Glendronach 25 yo (1993/2018, Beija Flor & Silver Seal, 58,5%)

Glendronach è una distilleria che gli amanti del whisky invecchiato in barili che hanno contenuto sherry non possono non portare nel cuore. Dopo qualche peripezia e un periodo di chiusura, questa storica realtà basata nell’Aberdeenshire è stata portata nel giro di un decennio nell’Olimpo dei whisky scozzesi dal leggendario Billy Walker, e per questa ragione è stata di recente oggetto di un megadeal, grazie al quale Brown Forman (i proprietari di Jack Daniel’s giusto per capire la grandezza del gruppo) ha messo le manine sul gioiello delle Highlands. Ma sganciamoci per un attimo dai massimi sistemi e concentriamoci sull’hic et nunc, che possiende le rassicuranti forme di una sherry butt- precisamente la numero 657-, da cui dopo un quarto di secolo sono state ricavate ben 581 bottiglie (angel share bassino, eh?). Questa botte è stata selezionata dall’imbottigliatore italiano Silver Seal e da Beija Flor, l’importatore in esclusiva per il mercato italiano di Glendronach.

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N: inizia su note di salamoia e un qualcosa di aceto, o di sugo di carne. Poi si apre e vira su confettura ai frutti rossi e uva molto matura; ananas, rum, melassa; lucido per legno e spezie. Dopo un po’, esce la carta vecchia, codici, biblioteca. Perfino il porcino essiccato!

P: alcolico al primo impatto, ma sotto si agita di tutto – prugne, frutta rossa, marmellata di fragole, cioccolato, perfino del caffè amaro, ma è solo un attimo. Allappante a tratti, perchè il legno è molto presente e tende a contrastare la dolcezza.

F: amaricante e lungo, riassumiamo con la suggestione del caffè turco, intenso e saporito.

Buono, ma impegnativo, è una sfida continua, diremmo una lotta impari tra distillato e bevitore. Diciamo che gli amanti degli sherry monster resi ancora più estremi da una gradazione elevata, troveranno di che innamorarsi con questo barile, che ben illustra lo stato dell’arte in casa Glendronach: una distilleria in grado di sfornare con grande naturalezza barili di assoluta qualità. Finchè questo periodo di grazia dura, godiamone gente: 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: The Alan Parsons Project – The Voice

Blair Athol 22 yo (1995/2017, Old Malt Cask, 50%)

Ci accostiamo oggi a un single cask (per la precisione il numero HL 14455) di una distilleria che ci ha abituato a prodotti spesso non banali, che tra l’altro invecchia il suo distillato soprattutto in barili che hanno contenuto sherry (questo ad esempio è un refill butt). L’imbottigliatore è Hunter Laing, che ha pazientato 22 lunghi anni prima di rendere questo whisky parte della serie Old Malt Cask, che si distingue per il non filtraggio a freddo e per la gradazione fissa a 50%, una scelta quest’ultima fatta “per mantenere una certa bevibilità”, si legge sul sito della compagnia. E allora andiamo di bevuta!

blair-athol-22-year-old-1995-old-malt-cask_1N: si apre subito con note da sherry moderno, con frutti rossi carnosi, gelée alla mora; poi frollini (magari proprio frollini coi frutti rossi), tuorlo d’uovo. Pane all’uvetta e arancia bionda, bella succosa, di quelle da spremere. Il malto riesce ad emergere, pulito ma non troppo: ci sembra di sentire una nota di sugo d’arrosto, di carota cotta, che rende il tutto molto vario e appagante.

P: molto scattante, rispetto al naso perde la quota di frutta rossa, per concedere ancora più spazio ad un profilo più fresco e ‘arancione’ – ha richiami ancora di arancia bionda, brioche all’albicocca, ancora biscotti e uvetta di Corinto. Biscotti all’arancia.

F: lungo e intenso, ancora tutto giocato tra il rosso dell’uovo e l’arancia, in ogni sua forma.

Buono, bello, e bravo. Sicuramente è un whisky di cui sarebbe appropriato possedere una bottiglia, per berlo a piacimento e senza lesinare il sorso. Forse per avere più di 20 anni esibisce una freschezza a tratti perfino ingenua e semplice, ma che bella semplicità, signori. Noi lo promuoviamo con un 87/100, anche considerando un prezzo d’uscita ragionevole, attorno ai 100 euro.

