Botti da orbi – recensioni dal Whisky revolution festival

Torna la rubrica di recensioni di Marco Zucchetti, che ritroviamo ispirato come un trequartista brasiliano nelle giornate di grazia. Questa settimana lui e la sua folta barba tornano a Castelfranco Veneto, per la seconda parte del florilegio dal Whisky Revolution Festival (qui la prima, per chi se la fosse persa).

Clynelish 12 yo (2005/2018, Gordon&MacPhail, 55,1%)

Così come ti aspetti di finire con la bocca incendiata a pietire acqua e pane quando assaggi il chili messicano, ormai ti aspetti di immergerti nella cera appena ti avvicini a un Clynelish. Ma qui no, i refill sherry butt e l’alta gradazione funzionano da carta da regalo. Bisogna scartarlo. Senz’acqua al naso se la giocano note di miele d’erica e burro, con noce moscata e vaniglia. C’è della frutta (mango?) e dell’agrume, più arancia che limone. Forse un tocco acidino, non si sa bene se fruttato (mela renetta) o il burro che si fa rancidino. In bocca è dolce, malto fruttato, ananas, nocciole e di nuovo miele, ma stavolta biscotto al miele. Cioccolato al latte e un retrogusto di arancia amara. Bon, adesso però dato che per il 70% siamo fatti d’acqua, mettiamone una goccia. Sortilegio. Al naso ecco la cera, aromatica, con fiori di campo e una suggestione zuccherina di uva bianca. E in bocca, che miglioramento. Anche qui fiori, propoli, arancia e pepe bianco. Si rilassa, diventa confortevole e si lascia andare a un finale dolce, di mou, con zenzero e una frutta gialla matura. Senz’acqua è dignitoso, con acqua diventa un gran bel dram primaverile.

Trasformista. 86/100

Kilkerran 11 yo (2007/2018, Cadenhead’s, 58,1%)

In ogni videogioco c’è il mostro che non riesci a battere perché non trovi il punto dove colpirlo. Questo Kilkerran è un po’ così, il rompicapo del festival. Grado alto, sherry pesante, torba, marinità: mancano solo prosciutto e funghi per farlo diventare la pizza Capricciosa degli scotch. Intimiditi da tanta varietà di stimoli, ci si butta il naso. Olive nere arrostite, torba sporca ma piuttosto evidente. È umido, ti porta in un luogo tra la stalla (fieno umido) e la cantina. C’è del tabacco, i chicchi di caffè emergono nitidi insieme al caramello bruciato. La frutta è scura, prugne di ogni tipo e noci. Curioso tocco acido, come di vomito. Mi pare di sentire mia madre che si indigna: “Bleah, che schifo!”. Ok, allora bucce di prugne aspre. Con l’acqua la salamoia (marchio di fabbrica) si fa più netta, l’acidità diventa di vino. E anche divina. In bocca lo sherry è appiccicoso, caramello e caffè. Tantissima dolcezza, cioccolato (il caro vecchio Mars). È sciroppato, ma anche grasso. Pesce grasso affumicato, tannino sottoforma di chiodi di garofano. Sapori XXXL, pesi massimi che si confrontano fra dolcezza e bruciato. Vince la prima, con frutti rossi sciroppati, cioccolato al latte e un fumo che rimane a rassettare il campo di battaglia. Bella sfida, un gran bel casino sensoriale, come se Yin e Yang si prendessero a testate. L’acqua non gli cambia volto, rimane piuttosto omogeneo. La prepotenza con cui si impone la dolcezza non è bellissima, ma è uno di quei whisky che ti tengono compagnia per ore dopo averlo finito. Certo, devono piacere i rompicapi, i gusti estremi, i piercing, i formaggi puzzoni, il grunge, il calcio del West Ham. Se non volete regole e giornate facili, è fatto per voi.

