Kilchoman 5 yo (2011/2016, OB for WhiskyClub Italia, 58,6%)

Non potete immaginare la curiosità con cui ci accostiamo a questa creazione di Whiskyclub Italia – per chi si fosse distratto, è forse il più importante club dedicato al nostro amato distillato di cereale oggi presente sul suolo patrio. Le ragioni di tanto entusiasmo sono molteplici: anzitutto siamo freschi reduci, qualche mese addietro, da una visita proprio alla neonata (son pur sempre dodici anni, eh!) distilleria di Islay; abbiamo avuto l’onore di fare il tour assieme al fondatore Anthony Wills, che ci ha spiegato la sua personale visione, ovverosia la volontà di ottenere un distillato di partenza molto torbato sì (circa 50 ppm per quasi tutta la produzione), ma allo stesso tempo estremamente elegante e ‘leggero’. Assaggiare Kilchoman, passando dal wort (ovvero il liquido estratto dopo che il malto è stato macerato con l’acqua) ai vari tagli che intervengono durante la distillazione, è stata un’esperienza unica, che ci ha calati in maniera indelebile nelle caratteristiche organolettiche di questa sorprendente distilleria artigianale. Altro motivo di curiosità è il fatto che ormai da qualche tempo Kilchoman concede con fatica i propri barili di Oloroso a imbottigliatori indipendenti e quindi questo 5 anni di Whiskyclub si configura come una vera e propria chicca, che andiamo subito ad assaggiare.

N: accoglienza assolutamente accomodante, a dispetto del grado pieno. Ci si accomoda, dunque, nel bel mezzo di un diluvio di frutta rossa: marmellata di fragole, duroni; sciroppo all’amarena; poi arancia rossa, bella fresca; così come fichi freschi, di quelli maturi e dolcissimi. Tanto zucchero bruciato, ricorda quando si bruciacchia la marmellata sulle torte dimenticate in forno… C’è anche un lato delizioso di chinotto e rabarbaro. Ma la torba? C’è, pure quella, ed è solo torba: non porta con sé né medicinale né marino, solo una forte cenere pungente, un aroma acre. Tabacco e legno bruciati. Un filo di polvere di cacao, anche del caffè.

P: il corpo è masticabile, l’intensità pienissima. Conferma le attese del naso, mostrando l’apporto di una botte veramente esuberante e di primissima qualità. Lo sherry qui domina la scena con una dolcezza fatta di frutti rossi, ancora, in mille forme (ciliegia e marmellata di fragola su tutto). Molto rotondo, davvero, anche se a onor del vero un lato erbaceo, quasi balsamico, finisce per fare da contrappunto, con note di rabarbaro e perfino propoli. Parremo banali, ma diciamo cioccolato amaro, e ancora tabacco agli agrumi. Davvero tanta liquirizia (caramelle alla, non legnetti). La torba è pur sempre a 50ppm, e infatti un fumo acre e ceneroso accompagna verso un finale…

F: …che dura a lungo, in continui rimbalzi tra torba e frutta rossa, tabacco e chinotto.

Anche se Anthony Wills è convinto che il distillato prodotto a Kilchoman si sposi meglio ad invecchiamenti in barili ex bourbon- e in effetti ex bourbon sono la stragrande maggioranza delle botti custodite nei magazzini – questo 5 anni maturato completamente in un barile ex sherry Oloroso ci sembra un imbottigliamento davvero ben riuscito, diremmo eccellente, anche se in un certo senso “ruffianone”, succosissimo. Bravi tutti, dunque, tranne noi, che col voto ci attestiamo un attimo prima della gloria imperitura, a 89/100. Se vi solletica l’acquisto di una bottiglia, ecco il link allo shop del club.