Sottofondo musicale consigliato: JINJER – Pisces (Live Session)

Kavalan Tasting

Kavalan, l’oggetto nascosto del desiderio. In realtà la distilleria della fu Isola di Formosa, oggi Taiwan, non è che si nasconda tanto da quando è stata fondata nel 2006. Infatti la produzione annua ammonta a 9 mln di litri (pare che a Taiwan si beva come dei

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disperati) e 900 mila persone la visitano ogni anno; quindi più di tutte quelle che varcano le soglie delle distillerie di tutta la Scozia. Ecco come e dove va il mondo. Di fronte a tali stravolgimenti della Storia, ci sembrava brutto non rinfrescare la nostra opinione su Kavalan, che oramai fa incetta di premi nelle competizioni internazionali, e abbiamo approfittato della splendida opportunità offertaci da WhiskyClub Italia e dall’importatore Velier, che hanno organizzato di concerto un tasting nell’elegantissima cornice del Baxter Bar, letteralmente a due passi dal Duomo, quello della Madunina tuta dora e piscinina, sì proprio lui. Erano presenti anche due ambasciatrici della distilleria, con la simpaticissima Emma Lin oramai veterana dei whisky festival italiani.

Kavalan Single Malt (2018, Nas, OB, 40%)

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L’entry level senza età dichiarata della distilleria è composto da 8 tipi differenti di botti, sia sherry che bourbon e sia first che second fill. Al naso parte subito senza troppe timidezze su note di banana, zucchero bruciato, frutta secca dolce tipo mandorle. In bocca ha tanta vaniglia e ancora un qualcosa di tropicale. Il finale è brevino, con una leggera sensazione di caramelle al rabarbaro e all’orzo. È semplice ma non piatto. Spensierato, gradevole, anche se non può dirsi un mostro di profondità. Sicuramente l’angel share di 10-12 punti percentuali all’anno aiuta accelera e dona personalità a un whisky che a mala pena toccherà i 5 anni. 83/100

Kavalan ex bourbon oak (2018, Nas, OB, 46%)

Si tratta di un whisky senza età dichiarata, diluito a 46%, che è

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stato invecchiato esclusivamente in botti ex bourbon (mavvà!) di primo riempimento provenienti da Buffalo Trace Bourbon e Heaven Hill Distillery. Al naso a sorpresa è fine e con una certa eleganza. Si impone poi una gran bella nota di uva americana e fragoline. In bocca ha un bel corpo, è cremoso (vaniglia e panna cotta) e tropicale. Arriva anche un leggero pepe bianco. In generale è bello fruttato e ricorda un po’ certi Arran.
Alla lunga forse un po’ troppo bourbonoso e alla cieca si potrebbe anche cadere in inganno, ma è sicuramente un dram che merita un assaggio (anche due o tre): 84/100, la nostra affilata sentenza.

Kavalan Solist Vinho Barrique (2012/2016, OB, 56,3%)

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Veniamo ai pezzi forti, ovvero sia i single cask della serie Solist. La botte W1207227039A ha avuto l’impareggiabile onore di essere riempita con whisky Kavalan dopo aver contenuto un vino non meglio specificato di un non meglio specifico Paese tra Francia, Usa (California), Sud Africa. Quattro anni di invecchiamento possono bastare a Taiwan e poi- voilà!- ecco pronte 238 bottiglie a grado pieno. Ci viene detto che le botti sono ampiamente recharred e (sarà la suggestione) il whisky al naso si presenta effettivamente compatto, scuro, profondo, con note “tostate” davvero poderose. L’alcol si sente pochissimo e invece si sentono mille cesti di ciliegie tutti assieme. Tanto pepe nero e liquirizia. in bocca è secco, vinoso, speziatissimo. Si iscrive nella categoria whisky estremi e ovviamente la materia prima va un po’ a farsi benedire. Ma c’è a chi piace: noi, che già avevamo apprezzato un Solist in sherry, lo premiamo per la particolarità dell’esperienza: 87/100. Ah, diciamo che non viene via proprio con due noccioline, considerando che costa circa 230 euro.

