The Speyside Files #2: Spirit Still + Dramfool

Lo Spirit of Speyside è ormai diventato un festival grande, importante e molto affollato: per questa ragione abbiamo deciso di privilegiare gli eventi più piccoli, cercando chicche nascoste sotto profili da underdogs. Così la presentazione di un nuovo imbottigliatore indipendente ci è parso perfetto: giovedì 3 a Craigellachie abbiamo partecipato all’esordio ufficiale di Spirit Still, start up di due giovani scozzesi, accanto a un paio di assaggi di Dramfool, altro indie-bottler scozzese con una particolare predilezione per i torbati di Islay. Qui di seguito alcune sentenze, prossimamente una recensione estesa per quello che ci è sembrato immediatamente il dram migliore della serata.

Inutile dire che si tratta per lo più di single casks, a grado pieno o comunque non troppo ridotto, senza colorazione artificiale: insomma, qui si parla di gente per bene.

Carsebridge 52 yo (1964/2018, The Spirit Still, 40,8%)

Piacione, privo di quella nota vinilica che talvolta contrassegna i grain. Frutta molto matura (banana soprattutto), vaniglia, toffee, creme brulée. In un secondo momento esce un legno caldo seducente. Molto convincente ed equilibrato, mai eccessivo anche se – come tutti i grain, diciamocelo – difetta un po’ in complessità assoluta. 87/100

Burnside 18 yo (2018, The Spirit Still, 58,2%)

Al naso appare nudo e chiuso, sulle prime, ma poi in bocca esplodono miele, cera, frutta gialla tropicale matura (ananas perentorio e indiscutibile). Poi tutta la maltosità di Balvenie, spettacolare; l’acqua apre il naso e porta il palato su intense note balsamiche. Sempre squilibrato, ad essere sinceri, e incoerente tra naso e palato: ma proprio per questo delizioso. 89/100

Speyside 22 yo (1995/2018, Dramfool, 55%)

Imbottigliamento speciale per lo Spirit of Speyside. A molti è piaciuto tanto, noi francamente abbiamo trovato pesanti note sulfuree, soprattutto al naso, con qualche puzzetta di troppo. Questo lato non ci è parso bilanciato da una dolcezza un po’ troppo semplice, slegata, da zucchero di canna e frutti rossi caramellosi. Se vi piace il sulfureo probabilmente vi farà impazzire; noi ci dobbiamo trattenere. 76/100

Like A Villain 9 yo (2008/2018, The Spirit Still, 52%)

Si tratta di un Lagavulin (che detto alla scozzese suona un po’ come Like A Villain…) invecchiato in un barile ex-bourbon e finito per 6 mesi in un barile ex-Cote du Rhone. Al naso molto Lagavulin, con lime e castagne e una torba intensa, marina e bruciata. Non vinoso ma dolce, forse un po’ troppo?, con tanta vaniglia. Poi la violenza aggraziata di Laga c’è tutta: mare e torba da panico. 86/100

‘The Quartet’ blended malt (2018, The Spirit Still, 46%)

Miscela di quattro single malt di Highlands e Speyside (Ardmore, Mortlach e…?), tutti invecchiati e poi miscelati in barili ex-sherry. Un po’ ruffiano forse vista l’intensità dello sherry, ma con evidente la quota torbatina: dunque dado e zolfo e un filo di fumo acre, anche un velo ferroso; poi dall’altro lato una dolcezza da frutta rossa, castagne, salsa barbecue, carruba. Incoerente anche lui, naso più ruffiano e palato più maleducato. Mortlach e Ardmore evidenti: così ci era parso anche sul momento, quando ci ricordavamo tutte e quattro le distillerie coinvolte. 85/100

Considerazione conclusiva: complimenti a Colin Fraser e Adam Irvine di Spirit Still, davvero, i quattro loro whisky assaggiati sono stati molto soddisfacenti e – dobbiamo dirlo – ci paiono presentati al pubblico ad un prezzo adeguato. Il quinto arriverà la settimana prossima, e sarà un campione vero… Quanto a Dramfool, in questo contesto era ancillare a Spirit Still: noi non abbiamo amato lo Speyside, ma sappiamo che hanno collezionato una serie di isolani, soprattutto di Bruichladdich, molto apprezzati: per il Feis Ile ci saranno un Port Charlotte 15 anni e un Octomore di 6, ai fortunati che saranno sull’isola consigliamo caldamente un assaggio.

