Clynelish 22 yo (1995/2018, Signatory Vintage, 54,2%)

whiskyfragile e il suo consulente finanziario

La nostra spia in Baviera è un pazzo scatenato, uno che venderebbe pure sua madre per avere una collezione completa di tutti i Lagavulin esistenti, uno che per i suoi rovelli e i suoi tormenti prima di comprare una bottiglia (nel senso di: ogni bottiglia che vorrebbe comprare) è stato soprannominato “whiskyfragile“, uno che… no, forse meglio far calare la scure della censura su quel che potremmo raccontare di lui. Comunque, oltre ad essere un pazzo scriteriato, il buon Davide è anche un caro amico, e di tanto in tanto ci sottopone alcuni assaggi di quelle bottiglie che riescono a vincere il reality show dei suoi dubbi pre-acquisto: è proprio grazie a lui che abbiamo messo le mani su un grasso sample di un Clynelish di 22 anni, single cask ex-refill Sherry imbottigliato a gradazione piena da Signatory Vintage per due impronunciabili mercanti di whisky della terra dei bratwurst e di Jurgen Klinsmann. A celebrare questa unione, la bottiglia si chiama “Friendship Bottling”, esibisce una stretta di mano in etichetta e insomma, siamo in Germania, che pretendete?

N: ogni volta che annusiamo un Clynelish è come se tornassimo a casa: la prima nota di cera, seducente, a tratti farmy e con risvolti da stoppino, trascende rapidamente in un profumo di candela alla fragola appena spenta. L’apporto dello sherry è evidente, crepe suzette, confettura di fragola, liquore all’arancia; pastafrolla bruciacchiata con le mele, mirtilli rossi. La fragola è in crescita costante, sale sempre di più con la sua dolcezza zuccherina. Fiori di ibisco. Delizioso.

P: fantastico, analcolico, con fiammate di sapore continue, esplosive, devastanti. È molto dolce e compatto, con una frutta rossa assolutamente protagonista: fragola, marmellata di fragole e lamponi, ancora crostata bruciacchiata… Note agrumate, intense, con scorza d’arancia essiccata; poi cannella, spezie. E come dimenticare l’esplosività della cera, dello stoppino di candela? Impossibile. Miele di castagno.

F: lunghissimo, appiccicoso e avvolgente, con marmellata di fragole bruciacchiata, scorza d’arancia, miele di castagno e ancora cera.

Poche storie: Clynelish è oro puro. Questo è un whisky carichissimo, come piace ai nostri amici crucchi, notoriamente amanti degli sherry monster… Sorprendente è che si trattasse di un refill-sherry, assaggiandolo avremmo scommesso facile su un first-fill. L’anima di Clynelish è evidente, con la sua cera, i suoi stoppini, le sue candele, e proprio nell’abbinamento tra quest’anima e un barile certo di buona qualità sta la magia: 90/100. Grazie mille Davide, era un capolavoro: tanti cuori e tanti delfini, tutti per te.

Sottofondo musicale consigliato: Ragana – Wash away.

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Tomatin 23 yo (1966/1990, Signatory Vintage, 46%)

Oggi, 27 marzo, è il vero International Whisky Day, secondo la volontà del grande Micheal Jackson – no, burloni, non il cantante appassionato di auto-sbiancamento, antidepressivi e infanti, bensì il celebre scrittore di birra e whisky. Ci piace celebrare l’occasione con un sample speciale, donatoci dal magico GPP, ovvero un Tomatin del 1966, imbottigliato da Signatory Vintage ormai 29 anni fa. Non è un single cask, ma sono quattro: i barili 9250 – 9253. Siamo fortunati ad avere amici del genere, o no?!

N: il naso è di quelli suadenti, complessi e delicati che solo i whisky del passato riescono ad avere. E allora ecco una patina intensa di carta vecchia e polverosa, di sala manoscritti in biblioteca (questa è per pochi, andate di più in biblioteca!) e candela spenta (forse un poco di torba, perfino). Da non dimenticare però è anche quel che si agita lì dietro: ricca la frutta nera (ribes e mora), poi prugne secche, melograno e un gran sentore di mele. A fare da collante, una seducente nota di pasticceria turca.

P: con ogni probabilità, nel corso degli anni ha perso qualcosa nella gradazione, e la sensazione tattile al palato ne risente un poco. C’è anche una leggera nota metallica, come di rame, ma resta in onda lo spettacolo di un intero frutteto che si infrange sul palato (buccia di mela rossa, pompelmo rosa, fragola). Molto ‘vecchio stile’, con robuste botte di malto e ancora una sensazione di stoppino. Tè lasciato in infusione a lungo.

