Springbank 13 yo (2003/2017, Cadenhead’s, 57%)

Oggi assaggiamo quello che è stato un instant best seller all’ultimo Milano Whisky Festival: era andato sold out poche ore dopo la messa in commercio in estate, le poche bottiglie rimaste all’importatore italiano sono state letteralmente polverizzate due weekend fa. Come sapete, Cadenhead’s, il più antico imbottigliatore indipendente di Scozia, festeggia quest’anno il suo 175esimo anniversario, e lo sta celebrando alla grande, con imbottigliamenti dedicati e alcune serie speciali. Tra queste, ecco la linea di single casks per i punti vendita in Europa: come tributo al fu Cadenhead’s Whisky Shop di Aberdeen, negozio storico visto che proprio ad Aberdeen nacque la compagnia che ora ha sede a Campbeltown, Cadenhead’s ha imbottigliato uno Springbank di 13 anni in sherry Oloroso, naturalmente non colorato, non filtrato a freddo e non diluito (57%). Ora, Springbank e Cadenhead’s hanno la stessa proprietà: confidiamo che abbiano scelto un barile meritevole… Affrontiamolo.

58877-714-1N: massiccio e aggressivo, selvaggio e ‘sporco’ come ci si aspetta da uno Springbank in sherry first fill. Incredibile intensità: nel sezionare partiamo dalle note più sporche, sulfuree, di fiammifero, di cuoio nuovo, di cera di candela… Poi lo sherry porta una bordata di frutta rossa: confettura di ciliegie, poi fragole, more, anche lamponi. Molto fruttato, in effetti: pesca bruciacchiata (?), tarte tatin, mela glassata. Più ci si tiene il naso sopra, più il sulfureo si assorbe: resta poi, in crescita costante, una nota di malto, di frollino o di brioche. Arancia rossa, sempre di più.

P: l’impatto non è adatto ai deboli di cuore, l’alcol picchia abbastanza. Ma che spettacolo! Riesce ad essere ancora più sporco di quanto il naso non lasciasse presagire: tra mille spigoli, alcuni anche torbati, si fanno avanti note di cera, di zolfo, di arancia rossa marc… ehm, troppo matura (veramente notevole), poi un qualcosa che ricorda un soffritto. Cresce una nota salina, nitidamente sapida e marina, inattesa. Non si dimentichi il lato dolce e fruttato, pure presente, tra confetture ai frutti rossi, forse caramello, quelle parti di crostata bruciacchiate in forno, senz’altro del miele scuro. Ancora arancia rossa.

F: all’inizio troviamo cioccolato fondente (anzi: fave di cacao), confettura ai frutti rossi e qualcosa di dolce e bruciato, ma poi all’infinito resistono il fiammifero, il sulfureo, il cuoio. Viene fuori anche un bel fumino acre di torba.

Con Sprinbgank (e con gli Springbank in sherry a maggior ragione), la storia è sempre la stessa: o lo ami o lo odi. Un whisky che racchiude in sé due eccessi: sia il barile di sherry, marcante e sfacciato, sia tutta la spigolosità di un distillato che non ha eguali in Scozia, e non solo lì forse. Effettivamente è un whisky spettacolare, a suo modo, eccessivo e carico, e sicuramente sarà divisivo: un whisky scomodo, cui è difficile tappare la bocca. Dopo attente elucubrazioni, siamo giunti a chiudere su 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: A perfect circle – The Doomed.

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Talisker 20 yo (1981/2002, OB, 62%)

Oggi assaggiamo un imbottigliamento iconico di una distilleria iconica: il 20 in sherry di Talisker, edizione limitata messa sul mercato nel 2002, esaurita rapidamente e ora oggetto di culto per i collezionisti (valore stimato attorno a 1500€, per intenderci). La gradazione (inusuale per Talisker) è di 62%. Quando il buon Pagani si è avvicinato ad uno di noi, durante il Milano Whisky Festival, brandendo un bicchiere con questo whisky, alla domanda fatidica “che cos’è?, indovina!” mai avremmo risposto con Talisker. Ora lo riassaggiamo con calma, suvvia, sperando in sensazioni più coerenti.

talob-1981N: la scena: una barchetta dal mare avanza nella nebbia fitta cercando la riva. Nel bicchiere infatti c’è tanto mare e un’atmosfera rarefatta di torba umida, un senso pesante di vapore e di amido. Acqua di mare, certamente, e un filo di fumo da un falò. Giunti a riva, il meritato ristoro del marinaio: bacon, ma sopratutto tantissima confettura di fragole e mirtilli, more. Il lato fruttato è veramente succoso e a dir poco esuberante. Liquirizia e cenere, uva nera e cioccolato, pepe e torba, in un continuo disorientamento olfattivo, come migliaia di storie raccontate sulla spiaggia attorno al fuoco.