Sottofondo musicale consigliato: Agnes Obel – Stretch your eyes

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GlenDronach 21 yo (1994/2016, OB for Silver Seal & Lion’s Whisky, 54,1%)

Abbiamo deciso di dedicare parte delle settimane agostane a delle piccole monografie: assaggeremo infatti solo whisky di selezionatori e imbottigliatori indipendenti. Già la scorsa settimana abbiamo assaggiato due selezioni di Max Righi per Silver Seal: nel fine settimana ci ha punto vaghezza di tornare su quei passi, e abbiamo scelto un GlenDronach ventunenne maturato in Pedro Ximenez. Questo, come ormai tutti i GD acquistati da indipendenti, ha etichetta ufficiale ed è selezionato da Max e da Diego Sandrin, collezionista e proprietario di Lion’s Whisky (qui una sua bella intervista concessa ad Angus). Diego ci perdonerà se però qui ci soffermiamo sul nuovo Whisky Antique di Formigine: negozio – uno dei più forniti al mondo! -, ristorante, spazio esterno per degustazioni con sigari. Il progetto è di fare col whisky qualcosa di mai visto prima in Italia, e se c’era qualcuno in grado di ambire a tanto, quello è proprio Max…

N: molto compatto, intenso ed elegante. Un caso ‘caldo’, e andando in ordine sparso diremmo: marron glacé, caffelatte, cioccolato ai frutti rossi, pan di Spagna, cola, biscotti (azzardiamo: krumiri), marmellata di arancia, crostata alla frutta, toffee, miele. Vi basta? A noi, francamente, sì. È molto buono, denso, grasso: piuttosto old-school.

P: beh, però, che qualità, e che corpo. Il PX si fa sentire tanto, portando una dolcezza molto pronunciata e zuccherina. C’è innanzitutto un tripudio di cioccolato al latte, poi prugne cotte, ancora marron glacé, cola, un pit di caffè (anzi, il solito rimasuglio di cappuccino zuccherato), arancia dolce. Un vago senso di frutta rossa indefinita. Col tempo esce una nota di tabacco di pipa eccellente. Con acqua, diventa più succoso, di una dolcezza più fresca.

F: lungo e persistente, qui torna prepotente la frutta rossa con il suo seguito di cioccolato al latte, un po’ di arancia.

Impressiona come un whisky di 21 anni non dia segni degli acciacchi del tempo, risultando grasso, grosso e godibilissimo. Certo, l’apporto del PX è massiccio, e tende ad addolcire il profilo complessivo – per questo l’aggiunta di acqua, che rende tutto più succoso e screziato, pare a nostro gusto consigliabile. Qualità sempre, immancabilmente alta con GlenDronach; qualità sempre, immancabilmente alta con Silver Seal: 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Quantic & Flowering Inferno – Cumbia Sobre el Mar.

House Malt 25 yo (1990/2016, Wilson & Morgan, 54,2%)

Da oramai diciassette anni Wilson & Morgan si prende la briga di sfornare diversi House Malt ogni santo anno: sono imbottigliamenti ‘della casa’, creati mescolando da uno a cinque barili di whisky di cui non viene dichiarata la distilleria. L’House Malt di oggi, proveniente da una distilleria di Islay che inizia con la B (fatevi i vostri conti…), non è passato inosservato all’ultimo Milano Whisky Festival e si è preso una bella medaglia d’oro nella categoria ‘Single Cask’. Si tratta di un’unica botte-mezza a dirla tutta- che già si era guadagnata una certa notorietà qualche tempo fa; l’altra metà di questa Sherry Butt era infatti già stata utilizzata nel 2013 per imbottigliare un altro House Malt, che finì per guadagnare una medaglia d’argento ai Malt Maniacs Awards. Mica bruscolini, insomma.

house-malt-25-y-o-1990-2016-wilson-morganN: da subito si presenta come un whisky molto profondo, da perdercisi dentro. Ha uno stile sherried davvero imponente: ciliegie sotto spirito ma anche fragole in marmellata; e che cioccolato, raramente così ricco, fondente ma anche con spruzzatine di gianduia! Il lato acido è rappresentato da un iper concentrato di arancia, una sorta di bitter. Il legno ovviamente si fa sentire, molto caldo e avvolgente, vagamente tostato (par di sentire caffè tostato).