Sottofondo musicale consigliato: Squeeze – Cool for Cats.

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The Speyside Files #1: Blair Athol, Aberfeldy

Eroici come solo due alcolisti all’ultimo stadio possono essere, la scorsa settimana abbiamo fatto un giretto allo Spirit of Speyside, il festival della regione che ospita un buon terzo delle distillerie scozzesi. Il giretto è stato matto e disperatissimo in verità: sono stati tre giorni molto intensi tra visite, degustazioni, incontri e tanti chilometri su una 500 color salmone – sommamente imbarazzante. Da bravi scribacchini recensori, evitiamo la mera cronaca per gettarvi in pasto il resoconto degli assaggi – o per lo meno dei pochi per cui siamo riusciti a mantenere una lucidità tale da appuntarci sintetiche note di degustazione.

Blair Athol è una distilleria deliziosa di proprietà di Diageo: è di strada per lo Speyside venendo da Glasgow e dunque non abbiamo potuto evitare di fermarci per una visita e un paio di assaggi, pescando nel range di Flora & Fauna – una menzione per il bar del visitor centre, letteralmente inserito dentro a un mash tun in disuso.

Mannochmore 12 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Generosamente maltoso, con note evidenti di biscotti. Pulito e leggero, tutto sommato semplice e di persistenza medio-bassa, anche se qui e là non mancano degli spigoli erbacei/minerali e una leggera speziatura. Cereale cereale cereale! Un whisky che sa di whisky: 82/100.
Glenlossie 10 yo Flora & Fauna (2017, OB, 43%)
Chiuso al naso e abbastanza ‘spirity’. Note di yogurt, di gelsomino, e diventa molto floreale soprattutto al palato. Vaniglia e frutta gialla. Anche lui complessivamente pulito e abbastanza elegante, nel confronto diretto vince sul Mannochmore. 84/100

Due assaggi e passa la paura, si suol dire (dove? in quali occasioni? mah): forti di un nuovo coraggio, ci rimettiamo in strada e raggiungiamo Aberfeldy, amena e accogliente. Qui ne abbiamo approfittato per assaggiare qualche espressione delle altre distillerie del gruppo Dewar’s.

Royal Brackla 16 yo (2017, OB, 40%)
Note di caramello, poi note fruttate: un filo di banana verde, albicocca, arancia. Decisamente, tè zuccherato. Anche se a soli 40 gradi appare molto ricco e si fa rispettare, mostrando i muscoli di quello che si definisce “the king’s own whisky”. Bello dolce, ma con un finale pulito ed erbaceo. 86/100

 

Glen Deveron 18 yo (2017, OB, 40%)
Per chi se lo chiedesse, dietro questo esotico nome celasi nientepopodimenoché… il single malt prodotto a Macduff. Al naso sembra fruttato e piacevole, con note di frutta gialla (albicocca e pesche). In bocca è un po’ watery, anche se è ravvivato da un sentore salato e leggermente terroso. Strana nota di panna cotta, in un contesto interessante ma che, in fin dei conti, ci delude un po’. 78/100
Sottofondo musicale consigliato: Ariana Grande – No tears left to cry.

Caol Ila 18 yo OB vs Caol Ila 15 V&M

Dal momento in cui abbiamo aperto il blog, sei anni fa (quasi sette, si invecchia anche da queste parti!), abbiamo sempre avuto almeno un Caol Ila a disposizione – ora con un gesto di arbitrio ineguagliabile, beviamo gli ultimi due superstiti e li beviamo insieme, a sfregio. Si inizia da un grande classico della distilleria di Islay, il 18 anni che abbiamo già avuto modo di assaggiare qualche anno fa, per poi passare a un recente single cask già esauritissimo di Valinch & Mallet: mondi lontanissimi, come nell’album di Battiato, che diventano vicini di casa… basta avere un po’ di fantasia (e di sete)!