P: anche alla gradazione monstre di 62 gradi si lascia bere con una certa facilità. Totale, come ti aspetti che sia, ovvero buonissimo. Il corpo è grasso, ultra masticabile e il primo impatto è del tutto isolano, con torba, bacon e mare. Trionfa anche l’anima speziata di Talisker, con tripudio di pepe e noce moscata, giusto un attimo prima dell’apocalisse: le botti ex sherry squassano all’improvviso il palato e s’impone una dolcezza pesante, calda di tarte tatin, marmellate ai frutti rossi in cottura. Spruzzi di arancia. Aghi di pino? Aggiungete acqua e godrete per sempre.

F: lunghissimo e con una nota sporca persistente tra il bacon e il pepe. Cenere ma anche marmellata, ad libitum.

Il miglior Talisker mai bevuto dai vostri umili Whisky e Facile, per lo meno secondo le mutevoli e relativissime percezioni del qui e ora? Forse sì, anzi certamente: 94/100. Potenza incredibile, complessità in continuo movimento, costante ristrutturazione di un profilo aromatico che ad ogni snasata rivela nuovi sentori, tutti fusi assieme, tutti di volta in volta sotto ai riflettori: magistrale e squassante intensità, magistrale e delizioso bilanciamento. Riesce ad essere tutto sparato a mille da un lato, e dall’altro ad essere velato di una surreale eleganza, con quella rarefazione di cui parlavamo nella descrizione del naso… Magnifico. Grazie a Giorgio D’Ambrosio per il sample, grazie infinite!

Sottofondo musicale consigliato: Led Zeppelin – Thank you.

Laphroaig 16 yo (1987/2004, Silver Seal, 46%)

Non possiamo esimerci dal bere un secondo Laphroaig, non siete d’accordo? Dopo l’ottimo quattordicenne di Hidden Spirits, oggi tocca a un sedicenne di Silver Seal: si tratta di un imbottigliamento ormai storico, un distillato del 1987 messo in bottiglia nel 2004 dopo anni trascorsi in una botte ex-sherry. La selezione è opera di Ernesto ‘Rino’ Mainardi, celebrato da molti (e da molti autorevoli appassionati, non da cialtroni come noi) come uno dei migliori nasi italiani, se non il migliore. Noi abbiamo potuto mettere le mani su uno dei 770 esemplari di una boccia del genere, ormai esaurita dovunque (e dove lo trovate un Laphroaig in sherry oggidì?, ditecelo, forza) perché era compresa nel pacchetto “Socio Conoscitore 2015” di Whiskyclub.it – una ragione in più per aderire al Club! Il colore è ramato pieno.

laphroaig_silver_seal_16_1987N: impossibile non partire da un lato fruttato, raramente così clamoroso: frutti rossi e neri (lamponi, fragole, more e mirtilli) intensissimi, succosi e iperzuccherini, che arrivano a ricordare le Fruit Joy scure, alle more, e in generale concentrati di frutti di bosco (forse soprattutto more e mirtilli). Prima ancora della torba, arrivano intense suggestioni di eucalipto, di tè, poi di tabacco da pipa; mare e medicine, grandi classici di Laphroaig, rimangono un po’ in disparte, anche se la torba ovviamente si fa sentire dando ulteriore sostanza… Un lieve senso di zolfanelli, di fiammiferi, con un lato sulfureo a dare un ulteriore strato.

P: all’attacco sembra mansueto, complice la gradazione ridotta; ma si tratta di un’impressione destinata a svanire molto presto. Come sopra, propone un tripudio di frutti rossi (ciliegia e lampone) che, però, forse sono soprattutto neri (more e mirtilli in gran spolvero). Arancia rossa matura, ancora a simulare un che di sulfureo, e tabacco da pipa; solo un cenno di tè affumicato (Lapsang Souchong). In aumento, qui, c’è il lato isolano, soprattutto con l’acqua di mare che riemerge, con note sapide e intense; ancora, la torba (più vegetale che fumosa – solo un qualcosa di bruciato) è parzialmente mitigata.