P: com’era prevedibile ripropone con un’invidiabile intensità quell’impasto di frutta rossa liquorosa e cioccolato ingolosente. Il tutto molto compatto ed equilibrato. Nonostante l’età, lo troviamo succoso e in qualche modo “beverino”. Il legno infatti non eccede ed è solo leggermente e piacevolmente astringente. Ritornano il caffè e il legno speziato, tendente all’amaro. A tratti si viene sorpresi da aghi di pino freschi…

F: cacao e frutta rossa, frutta rossa e cacao a lungo, molto a lungo.

Per quanto ci si sforzi, trovare dei difetti a questo whisky è davvero impresa ardua, rasente alla malafede. Si distingue per intensità e la grande piacevolezza complessiva, con note che ricordano quanto di più ingolosente la tavola ha da offrire. Il Bevitore Raffinato lo ha amato, definendolo sontuoso e  premiandolo nella valutazione. Noi non possiamo che accodarci, ma resteremo più timidi coi numeri, a un passo dal muro dei novanta punti, per una vile questione di gusti personali: 89/100.

Sottofondo musicale consigliato: Ramin DjawadiWestworld main theme

The “Artigiano in Fiera” files: Glen Elgin, Glenrothes, Arran

schermata-2016-12-13-alle-11-37-31La settimana scorsa uno di noi ha passato le sue giornate all’Artigiano in Fiera, lavorando per il Milano Whisky Festival: tra un’acciuga e una cornamusa, tra una fetta di pata negra e una chiacchiera, l’occasione è stata ghiotta per assaggiare qualche whisky qui e là. Niente recensioni vere e proprie, solo qualche ‘sentenza’ degna dei peggiori “Piove whisky”; e grazie ad Andrea e Giuseppe, ovviamente!

93796093_glenelginmwfbmGlen Elgin 2003 (2016, Gordon&MacPhail for MWF, 50%)
Molto fruttato e noccioloso, punge sulle prime ma con un goccio d’acqua si apre quasi fino alla frutta tropicale. Intense note di cereale, caldo (pasticcini, brioscia). Molto molto buono. 87/100

nav1Glenrothes 2006/2016 (Wilson&Morgan, 48%)
Una lieve nota sulfurea accoglie sia al naso che al palato; il carattere nocciolato del whisky di Glenrothes è ben presente, ma il grado alto rende il tutto molto più persuasivo rispetto agli OB: fidatevi degli indie! 86/100

23903100_arranmwfArran 6yo (2008/2014, OB for MWF, 59,8%)
Che sorpresa, che bontà: avevamo già assaggiato questo single cask in sherry di soli sei anni, che ha già la maturità di un quindicenne – almeno. Si conferma un capolavoro assoluto, impressionante intensità: delizioso e gli diamo un punticino in più rispetto al vecchio assaggio: 89/100

 

Sottofondo musicale consigliato: Liv – Wings of Love.

Glenrothes ‘Sherry cask reserve’ (2015, OB, 40%)

Glenrothes è distilleria che frequentiamo di rado, anche se sappiamo essere piuttosto apprezzata da tanti appassionati; onestamente, nella nostra esperienza non siamo mai rimasti particolarmente impressionati dalle release ufficiali, che ci sono spesso parse sufficienti e poco più… Ma bando alle nostre idiosincrasie e ai nostri pregiudizi, abbassiamo il capo e torniamo a studiare gli imbottigliamenti di distilleria: prendiamo in esame ‘Sherry cask reserve’, imbottigliamento di fascia entry-level ma a piena maturazione in botti – ohibò – ex-sherry. NAS, ovviamente.

glenrothes_sherry_cask_reserveN: fresco, leggero e pulito. Dell’invecchiamento in sherry, il naso ci restituisce note zuccherine di caramelle Rossana, di marzapane, di torta burrosa di mele (tarte tatin?). Suggestioni di zenzero candito – e proprio il candito ci fa considerare che ci sono anche note di malto ‘giovane’, fresco e dolciastro, che persistono. Zesta d’arancia (wtf?).