Caol Ila 18 yo (2017, OB, 43%)

whisky-caol-ila-18-year-43-Al naso, è un Caol Ila fatto e finito, così come ce lo immaginiamo, compatto e solido: quindi una torba gentile, fumosa, poi un lato balsamico, con mentolo e aghi di pino. Tanta parte agrumata, con arancia fresca e pure marmellata d’arancia. C’è una morbida quota di vaniglia. Al palato si conferma di una bella cremosità compatta, davvero beverina e suadente – corroborante, oseremmo dire, se solo avesse un senso. Tanta dolcezza, sì, ma mitigata dagli spigoli di Islay, con marinità in netto aumento, così come il fumo. Liquirizia. Ottimo nella sua banalità. 87/100. Buono, tanto buono, al punto che forse al quinto bicchiere può pure stancare… Viene via con una novantina di euro.

Caol Ila 15 yo (2002/2017, Valinch & Mallet, 52,8%)

Caol_ila_15_Valinch_&_Mallet_Single_Malt_Scotch_WhiskyAl naso, il lato torbato è molto simile al diciottenne, intenso ma non troppo aggressivo né particolarmente orientato al mare, salvo un sentore di pesce secco. Spicca una nota di risotto allo zafferano, e perfino un che di aceto balsamico. Il lato ‘dolce’ è vicino all’OB, anche se più scuro, decisamente più sbilanciato verso il bruciacchiato.  Al palato conferma questo spostamento, molto carico, con cuoio e liquirizia e miele evidentissimi. L’apporto dello sherry non è tanto sulla frutta rossa, quanto su una screziatura speziata (o una speziatura screziata, se preferite). Barbecue, pancetta sulla brace. 86/100. Buono, molto rustico, molto carico, ti deve piacere questo profilo, a tratti un po’ eccessivo forse. Pur nell’eccellenza complessiva, Serge lo definisce ‘impreciso’, e a dirla tutta siamo d’accordo: procede un po’ a strattoni, non ci sembra profondamente armonico; e tuttavia pare svolgere a pieno il compito di mostrarci ancora una volta come i single cask sappiano avere personalità da vendere e siano in molti casi degli abiti sartoriali, ad uno calzano a pennello, altri nemmeno ci entrano… ah lo si trova ancora sull’internet a 120 euro.

Sottofondo musicale consigliato: Led ZeppelinThe Battle of Evermore

Highland Park 18 yo (1956/1974, OB, ‘Ferraretto Import’, 43%)

Ferraretto è un nome che agli appassionati di whisky fa venire in mente una cosa sola: gli Highland Park degli anni ’70 e ’80. Noi siamo dei privilegiati, e oggi abbiamo la fortuna di assaggiare il secondo HP di quest’era, dopo un vintage del 1958 davvero entusiasmante (93 punti nel nostro archivio): grazie a Luca Bellia, appassionato pavese già citato su queste pagine, mettiamo naso e papille su un 1956, imbottigliato nel 1974 a 43%.

N: da subito molto complesso, ricco di cambiamenti: dopo un sonno lungo 40 anni, si stiracchia nel bicchiere man mano. Una discreta mineralità ci accoglie, assieme ad una ancor più discreta cera, contribuendo a delineare un profilo setoso, con richiami a vecchi mobili, propoli, vecchia carta, legno antico… Anche un filo di torba, con venature acri e ‘sudate’. Detto ciò, resta molto vivo nel bicchiere, con succose note di agrumi (mandarino e arancia, anche scorzette), con frutta di Martorana (quella di pasta di mandorle, laccata), fichi secchi. E poi ancora, sentori di torta di mele sfornata da poco. Forse frutto di una lieve ossidazione, ha sviluppato note di ‘dopobarba’, presenti solo a tratti per la verità.

P: qui purtroppo dobbiamo registrare una evidente perdita di gradazione, sicuramente sotto ai 40%, che restituisce un profilo depotenziato, sia come kick palatale (questa è bella, eh) che a livello di complessità dei sapori. Ad essere appiattita è soprattutto la quota minerale, purtroppo. Restano vive delle note dolcine, tra il biscotto al cereale, l’albicocca, una mela gialla cotta al forno… Miele? Vive una spezia, forse del pepe bianco, e poi sentori un po’ distanti di cera, di ‘whisky vecchio’. Ancora agrume – scorza d’arancia.

F: non lunghissimo, cera e albicocca piuttosto evidenti. Miele, pure.

