Clynelish 20 yo (1996/2016, Signatory Vintage, 46%)

Due barili ex-bourbon (6408 e 6409), distillati a Clynelish nel 1996, il giorno dopo che Sammy Hagar abbandonava i Van Halen, sono per ventura finiti nelle mani di Signatory Vintage, imbottigliatore scoto tra i più prestigiosi – vent’anni dopo, il liquido ormai messo in vetro, un campione giungeva nell’armadietto di due blogger, che decidevano di dunque recensirlo per combattere le ingiurie del tempo e, soprattutto, la noja. Qui le impressioni.

clysig1996v4N: il marchio di fabbrica di Clynelish è lì, in prima fila, ad aspettare i nostri nasi. C’è infatti da subito una nota di cera e profondamente minerale (cera di candela, proprio) da capogiro, perfettamente integrata col contesto: un ciottolo di fiume, ma leggermente salato. Un ciottolo di fiume decontestualizzato e tenuto a maturare in onde marine? C’è un limite alla nostra idiozia? Per il resto, esibisce una generosa zuccherosità, tra la vaniglia, le pere mature, il pasticcino alla frutta, la pastafrolla (cruda, dice uno di noi). Una zesta di limone, anzi: del limone grattugiato (nella pastafrolla cruda, dice uno di noi). Poi, c’è un lato vegetale e leafy, clorofilloso, da fitto fogliame.

P: il corpo è leggerino, ma l’effetto è di una beverinità atroce. Sostanzialmente coerente, con qualche minima deviazione. Il primo impatto è ancora sulla cera, a marcare il territorio, e non manca quella dimensione minerale e leggermente vegetale (al limite della foglia di menta) di cui sopra. Tè alla menta zuccherato! La dolcezza è invece più timida, meno cremosa: c’è ancora la vaniglia, c’è ancora una leggera pastafrolla, ancora pere – e pure c’è il marzapane, e tanto cereale caldo e dolcino.

F: un finale che ripulisce la bocca, ancora su note minerali, di mandorla, di tè alla menta e un leggero legno tostato, quasi fumosino.

88/100. Questo è uno stile di scotch che non ci stanca mai, e probabilmente mai ci stancherà: pulito, godibile, rotondo e pure screziato, appuntito da una dimensione minerale e cerosa che regala ulteriori strati di complessità: Clynelish come deve essere. Un ottimo modo di iniziare la settimana…

Sottofondo musicale consigliato: Van Halen – When it’s love.

Glenlossie 17 yo (1997/2014, Signatory Vintage, 46%)

Ancora un esordio su whiskyfacile! Assaggiamo oggi il primo Glenlossie della nostra carriera di blogger recensori, e dobbiamo ammettere che un po’ ce ne vergognamo. Si tratta di un marriage tra due barili (817 e 818) selezionati e imbottigliati da Signatory Vintage, celebre e stimato imbottigliatore indipendente distribuito in Italia dall’indefessa Velier. Glenlossie non ha un suo core range, e l’unico imbottigliamento ufficiale disponibile è il Flora e Fauna 10 anni. Una caratteristica che fa spiccare la distilleria è la presenza dei purifiers negli spirit stills, ovvero aggeggini con l’esplicita funzione di aumentare il riflusso nell’alambicco – e dunque, ridurre le impurità. Che ce ne facciamo di questa informazione? Beh, la teniamo buona per l’aperitivo di stasera, tutte le ragazze (si sa) non sanno resistere al fascino di chi discetta con disinvoltura di queste amenità.

N: un manuale dell’invecchiamento in bourbon, con generose ondate di vaniglia, cocco (quanto cocco!), una noce di Pecan molto intensa, cremosa… parzialmente mitigate da un distillato pulito, senza articolari increspature (sarà il purifier? o sarà la suggestione?). Banana molto matura, in linea col profilo ci cui sopra; forse anche un che di pandoro? Vagamente vegetale e con una minima quota agrumata (lemongrass), soprattutto dopo un po’. Affascinante perché oscilla tra un profilo sfacciatamente bourbonoso e uno più intrigante made in Scotland. Dopo un po’, qualche nota speziata, tra la noce moscata e la matita appena temperata (ok, legno).