Taglia forte. 87/100

Old Perth 2004 13 yo (Macallan and Highland Park, 43,8%)

Alla prima occhiata pensi di avere un problema di cataratta o daltonismo selettivo, probabilmente non vedi bene i colori, ma solo i liquidi. Ha 13 anni ma è scurissimo, di un mogano scuro che ben sta su rum e Armagnac. Appurato che la tua vista è ancora buona e che il colore è solo colpa di quel birbante dello sherry, dai una snasata. E pensi di avere un problema spaziotemporale: meglio controllare di essere ancora nel XXI secolo, perché dal bicchiere ti arrivano suggestioni ottocentesche di vecchia biblioteca, poltrone di cuoio, tabacco da pipa, un che di cantina. Quanta è bella giovinezza lasciatelo dire ai poeti rinascimentali, noi si preferisce la vecchiezza. Il naso non vuole staccarsi, ci pesca ancora more, uvetta, cioccolato fondente, chiodi di garofano, perfino un filo di torba e dei frutti scuri, tipo more. Sembra Benjamin Button, ha 13 anni ma dimostra i secoli. E cambia parecchio, in dieci minuti le note stantie si dissolvono e resta una dolcezza di panettone e amarena sciroppata. Forzandosi (il naso è tiranno, vorrebbe tenerselo tutto per lui), gli dai un sorso. Severo come la signorina Rottermeier, secco come la nota di una maestra. Lo sherry è sovrano, il legno impera. Ci sono le note amare dei Macallan (noci, caramello bruciato), il lato fruttato è limitato a un tocco di fragola, si gonfiano le spezie con pepe nero e cannella. La dolcezza è limitata al malto, ma anche se in secondo piano si avverte. Il fumo di Highland Park cuce insieme l’arazzo. E quando pensi di averlo capito, nel finale assai lungo ecco il sorprendente ritorno delle more (come le vecchie e care Big Fruit), un tocco di cola, uvetta a piene mani. Ecco, ci sarebbe da prendere un aereo, andare a suonare alla porta di Morrison&Mackay e implorarli di ritrovare quella botte, se ancora c’è. Buttare via il Billy dell’Ikea, la pianta che tanto viene l’inverno e di sicuro muore. Farle spazio e metterla in casa, come l’opera d’arte che è stata.

Storiografico. 90/100

Springbank 1998 (2015, Malts of Scotland, 49,2%)

Malts of Scotland, imbottigliatore indipendente tedesco, da diversi anni seleziona barili e pian piano ha acquisito sempre più credito presso gli appassionati in giro per il mondo. In Italia è importato da Max Righi, che al Milano Whisky Festival dell’anno scorso ci ha fatto omaggio di un sample di questo Springbank di circa 16 anni: distillato nel 1998, è rimasto in un barile ex-sherry fino al 2015. Dopo quasi un anno, è giunto il momento di berlo.

N: sporchino come solo certi Springbank sanno essere. La prima dimensione che incontriamo è quella di un lato lievemente torbato e molto costiero (guscio di mollusco, scoglio), con note di terra umida, pepe, un lieve fumo di cerino. Dopo un po’ si apre su un lato più morbido e succoso, anche se molto sottile e trattenuto: ci viene subito in mente la mela rossa, poi una crostata alle mele… Ha una punta erbacea (se diciamo genziana ci insultate? e se diciamo bustina di valeriana? ma insomma, cosa dobbiamo dire per farci insultare?!); fieno.

P: complessivamente più ‘dolce’, meno spigoloso: il filo di fumo è sempre più sottile, e il lato costiero e minerale è qui una semplice sfumatura di un profilo apparentemente più rotondo. Ancora mela e crostata di mele, vagamente cremoso. La verità è che la dolcezza è soprattutto di cereale (fieno). Un fil di ferro ciucciato (l’avrete appeso un quadro in casa, prima o poi, no?). L’acqua semplifica, spostando la bilancia sul versante dell’austerità, rendendolo molto oleoso, erbaceo e marino.

F: riecco la patina di cera e di fumo, di quella torba spigolosa e trattenuta di Springbank, e tanto fieno caldo.