P: il corpo… fa andare di corpo! A parte le battute di cattivo gusto (perdonaci, Glenrothes, la nostra ispirazione non dipende da te), effettivamente pare piuttosto ‘acquoso’ e debolino; inoltre, per essere a 40% c’è una nota alcolica un po’ troppo in evidenza che a tratti sembra virare sull’acetone/metallico. Per il resto, i sapori sono di mela cotta, di marzapane, di miele… Poco di più, francamente: forse una leggera agrumatura?

F: prosegue quella nota alcolica straniante e amaricante; va spegnendosi su una sottile linea mielosa.

Dovrebbe costare intorno ai 50€, prezzo al quale potete permettervi Glenrothes in sherry decisamente più soddisfacenti, al nostro modesto parere. Perdura la nostra opinione, che pure non smetteremo di voler correggere: whisky onesto, senza lodi ma pure, per carità, senza infamie: 77/100 sarà il voto.

Sottofondo musicale consigliato: Niccolò Fabi – Rosso.

Kilkerran ‘Work in Progress 7’ sherry (2015, OB, 46%)

Ogni volta che introduciamo un Kilkerran dobbiamo fare il pippone di presentazione: questa volta, per pigrizia, vi rimandiamo direttamente qui, dove vi ricordiamo chi c’è dietro Kilkerran, quali le ragioni, eccetera. Oggi assaggiamo la versione 2015 in sherry della serie ‘di assestamento’ Work in progress – quella maturata in bourbon ci era piaciuta molto, così come quella in sherry dell’anno precedente, d’altro canto. Sì, ci piacciono tanto i Kilkerran, ma che ci volete fare?! Scusate taaaanto… se abbiamo il whisky facile!

Schermata 2016-05-05 alle 20.31.38N: il primo impatto è clamorosamente simile all’edizione dell’anno precedente: e quindi note al limite del sulfureo, tra cerini spenti, arancia rossa quasi marcia, salamoia, olive e note minerali molto spiccate, con anche qualche suggestione vagamente ruginosa e una torba al limite del fumoso in crescita dopo un po’. Questi gli attori che, ancora, dominano il parterre, assieme ad un che di erbaceo (che giunge fino a note di nocino): e fin qui, la solita ottima impressione. Poi però ci pare di notare un apporto dello sherry molto più vivo, più ingombrante (sempre rispetto alla frutta cotta di cui scrivevamo sull’edizione 2014) – qui piuttosto diventa prepotente la frutta rossa in marmellata (fragola), poi marron glacee e magari una caramella al rabarbaro.

P: come già per la WIP6, anche qui il palato esibisce una dolcezza più accentuata che non al naso: qui però partiamo da un naso decisamente più zuccherino, e l’effetto è quello di uno sherry davvero avvolgente. Se il primissimo impatto pare ancora minerale e leggermente sulfureo (ancora cerino), subito si prende la scena il legno, con note di marmellata d’arancia, frutti rossi, castagne, toffee; qualcosa di carruba dolce e una forte nota proprio di cola, dolceamara. Chiodi di garofano, a testimoniare una speziatura molto evidente. Un che di liquore di mandarino…

F: labbra salate; c’è un fil di fumo che perdura sulla liquorosità (ancora all’arancia), poi ancora cerini e frutta macerata. Torba mineralissima. Ancora chiodi di garofano.

Poche parole: più ‘ruffiano’ del WIP6 ex-sherry ma senza perdere la mineralità. Sostanzialmente, resta Kilkerran ma la dimensione sherried è più evidente, più liquorosa, anche se non riesce a far retrocedere l’imponente mineralità: un curioso effetto amaricante è dato dall’apporto delle spezie, che riescono a mitigare la dolcezza e a legare mineralità e sherry. Non un everyday dram, senz’altro è un malto difficile e riottoso, ma al momento giusto sa dare soddisfazioni infinite: 88/100. Un ultimo cenno al portafoglio: clamoroso rapporto qualità-prezzo (costava circa 50€, prima di andare esaurito).

Sottofondo musicale consigliato: è uscito ieri il loro primo disco, in attesa dei nuovi video peschiamo dall’ep dell’anno scorso: La Suerte – L’origine del mondo.