P: ripropone quella stessa dualità di cui sopra, giocata tra vegetale e cremoso. Emerge infatti una dolcezza intensa, da latte condensato, ma anche un erbaceo da tè, o da infuso d’erbe; e poi c’è ancora vaniglia e cocco, ma anche erba limoncina. Frutta gialla fresca e matura, in un contesto certo non di brutale complessità ma non privo di una sua personalità seducente.

F: come ci si poteva attendere, il finale non è lunghissimo, anzi, scema rapidamente in una delicata base per torte (pastafrolla, crema, malto).

85/100. Buono, piacevole, beverino come un succo di frutta. Un esempio efficacissimo dei piaceri della ricerca tra marchi poco conosciuti: anche le distillerie dello Speyside che fanno solo whisky per i blended possono regalare gioie!, a 50€ ancor di più.

Sottofondo musicale consigliato: Drake – Worst behaviour.

Caol Ila 19 yo (1995/2014, Signatory, 46%)

Giovedì uno di noi due partirà per la Scozia, insieme a un folto gruppo di appassionati guidato da Marco Russo e Marco Maltagliati – se avete buona memoria, ricorderete che ne abbiamo parlato qui, e se avete pazienza ne riparleremo in futuro: anzi, in un rigurgito da veri blogger con facce da blogger, tenete d’occhio i nostri profili facebook e instagram! Yeah! Un sacco di selfie! Ma, rientrando in noi, dicevamo: giovedì si va in Scozia, e una delle tappe principali sarà Islay: ci mettiamo in clima con una selezione di Signatory: due botti di Caol Ila, casks 9742 – 9743, hogsheads. Ringraziamo Marco Callegari, brand ambassador di Velier, per l’omaggio.

cilsig1995v1N: davvero Caol Ila styled, proprio già a partire da uno stile di torba deciso, da braci spente ma non prepotente, che si accompagna a una marinità anch’essa indiscutibile ma sobria. Questo primo carattere risulta ben integrato in una cornice di dolcezza più ampia a base di vaniglia, mela gialla e torta con crema al limone. Molto agrumato, con anche succo di lime. Infine ci par di sentire aghi di pino.

P: che corpo, che compattezza! Anche qui non possiamo che denunciare la banalità della bontà. Al connubio tra torba e vaniglia, tra lime e crema, tra il camino e il mare, ci sentiamo di aggiungere appena una buffa nota di emmenthal dolce. Buffo, no? Ha il pregio di una cremosità da sogno.

F: tanto legno bruciato, limone e vaniglia.

Diventa anche difficile commentare l’ennesimo buon Caol Ila: più ne assaggiamo e più troviamo conferme dell’ottima qualità media. Caol Ila risulta forse più ‘prevedibile’ rispetto ad altre distillerie, ma ci abbandoniamo volentieri alla sua splendida prevedibilità. Per questo Signatory, però, possiamo dire che qualche anno extra d’invecchiamento (rispetto ad una buona parte degli imbottigliamenti che si trovano in giro, generalmente attorno ai 10/12 anni) dona grande compattezza e davvero una bella personalità. Ci sono equilibrio, armonia, profondità e intensità, che in finale danno un bel 90/100.

Sottofondo musicale consigliato: Dynatron – Stars of the Night.

Highland Park 1990 (2012, cask #15701, Signatory, 48,8%)

Se siete sul pezzo sapete che la blogografia italiana del whisky ha di recente visto l’aggiunta di una nuova voce, whiskysucks.com, grazie alle provvide impressioni sensoriali dell’amico Federico. Qualche mese fa ci eravamo scambiati alcuni sample: oggi ne affrontiamo uno che ci intriga assai, un Highland Park del 1990 invecchiato in una botte refill-sherry fino all’anno scorso, quando Signatory Vintage ha pensato bene di metterlo in bottiglia. Il colore è ambrato.