Kavalan Solist Sherry 70° anniversario Velier (2010/2016, OB, 58,6%)

Questo single cask, di cui esistono 518 bottiglie e che costava circa 180 euro, fa parte degli imbottigliamenti celebrativi dei 70 anni di attività di Velier, lo

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storico importatore genovese. Forse anche per lo stile davvero particolare (ebbene sì, è ancora più estremo del Vinho di qui sopra!) questo barile ha prevalso tra quelli proposti dalla distilleria per festeggiare la ricorrenza. Allora, non è carico, depppiù!!! Ha chiari sentori balsamici e frutta nera. Aceto di more, ci pare una sintesi felice. Ancora una spremuta di ciliegie, a cui in bocca si aggiungono cacao amaro e caffè, oltre a una strana sensazione vegetale (tipo sedano), che molto probabilmente è data dal tannino. In effetti è molto astringente, tende all’amaro nel momento stesso in cui ancora rimbomba violentissima la frutta nera. Pazzesco nelle sue intemperanze. These violent delights have violent ends: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vita di Pi – Piscine Molitor Patel (eh sì, il regista Ang Lee è taiwanese)

Kilchoman 5 yo (2011/2016, OB for WhiskyClub Italia, 58,6%)

Non potete immaginare la curiosità con cui ci accostiamo a questa creazione di Whiskyclub Italia – per chi si fosse distratto, è forse il più importante club dedicato al nostro amato distillato di cereale oggi presente sul suolo patrio. Le ragioni di tanto entusiasmo sono molteplici: anzitutto siamo freschi reduci, qualche mese addietro, da una visita proprio alla neonata (son pur sempre dodici anni, eh!) distilleria di Islay; abbiamo avuto l’onore di fare il tour assieme al fondatore Anthony Wills, che ci ha spiegato la sua personale visione, ovverosia la volontà di ottenere un distillato di partenza molto torbato sì (circa 50 ppm per quasi tutta la produzione), ma allo stesso tempo estremamente elegante e ‘leggero’. Assaggiare Kilchoman, passando dal wort (ovvero il liquido estratto dopo che il malto è stato macerato con l’acqua) ai vari tagli che intervengono durante la distillazione, è stata un’esperienza unica, che ci ha calati in maniera indelebile nelle caratteristiche organolettiche di questa sorprendente distilleria artigianale. Altro motivo di curiosità è il fatto che ormai da qualche tempo Kilchoman concede con fatica i propri barili di Oloroso a imbottigliatori indipendenti e quindi questo 5 anni di Whiskyclub si configura come una vera e propria chicca, che andiamo subito ad assaggiare.

N: accoglienza assolutamente accomodante, a dispetto del grado pieno. Ci si accomoda, dunque, nel bel mezzo di un diluvio di frutta rossa: marmellata di fragole, duroni; sciroppo all’amarena; poi arancia rossa, bella fresca; così come fichi freschi, di quelli maturi e dolcissimi. Tanto zucchero bruciato, ricorda quando si bruciacchia la marmellata sulle torte dimenticate in forno… C’è anche un lato delizioso di chinotto e rabarbaro. Ma la torba? C’è, pure quella, ed è solo torba: non porta con sé né medicinale né marino, solo una forte cenere pungente, un aroma acre. Tabacco e legno bruciati. Un filo di polvere di cacao, anche del caffè.

P: il corpo è masticabile, l’intensità pienissima. Conferma le attese del naso, mostrando l’apporto di una botte veramente esuberante e di primissima qualità. Lo sherry qui domina la scena con una dolcezza fatta di frutti rossi, ancora, in mille forme (ciliegia e marmellata di fragola su tutto). Molto rotondo, davvero, anche se a onor del vero un lato erbaceo, quasi balsamico, finisce per fare da contrappunto, con note di rabarbaro e perfino propoli. Parremo banali, ma diciamo cioccolato amaro, e ancora tabacco agli agrumi. Davvero tanta liquirizia (caramelle alla, non legnetti). La torba è pur sempre a 50ppm, e infatti un fumo acre e ceneroso accompagna verso un finale…

F: …che dura a lungo, in continui rimbalzi tra torba e frutta rossa, tabacco e chinotto.