Macduff 24 yo (1989/2013, Cadenhead’s ‘Small Batch’, 53,3%)

Basta passare da Milton a Mac, e zàcchete: abbiamo superato il passato e ci siamo tuffati nel presente. No, non abbiamo ancora abbandonato gli studi letterari per darci al Macdonald, semplicemente era un bruttissimo gioco di parole: siamo passati dal Miltonduff di Cadenhead’s di ieri al Macduff di Cadenhead’s di oggi… Superata la vergogna per un’ironia degna di chi non sa cosa dire e rompe l’imbarazzo ma non fa che peggiorar le cose, questo è un single cask invecchiato per 24 anni in una botte di sherry: e si vede, diremmo, dato che il colore è rubino.

macduff-24-year-old-1989-small-batch-wm-cadenhead-whiskyN: un whisky incastonato nel rovere e certo l’alcol è molto discreto. L’apporto dello sherry è bello chiaro: note di legno (di ‘mobile’, di credenza, proprio: no, non di comodino, né di tavolino, abbiamo detto di credenza!), di tabacco da pipa, quasi bruciacchiato; e di rabarbaro, tanto tanto. Al fianco, altrettanto massiccio, si staglia tutto un mondo zuccherino: caramello, frutta rossa in confettura (fragola uber alles), uvetta, sciroppo d’acero. Poi emerge perfino il malto, toh!, chi si vede: in una versione molto briosciosa, se ci è concesso. Suggestioni intense, pure, di frutta tropicale (cocco, mango) molto matura. L’acqua apre un po’ sulla frutta e sul tostato.

P: un’esplosione sensoriale, con fiammate di sapore: in controtendenza rispetto al legnoso del naso, svela qui succose note tropicali e fruttate, tra la fragola e il succo di frutti tropicali misti (ammazza, quanta papaya!). Poi, riemerge il legno con note di aghi di pino, di eucalipto, e anche di cola e rabarbaro. Con acqua, occhio!, perché si perde il fruttato (parte pregevole) e si sfarina in una legnosità dolciastra e tostata (rabarbaro, caramello bruciacchiato).

F: ritorna in scia al naso, con tante suggestioni legnose e tanniche; eucalipto da una parte, rabarbaro e cola dall’altro; leggermente tostato.

Buono, di una bontà eccessiva, come certe battone truccatissime che tanto piacevano a Baudelaire: il legno è protagonista assoluto, nel bene e nel male, e a dirla tutta probabilmente se fosse rimasto un pochetto in meno in legno sarebbe stato più armonioso e avrebbe evitato certa esuberanza del tannino (il rabarbaro così evidente è spia inconfutabile), a dir la verità esuberanza che si manifesta soprattutto con acqua. Ma basta parole, noi ci intorcichiamo in giri di parole e siamo schiavi della retorica perché altrimenti saremmo nudi, di fronte alla scarna essenzialità della miseria della vita umana. Ma a voi mica interessa patire il nostro dramma, o no? Quindi, torniamo al malto: è quel che si dice uno sherry monster, e deve piacere tutto il suo legno eccessivo. A noi piace, ma non si aggiunga acqua!, e quindi: 86/100. PS: ne approfittiamo qui per dire una cosa che vorremmo tutti sapeste, dato che c’è chi ci dice “ma che sia buono o no, voi usate sempre le stesse parole! talvolta date giudizi critici e voti buoni, talaltra date giudizi indulgenti e voti bassi”. Forse in effetti è così, ma lo facciamo sempre in relazione a un whisky ideale, che non esiste: si prenda questo whisky come esempio. È un buon prodotto, è molto ‘tipico’ nel genere degli speysider pesantemente sherried, con una sua bella intensità. Siccome ha dei difetti, a nostro gusto (non c’è oggettività, c’è solo soggettività! eddai ragazzi, lo sapete pure voi che il positivismo ha fatto il suo tempo, se ci credete sbagliate voi), gli diamo un voto alto ma non altissimo. Capito? Bene, ciao, grazie.

Sottofondo musicale consigliato: Metallica – Breadfan.