F: lungo e molto, molto persistente: colpisce la resistenza della frutta, dolce e davvero intensa; poi, labbra salate e fumo acre, di torba, infinito.

Come amiamo dire spesso, certi Laphroaig in sherry riescono a realizzare il miracolo di un perfetto equilibrio tra due mondi (torba e sherry, appunto) apparentemente distantissimi… E questo è senz’altro uno di quei “certi”. Rinnova il miracolo dello stupore primordiale il riconoscere un Laphroaig a grado ridotto intensissimo, certo, ma tutto giocato su sfumature setose, sulle molteplici nuance che la combo botte e distillato riesce a produrre. Capolavoro d’estate. 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: Patty Pravo – Il dottor Funky.

Glenrothes ‘Sherry cask reserve’ (2015, OB, 40%)

Glenrothes è distilleria che frequentiamo di rado, anche se sappiamo essere piuttosto apprezzata da tanti appassionati; onestamente, nella nostra esperienza non siamo mai rimasti particolarmente impressionati dalle release ufficiali, che ci sono spesso parse sufficienti e poco più… Ma bando alle nostre idiosincrasie e ai nostri pregiudizi, abbassiamo il capo e torniamo a studiare gli imbottigliamenti di distilleria: prendiamo in esame ‘Sherry cask reserve’, imbottigliamento di fascia entry-level ma a piena maturazione in botti – ohibò – ex-sherry. NAS, ovviamente.

glenrothes_sherry_cask_reserveN: fresco, leggero e pulito. Dell’invecchiamento in sherry, il naso ci restituisce note zuccherine di caramelle Rossana, di marzapane, di torta burrosa di mele (tarte tatin?). Suggestioni di zenzero candito – e proprio il candito ci fa considerare che ci sono anche note di malto ‘giovane’, fresco e dolciastro, che persistono. Zesta d’arancia (wtf?).

P: il corpo… fa andare di corpo! A parte le battute di cattivo gusto (perdonaci, Glenrothes, la nostra ispirazione non dipende da te), effettivamente pare piuttosto ‘acquoso’ e debolino; inoltre, per essere a 40% c’è una nota alcolica un po’ troppo in evidenza che a tratti sembra virare sull’acetone/metallico. Per il resto, i sapori sono di mela cotta, di marzapane, di miele… Poco di più, francamente: forse una leggera agrumatura?

F: prosegue quella nota alcolica straniante e amaricante; va spegnendosi su una sottile linea mielosa.

Dovrebbe costare intorno ai 50€, prezzo al quale potete permettervi Glenrothes in sherry decisamente più soddisfacenti, al nostro modesto parere. Perdura la nostra opinione, che pure non smetteremo di voler correggere: whisky onesto, senza lodi ma pure, per carità, senza infamie: 77/100 sarà il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Niccolò Fabi – Rosso.

Bruichladdich 11 yo (2003/2015, Milano Whisky Festival, 46%)

Abbiamo iniziato l’opera, pare brutto lasciarla in sospeso: dopo il Bruichladdich in bourbon, selezionato dal Milano Whisky Festival tramite Whiskybroker, assaggiamo oggi il fratello maggiore, un 11 anni ex-sherry imbottigliato al grado ridotto di 46%. Siccome non esistono immagini in rete di queste bottiglie (ci sentiamo anzi di suggerire ad Andrea e Giuseppe di rimpinguare coi loro imbottigliamenti, ormai tanti e prestigiosi, il database di whiskybase, perché le informazioni sulle loro bottiglie restino disponibili anche a distanza di tempo: il bello dei cataloghi è che sostituiscono la memoria per chi ne è privo come noi!), ‘rubiamo’ la foto dell’etichetta all’amico Giorgio di uischi.it.

bruichladdich-mwf-11y-2N: molto aperto ed espressivo. La botte di sherry è inconfondibile perché ha dato quelle tipiche note di cuoio, liquirizia, carruba, cioccolato ed erbe (ricorda quasi certi bitter)… Leggermente sulfureo, ma in modo positivo: arancia molto matura. Frutta cotta mista (prugne e mele). A dispetto dei descrittori, però, si presenta come molto fresco, pimpante, con anche venature di frutta fresca (fragolina?) e un malto ben cerealoso (fette biscottate?). Qui e là ci sembra di sentire un che di burroso e tostato (arachidi tostate: suggestione che forse dà conto anche di una certa salinità isolana, tipica di Bruichladdich).