Complesso nella sua semplicità, ha una sua bella evoluzione: all’inizio il naso sembrava preferibile, ma poi il palato con l’aggiunta di acqua dimostra di sapersi evolvere nella direzione di un’austerità propria dei malti di Campbeltown. Buono, un po’ squilibrato e spigoloso; volendo usare una metafora musicale, non è una sinfonia, è un accordo – ma su uno spartito ben composto. 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Struts – Could Have Been Me.

whisky benriach 21 yo

Benriach 21 yo (1994/2016, OB for Pellegrini, 54,2%)

Dovete scusarci, perché ogni tanto ci distraiamo davvero tanto e ci capita allora di perdere certe chicche, addirittura in esclusiva per il mercato italiano. Ad esempio due anni or sono Pellegrini, l’importatore italiano di Benriach, ha portato a casa l’imbottigliamento di due single cask: uno era questo 10 anni invecchiato in Porto, che ci era parso eccellente, l’altro il whisky di cui leggerete tra poco. Benriach, che appartiene a Brown Forman assieme a Glendronach e Glenglassaugh, è una distilleria molto prolifica in quanto a imbottigliamenti, ma poco si sa di come vanno le cose tra le sue mura, non avendo un visitor center e non essendo dunque visitabile facilmente. Ci sono insomma tutti i presupposti per qualche leggenda spaventosa sul mostro che nottetempo si aggira tra gli alambicchi di Benriach; intanto noi, più modestamente, assaggiamo questo 21 anni invecchiato in un refill hogshead.

whisky benriach 21 yoN: si presenta torbatino, ma di una torba sottile, pungente. Un che di pasta del dentista e di chiodi di garofano… Tanta gomma, anche gomma bruciata. La tela cerata (e perché non un Barbour?). Dopo di che arriva una bella frutta, variegata (quasi tropicale): mela rossa, albicocca, forse perfino melone.

P: urca, pieno e aggressivo, molto intenso – la botta iniziale è massiccia. Resta molto torbato, ancora con pasta del dentista e fumo. La dolcezza è nuovamente di frutta arancione (melone, di brutto). Una spruzzatina di peperoncino. L’agrume emerge nitido, soprattutto con acqua, e lo definiremmo d’imperio come lime: anzi, ci folgora il buon Zucchetti, oscuro manovratore di questa recensione, con la sua immagine di caramella al limone frizzante. Poi, anice e liquirizia, anzi: finocchietto.

F: lungo, un po’ monodimensionale, tutto spinto sulla torba: resta molto chimico e torbato, gomma bruciata.

Dovendo mettere in parole le emozioni forti che questo single cask sa dare, lo divideremmo sicuramente in due parti: il naso è molto piacevole, oltre che ricco di sfumature certo insolite, come il melone e la pasta del dentista. Il palato, pur mantenendo le stesse curiose sorprese, ha un “problema” di aggressività, con tutti i sapori sparati a mille a sbaragliare l’incolpevole cavo orale. Intendiamoci, complessivamente resta un ottimo dram, di cui consigliamo vivamente l’assaggio, ma se è un daily dram che cercate… state sbagliando tutto: 86/100. Grazie mille a Samuel per il sample!

Sottofondo musicale consigliato: Glenn Miller & His Orchestra – Moonlight Serenade

 

 

 

Jack’s Pirate Whisky XI (2017, Jack Wiebers, 53,7%)

Jack Wiebers è imbottigliatore indipendente crucco, da più di un anno presente in Italia grazie al prodigo intervento di Lost Drams Selection, vale a dire: i baffi di Fabio Ermoli. In passato avevamo assaggiato (e consumato ardentemente) un Lagavulin non dichiarato in sherry, imbottigliamento notevole anche perché particolarmente economico a fronte dell’alta qualità. Oggi assaggiamo il Whisky del Pirata di Jack, nel suo undecimo batch: si tratta anche in questo caso di un single malt isolano senza età dichiarata, finito per 30 mesi in “Petro Ximenez” (sic – schiavi dello stereotipo, eh?, ci mancava solo che ci fosse scritto “finiten per trenta mese in petro…”). Alte aspettative, ci accompagna Angelo Corbetta nell’assaggio.

N: imponente e aggressivo, molto torbato (i rumors dicono Lagavulin, noi non diremmo nulla di diverso) e piuttosto dolce per l’apporto del PX. Si inizia col dado, con un che di sporchino (glutammato) e un ricordo del rancidino del grasso di maiale. Caramello salato, uvetta, zucchero di canna. Eh beh, siamo su Islay, quindi non dimentichiamo una certa inequivocabile marinità e pure un fumo molto alto, aggressivo.