Glenmorangie ‘Lasanta’ (2014, OB, 46%)

Glenmorangie ha cavalcato alla grande la ‘moda’ dei finishing, ovvero delle ‘seconde maturazioni’ in botti diverse, generalmente molto marcanti; varie volte abbiamo avuto modo di dire che spesso si tratta di operazioni tese a rendere più affascinanti prodotti che, in partenza, tendono a non esserlo… Ma a dispetto di questo pregiudizio, siccome siamo persone molto liberali e non siamo quei puristi noiosoni che storcono il naso a ogni tentativo di ‘costruire’ il prodotto finale, dobbiamo riconoscere che spesso il risultato dei passaggi in seconde botti è di buona (talora ottima) qualità. E quindi avviciniamoci a questo Lasanta, un NAS (no age statement, ovvero età non dichiarata [EDIT: come ci segnala un solerte amico, si tratta in effetti di un 12 anni; 10 in bourbon, 2 in sherry]) finito in botti di sherry Oloroso.

lasanta-fmtN: molto morbido e accogliente; c’è una elegantissima prateria di distillato-Glenmorangie, maltoso e brioscioso, con note seducenti di pesche sciroppate e albicocche secche. Su questa prateria galoppano con foga i cavalli dello sherry, col loro apporto vinoso, caramelloso e agrumato: le note aranciate, anche di buccia d’arancia, paiono quasi – a tratti – decadere in piani sulfurei pronunciati a metà. Fragoline e chinotti? Un naso ‘grasso’, gravido di aromi semplici, sinceri ma debordanti.

P: corpo leggerino, poco masticabile: più sfuggente di come ce lo aspettavamo. Con questo non pensiate ad un whisky povero di sapori: c’è una parziale rivincita dei frutti rossi, fusi con equilibrio a note maltate, biscottate e di frutta secca. Un palato omogeneo, senza picchi, sostanziato in un’elegante piattezza: un ricco bouquet agrumato completa il profilo. Zucchero di canna? Forse un pit ancora sulfureo, come di arance molto (troppo) mature. Bombetta vanigliata sul finale.

F: notevole, stupisce per varietà e persistenza: rabarbaro, frutta secca, frutti rossi.

Un whisky ricco e ben fatto, anche se questi sherried così lineari e di facile bevuta non ci fanno strappare i capelli dalla gioia. Non si può non riconoscere la qualità, non si può non disconoscere il proprio gusto: 84/100 è il giusto voto.

Sottofondo musicale consigliato: Danger Mouse & Daniele Luppi feat Norah Jones – Black.

Kilchoman single sherry cask for ‘Beija Flor’ (2007/2013, OB, 58%)

Per una settimana siamo spariti, pucciando mollemente le terga nel mar Mediterraneo; ora, rigenerati, non possiamo che ripartire alla grande, anzi, alla grandissima. Oggi assaggiamo un single cask di Kilchoman imbottigliato per Beija Flor, suo importatore italiano: come sapete, durante i festival nostrani noi diamo una mano al banchetto di B.F., e all’ultimo Spirit of Scotland abbiamo registrato come tra i whisky in mescita questo single cask in sherry dalla gradazione mostruosa sia stato senz’altro tra i più apprezzati. Tant’è che l’ultima bottiglia piena rimasta ce la siamo portata via noi, alla fine del primo giorno… L’occasione è buona anche per ricordarvi del Kilchoman European Tour: il truck della distilleria passerà da Milano il 24 settembre e porterà con sé tante sorpresine che si potranno assaggiare da Alcoliche Alchimie in via Poliziano; chissà che non vogliate fare un saltino. Noi ci saremo, pare ovvio!

wk0062i728-62_IM217343N: alcol aggressivo ma non opprimente. È agrumato, è erbaceo, è speziato: cola, tamarindo, liquirizia, fondi di caffè, tabacco da sigaro, ferrochina. Poi, la torba monstre, che tutto permea: fa subito pensare a una stanza piena di fumo acre, intensissimo, pastoso… Note di borotalco; polifenoli a tuono. Distillato iper-agitato, mitigato da una botte altrettanto scalmanata. Man mano si apre splendidamente, con generose zaffate di legno profumato, chiodi di garofano. Con acqua, si trasforma da whisky eccessivo a grande whisky: tutto si armonizza, le varie anime si integrano senza imbizzarrirsi e su un panorama già composito finiscono per stagliarsi perfino suadenti note di frutti rossi. Interazione impeccabile tra legno e distillato.