Anche se Anthony Wills è convinto che il distillato prodotto a Kilchoman si sposi meglio ad invecchiamenti in barili ex bourbon- e in effetti ex bourbon sono la stragrande maggioranza delle botti custodite nei magazzini – questo 5 anni maturato completamente in un barile ex sherry Oloroso ci sembra un imbottigliamento davvero ben riuscito, diremmo eccellente, anche se in un certo senso “ruffianone”, succosissimo. Bravi tutti, dunque, tranne noi, che col voto ci attestiamo un attimo prima della gloria imperitura, a 89/100. Se vi solletica l’acquisto di una bottiglia, ecco il link allo shop del club.

Sottofondo musicale consigliato: Agnes Obel – Stretch your eyes

GlenDronach 21 yo (1994/2016, OB for Silver Seal & Lion’s Whisky, 54,1%)

Abbiamo deciso di dedicare parte delle settimane agostane a delle piccole monografie: assaggeremo infatti solo whisky di selezionatori e imbottigliatori indipendenti. Già la scorsa settimana abbiamo assaggiato due selezioni di Max Righi per Silver Seal: nel fine settimana ci ha punto vaghezza di tornare su quei passi, e abbiamo scelto un GlenDronach ventunenne maturato in Pedro Ximenez. Questo, come ormai tutti i GD acquistati da indipendenti, ha etichetta ufficiale ed è selezionato da Max e da Diego Sandrin, collezionista e proprietario di Lion’s Whisky (qui una sua bella intervista concessa ad Angus). Diego ci perdonerà se però qui ci soffermiamo sul nuovo Whisky Antique di Formigine: negozio – uno dei più forniti al mondo! -, ristorante, spazio esterno per degustazioni con sigari. Il progetto è di fare col whisky qualcosa di mai visto prima in Italia, e se c’era qualcuno in grado di ambire a tanto, quello è proprio Max…

N: molto compatto, intenso ed elegante. Un caso ‘caldo’, e andando in ordine sparso diremmo: marron glacé, caffelatte, cioccolato ai frutti rossi, pan di Spagna, cola, biscotti (azzardiamo: krumiri), marmellata di arancia, crostata alla frutta, toffee, miele. Vi basta? A noi, francamente, sì. È molto buono, denso, grasso: piuttosto old-school.

P: beh, però, che qualità, e che corpo. Il PX si fa sentire tanto, portando una dolcezza molto pronunciata e zuccherina. C’è innanzitutto un tripudio di cioccolato al latte, poi prugne cotte, ancora marron glacé, cola, un pit di caffè (anzi, il solito rimasuglio di cappuccino zuccherato), arancia dolce. Un vago senso di frutta rossa indefinita. Col tempo esce una nota di tabacco di pipa eccellente. Con acqua, diventa più succoso, di una dolcezza più fresca.

F: lungo e persistente, qui torna prepotente la frutta rossa con il suo seguito di cioccolato al latte, un po’ di arancia.

Impressiona come un whisky di 21 anni non dia segni degli acciacchi del tempo, risultando grasso, grosso e godibilissimo. Certo, l’apporto del PX è massiccio, e tende ad addolcire il profilo complessivo – per questo l’aggiunta di acqua, che rende tutto più succoso e screziato, pare a nostro gusto consigliabile. Qualità sempre, immancabilmente alta con GlenDronach; qualità sempre, immancabilmente alta con Silver Seal: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quantic & Flowering Inferno – Cumbia Sobre el Mar.

House Malt 25 yo (1990/2016, Wilson & Morgan, 54,2%)

Da oramai diciassette anni Wilson & Morgan si prende la briga di sfornare diversi House Malt ogni santo anno: sono imbottigliamenti ‘della casa’, creati mescolando da uno a cinque barili di whisky di cui non viene dichiarata la distilleria. L’House Malt di oggi, proveniente da una distilleria di Islay che inizia con la B (fatevi i vostri conti…), non è passato inosservato all’ultimo Milano Whisky Festival e si è preso una bella medaglia d’oro nella categoria ‘Single Cask’. Si tratta di un’unica botte-mezza a dirla tutta- che già si era guadagnata una certa notorietà qualche tempo fa; l’altra metà di questa Sherry Butt era infatti già stata utilizzata nel 2013 per imbottigliare un altro House Malt, che finì per guadagnare una medaglia d’argento ai Malt Maniacs Awards. Mica bruscolini, insomma.