P: molto coerente, qui a dirla tutta la dolcezza del PX diventa ancora più evidente e invasiva. Caramello salato, pop corn caramellati, caramella mou e zucchero di canna. Anche al palato quel lato tra umami, grasso di maiale e un qualcosa di sulfureo – deve piacere ma mmm.

F: lungo, umami, tutto su grasso di maiale, rancidino, fumo e acqua di mare.

Buono, ovviamente, ma un po’ divisivo: deve piacere questo senso così intenso di dolcissimo e sporchissimo, tutto è sparato a mille e l’umami è il vero protagonista dello show. Ad uno di noi piace molto, all’altro pesa questa dolcezza così carica, e la media tra le due valutazioni è di 84/100. Vorremmo chiudere segnalando il sottofondo musicale, perché in questo caso è curiosamente appropriato: si tratta di un gruppo di scozzesi vestiti da pirati, che fanno un metal disimpegnato e ignorante come solo in Germania alla fine degli anni ’90, e il ritornello della canzone recita “We are here to drink your beer / and steal your rum at a point of a gun / your alcohol to us will fall / ‘cause we are here to drink your beer”. Magnifico, quanta bella umanità, abbracciamoci tutti.

Sottofondo musicale consigliato: Alestorm – Drink.

Tamdhu 29 yo ‘Cars’ (Moon Import, 43%)

Ancora una volta dobbiamo ringraziare un amico, Luca Bellia, per averci donato un campione di un imbottigliamento che rappresenta degnamente la storia del single malt italiano: si tratta infatti di un Tamdhu di 29 anni selezionato e imbottigliato negli anni ’90 da Moon Import, azienda dietro cui si cela il grande Pepi Mongiardino, nella celebre serie “Cars”. Moon Import, lo diciamo per inciso, è entrato nella storia anche per la qualità di etichette davvero incantevoli. Non perdiamo altro tempo, gettiamoci a capofitto sul bicchiere!

N: poggi il naso ed è subito gran cestone di mele gialle, belle mature e profumate. Basterebbe già solo questa suggestione di rara intensità a decretare il successo di questo single cask. E invece aggiungiamoci anche pasta frolla bella burrosa, crostata alle fragole. È soprattutto un whisky dall’incredibile esuberanza fruttata, ma non disdegna nemmeno qualche fuga immaginifica nei territori del miele, della cera d’api e del favo di miele. Nocciole e mandorle. Solo dopo un po’ si distinguono bene note di malto caldo, che virano talora su una venatura metallica, tipo rame, che riconosciamo come un classico di casa Tamdhu.

P: bello godibile, intenso a dispetto della gradazione. Inizia proseguendo il sentore del miele, della cera e della frutta secca, per poi sfoderare un lato erbaceo che, al naso, restava curiosamente inavvertito – ecco dunque il cereale, con anche note erbacee evolute, tipo erbe aromatiche. Anche un che di vagamente metallico. Si chiude di nuovo sulla crostata, sulla mela gialla, sul burro caldo.

F: lungo e persistente, perdura a lungo la frutta secca, cui pare poggiarsi un’impalcatura esile di frutta e cereale caldo.

Anche se in assoluto non è forse il più complesso dei whisky, bisogna dire che è veramente, veramente buono: elegante, raffinato, squaderna tutta la qualità unica dei barili cui vien lasciato il tempo di dialogare con calma con il distillato. Incredibile l’intensità, vista la gradazione bassa, che ha comunque retto alla perfezione a distanza di anni dall’imbottigliamento. Qualche anno fa capitava di trovare qualche bottiglia della serie Cars in giro per le enoteche a prezzi bassi: purtroppo non crediamo accadano più certi miracoli, ma in caso la vediate, accaparratevela. 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Thom Yorke – Suspirium.