38294N: ha quella severa apertura dei nasi HP: c’è come uno schermo salmastro e minerale, sotto il quale c’è poi un altro whisky… Dapprima intense note di arancia (tanta, tanta scorza) e d’agrume, in generale (diremmo limone, certo, e una flebile suggestione di chinotto). Profilo molto pulito, un po’ trattenuto, quasi; un poco di frutta secca (mandorla) e di frutta gialla (albicocca?); vaniglia, pan di spagna, uvetta.

P: tutt’altra intensità, tutt’altra personalità. All’inizio pare quasi ‘nudo’, mentre pian piano si sviluppano sapori vari e decisi. Il Pantheon è lo stesso del naso: domina l’arancia, l’agrume; c’è un’intensa torba acre e minerale; c’è una compostissima nota tropicale, deliziosa e inattesa (ananas?). Più fruttato che al naso, decisamente. Un pizzico d’acqua non guasta, regalando note pepatine e una punta di nocciola.

F: torba, di brutto; molto pulito e asciutto, anche se non mancano piccole escursioni nei territori tropicali.

Molto buono, decisamente, composto come solo gli Highland Park sanno essere. Il profilo è quello che più ci sconfinfera, l’ammettiamo, e ad un palato davvero sontuoso corrisponde un naso forse fin troppo trattenuto: ecco, diciamo che se dovessimo trovare un difetto ci orienteremmo proprio verso il fatto che pare sempre lì lì per esplodere in un tripudio sensoriale, ma non compie mai quel passetto in più. Il nostro voto sarà di 87/100, in ogni caso; e la prossima volta che ci vediamo, Federico, te ne chiederemo un altro sample…

Sottofondo musicale consigliato: MinaWhisky, di cosa stiamo parlando?

Laphroaig 11 yo (1998, Signatory for La Maison du Whisky Collector’s Edition, 60,7%)

Noi qui si pubblica poco ma si continua a bere, eh?, che vi credete? E per dimostrarvi che è vero (la lingua in bocca – chi coglie la citazione?), ecco a voi le tasting notes di questo giovane Laphroaig, imbottigliato da Signatory per La Maison du Whisky e portato da Claudio Riva all’ultimo festival romano. Si tratta di un invecchiamento in un refill-sherry butt, come già si intuisce dal colore, ambrato…

Schermata 2013-07-15 alle 21.18.45N: a dispetto della gradazione si mantiene sfacciatamente aperto, con una gran gamma di aromi, sia torbati (anzi, torbatissimi) che più tipici di maturazione in sherry. Legna fresca, appena tagliata; acetone (beh, sì, l’alcol…); torba acre, toffee, perfino del cioccolato al latte. Una nota di emmenthal? C’è poi un che di marino e ‘pescioso’ (ci viene in mente la suggestione di una zuppa di gamberi… avremo esagerato???), oltre alle ‘solite’ note di agrume candito (ma anche arancia fresca) e borotalco. Liquirizia. Con acqua, si apre una nota profumata/medicinale, che non riusciamo a mettere bene a fuoco (ci vengono in mente l’erica, alcune tisane balsamiche, ma anche infusi ai frutti rossi); ma soprattutto esplode una nota di fragola davvero da capogiro.

P: che esplosione. Attacca sulla dolcezza, man mano si ‘asciuga’ e, come d’altro canto accadrà a tutti noi, resta solo la cenere. Inizia con schiaffi di liquirizia, calci volanti di fumo di pipa, di tabacco aromatizzato, pugni di marmellata di fragola e agrumi… Poi un godimento torbato, con note di fumo acre intensissimo e un tripudio medicinale (sciroppo per la tosse). Datteri, che intensità! Ci sono poi suggestioni marine, di pesce sotto sale… L’acqua aumenta il dolce, ed è ottimo, ancora più agrumato, cremoso e intenso. C’è una fragola crescente, sempre più esuberante; poi, riconosciamo anche suggestioni mentolate! Top.

F: liquirizia infinita, fumo di sigaro, infinito. Una torba roboante con un che di salato e marino; va seccando, verso ottime note di legno.