house-malt-25-y-o-1990-2016-wilson-morganN: da subito si presenta come un whisky molto profondo, da perdercisi dentro. Ha uno stile sherried davvero imponente: ciliegie sotto spirito ma anche fragole in marmellata; e che cioccolato, raramente così ricco, fondente ma anche con spruzzatine di gianduia! Il lato acido è rappresentato da un iper concentrato di arancia, una sorta di bitter. Il legno ovviamente si fa sentire, molto caldo e avvolgente, vagamente tostato (par di sentire caffè tostato).

P: com’era prevedibile ripropone con un’invidiabile intensità quell’impasto di frutta rossa liquorosa e cioccolato ingolosente. Il tutto molto compatto ed equilibrato. Nonostante l’età, lo troviamo succoso e in qualche modo “beverino”. Il legno infatti non eccede ed è solo leggermente e piacevolmente astringente. Ritornano il caffè e il legno speziato, tendente all’amaro. A tratti si viene sorpresi da aghi di pino freschi…

F: cacao e frutta rossa, frutta rossa e cacao a lungo, molto a lungo.

Per quanto ci si sforzi, trovare dei difetti a questo whisky è davvero impresa ardua, rasente alla malafede. Si distingue per intensità e la grande piacevolezza complessiva, con note che ricordano quanto di più ingolosente la tavola ha da offrire. Il Bevitore Raffinato lo ha amato, definendolo sontuoso e  premiandolo nella valutazione. Noi non possiamo che accodarci, ma resteremo più timidi coi numeri, a un passo dal muro dei novanta punti, per una vile questione di gusti personali: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin DjawadiWestworld main theme

The “Artigiano in Fiera” files: Glen Elgin, Glenrothes, Arran

schermata-2016-12-13-alle-11-37-31La settimana scorsa uno di noi ha passato le sue giornate all’Artigiano in Fiera, lavorando per il Milano Whisky Festival: tra un’acciuga e una cornamusa, tra una fetta di pata negra e una chiacchiera, l’occasione è stata ghiotta per assaggiare qualche whisky qui e là. Niente recensioni vere e proprie, solo qualche ‘sentenza’ degna dei peggiori “Piove whisky”; e grazie ad Andrea e Giuseppe, ovviamente!

93796093_glenelginmwfbmGlen Elgin 2003 (2016, Gordon&MacPhail for MWF, 50%)
Molto fruttato e noccioloso, punge sulle prime ma con un goccio d’acqua si apre quasi fino alla frutta tropicale. Intense note di cereale, caldo (pasticcini, brioscia). Molto molto buono. 87/100

nav1Glenrothes 2006/2016 (Wilson&Morgan, 48%)
Una lieve nota sulfurea accoglie sia al naso che al palato; il carattere nocciolato del whisky di Glenrothes è ben presente, ma il grado alto rende il tutto molto più persuasivo rispetto agli OB: fidatevi degli indie! 86/100

23903100_arranmwfArran 6yo (2008/2014, OB for MWF, 59,8%)
Che sorpresa, che bontà: avevamo già assaggiato questo single cask in sherry di soli sei anni, che ha già la maturità di un quindicenne – almeno. Si conferma un capolavoro assoluto, impressionante intensità: delizioso e gli diamo un punticino in più rispetto al vecchio assaggio: 89/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Liv – Wings of Love.

Glenrothes ‘Sherry cask reserve’ (2015, OB, 40%)

Glenrothes è distilleria che frequentiamo di rado, anche se sappiamo essere piuttosto apprezzata da tanti appassionati; onestamente, nella nostra esperienza non siamo mai rimasti particolarmente impressionati dalle release ufficiali, che ci sono spesso parse sufficienti e poco più… Ma bando alle nostre idiosincrasie e ai nostri pregiudizi, abbassiamo il capo e torniamo a studiare gli imbottigliamenti di distilleria: prendiamo in esame ‘Sherry cask reserve’, imbottigliamento di fascia entry-level ma a piena maturazione in botti – ohibò – ex-sherry. NAS, ovviamente.

glenrothes_sherry_cask_reserveN: fresco, leggero e pulito. Dell’invecchiamento in sherry, il naso ci restituisce note zuccherine di caramelle Rossana, di marzapane, di torta burrosa di mele (tarte tatin?). Suggestioni di zenzero candito – e proprio il candito ci fa considerare che ci sono anche note di malto ‘giovane’, fresco e dolciastro, che persistono. Zesta d’arancia (wtf?).

