei reduci dello Sbarco in Normandia: file di medaglie di tutti i metalli. Scegliere cosa citare fra queste schiere di malti onusti di gloria è difficile come rispondere su due piedi a chi vi chiede qual è il vostro libro preferito. Pensarci non si può, si va di istinto. E di istinto gli Orbi scelgono questo Tobermory 23 anni a grado pieno, finish in botti di Tokaji, che già durante il blind taste che gli è valso l’oro aveva impressionato tutti.
Fin dal naso si intuisce che non è bevuta per dilettanti. Si apre vinoso e sporchetto (cerino spento e rame), con un accenno di muffa non sgradevole. Poi, sostenuto da un’alcolicità potente che col tempo si addomestica, parte la sarabanda: pasta di liquirizia e mou da una parte, more, fichi secchi e prugne disidratate dall’altra. In mezzo una sensazione di spezie in polvere (pepe nero, cumino dei prati) e un tocco di brodo di carne, specialità della casa.
Se possibile in bocca è ancora più intenso, una supernova. La vinosità si fa dolce e da dessert, tra uvette, torta al madeira e noci pecan. Rimane la sensazione di frutta concentrata, marmellata di mirtilli e arancia disidratata. Oleoso, complicato, sfarfallano suggestioni di cacao amaro, polvere da sparo e fiammifero. Perfino dei Toscani nell’humidor. In cauda genium: spunta perfino la violetta.
Finale coerente e dolce, tra toffee, albicocche secche e di nuovo fiammifero.
Dicevamo dei libri: i gialli volano via, ma quelli che ti restano nel cuore sono i classici che affrontano i meandri della nostra anima. Questo non è un classico – intensissimo, sporco, il Tokaji può dividere – ma riesce a parlare di tutto senza stonare mai. 89/100

glencadam 1982

GLENCADAM SINGLE CASK 33 YO (1982/2016, OB, 53%)
Arrivare a masterclass conclusa non è elegante. Soprattutto se il relatore ti accoglie con un “guardate che è finita eh!”. Ma la libera stampa ha la faccia tosta e il becco asciutto, quindi si installa lo stesso senza vergogna alcuna. Anche perché Iain Forteath, l’ambassador di Glencadam, è un uomo buono e condivide coi ritardatari due single cask: un vintage 1989 invecchiato 28 anni e questo 33enne classe 1982.
Ebbene, beve bene chi arriva ultimo. Complice il comune anno di nascita, subito scatta il feeling: al naso è stupefacente per la morbidezza tropicale e fruttata, tipica di certi lunghi invecchiamenti: guava, fragola, ananas maturo e banana. C’è una nota perfino acidina, rara in whisky over 30. Decisamente dolce, se uno chiude gli occhi si ritrova fra i morbidoni e i marshmallows delle bancarelle del luna park. Ma il tutto è ben bilanciato da un legno elegante (mobili smaltati) e da tocchi di noce.
Se i malti vecchietti sembrano dare tutto all’olfatto, qui il meglio arriva al palato, dove si fa polposo e succulento. Sfoggia una fine oleosità da frutta secca (mandorle) che si accompagna a un lato mentolato entusiasmante. Poi c’è la frutta, dalle prugne secche all’ananas ancora. Il legno si fa più presente, austero: chiodi di garofano e rovere, che prolungano un finale che nonostante la succosità allappa un po’.
Se Glencadam ha vinto due medaglie con il core range (oro al 17 anni in porto e argento al 21 anni), figuriamoci cosa potrebbe vincere con single cask come questo, in equilibrio fra frutta e barile come un’etoile del balletto sulle punte. 91/100

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MORTLACH 22 yo “GIORGIO D’AMBROSIO” (1997/2019, Silver Seal & S.P. Murat, 56,9%)
Se non si corresse il rischio di passare per blasfemi, si potrebbe dire che il sangue di Giorgio D’Ambsosio si fece whisky. La transustanziazione ha avuto luogo sabato sera, al termine della masterclass con gli imbottigliamenti Whisky for you, quando Simon Paul Murat – come una Raffaella Carrà meno snodata col tuca-tuca – piazza la carrambata. Ovvero un imbottigliamento celebrativo dedicato al padre adottivo di tutti gli appassionati milanesi di single malt: 141 bottiglie da un barile di Mortlach 22 anni selezionato in collaborazione con Max Righi. Sull’etichetta, un disegno di Giorgio che non gli rende del tutto giustizia: dal vivo è più bello e soprattutto nel disegno sembra che abbia il rossetto! Ma in fondo mica siamo critici d’arte, si lasci parlare il whisky!
Beh, qui si sta in religioso silenzio, perché fin da subito si capisce che siamo all’altezza del mito. Colpisce l’assenza dell’alcol e il primo naso di té infuso e carcadè, con un vortice aromatico di fragole mature e fiori di ibisco. Ma sotto sotto ecco l’anima Mortlach, di sherry monumentale dai toni scuri: cioccolato, poltrone in pelle, tabacco e perfino una nota di funghi shitake. Sembra di sentire Giorgio dire: “Ué, fa no el fenomeno!”. Ha ragione, quindi rientriamo nei ranghi e limitiamoci a dire che l’olfatto è maestoso, vinoso, per nulla dolce: cassetti chiusi, bitter all’arancia rossa e un che di Armagnac.
In bocca debutta tannico e astringente, bordate di liquirizia pura e cioccolato extra fondente. Il legno umido si fa più marcante e la vinosità prende il versante liquoroso. Prugne secche, di nuovo arancia rossa, marmellata di fragole bruciata e quella inconfondibile sfumatura carnosa, come di sugo d’arrosto.
Il finale è memorabile, tra legno, dolcezza liquorosa e marmellata di frutti rossi.
Dice Simon che il difficile non è ammirare Giorgio, ma trovare un whisky alla sua altezza. Missione compiuta, per un Mortlach come Madonnina comanda, dal naso e dal finale sontuosi. Un palato un filo astringente non gli impedisce di venire proiettato nell’Olimpo dei grandi, insieme a Rivera, Baresi e Maldini. 92/100