Imbottigliato 44 anni fa, non è che possiamo prendercela con lui per aver perso un po’ di vivacità e di corpo – resta d’altro canto tutta l’eleganza di un naso spettacolare, che da solo giustifica il prezzo del biglietto. Vi risparmiamo il pippone sul “si stava meglio quando si stava peggio” e “com’erano buoni i whisky di una volta”, perché sono tutte cose che sapete già: 88/100. Luca: grazie infinite, davvero.

Sottofondo musicale consigliato: Afrika Bambaata & UB40 – Reckless.

Bunnahabhain 28 yo (1989/2017, Antique Lions of Whisky, 41,3%)

La triade Silver Seal/Whisky Antique + Lion’s Whisky + Sansibar colpisce ancora: lo scorso fine settimana a Limburg è stata presentata la terza serie di imbottigliamenti di Antique Lions of Whisky, a tema animale, che comprende dei pezzi pregiati – ma ne parleremo. Oggi vogliamo guardare al passato prossimo del gruppo di imbottigliatori, mettendo alla prova dell’assaggio un Bunnahabhain del 1989 (annata fausta per la distilleria, si sa) maturato per 28 anni in una botte ex-sherry. Il colore è dorato chiaro.

N: e questo sarebbe un barile ex-sherry? È un profilo molto delicato, e che francamente, se assaggiato blind, non avremmo mai e poi mai ricondotto a una botte ex-sherry, di quasi trent’anni oltretutto. Dominano fin dall’inizio note di fiori bagnati davvero di grande intensità; accanto, frutta tropicale, per lo più candita (ananas e papaya). Mela gialla, molto presente. Ci sono sentori erbacei molto spiccati (e ci viene in mente il timo), poi tanto tanto limone… Inoltre suggestioni di pane, di lievito, di farina impastata. Col tempo si ‘ingrassa’, ed emergono suadenti note di pastello a cera.

P: l’impatto, a questa gradazione, è molto piacevole, è ancora bello pieno. Ancora la cera, quella patina umida; poi un poco di frutta tropicale, piuttosto zuccherina (di nuovo papaya), anche se in disparte. Orientato molto verso l’agrume, e il limone in modo particolare, forse il sentore dominante qui al palato. Anche burro… Torta al limone?, ma non la torta Paradiso, quelle non tanto dolci, con tanta scorza di limone… Resiste poi una nota vegetale, anzi floreale, che ci fa venire in mente la rosa (e la marmellata di rosa). Tutte queste caratteristiche si sovrappongono però, in modo straniante, a un senso di distillato giovane, molto pulito, molto nudo e vegetale.

F: e il finale, infatti, è un tripudio di sobrietà, ancora con limone, rose, quasi un senso di mineralità.

Molto strano, senti che è un whisky “lasciato lì”, certo non era frutto di una politica dei legni aggressiva come quelle in voga oggidì. Molto complesso, molto difficile anche, pieno di spigoli austeri che distrattamente si potrebbero confondere con della immatura gioventù. Oscilla continuamente tra la promessa in fine frustrata di una dolcezza tropicale, rotonda e intensa, e gli spilli dei lieviti, dello spirito, della cera e dell’erbaceo: difficile dunque, e per questo molto stimolante. In sintesi, a noi è piaciuto 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Anggun – Snow on the Sahara.

‘The Cally’ 40 yo (1974/2015, OB, 53,3%)

Mentre Diageo annuncia le nuove Special Release del 2018 (e attenzione attenzione: nessun Brora, nessun Port Ellen!), noi ci dedichiamo con il piglio dei cronisti d’assalto ad una S.R. di tre anni fa… Il Cally 40 altro non è che un grain whisky prodotto dalla Caledonian Distillery nel 1974, messo in bottiglia appunto nel 2015, non colorato, non filtrato a freddo, alla gradazione naturale di 53,3%. Sulla carta, sembra avere tutte le caratteristiche del fuoriclasse: testiamolo nel bicchiere.