“Speyside Dew” – BLEND Whiskybar, Castelfranco Veneto

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Anche al ritorno dalle vacanze la voglia di un buon whisky-cocktail non ci abbandona e, per affrontare gli ultimi colpi d’arsura, abbiamo chiesto al ragazzi del Blend Whiskybar di creare un drink con nientepopodimeno che… Sir Macallan! Noi lo assaggeremo il prossimo weekend, a Castelfranco Veneto, durante il Whisky Revolution Festival… Ci sarete anche voi, giusto? GIUSTO?

Come al solito hanno accettato la sfida ed ecco la loro risposta:

Abbiamo optato per un imbottigliamento di cui molti nostri clienti vanno 17309322_1695590797405665_2746426314597896541_nparticolarmente ghiotti, ovvero Macallan 12 yo sherry oak, che oggi sarà la pregiatissima base per un long drink dissetante ma complesso e introspettivo allo stesso tempo. 

Questo whisky, che al naso porta delicatissime note floreali fino ad arrivare a una mela che si fa via via sempre più torta, ci regala al palato tutto il suo carattere burroso e nocciolato con un picco di dolcezza vellutata tipica della crema pasticcera. In questo imbottigliamento è davvero influente il contributo dello sherry oak. Alle note morbide e piacione della leggenda dello Speyside abbiamo voluto abbinare quelle di uno dei tè più pregiati dell’arcipelago nipponico: il Gyokuro. L’aroma è penetrante, di prato fiorito e oceano e il suo gusto rotondo e morbido ci ha conquistati subito. Un tè chiamato anche “rugiada” per il colore verde brillante, che gode di un’essiccazione particolare, per mantenere un alto contenuto di clorofilla, la chiave delle sue nuance così dolci e vellutate. Per far convogliare a nozze il nostro sir scozzese con la sua gheisha nipponica abbiamo ben pensato di giocare con due prodotti fatti in casa “Blend”: uno sciroppo dai forti caratteri balsamici e amaricanti ottenuto da una riduzione di tonica infusa al cardamomo, e un bitter vivacissimo e leggermente piccante.

Da questo intrecciarsi di culture e colori nasce una “bibita” dissetante dalla dolcezza speziata e profonda, ottima per dare un po’ di brio in queste ultime settimane estive.

Slainte!

Ingredienti:

5cl Macallan 12yo sherry cask

9cl Te verde Gyokuro

0,5cl Tonic reduction

3 dashes creole bitter

Autore: Alberto Beltrame

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Talisker 2008 (2016, First Edition, 57,1%)

Sogno di ogni nerd del whisky che si rispetti sarebbe il poter seguire passo passo la maturazione del proprio single malt preferito: da quando, neonato, esce dall’alambicco a gradazioni stellari, fino ad ogni anno di evoluzione in barile (anzi: l’ideale sarebbe avere barili diversi, no?). Non potendo farlo davvero, almeno finché non ci regalate i soldi per comprarci un barile, ci accontentiamo di godere di uno dei trend degli imbottigliatori indipendenti degli ultimi anni: compaiono sempre più spesso, da almeno tre / quattro anni, barili di whisky molto giovane, che in tempi di vacche magre sarebbe stato tenuto lì in warehouse a maturare. Oggi è il turno di un single cask di Talisker di soli 8 anni: non che la maggior parte dei Talisker in commercio sia granché più vecchio, intendiamoci, ma qui – dato il colore, dato lo stile degli imbottigliamenti ‘First Editions’ – ci aspettiamo un distillato eccellente lasciato nudo e crudo davanti ai nostri occhi. Avremo ragione?

N: la gradazione scompare agli occhi delle narici (ehm, come?), svelando un panorama aperto e brumoso. Molto erbaceo, con il distillato giovane in primissimo piano: erbe aromatiche, ci vengono in mente la melissa, il timo, salvia e rosmarino… Qualcosa di balsamico, anche. Poi una punta di limone, anzi caramelle dure al limone, o nocciolo di limone. Molto ‘verde’. Poi non dimentichiamo la mineralità, evidente e gradevolissima, con note di sassi bagnati, di scogli, di sottobosco dopo la pioggia. E la marinità, e la torba? Ci sono, ci sono, molto leggeri, non invasivi, ma evidenti (tanto iodio e un lieve fumo acre).