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BENRINNES 23 yo (1995/2019, Càrn Mòr, 48,8%)
Nel banchetto della mia fantasia, c’è un fottìo di whisketti, inventati da me… Prendendo in prestito il “Vitello dai piedi di balsa” di Elio, introduciamo un curioso esemplare di single malt color chinotto spuntato dal mondo di fiabe di Fabio Ermoli. Che come se fosse il terzo fratello Grimm sforna bottiglie da favola a destra e a manca. E dunque c’era una volta un Benrinnes 23 anni Càrn Mòr: si addormentò nel 1995, passò 23 anni in un hogshead di sherry, poi Ermoli coi suoi baffi lo svegliò. Fu vestito a festa e imbottigliato, poi arrivarono gli orchi del festival e il whisky finì. Ma per fortuna un gigante buono ne salvò un sample…
Foglie di té a iosa, a bizzeffe, a cascate. Le note di foglie umide (tabacco, anche) sono regine, e si portano appresso una corte di suggestioni simili, dal sandalo alla resina. Piuttosto unico, davvero. Se con un ideale rastrello si spazza via questo strato, sotto si trova della frutta essiccata: ciliegie e prugne, ma anche bucce di bergamotto. L’alcol non è pervenuto, mentre si fa strada un’aria floreale di magnolia. Col tempo cresce in maniera esponenziale l’albicocca secca. E finalmente spunta il legno, forse sottoforma di lucido da scarpe. Olfatto che meriterebbe ore di studio.
L’attacco al palato è succoso e sorprendente. Un colore così carico suggerirebbe un influsso mostruoso del legno. Invece non è né astringente, né tannico. L’albicocca è ancora sugli scudi, col suo tocco acidulo. Aumenta la dimensione dolce, resa da caramello, uvetta e marmellata di fragola. Lo sherry è vinoso e anche qui l’acidità non manca, come un vino di lamponi. Il rovere non sgomita, ma nel retrogusto torna il té, stavolta alla pesca. L’alcol è totalmente assente, il che è un bene. Ma forse un apostrofo di intensità in più avrebbe giovato.
Il finale è medio-lungo e coerente: té, pesca al forno, fragola e cioccolato fondente-ma-non-troppo.
Unisce una bevibilità impensabile a una complessità non comune, tutta giocata fra suggestioni di foglie di té e frutta gialla. Uno sherried malt che non stanca per nulla. E vissero tutti felici e contenti. 90/100

snSIERRA NORTE Mais morado (2019, NAS, OB, 45%)
Il primo whiskey messicano non si scorda mai. Viene da Oaxaca, terra di mezcal e divinità zapoteche che quando si infuriano di solito mandano serpenti mostruosi e schiere di spiriti agguerriti. Ragion per cui ci si accosta a questi imbottigliamenti con un misto di deferenza e curiosità esotica. L’idea è distillare separatamente i diversi tipi di mais atavico di queste montagne: noi si assaggia la versione dove l’85% del mash è a base mais viola (ci sono anche a base mais giallo, nero e bianco).
L’impatto al naso è un po’ spiazzante. Il mais c’è, le note di cereale dolce tipiche dei bourbon sono riconoscibili. Però sono come in chiaroscuro, ombreggiate da qualcosa di più sporco, tra la cantina e la iuta, le spezie e un che di legumi secchi. Non sgradevole, solo piuttosto imperscrutabile. In bocca però qualcosa va storto: l’alcol si avverte in maniera importante e la morbidezza che ci si aspetterebbe viene schiacciata dall’esuberanza del distillato giovane. Il “palato burroso e morbido” delle note ufficiali è un tantino ottimistico. C’è della banana, dell’angostura, vampate di vaniglia e zucchero caramellato. Il finale è sì medio-lungo, ma tutto incentrato sulla piccantezza alcolica.
Un whiskey dove il cereale imprime un carattere forte, peculiare, che lo differenzia dai bourbon. Coraggio da premiare, peccato che non abbia un’età (e una finezza) sufficiente per esprimere le potenzialità. Al contrario, in miscelazione la sensazione è che possa dare di più, consentendo un twist unico ai classici. Valeva la pena sperimentarlo, ma gli Orbi lo cedono volentieri ai baristi. Suerte! 74/100