F: vien fuori un pizzico di amarino, anche se si mantiene su livelli di piacevolezza importanti. Carruba e farina di castagna.

Elegante e coerente con le sue radici di whisky d’antan, in grado di mostrare tutta l’intensità fruttata di Tomatin e quelle straordinarie note ‘setose’ di cera e cantina polverosa, che – lo sapete bene – per noi sono garanzia di salivazione aumentata e sbrodolamenti vari, e che si trovano solo nei malti del passato. Provate a negare l’evoluzione in bottiglia, provateci, dai! La risolviamo fuori, eh?, con le mani! Se solo avesse avuto un palato un poco più vivo, saremmo volati via ben oltre le soglie di 89/100. Grazie infinite a GPP, promettiamo di ricambiare degnamente appena avremo occasione.

Sottofondo musicale consigliato: The Honeydrippers – Sea of Love.

Glen Grant 22 yo (1995/2017, Signatory Vintage, 49,9%)

Tempo fa abbiamo fatto visita al Velier Inventorum, uno spazio nel pieno centro di Milano che Velier, storico importatore genovese, ha destinato agli incontri ‘istituzionali’ per presentare i propri prodotti a stampa e professionisti. Noi abbiamo approfittato dell’invito di Marco Callegari e abbiamo trascorso un ottimo pomeriggio ad alta gradazione, tra whisky di tutto il mondo, Chartreuse, mezcal, rum… I ricordi sono confusi: per fortuna abbiamo la sana abitudine di portare con noi dei sample per poter riassaggiare a casa qualcosa, e oggi questo qualcosa è un single cask di Glen Grant imbottigliato da Signatory Vintage dopo 22 anni di invecchiamento.

N: molto aperto, intenso e invitante: osiamo dire sontuoso nel suo profilo fruttato da Speysider maturo in bourbon. Tantissima frutta: in particolare esplode la mela, gialla e verde, anche albicocca (anzi: proprio marmellata di albicocca, pardon, confettura). Poi pasticceria: ciambellone, crema pasticciera. Cereali caldi e biscotti secchi (oro saiwa, anzi: gli Zalet!, i biscotti di malto e miele millefiori). Non troppo complesso, intendiamoci, ma piacevolissimo e godurioso.

P: la gradazione non passa inavvertita, ma porta esplosività. Partono fiammate di frutta: albicocca e mela gialla, pera: tutta frutta matura, intensa, una macedonia estiva. Ci sono poi venature più ‘scure’, con frutta secca (nocciola), miele. Rispetto al naso, cede in cremosità: ma la vaniglia si sente fin dall’inizio.

F: tende a chiudersi un poco, tra frutta secca (forse noce?, o mandorla?), spezie del legno… Tende all’amaricante – rispetto alla lussuriosa dolcezza del palato. Pepe bianco.

Un “whisky troione” (cit. Angelo) al naso, ai limiti dell’eccessivo, che però si raffina al palato, guadagnando un’inattesa sobrietà, e finisce per tirar fuori il legno perdendo un po’ quella dimensione sontuosamente fruttata che andava promettendo. Ottimo, ragazzi non snobbate Glen Grant solo perché Michele ve l’ha rovinato in gioventù: fanno un whisky delizioso. 87/100.

Sottofondo musicale consigliato: Drugdealer feat. Weyes Blood – The end of comedy.

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Signatory Vintage, imbottigliatore indipendente scozzese nato nel 1988, ha un serio problema di mancanza di morigeratezza. Se metti caso, vien voglia di imbottigliare un Clinelish di 20 anni a grado ridotto (a 46 gradi come di norma per la Un-chillfiltered collection), non si accontentano di un rilascio ma ne fanno quattro. Noi stessi, che pure non passiamo la vita a bere Clynelish pur amando particolarmente la distilleria, avevamo già bevuto un loro Clynelish 20 anni del 1996, ma trattavasi di altre due sister cask (6408 e 6409) unite apposta per l’occasione. A distanza di un anno assaggiamo invece il cask 6407, un hogshead che ha contenuto bourbon.

Clynelish_SignatoryN: aperto e piacevole, si parte con note molto ‘gialle’: frutta bianca e gialla (pesca bianca e mela gialla, per i pignoli), piuttosto cremoso con crema pasticciera, vaniglia e tanta pastafrolla cruda – ha un carattere profondamente burroso (burro fresco) e molto minerale, tendente alla cera e alla frutta cerata di marzapane. Ha anche una bella nota di limone, anche un po’ di scorza.