P: ha una violenza sensoriale davvero fuori dal comune, che neanche la Marina Abramovic degli esordi. È estremo in tutto: legno e torba, torba e legno, con note vinose di sherry veramente spettacolari. Qui tutto ciò si trasfigura in un succo denso e zuccheroso, quasi uno sciroppo. Dominano note polifenoliche a vampate, a simulare roghi di copertoni – che si provano a spegnere con chinotto e marmellata di fragola… L’effetto dell’acqua è anche qui miracoloso, rendendo tutto più equilibrato ed elegante, smussando la brutalità senza intaccare la straordinaria intensità. Succosissimo e fruttatissimo (frutti rossi, amarene).

F: fumo, gomma bruciata, torba; ma anche chinotto, cola, perfino nuove amarene. Infinito, come la carriera di Totti.

L’adagio per cui sherry e torba non sempre vanno a braccetto serenamente qui viene smentito dall’evidenza di un whisky da panico; direbbe qualcuno, storcendo l’esigente nasino: “ah, ma è un whisky costruito”, e noi risponderemmo “sì, ma costruito bene!”, a dimostrazione di come i risultati si ottengano con la competenza, non solo con il tempo. Il primo Kilchoman che finalmente ci ha davvero convinto: e non ci ha solo convinto, ci ha entusiasmato. 92/100 è il giudizio, e buon settembre a tutti quanti.

Sottofondo musicale consigliato: Opeth – Goblin.

Benriach 12 yo sherry wood (2009, OB, 46%)

Questa distilleria nei pressi di Elgin sta vivendo un momento di grande spolvero, dopo essere passata nel 2004 da Chivas alla gestione di Billy Walker e dei suoi volenterosi soci. Ad oggi il core range è molto ampio e non manca proprio nulla, come testimonia il recente lancio di due imbottigliamenti torbati (Curiositas e Authenticus) e di una serie di single cask OB. Noi assaggiamo un’espressione di fascia bassa del core range (si trova attorno ai 35 euro), uscita nel 2009 e frutto dell’invecchiamento per 12 anni di distillato Benriach in botti di sherry Oloroso e Pedro Ximenez.

BenRiach_12YO_SherryWoodFinishN: un perfetto esempio di modernità: si mostra con un malto tutto sommato giovane e ingenuo e un deciso apporto dei due legni di sherry. Costruito bene, ma senza grande profondità: da subito è apertissimo e regala forti sentori di frutta rossa succosa (fragola), uvetta, cioccolato. Poi legna fresca, in un contesto sì ‘sherried’ ma di assoluta freschezza e semplicità: una nota gradevole di fico d’India e d’arancia.

P: coerentissimo col naso, anche per quanto riguarda la sensazione generale, cioè di un whisky vestito a festa ma con qualche particolare  fuori posto: il corpo è molto acquoso e i sapori (tra frutta rossa e cioccolato/caffè, una spruzzatina d’arancia), pur risultando ricchi ed esplosivi, paiono come appostati in superficie. Il malto resta nascosto, anche perché verso il finale una coltre di legna fresca si prende la scena con un’intensità niente male, ma senza grosse variazioni.

F: e appunto anche qui legno e uvetta, con ancora una punta di malto acerbo.

Non vorremmo essere inclementi, anche perché il rapporto qualità/prezzo rimane più che soddisfacente, ma questo Benriach ci pare come un’energica pennellata di sherry su un distillato ancora troppo fresco (per quanto 12 anni non siano poi bruscoletti). Andando per metafore, si potrebbe dire che siamo di fronte a un bell’anello di bigiotteria, ben congegnato e luciccante, ma pur sempre lontano parente dei suoi omologhi da gioielleria. In altri termini, per una bevuta e via: 81/100.

Sottofondo musicale consigliato: Vinicius de Moraes, Maria Creuza Y ToquinhoSamba em preludio