P: il corpo… fa andare di corpo! A parte le battute di cattivo gusto (perdonaci, Glenrothes, la nostra ispirazione non dipende da te), effettivamente pare piuttosto ‘acquoso’ e debolino; inoltre, per essere a 40% c’è una nota alcolica un po’ troppo in evidenza che a tratti sembra virare sull’acetone/metallico. Per il resto, i sapori sono di mela cotta, di marzapane, di miele… Poco di più, francamente: forse una leggera agrumatura?

F: prosegue quella nota alcolica straniante e amaricante; va spegnendosi su una sottile linea mielosa.

Dovrebbe costare intorno ai 50€, prezzo al quale potete permettervi Glenrothes in sherry decisamente più soddisfacenti, al nostro modesto parere. Perdura la nostra opinione, che pure non smetteremo di voler correggere: whisky onesto, senza lodi ma pure, per carità, senza infamie: 77/100 sarà il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Niccolò Fabi – Rosso.

Kilkerran ‘Work in Progress 7’ sherry (2015, OB, 46%)

Ogni volta che introduciamo un Kilkerran dobbiamo fare il pippone di presentazione: questa volta, per pigrizia, vi rimandiamo direttamente qui, dove vi ricordiamo chi c’è dietro Kilkerran, quali le ragioni, eccetera. Oggi assaggiamo la versione 2015 in sherry della serie ‘di assestamento’ Work in progress – quella maturata in bourbon ci era piaciuta molto, così come quella in sherry dell’anno precedente, d’altro canto. Sì, ci piacciono tanto i Kilkerran, ma che ci volete fare?! Scusate taaaanto… se abbiamo il whisky facile!

Schermata 2016-05-05 alle 20.31.38N: il primo impatto è clamorosamente simile all’edizione dell’anno precedente: e quindi note al limite del sulfureo, tra cerini spenti, arancia rossa quasi marcia, salamoia, olive e note minerali molto spiccate, con anche qualche suggestione vagamente ruginosa e una torba al limite del fumoso in crescita dopo un po’. Questi gli attori che, ancora, dominano il parterre, assieme ad un che di erbaceo (che giunge fino a note di nocino): e fin qui, la solita ottima impressione. Poi però ci pare di notare un apporto dello sherry molto più vivo, più ingombrante (sempre rispetto alla frutta cotta di cui scrivevamo sull’edizione 2014) – qui piuttosto diventa prepotente la frutta rossa in marmellata (fragola), poi marron glacee e magari una caramella al rabarbaro.

P: come già per la WIP6, anche qui il palato esibisce una dolcezza più accentuata che non al naso: qui però partiamo da un naso decisamente più zuccherino, e l’effetto è quello di uno sherry davvero avvolgente. Se il primissimo impatto pare ancora minerale e leggermente sulfureo (ancora cerino), subito si prende la scena il legno, con note di marmellata d’arancia, frutti rossi, castagne, toffee; qualcosa di carruba dolce e una forte nota proprio di cola, dolceamara. Chiodi di garofano, a testimoniare una speziatura molto evidente. Un che di liquore di mandarino…

F: labbra salate; c’è un fil di fumo che perdura sulla liquorosità (ancora all’arancia), poi ancora cerini e frutta macerata. Torba mineralissima. Ancora chiodi di garofano.

Poche parole: più ‘ruffiano’ del WIP6 ex-sherry ma senza perdere la mineralità. Sostanzialmente, resta Kilkerran ma la dimensione sherried è più evidente, più liquorosa, anche se non riesce a far retrocedere l’imponente mineralità: un curioso effetto amaricante è dato dall’apporto delle spezie, che riescono a mitigare la dolcezza e a legare mineralità e sherry. Non un everyday dram, senz’altro è un malto difficile e riottoso, ma al momento giusto sa dare soddisfazioni infinite: 88/100. Un ultimo cenno al portafoglio: clamoroso rapporto qualità-prezzo (costava circa 50€, prima di andare esaurito).

