Lampi di torba

al vecchio Principe Carlo la torba piace un sacco

Che bellezza bere whisky! Si può decidere di bere solo malti torbati, eppure avere nel bicchiere decine di sfumature diverse. Ci sono stili di torbatura solo accennata, dove solo nel finale rimane un che di terroso in bocca, ce ne sono altri dove si viene investiti fin dalla prima snasata da un’intera foresta in fiamme. C’è chi sente il catrame, chi all’opposto una sensazione appena accenata di vegetazione macerata. E anche questa è la grandezza del whisky: essere una e centomila cose differenti. Oggi esploriamo tre tipologie differenti di whisky torbato, passando velocemente di fiore in fiore.

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)

benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whiskyFin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 82/100.

‘Nice ’N’ Peaty’ 10 yo (2006, Hepburn’s Choice, 46%)

Una distilleria delle Highlands, molto timida evidentemente, che fa whisky torbato nice-n-peaty-10-year-old-2006-hepburns-choice-langside-whiskyinvecchiato 10 anni in barile ex-vino rosso. Ha note ‘formaggiose’ (siamo specifici: fontina) davvero sorprendenti e piacevoli. Si diceva della torba, che in realtà è abbastanza delicata e decisamente continentale (no marinità). L’apporto vinoso (alla cieca diremmo: Porto) è decisamente fruttato, verso la frutta rossa, per nulla astringente, a differenza del Benromach di cui sopra. Una fettina di fontina con marmellata di fragola? Più godibile dell’altro, ma decisamente meno strutturato: 82/100.

Caol Ila 13 yo (2018, Gordon & MacPhail, 43%)

188840-bigVabbè, un Caol Ila, cosa volete che sia? Eppure, c’è sempre un po’ di magia in questo carattere, tutto giocato splendidamente in un equilibrio delicato tra fumo e lime, tra mare e vaniglia, tra limone e borotalco… Liquirizia, anche un filo d’inchiostro e un velo di zucchero a velo. Sembra facile trovare un equilibrio: eppure non lo è, e con la distilleria di Port Askaig si vola via. 84/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Mingus – Moanin’

Tamdhu 2006 (2015, Van Wees ‘The Ultimate’, 64,3%)

Saremo degli squilibrati, ma in una sera di piena estate, travolti dalla calura e dagli sciami di zanzare inferocite, abbiamo pensato fosse una buona idea quella di aprire un sample di un whisky a più di 64%… Trattasi di un gentile omaggio del sommo Fabio, valente blogger di whisky e cervello in fuga: un Tamdhu maturato nello sherry butt #918 per 9 anni, fino al momento in cui Mr. Van Wees ha deciso di porre fine alle sue sofferenze e imbottigliarlo nella serie The Ultimate.

foto da whisky.de

N: molto aggressivo e aromatico sulle prime: ti piomba in faccia tutto il carrello delle confetture da hotel. Frutta in marmellata (arancia amara, fragola), pasta di mandorle; passando oltre si scorge un tocco di tabacco da pipa. Sentori di foglia umida in autunno, quella coltre marcescente di foglie umide autunnali che tanta poesia decadente da due soldi ispira sui diari degli adolescenti. L’aggiunta di acqua dischiude un lato di carne che in effetti attendevamo sulla porta da po’.

P: alcol ovviamente esuberante e qui le note meaty (proprio di bistecca di porco) si fanno più evidenti, assieme a una gran frutta (pesca, fragola), perfino tropicale. Aranciata amara. L’acqua amplifica suggestioni carnose, quasi metalliche e ruginose. Ancora una marmellata di frutti rossi. A tratti vinoso.

F: molto lungo con agrumi, scorza d’arancia macerata, e melone. Liquirizia pura.

Estremo e saporitissimo, anche se la gradazione-monstre non pregiudica una certa qual beverinità. Una bomba in sherry così come ce la si aspetta, con tutta la luculliana seduzione della frutta succosa e con quegli spigoli carnosi e lievemente metallici così tipici dello stile di Tamdhu. Se poi pensiamo che in uscita questo Tamdhu costava circa 65€, beh… Complimenti. Un whisky giovane, carico ma non privo di personalità, nel senso di individualità: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Grace Jones – I’ve seen that face before.