P: la prima, folle immagine che ci folgora è di bacon innaffiato di sciroppo d’acero! Terminata questa reverie, rinsaviamo e riconosciamo tanta tanta liquirizia, cuoio ancora, arancia rossa succosa; in contemporanea, una dolcezza appiccicosa, molto grassa, come di zucchero di canna, di toffee e ancora frutta cotta (pesche ed albicocche quasi andate, molto mature). Un fil di fumo qui innegabile.

F: un guizzo maltato e sulfureo (cerini), su un tappeto di zucchero di canna.

Decisamente buono, privo di veri difetti, ha note sottilmente sulfuree al naso che donano profondità e complessità (sapete che ci piacciono i nasi ‘sporchi’) ad un profilo che invece, al palato, presenta una dolcezza pesante, greve, che non riesce però a zittire la mineralità torbosa del distillato. Mentre lo assaggiavamo, ci veniva in mente uno Springbank un po’ più pulito; questo già pare un complimento, e probabilmente tra i due imbottigliamenti del MWF 2015 ci orienteremmo su questo, che ci convince appena un poco di più. 86/100: trovateci un 10 anni così composito e… lo assaggeremo. Bravi, come sempre, Andrea e Giuseppe!

Sottofondo musicale consigliato: Smoke city – Underwater Love.

Glen Grant 52 yo (1956/2008, Gordon&MacPhail, 40%)

Nel 1956 i carri armati sovietici entravano in Ungheria tarpandone la rivolta, provocando il disilluso sdegno di quanti riponevano speranze nell’utopia comunista; nel 1956 Elvis Presley entrava per la prima volta nelle classifiche di vendita americane, e poco dopo scandalizzava i puritani Stati Uniti con movimenti pelvici in diretta televisiva; nel 1956 Nasser nazionalizzava il canale di Suez, aprendo una crisi epocale, che avrebbe messo in luce i limiti della NATO e cambiato i rapporti di forza internazionali; nel 1956 l’Inghilterra aboliva la pena di morte; nel 1956, a Rothes, Speyside, nella distilleria Glen Grant venivano riempite, tra le tante, due botti ex-sherry appena arrivate, belle fresche, a primo riempimento. Quelle due botti sarebbero rimaste a riposare per 52 anni, fino a quando, nel 2008, l’imbottigliatore Gordon & MacPhail decise che era tempo di svegliarne il distillato racchiuso, per la gioia dei più. Tra questi “più”, inaspettatamente ci siamo anche noi: abbiamo infatti avuto il piacere di ricevere un sample di questo Glen Grant, dalla serie “Rare Vintage” – G&M ha da anni la licenza per imbottigliare botti di diverse distillerie con etichette particolari, che in passato costituivano di fatto degli imbottigliamenti ‘ufficiali’, con partnership tra imbottigliatore e distilleria: queste etichette hanno fatto la storia, e ogni collezionista o appassionato le conosce bene. Oggi queste etichette sono ancora usate da G&M, a dimostrazione del rapporto di fiducia che lega il marchio all’industria dello scotch. Detto ciò, assaggiamo.

ggtg!m1956N: fermi tutti! Se avvistate la brigata “antimaltoporn” evocata da Serge nei momenti più concitati delle sue degustazioni, mandatecela subito qui. Gli aromi si dispiegano con picchi  d’intensità che abbiamo sentito davvero di rado. Per quanto riguarda il solo lato fruttato, troviamo quella stessa vivacità sfrontata e fresca che ci aveva stregato nel Bowmore Bicentenary: frutta rossa e nera a pacchi (succo e cioccolato ai frutti di bosco), gelée alla ciliegia e uva nera. Fichi freschi, e vira quasi sul tropicale. Poi a espandere uno spettro già largo, arrivano chinotto, tamarindo e uvetta; una scatola da tabacco da pipa, cuoio, vecchia carta e mobili di legno d’una volta. Incantevoli sono infine i richiami erbacei e mentolati. Anche del sedano? Ebbene sì.