Sottofondo musicale consigliato: è uscito ieri il loro primo disco, in attesa dei nuovi video peschiamo dall’ep dell’anno scorso: La Suerte – L’origine del mondo.

Macduff 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 53,3%)

Basta passare da Milton a Mac, e zàcchete: abbiamo superato il passato e ci siamo tuffati nel presente. No, non abbiamo ancora abbandonato gli studi letterari per darci al Macdonald, semplicemente era un bruttissimo gioco di parole: siamo passati dal Miltonduff di Cadenhead’s di ieri al Macduff di Cadenhead’s di oggi… Superata la vergogna per un’ironia degna di chi non sa cosa dire e rompe l’imbarazzo ma non fa che peggiorar le cose, questo è un single cask invecchiato per 24 anni in una botte di sherry: e si vede, diremmo, dato che il colore è rubino.

macduff-24-year-old-1989-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: un whisky incastonato nel rovere e certo l’alcol è molto discreto. L’apporto dello sherry è bello chiaro: note di legno (di ‘mobile’, di credenza, proprio: no, non di comodino, né di tavolino, abbiamo detto di credenza!), di tabacco da pipa, quasi bruciacchiato; e di rabarbaro, tanto tanto. Al fianco, altrettanto massiccio, si staglia tutto un mondo zuccherino: caramello, frutta rossa in confettura (fragola uber alles), uvetta, sciroppo d’acero. Poi emerge perfino il malto, toh!, chi si vede: in una versione molto briosciosa, se ci è concesso. Suggestioni intense, pure, di frutta tropicale (cocco, mango) molto matura. L’acqua apre un po’ sulla frutta e sul tostato.

P: un’esplosione sensoriale, con fiammate di sapore: in controtendenza rispetto al legnoso del naso, svela qui succose note tropicali e fruttate, tra la fragola e il succo di frutti tropicali misti (ammazza, quanta papaya!). Poi, riemerge il legno con note di aghi di pino, di eucalipto, e anche di cola e rabarbaro. Con acqua, occhio!, perché si perde il fruttato (parte pregevole) e si sfarina in una legnosità dolciastra e tostata (rabarbaro, caramello bruciacchiato).

F: ritorna in scia al naso, con tante suggestioni legnose e tanniche; eucalipto da una parte, rabarbaro e cola dall’altro; leggermente tostato.

Buono, di una bontà eccessiva, come certe battone truccatissime che tanto piacevano a Baudelaire: il legno è protagonista assoluto, nel bene e nel male, e a dirla tutta probabilmente se fosse rimasto un pochetto in meno in legno sarebbe stato più armonioso e avrebbe evitato certa esuberanza del tannino (il rabarbaro così evidente è spia inconfutabile), a dir la verità esuberanza che si manifesta soprattutto con acqua. Ma basta parole, noi ci intorcichiamo in giri di parole e siamo schiavi della retorica perché altrimenti saremmo nudi, di fronte alla scarna essenzialità della miseria della vita umana. Ma a voi mica interessa patire il nostro dramma, o no? Quindi, torniamo al malto: è quel che si dice uno sherry monster, e deve piacere tutto il suo legno eccessivo. A noi piace, ma non si aggiunga acqua!, e quindi: 86/100. PS: ne approfittiamo qui per dire una cosa che vorremmo tutti sapeste, dato che c’è chi ci dice “ma che sia buono o no, voi usate sempre le stesse parole! talvolta date giudizi critici e voti buoni, talaltra date giudizi indulgenti e voti bassi”. Forse in effetti è così, ma lo facciamo sempre in relazione a un whisky ideale, che non esiste: si prenda questo whisky come esempio. È un buon prodotto, è molto ‘tipico’ nel genere degli speysider pesantemente sherried, con una sua bella intensità. Siccome ha dei difetti, a nostro gusto (non c’è oggettività, c’è solo soggettività! eddai ragazzi, lo sapete pure voi che il positivismo ha fatto il suo tempo, se ci credete sbagliate voi), gli diamo un voto alto ma non altissimo. Capito? Bene, ciao, grazie.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Breadfan.