Aberlour 17 yo ‘Distillery Reserve’ (1999/2017, OB, 52,8%)

In una delle nostre recenti sessioni intensive di degustazione presso l’Harp Pub Guinness di Milano abbiamo affrontato una golosissima edizione di Aberlour: si tratta di un ‘Distillery Reserve’, cioè una serie di imbottigliamenti single o double cask, a grado pieno, delle distillerie del gruppo Chivas / Pernod, disponibili per l’acquisto solo lassù dove il whisky lo si fa. In questo caso, abbiamo davanti due barili (#4868 e #4886) ex-sherry Oloroso distillati nel 1999, imbottigliati dunque a 17 anni nel 2017. Roba forte, direbbe qualcuno: ringraziamo il prode Andrea del Monkey Whisky Club per essersi inerpicato fino ad Aberlour per portare a casa cotanta bottiglia. Siamo coadiuvati nella bevuta dal sommo Angelo Corbetta.

N: uno sherry monster fatto e finito, anche se decisamente più maturo e ‘pieno’ rispetto all’Abunad’h – ha note succosissime di frutta rossa, dalla ciliegia / amarena al lampone, poi cioccolato (cioccolato con ciliegie, diciamolo: mon cheri). C’è una venatura di clorofilla. Brioche (ai frutti rossi, naturalmente); note di malaga, ‘dolci’ e cremose. Legno caldo, e punte speziate.

P: l’impatto è esplosivo, con deflagrazioni di cioccolato fondente e frutta rossa, come ci si attendeva; note di babà al rum, ci suggerisce Angelo – e poi va chiudendosi verso l’amaricante / astringente, con note di fondo di caffè. Spezie (chiodi di garofano, noce moscata).

F: burroso, cioccolatoso, dolce, annega le suggestioni amaricanti e torna su territori più ruffiani. Maestoso.

Eccellente come solo un Aberlour in sherry di circa 18 anni può essere. A suo modo incoerente, con un naso succoso e dolcino e un palato, invece, succoso e amaricante, con presenza netta del legno e delle spezie. Siccome abbiamo paura di non berlo mai più, e la paura fa 90, ecco il voto: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Reverie.

Ledaig 18 yo (1998/2016, Wilson & Morgan, 62,7%)

Se mercoledì abbiamo deciso di recensire un Tobermory di un imbottigliatore italiano, oggi ricalibriamo le nostre pretese solo di poco, e assaggiamo un Ledaig (versione torbata di Tobermory, per i distratti) selezionato e imbottigliato da Wilson & Morgan, monicker dietro cui si cela l’azienda Rossi & Rossi di Treviso. Trattasi di un barile ex-sherry, con il vetro giunto a concludere degnamente una vita lunga diciotto anni; la gradazione è mostruosa, dunque sarà bene allacciare le cinture.

N: a grado pieno, appare molto chiuso e spigoloso: scalcia fortissimo note mentolate, tipo schiuma da barba, e di violetta; non manca l’aria di mare mentre la torba, a quasi 63%, resta un po’ in sordina. Par di trovare uno sherry appiccicoso, da zucchero bruciato, da pane caramellato; cannolo siciliano, con la sua dolcezza esasperata. L’acqua fa un effetto strano, amplifica una nota agrumata (limone soprattutto)

P: di nuovo, senz’acqua sembra un mix improbabile di schiuma da barba, pastiglia Leone e acqua di mare. Aggiungendo acqua, diventa più affrontabile e di nuovo pare aprirsi su una curiosa limonosità. Paradossalmente floreale nella sua brutalità (violetta ancora), del tutto privo di frutta e, diciamo, di dolcezza. Ancora incredibilmente balsamico, eucalipto.

F: lungo e persistente, finalmente la torba si sente appieno, acre e fumosa; lascia poi la bocca incredibilmente fresca e mentolata. 

Non sapremmo: di certo è un whisky difficile, forse fin troppo per noi – che in fondo siamo solo al nono whisky della serata (hey, bevete responsabilmente!). Quasi non sembra un Ledaig, non troviamo quel lato organico e chimico così tipico, né il celebre “chicco di sale”, imprescindibile hallmark per cui fummo bacchettati in passato. La combinazione riesce a trasfigurare questo Ledaig in qualcosa di ancora più strano rispetto al solito – un Ledaig oltre Ledaig? Difficile dargli un voto, veramente stranissimo – a noi forse non è davvero piaciuto, ma nel dubbio di non averlo compreso appiccicheremmo un 84/100. Prendete con le pinze, e se trovate assaggiate; ad esempio Giuseppe apprezza molto di più.

Sottofondo musicale consigliato: Mango – Come Monnalisa.