N: da subito rivela una nota di solvente, probabilmente data dalla gradazione, che scherma un poco – e subito dietro, ecco agitarsi alcuni dei più consolidati cliché da grain, ovvero banana matura, crema pasticciera, noce di Pecan… Ma qui in versione relativamente ‘light’, non troppo carichi come spesso accade talvolta. Procediamo per tentativi, vista la nostra poca esperienza coi grain ultraquarantenni – e però ci sembra che il lungo invecchiamento abbia smussato gli aspetti più triviali e più ruffiani di questo whisky, in favore di note speziate e più taglienti: dunque una punta di sedano, sentori di grafite. E poi, man mano che respira, si apre su una nota dominante: burro, burro fresco, burro caldo, burro sciolto, burro, burrissimo, poi panna rappresa, frutta gialla (mela gialla e albicocca).

P: ci saremmo aspettati un’esplosione di sapori clamorosa, e invece anche qui rimane abbastanza sottile, pur con una morbidezza inconfutabile. Crema, frutta gialla, nocciola e noce di Pecan, burro d’arachidi sono contrappuntati da una leggera ma costante nota speziata e legnosa: chiodi di garofano e sentori tostati, financo amaricanti. E per una pura coincidenza verbale, ora diciamo pure ‘amaretto’. Forse un dattero, anche?

F: burro, legno amaro… lungo e persistente.

Naso molto buono, complesso e piacevole, ha però una torsione tostata al palato che mmm, non ci convince fino in fondo. Ce lo ricordavamo molto buono dal nostro assaggio quando era uscito – confermiamo la soddisfazione anche se, ora forse vittime della delusione, ci ‘fermiamo’ a un 86/100.

Sottofondo musicale consigliato: Sleep – Sonic Titan.

Kilchoman ‘Comraich’ (2007/2017, OB, 55,5%)

Comraich, chi è costui? Da qualche settimana Kilchoman ha lanciato il suo programma di “santuari” (Comraich in gaelico, appunto), ovvero ambasciate della distilleria più agricola di Islay, sparse in giro per il mondo. Ma che vuol dire essere santuario di Kilchoman? I locali, accuratamente selezionati, saranno le sedi di eventi speciali nel corso dell’anno, ospiteranno l’intero range di edizioni stabili e limitate messe sul mercato e soprattutto – per quel che interessa a noi, gente col bicchiere sempre vuoto – avranno in bottigliera una chicca esclusivissima: questo Kilchoman ‘Comraich’, appunto. Ogni anno verranno rilasciati quattro imbottigliamenti di questa serie, ma attenzione: a differenza di quanto accade con le ambasciate di Ardbeg, queste bottiglie NON saranno in vendita, né presso i locali né presso i distributori, e saranno disponibili all’assaggio solo ed esclusivamente nei santuari. Il primo imbottigliamento della neonata serie è una miscela di tre barili del 2007 (due ex-bourbon, uno ex-sherry Oloroso), in edizione limitata a 1019 bottiglie – è quasi un 10 anni, dato che il barile ex-sherry ha compiuto solo 9 anni e dieci mesi. In Italia i Comraich sono tre: il BLEND whiskybar di Castelfranco Veneto, il Rasputin Secret Bar di Firenze, l’Old London Pub di Trieste. Noi l’abbiamo assaggiato qualche settimana fa in distilleria e ci era piaciuto molto – lo riassaggiamo adesso con più attenzione, vediamo.

N: impatto ottimo, torba ‘densa’ e davvero intensa, molto tipica dello stile di Kilchoman: dunque poco marina, decisamente fumosa e profondamente minerale. Note di borotalco, di eucalipto, piacevoli e anch’esse intense – sempre molto balsamico. Questo lato resta molto evidente e sempre presente, ma sotto si agita un lato ‘dolce’ e fruttato molto variegato e anch’esso intensissimo: marmellata di fragole e pesche sciroppate, a testimoniare la quota di sherry presente, con suggestioni di caramello, di uvetta, di crema pasticciera – ci fa venire il mente il solito pasticcino di frutta, anzi: un cannolo siciliano! Elegante e brutale, sfacciato.

P: se possibile, le sensazioni di torba addirittura aumentano, profonde e ancora molto piene, fumose, bruciate. La prima suggestione che viene in mente è il pezzo di maiale appena tolto dalla brace, ancora sporco di cenere… Senza diventare marino, rivela comunque una nota sapida, nitidamente salata, che ci stupisce. La dolcezza è anche qui bruciata, croccante e scura: ci viene in mente una tarte tatin innanzitutto, crema pasticciera ancora, caramello. Perdura anche una dimensione balsamica poderosa, con aghi di pino, alloro ed eucalipto.