P: che impatto! Molto pieno, avvolgente e tagliente allo stesso tempo, a la Talisker… Si parte con un impatto intenso, con pepe bianco e nero, ancora un fumo acre di torba e un bel po’ di acqua di mare (ti lascia le labbra salate). Balsamico, con eucalipto; buono buono. Salatino, non pescioso, e bruciacchiato (cenere). Fieno nitido, come suggerisce il sommo Zucchetti che degusta con noi. Una dolcezza astratta da zucchero liquido, tutta dal distillato e non dal barile.

F: lungo, lungo e pulito. Erbaceo, marino e ceneroso – o cinereo, fate voi.

87/100. È tutto distillato, e deve piacere quell’erbaceo lì – a noi piace, di brutto, ma sappiamo che è un sapore che può respingere anche i whiskofili più affezionati. Semplice forse, ma di una semplicità complessa e strutturata che ha solo Talisker: dalla nostra specola marginale speriamo francamente che Diageo colga il suggerimento di questi imbottigliamenti e provi a mettere sul mercato imbottigliamenti meno carichi…

Sottofondo musicale consigliato: The Ocean – Permian: The Great Dying.

Benrinnes 21 yo ‘Rare Malts’ (1974/1996, OB, 60,4%)

Angelo Corbetta, sovrano assoluto del Gran Regno dell’Harp Pub, ci concede sempre il privilegio di scegliere con lui, dalla sua ricca cantina, le bottiglie per le degustazioni che insieme organizziamo, generalmente pezzi storici che è raro vedere aperte in assaggio. “Privilegio” anche perché, oltre al piacere di assaggiare i whisky durante gli eventi, ci portiamo a casa un sample da recensire con calma nei mesi successivi. Un paio di mesi fa abbiamo aperto quattro dei suoi Rare Malts (e occhio: tra non molto annunceremo i prossimi due appuntamenti sempre a tema Rare Malts – e se dicessimo Brora e St. Magdalene?), e il primo era questo Benrinnes da oltre 60%. Diamoci dentro.

benrinnes-1974-21-year-old-rare-malts-with-box-965-pN: devastante come la gradazione passi inosservata, anzi, inodorata. Spicca in avvio una fascinosa patina minerale, di cera d’api e di cereale caldo ed essenze oleose di arancia. Sprigiona una gran ricchezza d’aromi, tra brioche integrale al miele, zucchero caldo – siamo travolti dall’immagine delle nastrine appena uscite dal forno – e una frutta gialla matura e aromatica (pesche e mele soprattutto). Un naso all’apparenza ordinato e ordinario, e invece c’è tanta libidine…

P: di grande intensità, gli oltre sessanta gradi qui si fanno sentire un po’ di più. Vive di fiammate: l’attacco è austero, ancora sulla cera, su una mineralità oleosa, poi sterza verso una frutta vivace (qui proprio pesca, forse sciroppata), poi scatta sulla pastafrolla, ancora zucchero caldo, brioche al miele… E che cereale, che cereale! Pieno e molto soddisfacente.

F: lungo e persistente, prima resta il calore e poi la cera si conquista il palcoscenico.

Poco da dire: semplicemente ottimo, con un profilo che oggidì è davvero raro da trovare. Questa patina di cera, a schermare il lato più fruttato e cerealoso, a noi fa letteralmente impazzire! Una sorpresa, tra i meno quotati della collezione Rare Malts, ma per noi è un pezzo da non perdere. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Aphex Twin – T69 Collapse.

Timorous Beastie 18yo (2017, Douglas Laing, 46,8%)

Sep14-TimorousBeastie2Il timido topino, la bestiola timorosa in oggetto, vuole forse essere una metafora del whisky delle Highlands: non fumoso e aggressivo come quello di Islay, ma pur sempre con una personalità che lo distingue dai morbidi speysiders e dunque lo rende, a suo modo, bestiale. Così devono aver pensato negli uffici di Douglas Laing quando qualche anno fa hanno deciso di lanciare questo blended malt a tema regionale, composto di soli malti delle HIghlands: avevamo assaggiato la versione ‘base’, ora ci cimentiamo con quest’edizione limitata a 8000 bottiglie, maturata per almeno 18 anni.