P: un gran bel corpo e zero alcolicità, pare più un nettare che un superalcolico. Comprensibilmente qui emerge di più il mezzo secolo in botte, e si va un po’ a perdere quella frutta rossa/nera succosa del naso; frutta che comunque è presente nel ricco banchetto, tra ciliegie, uva e lamponi. La portata principale è il legno, con ricchi tannini astringenti sì, ma senza eccessi. Ci vengono in mente ancora il tabacco da pipa, foglie di menta, ma anche sciroppo d’acero, liquirizia in legnetti e rabarbaro. Cioccolato fondente. Il tutto vive di un equilibrio precario ma grandioso, basterebbe un passo per crollare ma la magia sta tutta qui.

F: rimane un legno immenso, quasi con un leggero filo di fumo. Freschezza mentolata, ciliegie, chinotto e caramelle al rabarbaro. Cioccolato amaro.

Le botti, indifferenti alla storia, sono rimaste a dormicchiare per mezzo secolo, e il peso di questa indifferenza si percepisce tutto, nel bicchiere. Il naso è qualcosa di spettacolare, la freschezza dello sherry impressiona, rivelando una complessità davvero inusitata, almeno per noi che non frequentiamo spesso invecchiamenti di questa portata; il palato resta un pelo indietro, con il legno che ovviamente guadagna qualcosa, anche se non diventa mai eccessivo, ed anzi mostra una pienezza e una qualità inaspettata: e lasciano stupefatti la potenza e l’intensità di un nettare imbottigliato a soli 40%. Questo whisky ci è piaciuto tantissimo: in calce a questa esperienza, scriviamo un bel 93/100.

Sottofondo musicale consigliato: Elvis Presley – Hound dog.

Benrinnes 15 yo (1998/2013, Silver Seal, 47,9%)

Benrinnes è una distilleria Diageo, ed è sita presso Aberlour, ameno paesino nel cuore dello Speyside, a due passi da Dufftown, vera capitale maltata della regione. Anche grazie ad alcune peculiarità tecniche (come ad esempio l’uso dei worm tubs o la parziale tripla distillazione; date un’occhiata qui e qui), Benrinnes produce un distillato decisamente particolare, spesso caratterizzato da una non indifferente torbatura, da note minerali e ‘meaty’ – un po’ come accade a Mortlach… Ma insomma, ci annoiamo da soli: oggi assaggiamo un single cask imbottigliato da Silver Seal nel 2013, si tratta di un 15 anni probabilmente (scommetteremmo noi) ex-refill sherry.

Schermata 2015-07-24 alle 13.21.35N: inizialmente esibisce decise e personalissime note ‘sporche’, tra il legno umido, il ‘chiuso’, perfino di formaggio stagionato… Poi cuoio, polvere da sparo. Presto, però, si capisce che la personalità esuberante trova sostanza anche in altri versanti dell’altopiano aromatico (eh? ragazzi, fa troppo caldo, forse dovreste smettere di bere): spicca in particolare una bella frutta rossa, bella e tanta (rfagole e lamponi – anche in versione gelée; poi ribes rosso). C’è anche una ‘dolcezza’ diversa: crostatina all’arancia, caramello.

P: il percorso è inverso rispetto al naso: qui si nota prima un attacco di frutti rossi e di caramello, di maron glacée; poi, quasi deglutendolo, improvvisamente, il palato si ‘impolvera’: tornano le note sporche del naso, qui ancora più uniche, minerali, perfino sulfuree: asparago, polvere da sparo… La frutta non si ritira però, ed anzi insiste e si reinventa tropicale (papaya).

F: lungo, molto, e persistente. Ancora polvere da sparo, con un senso di fumo lieve; arancia, frutta rossa ricca.

Come gli altri Benrinnes che abbiamo assaggiato in passato, questo single cask si rivela minerale e ‘pirico’; a differenza degli altri Benrinnes che abbiamo assaggiato in passato, questo single cask si rivela (a nostro gusto, permalosoni) ben cesellato dalla botte, che aggiunge carattere e dolcezza ad un distillato di suo non certo facile. L’esito è, secondo le nostre papille, pari a 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Jonathan Wilson – Coming to Los Angeles.

Highland Park 22 yo (1992/2014, Cadenhead’s, 59,6%)

Dopo il primo Highland Park, ecco il secondo: si tratta una singola botte ex-sherry, 22 anni, selezionata e imbottigliata da Cadenhead’s – chi a Roma è passato dal banchetto Beija Flor ha avuto senz’altro occasione di assaggiarlo, dato che immediatamente, a prima snasata, ci era parso un campione: e come tale l’abbiamo presentato al pubblico. Il giorno dopo Serge e Francesco lo recensivano sui loro siti, entrambi con grande soddisfazione: oggi che l’imbottigliamento è esaurito, per il mercato italiano almeno, lo recensiamo anche noi.