F: falò spento, brace – tantissima brace, proprio pezzi di legno in fiamme, se per caso non avete inteso. Pancetta affumicata bruciata. Ancora dolcezza marmellatosa.

Molto buono, soprattutto – diremmo – molto saporito: intenso, compatto, senza sbavature. Il primo Kilchoman così ‘maturo’ che ci capita di assaggiare è un esempio eccellente di uno stile senza compromessi, che punta sfacciatamente verso la coesistenza di armonia, intensità e complessità: sono evidenti gli influssi dei barili e pure molto ben integrati, così come altrettanto palese è la vivacità di un distillato che già in partenza è torbosissimo e fruttato. Decisamente promosso: 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Iron Maiden – Sanctuary.

Aberfeldy 1999 ‘distillery exclusive’ cask #5 (2017, OB, 56.5%)

Aberfeldy ha una storia interessante, dato che faceva parte del pacchetto-Dewar’s che Diageo fu costretta a vendere per evitare l’effetto monopolio: insieme a Aultmore, Craigellachie e Royal Brackla, Aberfeldy è infatti passata al gruppo Bacardi-Martini nel 1988. La proprietà ha deciso di trasformare Aberfeldy nella “casa” di Dewar, il blended di punta, e anche per questa ragione oggi Aberfeldy è tra le distillerie più gradevoli da visitare nella zona delle basse Highlands. Oggi beviamo uno degli imbottigliamenti ‘distillery only’ dell’anno scorso: si tratta del cask #5 del 1999, un Oloroso Sherry Butt vincitore dello Scottish Field Summer Whisky Challenge – qualsiasi cosa sia.

N: fresco e succoso, fruttato, bello agile – e al contempo con le note profonde dell’Oloroso. Abbiamo dunque spezie (soprattutto zenzero e profumo di legni dolci), un sentore di frutta secca, nocciola diremmo – ma soprattutto c’è tanta tanta frutta: mele gialle, uvetta, prugne, arancia essiccata… Brioche al burro e confettura d’albicocca. Caramello (forse salato, suggeriscono le tasting notes ufficiali). Col tempo, una nota vanigliata.

P: ha una presenza alcolica molto importante, che però non disturba più di tanto e anzi alla lunga regala bordate d’intensità. Iniziamo con note di zenzero, cioccolato fondente, le foglie di tabacco… C‘è un lato fruttato che ricorda frutta sia zuccherina che acida: ancora note di prugne, di uvetta e di albicocca, e l’immancabile arancia. Cioccolato con uvetta. Con acqua non cambia sostanzialmente, si rivela solo un poco più astringente.

F: legnoso e cioccolatoso, riemerge una vaniglia abbastanza marcata. Lungo, piacevole e molto intenso.

88/100, un perfetto esempio di come mettere un buon distillato in una buona botte di sherry sia una strategia semplice, forse, ma vincente. Non sapremmo dire se si trova ancora in distilleria, ma se così dovesse essere consigliamo la sosta anche solo per accaparrarselo.

Sottofondo musicale consigliato: Carl Brave x Franco126 – Tararì tararà.

Bowmore 12 yo (2017, OB, 40%)

Un tempo il Bowmore 12 anni era una bottiglia iconica, oggi lo è decisamente meno – ma di certo resta un punto di riferimento fondamentale, l’imbottigliamento, tra quelli con età dichiarata, di ingresso nell’offerta commerciale della prima distilleria ad avere avuto la licenza su Islay nel 1779. Oggi lo assaggiamo, finalmente, dispiaciuti di non poter dire che è non colorato e non filtrato a freddo, ma tant’è.

N: stereotypical Bowmore, nel senso migliore: il sale e il mare da un lato, la frutta tropicale dall’altro (maracuja e lime… profumosissimo!). E potremmo chiuderla qui. Ma lo sapete che siamo gente verbosa, quindi: mela gialla, del caramello salato. Ci sono note ‘sudate’, proprio di sudore, poi c’è una torba abbastanza fumosa, delicata come da stile di casa ma senza sembrare marginale. Una lieve nota balsamica, mentolata (forse salvia?, in ogni caso è un sentore che ci fa venire in mente quelle caramelle balsamiche alla frutta…), a completare un profilo piacevolissimo.