Tobermory 22 yo (1995/2017, Valinch&Mallet, 51,5%)

Negli ultimi due anni presso gli imbottigliatori indipendenti si sono letteralmente moltiplicati i single cask di Tobermory, amena e discussa distilleria dell’isola di Mull, soprattutto di metà anni ’90 – e questa è una fortuna per gli appassionati… Con Tobermory non ci si annoia mai, anche grazie alle molte imperfezioni del distillato! Oggi posiamo gli artigli su una release dell’anno scorso da parte di Valinch & Mallet, indie bottler italiano in costante “crescita reputazionale”, per usare una formula orrenda: tutto merito delle ottime scelte di Fabio Ermoli e Davide Romano, che peraltro ringraziamo per il campione. Questo whisky è un single cask di 22 anni maturato in sherry, imbottigliato al grado pieno di 51,5%.

N: mamma mia, che spettacolo – è uno spettacolo tutto sballato, situazionista, ma è bellissimo! Si parte con una serie di descrittori eccentrici: si va da sentori ‘carnosi’, molto  meaty, a un senso di aria di mare, iodio, fino a pacchi di cacao, di carruba; legno umido di cantina. Il tutto appare sì eccentrico, ma si ricompone inaspettatamente in un profilo nel complesso elegante. Troviamo anche scorza d’arancia e caramello – c’è poca frutta ma tanta, tanta personalità e tanta opulenza d’aromi.

P: rimangono degli accenti sicuramente molto personali, con ancora sfumature sulfuree e di carne, però si normalizza verso note più fruttate. Frutta gialla gradevole e zuccherina (tipo confettura d’albicocca), poi ancora molto cacao e arancia. Molto tagliente, sottile, e pure molto compatto come sapori. In generale, la botte si lascia molto assaporare, e scommetteremmo che si tratta di un refill – così ci permettiamo di immaginare note di legno esausto, umido.

F: lungo, persistente, iodio ancora, poi cacao e ancora un legno suadente e setoso.

Molto interessante e senza dubbio molto divertente: un po’ scombinato, con note del tutto incoerenti, ma al contempo complesso, pieno di sfaccettature. La fase olfattiva resta la più goduriosa, mentre il palato – a dirla tutta – resta un po’ esile come corpo, per quanto non difetti in varietà e complessità. Probabilmente dividerà, perché per apprezzarlo appieno bisogna non temere note sulfuree e di carne: noi però non ci noveriamo in quella schiera di pavidi, e dunque appuntiamo un convinto 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Charles Aznavour – She.

“Whisky Revolution Festival” – Castelfranco Veneto, 22-24.09.2018

Il BLEND WhiskyBar di Castelfranco Veneto è stata una delle novità più gradite dell’anno ‘scolastico’ appena trascorso. Dopo l’inaugurazione dello scorso settembre, i ragazzi si sono affermati rapidamente come uno dei punti di riferimento italiani per la miscelazione a base whisky: alla base ci sono concetti molto forti e la chiara volontà di svecchiare l’immagine del single malt, aggiornandola alle esigenze comunicative contemporanee ma senza perdere accuratezza e serietà in fase di divulgazione culturale del prodotto. In un certo senso, sono i principi che ci hanno portato, anni fa, a creare questo blog, e dunque non possiamo che sentirci in profonda sintonia con loro…

Siamo dunque molto felici di poter annunciare il Whisky Revolution Festival, una fiera dedicata – ovviamente – al whisky, organizzata a Castelfranco proprio dagli amici del BLEND tra il 22 e il 24 settembre, presso l’Hotel Fior. Si tratta di una tipologia di fiera del tutto nuova, diversa sia dallo storico Milano Whisky Festival che dalla fiera romana Spirit of Scotland / Roma WF: sarà all’aperto, nell’enorme giardino di un albergo, ci saranno le classiche isole con degustazione dei vari espositori, ci sarà un’area didattica affidata alle sapienti mani e menti di WhiskyClub Italia; poi uno spazio-museo gestito da Max Righi, un’area ‘esclusiva’ con bottiglie di fascia alta in degustazione, abbinamenti con cibo, una zona del whisky bar con miscelazione, after party in loco, musica dal vivo, un’area lounge e un ristorante all’aperto, masterclass prestigiose, dibattiti… Il tutto all’insegna del benessere più sfrenato. Conoscendo il modo in cui lavorano i ragazzi e l’entusiasmo con cui tanti espositori hanno aderito immediatamente, sappiamo che sarà qualcosa di eccezionale.