Schermata 2015-04-29 alle 12.12.14N: incredibilmente aperto a quasi 60 gradi: e anche questo ha l’impronta dei grandi, ovvero una intensità impressionante abbinata alla capacità di evolvere e reinventarsi nel bicchiere. Risalta prima una gran festa di frutti rossi in confettura (fragola su tutti), arancia candita, un filo di caramello, un bel velo di tamarindo / chinotto. Poi (ma non è un poi, piuttosto un ‘nel frattempo’) il tutto è ingrossato da una vera anima intensa di torba vegetale e minerale, quasi ‘imburrato’ (proprio burro fresco); un pelo di tabacco dolce, aromatizzato, a donare ulteriore complessità. Con acqua, si apre su incantevoli suggestioni tropicali!, generiche ma sbebèm.

P: ariboom! Intensissimo, forse perfino più dell’altro, e vive di fiammate continue, con un corpo oleosissimo e masticabile. Le prime scioccanti esplosioni sono di agrumi, anche canditi, molto ricchi (dall’arancia al chinotto, un tripudio), poi tropicalia compatti e generici. Mela rossa. Poi, come al naso, non si perde d’animo neppure una certa torba, sia minerale / cerosa che bella affumicata. Una punta di tamarindo e rabarbaro, molto buona. Impressiona la tenuta con acqua, continuando ad evolvere sia il lato fruttato (sempre più tropical) che quello fumoso e torbato.

F: lungo e intensissimo. Tabacco da pipa e mela; tropicalia e cera, fumo e frutta. Top.

Iniziamo dal voto: 93/100, non uno di meno. Siccome stiamo confrontando, spieghiamo: sono due voti identici per due whisky diversi, come speriamo si capisca leggendo le tasting notes, ma anche simili: quello imbottigliato per Spirit of Scotland ha un naso esplosivo e palato e finale compatti; questo di Cadehead’s ha un naso compatto e palato e finale esplosivi. A rassicurarci sulla consistenza della distilleria, si sente la comune marca Highland Park – che è tra le nostre cinque distillerie preferite, non per caso.

Sottofondo musicale consigliato: Tom Waits – Gun Street Girl.

Longrow 14 yo ‘Sherry Cask Finish’ (2010, OB, 46%)

Longrow, lo dobbiamo dire ogni volta?, è la versione ‘più torbata’ di Springbank: 55 ppm per Longrow contro 15 ppm del malto base della distilleria; oltretutto si tratta di una doppia distillazione, contro le due e mezzo di Springbank (che vuol dire? che parte del whisky è distillato due volte e parte tre…). Questa versione, esistente dal 1973, è distillata a Campbeltown solo per circa due mesi all’anno, ed è un peccato, data la qualità costantemente alta degli imbottigliamenti di casa; di certo bisogna apprezzare dei malti nervosi, non ruffiani, ma hey!, è per questo che ci siamo appassionati al whisky, no? L’imbottigliamento di oggi è già storia, dato che non esiste praticamente più in commercio; si tratta di un malto invecchiato in botti ex-bourbon e poi finito in barili ex-sherry.

Schermata 2015-01-28 alle 10.40.44N: il primo impatto rivela tutto l’apporto del finish, con note di uvetta, zuppa inglese, prugne cotte (frutta cotta in generale); note pungenti, di sherry ‘appuntito’, tra l’alcolico e il vinoso. Ma è pur sempre Longrow, qui lo sherry non agisce su un distillato debole: e quindi ecco forte la torbatura molto ‘bruciacchiata’ (braci, lucido per legno; pancetta) più che minerale (anche se… col tempo pare crescere una nota tra il marino e la salamoia). Con tempo e ossigeno, il tutto va scurendosi, con note di tabacco da pipa aromatizzato molto intense, di cuoio, di spezie (cannella, noce moscata, pepe); frutta disidratata (fichi, albicocche, scorza d’arancia). Malto buono, molto vivace, ottima interazione tra botti e distillato. Ci sono anche note di vaniglia, che danno un po’ di freschezza.