P: il corpo è molto esile, l’effetto è di un succo, incredibilmente beverino, ma anche un po’ ‘facilone’. Sostanzialmente privo di evoluzione, ripropone la dicotomia tra tropicalità acuta (di nuovo, maracuja) e marinità, con un costante tappeto, appena prima del limite del dolciastro, di caramello. Ci sono note di bevanda gassata, diremmo di chinotto, o forse di cedrata. Resta sempre in bilico, corre sempre il rischio di sembrare un po’ ‘finto’, costruito, troppo legnoso, e invece per fortuna si ferma ad un passo dal baratro.

F: non lunghissimo, piacevole, con fumo di torba piuttosto marcato e caramello (leggermente salato).

Normalmente, da bravi borghesotti, non accenniamo ai prezzi (che volgavità pavlave di danavo!), ma in questo caso dobbiamo avvertire che in commercio si trova attorno alle 35/40€, talvolta anche a meno: nel suo campionato, dunque, è senz’altro un top player. In assoluto forse no, ma merita una menzione – e un punticino in più – perché si lascia bere davvero volentieri, nonostante la relativa semplicità – e diciamo relativa perché Bowmore è tra i malti più complessi dell’isola, con la sua torba gentile, il suo mare, la sua frutta esuberante e tropicale. Tutte queste cose ci sono, e quindi 85/100.

Sottofondo musicale consigliato: Son Little – O Me O My.

Imperial 27 yo (1989/2017, Càrn Mòr, 43,9%)

Il primo Imperial della storia di whiskyfacile! Che vergogna, in sei anni manco una recensione… e sì che si tratta di una distilleria fascinosa per la sua cronica sfortuna: la sua storia è infatti un emmenthal, un gruviera, una massa squassata da continui buchi, da decenni di chiusure alternati a decenni di aperture, da cambi di proprietà… E la conclusione della sua storia dovrebbe regalarle ancora più credito, povera Imperial: chiusa da fine anni ’90, di proprietà di Allied / Pernod, nel momento dell’attuale boom del whisky uno si aspetterebbe di vederla riaperta, e invece no, è stata rasa al suolo per fare spazio al gigante Dalmunach. Celebriamo questa vicenda sfigatissima con un single cask di 27 anni, distillato nel 1989, imbottigliato da Càrn Mòr.

N: che naso complesso, aperto e invitante. Innanzitutto c’è una piacevolissima zona aromatica dolcina, tra la brioche, burro, l’albicocca, il miele… Pasta di mandorle. C’è perfino una frutta gialla intensa, diremmo innanzitutto mela gialla (quella molto matura, farinosa), anche una venatura agrumata, forse di limone. Quel che però ci fa girare la testa è una coltre ‘sporca’, quasi farmy, che complica tutto: una patina di formaggio stagionato (viene in mente il parmigiano quando ‘suda’; ha perfino un sentore muffato che fa venire in mente roquefort – vogliamo esagerare!, ci fa venire in mente addirittura l’abbinamento tra Sauternes e roquefort, perché siamo dei viveur, o dei cialtroni, fate voi), poi tanta tanta cera, cera d’api.

P: come al naso il primo impatto era stato devastante, qui paga dazio alla bassa gradazione (che crediamo naturale, non frutto di riduzione, beninteso) con un attacco che non è proprio dei più entusiasmanti, se paragonato alle attese del naso – poi però si riscatta in fretta, e da qui in poi è solo gloria. Ancora tanta cera e sensazioni oleose, un sentore nitido di burro caldo; biscotti ai cereali, miele, pastafrolla; tappetoni esaltanti di frutta tropicale (papaya; ce l’attendevamo, il naso così ‘sudato’ spesso prelude), ancora mela gialla.

F: burro caldo, tantissimo!, base di biscotti per cheesecake; e tropicale. Cioccolato, un sentore anche di cocco.

La masticabilità del corpo, proprio a livello tattile, penalizza parzialmente un whisky che altrimenti avremmo premiato ancora di più: è uno dei profili di whisky che più ci piace, con una burrosità del distillato che dopo tanti anni dentro a una buona botte porta a emersioni tropicali e fruttate di grandissima complessità. Ne berremmo a secchiate: 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: Lenny Kravitz – If you can’t say no (Zero 7 remix).