Semplicemente, uno dei migliori Laphroaig che abbiamo mai bevuto; sherry e torba, si sa, non sempre si gradiscono a vicenda, ma quando ciò accade spesso il risultato è magia: e questa è magia. Buonissimo, davvero, di grande complessità e clamorosa intensità: il naso con acqua è da orgasmi multipli… L’aggiunta di acqua è accessoria, nel senso che a dispetto della gradazione è eccellente anche neat: ma la traiettoria evolutiva che si può apprezzare aggiungendo goccia dopo goccia è davvero impagabile. Claudio, grazie per il sample, davvero: il nostro giudizio sarà di 92/100.

Sottofondo musicale consigliato: un capolavoro appropriato, ovvero Lucio DallaMambo.

Ardbeg 23 yo (1974/1997, Signatory, 43%)

Oggi, 2 giugno, è una giornata in cui vale davvero la pena di festeggiare: 66 anni fa gli italiani sceglievano la Repubblica, certo, e come se non bastasse la Ardbeg Distillery ha individuato questa stessa data per celebrare l’Ardbeg Day. Oggi tutte le embassy ufficiali disseminate per il pianeta avranno in degustazione un imbottigliamento speciale, pensato apposta per l’occasione. Noi parteciperemo all’evento milanese, giustamente – diremmo – allestito nello storico bar Metro di Giorgio D’Ambrosio. A mo’ di rito propiziatorio, sotto con questo malto della Signatory, un’autorità nell’universo dell’indipendent bottling che ha selezionato le 4 botti per questo vatting (#1047-48-52-54) quando ancora Stuart Thomson dettava legge dalla parti di Argyll. Ringraziamo Francesco per il sample.

N: si percepisce subito un’aura di complessità che fa drizzare le narici (?): c’è una ‘dolcezza’ impressionante, un’affumicatura ferma ma gentile, c’è il vento salmastro che ti soffia in faccia e c’è infine un lato balsamico (eucalipto) spettacolare. La vaniglia è intensissima, corredata da mandorla verde, liquirizia pura e note agrumate (soprattuto cedro e limone). Gli aromi che rimandano alla dolcezza sono poi impreziositi da una maltosità fatta di biscotti e brioches calde, oltre che da un delizioso bouquet floreale (violetta zuccherata). L’integrazione coll’affumicatura è così ben riuscita che rimaniamo folgorati da una suggestione: marshmellow bruciacchiati!!! Il tutto condito da alghe e aria di mare, come da tradizione del resto. Non mancano gli aromi medicinali, è proprio sciroppo per la tosse. Infine, ci è parso di sentire un che di “saponoso” che avevamo notato solo in alcuni Bowmore, ma è un attimo, qua e là, poi passa la paura.

P: la dolcezza è minore rispetto a quanto il naso lasciasse presagire a livello di intensità, tenendo comunque presente che si è invasi da un gran bel concerto di vaniglia e liquirizia legnosa. Limone (una fettina abbandonata nel posacenere?) e cedro, con una strana – ma squisita – nota quasi di cera, e ancora una pallida sensazione di ‘sapone’ dell’olfatto. Le note salate sono leggere, mentre l’affumicatura, beh, si lascia apprezzare in tutta la sua intelligenza.

F: tappeto di fumo marino su cui si stratifica un altro tappeto di vaniglia, incredibilmente persistente. Un po’ amaro, secco. Molto buono.

Se come due vegliarde, rose da atavica insoddisfazione, volessimo parlare di difetti, diremmo che il palato pare un po’ depotenziato rispetto al naso (che curiosità di assaggiare l’imbottigliamento Signatory dei medesimi anno ed età, ma cask strenght!), che comunque è di livello assoluto, con una dolcezza di rara intensità ma mai stucchevole. Rispetto ad un utopico malto perfetto, qualche timida riserva degna del censore più noioso, dunque, ma in fin dei conti è pur sempre uno spettacolo. Il nostro giudizio è di 89/100: qui, le note di Serge e qui quelle di Francesco.

Sottofondo musicale consigliato: Al GreenLet’s stay together, perché bisogna festeggiare.