P: molto pieno ed esplosivo, il corpo e l’intensità sono molto decisi a dispetto del grado ridotto. Ripropone alcuni felice adagio del naso, tra cui una dolcezza vanigliosa robusta e strutturata, e una frutta gialla matura e piena, al limite del tropicale: pesche, sicuramente. Sorprende però una trama oleosa e compatta, che rimanda alle classiche suggestioni di cera e minerale, tipiche di Clynelish, che il naso non sembrava promettere. C’è anche una punta agrumata, anzi: del bianco degli agrumi (albedo, per i pignoli di cui sopra).

F: lungo e cerealoso, molto pulito, appena screziato da una venatura minerale ed erbacea acre, quasi torbata. Un ricordo d’olio d’oliva.

Rileggendo la recensione compilata un anno fa, non possiamo che rimanere compiaciuti per la sostanziale costanza sia della distilleria che delle nostre impressioni, in un tripudio di convergenze tra soggetto e oggetto, tra realtà e percetto. Tornando sulla terra, diciamo che questo Clynelish forse non entrerà nella mitologia, magari complice anche il grado ridotto, e nemmeno ci lascerà esplorare abissi di complessità, ma pare aver trovato un perfetto equilibrio tra dolcezza, acidità e mineralità. Piacione e austero, esiste un whisky del genere? Sì, è Clynelish. 88/100.

Sottofondo musicale consigliato: Paolo Nutini – New Shoes

Ledaig 11 yo (2005/2017, Signatory Vintage ‘CSC’, 57%)

Durante lo scorso Freak Show dicembrino abbiamo aperto questo single cask di Ledaig, versione torbata di Torbermory, distilleria dell’isola di Mull. Negli ultimi tempi si trovano in giro sempre più barili di Ledaig, soprattutto delle distillazioni di inizio / metà anni 2000, e gli appassionati stanno iniziando a celebrare la qualità di un produttore che fino a qualche tempo fa era relegato al contenitore delle cose bizzarre: in questo caso è Signatory Vintage ad aver messo in vetro un barile ex-sherry invecchiato 11 anni. Nessuna colorazione artificiale, gradazione piena a 57%.

N: impressionante. Ha note di peperoncino Chipotle (o di Habanero Chocolate), a testimoniare la compresenza di una nota di peperone, vegetale e acida, e di una torbatura intensa. Salsa barbecue e pancetta fresca. La cosa pazzesca e davvero spiazzante è che insieme a tutto ciò c’è anche un massiccio apporto della botte sherry, con uvetta, ciliegia macerata sotto spirito; anche un panettone artigianale, stracolmo di burro. Scorza di arancia?, o forse rende meglio l’idea dell’insieme la suggestione del panforte. Ha in generale una ‘grassezza’ davvero potente, di cioccolato, di toffee, di butterscotch. Ad aggiungere complessità, una nota di mix di erbe aromatiche per arrosti (timo? rosmarino?), e pure un po’ di pepe nero. Eccellente. Ah, cavolo, dimenticavamo: la torba è marina, è catramosa, profonda, aggressiva. L’acqua apre ulteriormente sulla carne: stecchette di maiale secco. Carruba, ulteriore, e anche una tonalità medicinale, torbata, da antisettico, da pasta per dentista.

P: esplosivo, deflagrante, complessissimo. Ha una nota iniziale, evidentissima, che ci ricorda una grigliata, col grasso di maiale che cola sulle braci e la salsa barbecue (o la Worchestershire, oppure ancora indiscutibile è un sentore di Tabasco Chipotle) vicina ad addolcire… E tabasco, e ancora peperoncino. Stando sulla dolcezza, rileviamo ancora una dolcezza in crescita, con frutta rossa (ciliegia e uvetta) ancora molto pesante, macerata, sotto spirito. Ancora erbe aromatiche, ancora il peperone: e l’acqua acuisce questa dimensione, con un peperone mai così evidente in un bicchiere di whisky. L’alcol diminuisce in aggressività ma non si perde neppure una dimensione di sapore.

F: in evidenza l’anima più wild, con tanta cenere, tanto peperone, una carne infinita… E un fumo devastante

Equilibrato nella sua sfrontatezza, nel saper coniugare sentori apparentemente incoerenti. Trovano un’inaspettata sintesi note piccanti e vegetal-torbate e la dolcezza liquorosa della frutta rossa di botte, e la dimensione più greve è sempre bilanciata da una freschezza di fondo. Semplicemente: molto buono. 91/100.

Sottofondo musicale consigliato: New Order – Shellshock.

Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Due barili ex-bourbon (6408 e 6409), distillati a Clynelish nel 1996, il giorno dopo che Sammy Hagar abbandonava i Van Halen, sono per ventura finiti nelle mani di Signatory Vintage, imbottigliatore scoto tra i più prestigiosi – vent’anni dopo, il liquido ormai messo in vetro, un campione giungeva nell’armadietto di due blogger, che decidevano di dunque recensirlo per combattere le ingiurie del tempo e, soprattutto, la noja. Qui le impressioni.

clysig1996v4N: il marchio di fabbrica di Clynelish è lì, in prima fila, ad aspettare i nostri nasi. C’è infatti da subito una nota di cera e profondamente minerale (cera di candela, proprio) da capogiro, perfettamente integrata col contesto: un ciottolo di fiume, ma leggermente salato. Un ciottolo di fiume decontestualizzato e tenuto a maturare in onde marine? C’è un limite alla nostra idiozia? Per il resto, esibisce una generosa zuccherosità, tra la vaniglia, le pere mature, il pasticcino alla frutta, la pastafrolla (cruda, dice uno di noi). Una zesta di limone, anzi: del limone grattugiato (nella pastafrolla cruda, dice uno di noi). Poi, c’è un lato vegetale e leafy, clorofilloso, da fitto fogliame.

P: il corpo è leggerino, ma l’effetto è di una beverinità atroce. Sostanzialmente coerente, con qualche minima deviazione. Il primo impatto è ancora sulla cera, a marcare il territorio, e non manca quella dimensione minerale e leggermente vegetale (al limite della foglia di menta) di cui sopra. Tè alla menta zuccherato! La dolcezza è invece più timida, meno cremosa: c’è ancora la vaniglia, c’è ancora una leggera pastafrolla, ancora pere – e pure c’è il marzapane, e tanto cereale caldo e dolcino.

F: un finale che ripulisce la bocca, ancora su note minerali, di mandorla, di tè alla menta e un leggero legno tostato, quasi fumosino.

88/100. Questo è uno stile di scotch che non ci stanca mai, e probabilmente mai ci stancherà: pulito, godibile, rotondo e pure screziato, appuntito da una dimensione minerale e cerosa che regala ulteriori strati di complessità: Clynelish come deve essere. Un ottimo modo di iniziare la settimana…

Sottofondo musicale consigliato: Van Halen – When it’s love.

Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

Caol Ila 19 yo (1995/2014, Signatory, 46%)

Giovedì uno di noi due partirà per la Scozia, insieme a un folto gruppo di appassionati guidato da Marco Russo e Marco Maltagliati – se avete buona memoria, ricorderete che ne abbiamo parlato qui, e se avete pazienza ne riparleremo in futuro: anzi, in un rigurgito da veri blogger con facce da blogger, tenete d’occhio i nostri profili facebook e instagram! Yeah! Un sacco di selfie! Ma, rientrando in noi, dicevamo: giovedì si va in Scozia, e una delle tappe principali sarà Islay: ci mettiamo in clima con una selezione di Signatory: due botti di Caol Ila, casks 9742 – 9743, hogsheads. Ringraziamo Marco Callegari, brand ambassador di Velier, per l’omaggio.

cilsig1995v1N: davvero Caol Ila styled, proprio già a partire da uno stile di torba deciso, da braci spente ma non prepotente, che si accompagna a una marinità anch’essa indiscutibile ma sobria. Questo primo carattere risulta ben integrato in una cornice di dolcezza più ampia a base di vaniglia, mela gialla e torta con crema al limone. Molto agrumato, con anche succo di lime. Infine ci par di sentire aghi di pino.

P: che corpo, che compattezza! Anche qui non possiamo che denunciare la banalità della bontà. Al connubio tra torba e vaniglia, tra lime e crema, tra il camino e il mare, ci sentiamo di aggiungere appena una buffa nota di emmenthal dolce. Buffo, no? Ha il pregio di una cremosità da sogno.

F: tanto legno bruciato, limone e vaniglia.

Diventa anche difficile commentare l’ennesimo buon Caol Ila: più ne assaggiamo e più troviamo conferme dell’ottima qualità media. Caol Ila risulta forse più ‘prevedibile’ rispetto ad altre distillerie, ma ci abbandoniamo volentieri alla sua splendida prevedibilità. Per questo Signatory, però, possiamo dire che qualche anno extra d’invecchiamento (rispetto ad una buona parte degli imbottigliamenti che si trovano in giro, generalmente attorno ai 10/12 anni) dona grande compattezza e davvero una bella personalità. Ci sono equilibrio, armonia, profondità e intensità, che in finale danno un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dynatron – Stars of the Night.