douglas-laing-timorous-beastie-18-year-whisky-70cl_tempN: molto highlander, bisogna riconoscerglielo! Partiamo rilevando una nota di torba, delicatissima e senza fumo, ma con estrusioni di terra umida, di pioggia. C’è una bella spalla floreale, di erica, a sorreggere un fardello cerealoso particolarmente evidente e croccante: corn flakes, malto. Insomma, a dispetto dei suoi 18 anni, piuttosto ‘nudo’ e delicato. Una nota di torta di mele, ripiena di mele.

P: attacca un po’ alcolico; l’avvio è coerente con il naso, c’è un tripudio pomico, ci sono mele in ogni forma: torta di mela, mela rossa, succo di mela filtrato. La mineralità e la torba restano decisamente in disparte, quasi svanendo, lasciando piuttosto spazio a spezie: pepe, zenzero. Yogurt ai cereali (avete present gli Yomo?) e fiocchi di cereale. Zucchero di canna. Mah.

F: torba la torna, ehm, torna la torba, poi mela ad libitum.

Incompiuto, come la carriera di Biabiany (che pure si è portato a casa una Intercontinentale, ricordiamo). Resta sempre un po’ inespresso: se sulle prime pareva molto promettente, anche se sorprendente per l’austerità giovanile, nella seconda fase della carriera le sgroppate sulla fascia paiono stanche e, a dirla tutta, non pienamente integrate al possesso palla della squadra. Non sappiamo se a Biabiany piacciano le mele e il cereale, ma al topino in etichetta sicuramente sì: intendiamoci, abbiamo di fronte un whisky onesto, piacevole e godibile, ma se in enoteca dovessimo scegliere tra la versione base e questo diciottenne, opteremmo per la prima. 83/100.

Sottofondo musicale consigliato: Church of the Cosmic Skull – Evil in you eyes.

Bunnahabhain 25yo (1989/2015, Wilson&Morgan, 46,6%)

Bunnahabhain e Wilson & Morgan: un’accoppiata vincente, come sanno i frequentatori dei festival di whisky italiani. Tempo fa noi avevamo assaggiato un mostruoso 42 anni veramente da panico, e alcuni batch del celebre e fortunato “House Malt” nascondevano proprio del distillato di Bunna. Questo è un single cask imbottigliato tre anni fa da W&M: gli angeli si son presi una bella sbronza, se pensiamo che a 25 anni di età la gradazione è a poco più di 46%. Grazie ad Andrea, scimmia sovrana del Monkey Whisky Club, per il sample!

N: profilo complessivamente fresco, seppure dalle tinte forti e dagli aromi intensi. Sicuramente un po’ di miele, poi frutta cotta, brioscia all’albicocca, pasta di mandorle. Non si può tacere il lato minerale, con pennellate di cera d’api, di terra bagnata, perfino un filino di fumino acre di torba. Seducente e affilato come sanno essere i Bunna di mezza età.

P: pur se a una gradazione naturalmente bassetta, si regala un corpo di tutto rispetto. Sorprende come quelle suggestioni minerali del naso qui si facciano ben più concrete, tramutandosi in solide realtà: tanta sapidità, sensazione di terra bagnata in aumento e ancora un po’ fumante. La dolcezza è succosa, sottile, con un po’ d’arancia (e scorzetta di) e una frutta giallarancione (al limite del tropicale: mela, succo pesca e mango con goccia di latte – non giudicateci). Ancora brioscina e miele.

F: rimane la cera, torna il fumo delicato ma alla grandissima, persiste la dolcezza da succo d’albicocca.

Anno dopo anno, bevuta dopo bevuta, Bunnahabhain si va affermando come una delle nostre distillerie preferite tra quelle isolane: unendo la rotondità e la piacevolezza a degli spigoli minerali e marine il risultato è spesso fantastico, e questo single cask non fa decisamente eccezione. Seducente e affilato, abbiamo scritto al naso, e confermiamo il giudizio: entusiasti incidiamo nella pietra il nostro 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Stoned Jesus – Thessalia.