P: molto coerente col naso, di cui in pratica replica ogni nuance, ogni sfaccettatura. Qui forse emerge un che di fruttato, più fresco, che forse deriva dal primo tempo passato in bourbon?, e che comunque è di grande intensità e di piacevole dolcezza, soprattutto all’inizio. Quasi pesche sciroppate, albicocche… Comunque, tanta frutta disidratata. Aumenta esponenzialmente il lato Longrow, con molta più affumicatura (più fumo, più cenere, più cuoio; ma anche proprio torba, qui, evidentemente minerale, con anche un accenno di cera e un che di sapidino). Qualche suggestione mentolata? Pur restando equilibrato, dopo un po’ si lasciano andare note amarognole, con note di agrume amaro, di ferrochina, forse.

F: lungo e ceneroso / torbato; frutta secca, ancora ferrochina, dolceamaro. Agrumi caramellati. Anche una leggera nota umida, cerosa, minerale… fantastica.

Molto ‘old school’, con quel fantastico velo di mineralità… Longrow fino al midollo: sulle prime, soprattutto al naso, pare più banale, in realtà tempo e ossigeno lasciano libera la bestia. Se amate whisky rognosi, spigolosi e vecchia scuola, questo fa per voi… 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ronnie James Dio – Stand up and shout.

Bladnoch 11 yo (2013, OB, sherry cask, 55%)

Innanzitutto, una piccola segnalazione: vi vogliamo indicare il nuovo nato nel mondo del whisky blogging italiano, ovvero www.whiskysucks.com, dietro cui c’è un amico metallaro, Federico, e ci piace fargli un po’ di pubblicità, nel nostro piccolo. Ma veniamo a noi: a giudicare dallo sguardo compiaciuto della pecora che campeggia in etichetta, alla Bladnoch devono essere soddisfatti del recente re-packaging: cui corrisponde, perché nulla manchi, anche una risistemazione complessiva del core range. All’ultimo Spirit of Scotland eravamo dietro al banchetto di Davide e Claudio, e il primo aveva il piacere di presentare in Italia i nuovi figliuoli della distilleria delle Lowlands. Noi ne abbiamo approfittato portandoci a casa un bel sample di questo 11 anni in sherry imbottigliato a 55%, e adesso vi diciamo se ci è piaciuto o meno, tanto per essere didascalici.

bladnoch-11-year-old-sherry-matured-sheep-label-whiskyN: supersherried, con punte alcoliche pungenti (solvente per unghie) e una vaga sensazione un po’ zolfanella, che però vanisce pian piano. Molto cremoso, se pure non propriamente ‘rotondo’ (crema catalana, zuppa inglese…), con note di frutti rossi e neri molto interessanti (molte more, poi mirtilli, fragole); una nota di caramello e toffee, oltre a una suggestione di mandorla crescente. Noccioline tostate? Una punta d’anice? Cioccolato amaro (c’è chi dice ‘cioccolato al grand marnier’)? Tamarindo? Punti di domanda? C’è un che di agrumato, tipo arancia pucciata nel cioccolato, o cedro candito. Ok, abbiamo esagerato: chiudiamo il naso dando conto di suggestioni post-aggiunta d’acqua di zenzero candito e di candela ikea ai frutti rossi…

P: senz’acqua, ne ha bisogno. Ripete quanto di buono trovato al naso, con in grande evidenza alcuni frutti rossi (lampone e ribes). La dolcezza è più rotonda, con nocciola, caramello, gianduia, burro, uvetta; pizzica un po’, diciamo anche un pit di zenzero. Pasta di mandorle, in crescita. L’acqua, a dispetto delle attese, non porta rotondità: anzi, si accentuano una nota agrumata (scorza d’arancia, ma legno amaro anche) ed una di malto, vegetale e cerealoso.

F: lungo, intenso, su frutti rossi e uvetta. Burrosissimo (i biscotti al burro di Aberlour, avete presente? quelli famosi…), con un pit di malto vegetale e leggermente amarino.

Difficile da valutare, a volte è aperto e burroso, altre l’alcol tende a dominare troppo la scena e a portare note di solvente un po’ sgradevoli; complessivamente, diciamo che la gioventù di un distillato generalmente leggero non è nascosta del tutto da un invecchiamento heavily sherried. La nostra opinione è riassunta da un 82/100 che, se a qualcuno importasse qualcosa davvero, corrisponde a una promozione.

Sottofondo musicale consigliato: Skunk AnansieCharlie big potato, che disco coi controcazzi che era Post orgasmic chill!