Anche i blogger italiani saranno protagonisti: insieme agli amici Giuseppe, Federico, Sebastiano e Valentina organizzeremo degustazioni ‘guidate’ e cercheremo di coinvolgere il pubblico con attività “socialmente utili”. Noi avremo anche il piacere di tenere una masterclass davvero eccezionale: una verticale con tutti e 7 le edizioni del Kilchoman 100% Islay e, in anteprima italiana (anzi: mondiale, galattica, universale!), anche con l’ottava release! Un’occasione davvero unica per assaggiare l’espressione più autentica della distilleria più artigianale di Islay.

Naturalmente vi terremo aggiornati sulle evoluzioni, intanto ovviamente vi raccomandiamo di dare un’occhiata al sito, appena messo online, e di seguire il BLEND e il WRF sui vari canali social (a partire dalle loro pagine facebook, qui e qui). Ci vediamo là!

Piove Whisky (anche d’estate…)

Per la serie “ma chi ci ferma a noi!?”, ecco una bella carrellata estiva di whisky più o meno irrinunciabili.

Hopkins Navy Supreme 12 yo (OB, 75 cl, 43%)

177932-bigUn blended degli anni ’70 per il mercato italiano e prodotto a Oban. Al naso l’alcol è molto rarefatto, con note antiche di tabacco da narghilè alla frutta rossa. Fruit joy, propoli e rabarbaro, a render conto del lato balsamico. In bocca troviamo una grande masticabilità e un bel corpo. Un whisky scuro, con note di miele di castagno, caramello, more e ancora rabarbaro e propoli. Termina lungo, profondo. Frutta rossa/nera. Leggera nota minerale, ferrosa. Un bell’87/100 per questo nettare del passato.

 

Royal Lochnagar 23 yo Rare Malts (1973, OB, 59,7%)

La cosa pazzesca è che è a 60%, e sembra a 40!, è apertissimo e aromatico. La prima royal-lochnagar-23-year-old-1973-rare-malts-whiskysensazione è come di una lievissima schermatura di cera d’api, di favo di miele. Tutto l’arco parlamentare della frutta gialla (dall’arancia alla mela alla pesca), poi una leggera nota di legno. Al palato ancora favo di miele, frutta. Pizzica un po’ l’alcol, qui, per fortuna. Molto giallo, e poi pure una ciliegia sotto spirito. Finale non lunghissimo ma intenso, pieno, ancora su miele soprattutto e frutta gialla. 87/100

Glen Elgin 20 yo (1995/2016, Clanxton’s, 51,5%)

glen-elgin-1995-20yo-claxtonsNon appena si supera una coltre alcolica inaspettata, si dispiega un caldo tripudio fruttato ed estivo: pesche sciroppate e marmellata di albicocca, miele in crescita, cera d’api e cereale. Il palato accentua una nota oleosa di cioccolato bianco, ancora con cera (tantissima) e delle belle note floreali. Fetta biscottata. Non è complessissimo forse, ma ha una semplicità assertiva e delicata davvero gradevole. 87/100

Benromach Wood Finish ‘Hermitage’ (2005/2015, OB, 45%)benromach-2005-bottled-2015-hermitage-wood-finish-whisky

Fin dal naso appare un po’ alcolico. Svela le note torbate, terrose e minerali del distillato di Benromach, che si combinano in un modo un po’ spigoloso e tagliente con la vinosità del barile. Note di inchiostro, di prugne nere secche; il tutto condito da una venatura sulfurea, di stoppino, dura a morire. Intenso ma non particolarmente espressivo, se vogliamo – si salva per le solite suadenti note grasse di Benromach. 83/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Lacuna Coil – Heaven’s a lie

 

Tomintoul 1967 (2000, Gordon & MacPhail, 40%)

Direttamente dal Tasting Facile del 2017, eccoci alle prese con un Tomintoul del 1967: c’è un che di archeologico in una bevuta del genere, se si pensa che la distilleria dello Speyside ha iniziato a scaldare gli alambicchi solo nel 1965. Si tratta di una prestigiosa selezione di Gordon&MacPhail, dalla serie Rare Old, ed è stato imbottigliato ben diciotto anni fa, all’alba del nuovo millennio, proprio quando la proprietà passo da White &Mackey agli attuali proprietari di Angus Dundee. Trattasi di un barile sherry first-fill, curiosamente ridotto a 40%. Andiamo, e che Dio ce la mandi buona.

5466-7727tomintoul1967-2000rareoldN: la presenza dello sherry è inconfondibile, ma si tratta di uno sherry non succoso, piuttosto tagliente e leggermente metallico, con note ruginose che si protraggono per l’intera degustazione. Si inizia con aromi di castagne, anzi di buccia di caldarrosta; poi uvetta sotto spirito, della marmellata bruciacchiata ai bordi della crostata… Noci e prugne; uno di quei dolci alla carruba. Particolare, ad un assaggio alla cieca potrebbe quasi sembrare un altro distillato (un Cognac, forse – lo dice pure Serge, che è un po’ più affidabile di noialtri). Dopo un po’, sviluppa come una nota vinilica, quasi di scotch (disambigua: nel senso del nastro adesivo), che ci ricorda un sentore erbaceo fasullo, come fosse chimico. Difficile immaginare cosa intendiamo, vero?

P: compie uno strano percorso: attacca sulla dolcezza, quasi succosa qui, tra il tamarindo, la marmellata di prugne, l’uvetta, ancora la castagna; sulle prime pare molto zuccherino, con caramello e ancora carruba. Dopo queste premesse, i 40% lo lasciano sfumare e cade nel baratro dell’anonimato. Poi il legno tende a prendersi la scena: si sente una sorta di astringenza legnosa che ci fa venire in mente il tè Pu-er, lasciato un po’ troppo in infusione.

F: tè e legno, legno e tè; ancora un che di metallico e un ricordo di prugna secca. Cacao amaro in polvere.

Se dobbiamo cercare un pregio in questo Tomintoul (distilleria che francamente ci ha abituato ai tiepidi entusiasmi), in fondo ne troviamo due, ancorché piccini. Innanzitutto, come dicevamo in apertura, rappresenta un’occasione più unica che rara per tornare alle origini di Tomintoul, quando ancora si distillava con due soli alambicchi; e poi il profilo complessivo, dalla ferrosità contundente e dalla dolcezza un po’ appassita, è certo non così frequente ai giorni nostri. Detto questo, francamente questo single cask finisce per deludere sia perché poco gradevole sia perché poco intenso. Serge non lo ama particolarmente, e noi meno: 80/100.

Sottofondo musicale consigliato: The André canta Habibi (Ghali cover)

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes

Glengoyne 20 yo (1996/2016, First Editions, 60,4%)

First Editions è una delle tante etichette del famoso imbottigliatore indipendente scozzese. Si tratta di imbottigliamenti a grado pieno, non filtrati e senza aggiunta di coloranti. Le premesse sono ottime, dunque. Curiosamente di questo ventennale Glengoyne ne esistono solo 83 bottiglie, dettaglio che potrebbe far pensare a un uso parziale del liquido contenuto della botte. Ma noi siamo gente semplice, non ci facciamo troppe domande: vediamo un Glengoyne invecchiato in una botte ex sherry e siamo felici!

glengoyne-20-year-old-1996-cask-12825-the-first-edition-hunter-laing-whiskyN: la coltre alcolica è molto fitta, è ostico avvicinarsi sulle prime. Per ora si distinguono le forme dell’uvetta, della brioche all’albicocca, della nocciola e di un’essenza di arancia; per il resto poco espressivo, ma è la gradazione a chiudere. Con acqua, si confermano le note di prima, ma restano più affrontabili, più gradevoli, percepibili a pieno. Poi anche miele liquido, dolce; il profumo del legno caldo al sole. Ancora iper-burroso, con sentori di pandoro, di pasta di mandorle, di glassa della colomba (oggi ci vengono in mente dolci festivi, che ci volete fare).

P: anche qui, a grado pieno è un po’ ostico, l’alcol brucia e copre il dipanarsi dei sentori: resta il burro caldo, la pastafrolla e un che di sciroppo d’acero, forse; zucchero liquido, brioche e ancora arancia dolce. L’acqua concede lo stesso cambiamento del naso, in un vero festival della coerenza: quanto già detto quindi, ma più amplificato e piacevole. Ancora burroso, anche in questa fase.

F: lungo e intenso, molto persistente, con tanta frutta secca burrosa (nocciola e mandorle). Una punta erbacea.

Per una volta la gradazione alta è penalizzante, va a chiudere un profilo che una volta dispiegato si rivela piuttosto gradevole anche se abbastanza ordinario – consideriamo anche i vent’anni di invecchiamento. Buono ma ‘banale’, senza guizzi: vien da chiedersi se forse non sarebbe stato meglio, per una volta, imbottigliarlo a grado ridotto (sì, lo sappiamo, non ci riconosciamo più neanche noi): 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: John Lee Hooker – Wednesday Evenin’ Blues